NOMINALISMO. - Indirizzo filosofico che nega l'esistenza di concetti generali, o almeno nega che ad essi corrisponda un proprio contenuto reale. Il termine (Nominales) si connette con la prima affermazione, nel sec. IX, della sententia vocum, ma compare esplicitamente solo nel sec. XIII e diviene comune, dopo Occam (v.), a indicare la sua scuola. Nella filosofia moderna è riferito principalmente all'empirismo inglese. Storicamente il n. abbraccia quindi posizioni diverse (incluse alcune espressioni della filosofia greca) le cui caratteristiche vanno tenute presenti quando si tenti del n. una definizione essenziale. In genere esso può qualificarsi come l'affermazione dell'assoluta singolarità e concretezza del reale: alle idee generali, dato anche che esistano, non corrisponde quindi nella realtà effettiva niente di universale (l'essenza, la forma), ma soltanto un insieme o collettività di individui. Negato un contenuto proprio all'idea generale, il n., nella sua espressione rigorosa, perviene logicamente alla negazione stessa del concetto: l'idea generale è in realtà un'illusione; di generale c'è soltanto il nome cui è legata nella mente una rappresentazione sensibile più o meno determinata, e che vien riferito a tutta una collettività di individui, simili in alcuni aspetti fondamentali. Si comprende, di conseguenza, l'importanza attribuita dal n. linguaggio (v.) inteso non soltanto come espressione e manifestazione, bensì come ragione e strumento della conoscenza umana universale. Ciò che è affermato del concetto è esteso all'affermazione (giudizio): «l'uomo è mortale» significa «tutti gli individui umani sono mortali».
Più avanti saranno indicate le derivazioni del n. Qui va notata innanzitutto la sua estensione al campo epistemologico. N. «scientifico» è la tendenza a ritenere la scienza non quale conoscenza oggettiva e universale, bensì quale semplice interpretazione convenzionale o simbolica della realtà, oppure come strumento di successo nell'ordinare la realtà agli scopi pratici umani: concezione quindi pragmatica, non teoretica della scienza (positivismo scientifico; cf. H. Poincaré, La science et l'hypothèse, Parigi 1902, Introd.).
Il n. va inteso non come pura posizione gnoseologica, ma anche come una determinata concezione della realtà. Esso è la negazione di principi e valori ontologici che trascendano la pura esperienza e si pongano, nel reale, come ragioni della intelligibilità, universalità e costanza dell'esperienza stessa. Il n., nella sua espressione rigorosa, è positivismo (v.).
distinto dal n. empiristico moderno, poiché Occam conserva la distinzione sostanziale fra pensiero e sensazione (De Wulf, op. cit., III, p. 39; cf. I, p. 143). E tuttavia la posizione di Occam preludeva al n. moderno, in quanto non era più soltanto una soluzione logica del problema degli universali, ma tendeva, con la sopravvalutazione della realtà individuale e della conoscenza intuitiva, a negare il valore della conoscenza astratta in generale. Il venerabilis Inceptor della invictissima secta nominalium andava in realtà oltre la negazione della species, del principium individualitatis, dell’intelletto agente e di altri analoghi valori metafisici difesi dagli scolastici del sec. XIII. Posti infatti i concetti come fictiones ne seguiva la loro invalidità e incapacità costituzionale a far presa sulla struttura del reale. Se il concetto di causa è un figmentum, esso non serva a dimostrare l’esistenza di Dio (Quodl., I, q. 1; II, q. 1; e I. Sent., dist. 2, q. 5), né la libertà e immorlità dell’anima. E se fictiones sono anche i concetti etico-giuridici, ne segue che tutto l’ordine morale, non più possibile ai fondarsi sui valori metafisici dell’essere, dipende dal volere di Dio, conosciuto per Rivelazione (volontarismo, fideismo). Nel campo strettamente teologico la negata distinzione degli «habitus», degli accidenti, delle relazioni dalla concreta realtà sostanziale dell’individuo, si rendeva particolarmente pericolosa nella dottrina della Grazia e in quella trinitaria; e l’assoluta identità dell’individualità di Dio escludeva ogni possibile distinzione in lui di perfezioni attributi relazioni, e di conseguenza anche una valida cognizione concettuale dell’essere divino.
L’occamismo si diffuse, contrastato con alterne vicende, per tutto il sec. XIV-XV. Fu particolarmente combattuto a Parigi, fino all’Editto di Luigi XI (1474) che proibiva si insegnasse in quell’Università la filosofia dei Nominales o Terministae; abrogato l’Editto nel 1481, la scuola nominalista riprese nuovo vigore. Vanno ricordati, fra i seguaci di Occam, un anonimo della seconda metà del sec. XIV, che nella Quaestio de universalis secundum viam et doctrinam G. de Ockam affermava: «Universalia... sunt tantum quidam termini mentales seu intentiones vel conceptus si sunt in mente, vel sunt termini vocales et prolati si sunt in voce, vel sunt termini scripti si scribantur» (ed. M. Grabmann, Münster 1930, p. 27). Fra gli altri principali rappresentanti del terminismo sono Giovanini di Mirecourt (1° metà del sec. XIV), Adamo Wodham (m. nel 1358), Gregorio da Rimini (m. nel 1358), Gualtiero di Bamberga (lettore nell’Univ. di Vienna nel 1397), Marsilio d’Inghen (m. nel 1396), Giovanni Brammart (m. nel 1407), Pietro di Ailly (1350-1420), Giovanni Buridan (m. nel 1360 ca.), Nicola di Oresme (m. nel 1382), Alberti di Sassonia (m. nel 1390; V. a queste voci). Gli ultimi fra gli autori indicati ebbero tuttavia intenti prevalentemente scientifici, preludendo, con le loro originali speculazioni e teorie fisiche ad alcune fra le più importanti scoperte della scienza nel sec. XVI. Nel campo più strettamente teologico-religioso l’occamismo non fu protestantesimo (v.). L’indirizzo nominalistico infatti, se pure ossequente all’insegnamento della Chiesa, era in vigore, particolarmente con le dottrine di Gabriel Biel (1415 ca.-1495), all’Università Lutero (v.), oltreché nello studio generale dell’Ordine agostiniano (cf. H. Grisar, M. Luther, Friburgo in Br. 1927, cap. 1, § 3; P. Vigneaux, Luther commentateur des Sent., Parigi 1935, pp. 45-86).
L’occamismo si collega così nel suo doppio significato, scientifico-filosofico e teologico, con il pensiero moderno di cui la tendenza nominalistica, avvalorata dalla nuova metodologia delle scienze (Bacone, Galilei) e da altre contingenze storiche, diveniva una fra le direttive fondamentali. La prima rigorosa espressione del n. moderno si ha nell’empirismo inglese. BERGER, ELIE (v.) «l’opinione che lo spirito abbia il potere di fabbricarsi le idee astratte o nozioni delle cose ha avuto gran parte nell’intricare e confondere la speculazione... e ha dato origine a innumerevoli errori e difficoltà in quasi tutte le parti della conoscenza» (Treatise on the principles of human knowledge, trad. II. di G. Papini, Bari 1925, Introd., p. 7). L’idea è sempre particolare e «diviene generale quando ad essa si fa rappresentare – ossia si pone in luogo di – tutte le altre idee particolari dello stesso genere» (ibid., p. 13). Di conseguenza, «le idee generali sono finzioni ed invenzioni della mente» (ibid.) e la loro fonte va ricercata nel linguaggio: «se non ci fosse stata la lingua o i segni universali, non si sarebbe mai pensato all’astrazione» (ibid., p. 16-17). In Berkeley che protestava di non negare assolutamente le idee generali, bensì solo le idee astratte (ibid., p. 12), il n. era contenuto, nelle sue logiche conseguenze, da una concezione spiritualistica, d’altronde non criticamente fondata, dell’uomo e di Dio. In Hume, che si richiama espressamente al Berkeley (Treatise on human nature, parte 1ª, sez. 7), caduto ogni presupposto spiritualistico, il n. è condotto alla sua conclusione scettico-antimetafisica. L’idea generale è esclusa già dall’affermazione fondamentale della gnoseologia humana che «tutte le idee sono derivate dall’impressione e altro non sono se non copie e rappresentazioni di essa» (op. cit., parte 1ª, sez. 7, trad. II. di A. Carlini, Bari 1926, p. 37). L’impressione sensibile è infatti necessariamente individuale, «determinata nei suoi gradi tanto di quantità che di qualità» (ibid., p. 36-37). Le idee astratte sono quindi in se stesse individuali e «diventano generali con il venir unite a un termine generale, a un termine cioè che per un’associazione abituale si trova in relazione con molte altre idee particolari e prontamente le richiama all’immaginazione» (ibid., p. 41). Il concetto è pertanto, in Hume, completamente risolto nell’immagine sensibile: non ci sono nella mente che rappresentazioni individuali (l’idea generale è assurda, com’è assurda la realtà generale: ibid., p. 37), collegate estrinsecamente da un termine e da un’abitudine psicologica; «la parola sveglia un’idea individuale, e insieme con essa una certa abitudine; e quest’abitudine produce ogni altra idea individuale, secondo che l’occasione richiede» (ibid., p. 39). Dissolta l’unità e l’autonomia del concetto nella molteplicità fenomenico-empirica delle sensazioni, era sottratta ogni base di consistenza alle costruzioni teoretiche del pensiero. Hume non esita a concludere che la certezza della conoscenza umana è ristretta entro i limiti dell’esperienza (empirismo).
Il n. empiristico viene ripreso dal sensismo (Condillac) e dai rappresentanti del positivismo classico (A. Comte, H. Taine, H. Spencer, J. Stuart Mill). Su basi psicologiche è difeso da J. F. Fries, H. Helmholtz, W. Wundt, Th. Ziehen. D’ispirazione nominalistica è il materialismo del Feuerbach (veramente reale è soltanto il sensibile individuale; l’universale invece o l’idea hegeliana è illusione: la natura nella sua alterità), l’esistenzialismo di sinistra (reale è soltanto l’esistente e la sua individuale situazione nel tempo – concetto e universalità è perdita del singolo), POSITIVISMO (v.) che in talune sue espressioni riduce a puro significato verbale il valore del concetto. Il n. è pertanto associato ad alcune fra le più potenti correnti del pensiero attuale, espressione insieme e causa della accentuata situazione di crisi cui è giunta la metafisica.
Il n. ha avuto, nella storia del pensiero filosofico, un significato positivo, come richiamo a un controllo dell’attività astrattiva dell’intelletto e a una coscienza dei suoi limiti e possibili deviazioni, quando tenda ad attribuire significato di realtà a quello ch’è soltanto forma o modo di essere del pensiero. L’accento posto sulla individualità del reale ha esso pure una palese giustificazione nelle condizioni di concretezza e singolarità ontologica che una concezione pluralistica non può non riconoscere all’persona (v.). In questo senso il n., sia quello del sec. XIV che quello moderno, ha contribuito, come pochi altri indirizzi di pensiero, a una più valida conoscenza della realtà, sia naturale che spirituale. Nella sua reazione all’astrattismo scolastico esso ha cercato la verità e il senso del concerto, accentuando il valore dell’intuizione e dell’immediatezza dell’esperienza, favorendo così i nuovi indirizzi nella mistica, nella politica (Giov. Gianduno,
Marsiilio da Padova [v.]) e nelle scienze. Le feconde norme di metodo della scienza moderna - particolarmente delle scienze fisiche ma anche di quelle spirituali - sono infatti in buona parte dovute alle istanze teoretiche del n. Ma insieme non può essere ignorato del n. l'aspetto negativo, evidente nella sua negazione del valore dell'universale. «Il n. evidenziamento è una soluzione naturalistica e materialistica; la quale, risolvendo la realtà negli individui, tende a sopprimere la loro intelligibilità, negando il valore assoluto di quegli universali, onde sono intelligibili. E tende quindi a negare ogni valore al pensiero, il quale, contrapposto a codesti individui che soli sono reali, non può essere altro che nulla» (G. Gentile, Teoria generale dello spirito come atto puro, 5a ed., Firenze 1938, cap. 6, p. 69). La condanna attualistica muove, è vero, dal presupposto della suprema unità e concretezza del pensiero, nella cui dialettica si pongono e si dissolvono le individualità singole. Da tale presupposto è possibile prescindere; ma la critica è ugualmente esatta. Il concetto e l'universalità sono la condizione stessa del pensiero: il n. che sopprime il concetto, o, ch'è lo stesso, gli sottrae un proprio contenuto, perviene infine a negare il pensiero in quello ch'è il suo valore essenziale: il suo significato di ragione e espressione dell'essere. All'intelligenza è indubbiamente riconosciuta, nel n., la funzione di sistemare i dati della esperienza, ordinare gli individui in classi e sistemi; ma, poiché è escluso negli individui stessi ogni valore che trascenda la loro realtà empirica, è anche impossibile all'intelletto intendersi su un piano di intellibilità assoluta. L'individuo, qual'è dato nell'esperienza umana, è esistenza, fatto, storia; se non ci sono negli individui principi, ragioni, momenti di unità che li inseriscano nell'universale e nel necessario, non è possibile assegnare loro un senso: l'essere si frazione e si disperde in pura molteplicità empirica, senza ragione, unità, fine. Il n., anche quando non l'afferma esplicitamente, preclude una concezione metafisica del mondo e dell'essere, e pertanto anche una concezione dell'uomo e della vita, che non sia la resa del pensiero e dell'azione alla storia come puro fatto e divenire nel tempo. È chiaro che nella prospettiva nominalistica né anima, né bene, né finalità, né Dio sono suscettibili di una valida fondazione razionale: questi valori, quando non vengono sentiti, sono negati, sono da abbandonarsi alla sfera del sentimento e della fede. Agnosticismo, fideismo, pragmatismo (v.) in ogni ordine di valori che tenda a trascendere l'esperienza - religioso, etico, giuridico, pedagogico, sociale, politico - sono quindi il termine logico e storico del n.
Il n. ha il torto di non comprendere che, se pura astrazione è l'universale fuori del particolare, astrazione è anche - perché privo di fondazione e di principio - l'individuo senza l'universale. La realtà non può essere che concretezza di individualità e universalietà: individualità ch'è ragione e portatrice dell'esistenza e dell'azione; universalità ch'è ragione della struttura ontologica di ogni ente come grado e partecipazione dell'Essere e dell'intelligibilità.