POSITIVISMO. - Indirizzo filosofico (scientifico, storico) sorto nel sec. XIX e dominante nella seconda metà di esso (p. classico) ma con successive riprese nel sec. XX (p. contemporaneo). SESTO EMPIRICO (v.) divergente dalle correnti materialistiche. LIBERALISMO (v.) platonico scienza (v.) sperimentale ed evoluzionistica.
Le sue origini sono parallele alla distinzione della filosofia romantica (v. ROMANTICISMO; SCHELLING) in « negativa », o razionale, e « positiva » o rivelatrice di dati. A. Comte (v.) considerò per primo (nell'insegnamento privato dal 1826, e nell'insegnamento pubblico dal 1832) la filosofia negativa (teologico-metafisica) come annullata e riassorbita nella positiva, e restrime questa alle nozioni scientifiche e al loro coordinamento, con esclusiva prevalenza delle cognizioni sensibili e fenomeniche e dei loro valori affermativi (dati positivi). In questo « metodo positivo » egli era stato precorso da Sophie Germain (1776-1831). Il Comte diede la denominazione di « p. » alla dottrina sociologica da lui creata e destinata a riformare lo « stadio scientifico » della civiltà. MELLO (v.) condusse verso analoghe conseguenze la sua elaborazione dell'empirismo, ma egli polemizzò con il Comte (A. C. and positivism, Londra 1865) per rivalutare alcune ipotesi metafisiche, di ordine psicologico e morale. Si ebbe così un p. francese (Pierre Laffitte, E. Littré [v.], H. Taine [v.], E. Renan [v.], F. Le Dantec) rivolto al culto del metodo di osservazione intuitiva e di induzione probabile, e all'elaborazione della sociologia (A. Espinas, G. Tarde, E. Durkheim, L. Lévy-Bruhl), ma alieno dalla metafisica e incline alla tolleranza religiosa, e il p. inglese (A. Bain [v.], H. T. Buckle, Herbert Spencer [v.], G. K. Lewes, T. H. Huxley [v.]) che cercò di accordare, EVOLUZIONE (v.) il p. metodico e sociologico con la ricerca di principi metempirici. In Germania il p. fu svolto da Ernst Laas (1837-85: Idealismus und Positivismus, 1879-84) e dallo storico dell'etica Friedrich Jodl (1848-1914: Kritik der Idealismus, postumo, 1920) come empirismo realistico; da Eugen Dühring (1833-1921) attualismo (v.) antimetafisico. Ma si confuse ben presto con altre correnti, come l'empirico-criticismo di R. Avenarius (v.), il realismo critico di J. H. von Kirchmann e Th. Zieben, VAIHINGER, HANS (v.). In Italia il p. si affermò dapprima, materialismo (v.) e con l'evoluzionismo, nelle scienze sociali (Cesare Lombroso [v.], Filippo Turati [v.], Napoleone Colajanni, Achille Loria, Enrico Ferri [v.], Leonida Biasolati) e nella pe-
pedagogia (Pietro Siciliani, Andrea Angiulli, Saverio De Dominicis); in connessione con l'empirismo nelle scienze morali e storiche (Aristide Gabelli, Pasquale Villari). Ma ebbe una Ardigo (v.) e dalla sua scuola (G. Tarozzi [v.], G. Cesca, G. Dandolo, G. Marchesini, E. Bodrero, G. B. Grassi Bertazzi). In senso affine al p. si svolsero l'evoluzionismo materialistico di Enrico Morselli (Riv. di filos. scientifica, 1881-91), l'empirismo spiritualistico di Angelo Brofferio (1845-94) GUASTELLA, COSMO (v.). In Russia il p. venne diffuso in senso storico-sociale da P. Lawrow (1823-1920) e dal Michailovskij (1842-1904), e rivalutato in senso psicologico-morale dal vescovo Nikanor (La filos. positiva e l'esistenza sovrasensibile, Pietroburgo 1875-88): la sociologia del Comte fu rielaborata da Massimo Kovalevskij, l'empirio-p. inglese da Nikolas Grot (1852-99). In Polonia penetrò l'indirizzo comitato con il p. radicale della scuola di Varsavia (Julian Ochorovicz, 1850-1917, e Jan W. David, 1859-1914) e il p. conservatore della scuola storica di Cracovia (Stanislao Tarnovski, 1837-1917).
Il p. ha per principio di conoscenza la constatazione dei « fatti », sia fisici che psichici, come oggetti sensibili, mediante l'osservazione e l'esperimento da parte di un soggetto cosciente. soggetto (v.) e l'oggetto (v.) nello stesso ordine naturale, in cui erano confusi per il sapere popolare (mitologico, teologico) e da cui erano astratti per il sapere metafisico. Il « fatto » è un dato della conoscenza (fenomeno [v.]), del quale si riconosce il farsi o il divenire, e quindi riproducibile o ricostruibile nelle sue relazioni. Fondamentale tra queste è l'identità del fatto (A = A), che distingue il fenomeno da tutti gli altri fenomeni nella sua singolarità, ed è oggetto dell'osservazione intuitiva. Altre specie di fatti, ad es., indistinti o non identici, non sono conoscibili. Le variazioni dei fatti danno luogo ad altri fatti: la scienza analizza questi mutamenti in quanto essi presentano rapporti costanti e a loro volta identici (leggi induttive e deduttive); la filosofia classifica le scienze come identiche nel soggetto (sintesi sistematica). ipotesi (v.) e previsioni o anticipazioni sull'origine e lo svolgimento dei fatti sono ammissibili solo se conducono a constatare altri fatti (verificazione) e se fondate sui fatti stessi. Le nozioni generali (definizioni, leggi, formole) sono descrizioni riassuntive o schematiche dei fatti singoli o ripetuti, o complessive: la gnoseologia del p. è realistica, la sua logica è nominalistica, ed esclude ogni forma di apriorismo (v. APRIORISMO) dogmatismo (v.).
La sintesi delle relazioni tra il soggetto e l'oggetto è di ordine sensibile e psicofisico: l'esperienza deve quindi rientrare nell'ordine della sensibilità e della relatività reciproca del soggetto e dell'oggetto. APPERCEZIONE (v.) è il fatto sperimentale in cui si deve risolvere la scienza: viene Hume (v.) sostanza (v.), e questa sostituita da ipotesi formali o convenzionali o condizionali. causa (v.) il p. invece ammette che essa debba rappresentare l'uniformità e regolarità dei ESPERIENZA (v.). Causa ed effetto si risolvono così in fenomeno antecedente e conseguente: l'idea di causa efficiente ne è esclusa come invenzione metafisica, l'idea di causa finale non supera l'adattamento biologico e le intenzioni utilitarie, e il fondamento gnoseologico induzione (v.) empirica. Ma la causa scientificamente definita è antecedente invariabile del suo conseguente o effetto e, relativamente ad esso, incondizionata. Il rapporto causale è infatti una descrizione o analisi ap-
profondita della stessa identità del fatto in due momenti successivi. Può essere solo questione se l'identità del fatto attraverso i due fenomeni, così collegati costantemente come causa ed effetto attraverso la generalizzazione del loro rapporto, sia da definirsi muovendo dall'effetto (distinto) verso la causa, nel quale caso essa è determinante, necessaria (Comte, Stuart Mill, Ardigò), ma per induzione, o dalla causa (indistinta, omogenea) verso l'effetto, nel qual caso essa lascia adito all'indeterminazione (Spencer, Tarozzi), ma si abbandona la base induttiva.
La comune filosofia (v.) è la sintesi delle scienze, non corrisponde al concetto classico-scolastico della scientia scientiarum, ma gli è opposta, svolgendosi metafisica (v.) alle scienze particolari, e questa in senso induttivo, dalle scienze particolari alla filosofia come veduta d'insieme dei risultati più generali. La concezione filosofica così proposta è limitata nei suoi principi dal carattere astratto e nominalistico della stessa unità sistematica e metodica cui aspira. Se la filosofia deve essere scientifica potrebbe riuscirvi come una scienza particolare di certi fatti: come sintesi sistematica essa diventa una astrazione. Il principio dell'identità dei fatti come canone metodico è insufficiente rispetto alla logica dell'identità, da cui deriva, perché questa verrebbe affidata alla sola sensibilità del soggetto. Se si sfronda la dottrina positivistica dei metodi scientifici da essa assunti e dei suoi appelli alla critica, il suo aspetto sofistico diventa palese nell'ordine delle scienze morali, in cui i «fatti» sono atti già compiuti o estinti, e cioè dati di astrazione (v. ASTRAITTO; LUSTRAZIONE).
Nelle scienze morali e storiche il p. si attribuì la loro rinnovazione integrale, secondo dati sperimentali, poiché anche l'empirismo era proceduto in esse da motivi psicologici. La morale dei positivisti (v. ETICA) si fonda sull'analisi dei fatti morali, come constano, collegando il soggetto individuale con l'ambiente naturale e sociale in cui opera e in cui si adatta. Essa coscienza (v.) paragonabili in certezza natura (v.) determinismo (v.) all'indeterminismo. Le leggi morali e sociali si definiscono per induzione (dall'osservazione ed esperienza interiore ed esteriore, e dalla statistica), e definiscono la costanza dei modi di agire degli individui, in base alla quale esse hanno il valore di norme di previsione e di valutazione: ma cessa il loro fondamento dogmatico. libertà (v.) del singolo viene a consistere nella sua indipendenza da determinazioni a priori, diverse dai fatti, e si riconosce nelle libertà abituali o istituzionali. Il p. afferma peraltro che l'etica dell'umanità si svolge elevandosi verso ideali di ordine evolutivo, in cui i fatti abnormi o irregolari scompaiono in favore della legalità. Da questo punto di vista l'egoismo edonistico (v. EDONISMO) o utilitario (v. UTILITARISMO) è condannato a cedere agli istinti sociali e alla formazione della coscienza altruistica come capace di maggiore felicità complessiva. L'ideale positivo giustizia (v.) e cioè della vita individuale e complessiva conforme alle leggi. Le scienze morali hanno sociologia (v.) la quale studia la genesi e l'ordinamento della società umana nelle forme date dall'esperienza e secondo le loro esigenze realistiche: il suo ideale coincide con la sua legge, e cioè civiltà (v.). EDUCAZIONE (v.) deve condurre l'individuo biologico e psicologico ad agire in conformità delle sue relazioni e vocazioni sociali e a uniformarvi le sue attitudini. Queste teorie del p. furono assai vantate come sufficienti a sostituire le spiritualismo (v.); ma, a parte l'ingenuità acritica degli ideali «positivi», essi mancano di sufficiente universalità, e sono soltanto aspirazioni constatate, non ideali in sé.
Nel mondo giuridico il p. ebbe più durevoli successi per le sue concezioni del diritto penale e del diritto sperimentale. La «scuola positiva del diritto» si fonda sull'identificazione del «fatto» giuridico con l'idea di un reato: perché il fatto nella sua singolarità è ex-lege. Per conseguenza anche l'individuo è inizialmente delinquente rispetto alla legge costituita e alla società consuetudinaria: quando non vi riesce a obbedire, diventa un reo per effetto della sua stessa individualità biopsichica (tare ereditarie, deficienze e malattie congenite e acquisite). pena (v.) che gli s'infligge deve pertanto essere d'indole correzionale e riformatrice, non vendicativa. Lo stesso va detto per la pazzia in confronto della coscienza normale e sociale. L'amministrazione della giustizia e la formulazione delle leggi dovrebbero essere fondate sull'osservazione dei «fatti» a esse statistica (v.), e seguire ragionamenti paralleli ai comportamenti e alle abitudini delle persone giuridiche.
Nelle scienze storiche (v. STORIA) il «metodo positivo» diede la massima importanza alla raccolta e cernita dei «fatti» attraverso la documentazione e la tradizione orale e scritta, alla ricostruzione degli avvenimenti nella loro oggettività empirica, e all'eliminazione della causalità trascendente e della finalità provvidenziale. Il p. ammette cause storiche soltanto in via induttiva e limitata dalla probabilità, e dai fattori naturali ed economici, e fonda la conoscenza del passato sulla analogia con i fenomeni sociali studiati sperimentalmente. La storiografia così svolta non supera in pratica l'erudizione e l'esposizione narrativa e descrittiva, a cui riduce anche i momenti geniali ed eroici e le manifestazioni della vita spirituale. Il p. venne così a relegare anche la religione nell'ordine delle cose umane, come complesso di credenze appartenenti a epoche prescientifiche e a proporre di sostituirla o con la cosiddetta religione dell'umanità (v. COMTE) o con alcuni principi filosofici d'indole teistica (v. STUART). Verso la fine del sec. XIX i positivisti inclinarono però quasi laicismo (v.).
Il p. contemporaneo ha presentato ancora alcune tendenze distinte dalle precedenti, o «classiche», per effetto dei progressi delle scienze che si era obbligato ad accettare. Si ha così nel sec. XX il «p. relativistico» e il «neopositivismo» (v.).
Il «p. relativistico» deriva dalla VAIHINGER, HANS (v.) mediante assunzione della teoria della relatività fisica nelle dottrine gnoseologiche e moral
i. I suoi iniziatori (Joseph Petzoldt, Das Weltproblem vom Standpunkte des positivistischen Positivismus aus hist
krit. dargest., Lipsia 1906; Heinrich Gomperz, Weltanschauunglehre, Jena 1905-1908) relatività (v.) scientifica alla teoria delle sensazioni e dei sentimenti, nell'intento di ripristinare la filosofia da ogni assolutezza del dato e di ripristinare il soggettivismo protagoreo (Pathempirismus).Il neo-p. accetta la critica kantiana come constatazione e descrizione dei dati formali della conoscenza nell'ordine della sensibilità. L'universalità e la necessità delle cognizioni derivano dal non essere contraddette di fatto; esse cioè hanno valore intuitivo. I dati di fatto sono azioni oggettive percepite in rapporto con una reazione soggettiva (o sentimento), da cui deriva il «nome» o espressione di essi. Il dato soggiacente al «nome» si dice «portatore», e la scienza verifica se esso vi è o non vi è o si deve ancora trovare (se è «possibile»). Se il nome è privo di dato esso è astratto e dà luogo a verità di logica formale («tautologie»). Il sapere umano può così collegare e riordinare l'insieme delle conoscenze verificate, e delle espressioni coerenti, in sistemi non contraddetti e passare dall'uno all'altro per «traduzione» (fantasi logica); ma non può superare la soggettività del sentimento da cui parte per la constatazione dei dati. Viene quindi a mancare la possibilità razionale (non contraddicibile di fatto) Dio (v.) perché essa supererebbe la soggettività. Per una ulteriore esposizione V. NEOPOSITIVISMO.
Come si vede da queste due ultime manifestazioni, il p., nonostante la sua pretesa di accordare
la filosofia con la scienza oggettiva, non può andare oltre un riordinamento formale di un sistema temporaneo di verità empiriche e di espedienti metodici. Il suo apporto culturale è stato quello di accentuare il significato del «positivo» (posizione dell'individuo [v.] e del dato, determinazione del sentimento), di cui sono consci e l'idealismo e lo spiritualismo. V. anche: CONCETTO; CONOSCENZA; EMPIRISMO; INDUZIONE; LOGICA; NOMINALISMO; UNIVERSALI.