POSTULATO

POSTULATO. - Dal lat. postulare (richiedere; gr. αἰτησίω), proposizione (v.) che dimostrazione (v.) e la cui affermazione è necessaria per la dimostrazione di altre verità.

Secondo Aristotele (Anal. post., I, cap. 10, 76 b), p. è quella proposizione che il dimostrante chiede al di-

scente di ammettere, quando il discente o non ha nessuna opinione in proposito o ha addirittura un'opinione contraria al p. stesso. Di qui la definizione dei p. come τὸ ὑπενεργῶ τοῦ μνηθοσύνης τῇ 80% Assioma (v.) è invece una proposizione di cui tutti ammettono la verità. Negli Elementi di Euclide si distinguono pure i p. dalle « nozioni comuni » (le nozioni comuni di Euclide equivalgono agli assiomi di Aristotele), perché i p. « porgono alcune costruzioni elementari onde risulta l'esistenza di figure soddisfacenti a certe condizioni » (F. Enriquez, s. V. ENOCH. Ital., XXVIII, pp. 99-100; cf. Brunschvicg, V. BIBLICA., p. 91).

Kant parla di p. in due significati diversi. Nella Critica della ragione pura sono detti « p. del pensiero empirico » certi principi dell'intelletto, quelli che applicano le categorie della modalità, ed enunciano che: « 1) Ciò che corrisponde alle condizioni formali dell'esperienza... è possibile. 2) Ciò che è connesso con le condizioni materiali della conoscenza è reale. 3) Ciò che è connesso con il reale secondo condizioni universali dell'esperienza è necessario » (Kritik d. V. Vernunft, ed. dell'Accad. Pruss., Berlino 1902, A. 218, B. 265-66). Più avanti (A. 232-35, B. 285-87) Kant spiega che non ha qui assunto il termine p. nel senso di proposizione ammessa senza giustificazione, ma nel senso di proposizione che assegna un carattere all'oggetto considerato solo nel modo in cui si presenta alla facoltà conoscitiva. E questo, aggiunge, è il senso che il termine p. ha nella matematica dove indica una proposizione con la quale ci diamo un oggetto e lo costruiamo (ovrengen [A. 234, B. 287]). Nella Critica della ragion pratica sono detti p. le affermazioni connesse necessariamente con la legge morale. Esse sono: la libertà, l'esistenza di Dio e l'immortalità dell'anima (ibid., p. 132). Mentre i p. della matematica hanno una certezza apodittica, e postulano « la possibilità di un'azione il cui oggetto è stato riconosciuto possibile a priori, teoricamente con assoluta certezza », ossia costruiscono un oggetto secondo le leggi dell'intelletto puro, i p. della ragion pratica « postulano la possibilità di un oggetto (Dio e l'immortalità) in base a leggi pratiche apodittiche » (ibid., p. 11, nota); ossia affermano certe realtà come condizioni necessarie affinché l'attività morale - che è comandata categoricamente dalla ragione - abbia un significato.

BIBL.: L. Brunschvicg, Les étapes de la philosophie mathématique, 3e ed., Parigi 1947, pp. 89-98. Per il vario significato del termine nei diversi autori cf. R. Eisler, s. V. in Wörterbuch d. philos. Begriffe, II, 4e ed., Berlino 1920, pp. 477-79.

Sofia Vanni Rovighi

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“POSTULATO.” Enciclopedia Cattolica, vol. IX (1952), p. 1098. Azione Romana digital edition, https://azioneromana.com/it/article/postulato.