POSSIBILITÀ. - In senso logico possibile è ciò che, una volta posto, non ha una conseguenza assurda; è ciò che può essere e non essere, a cui corrisponde nell'ordine ontologico il « contingente »; in questo senso logico il possibile costituisce la sfera della problematica e corrisponde alla « topica » di Aristotele (cf. Met., VIII, 3, 1047 a 24 sgg.). In senso reale p. indica la capacità o potenza degli esseri che si rapporta al proprio atto, ma questo è un senso definito rispetto a quello originario che abbraccia tutto l'essere.
La p. può essere esterna e interna. La « p. esterna » o relativa (possibilitas extrinseca) si rapporta all'esistenza o realizzazione in atto delle cose e riposa quindi sul principio di causalità: essa connota la potenza attiva o energia produttiva di un essere che è detto precisamente « causa » rispetto a ciò che esso può produrre (gli effetti). L'essenza di Dio, in quanto è creatore, è fonte di realtà a tutti gli esseri e di causalità per ciascuno secondo la propria natura (s. Tommaso, De Potentia, q. 1, a. 1, ad 5). La « p. interna », o in senso assoluto, si rapporta invece all'essenza propria di ciascuna cosa e indica la compatibilità dei principi dell'essenza ovvero la non-contraddittorietà della loro sintesi (Sum. Theol., 1°, q. 25, a. 3). Questa p. è detta anche « p. oggettiva » e costituisce l'essenza propria delle cose il cui ultimo fondamento è la stessa essenza divina in quanto è diversamente imitabile dalle cose; data l'infinità della divina essenza anche i possibili sono infiniti di numero perché Dio resta inesauribile rispetto alla realtà finita (s. Tommaso, De Verit., q. 3, a. 2; cf. Sum. Theol., 1°, q. 45, a. 3). Sudre identifica realmente la p. con la « potenza » e nega perciò la distinzione reale di essenza e atto di essere nelle creature.
Nel pensiero attuale, N. Hartmann trova contraddittoria la separazione netta che Aristotele fa tra potenza e atto a cui sostituisce una teoria del possibile, che concepisce non come qualcosa che sia solo una « condizione » (Zustand) dell'ente posta accanto a quella dell'essere reale
ma come un momento modale contenuto e presupposto nel reale: come già dissero i Megarici, criticati a torto da Aristotele (Met., IX, 3, 1046 b 29), il « puro possibile » è un nonsenso; possibile è soltanto ciò che è reale (N. Hartmann, Möglichkeit und Wirklichkeit, Berlino 1938, p. 13 sg.). Allora si può dire che « nel reale il possibile è egualmente attuale, per cui si può anche affermare che ogni possibile reale è egualmente necessario e ciò che è realmente possibile è anche realmente necessario » (op. cit., p. 126). In questa prospettiva che colloca il possibile all'interno del reale non c'è alcun passaggio a un Assoluto che sia principio del possibile e del reale, ma l'essere finito si risolve nei suoi rapporti interni.