PREDICABILI. — Il termine (gr. κατηγορούμενα, donde anche, in ital., «categorì») significa «ciò che può esser predicato» di un altro. Con senso tec- nico in logica p. sono i «modi di predicabilità», ossia i rapporti generali che i predicati assumono verso i soggetti. Nel realismo aristotelico la realtà, con- cepita come grado essenziale di essere, aperto, nel divenire, a ulteriori modi e forme (accidenti), fonda un'appartenenza ontologica diversa delle proprie determinazioni. I p. indicano, espresso in rapporto logico generale, il grado e il modo di appartenenza di tutte le determinazioni possibili del reale.
Aristotele (Topica, I, 4 [5]) distingue tre classi di predicati: il genere, il proprio, l'accidente «πᾶσα δὲ πρότασις...» γένος ἢ ἔδωσις ἢ συμβεβηκός δελτὶ».
Il « proprio » poi si sdoppia in d'oro (non indicativo dell'essenza) e ζεός (definizione, essenza, specie). La « differenza » (διαφορά) è da Aristotele nel passo citato unita al genere, ma altrove (Top., IV, cap. 6, 128 a 21 sgg.) egli ne afferma la distinzione. La esplicita classificazione in cinque p., genere, differenza, specie, proprietà, accidente, è di Porfirio (Isagoge, cap. 1); la stessa diviene poi comune alla scolastica: « omne quod de pluribus univoce praedicatur, vel est genus, vel species, vel differentia, vel accidens, vel proprium » (C. Gent., I, 32). Occorre riconoscere il fondamento in quanto un predicato o indica determinatamente e adeguatamente la natura specifica del soggetto (ζεός, species), o la esprime inadeguatamente e indeterminatamente (γένος, genus), o ne indica la nota essenziale distintiva (διαφορά, differentia), o un attributo necessario e quindi derivabile dall'essenza (δόξα, proprium), o infine un attributo contingente e variabile (συμβασιάς, accidens; cf. Aristotele, Top., I, 6 [8]). È chiaro che la classificazione aristotelico-porfiriana, se, fenomenologica-mente, può essere accolta anche da altri indirizzi, quanto alla sua derivazione e giustificazione ontologica è in funzione di una concezione sostanzialistico-pluralistica del reale. Essa quindi non fenomenismo (v.), dove la struttura sostanziale della realtà è negata, MONISMO (v.), che risolve la molteplicità degli esseri in una sola sostanza o principio (v.). In Kant p. sono concetti puri dell'intelletto derivabili immediatamente dalle categorie (p. es., « azione e passione » dalla causalità: cf. Kritik d. r. Vernunft, Transend. Anal., I, 1, cap. 1, sez. 3, § 10; trad. II. di G. Gentile, I, Bari 1940, pp. 113-14).
Il genere è « ciò che si predica essenzialmente (ἐν τοῖς ἐστιν) dei molti, differenti quanto alla specie » (Aristotele, Top., I, 4 [5], 102 a 31). È quindi predicato essenziale indeterminato, tale cioè che, pur ritrovandosi in tutti gli individui di una classe, si estende oltre di essa, p. es., « animale » detto dell'uomo. Va notato che il genere può essere preso o in senso « preci-sivo », escludente ogni ulteriore determinazione specifica (considerazione puramente astratta), o in senso « potenziale » senza esclusione delle sue ulteriori possibili determinazioni. È in questo secondo senso che il genere si predica della specie e dell'individuo: « l'uomo è un vivente » non esclude « quale » determinato vivente egli sia, anzi nella concretezza della proposizione implicitamente lo inchide. Perciò, secondo s. Tommaso, il genere si predica non come parte, ma come un tutto potenziale, in quanto « implicite in sua significazione, quamvis indistincte, totum di quod determinate est in specie dicit » (De ente et essentia, cap. 3; cf. C. Gent., I, 26). Poiché nella struttura logica della realtà sono determinabili piani essenziali diversi, i generi in cui può collocarsi un soggetto sono molteplici (p. es., l'uomo è vivente, animale, vertebrato, ecc.). Genere « prossimo », in rapporto a una data specie, è quello immediatamente costitutivo di essa. Va comunque osservato che la distinzione dei gradi o piani metafisici è giustamente ritenuta dal tosimio (cf. ibid.; In VII Met., lect. 12, n. 1564; Sum. Theol., 1, q. 76, a. 3 ad 4) come puramente logica o formale-astratta: dal punto di vista ontologico ogni natura o grado di essere è unità e concretezza, anche se, per la sua composizione reale, fonda oggettivamente il frazionamento noticio in una scala di concetti distinti.
La differenza è il predicato essenziale distintivo: indica pertanto l'elemento specificamente costitutivo e caratteristico di una data natura, p. es., la « razionalità » nell'uomo. La differenza è dunque, in senso proprio, specifica (speciem-faciens, ἐδόξας; Arist., Top., VI, cap. 6, 143 b 8). Tuttavia in Aristotele il concetto è ancora oscillante (cf. ibid., IV, cap. 6; Met., V, 9, 1018 a 12); e del resto anche nella logica posteriore è accettata la distinzione della differenza in « specifica » e « generica » (non costitutiva, questa, della specie, in quanto determina un genere remoto, p. es., « mortale » detto dell'uomo). Anzi, con Porfirio la scolastica accetta la distinzione della differenza in propriissimam, propriam, communem (quest'ultima puramente accidentale: cf. Sum. Theol., 1, 2, 2, q. 72, a. 5 c.; In Met., V, lect. 12, n. 916 sgg.). La differenza nell'ambito della stessa specie (differenza individuale) era dagli scolastici detta differenza « numerica ». Il termine è inesatto, in quanto ogni individuo realizza una diversa « perfezione » e concretizzazione della specie e pertanto è costituito nella sua individualità per una differenza ontologica non semplicemente quantitativo-numerica. Va notato che « differenza » non è la stessa cosa che « diversità »; poiché, mentre questa ne prescinde, la differenza importa sempre una comunanza nel genere: « Differens omne est diversum sed non convertitur » (Tommaso, In Met., loc. cit.; cf. Sum. Theol., 1, q. 3, a. 8 ad 3 e q. 90, a. 1 ad 3; C. Gent., I, 17).
La specie è il predicato essenziale completo, detto dei molti differenti quanto al numero (Porfirio, Isagoge, cap. 2). Esprime pertanto il « grado ontologico », l'« essenza » e anche la « classe » del soggetto. Poiché il grado specifico di un essere si definisce appunto quale determinazione del genere, « le specie [e quindi la definizione] risultano dal genere e dalle differenze »: Ἐκ γὰρ τοῖς γέννοις καὶ τῶν δικαιοφόντων τὰ εἶδον (Met., X, 7, 1057 b 7). Il rapporto della specie al genere (e analogamente dell'individuo alla specie) è, secondo Aristotele e s. Tommaso, un rapporto di partecipazione (v. cf. Arist., Topica, IV, 1, 121 a 12 sgg; s. Tommaso, In Boeth. De hebdom., lect. 2; C. Gent., I, 32, amplius 2). È evidente la derivazione da Platone dove τοῖς δὲ la forma reale-ideale, imitata e partecipata dalla realtà individuale empirica (v. IDEA). Identificato con quello di « classe » il concetto di specie perde del suo contenuto ontologico, in quanto la « classe » può essere sufficientemente qualificata da caratteri comuni e costanti, anche se non essenziali, p. es., talora le specie o « classi » biologiche.
Il proprio indica un predicato necessariamente non-essenzialmente, e causatum ex principiis essentialibus speciei (s. Tommaso, De spiritualibus creat., a. 11, c.; cf. Aristotele, Top., I, 5, 102 a 31) p. es.: « l'uomo è capace di linguaggio articolato espresso ». In senso ristretto il proprio è quindi un carattere costante di tutta una specie e soltanto di quella. Ma già da Porfirio (Isagoge, cap. 4; cf. Aristotele, Top., V, 1) « proprio » è inteso in sensi diversi: ciò che appartiene a una sola specie ma non a tutta; b) a tutta una specie ma non soltanto a quella; c) a tutta e sola una specie ma non costantemente; d) a tutta una specie, solo a quella e sempre (omni, soli, semper). Nelle scienze fisiche e in storia naturale il concetto di proprietà è preso promiscuamente in uno o nell'altro dei sensi indicati.
L'accidente è il predicato contingente o variabile, ossia « che può esserci e non esserci senza corruzione del soggetto » (Porfirio, Isagoge, cap. 5; cf. Aristotele, Top., I, 5 e 9; Met., IV, 30, 1025 a 14, 31), in quanto « non causatur ex principiis essentialibus speciei, sed accidit individuo » (s. Tommaso, De spiritual. creat., a. 11, c.). Per lo più, ma non necessariamente (ibid.; cf. J. Stuart Mill, System of logic, I, 1, cap. 7) l'accidente indica un carattere separabile dall'individuo. Va notato che l'accidente predicabile è altra cosa dall'accidente in senso metafisico. Questo è definito in rapporto alla sostanza come determinazione (cui non appartiene sussistere in sé) dell'essere sussistente. Anche ciò che dal punto di vista della predicabilità o appartenenza logica è proprio, può essere, dal punto di vista metafisico, « accidente », p. es., la libertà rispetto alla sostanza spirituale. L'accidente in senso metafisico può inoltre assumere le determinazioni di genere e specie: cf. i nove generi CATEGORIA (v.).
La dottrina aristotelico-scolastica dei p. ha, s'è detto, fondamento oggettivo nell'esperienza che attesta la pluralità dei gradi dell'essere e la varia immediatazza ontologica delle loro determinazioni. Essa non va tuttavia esente
1919
PREDICABILI — PREFAZIO
da limiti e incertezze. È, p. es., fondato il rilievo di J. MELLO (v.) che il genere può anche costituirsi per nozioni non essenziali: p. es., il genere « bipede » include anche la specie biologica « uomo » (cf. System of logic, I, 7). Quanto alla differenza specifica, essa può variare secondo il tipo di classificazione che si intende: dal naturalista, p. es., la « differenza » della specie umana è cercata in una direzione diversa dalla « rationalità » (nei caratteri sottoposti, morfologici, fisiologici). Il concetto stesso di predica è essenziale: è (già nello stesso Aristotele) incerto. Esso infatti può comprendere: a) le note fondamentali di un concetto da cui derivano tutte le altre; b) le note con quelle necessariamente connesse; c) le molteplici relazioni essenziali di quel concetto. Non è pertanto agevole la distinzione di ciò che è « essenziale » o « specifico » in senso stretto e di ciò che è « proprio ». « Essenza », « specie » talora, più che concetto a contenuto ontologico unitario, è la risultante di un insieme di caratteri distintivi o « proprietà ». Se, inoltre, la classificazione serve abbastanza bene per alcune fondamentali divisioni degli enti naturali (corpi, piante, animali, uomo), dove la determinazione logica procede per grandi differenze, essa si mostra inadeguata per le più concrete determinazioni della realtà (è pressoché impossibile determinare la « differenza » nelle specie e sottospecie minerali e biologiche). Essa è ugualmente inadeguata per le entità artificiali o logico-mentali (« essenza » per oggetti artificiali è concetto analogico, e pertanto non ogni predicato « specifico » è sempre in senso stretto, essenziale). La classificazione trova ancora più difficile applicazione ove non si tratti di qualificare sostanze, ma fatti, attività, fenomeni, quali, p. es., il « movimento », l’« energia », la « massa », l’« elettricità », la « luce » ecc. (che hanno così gran parte nella costituzione ed esplicazione della realtà materiale), oppure l’« istinto », il « bisogno », l’« atto libero » (fondamentali nella realtà biologico-spirituale).
I. p. aristotelico-scolastici vanno quindi intesi con senso di semplice approssimazione logica alla complessità struttura e articolazione del reale.