PRINCIPIO

PRINCIPIO. - Da primum-capere (caput) è ciò che vien primo, l'origine, l'inizio (initium, exordium, origo); corrisponde al greco ἀρχή: cominciamento, inizio. Dall'immediato significato etimologico è derivato quello figurato: p. come ciò che è fondamentale, essenziale, principale (principe). Con questo significato (il riferimento temporale è divenuto, fuori del linguaggio corrente, secondario) il termine ha avuto ampio uso nella storia del pensiero.

Nei filosofi ionici problema essenziale è la determinazione dell'ἀρχὴ τῆς φύσεως, ἀρχὴ πάντων (Aristotele, Met., I, 3 sgg.), ossia della realtà «primordiale» (senso temporale) che sta a «fondamento» (significato ideale) degli esseri corporei. In Aristotele il termine assume importanti e più determinate applicazioni logico-metafisiche. «Appartiene a ogni p. esser quel primo (τὸ πρῶτον) per cui una cosa è o diviene o è conosciuta... Sono quindi p. la natura, gli elementi, il pensiero, la deliberazione, la sostanza, il fine» (op. cit., V, 1; e s. Tommaso in hunc locum; cf. Aristotele, Phys., I, 5, 188 a 27: «oportet enim principia nec ex se invicem esse, nec ex aliis, et ex ipsis esse omnia»). Di conseguenza tutte le cause sono p.: πάντα γὰρ τὰ αἴτου ἀρχαί: Met., loc. cit.). Aristotele svolge in particolare la dottrina dei p. logici: «p. della dimostrazione è la proposizione immediata, quella cioè che non deriva da altra proposizione, ὃς μὴ ἄστιν ἄλλη προτέρα (Anal. post., I, 2, 72 a 7). I p. immediati della dimostrazione (assimi, τὰ πρότερα, ἄμεσα)» «stanno per sé ed è necessario che siano indomostrabili» (ibid., capp. 3 e 2). P. «fra tutti certissimo», di cui non è possibile la dimostrazione, contraddizione (v.): «è impossibile che una stessa cosa insieme convenga e non convenga alla stessa cosa». A tale p. si riporta, in fine, ogni dimostrazione: «è infatti esso, di natura sua (φύσει) il p. di tutti gli altri assiomi» (Met., IV, 3, 1005 b 19, 32; cf. ibid., 4, e Sum. Theol., 1°-2°, q. 94, a. 2: «Super hoc principium omnia alia fundantur»). Nell'ordine ontologico sono p. o momenti costitutivi della realtà corporea la materia e la forma (Aristotele, Phys., I, 7 sgg., V. ILB-

MORFISMO); e p. supremo del divenire, « da cui dipende il cielo e la natura », è l'atto « puro », « per se stesso », Dio (Met., XII, capp. 6-7, 9).

Dalla scolastica il termine è ripreso con la ricchezza dei riferimenti aristotelici (definizione in Sum. Theol., 1°, q. 33, a. 1 c.). Viene inoltre precisata, in rapporto al mistero trinitario, la distinzione (incerta in Aristotele) fra causa e p. mentre la causa implica sempre, nell'effetto, un rapporto di reale dipendenza nell'essere (« causa est per se influens esse in aliud »), p. può anche indicare un semplice rapporto di origine-conseguenza (cf. s. Tommasso, De potentia, q. 10, a. 1 ad 10; Sum. Theol., 1°, q. 27).

Nella filosofia moderna, mentre sono stati abbandonati, insieme con le dottrine cui si ispiravano, alcuni riferimenti tradizionali, l'uso del termine si è ancora esteso. Si possono distinguere i seguenti significati principali:

a) p. in senso logico. deduzione (v.) dimostrazione (v.). In un determinato ordine o sistema è indimostrato e indimostrabile: p. primo, immediato. Ma vien preso talora in senso più ampio, come premessa anche non immediata. Oltre l'indicata distinzione (p. immediato-mediato) il p. è universale, se si riferisce all'ordine trascendentale della realtà e quindi vale per ogni campo del sapere (p. es., p. di identità, contraddizione, terzo escluso); particolare o proprio, se è limitato a un determinato campo del reale (p. es., i p. delle matematiche). È razionale, se conoscibile non solo dall'esperienza, ma anche razionalmente (a priori) per intuizione e analisi dei puri concetti o valori del pensiero; empirico, ESPERIENZA (v.). In opposizione agli indirizzi positivistici che ritengono ogni p. esclusivamente fondato e commisurato all'esperienza, o dovuto a una libera scelta per scopi o interessi pratici, va ritenuto che i p. razionali sono frutto di una intuizione intellettiva: sempre rapportati all'esperienza quanto al reale contenuto dei loro termini (soggetto e predicato), dipendono, nel loro significato formale (rapporto di appartenenza dei termini, affermazione-negazione) dalla originaria percezione intellettiva dell'essere e dei suoi valori. Il p. è infine puramente esplicativo o analitico, se in esso il predicato non aggiunge alcunché al soggetto; sintetico, se il predicato (sia a priori che a posteriori) è additivo di una determinazione non formalmente contenuta nel soggetto (cf. E. Kant, Kritik der reinen Vernunft. Transzend. Logik, l. II, cap. 2).

b) P. in senso gnoscologico: indica conoscenza (v.) si ritiene come per sé evidente e vero, e pertanto come fondamento di un sistema critico del conoscere. Secondo i vari indirizzi tale p. è talora riposto o in un dato immediato di esperienza (autocoscienza, sensazione, esperienza morale, ecc.) o in un p. logico-metafisico-astratto.

c) P. in senso reale-ontologico. È un ente o realtà da cui dipende un'altra realtà. causa (v.) è p. in questo senso: p. estrinseco, la causa efficiente e finale, p. intrinseco, ossia costitutivo della realtà stessa, la causa materiale e formale. Nel pensiero cristiano Dio è p. efficiente-trascendente, e pertanto non costitutivo, di tutta la realtà. monismo (v.) ASSOLUTO (v.) è p. immanente, e quindi anche costitutivo, del finito. I p. intrinseco-ontologici, più che « realtà », vanno intesi come « momenti » metafisici della realtà (principia « ut quibus »). Nel tomismo unica realtà semplicissima, senza composizione alcuna di p. costitutivi, è Dio; ogni ente finito importa invece composizione di p. metafisici (attopotenza, essenza-essere, materia-forma, sostanza-accidenti).

d) P. come « massima ». Indica le generali regole direttive dell'azione, espresse in giudizi di valore: p. estetici, etici, giuridici, politici, religiosi, ecc. « Intellectus principiorum » (nel campo etico « sinderesi », [v.]) è detta da s. Tommaso la naturale attitudine e disposizione della mente a formulare i primi p. speculativo-pratici (Sum. Theol., 1°, q. 79, a. 12; cf. 1°-2°, q. 51, a. 1, e In Ethic. ad Nicom., l. VI, lect. 5°, n. 1178-79).

e) P. in senso psicologico. È la sorgente o causa delle attività psichiche: persona (v.) come « principium quod » o soggetto di attribuzione dell'azione; la natura, l'anima, facoltà (v.) come « principium quo » o radice e condizione ontologica determinante l'azione.

f) P. come legge o ipotesi generale esplicativa (o regole direttivo-metodica di ricerca) dei fatti e fenomeni della natura, p. es.: p. della conservazione dell'energia, p. d'inerzia, p. di indeterminazione, ecc.

g) In senso generale, p. è ciò che fonda, che spiega, che dà ragione di una realtà, di un fatto, p. es.: p. vitale, p. INDIVIDUALISMO (v.). Detto di una scienza, di un sistema, di una dottrina, p. vale elemento o verità fondamentale di essa (cf. Cartesio, Principia philosophiae; Berkeley, Principles of human knowledge, ecc.).

Con significato tecnico, nell'idealismo trascendentale fichtiano il p. assolutamente primo esprime « quell'atto, che non si presenta né può presentarsi, tra le determinazioni empiriche della nostra coscienza, ma, piuttosto, sta a base di ogni coscienza e, solo, la rende possibile ». Tale p. è da Fichte riposto nell'Io come autoposizione assoluta (Wissenschaftslehre, parte 1°, § 1; trad. II. di A. Tilgher, 2° ed., Bari 1925, p. 51 agg.).

BIBL.: per indicazioni generali v., oltre le opere citate, R. Eisler, Wörterbuch der philol. Begriffe, II, 4° ed., Berlino 1929, pp. 493-97; A. Lalande, Vocab. techn. et critique de la philos., 5° ed., Parigi 1947, pp. 807-11; V. BIBLICA. delle voci CONOSCENZA; LOGICA; GIUDIZIO. In particolare, G. Calogero, I fondamenti della logica aristotelica, I, cap. 3, Firenze 1927, pp. 42-90 (sui p. logici); L. Fuetscher, Die ersten Seins- und Denkprinzipien, Innsbruck 1930; A. Guzzo, L'io e la ragione, parte 3°, cap. 6, Brescia 1947, pp. 181-95. Ugo Viglino
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“PRINCIPIO.” Enciclopedia Cattolica, vol. X (1953), p. 42. Azione Romana digital edition, https://azioneromana.com/it/article/principio.