PERSONA

PERSONA. - Indica la dignità della natura spirituale sussistente: «Persona significat id quod est perfectissimum in tota natura, scilicet subsistens in rationali natura» (Sum. Theol., 1ª, q. 29, a. 3). In greco, come ricorda Boezio, era la «maschera» che gli attori portavano sul volto (προσωπον) nel rappresentare i personaggi scenici; il termine latino p. «dicta est a personando, quia concavitate ipsa maior necesse est ut volvatur sonus» (Boezio, *De duabus naturis*, cap. 3: PL 64, 1344). È tradizionale nella teologia latina la definizione dello stesso Boezio: «P. est rationalis naturae individua substantia» (PL 64, 1343). Meno nota è l'altra ricordata da S. Tommaso (Sum. Theol., 1ª, q. 29, a. 3 ad 2): «P. est hypostasis proprietate distincta ad dignitatem pertinente», che è di Alano di Lilla ([v.]; cfr. *Theologica regulae*, § 32: PL 210, 637). IPOSTASI (v.) è la natura individua completa, la p. è l'ipostasi razionale: «Ideo omne individuum rationalis naturae dicitur persona» (Sum. Theol., 1ª, q. 29, a. 3 ad 2). In senso rigoroso quindi, dal punto di

vista metafisico, p. aggiunge ad ipostasi soltanto la qualifica di onore della natura razionale e non un nuovo principio ontologico costitutivo (cf. ibid., ad 1). Il concetto di p. pertanto nel suo contenuto metafisico coincide con quello di ipostasi o sussistenza (hoc aliquid, 5082: Aristotele, Met., VII, 13, 1038 b 24) e si distingue dalla «natura» (v.) sia universale come individuale in quanto questa nelle creature è bensì il costitutivo fondamentale degli esseri, ma non è ancora per sé sussistente: per sussistere la natura singolare ha bisogno degli accidenti e dell’atto di essere.

Perciò la natura umana in Cristo è bensì singolare ma non è p. in quanto precisamente è assunta e sussiste nella p. divina del Verbo; invece nel mistero della S.Trinità (v.) l’unica e identica natura sussiste in tre divine Persone che si distinguono mediante l’opposizione delle relazioni. Le eresie controverse sui dogmi della Trinità e dell’Incarnazione hanno avuto origine dall’incerta determinazione del significato e dei rispettivi rapporti fra «natura», «sostanza», «ipostasi» e p., anche perché i termini greci non hanno sempre una corrispondenza adeguata nella lingua latina secondo il saggio ammonimento di s. Tommaso (cf. Contra errores Graecorum, Proemium).

Soltanto con il cristianesimo, che attribuisce all’libertà (v.) cioè la facoltà di scegliere il suo ultimo fine (v.) e quindi la piena responsabilità delle sue azioni, il concetto di p. ottiene l’ultima sua esigenza del «dominio» che lo spirito ha sui corpi (Sum. Theol., 1, q. 39, a. 1). L’uomo nel mondo greco soggiunge alle leggi del «fato» (εἰμαι μήν) e della «necessità» (ἐνάγκη) che gli stessi dèi non possono mutare: la «provvidenza» (πρόνοια) a cui ricorre l’ultima filosofia greca (stoici, neoplatonici) necessità (v.) ma unicamente esegue il piano del destino di ciascuno (cf. W. Chase Greene, Moira, Fate, Good and Evil in Greek thought, Cambridge 1944, pp. 313, 317).

Alcuni fra i neoscolastici hanno preteso d’introdurre un’individuo (v.) e p. in quanto l’individuo riguarda l’aspetto materiale del singolo con i suoi istinti animali ed egoistici, mentre la p. esprime la vita superiore nel rapporto che il singolo ha verso Dio e la società (Maritain, Garrigou-Lagrange, Gillet, Delos). Tuttavia sul piano metafisico deve restare salda l’unità dell’ente e il principio (caratteristico del tomismo) che la medesima anima spirituale, come forma sostanziale del corpo, è la fonte nell’uomo di ogni atto e perfezione, non solo nella sfera intellettiva ma anche sensitiva e biologica (v. anima, a. 11, c). È del punto di vista funzionale soltanto, non ontologico stretto, che l’anima umana trascende il corpo (v. de spirit. creat., a. 2 ad 2) e in questo senso s. Tommaso difende, platonismo (v.), che la perfezione dell’uomo esige il corpo, e quindi l’individualità corporea ha un valore costitutivo e positivo (loc. cit., a. 2, ad 5).

Questa distinzione e opposizione ontologica d’individuo e p. ottiene invece il favore dell’idealismo trascendente, specialmente hegeliano, secondo il quale il «signo» è l’immediatezza dell’apparenza che deve «svanire» o «togliersi», mediante la mediazione, nella personalità assoluta dell’idea o Spirito universale: per Hegel il singolo è una «forma del male» (cf. Grundlinien der Philosophie des Rechts, § 139: ed. E. Gans, Berlino 1840, p. 179, sgg.). L’unica p., soggetto del diritto, è lo Stato. La reazione dell’esistenzialismo (v.) ha il preciso intento di riprendere la nozione di p. come individuo spirituale, soggetto primario di libertà, contro la vanificazione idealista: KIERKEGAARD, SOEREN AABYE (v.) in particolare il «signo» è la «categoria cristiana per eccellenza, con la quale sta a cedere la causa del cristianesimo» (cf. Diario, trad. it., I, Brescia 1948, pp. 343, 392 sgg.). La dialettica della p., intesa come comunicazione del rapporto «io-tu», è presente anche nella polemica antieugeliana di Feuerbach (cf. Grundsätze der Philosophie der Zukunft, 62: «Die wahre Dialektik ist kein Monolog...», sie ist ein Dialog zwischen Ich und Du»; ed. Bohlin-Jodl, II, Stoccarda 1904, p. 319), ma è stata particolarmente sviluppata in senso fenomenologico da Max Scheler (Natur und Wesen der Sympathie, 5a ed., Francoforte s. M. 1948, specialmente p. 252 sgg.) e in senso teologico da M. Buber (Ich und Du, in Dialogisches Leben, Zurigo 1947, p. 13 sgg.). personalismo (v.) sociale cristiano di E. Mounier (v.) la p. è caratterizzata dalla trascendenza ch’essa ha sulle sue condizioni empiriche e dalla soggettiva che, quale creatura, deve a Dio come realtà infinita che la trascende (E. Mounier, Liberté sous conditions, Parigi 1946, p. 66 sgg.).

Nell’esistenzialismo di sinistra o neutrale la dimensione ontologica della p. è invece piegata all’orientamento generico verso l’essere stesso (Sein selbst: Heidegger) o verso l’essere tutto-abbracchiatore (Das Umgreifende: Jaspers) o spezzata senz’altro nell’antitesi del «soggetto» e dell’altro (en soi e pour soi, autrui: Sartre): a questo modo l’esistenzialismo rinuncia alla sua istanza metafisica più consistente contro l’idealismo (cf. F. J. von Rintelen, Philosophie der Endlichkeit, Meinesheim-Glan 1951, p. 416).

Dalla nozione di p. dipendono il senso e la struttura dei problemi della vita spirituale, dell’etica e della politica, di modo che tale nozione non è tanto un punto di arrivo della riflessione filosofica, quanto il criterio e il riferimento necessario secondo il quale ogni filosofia mette alla prova la sua validità.

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