NECESSITÀ

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NECESSITÀ. -

I. Filosofia

Dicesi di tutto ciò che in qualche ordine (ontologico, fisico, logico e morale) «non può essere altrimenti» (το μὴ ἐνδεδυμένον ἄλλως ἔχειν ἀναγκαῖον φύσει οὕτως ἔχειν: Met., IV, 5, 1015 a 34; cf. Post. Anal., II, 33, 38 b 30). La n. perciò esprime una «modalità» dell'essere, del pensare e dell'agire a cui in generale si oppone ciò ch'è in sé contingente, problematico, libero, ovvero ciò che in sé resta indeterminato.

C'è anzitutto una n. metafisica o necessità di essere come tale ch'è l'immutabilità nel possesso dell'essere. Nel campo dei possibili è la n. delle essenze come appartenenza indivisibile e indissolubile dei principi che le costituiscono nel proprio grado di essere. Nel campo della realtà la n. metafisica è l'impossibilità di qualcosa a non

esistere e costituisce il grado più perfetto del reale a cui si contingenza (v.); essa appartiene in proprio agli esseri spirituali in quanto la immaterialità assoluta dell’essenza (v.) li sottrae ad ogni principio di corruzione e quindi di perdita dell’essere. La n. metafisica nel senso perfetto appartiene a Dio ch’è l’Atto puro, Essere per essenza. Tuttavia s. Tommaso sostiene che anche le creature spirituali godono di una n. metafisica assoluta benché creata: «Sunt enim quaedam in rebus creatis, quae simpliciter et absolute necesse est esse in quibus non est possibilitas ad non esse... Illae res in quibus non est materia, non habent potentiam ad non esse: eas igitur absolute et simpliciter necesse est esse» (C. Gent., II, 30; cf. Aristotele, Met., V, 5, 105 b 10). Su questa dottrina della n. metafisica partecipa si fonda l’istanza del «per se necessarium» che regge la terza via per dimostrare l’esistenza di Dio (Sum. Theol., 1a, q. 2, a. 3).

Inoltre la n. metafisica va riferita anche alle pro- prietà derivanti dalla forma dell’essere spirituale: l’immortalità, l’attività del pensiero, il libero arbitrio, la socialità, la moralità, la religiosità. In un senso ancor più generale è per n. metafisica che ogni potenza è specificata dal suo oggetto proprio: l’occhio dai colori e gli altri sensi dal proprio sensibile, l’appetito dal bene, l’intelletto dal vero (cf. Sum. Theol., 1a, q. 77, a. 3). Per il scontro c’è una n. metafisica negativa che proviene ai corpi da parte della materia, cioè la loro corruttibilità essendo essi composti di elementi contrari che tendono perciò a separarsi: per questo l’immortalità che sarà concessa al corpo umano alla risurrezione finale è considerata un dono divino preternaturale e supera ogni capacità dell’intelletto umano (ibid., suppl., 3a, q. 75, a. 3). La n. metafisica abbraccia perciò tutta la sfera dell’esistenza: «Necessitas absoluta competit rei secundum id quod est intimum et proximum ei: sive sit forma, sive materia sive ipsa rei essentia» (In V Met., lect. 6; ed. Cathala, Torino 1950, n. 833). Dalla causa finale pro- viene la n. del fine ultimo (v.) e del bene universale, ch’è l’oggetto della volontà, poiché il bene una volta conosciuto non può non essere amato: la n. del fine porta con sé la n. dei mezzi che sono indispensabili per il conseguimento del fine stesso (Sum. Theol., 1a-2a, q. 10, a. 1).

Come nella realtà la n. dell’essere è la consistenza assoluta che proviene dai principi stessi dell’essere, così nell’ambito del pensiero (n. logica) la n. è la «coerenza» o connessione assoluta fra i principi e le conclusioni. La n. logica pertanto compete anzitutto ai primi principi (di non contraddizione, d’identità, di terzo escluso, di tutto e parti...) detti «principia per se nota» in quanto la loro evidenza è immediata per ognuno che afferra il significato dei rispettivi termini (cf. Sum. Theol., 1a, q. 2, a. 1; Aristotele, Anal. Pr., I, 2, 25 a 1). conoscenza (v.) scienza (v.) come l’essenza alle sue proprietà e il fine ai mezzi, in quanto sono la causa della n. delle conclusioni: pertanto in senso rigoroso e n. compete al sillogismo apodittico che precisamente procede da principi necessari (Anal. Post., II, 6, 74 b 15 sgg.). In questo senso la conoscenza necessaria si oppone alla conoscenza contingente e a quella problematica o dialettica la quale lascia aperta una duplice opposta soluzione del problema stesso: «Il piacere, si deve o no desiderarlo? Il mondo è o non è eterno?» (Topica, I, 11, 104 b 1).

A fondamento di tutta la dottrina aristotelico- tomistica della n. sta il presupposto del realismo che la conoscenza rispecchia l’essere delle cose e la qualità del conoscere. La sintesi di soggetto e predicato nel giudizio è necessaria quando la connessione di sostanza e di proprietà è in natura parimente necessaria e chi pensa diversamente, osserva energicamente Aristotele, mentisce (Met., IX, 10, 1051 b 2 sgg.). A cui fa eco nel commento s. Tommaso: «Manifestum est quod dispositio rei est causa veritatis in opinione et oratione... Oportet veritatem et falsitatem quae est in opinione vel oratione reduci ad dispositionem rei sicut ad causam» (In IX Met., lect. 11, nn. 1897-98).

Per Aristotele quindi la distinzione di tre modi del conoscere: apodittico o necessario, contingente e problematico si rapporta a tre diversi modi insiti alla struttura delle cose stesse in cui consiste la verità ontologica fondamentale di cui la verità logica è l’espressione nel linguaggio e nella vita del pensiero (cf. De Interpr., 12, 21 a 34 sgg.). Similmente per s. Tommaso la n. nei processi del pensiero deriva dalle cose stesse che guidano il cammino della mente e reggono le sue affermazioni e negazioni in materia contingente o necessaria: «Non enim propter nostrum affirmare vel negare mutatur cursus rerum, ut sit aliquid vel non sit, quia veritas nostrae enunciationis non est causa exsistentiae rerum sed potius e converso» (In Periherm., lect. 14; ed. Leonina, 1, p. 65 b). Secondo Hegel invece «il giudizio del concetto ha a suo contenuto il concetto» (Encykl., § 178) e questo è il giudizio della n., cioè «dell’identità del contenuto nella sua distinzione» in modo che la distinzione dei giudizi (categorio, ipotetico e disgiuntivo) dipende dal diverso modo di realizzare tale identità nella forma unica della «totalità» (ibid., § 177). Il «sillogismo della n.» infine è per Hegel quello nel quale «ciascuno dei momenti si è mostrato come totalità dei momenti ovvero esprime la totalità ritornata in sé le cui differenze sono altresi questa totalità» (ibid., § 193). Ed Hegel coglie l’occasione per osservare ch’è in questa perfetta coincidenza di forma e contenuto che si può unicamente avere la dimostrazione dell’Assoluto intravista per la prima volta, sia pur imperfettamente, nel cosiddetto argomento ontologico di s. Anselmo il cui difetto è soltanto che l’identità di essenza e di esistenza nell’Assoluto viene presupposta, vale a dire è presa solo come unità in sé: difetto che resta anche in Cartesio e Spinoza e che verrà risolto soltanto, secondo Hegel, mediante la considerazione pensante o dialettica.

La n. è quindi la modalità principale dell’essere e del pensiero e la sua struttura teoretica è in funzione del diverso orientamento che nelle varie filosofie assume il rapporto fra l’essere e il pensiero.

Bibl.: A. Trendelenburg, Logische Untersuchungen, 2a ed., II, Lipsia 1862, p. 197 sgg.; F. Überweg, System der Logik und Gesch. der logischen Lehren, Bonn 1874, § 69, p. 168 sgg.; F. H. Bradley, Principles of logic, Londra 1883, p. 181 sgg.; C. Sigwart, Logik, 4a ed. a cura di H. Maier, Tubinga 1911, pp. 104 sgg., 239 sgg., 262 sgg.; H. W. B. Joseph, An introduction to logic, 2a ed., Oxford 1925, pp. 192 sgg., 410 sgg.; R. Eisler, Wörterb. d. phil. Begriffe, II, 4a ed., Berlino 1927, p. 259 sgg.; H. Lipps, Untersuchungen zu einer hermeneutischen Logik, Francforte s. M. 1938, § 10, p. 64 sgg., §§ 21-23, p. 121 sgg.; I. M. Le Blond, Logique et méthode chez Aristote, Parigi 1939, p. 84 sgg. V. LOGICA. Cornelio Fabro

II. TEOLOGIA: N. RELATIVA O IPOTETICA. Poiché diversa è la ragione per cui una cosa non può non essere, secondo che è fondata sulle cause intrinseche di essa (essenza), o sulle cause estrinseche (n. di conseguire il fine), deve essere conseguentemente parlare, oltre che della n. assoluta o metafisica (fondata sulle cause intrinseche della cosa), della n. relativa o ipotetica (dedotta dal fine da conseguire).

Quest’ultima è fisica, quando senza la cosa richiesta non si può in alcun modo raggiungere il fine. È morale, quando senza la cosa richiesta si potrebbe, assolutamente parlando, raggiungere il fine, ma di fatto, attese le difficoltà esterne ed interne, il fine rimane, praticamente, sempre o quasi sempre irraggiungibile. Nel primo caso si ha la n. morale triste dicta; nel secondo caso la n. morale late dicta.

Alla n. fisica, detta anche assoluta nell’ordine ipotetico in cui esiste (cf. Concilio Vaticano, sess. III, cap. 2 [Denz-U, 1786], e can. 3 [Denz-U, 1808]) corrisponde l’imponenza fisica, che sorge o dalla natura stessa della facoltà impari all’atto, p. es., la vista è fisicamente incapace a percepire i suoni; o dalla mancanza di qualche condizione esterna sine qua non per l’atto, p. es., senza la luce e la debita distanza la vista è fisicamente incapace a percepire i colori. Alla n. morale, da non confondere con la n. etica che dice conformità alla suprema regola dell’agire (v. MORALITÀ), corrisponde l'impotenza morale (v. INCOMODO), che si ha quando la facoltà, sebbene fisicamente capace di un tale atto e di un tale fine, tuttavia non lo raggiunge per impedimenti di solito insuperabili (cf. Sum. Theol., 1a, q. 82, a. 1). Così, quando si afferma che per una conveniente conoscenza della religione naturale è necessaria, al genere umano, di n. morale ipotetica, la Rivelazione, s'intende dire che tutti e singoli gli uomini normali hanno in sé la capacità fisica di conoscere il complesso delle dottrine e dei doveri religiosi di ordine naturale; però, di fatto, attese tutte le difficoltà e tutti gli ostacoli, la quasi totalità non conseguirà mai con le sole sue forze questa conoscenza; che è quanto dire: è moralmente incapace. Quando invece si dice che per conoscere le verità oggettivamente soprannaturali, p. es., i Misteri, o per compiere qualunque atto salutare, cioè meritorio della vita eterna, si richiede fisicamente, assolutamente, la Grazia come dono interno, s'intende dire che le facoltà naturali dell'uomo, intelletto e volontà, sono fisicamente incapaci a compiere tali atti di ordine soprannaturale, assolutamente trascendenti all'uomo, che perciò ha bisogno della Grazia, dono divino, che si inserisce nell'uomo come un nuovo principio di attività, che corrobora, purifica ed eleva le facoltà umane all'ordine soprannaturale (cf. Conc. Carth., can. 5 [Denz-U, 105], Conc. Araus. II, can. 6-7 [Denz-U, 170-80]; Conc. Trid., sess. VI, can. 1, 2, 3, [Denz-U, 81-1-3]).

Oltre la precedente distinzione tra n. morale fisica o assoluta, vi è quella tra n. di mezzo e n. di precetto, quando il fine da conseguire e specificamente la salvezza eterna. Una cosa dicesi necessaria di n. di mezzo, quando o per se stessa, o in virtù del piano divino, cioè per positiva ordinazione di Dio, è il solo mezzo per ottenere la vita eterna e gli aiuti necessari per conseguirla, di modo che la sua ommissione, anche involontaria, mette nell'impossibilità di salvarsi.

Nel primo caso una tale n. è assoluta, e, senza la cosa richiesta, il fine non si può in alcun modo raggiungere, non può cioè essere supplita da altra cosa. Così la fede, la Grazia santificante. Nel secondo caso invece la cosa richiesta è solo ipoteticamente necessaria, cioè è l'unico mezzo ordinario per la salvezza, e in caso di impossibilità può essere supplito da un mezzo straordinario: così il Battesimo di acqua, il Sacramento della Penitenza per i peccatori. Una cosa dicesi necessaria di n. di precetto, quando è richiesta per la salvezza, ma solo per un precetto divino, così che la sola ommissione gravemente colpevole di essa impedisce la salvezza, mai una ommissione incolpevole. Così la recezione dell'Estrema Unzione. Infine, come è chiaro, quelle cose che sono necessarie di n. di mezzo, lo sono anche di n. di precetto, poiché chi obbliga al fine obbliga anche ai mezzi necessari.

N. ha anche il significato di bisogno, cioè di mancanza delle cose necessarie alla vita. In questo senso essa ammette dei gradi: può essere estrema, grave, ordinaria; e secondo i vari gradi essa dà a colui che vi è soggetto diritti più o meno stretti all'assistenza dei suoi simili. N. ha infine il significato di costrizione, non fisica, esteriore, che allora prende il nome di coazione, ma di spinta, stimolo interiore. La n. è in questo caso considerata come una forza, alla quale non si può resistere, e che trascina inevitabilmente la volontà: si dice allora che uno agisce in stato di n.

V. FORZA MAGGIORE; LIBERTÀ.

BIBL.: C. Pesch, Praelect. dogmaticae, VI, De Sacramentis, Friburgo in Br. 1916, p. 190 ssgg.; G. van Noort, De Sacramentis, I, Hilversum 1927, p. 161 ssgg.; E. Amann, Nécessité, in DTHC, XI, coll. 55-56; P. Parente, Anthropologia supernaturalis, Roma 1943, p. 54 ssgg.