NEOREALISMO

NEOREALISMO. - Indirizzo filosofico-scientifico anglo-americano, che si inserisce nel movimento più vasto del «realismo» contemporaneo, diverso dal realismo classico della filosofia greca e medievale, di cui abbandona o nega il dualismo metafisico di soggetto ed oggetto; l'oggetto, pur riconosciuto reale indipendentemente dal soggetto, non è un'entità da esso diversa (monismo metafisico). Il n. si oppone pertanto all'idealismo e anche al pragmatismo e all'intuizionismo del Bergson che fa dell'oggetto un contenuto della coscienza soggettiva, empirica o trascendentale che sia. Ma tuttavia esso riduce, da un lato, la coscienza ad un evento fisico, cosa tra le cose (la coscienza è uno tra i tanti gruppi di relazioni esteriori tra gli enti reali) e dall'altro identifica l'oggettività del conoscere con la conoscenza scientifica, senza sfuggire al soggettivismo.

Il n. inglese, oltre ai nomi minori di J. Laird e di C. D. Broad, entrambi professori a Cambridge, e all'altro maggiore di S. Alexander, australiano di nascita, annovera quelli di G. E. Moore (n. nel 1874), già professore a Cambridge, e di B. Russell (n. nel 1872), già collegato dal Moore nella stessa Università. Oltre ai Principia etica (Londra 1903) e all'Ethics (ivi 1912), il Moore ha scritto alcuni saggi su Mind (alcuni dei quali raccolti poi in Philosophical Essays, Londra 1922), di cui il più significativo è The refutation of Idealism (1903). Per il Moore, ciò che è sperimentato non s'identifica con la esperienza (con l'apparire ad un soggetto), tanto è vero che nella sensazione e nell'idea non abbiamo coscienza di qualcosa di oggettivo, che si distingue dal nostro atto di percepire e di pensare. La realtà oggettiva della penna con cui scrivo, ad es., non dipende dalla mia percezione. Il fatto che io ne abbia coscienza non significa che il fatto reale dipenda da questo atto mentale; la coscienza è un «mezzo trasparente», una specie di specchio, nel quale l'oggetto sperimentato si presenta com'esso è fuori della coscienza. Vi è dunque una reciproca indipendenza dei fatti fisici e dei fatti mentali o di coscienza.

Più complessa è la figura del Russell. Oltre a recenti studi sui problemi politici, sociali e morali, egli ha esposto la sua dottrina logica in The Principles of mathematics (Cambridge 1905), riesposta nella celebre opera in tre voll. Principia mathematicae (ivi 1910-13), WHITE, STEPHEN (v.); e la sua «filosofia scientifica» in numerosi lavori (The problems of philosophy, Londra 1912; Our knowledge of the external world, Chicago e Londra 1914; Analysis of mind, Londra 1921; Analysis of matter, ivi 1927 ecc.). Anche per il Russell le entità oggettive si distinguono dalla coscienza soggettiva con cui entrano in relazione: gli oggetti sono ciò e dove la mente dice che sono e indipendenti da essa. Tutti i dati sensibili hanno eguale valore e non ci sono «illusioni» dei sensi. Ogni soggetto ha una propria prospettiva; il mondo sensibile è il sistema di tutte le possibili prospettive. Ma per Russell la realtà dei soggetti, oltre il mio, è una ipotesi: vi crediamo solo perché tale credenza è naturale. Del resto, per il Russell (il cui sistema filosofico è un coacervo di empirismo humano, di metafisica leibniziana e di fantasia) il soggetto è una finzione logica, che si adopera solo per convenienza grammaticale. Il soggettivismo radicale, che in lui permane sotto un apparente oggettivismo e realismo, lo porta a fondare l'etica sui desideri (Religion and science, Londra 1936): dire che una cosa è bene, è un modo per dire «mi piace» e dire che un'altra è cattiva, è esprimere un diverso atteggiamento

soggettivo rispetto ad essa. Non si tratta dunque di affermazioni oggettive, vere o false, ma di desideri personali. L'etica ha il compito di promuovere quei desideri positivi che generano felicità e di indebolire quelli che generano infelicità. Quanto alle dottrine logiche, il Russell ha dimostrato che la matematica è la logica della conoscenza scientifica, ma ha preteso di identificare logica e matematica, che è come risolvere tutta la conoscenza nella conoscenza scientifica. È questo è scientificismo acritico e filosofico proprio di chi ha interessi scientifici e non filosofici, non disgiunti da una certa superficialità culturale, come attesta la History of western philosophy (Londra 1946), ben ricca di propositi.

Più ingenuo di quello inglese è il n. nordamericano, quale risulta dal volume di studi The new realism (Nuova York 1912), scritti in cooperazione da Ed. B. Holt, W. T. Marwin, W. P. Montagne, R. B. Perry, W. B. Pitvin, E. G. Spaulding. Come dimostra la logica matematica, uno stesso termine può entrare a far parte di insiemi diversi senza che esso rimanga modificato. Se fosse vero il principio idealistico che le cose esistono in relazione allo spirito che le percepisce e le pensa, la relazione dovrebbe modificare i termini che la costituiscono. Invece essa non modifica affatto gli oggetti conosciuti, la cui realtà pertanto non si esaurisce nella relazione ed è indipendente. Non esse est percipi, ma percipi est esse. Il mondo è un insieme di entità semplici (mentali, fisiche, reali, irreali, buone o cattive, sensazioni, enti concettuali della matematica e delle scienze), a cui è indifferente far parte del complesso «coscienza», in quanto possono far parte contemporaneamente di altri infiniti complessi restando sempre in sé quello che sono. I neorealisti sostengono (senza dimostrarlo) un radicale monismo: spirito e materia non sono due sostanze, ma due raggruppamenti diversi di entità semplici: la coscienza non è definita dalla natura dei suoi particolari elementi, ma dal modo particolare con cui gli elementi si raggruppano. Essa è un gruppo di entità neutrali scelte dal sistema nervoso, che reagisce con una risposta corrispondente. Come un riflettore (così Holt) illumina ora questa ora quella sezione di un paesaggio e fa che un gruppo di oggetti venga a far parte della sezione illuminata e un altro di quella oscura, così il sistema nervoso, obbedendo ai suoi interessi vitali, indirizza la coscienza ora su uno ora su un altro gruppo di oggetti. In altri termini, il sistema nervoso, tra le innumerevoli entità dell'universo, sceglie e ritaglia quelle che servono alla conservazione e allo sviluppo di sé e dell'organismo. Le cosiddette illusioni ed errori (anch'essi fatti oggettivi) sono dovuti a un taglio del sistema nervoso non corrispondente ai fini vitali. Come da questo monismo naturalistico nasca la coscienza resta un mistero, che il semplicismo dei neorealisti non si preoccupa affatto di spiegare.

Bib.: I. Woodbridge Riley, American thought from puritanism to pragmatism, Nuova York 1915; A. Allotta, Il nuovo realismo in Inghilterra e in America, in La cultura filosofica, 9 (1915), pp. 192 sgg. (ora nel vol. Il problema di Dio e il nuovo pluralismo, ed., Roma 1948); R. Kremer, Le néo-réalisme américain, Parigi 1920; id., La théorie de la connaissance chez le néo-réalistes anglais, ivi 1928; C. Vanzetti, Il nuovo realismo americano e W. P. Montagne, in Giorn. crit. della filosofia, 1 (1927), pp. 54-67, 128-43; F. Meli, N. e behaviorismo anglosassone, ibid., 13 (1923), pp. 257-80; E. Muirhead, Filosofi inglesi contemporanei, Milano 1939; G. Santayana, Il pensiero americano, ivi 1939; Sul Russell, P. A. Schilpp, The philos. of B. R., ivi 1946; sul Moore, id., The philos. of G. E. M., Evaston e Chicago 1949. Michele Federico Sciacca