SCOLASTICA. - Indica nella sua accezione più ampia la «filosofia medievale» e, in un senso più preciso, quel movimento dottrinale che si propone una concezione sistematica del mondo e dell'uomo in accordo con la Rivelazione e la fede.
I. NOZIONE
Nel suo primo significato cronologico la s. abbraccia quel complesso di dottrine che si affermano nelle scuole cristiane dell'Europa nei secoli tra la fine dell'epoca patristica e l'inizio del Rinascimento: quando questo s'intenda come una reazione alla s. e l'inizio dell'epoca moderna. Quanto al suo contenuto, la s. rappresenta l'affermarsi vittorioso del cristianesimo nel campo della cultura umana: anzitutto in quanto nelle scuole superiori, che sono promosse dalla Chiesa, entrano tutte le branche dello scibile coltivate dall'antichità classica, sviluppate e trasmesse all'Occidente in particolare dalla fiorente cultura araba dell'Oriente e del Mediterraneo; poi, in quanto tutto il complesso edificio del sapere è orientato in funzione della concezione trascendente della verità e della vita e prepara una sempre maggiore penetrazione o sviluppo della verità teologica. Di conseguenza, quanto al metodo, la s. si afferma da una parte, in filosofia, per una maggiore e più diretta adesione alla realtà della natura e all'esercizio della riflessione speculativa come tale, e dall'altra, in teologia, con un'assunzione positiva dei principi e dei risultati stessi della speculazione per la presentazione, formulazione e difesa del dogma rivelato. Pertanto, rispetto al pensiero classico che si sviluppò fuori della fede e quindi restò prigioniero dell'immacolata della ragione umana, come riguardo all'epoca patristica intenta soprattutto a custodire l'integrità del dogma dagli attacchi delle eresie, la s. rappresenta il momento terminale positivo della «riconciliazione» della ragione con la fede.È quest'armonia delle due sfere della natura e della Grazia, della ragione e della fede, che tiene in tensione la coscienza dell'uomo nella situazione storica creata dalla Rivelazione, ciò che costituisce la caratteristica o il risultato della cultura medievale. Quest'armonia è in buona parte preparata dalla patristica e perciò patristica e s. sono i due momenti complementari e continui della medesima coscienza cristiana in cammino verso una più

intima consapevolezza della verità divina (tale armonia
viene invece spesso infranta e perduta nel Rinascimento,
per essere poi osteggiata e variamente mistificata dal pen-
siero moderno). In questo senso il nucleo metodico della
s. è quindi nella «positività» del rapporto di ragione e
fede e questo in doppio senso: anzitutto in quanto la
ragione può «portare» alla fede, può cioè preparare l’ad-
sione dell’uomo all’oggetto di fede e chiarire il significato
dei termini dell’oggetto stesso, e poi in quanto a sua
volta la fede aiuta la ragione nei momenti più ardui, ne
colma le lacune, ne esplica le esigenze, ne soddisfa le
aspirazioni ch’essa non è in grado di attuare. È in questo
senso che la s. ha cercato di realizzare, sia pure
con i limiti inevitabili di ogni opera umana, la forma
più compiuta del sapere cristiano. L’accusa lanciata
alla s. dagli umanisti e dai protestanti di «tenebra»
(cf. L. Varga, Das Slagwort vom «finsteren Mittelalter»,
Baden-Vienna-Lipsia-Brünn 1932) è stata smentita dalla
moderna storiografia che ha ritrovato anche in quell’epoca
periodi di autentico umanesimo (sec. XII) e tale è stato
riconosciuto lo stesso tomismo per la sua difesa della con-
sistenza ontologica del finito e in particolare dell’intelli-
genza e della libertà umana.
11. DIVISIONE E CARATTERI
Sul fondamento del criterio metodico principale, ch’è l’armonia tra ragione e fede, si può distinguere nella s. medievale una triplice fase: a) la preparazione (prossima) che comprende il labo- rioso periodo dei secc. VII-XII, b) l’apogeo con i grandi sistemi del secc. XIII e c) la decadenza che si compie nei secc. XIV-XV. Seguono le due riprese della s.: d) prima, nell’età barocca, soprattutto per merito dell’Italia e della Spagna; e) poi, verso la fine del secc. XIX, in seguito anche all’incitamento di Leone XIII che mise fine al caos dottrinale in cui si dibatteva molta parte delle scuole cattoliche.Se pertanto il termine di s. può sembrare assai vago
e convenzionale, in quanto abbraccia, come è chiaro, una
grande varietà di scuole, esso esprime tuttavia una realtà
innegabile nella storia della cultura umana e indica l’epoca
decisiva della maturità della coscienza cristiana. Ciò non
esclude che si possa parlare anche di una s. giudaica e di
una s. araba: difatti anche in questi due mondi culturali
si verificò un fenomeno storico analogo di una ricerca
similare dell’armonia tra filosofia e religione i cui risultati
prepararono ed entrarono, almeno in parte, nella più
matura sintesi medievale. Tuttavia per una restrizione
legittima, perché giustificata dalla vitalità storica e dalla
stessa sopravvivenza della s. cristiana, si riserva il terrore
mine di s. al pensiero cristiano medievale e a quello che
al medesimo in qualche modo ancor oggi sopravvive e
ad esso si ricongiunge. La restrizione è tanto più giusta
fatica perché sia l’islamismo, che si limita al monoteismo
della religione naturale, come il giudaismo, che parimenti
si attiene al rigido monoteismo biblico e non accetta il
«compimento» della fede trinitaria e della Redenzione
in Cristo, o non hanno sentito affatto la tensione tra
ragione e fede (restando quindi nell’immanenza della
natura come tale) o l’hanno appena avvertita come pro-
blema dell’incontro (o conflitto) tra la personalità di Dio
e la personalità dell’uomo. Pur ammettendo allora l’indi-
pendenza che nella s. la ragione ottiene nella sua sfida,
il significato definitivo di tale indipendenza è solida e
con la consapevolezza del proprio «limite» e questo
limite è precisamente avvertito in modo definitivo rispetto
alla Rivelazione cristiana. Perciò il «momento teologico»
costituisce nella s. il punto culminante, verso il quale
convergono a loro modo, ma con un preciso significato:
i momenti e i problemi della scienza e della filosofia,
non però il momento esclusivo, come pretende lo Hegel
(cf. Gesch. der Philos., Werke, XV, ed. C. L. Michelet,
Berlino 1844, p. 123 sg.) che non s’accorge della rivo-
luzione operata dall’ingresso di Aristotele con il suo nuovo
concetto di scienza. Così il motto caratteristico della s.
della «philosophia ancilla theologica» esprime, quando
sia ben compreso, con esattezza la situazione spirituale
di questa che si è affermata come la corrente dottrinale
principale del cristianesimo; purché si tenga presente
che l’equilibrio o l’armonia tra filosofia e teologia non
sono qualcosa di fisso e di determinato una volta per
sempre, ma si trovano nelle varie scuole e nei diversi
secoli soggetti a continuo crisi e oscillazioni e ricevono di
conseguenza diverse e alle volte anche opposte soluzioni.
In conclusione il concetto di s., se ha anzitutto un signi-
ficato prevalentemente storico-culturale, si rapporta alla
fine a un nucleo dottrinale (l’armonia tra ragione e fede)
che la domina e serve precisamente di criterio per il
differenziarsi delle epoche e delle scuole.
In particolare, volendo precisare l’importanza di
questa caratteristica della s., può dirsi ch’essa comporta
tre momenti i quali corrispondono alla propria natura
della filosofia (e della conoscenza naturale in genere),
della teologia come tale e del loro rapporto in cui si compie
l’ideale dell’uomo medievale, com’era per la civiltà greca
il θεωρητικός βίος e il χαλκοκύμαθος l’ideale dell’uomo
greco. Il De Wulf indica per i primi due momenti i se-
guenti caratteri: a) In filosofia: l’esigenza di «rigore scien-
tifico» nell’ordinamento dei vari campi e oggetti dello
scibile, nella determinazione dei metodi propri a ciascuna
scienza e nella sistemazione adeguata del sapere così
ottenuto. Il momento decisivo e il «punto critico» a
questo riguardo nello sviluppo della s. è stata la scoperta
di Aristotele con l’assunzione delle sue dottrine nella lo-
gica, nella fisica, nella metafisica, nella morale. b) In teolo-
gia: come conseguenza del progresso ottenuto in filosofia,
anche la teologia gradualmente tende a presentarsi in
forma scientifica secondo una distribuzione logica e coor-
dinata dei vari trattati, seguendo un procedimento razio-
nale appropriato agli argomenti mediante la forma silo-
gistica rigorosa e la divisione della materia in parti, que-
stioni e articoli che mettono i singoli problemi alla prova
dell’evidenza per chiarirli nella rispettiva trasparenza con-
cettuale (cf. M. De Wulf, Hist. de la philos. médiévo.,
6ª ed., Lovanio 1938 sg.; introd., trad. II. di V. Miano,
II, Firenze 1944, p. 11 sg.). c) Nell’uomo infine la s.
compie, a prezzo di aspre lotte, la «conciliazione» per
l’appunto della ragione e della fede; è stato particolare
merito del card. Ehrle di aver colto questo momento con-
clusivo e di averlo descritto nei suoi punti fondamentali
che sono la rispettiva indipendenza, ciascuna nel proprio
campo, della ragione e della fede (filosofia e Rivelazione)
e del mutuo incontro che ha portato a un’espansione
dottrinale di ambedue i campi (Fr. Ehrle, Die Scholastik
und ihre Aufgabe in unserer Zeit, Friburgo in Br. 1933,
trad. II. Torino 1935, p. 25 sg.).
Sotto questo aspetto, decisivo dal punto di vista del
metodo e quindi del risultato stesso, la s. svolge un ciclo
completo di sviluppo che la patristica – che non compor-
tava dal punto di vista sia filosofico che teologico una con-
cezione sistematica – non poteva avere: Abelardo, s. An-
selmo, Ugo di S. Vittore già nel sec. XI-XII conoscono il
magistero dell’uso della ragione in teologia che il sec. XIII
porterà alla perfezione, e ciò costituisce l’incremento
positivo, non l’insidia, della dottrina cristiana (come pre-
tende Fr. Overbeck, Vorgesch. und Jugend der mittelalter-
lichen Scholastik, ed. C. A. Bernouilli, Basilea 1917,
specialmente p. 226 sg.).
Nel pensiero moderno, al contrario – fin dalle prime
scosse dell’umanesimo e del Rinascimento laico che pre-
sero corpo con l’immanenza assoluta dell’ILLUMINAZIONE (v.)
e dell’IDEA LISIMO (v.) fino agli epigoni del marxismo e
dell’esistenzialismo ateo contemporaneo – la ragione as-
sorbe la teologia e la Rivelazione. Il pensiero moderno,
nello sviluppo eterodosso che l’ha dominato, conosce il
cristianesimo e la Rivelazione ma interpreta l’uno e l’altra
«dentro» il proprio sviluppo e come adombramento o
come grado (imperfetto, s’intende) di tale sviluppo che
ha ormai assolto la sua funzione storica. Da una parte
quindi il pensiero moderno ha un rapporto diretto alla
s. e al pensiero cristiano in generale in quanto concepisce
il rapporto dell’uomo a Dio in forma positiva (cf. l’elogio
di Hegel ai teologi cattolici contro il fideismo protestante
in Philos. der Religion, ed. G. Lasson, Lipsia 1925,
p. 256 sg.); dall’altra parte ne è, nelle sue posizioni fon-
damentali, l’antitesi esplicita per la dissoluzione che fa
dell’infinito come totalità dello sviluppo dialettico del
finito. Ciò comporta la negazione di quella stresa