IMITAZIONE DI CRISTO (DE IMITATIONE CHRISTI)

IMITAZIONE DI CRISTO (De imitatione Christi). - Opera ascetica medievale, una delle più sublimi e più diffuse nel mondo. Si compone di quattro libri o trattati: il I, Admonitiones ad spiritualem vitam utiles, in 25 capp.; il II, Admonitiones ad interna trahentes, in 12; il III, De interna consolatione, in 59, in forma dialogica tra il Signore e l'anima fedele; il IV, De Sacramento Altaris, ne comprende 18, anch'essi in forma di colloquio, mediante la formula «Parla il Diletto» (Vox Dilecti), «Parla il discepolo» (Vox discipuli).

Ogni libro può essere considerato indipendente dall'altro; ma come si presentano ora, formano una unità organica e completa, quasi un direttorio spirituale. Nel I. si hanno, di solito, consigli generali; nel II, consigli più specifici per una vita interiore più intensa, mentre nel III, il più fine di tutti, la vita di grazia vi appare nella sua pienezza: nel IV

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IMITAZIONE DI CRISTO - Codex Paulicianus o Willingensis, descritto de C. Wolfsgruber nel 1880, trascritto da N. V. con la data 1384. F. Uolrichus fu conoscere che l'amanuense è Nicolaus Voet, aggiungendovi la data MCCCXXIII - Archivio dell'abbazia di St. Paul (Austria).
(per cortesia del p. R. Piliplani C. SS. R.)
se ne illustra il divino alimento. Così il cammino di perfezione vi è adombrato secondo le tre « vie »: purgativa, illuminativa e unitiva. Lo studio approfondito dell'I. di C. ne ha rilevato non solo lo spirito benedettino ma anche la singolare affinità con la Regola di s. Benedetto. I due maggiori capolavori ascetici medievali s'integrano a vicenda: la Regola avvia le anime alla perfezione e l'I. di C. indica loro ed illumina le altezze spirituali da raggiungere.

Evidentemente l'I. di C. è una tipica opera monastica, scritta da un monaco per monaci (cf. I, 17-20 e 25, 1; III, 10, 2); ma ciò non pregiudica punto la sua universalità: per la profonda conoscenza del cuore umano e la superiore saggezza del suo insegnamento, si adatta mirabilmente a tutti gli stati della vita e a tutte le circostanze particolari nelle quali un'anima può trovarsi.

Irrepressibile nella sua dottrina, il pio autore, benché si mostri al corrente dell'insegnamento teologico e filosofico del suo tempo, non sposa mai teorie particolari improntate alla teologia positiva o scolastica: si tiene al di fuori e al di sopra di ogni scuola, e il suo insegnamento è eminentemente pratico. Non ignora le altezze e le mistiche gioie della contemplazione, né ignora le prove penose che precedono questi divini favori, ma non ne parla se non per alludervi da un punto di vista immediatamente pratico. Così la descrizione dei « mirabili effetti dell'amore divino » (III, 5), vero cantico spirituale, conviene appieno alla carità prodotta nell'anima dalla contemplazione straordinaria, mentre l'« exilium cordis » del l. II (cap. 9) sembra preludere alla « notte oscura » di s. Giovanni della Croce.

Mortificazione, pratica delle virtù cristiane, unione costante con Gesù Cristo, sono i tre punti fondamentali dell'I. di C., che comprendono tutta l'ascetica cristiana, adatta a tutte le anime. In questo suo insegnamento l'I. di C. riflette una tendenza che può chiamarsi « affettiva »: la pratica dell'amore di Dio come nota dominante di tutta l'opera (« Magna res est amor, magnum omnino bonum », III, 5, 3). E qui una delle cause della sua universalità e del suo inconfondibile fascino.

Non avendo forma e finalità scientifica, l'I. di C. supera ogni limite di categoria e di tempo. È universale e perenne: esercita nella vita delle anime e della Chiesa la più profonda e durevole influenza.

Quanto all'importanza teologica speciale di alcuni tratti, va ricordato il suo contributo al problema del discernimento degli spiriti (« motus naturae et gratiae ») con i capp. 54 e 55 del l. III (cf. A. Chollet, Discernement des esprits, in DThC, IV, coll. 1385-88), e il chiarimento sulla Grazia in I, 10 (per il quale cf. P. Debongnie, Debetur gratia, in Recherches de théologie anc. et méd., 12 [1940], pp. 145-54).

L'AUTORE. - Si disputa da secoli circa l'autore, ed è interessante la stessa storia della controversia. Con sufficiente certezza si può affermare che lo scritto uscì anonimo. Portato fuori del luogo di origine, fu attribuito a scrittori diversi (se ne contano, a dire di Fr. Brehm, « non meno di duecento »), tra i quali primeggiano Gersen di Vercelli, Gersone di Parigi e Tommaso da Kempis.

La vera polemica in proposito sorse al principio del sec. XVII, dopo che il Bellarmino segnalò, nel suo De Scriptoribus Eccl. (Roma 1613, p. 233), che un brano dell'I. di C. (I, 25) era riportato nelle Collationes ad Fratres Tolosanos, ritenute opera di s. Bonaventura. Sorsero allora due partiti, gersenisti e kempisti, che trassero nella lite anche Congregazioni romane e il Parlamento francese. Si radunarono pure congressi con l'intervento dei maggiori rappresentanti della scienza francese, tra cui

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IMITAZIONE DI CRISTO - Codice dell'I. di C. trascritto da Tommaso da Kempis (1441), f. 10, contenente il cap. 13 del l. I. Bruxelles, Biblioteca reale, cod. 5855-61.
(da The Imitation of Christ, being the Autograph manuscript of Thomas a Kempis, reproduced in facsimile from the original by Ch. Rustens, Londra 1879)
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(fot. Pisseri) IMITAZIONE DI CRISTO - Prima edizione a stampa dell'I. di C. (Augusta, G. Zainer, s. a. 1473 f.), I, I, cap. 1 - Parma, esemplare della Biblioteca Palatina, Inc. Pal. 328, c. 1r.
C. Du Cange, E. Renaudot, Et. Baluze, J. Hardouin e J. Mabillon, i quali si pronunciarono per il Gersen di Vercelli, dichiarando alcuni codici (Aronensis, Bobbiensis, Parmensis) anteriori al Kempis. Così pure G. de Gregory, dopo la scoperta da lui fatta, nel 1830, del Codex de Advocatis (degli Avogadro di Vercelli). Altri però, come G. Loth, S. Denifle, H. Hay, hanno pensato ad un ignoto tedesco, anteriore al Kempis; mentre non è mancato chi ha formulato persino l'ipotesi che l'I. di C. non abbia un autore propriamente detto, ma sia «oeuvre impersonnelle», un centone (rapiarium) di sentenze della scuola ascetica fiamminga, detta «devotio moderna» (v.): ipotesi questa che in parte arrise anche a C. Gusati.

La pubblicazione, però, del Codex Kempesianus della Biblioteca reale di Bruxelles, che reca in calce la dichiarazione «Finitus et completus anno Domini MCCCCXLI per manus fratris Thomas [a] Kempis in Monte S. Agnetis prope Zwollis» (scritto cioè, e terminato nel 1441, da Tommaso da Kempis), e gli studi relativi del Pohl, che ha curato l'edizione critica dell'intero Corpus Kempesianum (7 voll., Friburgo in Br. 1904-22), hanno corroborato potentemente la tesi dei «kempisti», tanto da farla ritenere da molti studiosi come definitiva.

Ma la lotta perdura accesa come prima. La suddetta nota autentica del Kempis, si dice, non è da prendersi come firma d'autore, bensì di amanuense (per manus). Inoltre il Codice è così pieno di inesattezze, di raschiature e di errori, da far dire al Denifle che «le grand ennemi de Thomas à Kempis c'est son autographe». J. Van Ginneken poi toglie al Kempis non solo l'I. di C. ma anche altri opuscoli, per attribuire tutto al suo «Gerardo Groote» (Amsterdam 1942), seguito, in questo, da J. Huby.

Pertanto ancor oggi c'è chi pensa con il Mansi che si tratti di questione insolubile: «rem iacere sub lite, nunquam dirimenda». Tuttavia la tesi «gerseniana» acquista sempre più credito e valore, e si asserisce che, nonostante la resistenza, un giorno i sostenitori del Kempis dovranno pur «capitolare». I codici più antichi soprar-

cordati, ed altri (Vercellensis, Brerensis, Vicentinus, Paulicianus, Georgianus o Patavinus, ecc.), e le prime traduzioni in volgare, reclamano un'origine italiana dell'I. di C., e precisamente «gerseniana». Si aggiunge che gli argomenti interni non sono favorevoli al Kempis; si è ricondotti a ricercare la patria dell'I. di C. in una vecchia abbazia italiana del sec. XIII, in un ambiente eminentemente universitario, com'era la Vercelli di Gersen.

Effettivamente gli argomenti Gersen (v.) da Canabaco (Cavaglià, presso Biella), abate di S. Stefano di Vercelli tra il 1220 e il 1240, creano non poca difficoltà ad asserire che l'autore sia Tommaso da Kempis.

In favore di Tommaso si adduce la somiglianza di stile e di pensiero che si riscontra tra l'I. di C. e i suoi opuscoli. Ma mentre i fautori della tesi parlano di rassomiglianza perfetta, gli avversari la dicono «superficiale», e parlano invece di «contrasto stridente, insanabile, incomponibile» (R. Pitigliani). In verità i testi del ven. Tommaso sono belli, ma ci si avverte un non so che di ricercato e di artificioso, in confronto dell'autore dell'I. di C. La parola dell'I. di C. scaturisce spontanea, semplice, immediata, così penetrante, che afferra subito lo spirito. Il periodo è lapidario e conciso. Ogni pensiero, si può dire, è punteggiato. E anche quando le idee procedono per antitesi, quasi per parallelismo, generalmente non vengono legate tra loro con punti e virgole, si da formare un lungo periodo, ma con il punto, che conferisce ad esse una maggiore autonomia. Né l'autore indulge a delle enumerazioni più o meno prolisse, ripetendo, ad es., un avverbio tante volte quante si ripete un diverso sostantivo, come avviene in Tommaso (cf., ad es., il cap. 1 del De disciplina clunstralium, che nel codice kempisiano segue immediatamente ai libri dell'I. di C., e in De imitatione Christi, I, 20, 6). Nel Kempis spunta talora l'oratoria e un certo tono cattedratico. L'autore invece dell'I. di C. si ascolta, ma non si vede mai sulla cattedra. C'è in lui un tono di umiltà così ineffabile, che conquista con la forza suggestiva della verità, e costringe a meditarla quasi giunta all'orecchio per tramite non umano (cf. ibid., III, 1). Cosciente della sua dottrina, il pio autore si nasconde sempre (cf. ibid., I, 2, 3; 5, 1; III, 15, 4). Anche per questa caratteristica si può dire con G. Zanella che l'I. di C. è «un'opera non umana, ma angelica, anzi divina».

V'è inoltre nell'I. di C. un cursus, un ritmo che si potrebbe dire benedettino, con sfumature di cadenze e di pensiero, che un orecchio sensibilissimo non ritrova nelle altre opere genuine di Tommaso da Kempis: anzi, com'è stato ben rilevato, un «fluire di versi liberi, simili a quelli delle sequenze di S. Gallo, con ritmi, assonanze e rime» (G. Prampolini). Ad es.: «Melius est peccata cavere [quam mortem fugere]» (I, 23, 1). «Amana volat, currit et laetatur: [liber est et non tenetur.] Dat omnia pro omnibus [et habet omnia in omnibus]» (III, 5, 4). È vero che lo stile era comune ai figli del chiostro in quei tempi, specie in materia ascetica. Di qui la difficoltà di potere, da criteri interni, puramente stilistici, venire a una conclusione quasi definitiva. Tuttavia, dalla prosa semplice ed eloquente dell'I. di C. si ha l'impressione di trovarsi di fronte ad un'anima ispirata, che dice le cose con spontaneità immediata, tinta d'una tenerezza che non conosce debolezze, che non sa le malie di un linguaggio affettato e fiorito: parla perché lo spirito di Dio la fa parlare, sia pure, forse, ammaestrata da un'esperienza diuturna e laboriosa d'una vita vissuta, prima di adagiarsi, come Giovanni nell'Ultima Cena, sul cuore del Maestro, per dissetarsi ai fiumi dell'Infinito.

Appare, infatti, l'I. di C., «un frutto della perfetta maturità» (Michelet). Nella tesi «kempisiana» invece, secondo la quale la data dell'opera oscillerebbe tra il 1415 e il 1427, l'I. di C. sarebbe un frutto giovanile di Tommaso (1379-1471); mentre frutto della sua maturità sarebbero gli altri opuscoli. Ora, certamente, questi non possono essere avvicinati all'I. di C. senza loro discapito. È molto difficile quindi poter attribuire a un'opera quasi giovanile dello stesso autore un'esperienza ascetica di gran lunga superiore a quella che si rivela negli opuscoli scritti nella maturità degli anni.

Quanto alla questione degli idiotismi germanici, che alcuni rilevarono nell'I. di C., si è opposta una serie molto più copiosa di evidenti italianismi.

Infine, l'I. di C. è stata considerata come l'espressione più genuina e rappresentativa della devotio moderna. Ma si deve rilevare che, se per metodo e dottrina essa concorda con quanto si Windesheim (v.), non ne viene per necessità che sia frutto della medesima. Del resto tale scuola, eminentemente tradizionale, propagò, con i suoi scriptoria, operette medievali.

COMPOSIZIONE. — L'ordine attuale dei libri che compongono l'I. di C. è quello primitivo, dato costantemente dai codici di origine italiana (o «cisalpina »); nei codici invece di origine non italiana (o «transalpina ») si hanno, a questo proposito, molte anomalie. Il codice di Bruxelles, che i «kempisti» considerano come l'archetipo dell'opera, antepone il I. IV al III. In altri codici la confusione è ancora maggiore, e non sempre viene data l'opera intera (II-I-III-IV; III-II-IV-I; I-II-IV; III-II-I; II-III-I; ecc.); anzi, i singoli libri sono dati come indipendenti l'uno dall'altro o isolati del tutto o, talvolta, con opuscoli diversi interposti (cf. cod. Bambergensis).

Il titolo generale dell'opera fu mutuato dal cap. I (De imitatione Christi et contemptu omnium vanitatum mundi) del I. I, o per intero o in parte (sia la prima che la seconda); fu usato anche il titolo del cap. I (De interna conversazione) del I. II; come pure il titolo del I. III (De interna consolatione), che passò nella famosa traduzione francese, l'Internelle consolation.

La divisione dei capitoli in paragrafi e le citazioni bibliche furono introdotte nelle edizioni a stampa. Il benedettino Th. Erhard (sec. XVIII) introdusse nel testo la numerazione dei versetti come si usa per la Bibbia: il sistema è stato adottato nella edizione della

Bibliotheca ascetica di Pustet (I, Ratisbona 1911), e, in Italia, dal dott. Sestili e da A. Mercati; è stato accolto anche nella ed. italiana di Hoepli a cura di Zumpini e Galbiati, ma questi opportunamente aggiungono anche il paragrafo tradizionale.

DIFFUSIONE. — La grande diffusione dell'opera è attestata dal numero dei codici: ne rimangono ca. 400 (di cui 160 benedettini, e ca. 40 agostiniani o dei Canonici Regolari). Con l'invenzione della stampa le edizioni si moltiplicarono rapidamente, sì da superare le duemila già ai tempi di Hurter (II, col. 978). La prima è quella di Augusta (1472); in Italia, quella di Venezia (1483), sotto il nome di Gersone.

Del codice kempense, riprodotto in fac-simile da Carlo Ruelens (Lipsia 1879), hanno dato un'edizione critica K. Hirsche (Berlino 1891) e M. J. Pohl nell'Opera omnia di Tommaso da Kempis (II, De Imitatione Christi quae dicitur libri III cum coeteris autographi Bruxellensis tractatibus, Friburgo in Br. 1904). Dipendono dallo stesso codice l'edizione di M. Hetzenauer (Innsbruck 1901) e quella di A. Mercati (Poliglotta Vaticana 1925).

Le versioni sono innumerevoli: in tutte le lingue europee, e in molte orientali. Un volgarizzamento italiano nel toscano del Trecento, accolto dalla Crusca come testo di lingua, è stato pubblicato da C. Mella, con ampia introduzione storica (Roma 1775; Torino 1880). Tra le moderne versioni italiane si distinguono quelle letterarie di A. Cesari e di C. Guasti, e quella, più popolare, del card. E. Enriquez.

Tra le recenti, si ricordano le traduzioni di O. Tescari (Torino 1929; 3ª ed. 1947), dell'abate Placido Lugano (Roma 1932); del p. G. Lottini (Roma 1932; 3ª ed. 1949), e quella di mons. A. Masini (Firenze 1941), preferita da M. Cordovani nel suo Breviario spirituale secondo l'I. di C. (Roma 1950). Ottimo commento letterario nella ristampa del Guasti a cura di Zumpini e Galbiati (Milano 1938). A. Levasti ha uniformato C. Guasti all'edizione critica del Pohl (Firenze 1928).

In Francia sono celebri le versioni di P. Corneille (in versi), di Le Maistre de Sacy, di Michel de Marillac e del Lamennais (v.), le cui «riflessioni» vengono riportate spesso nelle edizioni italiane del card. Enriquez.

Anche negli altri paesi sono molto numerose le versioni dell'I. di C. Libro veramente universale, caro a tutti, perché a tutti è apportatore di luce e di conforto: libro piccolo e immenso, possente e soave, altamente benefico all'umanità. — Vedi tav. C.

BIBL.: La bibl. è sconfinata: nel suo Essai bibliographique sur le livre De Imitatione Christi, Liepi 1864, Ag. de Backer, senza essere completo, enumera, tra edizioni, traduzioni, commentari, studi di ogni genere, 3301 opere: da allora il numero si è fortemente accresciuto. Si indicano solo alcuni studi moderni di maggiore interesse. Anzitutto quelli di mons. P. E. Puyol, che all'I. di C. consacrò tutta la sua vita, formulando il sistema paleografico che ha per base il cod. Aronensis, Parigi 1898-1900: 1) De Imitatione Christi, testo secondo il detto codice; 2) Poliographie; 3) Héliotypies dei principali manoscritti; 4) La doctrine; 5) L'auteur; I sez. La contestation; II sez.: Bibliographie de la contestation; 6) Description des manuscrits et des principales éditions; 7) Variantes, secondo i vari codici; 8) Philosophie; 9) Lexique, Tables, Concordances.

Prima del Puyol, da ricordare: G. de Grégory, Histoire du livre de l'

I. de J

C. et de son véritable auteur, 2 voll., Parigi 1843; K. Hirsche, Prolegomena zu einer neuen Ausgabe der «Imitatio Christi» nach dem Autograph des Thomas V. Kempen, 3 voll., Berlino 1873-94; L. Santini, I diritti di Tommaso da Kempis, 2 voll., Roma 1879-80; H. Denille, Kritische Bemerkungen zur Gersen-Kempisfrage, in Zeitschr. für kath. Theologie, 6 (1882), pp. 692-718; 7 (1883), pp. 692-743 (cf. ibid., 9 [1883], pp. 193-96).

Tra i più recenti: L. Dumas, L'

I. de J

C., Parigi 1913 (esposizione sistematica della dottrina); P. Pourrat, La Spiritualité chrétienne, II, ivi 1924, pp. 379-400 (la Devotio moderna); J. Coumoul, Les doctrines de l'

I. de J

C.
, Lilla 1926; J. Huijsen, Les premiers documents historiques concernant l'«Imitation», in La vie spirituelle, degli aa. 1925-26, Suppl. al t. XII, pp. 213-28 e al t. XIII, pp. 1-17 e 96-116; id., Quelques objections contre Thomas à Kempis, ibid., Suppl. al t. XIII, pp. 202-22; id., Gerson et l'«Imitation», ibid., 1934, Suppl. al t. XXXIX, pp. 146-65; al t. XL, pp. 28-47 e 90-104; E. De Schaepdrijver, Qui est l'auteur de l'«Imitation»?, in Revue d'ase. et de myst., 9 (1928).

Liber III

Quomo non fit curiofoi feru-
rat: Saramiter: 1) bumilio imi-
rat: 2) diubidendo ferum fidi
fere fidi. Cap. viv.

Buendii est tibi a curiofoi
i mumili plicutatione bu-
no plundifimi saramiter
fi non via in pubitationio plundif
penergi. Eui ferutant est mair-
llatio-oppinct a glaza. Smo va
let non operari 3) homo iteliger
poet. Eclarabia pia 4) bumilio
impulino veritatio-parata femper
poet 5) per Smo partii fementos
fludono ambulare. Pata simpleti-
ra que sufficea quellonum relin-
qui visa 4) piana ac firma pergi
femita midareum dei. D'idei ne-
notimem perdiderunt sum aliota
ferutari voluerit. Fidea a te rigit
fincera vita-non alitudo intelle-
nuo 1000 pusfundina impliterio
dei. Si no intelligia nec capia que
infra te fium-qui compaebendo ca
que fupa te fium? Subdete non e
bamita fium noli fidei, 5) subitur
nibi fiumne fiumne pour tibi fium
vatic ac necolarium. Ouidam gra-
uter rentant de fide ac saramiter:
fed non est hoc ipila ipurandi-fed
poetno inimico. Poli curare-noli
nuputare cum cogitationibus nao
nec ad limifia a diubolo subitatio-
neo refpende: fed erde verbis pri-
erede functio quo 7) propietio 7) fu-
gita a intregni unim. Eper mul-
ri pdefi 9) eula fultine dei ferum.
Pam infideco 7) perutato non
sentat 9) fiumc tam pollider: fidei-

les affi neatoo viria media strat
veter. Pergerigo cum fiumpici 7
industriari fidei 7) cum fiumpici re-
uercuna ad saramentum accede.
Cincupuli intelligare no valo-oo
nominopentis fiumc chimiter. Pam
falat te ooua fiall qui fibi nimfo
credit. Gradif ooua 6) fiumplicibuo
reutat 6) bumilibuo- 7) unimifid
parmulo-aperti fenili purio mentis
nuo 7) afididiti quarium curiofoi 7
fuperino. P. 100 bumina debilia
est 7) falli postel: fideo 6) vera fal-
li non postel. Ommo ratio 7) matu-
ralio intelligario fidei liqui debet:
no precedere nec infringere. Pam
fideo 7) amo: ibi mazine parcellunt
7) occidio modio 1) bec functifimo
7) fupererecellentifimo saramento
operantur. Dono permus 7) imenfio
infinitoga potentig facit magna 7
inferutabilia intes 7) in terra: nec
est intelligario mirabilium operi
n. 8) fialla ellent opera dei ut fa-
cile 6) bumina retione caperent:
noi ellent mirabilia nec inefabilia
picenda.

Epiciit liber quartuo 7) viri-
nuo ne saramento altario.

Zebannio Serfon cancellarii
partitinio- 6) consipra midi
peneri 7) vatic opobali finit
M. 100. 1) 1) 1) 1) 1) 1) 1) 1) 1) 1) 1) 1) 1) 1) 1) 1) 1) 1) 1) 1) 1) 1) 1) 1) 1) 1) 1) 1) 1) 1) 1) 1) 1) 1)

L. 100 Dec.

(Int. Enc. Catt.)

IMITAZIONE DI CRISTO - Prima edizione dell'I. di C., pubblicata in Italia (Venezia 1483). Fine del I. IV - Esemplare della Biblioteca Vaticana.

pp. 209-11; F. Vernet, La spiritualité médiévale, Parigi 1920, pp. 59-60; P. Debonngie, Un témoignage méconnu en faveur de Thomas à Kempis (de ms. 4338 de Vienne), in Revue d'hist. eccl., 26 (1930), pp. 109-15; id., Les thèmes de l'imitation, ibid., 36 (1940), pp. 289-344; id., Henri Suso et l'Î. de J.-C., in Revue d'asc. et de myst., 21 (1940), pp. 242-68; id., Orchrift ou Remaniment ? l'imitation de Lubek, in Rec. d'hist. eccl., 44 (1940), pp. 488-507 (a proposito dei lavori del p. van Ginneken; cf. ibid., 43 [1948], pp. 608-10); R. Pitigliani, Contributo di documenti nuovi alle controversie sull'Î. de C.: Saggio bibliografico-critico, in Aevum, 9 (1935), pp. 321-429; F. Meda, Le traduzioni italiane del « De J. C. », in Conversium, 9 (1937), pp. 215-23; Piergiovanni di G. e M. (d. Giovanni Bonardi), L'autore italiano della I. de C.: Giovanni Gerson, Biella 1938 (cf. recensione di P. Ferraris, in Civ. Catt., 1939, I, pp. 151-154); I. Schuster, L'ascetica benedettina e la I. de C., in La scuola cattolica, 67 (1939), pp. 273-93; M. Lewandowski, Une énigme de l'histoire : l'auteur inconnu de l'Î. de J.-C., con pref. di P. Pourrat, Parigi 1940; J. Huby, Les Origines de l'Î. de J.-C., in Science religieuse, 1943, pp. 102-39; 1944, pp. 211-44; M. Batllori, Las ultimas aportaciones al problema de la I. de C., Palma de Maiorca 1944; J. Mahieu, Le bénédictinisme de l'Î. de J.-C., in Ephém. Theol. Lavaniennes, 22 (1946), pp. 376-94 (a proposito dell'art. del card. Schuster); T. Lupo, Kempis o Gerson ?, in La scuola cattolica, 75 (1947), pp. 220-37. Igino Cecchetti

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“IMITAZIONE DI CRISTO (DE IMITATIONE CHRISTI).” Enciclopedia Cattolica, vol. VI (1951), p. 952. Azione Romana digital edition, https://azioneromana.com/it/article/imitazione-di-cristo-de-imitatione-christi.