LUTERO (LUTHER), MARTIN

LUTERO (LUTHER), MARTIN. - Iniziatore del luteranesimo e del protestantesimo, n. ad Eisleben (Sassonia) in Germania il 10 nov. 1483, dal minatore Hans e da Margherita Ziegler, ed ivi m. il 18 febbr. 1546.

SOMMARIO: I. Vita e dottrina fino al 1517. - II. L. e il luteranesimo in Germania (1517-46). - III. Il consolidamento del luteranesimo. - IV. Il luteranesimo fuori di Germania. - V. L'elaborazione del dogma luterano. - VI. Gli elementi di dissoluzione nel luteranesimo. - VII. Consistenza numerica del luteranesimo. - VIII. Valutazioni.

I. VITA E DOTTRINA FINO AL 1517

La famiglia di L. era d'origine contadina e dotata di un qualche bene di fortuna; del rude ambiente contadinesco L. conservò anche più tardi la violenza e grossolanità del linguaggio, il timore quasi superstizioso del demonio, nelle sue molteplici travestizioni, e per lunghi anni una preoccupazione confinante con lo scrupolo di fare quanto egli riteneva di dovere. Tra privazioni, e non senza aiuto di benefattori, frequentò il «trivio» a Mansfeld, poi la scuola dei «Fratelli della vita comune» a Magdeburgo dal 1497, passando nel 1498 ad Eisenach; quindi, dotato di una borsa di studio, entrò in un collegio universitario ad Erfurt per studiarvi giurisprudenza secondo il desiderio del padre. Gli studi propriamente giuridici erano preceduti da un corso di filosofia; L. lo seguì, apprendendovi l'aristotelismo con impronta occamistica ed ottenendo nell'Epifania del 1505 il titolo accademico di «magister artium». Aveva appena iniziato gli studi di diritto quando il 2 luglio 1505, festa di s. Anna, mentre ritornava con un amico ad Erfurt, un fulmine colpì il compagno e L., sotto l'impressione dell'avvenimento, fece voto a s. Anna di farsi religioso. Di fatto due settimane dopo entrava, contro la volontà del padre, nel convento degli Eremiti agostiniani di Erfurt, dove nel 1506 faceva la professione monastica ed il 3 apr. riceveva l'ordinazione sacerdotale.

Il convento apparteneva ad una Congregazione «riformata»: vi si praticava una severa disciplina, vivo era l'interesse per lo studio, intensa la vita di pietà e lo zelo per la predicazione. L. ne accettò la Regola con la convinzione ch'essa rappresentasse la via sicura per arrivare alla salvezza. Entrato nel sacerdozio per ordine dei superiori, per lo stesso motivo riprese gli studi di filosofia

e teologia scolastica, nello «Studio generale» del convento, il cui indirizzo era la «via moderna», l'occamismo; nel 1508 è lettore di filosofia morale nel convento di Wittenberg, donde, nel 1509, divenuto baccelliere in teologia, torna ad Erfurt, nello Studio dell'Ordine come «lector sententiarius».

Questi anni di intensa vita d'ascesi, di studio, d'insegnamento furono per L. pure anni di aspre lotte interiori. Egli aveva studiato la filosofia e la teologia sui testi occamisti, allora in auge, di Gabriel Biel, e ne aveva assimilati i motivi, apprendendo nel campo gnoseologico a svalutare i concetti quali meri «nomi» ed a contestare le pretese della metafisica aristotelica per affidarsi soprattutto all'esperienza; nell'ambito della teologia a riconoscere quale intima essenza di Dio la sua volontà sovrana e quindi a considerare i dogmi da credere e le leggi da osservare quali semplici espressioni della concreta volontà di Dio, non deducibili in alcun modo della suprema Ragione divina, accentuando così la separazione tra fede e scienza; nel campo della teologia morale L. aveva accolto il principio che l'uomo è capace di fare il bene, di riuscir gradito a Dio, di amarlo perfettamente, quando impegni veramente la sua volontà: principio così formulato dal Biel «facienti quod in se est, Deus infallibiliter dat Gratiam», che esteriorizzava il concetto di Grazia e respingeva la dottrina tomistica della Grazia come «habitus». Seriamente preoccupato della sua salvezza eterna, come egli stesso asseriva, L. si era impegnato energicamente nelle pratiche dell'ascesi monastica (digiuni, penitenze, pie devozioni, esami di coscienza, umiliazioni, ecc.) secondo la Regola del suo Ordine, convinto che esse rappresentassero la via della perfezione, gli potessero assicurare la pace della coscienza, la certezza della salvezza finale. Invece non riusciva a raggiungere l'agognata tranquillità interiore: i moti della concupiscenza, nonostante le mortificazioni, non cessavano di farsi sentire; il pensiero delle pene infernali lo terrificava; le confessioni sacramentali non lo tranquillizzavano circa il perdono dei suoi peccati; nella lettura stessa della Bibbia sentiva come un incubo la parola della giustizia di Dio, che egli riteneva esigesse dall'uomo la perfezione. Il giovane religioso passò dunque attraverso a gravi crisi di disperazione, a cui certamente avevano contribuito la tensione nervosa della meditazione e del continuo controllo di sé, una timidezza risalente all'infanzia ed ora aggravata a vera e propria scrupolosità. Nell'aprirsi con il suo superiore, lo Staupitz, L. trovò sollievo e un primo avviamento alla pace dello spirito, ponendosi sulla strada dei mistici, di s. Bernardo, di Taulero, soprattutto di Gersone, autore del De consolatione theologiae, apprendendo a rinunciare al suo attivismo irrequieto, per assumere piuttosto un atteggiamento di quiete, di passività, lasciando fare a Dio e alla sua Grazia, affidandosi in tutto e per tutto all'amore di Dio.

In questo tempo L. ebbe pure un'intensa attività esteriore: oltre all'insegnamento ed alla predicazione, aveva funzioni di governo nell'Ordine: nel 1515, quale vicario distrettuale, aveva la sorveglianza di undici conventi. Nel 1510-11 fece un viaggio a Roma per sostenere il ricorso del suo convento contro un decreto di unione degli osservanti con i non osservanti promosso dallo Staupitz; ad esso più tardi darà un significato particolare in funzione della sua polemica antipapale: ma i ricordi del tempo lo mostrano preoccupato innanzitutto della sua perfezione interiore, di fare una confessione generale, di lucrare le indulgenze connesse a pie pratiche; e, pur avendo rilevato con scandalo, ignoranza e rilassatezza di clero e popolo, mondanità di cardinali, non riceve un'impressione conturbante del papato di Giulio II. Al ritorno dalla sua missione, che non aveva avuto esito, fu assegnato definitivamente al convento di Wittenberg. Nella Università, qui di recente fondata dal principe elettore, conseguì nel 1512 il dottorato in teologia, e nel 1513 iniziò le sue lezioni di esegesi biblica come sostituto dello Staupitz, commentando i Salmi. In questi anni, in connessione con la sua crisi interiore, si è venuto maturando anche il sistema teologico di L., che riflette fortemente la sua esperienza religiosa. Deluso dall'occamismo in etica e teologia, L. ha cercato di definire la sua

esperienza dei rapporti con Dio mediante lo studio di s. Agostino, al quale le tradizioni dell'Ordine naturalmente lo portavano. Quello che egli ora avvicinava, non era però l'Agostino neoplatonizzante degli umanisti - con i quali ad Erfurt, la sua Università di formazione, aveva avuto pochi e superficiali contatti - ma l'Agostino antipelagiano in cui occupano il primo piano i temi del peccato d'Adamo, delle sue conseguenze, della Grazia e della Predestinazione. Questi motivi, se si accettano i risultati delle ricerche del Müller, si presentavano già organizzati in un sistema « agostiniano » riconoscibile in teologi eminenti dell'Ordine dei secc. xv-xvi (Favaroni, Giovanni Perez, Simone Fidati da Cascia, e, con contaminazioni occamiste, Gregorio da Rimini) : tale sistema muoveva dall'identificazione del peccato originale con la concupiscenza, affermava l'immanente imperfezione di tutte le opere umane, la necessità di integrare la « giustizia imperfetta » dell'uomo con la « giustizia perfetta » di Cristo elargita dalla Grazia (teoria della « doppia giustizia »). In codesto sistema della tarda scolastica L. trovò elementi per giustificare teologicamente la sua esperienza della radicale peccaminosità dell'uomo, servo della concupiscenza, e della liberazione mediante il totale abbandono alla misericordia divina, mentre nella meditazione della Bibbia, durante l'inverno del 1512-13, si convinse d'aver trovato il senso profondo della parola di Dio nell'esegesi del concetto di « giustizia di Dio » (Rom. 1, 17) di s. Paolo, per cui essa non è già, come prima intendeva con angoscia, « l'ira di Dio » che punisce, ma quella che, perdonando misericordiosamente, rende giusti i peccatori.

Da questa « scoperta esegetica del Vangelo » (L. disse d'averla fatta un giorno del 1519 nella torre del convento, donde il nome di « esperienza della torre » [« Turmerlebnis »]), mentre il Denifie ha potuto provare che tale interpretazione era familiare alla gran parte degli esegeti medievali) e dai motivi mistico-quietistici-agostiniani ricordati, egli non deriva soltanto un personale atteggiamento religioso, ma tutto un nuovo orientamento nei riguardi delle pratiche religiose tradizionali, delle istituzioni della Chiesa, del monachismo, che affiora poco alla volta nelle sue lezioni universitarie e nelle sue prediche, quale critica delle opere di devozione, dei voti, dell'impegno ascetico in generale in quanto pretendono d'esser « meritori », tali da riuscir graditi a Dio per efficacia propria e quale esaltazione del Sacrificio di Cristo a fonte unica del perdono e del merito. Tale orientamento s'avverte sempre più chiaro e determinato nelle Lezioni sui Salmi (1513-15), in quelle Sulla lettera ai Romani (1515-1516) e Sulla lettera ai Galati (1516-17), nelle dispute, pure del 1516-17, Intorno alle forze della volontà dell'uomo senza la Grazia e Contro la teologia scolastica, nonché in talune prediche e nella corrispondenza, dove condanna l'eccessivo ricorso alle indulgenze, lo sviluppo del culto dei santi, i pellegrinaggi, le devozioni particolari, la pompa e gli interessi mondani degli uomini di Chiesa : esso trova consensi nella cerchia dei discepoli, in molti confratelli e colleghi, a cominciar dallo Staupitz.

II. L. E IL LUTERANESIMO IN GERMANIA (1517-1546) - A dare più vasta risonanza a queste idee ed esperienze del chiostro e della scuola, a renderle un fermento rivoluzionario nell'ambiente tedesco, già carico di tendenze antipapali, antiecclesiastiche, per i molteplici motivi nazionali, economico-sociali, politici, culturali, che costituiscono le cause generali della « riforma » (v.), sopravvenne la pubblicazione dell'indulgenza per la costruzione di S. Pietro in Roma, in connessione con la politica familiare e finanziaria dei Brandenburgo. Alberto di Brandenburgo, arcivescovo di Magdeburgo ed amministratore del vescovato di Halberstadt, dal 1514 eletto pure arcivescovo di Magonza, per accumulare sulla sua persona codesti vescovati si era obbligato presso la Camera Apostolica per 24.000 ducati. Per il pagamento si era legato con il Banco Fugger di Augusta, e la Curia, per facilitarglielo, gli aveva con-

cesso la predicazione dell'indulgenza per la Fabbrica di S. Pietro per otto anni nei territori de' suoi vescovati ed in quelli del Brandenburgo con la clausola che metà del reddito netto doveva andare a Roma.

Nella predicazione dell'indulgenza, affidata al domenicano Giovanni Tetzel, si ripeterono inconvenienti assai deprecati, dovuti alla formula corrente dell'« indulgentia a poena et culpa », agli abusi dei collettori nel rilasciare

la cedola, la cui tassazione era in rapporto alla ricchezza del richiedente, alla esagerazione circa l'efficacia dell'indulgenza per i defunti, mentre si sottacevano troppo le condizioni etico-religiose richieste anche dalla teologia del tempo per lucrarle. In Sassonia ne era stata proibita la predicazione, ma L. ne ebbe notizia da chi s'era recato per lucrare l'indulgenza alla vicina Juterbog, e, in coerenza con le sue dottrine, contestò tale predicazione, affiggendo, secondo gli usi accademici del tempo, alle porte della chiesa d'Ognissanti di Wittenberg, ch'era la chiesa dell'Università e del castello, il 31 ott. 1517, 95 tesi in latino. Una parte di esse era dogmaticamente corretta; un'altra fortemente polemica contro le indulgenze e il Papa che le distribuiva; il resto respingeva l'indulgenza come tale ed il concetto del « thesaurus Ecclesiae » circa i meriti dei santi : alla pratica esteriore delle indulgenze veniva opposta una religiosità più spirituale, l'accettazione della croce. Le tesi, nell'ambiente sovreccitato, ebbero subito una vasta e profonda risonanza. In due settimane erano ormai note in tutta la Germania e trovarono consensi particolarmente vivaci tra gli umanisti e negli ambienti ecclesiastici che auspicavano la riforma della Chiesa. Le « antitesi » del Wimpina, dello Eck, del Pricrias, non ebbero molto efficacia; anzi diedero occasione a L. di confermare le sue affermazioni nelle repliche ai due ultimi. Intanto il Tetzel ed il danneggiato Alberto di Magonza reagivano denunciando alla loro volta a Roma talune proposizioni di L. come eretiche. La S. Sede intervenne blandamente, cercando d'imporre silenzio a L. attraverso i superiori del monaco; ma ottenne un risultato contrario, giacché L. al Capitolo dell'Ordine di Heidelberg, il 24 apr. 1518, diresse una risposta sull'argomento delle indulgenze e guadagnò alle sue idee alcuni confratelli, tra i quali il Butzer e il Brenz. Stese poco dopo delle Resolutiones alle 95 tesi, che inviò con una accompagnatoria a Leone X.
Il processo canonico contro L. cominciò a Roma nel maggio 1518; nel luglio dello stesso anno gli fu intimato di presentarsi a Roma entro 60 giorni per scolparsi dal sospetto di aver diffuso dottrine erronee; però per intervento del suo principe, l'elettore di Sassonia Federico il Saggio, poté comparire ad Augusta dinanzi al cardinale legato Tommaso de Vio Gaetano. Nell'interrogatorio avvenuto il 12-13 ott. 1518 L. rifiutò di ritrattarsi; quindi si allontanò da Augusta per timore d'essere arrestato, non senza prima aver redatto un appello al Papa, male informato, di informarsi meglio. Il 28 nov. 1518 poi a Wittenberg, prevedendo la condanna, appellava dal Papa mal consigliato ad un « futuro concilio ecumenico ». Il card. Gaetano aveva chiesto all'elettore di Sassonia la consegna del frate, ma gli era stata rifiutata con il pretesto che l'eresia di L. non era stata provata. Senza risultato era

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LUTERO, MARTIN - Ritratto dipinto da Lucas Cranach - Firenze, Galleria degli Uffizi.
(fot. Andersen)
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LUTERO, MARTIN - Ritratto di Caterina Bora, dipinto da H. Holbein il Giovane. Roma, Galleria nazionale d'arte antica.
(fol. Alinari)
di Huss sulla Chiesa, nella confutazione della «donatio Constantini» del Valla, nelle lagranze («gravamina») della Chiesa tedesca rispetto alla Curia, elencate fin dal sec. XV, mentre i giovani umanisti della cerchia di Ulrico di Hutten ed i cavalieri rivoluzionari capeggiati da Francesco di Sickingen si pronunciavano rumorosamente a suo favore, spingendolo a fare della sua controversia teologica con Roma una questione nazionale tedesca, traendo partito dalla diffusa avversione alla Curia. In questa atmosfera sono stati redatti gli scritti del 1520 che segnano il suo distacco dalla Chiesa e dalla sua dottrina: il libello Del papato in Roma, il Sermone sul Nuovo Testamento (contro il carattere di sacrificio della Messa), ma soprattutto i tre grandi scritti programmatici di riforma: Alla nobiltà cristiana di nazione tedesca per la riforma del ceto cristiano (giugno del 1520), De captivitate Babylonica Ecclesiae praeludium (ott. 1520), Della libertà d'un cristiano, con un'epistola a Leone X (sett. 1520). Nel primo, pubblicato in un tedesco popolare molto suggestivo, e di cui vennero vendute in pochi giorni 4000 copie, L. propugna l'abbattimento dei tre ordini di mura dei romanisti, cioè la distinzione tra preti e laici, il diritto esclusivo della gerarchia d'interpretare la Bibbia, il diritto del papa di convocare i concili, quale premessa per la riforma della Chiesa; e chiede che questa venga affidata ad un concilio ecumenico del tipo di quello di Costanza, il quale riorganizzi la Chiesa in senso nazionale, elimini i «gravamina» della Chiesa tedesca, riduca i giorni festivi, stronchi l'usura, migliori le condizioni dei contadini, liberi il clero dall'obbligo del celibato, modifichi o abolisca il diritto canonico, specialmente le decretali pontifice, riformi il metodo d'insegnamento nelle università, togliendone i libri di Aristotile per sostituirvi lo studio del latino, del greco, dell'ebraico e della matematica, e stabilendo il commento della Bibbia al posto di quello delle Sentenze di Pietro Lombardo. Il De captivitate Babylonica, redatto e pubblicato in latino a risposta d'uno scritto del domenicano cremonese Isolani, indica come «schiavitù» il rifiuto del calice ai laici, la dottrina della Transustanziazione, il carattere di sacrificio della Messa; nega la qualità di Sacramenti alla Cresima, Ordine, Matrimonio, Estrema Unzione; mantiene come Sacramenti solo il Battesimo, la Cena e la Penitenza, ma questi ultimi con una interpretazione particolare. L'opuscolo infine Della libertà del cristiano è l'esposizione pacata della dottrina mistico-religiosa di L., per cui il cristiano, affidandosi a Dio e confidando in lui, diventa signore di tutte le cose e si scioglie da ogni sottomissione. Le buone opere, a cui rimane obbligato (assistenza del prossimo, comandamenti, ecc.) hanno senso, ma non in vista d'un merito da acquistare presso Dio, bensì in quanto scaturiscono da un animo pio, rinnovando così la condanna delle opere meritorie per la salvezza eterna ch'erano parte essenziale della concezione tradizionale della vita cristiana. Mobilitava così L.

rimasta l'azione mediatrice di un disinvolto emissario papale, il tedesco Militia, a cui L. nel genn. del 1519 aveva promesso soltanto di tacere, qualora però i suoi avversari avessero fatto altrettanto. Nel corso della disputa di Lipsia con Eck (dal 27 giugno al 16 luglio 1519) la situazione dottrinale di L. si aggravò, avendo egli contestato, oltre il primato del Papa, la infallibilità dei concili. Intanto la sua opposizione al Papa trovava nuovi argomenti negli scritti

le forze nazionali per la riforma della dottrina e della struttura della Chiesa. Ciò rappresentava un rafforzamento del movimento ma a scapito dell'ispirazione religiosa iniziale. I motivi, infatti, sociali, economici, politici, personali allora predominanti nelle classi a cui egli faceva appello, si fecero sentire sempre di più, e talora in maniera decisiva, sulla riforma.

Intanto si concludeva a Roma il procedimento contro L. sulla base degli atti della disputa di Lipsia. La bolla Essurge, Domine del 15 giugno 1520 minacciava a L. la scomunica, qualora entro 60 giorni non avesse ripudiato 41 proposizioni dichiarate parte eretiche, parte «false, scandalose, seduttrici e contrarie alla verità cattolica». Esse riguardavano l'incapacità dell'uomo, la fede, la giustificazione, la Grazia, i Sacramenti, la gerarchia ed il Purgatorio. Inoltre la bolla condannava alla distruzione i libri che contenevano tali errori. La bolla fu pubblicata con molta difficoltà in Germania ad opera dell'Aleandro e dello Eck. L. la respinse con lo scritto Contro la bolla del Cristo della fine (ott. 1520), e con il bruciarla pubblicamente, assieme al Corpus iuris canonici, alla Summa di s. Tommaso ed a scritti dei suoi avversari, il 10 dic. 1520 a Wittenberg. Segui pertanto il 3 genn. 1521 la bolla Decei Romanum Pontificem che dichiarava scomunicato L. ed i suoi seguaci, alla quale a sua volta L. rispose con altri e più violenti libelli, con altre caricature antipapali.

La bolla, secondo le leggi dell'Impero, doveva aver esecuzione da parte delle pubbliche autorità. Ma L. aveva ormai, nella nobiltà e tra i principi, fautori non disposti a sacrificarlo. Perciò quando alla Dieta di Worms (1521) il nunzio papale chiese il bando per L. ed i suoi aderenti, L. ottenne d'essere ascoltato e solo per il suo rifiuto di ritrattare e per il deciso intervento del nuovo imperatore Carlo V, fu colpito dal bando imperiale (8 maggio 1521), il che implicava la proibizione di predicare la sua dottrina e la condanna al fuoco dei suoi scritti. Però L., mentre si allontanava da Worms prima della scadenza del salvacondotto imperiale, fu rapito da cavalieri mascherati dell'elettore di Sassonia, che lo portarono alla Wartburg, dove L. visse per dieci mesi sotto il falso nome di Jörg. In questo rifugio L., respingendo come tentazioni demoniache i dubbi sulla legittimità del suo procedere, che affiorarono in lui sotto forma d'incubi ed allucinazioni, si convinse sempre più fermamente d'una sua speciale vocazione da parte di Dio, a combattere le istituzioni ecclesiastiche, a odiare il papato, e ciò gli moltiplicava le sue energie di scrittore. Sono di questo periodo gli scritti De votis monasticis iudicium, che rese in breve deserti i monasteri, De abroganda Missa privata e Dell'abuso della Messa, che dichiaravano il sacrificio della Messa un'idolatria vergognosa; ma soprattutto l'inizio della sua traduzione tedesca della Bibbia, che creò un nuovo strumento di diffusione per la sua dottrina e costituì insieme un monumento letterario destinato a influire decisamente sulla formazione della lingua letteraria tedesca ed a soppiantare le preesistenti traduzioni rozze o incomplete. Tale traduzione era la prima che si rifaceva al testo originario ebraico o greco; non rimaneva però immune da errori, in parte per i difetti del testo e per deficienti conoscenza delle lingue, in parte per forzamenti del testo imposti a L. dalla preoccupazione di corroborare la sua tesi della giustificazione per la sola fede, che lo indusse anche ad attribuire valore diverso ai libri della Bibbia ed a respingere come «di paglia» la lettera di s. Giacomo che raccomanda le opere. Frattanto le sue idee trovarono attuazione: preti si sposavano; frati e monache abbandonavano i conventi; si celebrava la Messa in tedesco; si distribuiva la Comunione sotto le due specie senza più esigere il digiuno; si procedeva addirittura, come il Carlostadio a Wittenberg, alla demolizione di immagini, altari e croci. I cavalieri rivoluzionari, stretti in una lega (Brüdergemeinschaft) sotto la guida di U. di Hutten e di F. di Sickingen, davano l'assalto ai territori dell'elettore ecclesiastico di Treviri «per aprire la porta alla parola di Dio». Questo moto però fu soffocato nel sangue da una lega di grandi principi renani che tolse alla piccola nobiltà le prime parti nell'opera della «riforma» (Guerra dei cavalieri, 1521-22). L. fu chiamato a Wittenberg dal

DIGNA MERCES PAPAE SATANISSIMI ET

CARDINALIVM SVORVM.

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Wenn zeitlich gestrafft solt werden/
Papst vnd Cardinel auff Erden/
Ar Gesterjung verdient het/
Wie jr Recht hie gemalet siecht.

Mart. Luther R.
V. 1545

(da A. Bernareggi, I. Papi, Milano 1958, p. 16)
LUTERO, MARTIN - Stampa satirica contro il Pontefice
e i cardinali (1545).

suo rifugio nel marzo del 1522 da Melantone, turbato
dalle agitazioni inconceclate promosse da Carlostadio
e dagli anabattisti, i cosiddetti « fanatici »; questi s'erano
organizzati nella vicina Zwickau attorno allo Storch e
al Münzer e respingevano non solo il papato ma, in
blocco l'organizzazione religiosa e sociale vigente, il culto
pubblico, e la proprietà privata, facevano appello alla
propria diretta illuminazione da parte dello Spirito Santo
disprezzando l'esegesi biblica dei dotti, si consideravano
eletti da Dio e esigevano come prova dell'adesione alla
nuova fede il « ribattezzamento ». L. riportò la calma a
Wittenberg con la persuasione e con il braccio secolare,
facendo esiliare Carlostadio ed i fanatici, riprese le sue
lezioni all'Università e diede un nuovo ordinamento al
culto ed alla disciplina, abolendo Messa privata, Confes-
sione privata e digiuni, eliminando il Canone dalla Messa,
conservata però ancora in latino e con i paramenti e le
cerimonie consuete, distribuendo la Comunione sotto am-
bedue le specie, ma anche sotto una sola. Consigliò al
maestro dell'Ordine teutonico di sopprimere la Regola
dell'Ordine e di sposarsi; egli pure nel dic. del 1524 ab-
bandò l'abito monastico e nel giugno 1525 sposò una
ex-monaca cistercense, Bora (v.).

La propaganda luterana contro le « tradizioni umane »
non fondate sulla Bibbia, contro la gerarchia ed il mona-
chismo, l'appello alla « libertà del cristiano », eccitarono
l'irrequietudine dei contadini insofferenti della servitù
della gleba e li portarono a formulare le loro rivendica-
zioni in nome del Vangelo. In 12 articoli chiedevano, oltre
a contratti agrari, la nomina dei parroci e la predicazione
del Vangelo « senza aggiunte umane ». L., richiesto del
suo parere, riconobbe dapprima in gran parte la fonda-
tezza delle richieste dei contadini (Ammonizione alla
pace, 1525). Ma quando questi, sotto l'influsso della pre-
dicazione anabattista, trascesero all'assalto di conventi
e castelli, alla distruzione di chiese ed altari e contro di
essi mossero i grandi signori laici ed ecclesiastici, L. li
abbandonò a se stessi, condannandoli come ribelli all'or-
dine da Dio stabilito e approvandone lo sterminio in atto,

nello scritto Contro le ribellioni brigantesche ed assassine
dei contadini (maggio 1525) che pose fine alla Guerra dei
contadini (1524-25) ed orientò L. verso una tendenza
più conservatrice. In questi anni avveniva anche la prima
chiarificazione nel movimento suscitato da L. Si distac-
cavano alcuni elementi che riconoscevano ormai in lui
un innovatore e non un semplice restauratore della vita
cristiana. Una parte degli umanisti al seguito di Erasmo
avvertiva l'inconciliabilità del concetto umanistico della
dignità dell'uomo con il pessimismo luterano del « de
servo arbitrio » (polemica tra Erasmo e L., 1524-26) e si
pronunziava per la vecchia Chiesa. Il popolo, dopo l'esito
della Guerra dei contadini, si considerava tradito da L.
e si adattava al vecchio ordine di cose oppure piegava
verso gli anabattisti. I radicali rimproveravano a L. di
proporsi quale nuovo papa con l'imporre la sua esegesi
della Bibbia. Questo spingeva L. a procedere innanzi
nella definizione della nuova dottrina, nell'organizza-
zione della nuova Chiesa e nella determinazione del nuovo
culto, mentre la situazione politica generale impediva
all'Imperatore ed ai cattolici di dare pratica esecuzione
all'Editto di Worms, ed i ceti favorevoli a L., con la ri-
chiesta del concilio ecumenico quale unico legittimo
giudice sulle dottrine controverse, con il mercanteggiare
gli aiuti contro i Turchi, con la libertà d'azione nei sin-
goli territori rispetto all'Editto di Worms (Dieta di Spira,
1526), con il costituirsi in lega a difesa delle innovazioni,
creavano ai novatori le condizioni migliori per attuare i
nuovi ordinamenti ecclesiastici. Nel culto venne intro-
dotta la lingua tedesca, fu fatta larga parte agli inni reli-
giosi cantati dal popolo, di alcuni dei quali L. stesso com-
pose testo e musica. L'organizzazione delle comunità,
dapprima pensata su basi democratiche, dopo l'esperienza
anabattista venne imperniata sui principi, quali « ve-
scovi supremi dei territori » e per ordine di essi si compi-
rono le « visitazioni »: per conseguenza si riformarono gli
istituti ecclesiastici dei rispettivi territori. Ad assicurare
unità nella predicazione dopo i Laci communes di Melan-
tone, L. compilò nel 1520 un piccolo ed un grande ca-
techismo; per l'istruzione, oltre che per l'uso liturgico,
fin dal 1523 aveva pubblicato un Libretto per il Battesimo e
nello stesso 1520 un Libretto per le nozze.

In questi anni (1525-30) ha luogo un decisivo sposta-
mento nella direzione del moto della « riforma ». L'anar-
chia dottrinale e pratica, che s'era scatenata in diversi
luoghi in nome della libertà del Vangelo, aveva dimostrato
la necessità di porre certi argini all'arbitrio riformatore
dei singoli e questi non potevano essere apprestati che
dalle forze di polizia dei principi. Perciò L. riconosce
al signore territoriale che abbia aderito « al Vangelo »,
il diritto ed il dovere di assicurare con le sue ordinanze
la « riforma » ed il governo della Chiesa « secondo il Van-
gelo », ed accetta per sé il ruolo, in fondo secondario,
di riformatore della dottrina, del culto, della predica-
zione, per incarico pubblico. Gli scritti di L., quindi, a
partire dal 1526 si riferiscono sempre di più a problemi
pastorali, liturgici, etico-sociali; mentre i principi « lu-
terani », ancor prima che L. avesse ad elaborare la teoria
del loro « diritto di visitazione », quali « membri eminenti
delle comunità », si attribuivano una funzione direttiva
nell'amministrazione della Chiesa, assumendo i compiti
di « summi episcopi » e dando luogo alla creazione delle
Chiese regionali autonome (Landeskirchen) fondate sul
principio politico sancito nel 1555, del « cuius regio,
eius et religio », per cui spettava al principe stabilire la
religione del suo territorio. Da questo momento la storia
del luteranesimo vien perdendo il suo carattere unitario
per frazionarsi nella storia dei singoli territori, nell'atti-
vità dei singoli riformatori, nell'evoluzione particolare
che in ciascun territorio presentano organizzazione, culto
e non di rado la stessa dottrina. Così acquistano la loro
fisionomia le singole Chiese territoriali: la Chiesa sas-
sone sotto l'influsso combinato di L. e Melantone; quella
dell'Assia con il sincretismo disinvolto del margravio
Filippo, che si serve anche di elementi zuingliani; la
Chiesa di Strasburgo sotto la direzione del Butzer e di
Capitone; quella di Zurigo sotto l'influsso del Bullinger;
mentre la Chiesa del Brandenburg subisce l'azione del-

l'Agricola, il Bugenhagen riforma la Danimarca, l'Osiandro riforma Norimberga, l'Ecolampadio s'impone a Basilea ed altri personaggi di minor conto li imitano in altre regioni, riorganizzando in senso luterano la vita ecclesiastica, esaminando ed approvando pastori, costituendo parrocchie, redigendo rubriche liturgiche, organizzando istituti d'istruzione popolare, scrivendo catechismi ed istruzioni pastorali, che poi i principi in virtù del «ius reformandi» rendono obbligatori.

Questa posizione preminente dei principi nel difendere e determinare la struttura delle nuove Chiese appare evidente quando Carlo V, riconciliatosi con il Papa e conclusa la pace con Francesco I, cerco d'imporre il rispetto delle vecchie istituzioni dove ancora sussistevano. Contro tale decisione, presa dalla Dieta di Spira (1520), i principi presentarono formale protesta (donde il nome di «protestanti»), appellandosi «all'Imperatore, al concilio, ai buoni cristiani»; nel contempo, per opera soprattutto di Filippo d'Assia, cercarono di costituire un fronte unico contro le intenzioni di restaurazione di Carlo V. Al fine di potervi includere anche gli zuingliani, Filippo d'Assia promosse il colloquio di religione di Marburg (1-4 ott. 1520) tra L. e Zuinglio per dirimere le divergenze tra il simbolismo eucaristico zuingliano e la teoria luterana della presenza reale: senza altro risultato che quello di determinare L. a redigere i 15 articoli di Marburg, che egli rielaborò poi nei 17 articoli di Schwabach e nei 10 di Torgau che saranno valorizzati da Melantone nel redigere la confessione augustana.

Alla Dieta di Augusta (1530), secondo la richiesta di Carlo V, che pensava di risolvere la questione religiosa tedesca con un compromesso, i principi dissidenti presentarono una professione di fede, che era insieme una giustificazione teologico-giuridica delle innovazioni religiose, la Confessio fidei augustana, redatta da Melantone e riveduta dalla Cancelleria sassone. Essa si preoccupava di mostrare la sostanziale conformità delle credenze luterane con la Bibbia e con le dottrine della Chiesa antica, ed in genere con quelle tradizionali, mitigando le divergenze e criticando le dottrine non accettate come un prodotto della scolastica, insistendo nella condanna degli anabattisti come sovvertitori della dottrina e dell'ordine sociale e respingendo le dottrine zuingliane. Circa le istituzioni, rivendicava l'uso del calice anche per i laici, il matrimonio per i preti, l'abolizione dei voti monastici, esaltando in contrapposto le attività civili, quale servizio di Dio, la non obbligatorietà di astinenze e digiuni, la soppressione del Canone nella Messa, perché includente l'idea della rinnovazione meritoria del sacrificio della Croce. L. non poté esser presente alla Dieta perché colpito dal bando: però aveva approvato da Coburgo la Confessione augustana, raccomandando tuttavia di non andar oltre nelle concessioni ai cattolici. La Confutatio pontificia, pur riconoscendo gli elementi positivi nella parte dogmatica, contestò la giustificazione delle innovazioni come contraria alla S. Scrittura, alle leggi della Chiesa e dell'Impero; il tentativo di compromesso fallì: Melantone contro la Confutatio scrisse l'Apologia della Confessione augustana, i principi luterani rinnovarono la protesta di Spira, organizzando nella Lega di Smalcalda (presso Gotha), marzo 1531, la resistenza all'Imperatore ed alle decisioni della Dieta che L. giustificò, sollecitato da Filippo d'Assia. A tale Lega avevano aderito, oltre l'iniziativa Filippo d'Assia, Giovanni di Sassonia, Volfango d'Anhalt, i duchi di Brunswick, i conti di Mansfeld, parecchie città tra le quali Strasburgo, Ulma, Costanza, Magdeburgo, Brema, Lubecca, sempre «per la difesa del Vangelo». Essa costituiva una coalizione più vasta di quella dei firmatari della Confessione augustana, includeva ricche città del nord, gli antiasburgici duchi di Baviera, e poteva avvalersi dell'appoggio di Francesco I di Francia. Approfittando delle difficoltà politico-militari di Carlo V, gli aderenti alla Lega ottennero un nuovo interim a Norimberga nel 1532, che permise loro di procedere indisturbati nella soppressione dei monasteri, nell'incameramento dei beni monastici, nella riforma del culto; di consolidare l'organizzazione delle nuove Chiese, di rafforzare il proprio partito con l'attirarvi

nuovi principi e con la secolarizzazione di altri territori ecclesiastici, scarsamente ostacolati dalle forze conservatrici, disunite negli intenti e nei metodi, incerte sulla stessa valutazione della natura del movimento religioso. La nuova forza politico-organizzativa dei luterani si rivelò nel 1537 nelle obbizioni e pretese da essi opposte al Concilio convocato da Paolo III prima a Mantova e poi a Vicenza: i 23 Articoli smalcaldici, redatti da L. in un tono aspro, sottolineano, in contrasto con la Confessione augustana, le divergenze delle nuove Chiese, mettendo in primo piano la ripulsa del Papa quale «Anticristo» e dichiarando impossibile un accordo con Roma. L'appello dei luterani al Concilio si rivelava un mero espediente polemico e dilatorio: fin dal 1538 L. dichiarava al nunzio Vergerio che la sua partecipazione al Concilio era inutile, perché era sicuro d'essere nella verità. Sostanziale rafforzamento i luterani trassero anche dalla politica di compromesso continuata da Carlo V, dai rinvii del concilio, dai «Colloqui di religione» di Hagenau, Worms, Ratisbona (1540-41) in cui si incontrarono le personalità più concilianti delle due parti: Melantone e Butzer per i protestanti, il Gropper e il Pflug, sia pure con lo Eck, per i cattolici, appoggiati questi ultimi dagli stessi legati papali Contarini e Morone. Fu raggiunto l'accordo sulle formole del peccato originale e della giustificazione, avendo accettato i cattolici la teoria della doppia giustizia; la parte cattolica ammise, senza incoraggiarlo, il matrimonio dei preti e l'uso del calice per i laici. Impossibile risultò l'accordo sul numero dei Sacramenti e l'autorità del Papa. Così l'accordo dogmatico sotto l'egida imperiale (interim di Ratisbona 1541) fallì e rimase, a tutto vantaggio dell'espansione luterana, l'interim di Norimberga del 1532. Nel frattempo la «riforma» aveva raggiunto il Brandenburg elettorale, il Württemberg, la Sassonia ducale ed altre città al sud e al nord; aveva al suo attivo l'intesa con la Danimarca e con la Francia, la sospensione dei processi contro gli usurpatori di beni ecclesiastici dinanzi al Tribunale camerale dell'Impero. Un indebolimento morale ed organizzativo, invece, avevano apportato i novatori gli eccessi anabattisti «per instaurare il Vangelo» a Münster in Vestfalia («Regno di Sion», 1535) e la bigamia di Filippo d'Assia che L. con Melantone e con il Butzer aveva giustificato con il richiamo al Vecchio Testamento in un parere segreto, che invece divenne di pubblico dominio e portò L. imbarazzato a ricorrere a smentite ed a teorizzare «la bugia d'emergenza e d'utilità» (1539-40).

Di tale situazione si valse Carlo V, quando, accordatosi segretamente con il Papa, si preparò ad agire con la forza contro i novatori, dopo aver attratto nella sua orbita Filippo d'Assia, sotto la minaccia d'un processo per bigamia, gli Hohenzollern del Brandenburg, Maurizio di Sassonia, invidioso del cugino elettore e bramoso della dignità elettorale. Restaurato il cattolicesimo nel ducato di Cleve, con l'assecondare il colpo di mano di Maurizio sui territori del cugino difeso dagli smalcaldici, riuscì a sconfiggere ed a far prigioniero l'elettore di Sassonia (Mühlberg, 24 apr. 1547) e poco dopo lo stesso Filippo d'Assia. La Lega smalcaldica era distrutta ed i principi si impegnavano ad eseguire le decisioni della prossima dieta. Però il partito luterano era ancora saldo nel nord e Carlo V, alla Dieta d'Augusta (1548), dovette limitarsi ad imporre ai luterani un regime ecclesiastico cattolicizzante fino alle decisioni del concilio, a cui i principi s'impegnavano a partecipare (interim d'Augusta, 1548). Codesta riforma, vista con diffidenza dal Papa, non trovò adesione sentita né tra i cattolici né tra i luterani: permise tuttavia la restaurazione delle istituzioni cattoliche in territori luterani, soprattutto in Sassonia, dove però dette origine ad una vivace polemica tra gli accomodanti melantoniani ed i rigidi luterani (gnesio-luterani) a proposito degli atti di culto cattolici ritenuti da Melantone religiosamente indifferenti («adiaphora»).

Nel frattempo era morto L. per un'arteriosclerosi cardiaca (il suicidio è leggenda diffusa su documenti tardivi nel sec. XVII). Egli negli ultimi anni s'era ritirato sempre più in disparte, lasciando ad altri, teologi e principi, la direzione del movimento. Era fisicamente soffe-

rente, amareggiato dai disordini sopravvenuti nelle nuove Chiese, dalle scissioni tra i suoi seguaci, dall'inclinazione di molti di loro per Zuinglio e Calvino, dai rudi interventi di principi e magistrature cittadine nella vita delle Chiese. L'idea della vicina fine del mondo gli veniva spesso sulle labbra e sulla penna. Incollabile era rimasto fino all'ultimo nella convinzione di possedere il vero Vangelo e che il papato fosse l'Anticristo. Per la convocazione del Concilio a Trento aveva scritto nel marzo 1545 la sua invettiva più violenta: Contro il papato in Roma fondato dal diavolo, ed aveva messe in circolazione nove tra le più volgari caricature disegnate nella bottega di Luca Cranach, illustrate con versi sarcastici sotto il titolo: Ritratto del papato ad opera di M. L.

III. IL CONSOLIDAMENTO DEL LUTERANESIMO

L'umiliazione del luteranesimo fu di breve durata: un nuovo tradimento di Maurizio di Sassonia rianimò la resistenza al nord; si riorganizzò la Lega smalcaldica, in alleanza con la Francia; Carlo V, sorpreso senza esercito ad Innsbruck nel 1552, dovette rinunciare al suo programma di restaurazione cattolica e permettere che il fratello Ferdinando, nominato re di Germania, concedesse, a Passavia, libera pratica della propria religione a tutti gli aderenti alla Confessione augustana fino alla prossima Dieta, che fu tenuta ad Augusta (1555). Questa nel suo «recesso» sancì tale concessione senza limitazione di tempo; rimasero in possesso dei luterani i beni secolarizzati da loro fino al 1552; l'unica limitazione alla loro espansione politico-territoriale venne posta con il «reservatum ecclesiasticum» per cui i vescovi e gli abati che volevano farsi protestanti potevano farlo «senza diminuzione del loro onore», perdendo però il loro ufficio; il tribunale camerale sarebbe stato composto d'un ugual numero di cattolici e di protestanti. Il luteranesimo era così ufficialmente riconosciuto, pur ristretto a minoranza nella Dieta e con l'impegno generico del ritorno all'unità religiosa, qualora il Concilio, al quale i luterani nel 1552 per un momento avevano partecipato, riuscisse a ristabilirla.

IV. IL LUTERANESIMO FUORI DI GERMANIA

Intanto il luteranesimo aveva dilagato non soltanto nei 4/5 della Germania, costituendovi zone compatte o isole sparse, secondo i bizzarri confini dei territori autonomi, ma pure nelle regioni a nord e a est. Più che per vasto e profondo moto di coscienza, qui s'era instaurato per l'azione autoritaria dei signori del luogo e presentava pertanto un aspetto nettamente conservatore nella dottrina, nell'organizzazione, nel culto, ricollegandosi al L. della fase de La Messa tedesca ed al Melantone dell'Istruzione ai visitatori del 1529. Il primo territorio del nord-est «riformato» fu quello dell'Ordine teutonico, la Prussia, che il gran maestro Alberto di Brandeburgo trasformò in ducato, aderendo più tardi alla Confessione augustana, e costituendo a Königsberg con l'Osiandro un centro di pensiero luterano; seguirono la Livonia, per influsso dell'arcivescovo di Riga, fratello del duca di Prussia, la Curlandia e la Samogizia. Solo parzialmente, perché contrastato anche da hussiti, calvinisti, antitrinitari italiani, il luteranesimo s'affermò con il re Sigismondo II in Polonia (Dieta di Petrikau, 1556). Carattere eminentemente politico-nazionale ebbe il luteranesimo in Scandinavia. In Svezia si instaurò fin dal 1527 (Dieta di Westerås) ad opera del re Gustavo Wasa, iniziatore d'una dinastia nazionale contro l'unione con la corona danese, e dei predicanti Olaf e Lorenzo Petersen, conservando elementi cattolici, sia nell'organizzazione, rimasta sulle antiche basi episcopali, sia nella liturgia. In Danimarca e Norvegia tale instaurazione fu l'opera comune della monarchia e della nobiltà, cupide dei beni ecclesiastici e gelose dell'autonomia del clero. In Danimarca, con l'appoggio del re Federico III, il Tausen fece approvare dalla Dieta di Copenhagen (1530) la dottrina e la liturgia di

L. («Confessio havnica»); la riforma della struttura ecclesiastica, con il re supremo moderatore della Chiesa, e con sopraintendenti al posto dei vescovi, come in Sassonia, si ebbe nel 1536 sotto Cristiano III e ad opera del Bugenhagen. Lo stesso sistema si stabilì in Norvegia, dal 1547. Negli altri paesi a sud e a ovest, il luteranesimo si ridusse più a correnti di idee e a gruppi di iniziati che a costituire Chiese compatte entro territori definiti. Nei Paesi Bassi invece le Chiese inizialmente luterane finirono per andare al calvinismo, e nell'Ungheria ben presto prevalsero calvinisti ed antitrinitari. Rimasero luterani, qui come in Polonia ed in Croazia, i gruppi tedeschi, anche per ragioni etnico-nazionali. A partire dal 1540 fino al 1575 l'espansione del luteranesimo è dunque rallentata dalla Riforma cattolica e dalla concorrenza sempre più attiva del calvinismo. Nei secc. XVII-XVIII il luteranesimo non ha incrementi sostanziali ma, se mai, diminuzioni e nei secc. XIX-XX il suo influsso culturale ed organizzativo è strettamente connesso con quello della cultura e della politica tedesca: la sua espansione è dovuta ai nuclei tedeschi emigrati nei paesi extraeuropei, specie negli Stati Uniti d'America.

V. L'ELABORAZIONE DEL DOGMA LUTERANO

Mentre nei paesi cattolici si dispiega l'opera di rinnovamento e di restaurazione cattolica, nei territori luterani vivaci polemiche teologiche sorgono presto a turbare la vita delle Chiese, che praticamente si identifica con quella dei territori. Per motivi di dottrina e di ordine sociale la generazione che ha tenuto dietro a L. e Melantone sottolinea l'importanza dei principi dogmatici, si preoccupa di stabilire una nuova ortodossia, ne acentua il valore religioso e quindi non solo dà rilievo alle professioni di fede formulate durante la lotta (Confessione augustana, Apologia della confessione augustana, Articoli smalcaldici, catechismi di L.) ma si preoccupa di precisarne il senso in maniera univoca. In questa elaborazione teologica si fanno naturalmente sentire la maggiore e diversa esperienza religiosa e chiesastica, la pressione della polemica avversaria, le esigenze della propria apologetica, lo spirito litigioso di scuola. Così quasi ogni articolo della Confessione augustana diventa oggetto di controversia: a proposito degli «adiaphora», cioè degli atti di culto ritenuti indifferenti in coscienza, si contrappongono ai «filippisti», cioè ai seguaci di Melantone, i rigidi luterani (Flacio, Nicola di Amsdorf); Osiandro, appoggiato dal Brenz, riprende l'idea cattolicizzante della giustificazione intrinseca contro quella estrinseca della Confessione augustana; il Maior (donde controversia majoristica) sostiene contro L. e l'Amsdorf che le buone opere sono necessarie alla salvezza; gli antinomisti Poach e Otto, scolari di L., negano, vivacemente contrastati; l'obbligatorietà dell'osservanza del Decalogo, cioè della legge morale per la salvezza; il melantoniano Pfeffinger nelle sue Ricerche sulla libertà dell'umano volere (1555) sostiene contro il Flacio e l'Amsdorf la parte attiva (sinergismo) dell'uomo nell'opera della sua salvezza. A proposito della «Cena» i «gnesioluterani» accusano di «criptocalvinismo» i melantoniani che inclinano alla interpretazione meramente simbolica dell'Eucaristia; le suggestioni calviniste provocano controversie sulla Predestinazione; la stessa cristologia è posta in questione a proposito della comunicazione delle proprietà specifiche tra natura umana e natura divina in Cristo e l'onnipresenza di Cristo nell'Eucaristia. Persino sul testo della Confessione augustana si discute, contestando i rigidi luterani l'edizione «variata» data alle stampe nel 1541 da Melantone con modifiche, incriminate come devianti dal pensiero originario di L. e delle Chiese. Le controversie sono condotte con aspre denunce e controdenunce d'eresia, che potevano portare all'esilio dei soccombeni, e risulta minacciata non soltanto l'unità dottrinale del luteranesimo, ma quella stessa politico-organizzativa, proprio nel momento in cui il cattolicesimo riprende vigore combattivo. Il pericolo è avvertito da teologi, tra cui l'Andrea ed il Chemnitz, e da principi, che riescono a dar vita, non senza forti pressioni politiche, a una serie di «concordie» regionali che si concluse con l'approvazione da parte di tutti i principi luterani e dei loro teologi d'una «formola di concor-

dia » elaborata nel monastero di Berg, presso Magdeburgo, nel 1577, e poco dopo, con la pubblicazione ufficiale del Libro di concordia contenente tutti i testi dogmatici luterani (1581). Si ha un compromesso tra le correnti melanotiana e luterana; circa il peccato originale, il libero arbitrio e le forze umane prevale il concetto di Melantone con il riconoscimento d'una qualche conoscenza naturale di Dio e della capacità di compiere i doveri civili con le forze naturali; la giustificazione è riaffermata, contro l'Osiandro, estrinseca; circa le buone opere è riconfermata la concezione della Confessione augustana, cioè che non sono meritorie, ma doverose per comando divino e come frutto dello Spirito Santo in noi; a proposito di Legge e Vangelo è riaffermata, contro Melantone, la funzione della legge di gettare nella disperazione e di ammonire i rigenerati; nella Cena è veramente presente il corpo del Signore secondo il concetto di L.; a proposito della persona del Cristo è respinta la cristologia nestorianizzante di Zuinglio; gli «adiaphora» sono ritenuti modificabili e sopprimibili, salvo che chi vi si opponga ne faccia una questione di coscienza; a proposito della Predestinazione e dell'elezione divina si distingue la presidenza divina, che ha per oggetto tanto il destino di salvezza che quello di dannazione, dalla Predestinazione, che ha in vista solo la beatitudine, con la ripulsa quindi della dottrina calvinista; infine vien confermata la condanna delle cresie e sette (anabattisti, mistici schenckfeldiani, neoariani, antitrinitari).

Questo luteranesimo della Formola di concordia, che viene elaborato a sistema nelle facoltà teologiche con l'ausilio della logica e metafisica aristotelico-scolastica e con la valorizzazione di manuali di Gesuiti spagnoli, integrandosi sempre più con una giustificazione razionale delle basi della fede-credenza, rimane aperto a influssi cattolici (il dogma come verità da credere fondamento dell'appartenenza alla Chiesa; i preamboli razionali della fede; le esigenze etiche della vita cristiana; la Chiesa visibile con un sistema gerarchico-normativo) ed a influssi calvinisti (nella dottrina dell'Eucaristia, in quella della Predestinazione, in talune tendenze democratico-presbiteriane nel governo ecclesiastico); questi influssi riportano non di rado singoli teologi al cattolicesimo oppure li sospingono verso il più radicale e conseguente calvinismo. Suggestioni dottrinali, sempre combinate con calcoli politici, conducono principi potenti, come gli Hohenzollern del Brandenburg e di Prussia e l'elettore palatino del Reno, ad aderire al calvinismo, che arriva nel sec. XVII ad abbracciare nella Germania un buon terzo dei protestanti. La presenza di questa terza confessione in Germania sarà una delle cause della guerra politico-religiosa dei Trent'anni (1618-18), che, dopo aver messo in pericolo le basi economico-politiche del luteranesimo con l'Editto di restituzione del 1629, conferma i principi della Dieta d'Augusta del 1555, estendendone i vantaggi anche ai calvinisti e sanzionando l'ulteriore espansione del luteranesimo con lo spostare l'anno normale di sanatoria al 1632.

VI. GLI ELEMENTI DI DISSOLUZIONE NEL LUTERANESIMO

La stabilizzazione della situazione giuridica e dei suoi rapporti con le altre confessioni cristiane non ferma però il fermento interno delle tendenze teologiche e delle correnti spirituali, né costituisce una barriera efficiente contro la penetrazione nelle Chiese delle idee filosofiche e politiche delle età susseguenti. Dell'ortodossia ufficiale si mostrano insofferenti i mistici: Sebastiano Franck (m. nel 1542), lo Schwenckfeld (m. nel 1561), il Weigel neoplatonizzante (m. nel 1588), ma soprattutto Giacomo Böhne (1575-1624) ed il boemo Angelo Silesio (m. nel 1677) che finisce nel cattolicesimo. Più organizzata e vasta è la reazione all'irrigidimento dogmatico dei teologi, alla mondanizzazione delle chiese territoriali burocratizzate, al cristianesimo di mera consuetudine di molti fedeli, rappresentata dal pietismo di gruppi fautori di un cristianesimo attivo,

fatto di fervore affettivo e di impegno morale, concretato in una «praxis pietatis». Esso è una riforma nella riforma, che si rifà ai mistici luterani, e nella riaffermazione delle opere come sostanza della vita cristiana rivela l'influsso del cattolicesimo post-tridentino, mentre nella svalutazione del dogma vi si fa sentire l'illuminismo (v.).

L'iniziatore è Filippo Giacomo Spener (1635-1705) con il suo scritto programmatico Pia desideria ovvero Viva aspirazione ad un miglioramento a Dio gradito della vera Chiesa evangelica (1675), che agì con l'appoggio della corte sassone e dominò l'Università di Lipsia; il realizzatore fu Augusto Ermanno Francke (1665-1727), che agì da Halle assicurando la vittoria del pietismo nella Germania del nord e fin nella Svezia e nei paesi baltici e creò scuole, case per orfani, seminari per insegnanti e predicatori, istituti editoriali biblici. Un movimento a sé nel pietismo è rappresentato dalla «comunità dei fratelli» («Herrenhüter») promossa dal conte Zinzendorf (m. nel 1760); nella sua proprietà di Herrenhut in Slesia: essa volle essere una «ecclesia» nella Chiesa luterana; coltivò particolarmente la devozione affettiva ed il cristianesimo del cuore. Le esigenze politiche dello Stato burocratico unitario combinate con lo spirito adogmatico, portarono il re di Prussia Federico Guglielmo III a imporre con la forza un'unione delle Chiese calviniste con le luterane (la cosiddetta «unione vecchio-prussiana», 1817) a cui però si ribellarono diversi luterani che mantennero il loro luteranesimo quale «Chiesa libera» (Freikirche) cioè senza pubblico riconoscimento. In questi gruppi particolarmente s'affermò il movimento di risveglio del sec. XIX, con l'affermazione del dogma rivelato quale base della Chiesa, contro l'esegesi razionalista della Bibbia e le interpretazioni idealistiche della teologia cristiana: esso costituì il «neoluteranesimo», accentuatore degli elementi conservatori nella dottrina, nel culto, nella struttura della Chiesa, aperto alle esigenze ecumeniche, particolarmente vive nel primo e secondo dopoguerra del sec. XX, preoccupato di differenziarsi dalle correnti razionalistiche ed individualistiche, di rivendicare piena autonomia di organizzazione di fronte allo Stato, e perciò sempre più incline a riconoscere la convergenza di interessi dottrinali e chiesastico-organizzativi con il cattolicesimo, rispetto al quale sono cessate in molti le antiche diffidenze.

VII. CONSISTENZA NUMERICA DEL LUTERANESIMO

Dal punto di vista statistico i luterani erano calcolati prima della II guerra mondiale ca. 62 milioni, così distribuiti: 1) Chiese territoriali e Chiese libere: in Germania, 16 milioni; nel resto dell'Europa: 21 milioni; nel Nordamerica: 4 milioni; altrove: 150.000. 2) Chiese unite nei territori originariamente luterani: 21 milioni; 3) Luterani non organizzati in chiese, negli S.U.A.: ca. 10.000.

VIII. VALUTAZIONI

Gli elementi contrastanti della personalità di L., forza immaginativa, passionalità veemente, tenerezza d'affetti, concretezza d'organizzazione, virulenza e volgarità di linguaggio, sensibilità poetica e musicale, slanci mistici ed odi implacabili, suggestionabilità e pervicacia, esaltazioni e depressioni, hanno offerto per secoli materiale all'esaltazione apologetica dei seguaci ed alla denigrazione degli avversari. L'ambientamento storico-teologico e psicologico, frutto degli studi dell'ultimo cinquantennio, anche di cattolici come il Denifle, il Grisar, il Cristiani, il Lortz, riduce la novità della dottrina di L., ne ritrova i motivi fondamentali nella teologia del tardo medioevo, accentua gli elementi psicopatici del suo carattere a spiegazione delle sue contraddizioni, distingue in L. quello ch'era esigenza religiosa, vivo senso cristiano, aspirazione ad un rinnovamento della pietà cristiana dalle formole in cui L. l'ha espresso, dalle istituzioni che ha promosso, e sottolinea gli influssi estranei che vi hanno interferito. La molteplicità dei motivi

della personalità di L. ha permesso e permetterà pertanto sempre di interpretarlo unilateralmente, come mistico insofferente della teologia, oppur come espressione dell'anima tedesca, ovvero come eversore della Chiesa e distruttore della coscienza dogmatica.

Il luteranesimo, poi, costituitosi in struttura chiesastica e dogmatica, ha improntato il costume e la vita delle popolazioni che l'hanno ricevuto, con il suo biblicismo, con la sua pietà affettiva, espressa nella musica corale e nella ricca innologia, con il rilievo religioso dato alle professioni civili ed il carattere quasi sacerdotale attribuito al principe ed al paterfamilias, ma anche con il distacco tra religione e morale derivante dalla concezione pessimistica della concupiscenza invincibile, con la rinuncia all'azione sociale per l'attuazione dei principi evangelici nella convinzione che economia e politica sono realtà profane, soggette al Maligno, opponendo una debole e spesso inefficace resistenza alle forze acristiane del razionalismo teoretico, del laicismo politico, dell'economismo puro, del nazionalismo radicale.

BIBL.: I. Opere: a) ed. incompleta di Wittenberg, 19 voll., 1539-58; b) J. G. Walch, 24 voll., Halle 1740-53; c) di Erlangen, 100 voll., 1826-86 (67 voll. op. in tedesco, 33 voll. op. in latino) con unito M. Luthers Briefwechsel, a cura di E. L. Enders, 18 voll., 1883-1923; d) ed. critica di Weimar, dal 1883 (finora 56 voll.), con le edd. parziali: Die deutsche Bibel (7 voll.); Tischreden (6 voll.), Briefwechsel (in corso). - II. Elenco degli scritti: G. Buchwald, L. Kalendarium, 2ª ed., Lipsia 1929; G. Kawerau, L. Schriften nach der Reihenfolge der Jahre, 2ª ed., ivi 1929. - III. Fonti: Melantone, pref. al II vol. delle opere latine, 1546 (in Corpus Reform., VI, pp. 155-70); J. Mathesus, ed. Lösche, 1898; F. Cochleus, Comment. de actis et scriptis M. L., Ingolstadt 1549. - IV. Biogr. cattoliche: J. Döllinger, Die Reformation, 3 voll., Ratisbona 1846-48; H. Denille-A. M. Weiss, L. und Luthertum, 2 voll., Magonza 1904-1909 (del I vol., vers. it., L. e il luteranesimo nel suo primo sviluppo, Roma 1910) con supplem.: Die abendländischen Schriftausleger, Friburgo in Br. 1905; H. Grisar, L., 3 voll., 3ª ed., ivi 1924-25, con ampia bibl.: id., M. L. Leben u. sein Werk, 2ª ed., ivi 1927 (vers. it., Torino 1933); id., Lutherstudien, 6 fasc., ivi 1921-23; J. Lortz, Die Reformation in Deutschland, 2 voll., ivi 1941; Pastor, IV e V: J. Paquier, Luther, in DThC, IX, coll. 1146-1335. - V. Biogr. protestanti: J. Köstlin-G. Kawerau, L., 2 voll., 5ª ed., Berlino 1903; H. Böhmer, L. im Lichte der neueren Forschung, 3ª ed., Lipsia 1918; O. Scheel, L., finora 2 voll., 4ª ed., Tubinga 1921-30; X. D. Duijnstee, L. in de Kritiek, 3 voll., Tübberg 1927-29; M. Hürlimann, L., dargestellt von seinen Freunden u. Zeitgenossen, Lipsia 1933; P. M. Reiter, L. Umwelt, Charakter u. Psychose. Ein histor.-psychiatr. Studie, 2 voll., Copenaghen 1937-41. - VI. Pensiero di L.: A. Jundt, Le developpement de la pensée religieuse de L. jusqu'en 1517, Strasburgo 1905; L. Cristiani, Da luthéranisme au protestautisme: évolution de L. de 1517-28, ivi 1911; E. Seeburg, L. Theologie in ihren Grundzügen, Lipsia 1940. - VII. Luteranesimo: cf. le storie generali della Riforma: L. Ranke, J. Döllinger, F. Bezold, J. Janssen, G. Wolf, P. G. Imbart de la Tour, L. Pastor. a) Per le fonti: Corpus Reformatorum, Lipsia, dal 1840; Deutsche Reichstagsabte, Münster in V., dal 1893; Nuntiaturberichte aus Deutschland, ed. W. Friedensburg, 10 voll., Gotha 1892-1908; O. Clemen, Flugschriften aus den ersten Jahren der Reformation, 4 voll., Berlino 1907-10; Quellen u. Forschungen zur Reformationgesch., Lipsia, dal 1911; Corpus Catholicorum, ed. J. Greving e A. Ehrard, Münster, dal 1919. b) Per la dottrina: M. Bendiscioli, La Confessione augustana, testo introd. comm., Como 1943. c) Struttura sociologica e sviluppi: F. Uhlhorn, Geschichte der deutschen-luth. Kirche, Tubinga 1911; L. Fendt, Der lutherische Gottesdienst im XVI. Jhdt., Bonn 1923; E. Tröltsch, Sociologia delle sette e della mistica protestante, trad. it., Milano 1931; W. Elert, Morphologie des Luthertums, 2 voll., Monaco 1931-32; H. Weisel, Die deutsche evang. Kirche, Bonn 1934. d) Aspirazioni ecumeniche: W. Stählin, Katholisierende Neigungen der evang. Kirche, Berlino 1947; K. Adam, Una sancta in kathol. Sicht, Düsseldorf 1948; J. Lortz, Die Reformation als relig. Anliegen heute, Treviri 1948. e) Il luteranesimo fuori di Germania: T. B. Wilson, History of Church and State in Norway, Londra 1903; G. Jörgensen, Reformation in Denmark, Copenaghen 1919; L. Arbusew, Die Einführung der Reformation in Liv-, Est-und Kurland, Berlino 1921; H. Holmquist, Die schwedische Reformation, ivi 1925. Mario Bendiscioli
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“LUTERO (LUTHER), MARTIN.” Enciclopedia Cattolica, vol. VII (1951), p. 1025. Azione Romana digital edition, https://azioneromana.com/it/article/lutero-luther-martin.