BILLOT, LOUIS. - Eminente figura di teologo moderno, n. a Sierck (Metz) il 12 genn. 1846 e m. a Galloro (Roma) il 18 dic. 1931. Fece gli studi teologici nei seminari di Metz e di Blois, fu ordinato sacerdote nel 1869 e subito dopo entrò nella Compagnia di Gesù ad Angers. Insegnò S. Scrittura a Laval, poi teologia dogmatica ad Angers, donde passò a Jersey. Nel 1885 fu chiamato a Roma, nell'Università Gregoriana, dove, salvo una breve interruzione, tenne la cattedra di dogmatica fino al 1911, quando fu creato cardinale. In seguito ad un incidente determinato dalle sue convinzioni sull'Action Française, rinunziò spon-
spontaneamente alla sua dignità cardinalizia nelle mani del papa Pio XI (H. du Passage, Reponse à une calomnie, in Etudes, 1932, I, 491-92) e si ritirò a vita privatissima nel noviziato di Galloro (1927), dove finì la sua operosa vita.
Il B. passa alla storia per la profondità del suo ingegno, per l'efficacia del suo lungo magistero e per il complesso delle sue pubblicazioni, che rappresentano una tappa importante sul cammino del pensiero teologico. Se nel campo storico e patristico resta inferiore all'erudito card. Franzelin, che lo precedette alla Gregoriana, nel campo della speculazione teologica egli lascia un solco luminoso, per cui si ricollega ai migliori maestri della teologia classica.
L'opera sua abbraccia quasi tutto il campo della teologia dogmatica: De Verbo Incarnato (Roma 1892); De Sacramentis (2 voll., ivi 1894-95); De peccato personali (ivi 1894); De Deo uno et trino (ivi 1895); De Ecclesia (ivi 1900); De virtutibus infusi (ivi 1909); De novissimis (ivi 1902); De inspiratione S. Scripturae (ivi 1903); De sacra traditione (ivi 1904); De peccato originali (ivi 1910); De Gratia (ivi 1912, 1921).
Degne di nota due serie di articoli comparsi prima in Etudes, 1917-19: La Parousie (a parte, Parigi 1920), e La Providence de Dieu et le nombre infini des hommes hors de la vie du salut (ibid., 1919-23). La tesi ivi difesa: che pure in mezzo alle più brillanti civiltà, come quelle di Babilonia, Atene e Roma, «non c'era per la grande massa, possibilità alcuna di giungere alla nozione del vero Dio e della legge, e che perciò essa si trovava in uno stato di ignoranza invincibile, con tutte le conseguenze che ne derivano quanto alla responsabilità morale e le sanzioni della vita futura» (Etudes, 1920, IV, p. 535), non raccolse molti consensi perché parve eccessiva (cf. S. Harent, Jufidèles, in DThC, VII, coll. 1891-93; 1898-1912).
In questa vasta opera il B. si rivela un vero teologo, che non ripete ma ripensa tutte le ricchezze del dogma, con pieno dominio della materia e con tono personale. I più organici e armoniosi tra i suoi trattati sono il De Deo trino, il De Verbo Incarnato e il De S. ma Eucharistia, in cui le più ardue questioni trovano una soluzione, che si può ritenere definitiva.
Il B. parlò il linguaggio di s. Tommaso e della migliore tradizione teologica, inteso ed applaudito da migliaia di discepoli, in un momento nel quale in seno alla Chiesa fremeva lo spirito di pericolose novità, che sfociò nel modernismo, contro cui combatté con vigore dialettico e con sedezza di dottrina, contribuendo a stroccarlo per sempre. Fu un uomo che aveva assimilato bene il pensiero teologico classico, sulla linea tomistica, senza però perdere il contatto e la sensibilità per le correnti del pensiero e della cultura moderna.