DAVID di Dinant (DINAN). - Filosofo medievale sulla cui vita e attività siamo scarsamente informati. N. a Dinant nella provincia di Liegi, o secondo altri nella Bretagna, in un documento del 1206 è chiamato da Innocenzo III «maestro e cappellano nostro» (PL 225, 901-902). Nel 1210 un Concilio provinciale di Parigi condannava la sua dottrina insieme con quella di Amaury di Bène, ordinava, a chi ne fosse in possesso, di consegnare, sotto pena di scomunica, i suoi scritti (quatermuli), perché fossero dati al fuoco (H. Denifle-A. Chatelain, Char. Univ. Paris., I, Parigi 1889, p. 70). Nel 1215 Roberto de Courçon, in una lettera indirizzata all'Università di Parigi, ripeteva la condanna: «Non siano letti i libri di Aristotele intorno alla metafisica e alla filosofia naturale, né i compendi di dette opere o della dottrina di D. di D. » (ibid., p. 79). E le sentenze furono così rigorosamente eseguite che nessuno degli scritti di D. ci è pervenuto. Il decreto stesso di condanna e vari passi di filosofi del sec. XIII fanno intravedere le linee maestre del suo sistema. Alberto Magno riferisce di aver conosciuto una raccolta di proposizioni di D. (Summa de creaturis, parte 2a, q. 5, a. 2), probabilmente estratta dalle sue opere in occasione del sinodo.
Alberto Magno ha dedicato tre recensioni al sistema del maestro di Dinant: Summa de creaturis (parte 2a, q. 5, a. 2) e Summa theologica (parte 2a, tr. I, q. 4, quæst. incid. 2, m. 3; tr. XII, q. 72, m. 4, a. 2), e cita testualmente il lavoro che ha sotto gli occhi e di cui anche riferisce il titolo Liber de tomis, sive de divisionibus. Il p. G. Théry crede con tutta verosimiglianza che questo scritto sia da identificarsi con i quatermuli condannati dal Concilio di Parigi, e, utilizzando gli estratti tramandati da Alberto Magno e da S. Tommaso, ci dà un saggio di ricostruzione dalla quale si possono facilmente dedurre alcuni corollari, che gettano sufficente luce sull'insegnamento di maestro D. Il quale fu certamente un materialista, e s. Tommaso coglie con precisione questo carattere del suo sistema.
«Fu errore - dice l'Aquinate - di alcuni antichi filosofi credere che Dio entrasse come elemento essenziale in tutte le cose. Ritenevano essi che tutte le realtà fossero una, e non differissero fra di loro, come diceva Parmenide, che secondo il senso e l'opinione. Queste antiche dottrine furono adottate da alcuni moderni, e, fra questi, da D. di Dinant». D. raggruppa le sostanze in tre categorie: quella dei corpi, quella delle anime e quella delle sostanze separate ed eterne; nega fra di esse qualsiasi distinzione ed afferma che formano una sola ed identica realtà, una sola essenza. Tuttavia D. non è materialista nel moderno senso della parola, perché pone a fianco della materia anche un secondo principio di esistenza.
Nel mondo dei corpi, secondo la sua dottrina, l'unica realtà indivisibile è la materia prima, nella quale si iden-
tificano i molteplici esseri della natura fisica, ma nella sfera degli spiriti umani e delle sostanze separate lo stesso ruolo è sostenuto dal 1925 e da Dio. Ma una identica realtà è da porsi fra Dio, l'intelletto e la materia, e, per conseguenza, unica è da considerarsi la sostanza esistente, non soltanto di tutti i corpi, ma anche di tutte le anime: ed essa non è altro che Dio. E poiché la sostanza dalla quale provengono i corpi si chiama *hyle*, e quella dalla quale derivano le anime si chiama *ratio* o *mens*, si deve dedurre che Dio è la ragione di tutte le anime e di tutti i corpi. È la conclusione della critica di Alberto Magno all'insegnamento di D. di D. nei passi citati della *Summa de creaturis* e della *Summa theologica*.
Tra gli antichi filosofi che hanno maggiormente influito su D. di D. si deve porre lo Stagirita. Tutta la filosofia, infatti, di D. di D. è a base di aristotelismo. Egli argomenta sull'atto e la potenza, sulla sostanza e l'acciden-te, sulla distinzione delle cause: il suo sistema ci appare escogitato allo scopo di salvare il doppio principio della materia e della forma di Aristotele. E giunge alla teoria dell'unicità dell'essere, chiave di volta del suo edificio dottrinale, per avere frainteso alcuni capisaldi del pensiero del grande maestro. Alla fine del secc. XII egli fu uno dei rappresentanti del movimento filosofico che introdusse nell'Occidente cristiano l'aristotelismo passato attraverso la filosofia araba. Questo fu il motivo che richiamò su di lui l'attenzione e la condanna dei contemporanei.