SIGIERI DI BRABANTE

SIGIERI DI BRABANTE. - Filosofo belga, forse
SIGIERI DI BRABANTE. - Filosofo belga, forse

discepolo d'Alberto Magno, contemporaneo di s. Tom-
maso, del quale fu avversario nell'interpretazione del
pensiero d'Aristotele. Poche notizie si hanno intorno
alla sua vita. Lo si trova la prima volta coinvolto
nei torbidi universitari del 1266 a Parigi, maestro
nella Facoltà delle arti, membro della «nazione»
piccarda e accusato d'esser trasceso a vie di fatto.

Intorno al 1270 egli doveva essere il più noto d'un
piccolo gruppo di maestri, i quali, perché ritenevano
Aristotele doversi intendere alla maniera d'Averroè, si
dissero avverositi (v. AVERROISMO). I tredici caposaldi di
questo aristotelico avverosissimo furono oggetto d'una prima
condanna pronunciata il 10 dic. 1270 dal vescovo di Pa-
rigi (Chartul. Univers. Paris., I, pp. 486-87). Dello stesso
anno, e forse anteriore a questa condanna, pare sia il
Tractatus de unitate intellectus contra avverositas di Tom-
maso, che nel cod. monacense lat. 8001, del principio
del sec. XIV, è diretto in particolare contra magistrum
Sogerum, e nel cod. di Oxford, A. 3. 12, anch'esso del
principio del sec. XIV, contra magistrum Sigerum de Bar-
bantia et alios plurimos Parisius regentes anno Domini M.
CC. 70.

Il conflitto fra S. e Tommaso si delinea in questi
termini: per quest'ultimo, il pensiero d'Aristotele s'ac-
corda perfettamente con il pensiero cristiano, a condi-
zione che sia liberato dall'interpretazione d'Averroè, e qui
non tam fuit peripateticus quam peripateticae philoso-
phiae depravator» (s. Tommaso, De unit. intell., II, 59);
per S., invece, Averroè ha ben capito Aristotele, il cui
pensiero su molti articoli fondamentali non s'accorda in
nessun modo con la fede. L'avverosimo sagiriano ren-
deva così impossibile l'intento concordistico che s'era
proposto l'Aquinate. Il quale insinuò il sospetto che gli
averroisti, mentre si trinceravano dietro la loro interpre-
azione d'Aristotele, in segreto, «in angulis», facessero
professione delle dottrine da loro attribuite al filosofo
greco. In una riunione di maestri convocati a Parigi il 10
apr. 1272, nella chiesa di S. Genoveffa, si deliberava,
fra l'altro: «Quod si magister vel bachelarius aliquis
nostre facultatis passus aliquos difficiles vel aliquas que-
stiones legat vel disputet, que fidem videantur dissolvere,
aliquatenus videatur; rationes autem seu textum, si que
contra fidem, dissolvat, vel etiam falsas simpliciter et
erroneas totaliter esse concedat, et aliter huiusmodi dif-
ficultates vel in textu vel in auctoritatibus disputare vel
legere non presumat, sed hoc totaliter tanquam erronea
pretermittat» (Chartul. Univers. Paris., I, p. 409). Questo
grave e inopportuno statuto metteva in grande imba-
razzo i maestri e baccellieri che dovevano esporre Ari-
stotele, e che si vedevan costretti, quando incappavano
in testi o agitavan problemi ermeneutici «que fidem vi-
deantur dissolvere», o a ingaggiare polemica contro Ari-
stotele e a dichiarare «semplicemente false e totalmente

papa», protesta contro l'invito di Pasquale II al conte
Roberto di Fiandra di rivolgere le sue armi contro quelli
del clero liegese, che erano fedeli all'imperatore Enrico,
e oppone alla S. Sede l'autorità episcopale. I pregiudizi
di S. intaccano anche, in parte, la sua opera storica, che
è pure degna di interesse; oltre ad un Chronicon universale
e un De viris illustribus, gli si devono la continuazione dei
Gesta abbatum Gemblacensium; una doppia Vita s. Lam-
berti, protettore della sua patria, e varie altre biografie.
Per tutte queste opere poté attingere copiose informa-
zioni dalla rinomata biblioteca del suo monastero.

Scrittore dallo stile chiaro e puro, S. deve essere
annoverato, secondo il p. E. da Moreau, tra gli scrittori
più eruditi e colti del medioevo.

BIBL.: le opere di S. sono riprodotte in PL 160, 1-830; cf. anche E. Sackur, in MGH, Libelli de lite, II, 1892, pp. 436-64 e S. Balau, Les sources de l'histoire de Liège au moyen âge (Mém. de l'Acad. roy. de Belgique, 61), Bruxelles 1903; G. Hirsch, De vita et scriptis Sigeberti, monachi Gemblacensis, Berlino 1841; A. Cauchie, La querelle des investitures dans les diocèses de Liège et de Cambrai, 2 voll., Lovanio 1890-91; Manitius, III, pp. 332-50; E. de Moreau, Hist. de l'Eglise en Belgique, II, 2ª ed., Bruxelles 1945, pp. 42-60.

Guglielmo Mollat

SIGIERI di BRABANTE. - Filosofo belga, forse
discepolo d'Alberto Magno, contemporaneo di s. Tom-
maso, del quale fu avversario nell'interpretazione del
pensiero d'Aristotele. Poche notizie si hanno intorno
alla sua vita. Lo si trova la prima volta coinvolto
nei torbidi universitari del 1266 a Parigi, maestro
nella Facoltà delle arti, membro della «nazione»
piccarda e accusato d'esser trasceso a vie di fatto.

Intorno al 1270 egli doveva essere il più noto d'un
piccolo gruppo di maestri, i quali, perché ritenevano
Aristotele doversi intendere alla maniera d'Averroè, si
dissero avverositi (v. AVERROISMO). I tredici caposaldi di
questo aristotelico avverosissimo furono oggetto d'una prima
condanna pronunciata il 10 dic. 1270 dal vescovo di Pa-
rigi (Chartul. Univers. Paris., I, pp. 486-87). Dello stesso
anno, e forse anteriore a questa condanna, pare sia il
Tractatus de unitate intellectus contra avverositas di Tom-
maso, che nel cod. monacense lat. 8001, del principio
del sec. XIV, è diretto in particolare contra magistrum
Sogerum, e nel cod. di Oxford, A. 3. 12, anch'esso del
principio del sec. XIV, contra magistrum Sigerum de Bar-
bantia et alios plurimos Parisius regentes anno Domini M.
CC. 70.

Il conflitto fra S. e Tommaso si delinea in questi
termini: per quest'ultimo, il pensiero d'Aristotele s'ac-
corda perfettamente con il pensiero cristiano, a condi-
zione che sia liberato dall'interpretazione d'Averroè, e qui
non tam fuit peripateticus quam peripateticae philoso-
phiae depravator» (s. Tommaso, De unit. intell., II, 59);
per S., invece, Averroè ha ben capito Aristotele, il cui
pensiero su molti articoli fondamentali non s'accorda in
nessun modo con la fede. L'avverosimo sagiriano ren-
deva così impossibile l'intento concordistico che s'era
proposto l'Aquinate. Il quale insinuò il sospetto che gli
averroisti, mentre si trinceravano dietro la loro interpre-
azione d'Aristotele, in segreto, «in angulis», facessero
professione delle dottrine da loro attribuite al filosofo
greco. In una riunione di maestri convocati a Parigi il 10
apr. 1272, nella chiesa di S. Genoveffa, si deliberava,
fra l'altro: «Quod si magister vel bachelarius aliquis
nostre facultatis passus aliquos difficiles vel aliquas que-
stiones legat vel disputet, que fidem videantur dissolvere,
aliquatenus videatur; rationes autem seu textum, si que
contra fidem, dissolvat, vel etiam falsas simpliciter et
erroneas totaliter esse concedat, et aliter huiusmodi dif-
ficultates vel in textu vel in auctoritatibus disputare vel
legere non presumat, sed hoc totaliter tanquam erronea
pretermittat» (Chartul. Univers. Paris., I, p. 409). Questo
grave e inopportuno statuto metteva in grande imba-
razzo i maestri e baccellieri che dovevano esporre Ari-
stotele, e che si vedevan costretti, quando incappavano
in testi o agitavan problemi ermeneutici «que fidem vi-
deantur dissolvere», o a ingaggiare polemica contro Ari-
stotele e a dichiarare «semplicemente false e totalmente

SIGIERI DI BRABANTE - SIGIERI DI COURTRAI

erronce a certe sue dottrine, o a passarle sotto silenzio. Tuttavia S. e i suoi baccellieri si uniformarono al decreto, dichiarando, ogni volta che si trovavano a dover discutere tesi eterodose, che quelle tesi erano necessarie secondo la filosofia d'Aristotele, ma « semplicemente false » secondo la fede; niente per altro essi facevano per confutare, poiché il loro compito era quello d'interpreti del pensiero aristotelico, e nemmeno si rassegnavano a tacere. Di qui forse la grave scissione nella Facoltà delle arti, fra la « pars Sigerii » (Chartul., cit., I, pp. 523 e 527) e i suoi avversari, a sedare la quale dovette intervenire il legato papale Simon de Brion, con la sua sentenza del 7 maggio 1275, ove son denunciati molti abusi, ma, a dir vero, non è fatto cenno di dottrine eretiche.

L'accusa di eresia contro S. e alcuni suoi compagni non tardò peraltro ad essere sussurrata, ed egli nel corso del 1276 si affrettò cautamente a ritornare in patria. Ma l'inquisitore di Francia, Simone du Val, lo raggiunse a Liegi, con una formale citazione in data 23 ott. 1276, nella quale erano citati a comparire al suo cospetto, a S. Quintin, « Suggerem de Brabancio canonicum sancti Pauli Leodiensis, et magistrum Gossiynum de Capella canonicum sancti Martini Leodiensis, et magistrum Bernerum de Wuulla [L. Nivella] canonicum eiusdem, de crimine heresis probabiliter e, vehementer suspectos » (cod. Vat. lat. 3978, f. 82a-83a, segnalato dal p. Dondaine). Il termine per la presentazione era fissato per la domenica dopo l'ottava dell'Epifania 1277.

Ma intanto papa Giovanni XXI in una lettera al vescovo di Parigi, del 18 genn. 1277, si diceva preoccupato del pullulare in quell'Università di errori in pregiudizio della fede; e l'intervento papale affrettò la condanna, da parte del vescovo e delle autorità accademiche, del 7 marzo 1277, nella quale, insieme con molte proposizioni avverristiche o altrimenti eretiche, sono colpite perfino alcune tesi di s. Tommaso.

Non sembra verosimile che, dopo il 1276, S. sia tornato all'insegnamento a Parigi. Da una notizia raccolta dal continuatore della cronaca di Martino Polono (MGH, Script., XXIV, p. 263) si apprende che, « eo quod quadsdam opiniones contra fidem tenuerat, Parisius subsi- stere non valens, Romanam curiam adiit ibique post parvum tempus a clerico suo quasi dementi perfossus perit ». Il che pare accadesse « nella corte di Roma ad Orbiveto », secondo Il fiore, XCII, 9-11, prima del nov. 1284, sotto il pontificato di Martino IV, che altri non era se non il legato pontificio in Francia Simon de Brion.

Per il ritrovamento degli scritti di S., e per l'elenco di questi, sono da vedere la grande monografia del p. P. Mandonnet, che ne intraprese la pubblicazione, e la più recente opera di F. van Steenbergen. Senonché, mentre il primo ha gravato la mano su S., più di quello che si addica ad uno storico spregiudicato, il secondo ha presentato dell'avorcista belga un ritratto che, per essere fondato sull'attribuzione a lui di scritti che sicuramente non gli appartengono, mal risponde al vero. Il Mandonnet ha visto in S. l'eretico verspelle che nega come filosofo quello che afferma come credente. Il van Steenbergen invece presenta un S. che, avverista in partenza, vien mitigando a poco a poco il suo primitivo avverismo, e da ultimo (quando?) finisce per convertirsi, almeno nelle tesi principali, al tomismo.

È certo che S. in un primo momento, cioè prima del 10 dic. 1270, negava con Averroè che per Aristotele l'intelletto possibile unico e separato possa dirsi forma del corpo umano, si che non è vera la proposizione: « quest'uomo intende »; quello che intende è l'intelletto, non l'uomo (Egidio Romano, In II Sent., dist. 17, q. 2, a. 1; Giov. di Bacontorpe, Quodlib., I, q. 1, a. 1). Ma « postquam vidit decretalem », cioè il decreto di condanna del 10 dic. 1270, questo « venerabile dottore », rivide la sua posizione, cercando di accordare la sua interpretazione d'Aristotele con il decreto vescovile (Giov. di Bacontorpe, loc cit.). Di questo suo sforzo potrebbero esser documento le Quaestiones super 3um de anima, del Merton College di Oxford, cod. 292 (inedite), dove (q. 1) l'anima razionale è una sostanza o forma composta, risultante dall'intima unione dell'intelletto (unico e separato) con la parte vegetativo-sensitiva. Anche le Quaestiones de anima intellectiva, edite dal Mandonnet, ammettono che l'anima intellettiva può dirsi forma dell'uomo in quanto « operans intrinsecus et appropriatus ad corpus » (qq. 3 e 7). Un ulteriore passo innanzi S. sembra aver fatto col Tractatus de intellectu, oggi perduto, ma che si leggeva ancora a Padova alla fine del sec. xv. In quest'opera, scritta in risposta al Tractatus de unitate intellectus di s. Tommaso, S. ritornava al concetto dell'anima umana come forma composta dell'intelletto (unico) e della cogitativa (individuabile) e ammetteva che siffatta forma composta possa dirsi sostanziale, inerente al corpo umano e « dans esse homini ». Il che non significa affatto evoluzione verso il tomismo, ma interno approfondimento dell'avorcismo.

A siffatta dottrina fecero buon viso Tommaso di Wilton, Veneto (v.), G. Pico della Mirandola (v.), A. Achillini, T. Bacilieri, per qualche tempo A. NIO (v.) Pomponazzi (v.), G. Taiapietra e Antonio Bernardi della Mirandola.

Per il resto, le altre dottrine di S. son quelle accennate nella voce AVEROISMO. Particolare rilievo egli sembra aver dato in un libro De felicitate, anch'esso perduto, alla conoscenza delle sostanze separate da parte dell'uomo e alla teoria avveristica della copulatio dell'intelletto possibile con l'intelletto agente identificato con Dio.

« Magistrum magnum, in philosophia maiorem qui tunc esset Parisius », lo dice Egidio Romano (loc. cit.) che lo conobbe mentr'era baccelliere. « Segregus magnus » è detto pure nel cod. lat. 16.222 della Bibl. nazion. di Parigi (f. 74°). Dante lo pone nel cielo del sole fra i grandi saggi che illuminarono il mondo cristiano della loro luce, a fianco di Tommaso il quale fa un commosso elogio di lui che fu già suo avversario in terra (Par., X, 133-38).

Bibl.: P. Mandonnet, S. de B. et l'avorcisme latin au XIIIe siècle (Les philos. belges, 6-7). Lovanio 1908 e 1911 (testo e studio); F. Van Steenbergen, S. d. B. d'après ses oeuvres intérieures (ibid., 12-13), 1913 e 1942 con ampia bibli.; G. Busnelli, L'accordo di S. di B. e Tommaso d'A., in Civ. Catt., 1932, 111, pp. 120-32; L. Perugini, Il tomismo di S. di B. e l'elogio dantesco, in Giorn. dant., 26 (1933 [1935]), pp. 105-68; B. Nardi, Il preteso tomismo di S. di B., in Giorn. crit., d. filosof. ital., 17 (1936), pp. 26-35; e 18 (1937), pp. 160-64; id., S. d. B. nel pensiero del Rinasc. ital., Roma 1945; id., L'anima umana secondo S. d. B., in Giorn. crit., d. filosof. ital., 29 (1950), pp. 317-25; id., Un altro sigeriano dei primi del Cinquecento: Geronimo di Taiapietra, ibid., 31 (1952), pp. 306-30; E. Gilson, Dante e la philosophie, Parigi 1939, pp. 318-23; id., in Bull. thomiste, 1940-42), pp. 5-22; Ph. Delhaye, S. de B. Questions sur la physique d'Aristote. Texte inédit (Les philos. belges, 15), Lovanio 1941 (cf. Giorn. crit., d. filosof. ital., 24 [1943], pp. 58-59); A. Maier, Nouvelles questions de S. d. B. sur la Phys. d'Arist., in Rev. philos. de Louvain, 44 (1946), pp. 497-513; J. J. Duin, Les com. de S. d. B. sur la Phys. d'Arist., ibid., 46 (1948), pp. 465-80; A. Maier, Les comment. sur la Physique d'Arist. attribués à S. d. B., ibid., 47 (1949), p. 334 sgg.; A. Donadine, Le manuel de l'inquisiteur, in Arch. Fratrum Praedicatorum, 17 (1947), pp. 186-94; C. A. Graiff, S. d. B. Questions sur la Metaphys. Texte inédit, Lovanio 1948 (cf. Riv. di st. filosof., Bruno Nardi [1951], pp. 8-10).