AVERROISMO. - Dalla seconda metà del sec. XIII a tutto il sec. XVI, si dissero averroisti (averroistae, Averrois sectatores) coloro che, nelle controversie intorno al pensiero d'Aristotele, davano la preferenza al commento d'Averroè. Nel secolo scorso, E. Renan sotto il nome d'A. ha confuso insieme quelle dottrine filosofiche, averroistiche o no, le quali traevano origine dalle varie e spesso opposte correnti del peripatetismo arabico. Di questa confusione del Renan risentono fortemente gli studiosi posteriori, e particolarmente il Mandonnet nella sua grande monografia dedicata a Sigieri di Brabante e all'A. latino del sec. XIII. Con l'espressione « a. latino », il Mandonnet intende quel complesso di dottrine che s. Tommaso aveva combattute nella somma Contra gentiles e che formarono il principale oggetto della condanna pronunciata il 7 marzo 1277 dal vescovo di Parigi. La confusione è poi accresciuta dal fatto che l'A. venne presentato come un movimento eretico.
Al principio del sec. XIII, quando l'aristotelismo si diffuse nell'Occidente latino, le autorità ecclesiastiche e i maestri di teologia se ne mostrarono seriamente preoccupati, per il contrasto su molti punti tra la filosofia aristotelica e il pensiero cristiano. Ma le proibizioni del 1210, del 1215 e del 1231 non bastarono ad arrestare la diffusione dell'aristotelismo; quelle poi del 1245 e del 1263 non valsero a cacciarlo dalle scuole dove ormai s'era insediato. Ciò avvenne perché la filosofia peripatetica soddisfaceva ad un bisogno. L'Occidente latino possedeva una teologia, ma non una fisica, cioè una dottrina organica della natura, indispensabile alla comprensione delle opere di Ippocrate, di Galeno e degli altri medici. A questo difetto suppiva la fisica aristotelica, che, accolta dapprima nella facoltà delle arti, non poteva essere ignorata da quella di teologia, alla quale si accedeva dopo essere passati per quella delle arti. Soltanto così è possibile intendere come avvenne che, dopo il 1230, tutti gli scolastici senza eccezione furono aristotelici, in quanto tutti accettarono all'ingrosso lo schema fisico dell'aristo-
telismo, adoprandosi a conciliarlo per mezzo di sapienti accorgimenti con quello biblico.
Senonché, nello sviluppo dell'aristotelismo degli scolastici, dobbiamo distinguere tre momenti o indirizzi diversi.
Il primo e più antico è quello che possiamo dire avicennistico-agostiniano. La dottrina di Avicenna, fortemente colorata, come il pensiero d'Agostino, di riflessi neoplatonici, era maturata in un clima saturo d'idee religiose, che il filosofo musulmano s'era sforzato di conciliare con la fisica e la metafisica d'Aristotele. Non soltanto egli s'era ingegnato di salvare l'individualità della coscienza umana e l'immortilità di essa, pilastro centrale della dogmatica sia cristiana che maomettana, ma nella sua concezione del mondo aveva fatto posto al miracolo, alla profezia e alla rivelazione. In particolare, pareva che la sua dottrina dell'intelletto agente potesse agevolmente conciliarsi con la dottrina agostiniana dell'illuminazione divina e delle rationes aeternae. Ed anche la teoria stoico-plotiniana delle rationes seminales, riaffermata dal vescovo di Ippona, parve potersi inserire senza difficoltà nel sistema di Avicenna, per il quale le forme che, secondo il concetto aristotelico, son tratte dalla potenza della materia, vi sono irraggiate dalla luce dell'intelletto agente. A questo indirizzo neoplatoneggiante, avicennistico e agostiniano, appartengono Domingo Gundisalvi, Guglielmo Alverniate, i primi dottori francescani e, sostanzialmente, Alberto Magno.
Contro questo indirizzo avicennistico e agostiniano reagì appunto il movimento che si disse averroistico. Il commento d'Averroè agli scritti di Aristotele, tradotto in latino da Michele Scoto, con l'aiuto di quell'ebreo Andrea di cui parla Ruggero Bacone (Comp. studii philos., ed. J. S. Brewer, p. 472), e forse di qualche altro, fu conosciuto un settanta od ottanta anni dopo gli scritti filosofici di Avicenna. Se ne comincia a trovare qualche traccia solo un opere composte intorno al 1230. Alberto Magno, nella Summa de creaturis, scritta ca. dodici anni dopo, cita un gran numero di volte Averroè, ma spesso ne fraintende il pensiero, che mostra di conoscere molto confusamente. Giovanni della Rochelle, m. nel 1245, ignora ancora del tutto la tipica dottrina averroistica sull'intelletto. Soltanto dopo la metà del secolo si può dire che il commento averroistico corresse ormai per le mani degli studiosi. La prima esposizione della dottrina averroistica, fatta con ampiezza e sicura conoscenza dei suoi fondamenti, è quella di s. Tommaso nel commento al secondo delle Sentenze (dist. 17, q. 2, a. 1), scritto probabilmente al principio del 1255. S. Alberto Magno c'informa che nel 1256, alla corte papale d'Alessandro IV, ad Anagni, tenne una disputa «contra errores Averrois», e che da questa disputa, per ordine del Papa, venne fuori il trattato tramandatoci con il titolo De unitate intellectus contra Averroem che, verosimilmente, è stato rimaneggiato dal suo autore. Una esposizione assai più esatta della dottrina d'Averroè, Alberto ci fornisce nel commento al De anima, scritto, a quanto pare, intorno al 1260, e nei due trattati De natura et origine animae e De intellectu et intelligibili. Nella discussione dell'a. e in generale nell'interpretazione del pensiero aristotelico, l'atteggiamento di Alberto è profondamente diverso da quello di Tommaso. Su molti punti il domenicano di Colonia prende apertamente posizione contro il suo confratello e discepolo italiano; anzi, giunge fino a dichiarare che egli aborrisce dall'interpretazione che i dottori latini danno della dottrina di Aristotele: omnino abborrenna doctorum latiorum verba (De anima, III, 2, 1), e non nasconde che ad essa preferisce l'interpretazione dei maggiori peripatetici, quali Avicenna, Averroè, Alfarabi e Algazali: Nos autem, omissis operibus quorundam modernorum, sequenur tantum peripateticorum sententias, et praecipue Avicennae et Averrois et Alpharabii et Algazalis (De somno et vigilia, I, 1, 1; cf. ibid., III, 1, 12) e a chi gli obiettava che il pensiero d'Aristotele, così esposto, s'opponeva su gravi argomenti all'insegnamento teologico, egli rispondeva riconoscendo francamente questa opposizione, e rimproverava coloro che confundunt philosophiam in theologiam, senza accorgersi che theologica non conveniunt cum physicis princi-
pia. Perciò nelle sue parafrasi ad Aristotele egli evita ogni discussione d'argomento teologico: et ideo de illis in philosophia non possumus disputare (Metaphys., XI, 3, 7); dico quod nihil ad me de Dei miraculis, cum ego de naturalibus dissenam (De gener. et corr., I, 1, 22), frase, quest'ultima, ripetuta alla lettera da Sigieri di Brabante, da Pietro d'Abano e da Giovanni di Jandun.
Questo franco riconoscimento, da parte d'Alberto, dell'opposizione tra la filosofia peripatetica (la sola che i medievali designassero col nome di «filosofia») e la verità rivelata, è ciò che i moderni storici della filosofia chiamano «dottrina della doppia verità».
Sigieri di Brabante è detto «discepolo d'Alberto» da Agostino Nifo (De intellectu, I, 3, 26), il quale a Padova, verso la fine del sec. xv, leggeva ancora almeno tre scritti dell'averroista brabantino oggi perduti. Certo, non tutte le tesi sostenute da questi erano difese anche dal maestro di Colonia; ma alcune tipiche dottrine averroistiche s'incontrano senza dubbio nei commenti d'Alberto.
Come sappiamo, l'intento perseguito da Averroè era stato quello di liberare l'interpretazione del pensiero aristotelico dalle posteriori incrostazioni neoplatoniche di Alfarabi e di Avicenna. Specialmente di quest'ultimo, cui Averroè rimprovera di avere inquinato la sua dottrina dello Stagirita con preoccupazioni estranee. Quando gli scolastici, già prevenuti nell'interpretazione d'Aristotele dall'esegesi avicennistica, ebbero tra mano il commento d'Averroè, sentirono il profondo contrasto tra una maniera e l'altra d'intendere Aristotele. Non fa quindi meraviglia che alcuni maestri della facoltà delle arti, a Parigi e a Bologna, preferissero all'interpretazione d'Avicenna il «gran commento» d'Averroè, e, sulla traccia di questo, si proponessero di rendere ad Aristotele il suo vero volto.
Questi maestri si dissero appunto averroisti. Noi conosciamo il nome d'un piccolo gruppo di primi averroisti: Sigieri di Brabante, Bernieri di Nivelles e Gosvino della Chapelle, tutti e tre maestri a Parigi, tutti e tre canonici a Liegi e tutti e tre citati insieme dall'inquisitore di Francia il 23 nov. 1276; ad essi va aggiunto Boezio di Dacia, il cui nome si trova associato a quello di Sigieri nel manoscritto della biblioteca Nazionale di Parigi (Lat. 439r) contenente le 219 tesi censurate nel 1277. La loro attività filosofica deve aver cominciato a manifestarsi un decennio prima di questa data.
Le principali dottrine dell'a. sono le seguenti: 1) il mondo è necessario e coeterno a Dio, che ne è la prima causa motrice come fine cui tutte le cose tendono; 2) eterna è altresì la specie umana, di guisa che non v'è mai stato un primo uomo; 3) la virtù del primo motore è infinita nella durata, ma finita nell'intensità e nel vigore; 4) se vi fossero intelligenze separate, non addette al movimento d'un cielo, esse sarebbero inutili; 5) Dio non può mutare l'ordine del mondo; 6) l'anima che è forma del corpo umano è un principio di vita vegetativa e sensitiva, dotato di una disposizione ad unirsi con l'intelletto «materiale» o potenziale; 7) l'intelletto potenziale o possibile è una sostanza immateriale e separata, unica per tutta la specie umana; essa è l'infima delle intelligenze separate; perciò non può dirsi forma dell'uomo allo stesso modo delle altre forme materiali; 8) l'intelletto possibile è ordinato per sua natura a conoscere le cose del modo sensibile; perciò esso ha bisogno di essere eternamente unito alla specie umana, i cui individui, sparsi sulla terra, gli forniscono le immagini sensibili o «fantasmi», dai quali, per un processo di astrazione, esso trae il concetto o «specie intelligibile»; sebbene non possa dirsi forma del corpo umano allo stesso modo delle forme materiali, esso è unito alla fantasia o «cogitativa» umana da un vincolo naturale che non può dirsi accidentale, e non può pensarsi mai separato del tutto dall'uomo; 9) in questo processo di astrazione, l'intelletto possibile è coadiuvato dall'intelletto agente, che per alcuni averroisti è Dio, per
altri un'intelligenza separata sempre in atto; 10) l'intelletto agente si unisce all'intelletto possibile, dapprima soltanto come causa agente del processo conoscitivo e forma l'intelletto speculativo; al termine di questo processo, si unisce ad esso come forma e lo rende capace d'intendere le sostanze separate nella loro pura intelligibilità, e in questa unione perfetta dell'intelletto possibile con l'intelletto agente consiste la suprema perfezione dell'uomo e la beatitudine cui soltanto a pochi privilegiati è concesso di giungere in questa vita; 11) come sostanza separata che « non è né corpo né virtù in corpo », l'intelletto umano è immortale ed eterno a parte ante et a parte post; mortale, invece, è l'anima vegetativa e sensitiva che è forma specifica di ogni individuo umano.
Risulta da questo riassunto che è errata l'espressione invalsa di « monopschismo » per indicare la dottrina averroistica; poiché l'anima, per gli averroisti, è moltiplicata col numero degli individui; l'intelletto, sì, è unico per tutta la specie umana, ma non per tutti gli altri esseri diversi dall'uomo.
La terza corrente aristotelica della scolastica è quella tomistica. L'Aquinate, avendo notato importanti divergenze fra la vecchia traduzione aristotelica dal greco e la traduzione dall'arabo, e più ancora le opposte interpretazioni del testo, indusse il confratello fiammingo, Guglielmo di Moerbeke, a rivedere parola per parola la versione greco-latina e, quando fosse necessario, a fare una nuova traduzione perfettamente aderente al testo greco. Indi si accinse ad una nuova esposizione letterale delle principali opere d'Aristotele, che fosse del tutto indipendente dall'interpretazione di Avicenna come da quella di Averroè. In tal modo egli ritenne di poter combattere l'a. sul terreno filologico oltre che su quello filosofico. E Tommaso fu il più risoluto e deciso avversario dell'a., prospettato da lui come assurdo dal punto di vista filosofico ed eresia da quello teologico. Si deve senza dubbio alla vigorosa critica del domenicano italiano se l'a., presentato come eresia, attirò l'attenzione delle autorità ecclesiastiche di Parigi che pronunciarono contro di esso la condanna del 1270 e quella del 1277.
Ma l'a. non era un'eresia; poiché gli averroisti dichiaravano di sostenere certe tesi, non come vere, bensì come necessaria conseguenza dei principi della filosofia aristotelica. Se esse contrastavano con le verità rivelate, tanto peggio per Aristotele e per coloro che s'erano adoprati a farlo cristiano ad ogni costo e a stabilire una specie di concordismo tra la filosofia aristotelica e la verità cristiana. Questo il significato esatto della cosiddetta « dottrina della duplice verità ».
Grazie a queste dichiarazioni, che avevano un precedente in analoghe dichiarazioni di Alberto Magno, gli averroisti non disarmarono né di fronte alla critica tomistica, né di fronte alla duplice condanna parigina. Vero è che la situazione consigliava prudenza. Ed a Bologna Taddeo Alderotto, nel commento a Ioannitius, scritto prima del 1283, si rifiutava di risolvere il problema dell'unità dell'intelletto, « essendovi dissenso fra la Chiesa e i filosofi ». Ma verso la fine del sec. XIII e a principio del XIV le dispute si riaccesero più vive di prima, come dimostrano gli scritti di Raimondo Lullo contro gli averroisti.
Il maggior rappresentante dell'a. nei primi decenni del sec. XIV fu Giovanni di Jandun. Le sue quaestiones sul De anima, sulla Fisica, sul De caelo, sulla Metafisica, sul Parva naturalia, sul De substantia orbis, per la loro ampiezza e per le molte preziose notizie che contengono, ci offrono una vista panoramica completa su quelle che
erano le posizioni averroistiche al principio del secolo. Gli scritti di questo compagno di Marsilio da Padova ebbero la più larga diffusione manoscritta, specialmente in Italia, e, per mezzo della stampa, sino alla fine del sec. XVI. Soltanto il commento d'Averroè, fra le opere d'averroisti, ebbe un numero maggiore di edizioni. Alle dottrine di G. di Jandun s'ispira maestro Taddeo da Parma, che fra il 1318 e il 1321 insegnava a Bologna, collega di un altro averroista, Angelo d'Arezzo.
Un aiuto indiretto agli averroisti venne poi da parte di alcuni teologi, i quali presero ad impugnare apertamente gli argomenti tomistici contro l'a. Così, ad es., Enrico di Harclay, maestro e poi cancelliere dell'Università di Oxford (m. nel 1317), biasima apertamente coloro che si sforzano de Aristotele haeretico Jacere catholicum, e pensa che, per lo Stagirita, l'anima intellettiva non possa dirsi forma del corpo. Dello stesso avviso è il carmelitano Gerardo da Bologna, il quale ritiene Averroè « maximum Aristotelis interpretem », e non « depravatore della filosofia peripatetica », come l'aveva giudicato Tommaso. Ugualmente, i francescani Pietro d'Auriol e Guglielmo d'Occam pensano non possa dimostrarsi con la filosofia che l'anima razionale è forma del corpo umano. A sua volta un altro francescano, Giovanni da Ripatransone, in una diffusa originale esposizione della dottrina averroistica (In I Sent., super prol., q. II, cod. Vat. lat. 1082, f. 23ᵗʰ-30ᵗʰ) intorno all'unione dell'intelletto possibile con l'uomo, scritta fra il 1350 e il 1357, ritiene che solo Averroè ha compreso Aristotele. Vivaci critiche agli argomenti tomistici contro l'a. muove Baconthorp (v.), il quale, per aver suggerito un solo modo di rendere meno inverosimile la dottrina averroistica sull'unione dell'intelletto con l'uomo, fu salutato dagli averroisti della fine del '400 addirittura come « averroistarum princeps ». Nel sec. XV, il card. Bessarione (In column. Plat., III, 22) riteneva egli pure che Aristotele fosse ben capito da Averroè.
T. di Wilton, che aveva frequentato l'Università di Parigi, quando non s'era spenta l'eco dell'insegnamento di Sigieri, e poi divenne cancelliere e canonico di Londra, fu risoluto fautore dell'a. in Inghilterra. A Oxford, non meno che a Parigi e a Bologna, focolai averroisti si mantennero a lungo. Da Bologna l'a. si propagò a Firenze. Taddeo Alderotto era fiorentino, e a Bologna ebbe certamente discepoli fiorentini. Averroista, come ormai sappiamo, fu Guido Cavalcanti, « un de' migliori loci che avesse il mondo et ottimo filosofo naturale » (Boccaccio, Dec., VI, 9) e primo amico di Dante. Anche nel pensiero di Dante non mancano evidenti tracce di dottrine averroistiche.
Nel sec. XV, roccaforte dell'a. fu Padova. Se è necessario far molte riserve sul preteso a. Pietro d'Abano (v.), è certo non di meno che a Padova Averroè dovette essere tenuto in grande considerazione, se nella cappella dei Cortellieri, annessa alla chiesa degli Eremitani, il pittore Giusto de' Menabuoi ebbe l'incarico di dipingere, prima del 1397, la figura del filosofo arabo tra i santi protettori dell'ordine e accanto al maestro Alberto da Padova, mentre è noto che nelle pitture d'ispirazione domenicana Averroè era dipinto quale eretico ai piedi di s. Tommaso. E appunto un eremitano, Paolo Veneto (v.), il quale era stato a studiare a Oxford, prese ad insegnare a Padova, dopo il 1408, un a. temperato, sforzandosi di accordare, con accorte distinzioni, la tesi tipicamente averroistica dell'unicità dell'intelletto possibile con quella che vuole l'anima intellettiva « forma inerente » o « informante » dell'individuo umano.
Questo tentativo di Paolo Veneto determinò in seno allo stesso a. una particolare corrente, che diremo sigieriana, e che ebbe non pochi seguaci. Mentre la maggior parte degli averroisti italiani, quali Gaetano da Thiene, Pietro Trapolino, Ludovico Boccadiferro, Marcantonio Zimara, Luca Prossicio, Marcantonio Passeri detto il Genoa, Francesco Vimercati, Rinaldo Odoni, Gian Paolo Pernumia e Francesco Piccolomini, si fermarono al concetto che l'intelletto umano potesse dirsi soltanto « forma assistente », ma non « informante » dell'uomo, i seguaci della corrente sigieriana concedevano che, secondo Averroè, l'intelletto s'unisce con un vincolo sostanziale all'anima sensitiva e, più precisamente, alla « cogitativa », in modo da costituire in-
sieme «un'alma sola», come con Alberto Magno dice Dante (Purg., XXV, 74), la quale tutta intera è forma informante dell'individuo umano e dà all'uomo il suo essere di animale ragionevole. Siffatta dottrina, secondo l'attestazione di Agostino Nifo, il quale ne fu seguace nei primi anni del suo insegnamento a Padova (1490-98), deriva dal Tractatus de intellectu che Sigieri aveva scritto in risposta a quello di s. Tommaso e che si leggeva ancora a Padova, insieme con altri scritti del brabantino, verso la fine del sec. XV. A questa dottrina, che Sigieri aveva elaborato nello sforzo di risolvere gli argomenti tomistici contro l'a., aderirono G. Pico della Mirandola, Alessandro Achillini, professore di filosofia e di medicina a Bologna dal 1484 al 1512, Tiberio Bacilieri, che, dopo avere insegnato a Bologna e a Padova, passò nel 1503 allo studio di Pavia, e Antonio Bernardi della Mirandola, il quale fu insegnante a Bologna (1533-59) e più tardi vescovo di Caserta.
Ma con G. Pico, amico e corrispondente dell'averroista ebreo Elia del Medigo, l'a. padovano comincia ad entrare in una nuova fase. Egli fu il primo ad usare il commento di Simplicio al De anima. Il Nifo, che con il Pico discusse intorno alla dottrina sigieriana e alla possibilità di conciliare la tesi dell'unicità dell'intelletto con l'individualità della personalità umana e l'immortalità dell'anima, ritenne d'aver trovato nel commento di Simplicio la conferma della teoria sigieriana. Ma la conoscenza che egli aveva dell'opera del commentatore greco era affrettata e confusa. Tuttavia altri averroisti s'impossessarono dell'idea, e si adoperarono a dimostrare che il commento d'Averroè s'accordava quasi in tutto con quello di Simplicio. A svolgere questa tesi attese, con grande dottrina e acume, Marcantonio de' Passeri detto il Genoa. Questi che fu professore a Padova dal 1517 all'anno della sua morte, cioè al 1563, ci ha lasciato un ampio e dotto commento al De anima (stampato a Venezia nel 1576; ms. Vat. lat. 4705-7 in una reportatio alquanto diversa), nel quale l'esposizione simpliciana è citata continuamente per confermare la dottrina averroistica. Egli persiste nell'affermare che l'intelletto umano è «forma assistente» e non «informante» dell'uomo; tuttavia egli sostiene che esso ha con la «cogitativa» un rapporto naturale ed essenziale, in quanto intrinsecum operans et homini appropriatum, come pensava Sigieri; sì che l'unione non può dirsi soltanto accidentale. Un discepolo del Genoa, il padovano Giovanni Fascolo, pubblicando nel 1543 la sua traduzione latina del commento di Simplicio al De anima, sentenziava che quanto di buono v'è nel commento averroistico proviene da Simplicio, e in nome del buon gusto invitava a mettere in disparte gli scritti dell'arabo, tradotti in una lingua barbarica e priva di ogni eleganza, e a studiare ormai soltanto Temistio e Simplicio.
Non tutti gli averroisti accolsero peraltro questo invito. Anzi F. Piccolomini, nei Capita sententiae Simplicii ex commentariis librorum de anima deprompta, mise in guardia contro gli entusiasmi per Simplicio, dimostrando che la interpretazione simpliciana d'Aristotele era nata dal tentativo di conciliare lo Stagirita con Platone, e che niente essa aveva a che fare con il commento averroistico. Nondimeno il tentativo del Pico e del Genoa, convogliando l'a. nella grande corrente platonica, ne salvava il motivo centrale di vero; mentre gli averroisti che continuarono a ripetere ostinatamente le vecchie formole, e non sentirono il soffio di vita nuova, che alitava potente intorno ad essi, consumarono i loro giorni in rissose e sterili diatribe, presto dimenticati insieme con i loro scritti che parlavano un linguaggio divenuto incomprensibile.
Al tramonto dell'a. contribuirono non poco anche la nuova fisica e la nuova astronomia, poiché gli aver-
roisti, anche più delle altre correnti aristoteliche, furono cocciuti avversari della nuova filosofia della natura.
Nella grande disputa con l'alessandrismo, la quale domina tutto il sec. XVI, gli averroisti furono gli avversari del Pomponazzi, del Porzio, del Madio e del Castellani, contro i quali polemizzarono. Ma l'immortalità che essi difendevano non era quella della personalità individuale. Perciò in pratica finivano per trovarsi d'accordo, su questo punto, con i loro avversari.
Professato apertamente sulla cattedra e in opere divulgate perfino «cum privilegio superiorum» e dedicate talora ad alti dignitari ecclesiastici, da uomini che non ebbero a subire alcuna molestia da parte degli inquisitori (i divieti a Padova da parte del vescovo Pietro Barozzi e dell'inquisitore fra' Martino da Lendinara, nel 1489, sono uno dei rari casi di zelo eccessivo), l'a. gode della più spregiudicata libertà che sia mai stata concessa sì per l'insegnamento che per la stampa. La scomparsa dell'a. dall'orizzonte filosofico non è dovuta né a persecuzioni né a divieti, ma al naturale esaurirsi della sua vitalità, senza maledizioni e senza rimpianti, dopo aver esercitato un'efficace azione di critica e di controllo sulle altre dottrine ad esso contrastanti.