SHAKESPEARE, WILLIAM. - Poeta, n. a Stratford-on-Avon (Inghilterra) nel 1564 (fu battezzato il 26 apr.), ivi m. il 23 apr. 1616.
Suo padre Giovanni, piccolo proprietario di campagna, s'era dato da fare con l'industria e col commercio, e guadagnata la simpatia dei borghi, che lo avevano eletto balivo del Comune: sua madre, Maria Arden, era di vecchia gente facoltosa. Una crisi sopravvivenza, forse non solo economica, se il cattolicesimo di Giovanni coinvolse il declino della famiglia, negli anni che coincisero con l'inizio dell'assolutismo anticattolico di Elisabetta d'Inghilterra. Anche per questo la carriera di studi del giovinetto non fu regolare, ma piuttosto di autodidatta, genialmente disposto a far proprio quel sapere che occorreva al suo discorso di poeta. Certo fu alla Grammar School di Stratford e forse completò la sua educazione alla corte di un signore feudale, come paggio e singing boy: uno di quei ragazzi cantori che facevano anche da attori in rappresentazioni teatrali. Sposo a diciotto anni di Anna Hathaway, lasciò il borgo natio quando crebbe il peso della famiglia e cercò fortuna a Londra, nel 1585 o al principio del 1586. Poté trovarla: aveva, con affabilità di modi e gentilezza d'indole, doti di pratico realizzatore; e come attore (fece, tra l'altro, la parte dello Spettro nel suo stesso Amleto), e soprattutto come comproprietario, poté rimediare al poco provento che toccava agli autori. Fu al «Teatro» detto così per antonomasia, il primo sorto a Londra, e alla «Rosa», più tardi al «Globo» ed ai «Blackfriars»; e della compagnia che s'era posta sotto la protezione del conte di Leicester (gli attori erano fuori legge, in quella società britannica piena di impulsi e di divieti, e solo una livrea poteva salvarli dalle persecuzioni) e poi dello stesso re Giacomo I. Ed era fra i suoi protettori influenti il conte di Southampton, il dedicatario dei Sonetti. Già nel 1592 giunse il successo; alla poesia non discende, come gli university wits, i begli spiriti universitari, dalla dignità di una cultura cattedratica, intellettualisticamente elaborata; vi sale mescolandosi alle realizzazioni di un artigianato teatrale attento ed espertissimo, collabora con altri autori, lavora su testi grossamente elaborati, che conduce ad una perfezione estrema di animazione, di individuazione, di stile; quindi i sospetti e la dolente invettiva di Roberto Green contro la sua presunta invadenza («un corvo venuto su dal nulla, rimpiannuciato con le nostre penne, avvolto in una pelle di commediante, presume di poter gonfiare un en-decasillabo quanto il migliore fra voi; ed essendo un «Giovanni fac-totum» fatto e finito, ha l'idea di essere il solo crolla-teatro del paese...» (Shake-speare significa «crolla-lancia»). Eccolo produrre i documenti della sua eccellenza letteraria in un esercizio estremamente raffinato su temi della tradizione mitografica, nei poemetti di Venere e Adone (1593) e di Lucrezia (1594) e nei Sonetti, la cui composizione, e probabile pubblicazione sparsa, si prolunga dagli stessi anni al 1600, raccolti ed editi nel 1609. Via via il successo cresce, acclamato dal pubblico, lodato a corte, esaltato da Francesco Meres nella Palladis Tania: Wit's Treasury (1598) a paragone degli altri poeti del tempo e dei classici greci, latini ed italiani, saccheggiato da editori poco scrupolosi che pubblicarono, lui vivo, 16 delle sue opere teatrali. La fortuna gli consentì di risollevare le sorti della famiglia a Stratford, arricchita ed araldicamente annobilita.
Gravi avvenimenti, se non turbarono la sua costante carriera, lo condussero ad una crisi che rimane oscura nella cronaca, ma avvertibile nella poetica: la congiura di Essex, che travolse alcuni dei suoi più ammirati amici (1601); ed una passione morbosa, simboleggiata

Shakespeare, William - Ritratto. Incisione di Droeschout. Londra, Galleria nazionale dei ritratti.
dalla dark lady dei Sonetti. Un tetro pessimismo si documenta nell'opera dal Giulio Cesare (1601) all'incompiuto Timone d'Atene (1607?). Forse con una malattia culmina, nel 1608, questa crisi; ma s'immerge in una meditazione religiosa che gli dichiara la sua via e ne esce pacificato, aperto a parole più confidenti che la sua stessa poesia gli rivela. Nel 1611 si ritira a Stratford, pur rimanendo connesso con Londra da interessi e da viaggi non infrequenti. Died a Papist, morì da cattolico: così afferma un'attendibile testimonianza.
Fra i documenti scarsi o incerti, che della sua vita esteriore ci rimangono, e l'immensa presenza della sua poesia nel mondo moderno, c'è tal divario che spesso s'è ricorso alla leggenda, per darne un ritratto ideale, e l'opera è stata sottratta al suo nome per attribuirla a questo o a quel personaggio del suo tempo, che avesse dignità di linguaggio o di scienza: p. es., a Francesco Bacone: cedendo tali biografi e mitografi all'errore che fa della creazione poetica la risultante di una situazione storica e di un programma culturale, anzichè un modo primordiale di conoscenza che investe e trasfigura le sistemazioni riflessive della cultura e le occasioni della cronaca. S. è appunto il poeta che sembra librarsi in una assoluta disponibilità d'immagine verso un più vasto mondo: colmo di meraviglie quel mondo; e che la creatura umana vi accorcia più a cercarvi il diletto delle forme innumerevoli che a riconoscersi. In realtà si sa oggi di lui quanto basta di certezze documentate per accompagnarlo in vita fra cose mediocri o importanti dal nascere al morire. E per quel ch'è la sua opera, tre secoli di fortuna sempre più estesa e di esegesi sempre più profonda consentono, senza togliere nulla al prodigio di una poesia che s'affida piena d'ingenua fiducia al vasto mondo e torna ingenua al suo Creatore, di osservarla nella circostanza di tempo e di dottrina che appartengono al poeta non meno che alla civiltà cristiana di tutto l'Occidente. Infine, se dopo avere esplorato la cronaca e la parola tentiamo il segreto della sua anima, se della poesia facciamo la pietra di paragone per la sua vita morale e per quella che insegna agli uomini suoi seguaci, lo vediamo ritrarsi dall'avventura ingenua e superba dell'ingegno ad una meditazione via via più severa, penitenzialmente assorta, e quindi aprirsi ad una riacquistata fiducia: l'ultimo suo messaggio è ad un'umanità che smarritasi ritrova se stessa dopo la tempesta; mentre l'alato Aricle, il vocale spirito della poesia, torna a vivere fra le corolle, il poeta spezza la verga degli incanti e chiede, perché Dio abbia misericordia di lui, il soccorso della preghiera fraterna. E quasi riassume in una parabola il senso di un'epoca della civiltà d'Occidente e il ritorno, dopo il trionfo delle arti e le vertigini del dominio, alla patria cristiana.
L'edizione in-folio, del 1623, curata da suoi compagni d'arte, aduna le sue opere catalogandole in com- medie, storie e tragedie; e fu enorme e fortunato il lavoro della critica, non senza qualche incertezza, a stabilire il canone e la cronologia, valendosi d'ogni suggerimento esterno di cronaca ed interno di testo, di lessico e di stile. Facile ritrovare i suoi temi nella memoria vulgata (ché la sua fama crebbe negli ultimi due secoli ad una risonanza immensa in ogni parte del mondo: nessun autore di teatro è presente come lui sulle scene, e quasi tutte le sue favole sono entrate nel comune patrimonio mitografico). Romeo e Giulietta (1591) canta la magia del richiamo d'amore che al di là della rissa cittadina conduce ad una morte gli sposi giovinetti; Riccardo III (1592) innalza a disumana efferatezza l'idea machiavelliana del tiranno che domina di frode e di forza, e Riccardo II (1593) medita pietosamente l'idea della sacralità regale che sopravvive allo stesso eccesso del dominio e alla sven-tura della deposizione; il Mercante di Venezia (1594) nel quadro di un'Italia remota e gentile compone reminiscenze di Marlow, umore beffardo e la saggezza di una femminilità amorosa ed accorta; il Sogno di una notte di mezza estate (1595) ricama nel velo di una favola nu-ziale i nomi di una classicità ripensata feudalmente e gli spiritelli del settentrione; in Enrico IV (1597) lacrime e sangue grondano dalla dignità regale e l'ira guerresca si gonfia in parvenze grottesche, ed Enrico V (1599) inneggia alla vittoria nazionale: un periodo della sua poetica singolarmente fervido e felice, questo, che si chiude con le commedie Come vi garba (1599) e Notte dell'Epifania (1599), favore di una ritrovata arcadia, mu-sica effusa sui felici errori del desiderio d'amore. Ma la sua meditazione sui precipizi del dominio, sulle insidie dei sensi, sulla corruzione della carne, sul male che avve-lena ogni dignità umana e travolge ogni grandezza si fa d'improvviso cupa e violenta: Giulio Cesare (1601) è un inno disperato e atterrito alla magnanimità sfortunata degli eroi politici, schiantati dalla inerzia stessa del ti-rano che sopprimono e che pur li vince, dopo morto; e i temi della regalità, della lussuria, della vendetta riper-corrono Amleto (1602); ma anche si fa più audace, nel tumulto della crisi, il suo impegno verso una meditazione più ardua, religiosamente impegnata. Amleto non ascolta la voce ultraterrena del re, ucciso, a tradimento, che esce dal Purgatorio per ammonire il figlio ed erede, re legittimo, a compiere la giustizia: col suo indugio trascina in un gorgo di delitti insieme i colpevoli e gli innocenti. Otello (1604) è l'eroe generoso e innamorato che non re-siste alla tentazione del male e si lascia travolgere ossesso dalle furie della gelosia omicida. Macbeth (1605) è anch'esso travolto dalla tentazione diabolica, anche più esplicitamente dichiarata, che lo insidia nell'ambizione di regno. Lear (1606) crede follemente di poter sottrarsi ai doveri della regalità, divide il regno tra le figlie am-bizios, caccia la figlia devota, s'innalza inebriato di parole e di gesti, sé e i suoi travolge in una demenza acclamata e dolente. Con Antonio e Cleopatra (1608) e con Coriolano (1608) i temi della passione e dell'ambizione sono riosser-vati con occhio più sgombro: i protagonisti sanno ormai che vogliono, affrontano consapevoli le conseguenze del loro volere, si giudicano. Misura per misura (1605), con il suo accorato appello evangelico, e la festività spen-sierata del Racconto d'inverno (1610) preparano da opposte parti la conciliazione della Tempesta (1611).
Più difficile discernere, di là dalla suggestione della forma e della fortuna, l'intima storia della poetica: la quale si svolge da un iniziale affidarsi di S. ad una nativa forza geniale, verace pur nelle sue parvenze più estresse: il vit, l'ingegno, lo spirito, una luce che scopre fra le cose rapporti in pensati e le illuminan. Consentano ai modi dell'età barocca, il poeta si affida più all'invenzione che ai consigli della ragione ed alle esperienze della storia. Dono di una natura benigna, il vit tutto discopre e dichiara, la faccia del mondo e la legge morale, l'idea della libertà e quella che le consegue della dignità umana; e secondo una perduta e poi ritrovata norma di bene ricompone la vita dell'uomo. Il suo genio esplora l'uni-verso umano così nella estensione avventurca come nella profondità religiosa. Nessuno più di lui si fida della parola; confidandole il suo destino d'uomo, anzi la sorte della sua gente e del mondo; ma nessuno è più pronto a trasformare in vocazione la disponibilità poetica, e a cedere, umilmente fervido, alle verità che la parola di-scopre. La cultura rinascimentale aveva disposto la parola ad accompagnare la descrizione di un cosmo già ordinato dalla dottrina: quello che Dante percorre; il nuovo poeta sembra avventurarsi in un mondo imprevedibile, eppure la parola lo riconduce a ritrovare verità eterne che parevan perdute e a ricomporre in armonia concorde l'esperienza propria di uomo e l'esperienza partecipata della storia dopo di lui.