NIO

NIO. - È il padre della storiografia italiana. N. a Vignola (Modena) il 21 ott. 1672 da famiglia di modesti contadini, m. a Modena il 23 genn. 1750. Il desiderio di dedicarsi alla vita ecclesiastica ed agli studi lo condusse giovanetto (1685) alle scuole dei Gesuiti, a Modena, dove nel 1694 conseguiti la laurea in legge. L'influsso del benedettino B. Bacchini, che stava riordinando la Biblioteca ducale, destò in lui l'ardore per le ricerche erudite. Nel 1695 il Bacchini ed altri estimati lor lo proposero ai Borromei di Milano come dottore della Biblioteca Ambrosiana. Vi stette sino al 1700, quando il ducato Rinaldo d'Este gli offrì la direzione dell'Archivio e della Biblioteca ducale a Modena. Questo ufficio tenne sino alla morte respingendo qualsiasi altra offerta, come quella di Vittorio Amadeo II di Savoia, che lo voleva insegnante all'Università di Torino.

Munito di una buona cultura umanistica - al latino della scuola gesuitica aveva saputo aggiungere di propria iniziativa la conoscenza del greco - trovò, prima all'Ambroisiana, poi all'Estense, la maggiore possibilità di soddisfare la sua sempre maggiore curiosità erudita, dirigendo le sue ricerche in vari punti. Già nel 1697-98 pubblicò il Milano i due volumi di Anedota latina; con un altro volume compreso l'anno dopo fece conoscere alcuni poemi inediti di s. Paolino da Nola e nel Commentarium de Corona Ferrea intaccò recisamente la tradizione che correva in Milano su tale monile longobardo.

Molto si occupava in questi anni di letteratura: scriveva versi, componeva novelle e nel 1700 dedicò un volume alle Rime di C. M. Maggi; nel 1706 pubblicò il trattato Della perfetta poesia italiana. Disgustato della vacuità dell'Arcadia, nel 1703 sotto lo pseudonimo di Lamindo Britanio pubblicò i Primi disegni della repubblica letteraria d'Italia, cioè il progetto di una società di letterati che si occupassero di cose erudite e serie. Nel 1709 comparve un volume di Anedota graeca e nel 1713 completò gli Anedota latina con due nuovi volumi.

La sua attività però doveva presto a Modena prendere un altro indirizzo. La vertenza tra gli Este, l'Impero e la S. Sede circa i diritti sulle Valli di Comacchio lo portò ad indagare i problemi delle origini estensi. Nel 1708 pubblicò le Osservazioni sul dominio temporale della Sede Apostolica sopra la città di Comacchio; nel 1712 la Piena esposizione dei diritti imperiali ed estensi sopra la città di Comacchio, ed un nuovo trattato comparve nel 1720. Le origini degli Estensi furono ampiamente chiarite nelle Anedota estensi, del 1717, il cui primo volume stabilì saldamente la fama di storico del M. Il secondo volume delle Anedota estensi doveva poi uscire solo nel 1740.

Intanto veniva meditando sul progetto di una raccolta di storici italiani medievali, accarezzato già per lunghi anni da Apostolo Zeno fin dal 1699, così, quando lo Zeno passò alla corte di Vienna, il M. fece suo il progetto e si accinse con entusiasmo all'opera. Riuscì a trovare un gruppo di patrizi milanesi che accettarono di formare la Società Palatina per appoggiare finanziariamente l'impresa; il 23 dic. 1721 il M. firmò il contratto con il principe Teodoro Alessandro Trivulzio per la stampa del Corpo delle antichità d'Italia. Collaboratori zelanti del M. furono il Sassi, prefetto della Ambrosiana, e l'Argellati, erudito bolognese; nel 1723 già comparve il 1 tono dei Rerum Italicarum Scriptores, cioè di tutti gli storici tra il 500 ed il 1500. L'impresa trovò molte ostilità. Più di un proprietario di codici gli rifiutò il prestito od anche la semplice visione; non pochi governi chiusero i loro archivi per timore che rimanessero compromessi dei loro diritti: così la S. Sede, le Repubbliche di Genova, di Lucca, di Venezia, il ducato di Parma. Il governo sabaudo di Torino prima resistette, poi finì per appoggiare le ricerche del M. Queste difficoltà ed opposizioni non furono senza conseguenze per l'impresa del M., il quale però trovò l'appoggio di molti eruditi che si fecero suoi collaboratori. In tal modo gli Scriptores furono condotti in porto: tra il 1723 ed il 1738 comparvero 27 volumi in fol., il XXVIII uscì postumo nel 1751. Con la pubblicazione degli Scriptores il M. gettò le basi della storiografia italiana moderna. Certamente l'opera muratoriana presenta difetti notevoli di fronte alle esigenze della critica moderna. Il programma del M. era di rappresentare la storia italiana nella sua continuità attraverso una serie di cronache disposte possibilmente in un certo ordine cronologico e geografico. Che non si debba essere troppo esigenti con il M. appare dal fatto che la ristampa degli Scriptores, iniziata da G. Carducci e V. Fiorini verso il 1900, non solo non è ancora compiuta, dopo mezzo secolo, ma rivela defezione di metodo anche più gravi di fronte alle esigenze della critica storica, sia per le differenze di metodi adottati dagli eruditi fatti esiti, sia per le incertezze e le modificazioni avvenute da parte degli ordinatori della ristampa durante l'impresa.

Il M., durante i lavori di preparazione degli Scriptores, era venuto raccogliendo grande quantità di documenti medievali allo scopo di illustrare questioni particolari, problemi vari e se ne servì per scrivere 75 dissertazioni che comparvero nei 6 voll. delle Antiquitates Italicae Medii Aevi editi tra il 1738 ed il 1743. Le Antiquitates sono una miniera preziosa di documenti e notizie su questioni paleografiche, diplomatiche, numismatiche, giuridiche; molto vi è anche per quello che riguarda la vita ed il costume popolare.

Contemporaneamente, tra il 1738 ed il 1743, comparvero i 6 voll. del Novus Thesaurus veterum inscrip- tionum, anch'essi di grande importanza. Il M. ora si sentì in forza per fare come l'inventario di tutte le notizie che le sue ricerche gli offrivano per la storia italiana: ne derivò la grande opera degli Annali d'Italia, dall'inizio dell'era volgare ai suoi giorni. Egli ne iniziò la stampa nel

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(da R. Longhi, Cinque secoli di pittura venceiana, Firenze RIF, con. 55) Murano, scuola artistica di - S. Giovanni Evangelista. Dipinto di Andrea da Murano - America, coll. privata, ubicazione incerta.

riferite al Castagno dei musaici nella cappella dei Mascodi in S. Marco a Venezia. Di un BERnardi

1743 e la chiuse nel 1749, anno a cui giunge il racconto, in 12 tomi in 4°. Gli Annali espongono le vicende della storia italiana in ordine cronologico, anno per anno, senza preoccupazione di indagare le cause degli avvenimenti e di stabilire i legami, ma l'opera riesce di grande interesse per l'obbiettività del racconto, per la chiarezza, precisione e sobrietà dello stile. Era il primo tentativo di una storia italiana complessiva, che superasse gli interessi particolari dei singoli Stati: era una constatazione di fatto dell'unità sostanziale della storia italiana.

Attorno a questa attività gigantesca, il M. Venne, nei dieci lustri della sua operosità, studiando una quantità di questioni storiche particolari. Dopo le vite giovanili del Maggi e del Da Lemene (1708), scrisse la vita del Petrarca (1711), del p. Segneri junior (1720), del Castelvetro (1727), del Signio (1732), del marchese Orsi (1735), del Tassoni (1738), del Torti (1743), di Benedetto Giacobino, santo prevosto di Varallo Sesia (1747). Nel campo delle lettere, dopo avere abbandonato la poesia, continuò ad occuparsi con interesse dei problemi di estetica: nel trattato Della perfetta poesia italiana (1706), poi nelle Annotazioni al Petrarca, nelle Riflessioni sopra il buon gusto ed infine nel trattato Della forza della fantasia (1745) indagò che cosa fosse il bello, stabiliti che il vero artistico è il verosimile, contrappose il buon gusto al cattivo gusto, respinse il razionalismo cartesiano, ma subordinò l'arte alla morale. Maggiori cure dedicò il M. agli studi di filosofia e di morale. Notevole è il trattato su La filosofia morale esposta e proposta ai giovani (1735): rigidamente fedele alla ortodossia cristiana mostra una visione serenamente ottimista della vita ed incita i giovani a dedicare le loro attività alla vita sociale; nel trattato Delle forze dell'intendimento umano battaglio contro il Locke ed il sensismo; nel trattato Della pubblica felicità, suo ultimo scritto importante, del 1749, indicò ai principi di dovere di procurare il bene dei loro popoli con sagge riforme (come già aveva insegnato nei Rudimenti di filosofia morale scritti per il principe Francesco d'Este); nei Difetti della giurisprudenza (1742) criticò le legislazioni moderne, mostrando la necessità di riformare - da attuare da parte dei principi - per il benessere generale. Il M. appare in questi scritti come il trattatista dell'assolutismo illuministico.

Il M., ordinato sacerdote a Milano nel 1695, fu sacerdote modello. Nel 1716 fu lieto di diventare proposto di S. Maria della Pomposa in Modena, chiesa che egli restaurò, accudi ed in cui volle essere sepolto (desiderio che fu soddisfatto solo nel 1922). Esercitò il ministero con devozione profonda, celebrando regolarmente la Messa, attendendo con zelo alle cure del confessionale e del catechismo. Non era spirito mistico; pacato, calmo, considerava e difendeva

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(DE. Bonfiora - Modena) Muratori, Ludovico Antonio - Rirratto attribuito a Giuseppe Maria Crespi (ubicazione ignota).

i meriti della vita attiva. Collaborò con ardore alle missioni del p. Segneri junior nel Modenese, organizzò corsi di esercizi spirituali per i sacerdoti, si compiacque di visitare
i meriti della vita attiva. Collaborò con ardore alle missioni del p. Segneri junior nel Modenese, organizzò corsi di esercizi spirituali per i sacerdoti, si compiacque di visitare ed assistere i carcerati; per l'assistenza agli ammalati ed infelici creò in Modena la Compagnia della Carità. La religiosità del M. è testimoniata da alcuni scritti di pietà di grande pregio, come il trattato Dela regolata divisione de' cristiani (1747) o il trattato Della carità cristiana (1723). Molto diffuso nel Settecento fu Il Cristianesimo felice nelle missioni dei Padri della Compagnia di Gesù nel Paraguay (1743-49) in cui sulle relazioni dei missionari ricostruisce ed esalta l'opera di cristianizzazione e "comunitaria" dei Gesuiti nell'America del sud. Nel trattato De ingeniorum moderatione in religionis negotio (1714) esamina problemi storico-religiosi discussi in quel tempo pubblicamente; critica opinioni e credenze non basate storicamente, biasima esagerazioni nel culto popolare della Vergine e dei santi, dichiara però di credere nella possibilità di definizione dogmatica dell'Assunzione della Vergine (I. I, cap. 17). Il trattato De superstitione vitanda, pubblicato sotto lo pseudonimo di Antonio Lampridio (1742), mira a combattere ogni forma di superstizione, le false estasi e rivelazioni, i falsi miracoli.

Il suo profondo sentimento religioso, semplice, modesto, l'ossequio alla Chiesa di Roma, per la quale nutriva profonda obbedienza, non soffocavano nel M. il senso critico dello storico severo e spassionato. Giudicava la storia della Chiesa da storico; stigmatizzò i cattivi costumi di qualche papa, osservando che la critica non portava offesa alla Chiesa; scrivendo al Tanucci riconobbe la necessità della limitazione del numero degli ecclesiastici e dei monaci; constatò la decadenza degli Ordini mendicanti per i quali dimostrava poca simpatia, mentre l'aveva grande per i Gesuiti. Le sue tendenze verso le riforme della Chiesa erano molto moderate: conosceva le debolezze dell'uomo, temeva le riforme troppo gravi e tanto più le radicali e non si lasciò mai illudere dal miraggio di un ritorno alle origini. Se qualche volta le sue richieste coincidono con quelle giansenistiche, egli non ebbe mai nulla di comune con il giansenismo di cui respingeva le dottrine.

Le sue opere mostrano come il M. fosse prudente sempre nelle sue espressioni, né ostinato nei suoi giudizi; spesso sottopose i suoi scritti al giudizio di amici, accettandone le correzioni, conservando però sempre il suo atteggiamento di indipendenza e di imparzialità: così nella questione della corona ferrea di Monza conservò il suo atteggiamento negativo nonostante il parere favorevole di Roma; nella questione del voto sanguinario per l'Immacolata Concezione, dichiarò la cosa superstiziosa e si attirò le ore di qualche gruppo del clero; contrastò con il card. Querini sulla questione della diminuzione delle feste di precetto; criticò con prudenza gli eccessi coreografici della predicazione religiosa del tempo. Tuttavia non era spirito polemico; avrebbe voluto andar d'accordo con tutti, purché fosse rispettata la verità. Le sue doti personali, il grande prestigio conquistato, la rigida ortodossia, l'illiberatezza dei costumi, lo misero presto in una posizione tale che, sebbene da varie parti attaccato, non fu mai oggetto di censure ecclesiastiche. Il papa Benedetto XIV aveva per lui la massima reverenza. Infatti il M. è da considerare come il principe degli eruditi enciclopedici italiani del sec. XVIII. Le varie sue attività però furono sempre in funzione della sua missione di storico. Egli sentiva che lo storico vero per comprendere la vera natura della realtà storica deve dominare tutto lo scibile. Il M. vede la storia come l'attuazione di un disegno stabilito dalla Provvidenza Divina. Di qui l'ottimismo che domina tutta la sua opera: tutto avviene per il meglio; anche il male ha la sua funzione storica; il castigo per i malvagis, la purificazione dei popoli dal male. Inutile discutere i fatti umani che trovano spiegazione solo nella mente di Dio. Di qui proviene il senso di grande modestia, di profonda umanità, di tolleranza che traspara da tutta l'opera del M. Egli condanna la guerra se provocata da ambizioni, da orgoglio, da capriccio: l'ammette solo per ragioni di difesa. Ha fiducia nella educazione civile, chiede

Biblioteca Ambrosiana di Milano (I 101 sup.), e da lui pubblicato in Antiquitates Italicae Medii Aevi (III, Milano 1740, pp. 851-54). Contiene l'elenco dei libri del Nuovo Testamento (v. Bibbia). Nelle prime linee mancanti doveva parlare dei Vangeli di Matteo e di Marco. Seguono informazioni su Luca (detto terzo Vangelo), Giovanni, Atti, Epistole I-II Corinti, Efesini, Filippesi, Colossesi, Galati, I-II Tessalonicesi, Romani, Filemone, Tito, I-II Timoteo, Giuda, I-II (III?) Giovanni, Apocalisse, I Pietro (?). Mancano l'Epistola agli Ebrei, quella di Giacomo e la II Pietro.

Permette la lettura privata del Pastore, del quale dice: «Nuperrime, temporibus nostris, in Urbe Roma Herma conscripsit, sedente cathedra urbis Romae Ecclesiae Pio episcopo fratre eius» (linn. 74-76). Da questo cenno cronologico risulta che il documento fu scritto nello scorcio del sec. II d. C., probabilmente a Roma (chiamata semplicemente «urbe» nelle linn. 35-36), o nelle vicinanze (P. Baffi, O. Bardenhewer, R. Cornely-A. Merk, P. H. Höpf-B. Gut). Non segue però che sia un documento ufficiale della Chiesa romana, come pensa A. Harnack. Secondo molti studiosi (J.-B. Lighthoet, T. H. Robinson, Th. Zahn, S. Ritter, M.-J. Lagrange, ecc.) ne sarebbe autore s. Ippolito di Roma (v.), secondo altri (L. A. Muratori) Caio Romano. Altri propongono Melitone di Sardi (v. Bartlet) oppure Policrate di Efeso (G. Kuhn) o Clemente Alessandrino (J. Chapman). C. Erbes (Die Zeit des Mu-ratorischen Fragmentes, in Zeitschr. für Kirchengeschichte, 35 [1914], pp. 331-62) sostiene che ne sia autore Rodone antignostico (ca. 220), di cui parla Eusebio (Hist. eccl., V. 13: PG 20, 460 sg.).

La lingua originale sarebbe greca, secondo A. Hilgenfeld, S. P. Tregelles, Th. Zahn, M. Schanz, A. Merk;

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Muratoriano, canone - La prima pagina del Frammento m. (sec. viII) - Milano, Biblioteca Ambrosiana, I, 101, sup.