VETRO. - I più remoti esemplari di industrie vetrarie con carattere d'arte risalgono nel bacino del Mediterraneo alla diciottesima dinastia egiziana dei Faraoni (1550 a. C.) e sono rappresentati da minuscoli balsamari policromi, in cui la decorazione era ottenuta colando sul vaso un filo di smalto fuso in spirali.
Ma uno sviluppo più cospicuo ebbe in seguito questo 'arte nei centri della Fenicia e particolarmente a Sidone, con i V. insufflati entro matrici fittili, e di là i vasi, le coppe e le bottiglie vennero importati nell'Etruria (lo attesto le tombe tra il sec. VII e il sec. V a. C.), mentre a Pompei e nella Roma augusta si produssero V. soffiati di rilevante mole sotto l'influsso di artisti sircai e di Sidone. Nel periodo imperiale successivo venivano da Alessandria prodotti V. di stile greco-egizio, in cui il virtuoso smo tecnico sfoggia ogni sorta di striature, motivi serpeggianti, spire lattescenti, stelle, rosette, tasselli con maschere e fiori, nonché graffiture e solchi ottenuti con l'uso della ruota e dorature applicando sottili fogli di metallo. Non si ebbero innovazioni tecniche durante i periodi paleocristiano e bizantino che videro trasferirsi l'arte vetrarie in Oriente, arricchita di motivi cromatici, specie nelle paste per oreficeria e nelle tessere musive, e quindi nel mondo arabo. Dopo il sec. XI, l'Europa occidentale fece rifiorire forme e accorgimenti esecutivi e si ebbero le produzioni considerevoli di Altare, in provincia di Sassone, e di Venezia. Di qui, nel sec. XIII inoltrato, tali industrie si concentrarono nell'isola di Murano, dove ebbero fama il maestro trecentesco Giovanni Fioler e, nel secolo successivo, la bottega di Angelo Barovier e del figlio Marino, che produssero caratteristici vasi azzurri e lattesini e opere smaltate di stupendi colori, come le coppe nuziali dei Musei di Murano e di Bologna, il bicchiere del Museo naz. di Firenze, dov'è raffigurato il Trionfo della Giustizia, e il grande piatto nella Biblioteca civica di Trento con fondo paonazzo diasparto e un
fregio bizantinenggiante di pampini e grappoli d'uva, uccelli in volo e pavoni. Le dinastie artigiane muranesi diedero al V. soffiato per oltre tre secoli prestigio incomparabile di movenze slanciate ed esili, con applicazioni di fogli filogranati (a reticella), opalescenze, incisioni e imitazioni delle pietre dure, e con le margarine, o perle, ricavate dal taglio delle bacchette vitre policrome che servivano a formare i vasi detti millefiori. Ma l'espressione più artisticamente suggestiva del Quattrocento italiano in questo campo è quella dei V. graffiti, dove la sottile foglia metallica era fissata con chiara d'uovo e scalfita mediante la punta dell'ago. L'opera più antica di codesto tipo è una finissima Madonna del Museo civico di Torino, attribuita a Lorenzo Monaco, e in cui tra spagione tinte svariate sotto il graffito. Pure nel sec. XV s'inizia una caratteristica produzione in Germania e soprattutto in Boemia, dove s'afferma il cristallo, dai fulgidi riflessi, idoneo alla molatura. Durante il periodo barocco, la Francia, che aveva avuto nel Trecento la supremazia con i maestri della vetrata, sviluppò ad opera del parigino Lucas de Nehon (seconda metà del sec. XVII) la fabbrica delle lastre per colata e laminazione e, contemporaneamente, in Inghilterra prendeva voga il cristallo piombico, detto fint. La produzione settecentesca appare dominata dalle fabbriche germaniche di Norimberga e di Augusta, con la lavorazione a ruota e a punta di diamante, e da quelle della Boemia, i cui metodi venivano assunti da Giuseppe Briati di Murano per i suoi specchi in grandi dimensioni, adorati di fiori in rilievo. I progressi industriali del secolo scorso resero meccanica e dozzinale la fattura degli oggetti in V. e soltanto negli ultimi decenni le fornaci di Murano ripresero il loro prestigio, mettendo al servizio della nuova estetica decorativa le tradizionali capacità di mestiere.
come potrebbe dimostrare un v., proveniente dal cimitero di Callisto, nel quale, tra le altre raffigurazioni, si vuole riconoscere una che presenta il tipo iconografico caratteristico di questo Imperatore. Similmente dallo stesso cimitero deriva uno dei più antichi esemplari, con la dicitura «Potita propina». In linea generale, gli archeologi sono concordi nell'attribuire i V. sec. III c., specialmente, al IV.
I V. sono per lo più fondi di coppe, le cui figure o iscrizioni erano state eseguite in modo che il loro diritto corrispondesse alla parte interna della coppa stessa, per essere vedute o lette più facilmente da chi se ne serviva. La loro misura varia, per i più grandi, da cm. 8 a cm. 10 e più; minore, per i più piccoli, essendo alcune di 3 cm. Le iscrizioni sono quasi sempre in latino; non mancano quelle in greco o in greco-latino; talvolta presentano errori di ortografia e scambio di lettere (Critus - Zesus). Secondo alcuni le coppe di V. Messa, o almeno alla distribuzione della Comunione, o finalmente alle agapi sopra i sepolcri dei martiri. Per l'uso eucaristico dei v., specialmente delle patenae (dischi di v., non fondi di coppe; da ricordare in modo particolare le due patene dette di Colonia), nel sec. VI l'autore del Liber Pontificalis attribuisce al papa Zefirino (199-217) l'ordine di usare patene vitree durante la celebrazione della Messa, e scrive che il papa Urbano (222-30) prescrisse che si usassero patene d'argento (Lib. Pont., I, p. 139, n. 3 e p. 143, n. 2). In conclusione, per le coppe a fondo dorato, si può dire che queste abbiano servito ad ogni uso della vita civile e famigliare, non solo per i cristiani, ma anche per i pagani, come è facile dedurre dai soggetti in esse rappresentati, che sono molto vari: mitologici (Achille e Deidamia, le fatiche d'Erocle, Minerva, Plutone, Serapide, Cerere, ecc.), scenici, ginnastici, venatori, domestici, di scene campestri, di mestieri.
Poste sopra i sepolcri, le coppe subirono gravissimi danni e rovine da parte dei saccheggiatori dei cimiteri, che le spezzarono per vendere i frammenti, rimanendo spesso il fondo fissato nella calce dei loculi. Quest'uso si fa risalire perfino ai primi tempi, accusandone gli Ebrei, venditori ambulanti, specialmente nel Trastevere, che si servivano di V. commercio, riferendo ad essi un passo di Marziale: «... transtiberinus ambulator / qui pallentia sulphurata ( = zolfanelli) fractis / permutat vitreis...» (Epigrammi, I, 41 [edd. antiche, 42], vv. 3-5), o anche di Stazio: «hic plebs scenica quique communitis / permutant vitreis gregale sulpur» (Silvae, I, 6).
I V. dorati hanno importanza sia dal punto di vista archeologico, sia, in modo speciale, agiografico, perché anche quelli con soggetti ebraici (tempio, candelabro a 7 braccia, arca del Testamento) sono interpretati come simboli o figure del cristianesimo. Si possono distinguere, secondo le scene, in biblici: Adamo ed Eva, Susanna, Giuseppe nella cisterna, serpente di bronzo, ritorno degli esploratori da Canaan, Giosuè che arresta il sole, Mosè, Daniele nella fossa dei leoni, i tre fanciulli nella fornace, la storia di Giona, Tobia, il sacrificio di Abramo, ecc.; in propriamente a-giografici: il Buon Pastore, la Madonna, i ss. Pietro e Paolo, spesso insieme con Cristo, talvolta indicato col X, gli Evangelisti, santi, pontefici, i ss. Lorenzo, Ippolito, Timoteo, Cipriano, Agnese e altri, a gruppi o isolati; vi sono quelli con scene del Nuovo Testamento: nozze di Cana, risurrezione di Lazzaro, Mosè, Pietro che percuote la rupe.

VETRO - Coppa nuziale detta dei Barovier, con i ritratti degli sposi dipinti a smalto (sec. XV) - Murano, Museo vetrario.
(«Petrus virga perquosed fontes ciperunt quorere»), Gesù o l'Agnello sopra il monte, e altri; quelli famigliari: sposi che si stringono la mano, con l'espressione: «vivatis in Deo»; altro esempio: Martra Epectete vivatis». Gruppi di genitori con i figli: spesso con uno, talvolta con due, raramente con più: notevole un V. genitori e quattro figli.
Nelle espressioni graffite, ricorre quasi sempre il concetto di bere e vivere, spesso in greco con lettere latine: «bibe et propina, pie zeses, vivas cum parentibus tuis, pie zeses cum Donata, piete zesete - propinate, refrigeris in pace Dei, spes hilaris, zeses cum tuis, dignitas amicorum vivas cum tuis feliciter, hodor suavis»; o in greco: IIIE ZHCAIC EN AFAOIC, EYODI TAYKYTATE. ZHCAIC ANIMA BONA, KONIAIA KAI AECTINA IIIE ZHCE.
Importante la coppa di vetro con profonde incisioni, raffigurante Cristo con la Croce monogrammata ed un libro aperto nella mano destra e con ai lati una palma ed un cestello di pani (sec. IV-V), ritrovata da poco in un foglio di una casa di Ostia antica.
stiana di Ostia, in Bollettino d'arte del Ministero della pubblica istruzione, n. 3, luglio-sett. 1952, pp. 204-1.