ROMA

ROMA. - Metropoli del mondo Romano, capitale dello Stato pontificio poi, dal 3 febbr. 1871, dello Stato Italiano (legge n. 33, art. 1), è il centro del cattolicesimo quale sede episcopale del Romano Pontefice:

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SOMMARIO: A) ROMA ANTICA E IMPERIALE: I. Nome e situazione geografica (coll. 1095-96). - II. Archeologia (coll. 1096-1110). - III. Storia politica e costituzionale (coll. 1110-25). - IV. Religione dei Romani (coll. 1125-33). - V. Letteratura Romana antica (coll. 1133-37).

B) ROMA CRISTIANA FINO AI NOSTRI GIORNI: I. Storia civile ed ecclesiastica (coll. 1137-77). - II. Letteratura latina cristiana (coll. 1177-89). - III. Arte (coll. 1189-1204). - IV. Folklore (coll. 1204-1207). - V. Topografia (coll. 1208-45). - VI. Istituti di cultura (coll. 1245-61). - VII. Istituti di assistenza caritativa (coll. 1261-65). - VIII. Vicariato (coll. 1265-67). - IX. Santuario del Divino Amore (coll. 1267-68).

A) ROMA ANTICA E IMPERIALE.

I. NOME E SITUAZIONE GEOGRAFICA.

I. NOME

Deriva certamente dal vocabolo etrusco rumon = fiume (W. Corssen, I. Guidi, G. De Sanctis, Fr. Altheim) dato all'aggruppamento palatino a causa della sua vicinanza al Tevere, quasi individuata come « città del fiume ».

Nella zona sud-ovest del Palatino, la più vicina, attraverso il paludoso Velabro, al Tevere, sono riunite le memorie più vetuste della città collegate con quel vocabolo: la Porta Romana o Romanula (Varrone, De lingua lat., V, 164; Festo, s. v.), situata nella R. quadrata, allo sbocco di quello che si chiamò poi « Clivus Victoriae », e che si ritrova anche nel nome di Porta Flumentana nel corrispondente luogo della posteriore cinta detta Serviana; il fico ruminale che stava presso il Lupercale e fu per prestigio magico dall'augure Arto Navio trasferito nel comizio; la Diva Rumina che nel Monte Palatino aveva un suo santuario. Sono da scartare le etimologie dal greco 'ρωμη = forza; dal latino ruma = mammella, per le due vette più alte del Palatino, il Germalo e il Palatium; dalla gens etrusca dei Ruma (W. Schulze, G. Herbig). Nella tradizione romana R. ebbe anche un nome tenuto segreto per timore che potesse essere conosciuto ed evocato magicamente dal nemico a danno della città. Il segreto riguardava o il nome della città (Plinio, Hist. nat., III, 65; Servio, Aen., I, 277; Macrobio, Sat., III, 8; Giov. Lido, De mens., IV, 73), o la divinità protettrice della medesima (Plinio, Hist. nat., XXVIII, 28; Plutarco, Quaest. Rom., 65; Servio, Aen., II, 351; Macrobio, Sat., III, 8).

Valerio Sorano, che rese pubblico il nome vero di R. (Plinio, Hist. nat., III, 65) o, secondo Plutarco (Quaest. Rom., 61), quello della divinità protettrice, ne fu punito di morte. Secondo Giovanni Lido (De mensibus, IV, 73), il nome segreto di R. era Flora, divinità della natura feconda (Flora mater), servita da un proprio flamine (flamen Floralis), venerata in un proprio tempio sul Quirinale; nel mito considerata come una cortigiana che lasciò il popolo romano erede delle sue ricchezze. Secondo A. Brelich, Flora e altre divinità consimili (Acca Larenzia, Pale, Opa Consivia, Diva Angerona) hanno avuto, pur nelle diversità delle figure, il ruolo di divinità protettrici segrete di R. in virtù del loro significato originale di fecondità, da cui la città doveva attingere, come da fonte inesaurita, le ragioni della sua esistenza.

BIBL.: W. Corssen, in Zeitschr. für vgl. Sprachforschung, 10 (1861), pp. 17-20; I. Guidi, La fondazione di R., in Bull. della Comm. archeol. comun. di R., 9 (1881), pp. 63-75; G. De Sanctis, St. dei Romani, I, Torino 1907, p. 190; F. Altheim, Römische Religionsgeschichte (Sammlung Gösches), I, Berlino 1933, p. 66; A. Brelich, Die geheime Schutzgottheit von Rom. Zurigo 1949. Nicola Turchi

II. SITUAZIONE GEOGRAFICA

Situata a 41° 54' di lat. N. e a 12° 29' di long. E. (Greenwich), calcolate le coordinate all'Osservatorio del Collegio Romano, la città, centro della civiltà mediterranea, occupa una posizione di privilegio nella penisola e nel Mare Mediterraneo.

Disposta in una pianura alluvionale nella quale serpeggiano i meandri del Tevere e le propagini vulcaniche dei Monti Sabatini e Albani che insieme ai Prenestini e alla costa del Tirreno la recingono nelle sue

(fot. Albani)
ROMA - La des R. Status marmorea di arte imperiale - Roma, Palazzo Senatorio Campidoglio.

linee esterne, R. registra in vari punti altezze che variano dai 15 agli 80 metri s. m. Dalla primitiva città sul Palatino all'attuale complesso urbano, enorme fu l'incremento che ebbe nel volgere dei secoli. Se all'epoca della Repubblica appartengono le grandi vie di comunicazione, più rapido fu lo sviluppo della città durante l'Impero; il '500 fu il secolo che vide iniziare le grandi costruzioni della R. papale, mentre solo alla fine del XIX e agli inizi del sec. XX ebbe principio la grande trasformazione che ha quasi totalmente modificato l'aspetto di R. Dal 210.000 ab. del 1870, la popolazione salì a 400.000 nel 1900 e ad oltre un milione e mezzo nel 1950 (1.599.894 nel 1951). Questo enorme incremento, che supera quello di tutte le città italiane, è dovuto, oltre che alla forte natalità, alla notevole immigrazione da ogni regione d'Italia. Ecclesiasticamente la popolazione di R. è divisa in 136 parrocchie, raggruppate in 16 prefetture. Il clima, molto gradevole, presenta una media di 7° nel mese più freddo (genn.) e di 25° in quello più caldo (luglio). Nel suo territorio ha sede lo Stato della Città del Vaticano; inoltre, tutti i dicasteri dell'amministrazione statale, gli atenei governativi ed ecclesiastici, le maggiori banche, enti, istituti, ecc. Tra le poche industrie, fondamentali quelle edilizie e tipografiche. Negli ultimi decenni il movimento del suo porto (porto fluviale di S. Paolo e portocanale di Fiumicino) ha registrato un notevole progresso. Gastone Imbrighi

II. ARCHEOLOGIA.

SOMMARIO:

I. Origini ed età regia

II. Età repubblicana

III. Età augustea

IV. Età imperiale.

I. ORIGINI ED ETÀ REGIA

La sua fondazione fu fissata da Varrone al 21 apr. dell'anno 753 a. C.; a questa data tradizionale deve attribuirsi un valore relativo e di approssimazione, certamente alquanto più tardo della realtà.

Nel Lazio, già golfo marino, colmato nel corso dell'età terziaria dalle eruzioni vulcaniche dei Monti Albani e dei Cimini e dalle alluvioni del Tevere, l'uomo apparve nell'età quaternaia quando, già uscito dal primitivo stadio di civiltà il paleolitico, aveva progredito nel neolitico. Prisci abitatori del Lazio furono i Liguri mediterranei, adottanti il rito dell'umazione (2° millennio a. C.). Nel

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The quick brown fox jumps over the lazy dog.

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trapasso dall'età del bronzo a quella del ferro, resasi la vita nel Lazio meno paurosa per la sosta dell'attività vulcanica dei Monti Albani, tra i secc. x e ix a. C., vi si ebbe un'incursione di genti di provenienza nordica, affine ai terramaricoli della valle padana, di razza ariana, parlanti un idioma indo-europeo ed osservanti il rito funebre della cremazione, che, attratte dal suolo fertile e remuneratore vi si stabilirono dando origine al popolo latino. Questo, prodotto dalla mescolanza degli autoctoni mediterranei, con la nuova popolazione ariana, con prevalenza di questa più evoluta, assunse nel Lazio carattere stabile. Alla fine del sec. VIII ed al principio del sec. VII a. C., ebbe inizio una fase più progredita della civiltà laziale del ferro con influenza ed apporti d'oltremare, nel periodo detto orientalizzante. Si era intanto costituita una lega dei vari centri abitati dai Laziali, la lega Albana, con a capo Alba Longa. I villaggi confederati, che sorgevano in luoghi elevati per difesa delle greggi e degli armenti dai predoni, erano, secondo Plinio (Nat. hist., III, 69, 70), in numero di 31. Frattanto nasceva R. Presso l'ampia ansa formata dal Tevere, poco a valle della confluenza dell'Aniene, a breve distanza dal mare, sorsero villaggi sulle colline tufacee, tagliate dall'erosione delle acque, elevantesi sul circostante piano paludoso, isolate e ben difendibili, quasi inaccessibili e ricoperte di folte boscaglie di querce (mons Querquetulanus), di faggi (Fagutal), di vimini (Viminalis). Il sito, eminentemente strategico e adatto al traffico commerciale, attrasse tanto i Laziali dei colli Albani quanto i Sabini di stirpe mediterranea preariana; questi discendendo dai loro monti trafficavano per via fluviale con gli Umbri ed attraverso la Via Salaria, da essi tracciata, si spingevano fino alle bocche del Tevere per fornirsi di sale. I ritrovamenti archeologici con la scoperta di sepolcreti e di relitti di abitazioni dimostrano che tra il sec. x e l'VIII a. C. sui colli di R. sorgevano villaggi di capanne (pagi od oppida); stazioni latine sul Palatino (Germulus, Palatual, Velia), l'Esquilino (Fagutal, Cispius, Oppius) e parte del Celio (Querquetual o Sucusa), sabine sul Capitolio, il Quirinale ed il Viminale; l'Aventino continuò forse ad essere abitato da Liguri mediterranei. Sul villaggio del Germulus (Palatino), la R. quadrata del mitico fondatore Romolo, è stata riconosciuta suppellettile fittile del sec. VIII a. C. Nella necropoli del Foro, estendentesi dai piedi dell'Esquilino verso il Capitolio, le tombe più antiche risalgono al sec. IX con la presenza di ossari a forma di abitazione (urne a capanna); la sua espansione scende fino al sec. VII. La necropoli dell'Esquilino è più recente, non va al di là del sec. VII; ha oggetti più rudimentali e non rivela alcuna traccia di commercio orientale od ellenico. Dopo una prima unione in un solo centro politico dei pagi del Palatino e dell'Esquilino, i sette villaggi costituirono con il tempo una propria federazione (lega septimontialis) a sfondo religioso e politico ed a tutela dei comuni interessi. Essa prospera in pieno sec. VIII, in cui la leggenda pone i regni del latino Romolo (753-717 a. C.) e del sabino Numa Pompilio (717-673 a. C.). Il mito di Romolo si formò in R. derivando il nome Romulus da R. stessa; le leggende di Enea, dei 12 re Albani; di Rhea Silvia e dei Gemelli, furono importate a R. dagli eruditi storici greci del sec. IV a. C., dopo la conquista della Campania, applicando ai miti romani analoghi miti ellenici, fra i quali quello di Tiro, figlio di Salmonca violata da Nettuno sulle sponde dell'Enipeo, i cui gemelli abbandonati furono dati ad allattare ad una capra. Ai due primi re di R. sono attribuiti l'istituzione del Senato, delle tre tribus e delle 30 curiae in cui sarebbe stata divisa la nuova città, la promulgazione di leggi, e l'istituzione di culti e di sacerdozi. Il dissidio latente fra l'unione settimanale ed Alba Longa termina con la sottomissione e la distruzione di questa ed il trasporto dei suoi abitanti al colle Celio; ciò sarebbe avvenuto durante il regno del terzo re di R., Tullio Ostilio (672-641), che avrebbe dato il nome al luogo di riunione del Senato, la Curia Hostilia, nel Foro. La federazione settimanale, divenuta per la sua posizione, le sue industrie ed i suoi commerci il più importante stato della Lega Latina, prende il posto di Alba Longa quale capi-

tale ed inizia la conquista unificatrice dei più vicini centri abitati. Al quarto re Anco Marzio, nipote di Numa Pompilio (639-616 a. C.), si attribuisce il regolamento della dichiarazione di guerra con l'istituzione dei Fectales e la fondazione della prima colonia di R., sulla foce del Tevere (Ostia).

Con la fine del sec. VII ed i primordi del VI si entra in un periodo della storia di R. più certo e documentato, periodo di soggezione ed al tempo stesso di rilevante progresso. Gli Etruschi, all'apogeo della loro potenza, già collegati commercialmente con R. attraverso il Tevere ed il ligneo pons Subliatae a valle dell'isola Tiberina, invadono e sottomettono il territorio romano ed il Lazio, spingendosi fin nella Campania. Il loro dominio durò sino alla fine del sec. VI. Grandi fondatori di città, ad essi deve R. la sua trasformazione da una federazione di pagi all'unità dell'urbo (voce etrusca). La tradizione nazionale rifiutò per orgoglio di riconoscere per veri fondatori della città degli stranieri. I nomi dei re latini e sabini non appaiono che nel racconto della tradizione leggendaria, quelli dei re etruschi sono documentati da monumenti storici; i nomi di Tarchia (Tarquinius) e di Mastarna (Servius Tullius), appaiono nelle pitture della tomba François di Vulci del sec. IV. Lo stesso nome di R. si fa derivare da rumon, voce etrusca indicante un corso d'acqua, cioè la città del fiume. Inoltre i riti della fondazione della città sono presi dalla disciplina etrusca. Tarquinio Prisco (616-579), etrusco oriundo greco, che riuniva in sé la praticità etrusca con la genialità greca, è il grande trasformatore della città. Risana le valli acquitrinose fra i sette colli con la costruzione di cloache convoglianti le acque al Tevere, e delibera la costruzione di mura difensive dell'intero abitato, in pietrame, nelle parti non difese naturalmente. Risanati i terreni paludosi tra il Palatino, il Capitolio ed il Quirinale si rese possibile la costruzione di edifici e di case e la creazione del Foro Romano e del Foro Boario per i comizi ed i mercati. Per voto fatto in guerra contro i Sabini, Tarquinio Prisco inizia la costruzione del tempio di Giove sul sacro colle Capitolino e crea nella valle Murcia, fra il Palatino e l'Aventino, il Circus Maximus, per celebrarvi i Ludi magni del popolo romano. Esautorata l'autorità dei patres del Senato, si introduce un radicale mutamento costituzionale tendente al dominio assoluto del re, secondo la tradizione etrusca nei riguardi del capo dello Stato. I dodici fasci che accompagnavano il re furono forse simbolo delle dodici lucumonie etrusche. R., sotto il dominio etrusco, oltre ad essere un centro di traffici ognor più importante, diviene città industriale; sotto la guida di artefici e di maestranze etrusche inizia attività artigiana nel campo della metallurgia e della coroplastica. Servio Tullio (575-535 a. C.) che succede a Tarquinio Prisco, favorito dalla moglie di questo, Tanaquil, procede alla divisione delle classi di cittadini creando un'organizzazione plutocratica e disciplinando la riscossione dei tributi e le operazioni di leva. A tal fine Servio Tullio avrebbe modificato il sistema di divisione dei cittadini in tribù e gentes introducendo il sistema della ripartizione su base topografica. R. fu divisa in 4 regioni: Palatina (Palatino), Subarana (Celio), Collina (Quirinale e Viminale) ed Esquilina (Esquilino); furono dette tribù urbane per distinguerle dalle rustiche, istituite più tardi nel suburbio. A base di questa divisione stavano, secondo Varrone, i 24 sacelli dell'antichissimo e misterioso culto degli Argei, 6 per regione, centri del culto compitialico, conservati in età repubblicana ed imperiale trasformati in sacrari dedicati al culto dei Lari, custodi e protettori dei vici. Con il nuovo sistema la popolazione veniva distinta secondo il domicilio, non più in base alla nascita: primo passo all'ascesa della plebe. Continuando l'opera del suo predecessore Servio Tullio completò con fossati, mura ed aggere la difesa della città. A questa cinta primitiva dell'età regia si attribuiscono i resti delle mura serviane esistenti, formati da piccoli blocchi squadrati di cappellaecio di tufo; gli avanzi a blocchi più grandi di tufo litoide compatto apparterrebbero invece alla ricostruzione delle mura nel sec. IV, dopo l'invasione gallica. La città serviana comprendeva soltanto il suolo abitato e di proprietà quiritaria dei privati, con esclusione

del suolo di dominio pubblico; perciò ne furono esclusi il Capitolio e l'Aventino, di proprietà dello Stato. Il Capitolio fu incluso nella primitiva cinta difensiva, l'Aventino lo fu soltanto nel sec. IV.
L'ultimo dei re di R., Tarquinio il Superbo (532-509?), malgrado gli forzi degli storici di rappresentarlo quale un modello di tiranno, appare un nobile promotore di grandiose opere pubbliche in R., quale la definitiva erezione del tempio di Giove Ottimo Massimo sul Capitolio, la sistemazione del Circo Massimo con gradinate fisse per gli spettatori ed il perfezionamento del sistema di risanamento delle bassure della città mediante ampie canalizzazioni convoglianti al Tevere le acque sorgive e quelle scendenti dai colli che invadendo e stagnando nel piano impedivano le comunicazioni e si rendevano malsane. Esse formavano tre bacini idrografici, il primo settentrionale (Petronia amnis) raccoglieva le acque del Pincio e del Quirinale, il mediano (Spinon) quelle dell'Esquilino e del Viminale, il meridionale (Nodinus) tra il Palatino, il Celio e l'Esquilino che stagnava nel Velabrum maius. La più voluminosa di queste canalizzazioni o cloache era quella del bacino mediano, perciò detta Cloaca maxima, che scorrendo sotto le depressioni della Suburra, sotto l'Argiletum, il Foro, il cicus Tuscus ed il Foro Boario, sboccava nel Tevere. I suoi resti appartengono alla ricostruzione avvenuta tra il sec. V ed il IV a. C., nella quale la primitiva volta etrusca fu sostituita dalla volta ellittica in opera quadrata.

L'espulsione di Tarquinio il Superbo (509 a. C.?) fu la rivolta di R. contro il tentativo di rendere la monarchia assoluta ed ereditaria; al tempo stesso R. scosse il giogo del dominio etrusco già in decadimento nella Campania e nel Lazio alla fine del sec. VI a. C. Con la disfatta di Aricia (505 a. C.) fallì il tentativo di Porzena di rinsaldare quel dominio; con la vittoria dei Romani al lago Regillo (497 a. C.) fallì l'altro tentativo di Tarquinio il Superbo e delle sue alleate città della Lega latina, di ripristinare la monarchia e di fiaccare, in sul rinascere, il predominio di R. sul Lazio. R. con l'assoggettamento delle città vicine si accinge a compiere la sua missione di unificatrice delle genti italiche.

II. ETÀ REPUBBLICANA

1. Secc. VI-V a. C. - Alla caduta della monarchia ed al sorgere della repubblica, alla fine del sec. VI ed ai primordi del sec. V a. C., R. costituisce già un tutto omogeneo sia dal punto di vista etnico sia da quello edilizio. Suo monumento principale era il tempio di Giove, antica divinità laziale, sulla vetta meridionale del Capitolio, di arte etrusca ellenizzata, in parte ligneo con rivestimento fittile, a triplice cella, dedicato alla triade Giove, Giunone e Minerva. La statua di Giove era, secondo Plinio, opere insigne del coroplasta Vulca di Vejo. Il tempio, appena compiuto da Tarquinio il Superbo, secondo la tradizione fu dedicato dal console suffetto M. Orazio Pulvillo, nell'anno stesso della fondazione della repubblica (a. 509 a. C.).

Sul Capitolio era anche il sacello dedicato a Iuppiter Feretrius; cui il mitico fondatore della città, Romolo, avrebbe dedicato le spoglie opime tolte al duce dei vinti

Ceninensi; sulla vetta settentrionale del colle era l'arx con l'auguraculum. Dalla sacra vetta, per il cicus Capitolinus si scendeva al Foro, centro comune di vita e di mercato, attraversato da nord a sud dalla Via Sacra, fino all'opposta altura del Vetta (summa Sacra Via). Sulla sinistra di un altro clivo scendente dall'arx era la grande cisterna o conserva d'acqua detta Tullianum, di forma conica a pianta rotonda con volta etrusca, più tardi adattata a pubblico carcere. A destra si ergeva il primitivo tempio di Saturno, attribuito a Tullio Ostilio, restaurato da

Tarquinio il Superbo, di nuovo dedicato nell'a. 501 a. C. dal dittatore L. Laerzio; nel mezzo il Vulcanale. Procedendo si aprivano a sinistra la platea del Comizio e la Curia Hostilia, sede del Senato. Nella spianata del Comizio, avanti la Curia, era il sepolcro od heroon di Romolo, scoperto nel 1899 da Giacomo Boni, suggellato più tardi con il lapis niger, che faceva in origine parte del grande sepolcreto del Foro. L'adito dell'heroon era vigilato dai simulacri di due leoni accovacciati: v'era la notissimatele iscritta contenente norme rituali. Le sagome curveggianti

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(fot. Alonzi) ROMA - La lupa capitolina, simbolo della città (senza i due gemelli del Pallavolo, sec. XV) bronzo etrusco del sec. VI a. C. - Roma, Museo dei Conservatori.
dei plinti di tipo etrusco ben s'addicono a monumenti della fine del sec. VI o dei primordi del sec. V a. C. Al di là del Comizio, nel punto ove il Foro era attraversato da est ad ovest dalla Cloaca maxima, v'era il sacello di Venus Cloacina. Alle pendici del Palatino stava il rotondo sacrario di Vesta, il cui culto era originario da Alba Longa, con il sacro lucus e la dimora delle Vestali. Dappresso il fons Iuturnae ed il novello tempio dei Castori, votato durante la battaglia del lago Regillo dal dittatore Aulo Postumio (498 a. C.). Il lato sud del Foro era occupato da tabernae di mercanti poi dette ceteres. Ad est una strada detta Argiletum comunicava con la Subura ed i colli; al suo sbocco nel Foro era il piccolo tempio di Giano, ad ovest il cicus Ingarius ed il cicus Tuscus conducevano al Foro Boario, al Velabro ed al Circo Massimo.

Sul Palatino al centro, nell'intersezione del cardo e del decumanus, era il mundus, fossa circolare nella quale all'atto della fondazione di quel pago si erano gettate zolle e primizie della terra d'origine; sul suo ciglio era l'arx votiva della Roma quadrata. Sull'alto del Germalus, il tugurium Faustuli o casa Romuli ed alle pendici del colle verso il Velabrum s'apriva il Lupercale, l'antro di Faunus Lupercus, sede del vetusto rito dei Lupercolia. V'era forse collocato il celebre simulacro bronzo della Lupa, detta Capitolina, simbolo totemico, opera insigne della fine del sec. VI a. C. di pieno realismo etrusco. Anche sul Palatino stavano l'arx di Evandro o della Vittoria, ed il tempio di Iuppiter Stator, votato, secondo la tradizione, nella guerra contro i Sabini. Nel piano fra il Palatino e l'Aventino (oallia Murcia) estendeva il Circo Massimo (m. 600 × 150); dal suo estremo si dipartivano la comunicazione per Ostia (Via Ostiensis) e quella per i colli Albani ed il Lazio (Via Latina). Presso i carcers del Circo (S. Maria in Cosmedin) fu eretto dal vincitore della battaglia del Lago Regillo (497 a. C.) Aulo Postumio un tempio a triplice cella dedicato alla triade infera-terrestre: Cerere, Libero (Bacco) e Libera (Proserpina). Fra l'Aventino ed il Foro Boario erano i templi di Ercole Invitto, della Madre Matuta e della Fortuna Virile eretti nell'età regia.

L'Esquilino, formato dalle ben distinte vette del

Cispius e dell'Oppius, era abitato soltanto in parte. Vi si estendeva la vasta necropoli della città ingranditasi quando cessò di essere attiva quella del Foro. Consisteva in ipogei scavati nella roccia ed in ampie fosse comuni (puticoli). A scongiurare i pericoli dei miasmi che vi si diffondevano era stato dedicato sul Cispius un sacello alla dea Mefitis. Tra l'Esquilino ed il Viminale correva il vicus Patricius (via Urbana) abitato dalle antiche famiglie patrizie, cui seguiva la Subura discendente al Foro.

Il Quirinale era allora suddiviso in più alture da gole profonde. A nord il collis Quirinalis propriamente detto (presso Via delle Quattro Fontane), sul quale erano il Capitolium vetus, sede, come sul Capitolio, del triplice culto di Giove, Giunone e Minerva, ed il santuario di Quirinus, divinità dei Sabini di Cures. Seguiva a sud il collis Salutaris (Piazza del Quirinale), ove poi fu dedicato il templum Salutis (302 a. C.), ancora più a sud il collis Sanqualis, che prendeva il nome dall'antichissimo tempio di Sancus o dius Fidius (presso la chiesa di S. Silvestro). Il colle era percorso da sud-est a nord-ovest su un elevato livello da una via (Alta Semita) che congiungevasi con la Via Nomentana conducente alla Sabina.

Parte della vasta pianura estendentesi a nord dei colli (Campus Tiberinus) alla sinistra del Tevere, di proprietà dello Stato, consacrata a Marte (Campus Martius) era destinati agli esercizi ginnici ed alle esercitazioni militari. Nella parte vicina al Capitolio erano i Surgita, vasti recinti destinati ai comizi curiati, tributi e centuriati ed alle votazioni per l'elezione dei magistrati. La zona sulla destra del Tevere, ai piedi del monte Gianicolense, unita alla città a mezzo del pons Sublicius, era acquitrinosa ed insalubre; sul monte era un pagus con un'arx e fortificazioni. Al primo miglio della Via Portuensis, che conduceva alle saline presso la foce del Tevere, forse esisteva già il vetusto tempio della Fors Fortuna. Nel mons Vaticanus, a nord del Gianicolo, si estendevano vasti banchi di marna, ottima argilla molto usata nell'industria laterizia e nell'arte figura. Attivo doveva essere fin da quei tempi remoti il commercio fluviale sul Tevere a monte ed a valle di Roma. Il sacro fiume era ancora solo in parte arginato e con sistemi rudimentali.

2. Secc. IV-III a. C. - Dai primi anni del sec. IV a. C. lo sviluppo monumentale ed edilizio di R. si identifica con la sua storia. Camillo, a render grazie della presa di Vejo, dedica il tempio di Juno Regina sull'Aventino (369 a. C.) e per celebrare la pace fra patrizi e plebei erige il tempio della Concordia ai piedi del Capitolio sul Foro (366 a. C.); a lui è anche attribuita l'erezione del tempio di Juno Moneta sull'ore capitolina (345 a. C.). Frattanto R. aveva subito il disastro dell'invasione dei Galli (390 a. C.) seguita dal saccheggio e dall'incendio distruttore. La data dell'incendio gallico chiude il primo periodo della storia edilizia della città. Il disastro fu dovuto all'essere R. indifesa; la dura lezione indusse alla ricostruzione della cinta difensiva dell'età regia resasi inefficace. Le nuove mura, delle quali si conservano cospicui avanzi, vanno anch'esse sotto il nome di mura Serviane. Si staccavano dal Tevere presso il Foro Boario (porta Flumentana), cingevano il colle capitolino ed attraversavano la stretta gola fra esso ed il Quirinale (porta Ratumena o Fontinalis) ove era la comunicazione con il Campo Marzio. Salivano quindi al Quirinale e lo circondavano (portae Sanqualis, Salutaris, Quirinalis) fino all'incrocio con la via Salaria (Palazzo delle Finanze) ove cominciava il terrapieno (agger) delle cui mura di sostegno si ammirano imponenti resti presso la stazione di Termini (porta Viminalis). L'aggere difendeva il Viminale e l'Esquilino e terminava alla porta Esquilina (arco di Gallieno). Quivi si riprendeva il sistema murario; la cinta discendeva alla gola tra l'Esquilino ed il Celio (porta Caelimontana, Via SS. Quattro) e percorreva la valle tra il Celio e l'Aventino (porta Capena); proteggeva, circondandolo, quest'ultimo colle (portae Naevia e Raudusculana) per raggiungere il Tevere a breve distanza dal suo inizio con la porta Flumentana. Di quest'ultimo tratto restano grandiosi avanzi presso il clivo di S. Balbina e nella Via di Porta S. Paolo (m. 13 di altezza con 25 strati di blocchi squadrati tufacei). R. fu ricostruita in breve

tempo, ma irregolarmente. Si permise ai privati di costruire ove e come potessero; furono senza riguardo occupate aree pubbliche. Le domus dei più agiati si ricostruirono in opera laterizia imperfetta, quelle dei meno abbienti in mattoni crudi e malta. Fino al sec. 1 a. C. l'ampliamento della città non fu regolato; con l'aumento della popolazione aumentarono in proporzione gli edifici e le case ed il perimetro della città si estese anche al di fuori della cerchia di mura difensive. Durante la seconda guerra sannitica (326-304 a. C.), nel 312 a. C. fu condotto il primo acquedotto (aqua Appia) a cura dei censori Appio Claudio e C. Plauzio, dalla Via Collatina (casale della Rustica). Fino allora i Romani avevano tratto l'acqua dal Tevere, dalle scarse sorgive e dai pozzi. I medesimi censori iniziarono la costruzione della via Appia, sul tracciato del sentiero che uscendo dalla porta Capena si dirigeva a Capua. Durante la terza guerra sannitica, R. vide l'erezione del tempio di Bellona, nel Campo Marzio, votato da Appio Claudio in una battaglia contro gli Etruschi (296 a. C.), e la riedificazione del vetusto tempio di Giove, votato da M. Attilio Regolo in combattimento contro i Sanniti (295 a. C.). Sono di questo periodo il sarcofago di peperino di L. Cornelio Scipione Barbato, vincitore dei Sanniti a Sentinum (298 a. C.), e l'elogio funebre del figlio di lui L. Cornelio Scipione, conquistatore della Corsica, con la menzione della dedica da lui fatta del tempio Tempestatum, fuori della porta Capena (295 a. C.). I due monumenti facevano parte dell'ipogeo degli Scipioni fra l'Appia e la Latina, nel predio avito dell'illustre gens Cornelia. In gran parte con il ricco bottino della guerra contro Pirro (280-275 a. C.) i censori Manio Curio Dentato e L. Papirio Cursore (272 a. C.) condussero a R. un secondo acquedotto, l'Anio Vetus, derivandone le acque dall'Aniene, sulla via Valeria (S. Cosimato).

Monumento celebrativo della prima guerra punica (263-241 a. C.) furono la colonna rostrata di C. Duilio nel Foro ed il tempio della Spes, nel Foro Olitorio, votato da M. Attilio Calatino. Nell'a. 242 a. C. il censore C. Aurelio Cotta costruì, sul tracciato di un preesistente sentiero, la via Aurelia fino al fiume Marta e gli edili M. Emilio Lepido e L. Emilio Paolo curarono la costruzione dell'Emporium, magazzino di derrate sul Tevere, alle falde dell'Aventino. Nell'a. 233 a. C., il censore C. Flaminio, già vincitore dei Galli Cisalpini, tracciò la via Flaminia da R. ad Ariminum. Poco dopo (221 a. C.) C. Flaminio costruì sul Campo Marzio un secondo grande circo (Circus Flaminius), destinato ai ludi plebei. Ricordo della seconda guerra punica (218-202 a. C.) fu il tempio di Venere Erycina sul Capitolio votato da Q. Fabio Massimo dopo la battaglia del Trasimeno.

3. Secc. III e II a. C. - Alla fine del sec. III a. C., R., ormai dominatrice d'Italia, si apprestava alla conquista del mondo. Durante le guerre macedoniche (214-168 a. C.), con l'aumento delle ricchezze, l'attività edilizia andò intensificandosi in R. con edifici migliori e più comodi. I vecchi templi, in gran parte lignei con decorazioni fittili, cedono il posto ai templi in pietra di tipo misto etrusco-ellenistico, per lo più pseudo-peripteri: esempi tipici ne sono il tempietto ionico della Fortuna Virile, i templi del Foro Olitorio di Giunone (197 a. C.) e quello della Pietà, votato da Manio Acilio Glabrione nella battaglia delle Termopili (182 a. C.). Accanto a questo tipo di edificio sacro si conserva quello italico a forma rotonda, come nel gruppo templare del Largo Argentina. Fu appunto nel Campo Marzio, presso il Circo Flaminio, che in questo periodo storico furono eretti numerosi templi; fra gli altri il tempio Larum Permarinorum, votato da L. Emilio Regillo in una battaglia navale contro i prefetti di Antioco (190 a. C.), ed il tempio Herculis Musarum, in memoria della vittoria di M. Fulvio Nobiliore sugli Etoli (189 a. C.). Sorgeva intanto sul Palatino un nuovo grande tempio per venerarvi la sacra oscura pietra della Magua Mater o Cibele, portata da Pessinunte (191 a. C.). Fu il primo tempio in R. a grandi colonne di peperino ed ampia scalea di accesso. Si deve ai censori M. Fulvio Nobiliore e M. Emilio Lepido (179 a. C.) la costruzione di un ponte sul Tevere (pons Aemilius), non lungi dal vetusto ponte Sublicio, nonché quella dei Na-

valia, stazione per le navi sulla riva sinistra del Tevere, fra il Foro Boario e la porta Trigemina. Gli stessi censori fondarono nel Foro la Basilica Fulvia Aemilia ad imitazione della basilica ellenistica, edificio a tre navate con absidi, luogo coperto di riunione per trattative commerciali, da servire anche da tribunale. Già nel 184 a. C. M. Porcio Catone aveva eretto la Basilica Porcia ad ovest della Curia Hostilia. Q. Cecilio Metello, dopo il suo trionfo macedonico (148 a. C.), affidò all'architetto Ermodoro di Salamina la costruzione di un tempio nel Campo Marzio dedicato a Giove, al dire di Vellejo Patercolo il primo tempio marmoreo veduto a R., e fu circondato da portici nei quali rimase incluso il tempio di Giunone (S. Maria in Portico) già dedicato nell'anno 175 a. C. da M. Emilio Lepido.

Dopo la presa e distruzione di Corinto (146 a. C.) cominciò un vero e proprio abbellimento della città. L'architettura andava prendendo quell'indirizzo che, secondo Strabone, rese fin da allora R. superiore alle città elleniche. Nuovi quartieri sorsero fuori della cinta muraria rendendola di nessun valore. L'incremento edilizio si svolse in specie nel Campo Marzio verso il Tevere, ove maggiore svolgevasi l'attività commerciale, fuori la porta Capena e nel Trastevere. Nell'a. 144 a. C. il Senato decise di risarcire gli acquedotti dell'Appia e dell'Anio Vetus e di costruirne uno nuovo. L'esecuzione fu affidata al pretore urbano Q. Marzio (aqua Marcia), con le nuove acque derivate dalle sorgenti del Monte Autore, presso Agosta. Nell'a. 125 a. C. fu condotta a R. l'aqua Tepula, dalle sorgive presso Casal Morena, ad ovest della Via Latina. Lo scorcio del sec. II a. C. vide il restauro del tempio dei Castori nel Foro, a cura di L. Cecilio Metello (117 a. C.), la costruzione del pons Fabricius, d'accesso all'isola Tiberina, iniziato dal carator viarum L. Fabrizio, la ricostruzione del tempio di Quirino sul Quirinale a cura di Papirio Cursore (113 a. C.), l'erezione della porticus Minucia, presso il Foro Oltorio, per la vendita del frumento (112 a. C.); nell'a. 101 a. C. furono intrapresi, per decreto del Senato, da Q. Lutazio Catulo lavori di ampliamento e di restauro del Tabularium, sulla pendice del Capitolio rivolta al Foro, edificio destinato agli archivi della città.

4. Sec. I a. C. - Le funeste competizioni tra Mario e Silla portarono le legioni armate entro i sacri recinti di R.; la città fu data al saccheggio ed all'incendio, arse il Capitolio con i suoi templi venerandi (82 a. C.); Silla stesso iniziò il restauro del tempio di Giove Capitolino facendo trasportare da Atene alcune colonhe del tempio di Giove Olimpico. I lavori di ricostruzione furono continuati sotto Q. Lutazio Catulo, cui fu dato lo straordinario titolo di curator restituendi Capitoli. Durante il primo triumvirato fu costruito un nuovo ponte sul Tevere a cura del prefetto urbano L. Cestio (pons Cestius). Nell'a. 56 a. C., per munificenza del grande Pompeo, R. ebbe nel Campo Marzio il primo teatro in materiale, solido (lapideum marmoreum); la curva della sua cavea è tuttora indicata dalla forma semicircolare del Palazzo già Righetti, fondato sulle murature del teatro in Via di Grotta Pinta. I gradini della cavea formavano due ampie scalee salenti al tempio di Venere Genitrice. Dietro la scena del teatro si estendevano vasti portici racchiudenti giardini e viali (tra le Vie di Torre Argentina e del Monte della Farina). Sui portici si aprivano ampie sale absidate in una delle quali, la Curia Pompeii, fu ucciso Giulio Cesare (44 a. C.).

Fu Giulio Cesare a concepire per il primo un grande sviluppo della vecchia città; nell'a. 43 a. C. promulgò il decreto de urbe augenda, con il proposito di costruire nel Campo Marzio, ma la morte gli impedì il nobile disegno. Tuttavia le grandi dimore, le ville suburbane cominciavano ad ornarsi con sculture e pitture decorative ad opera di liberti, artisti grecanici ed orientali. Fu creato un nuovo centro di vita cittadina, il Foro di Cesare, che venne ad aggiungersi al Foro propriamente detto, occupando parte del Comizio, con al centro il tempio di Venere Genitrice, votato da Cesare nella battaglia di Farsalo e dedicato dopo il suo trionfo nell'a. 46 a. C. Al grande statista si debbono anche l'inizio della costru-

zione della Basilica Iulia nel Foro e della ricostruzione della Curia, compiute da Augusto, nonché il restauro del Circo Massimo e la creazione degli horti Caesaris, da lui lasciati per testamento al popolo Romano. Allora nella parte ovest del Campo Marzio, più vicina al Tevere, ancora disabitata, si erigevano sepolcri; vi fu sepolto Silla e nel 44 a. C. vi furono erette le sepolture dei consoli Irzio e Pansa, deceduti in seguito alla battaglia di Mutina; la tomba di Irzio tornò in parte in luce nel 1937, durante i lavori di consolidamento del Palazzo della Cancelleria. Nell'a. 29 a. C., dopo celebrato il trionfo di Azio, Ottaviano dedicò nel Foro il tempio Divi Caesaris nel sito ove era stata da questi eretta la nuova tribuna per gli oratori, ornata dai rostri delle navi neanche prese nella battaglia di Azio (rostra Divi Iulii), diversamente orientata in confronto alla tribuna preesistente nel Comizio adorna dei rostri delle navi prese agli Anziati nel 338 a. C.

La grandiosa idea di G. Cesare di fare di R. la degna metropoli dell'Impero, fu raccolta da Ottaviano suo erede. Questi stabilendo la dimora sul Palatino, allora abitato da patrizi e da uomini illustri, iniziò la trasformazione di quel colle in palazzo imperiale. Il gruppo degli edifici augustei comprendeva anche il tempio di Apollo Palatino votato da Ottaviano prima della battaglia di Azio e le Biblioteche palatine greca e latina. La trasformazione di R. cominciò ad avere la sua attuazione con l'edilità di M. Vipsanio Agrippa, il fedele amico ed intelligente collaboratore del giovane principe (33 a. C.). In quell'anno furono iniziati gli ingenti lavori di bonifica del Campo Marzio che si protrassero fino all'a. 27 a. C. in cui Agrippa poté gettare le fondazioni del Pantheon, consacrato alla gens Iulia ed alle sue divinità Marte e Venere, e delle sue Terme, primo esempio in R. di un sontuoso centro di vita sportiva, intellettuale ed igienica; ad alimentarle condusse a R. nell'a. 19 a. C. la nuova aqua Virgo, le cui sorgive erano all'ottavo miglio della Via Collatina (Salone). Le cure di Agrippa nella sua edilità furono particolarmente rivolte al restauro degli acquedotti ed alla revisione ed ampliamento delle cloache; a lui si deve anche la costruzione di un nuovo ponte sul Tevere, a monte dell'odierno ponte Sisto (pons Agrippae). La bonifica fu estesa alla malsana regione dell'Esquilino la cui vasta necropoli fu ricoperta da un forte spessore di terra e di materiali; vi sorse ben presto un elegante quartiere. Mecenate fu tra i primi a tracciarvi i suoi famosi horti e ad abitarvi. Imponente fu lo sviluppo monumentale ed edilizio del Campo Marzio, che fu in breve invaso dalle nuove costruzioni ad eccezione di un'area che fu lasciata sgombra a perpetuare la memoria dell'antico campo militare; a tale scopo fu delimitata da cippi terminali dei quali uno fu recuperato in Via del Seminario.

Sulla destra della Via Flaminia (Via delle Muratte, Via S. Claudio) un vasto campo reso di pubblico uso fu abbellito da portici che presero il nome da Agrippa (porticus Vipsania) e da una sorella Vipsania Pola (porticus Polae); in questo, dopo il censimento dell'a. 8 a. C. (descriptio orbis), fu esposta la grande carta cosmografica totius orbis. A sinistra della Via Flaminia, Agrippa eresse il tempio di Nettuno (Poseidonion), al centro di un portico detto degli Argonauti; del tempio restano visibili le 11 colonne corinzie in Piazza di Pietra. Poco lungi, più a nord Augusto fece costruire, a cura del matematico Novio, un orologio solare (Piazza S. Lorenzo in Lucina), che ebbe per gnomone l'obelisco egizio, portato dal santuario di Gerapoli, che ora si erge ricostruito in Piazza Montecitorio.

III. ETÀ AUGUSTEA

Nello scorcio del sec. I a. C. le opere di trasformazione e di abbellimento della città si succedettero a ritmo accelerato.

Il portico di Metello fu restaurato ed abbellito, ad opera degli architetti lacedemoni Batraco e Sauro, e dedicato alla sorella di Ottaviano. Ottavia (porticus Octaviae). Contemporaneamente (31 a. C.) fu restaurato il Circo Massimo, danneggiato da un incendio; sulla sua spina fu innalzato l'obelisco egizio portato da Eliopoli, che ora sorge in Piazza del Popolo. Segui l'importante costruzione del mausoleo, sulla sinistra della Via Flaminia,

iniziata nell'anno stesso in cui Ottaviano ricevette il titolo di Augusto (27 a. C.), e destinato a sepolcro per sé e per i membri della gens Iulia; con la sua forma di tumulò circolare continuava la grande tradizione etrusca. Presso il mausoleo, a celebrare il felice ritorno di Augusto dalla Spagna e dalle Gallicie e la pace nel mondo, fu innalzata l'ara Pacis Augustae, insigne monumento dell'arte romana augustea caratterizzato da un composto verismo (23 a. C.) dedicata nell'a. 9 a. C. Nell'a. 13 a. C. fu iniziata la costruzione del teatro di Marcello, dedicato nell'a. 11 a. C., e fu inaugurato l'altro teatro eretto da L. Cornelio Balbo, l'amico di Augusto (Palazzo Cenci).

Divisione di R. in 14 regioni. - Nell'a. 8 a. C., in seguito al generale censimento, Augusto procede all'ordinamento di R. dividendola in 14 regioni.

La suddivisione numerale cominciava a sud della città e si svolgeva a circolo da sud verso est per poi volgersi a nord-ovest e ad ovest.

La I regione (porta Capena) estendeva a sud del tratto di mura, dalla porta Navia alla porta Querquetutiana lungo il percorso urbano delle Vie Appia e La-

tina; la II (Coelimonium) comprendeva il Celio; la III (Isis et Serapis) parte dell'Oppio, delle Carine e della Suburra; la IV (Templum Pacis) il Velia e le restanti parti della Suburra e delle Carine; la V (Esquilino) l'Esquilino propriamente detto ed il territorio urbano al di là dell'aggere serviano; la VI (Alta Semita), il Quirinale ed il Viminale; la VII (Via Lata), prendeva il nome da un tratto della Via Flaminia più largo e si estendeva alla destra di questa fino al Quirinale; l'VIII (Forum Romanum) comprendeva i Fori, il Capitolio e parte del Velabro; la IX (Campus Martius) la parte dell'antico Campo Marzio estendentesi alla sinistra della Via Flaminia al Tevere. La X regione (Palatium) comprendeva il Palatino; la XI (Circus Maximus), la più piccola delle regioni augustea, era formata dalle adiacenze del Circo Massimo e da parte del Velabro. La XII (Piscina publica) comprendeva lo pseudo-Aventino e la zona compresa tra la Via Appia e l'odierna Via di Porta S. Paolo; la XIII (Aventinus) l'Aventino e la XIV (Transtiberum) la pianura a destra del Tevere fino ai colli Giancolense e Vaticano. Le denominazioni delle suddette regioni non sono tutte dell'età augustea; alcune, come quelle della III e della IV regione (Isis et Serapis e Templum Pacis), prendono il nome da edifici costruiti posteriormente; si ignora quale fosse il loro primo nome. Ciascuna regione era amministrata da un curatore estratto a sorte annualmente tra i pretori, gli edili e i tribuni della plebe e si suddivideva in compita ed in vici. Ai singoli vici presiedevano a vicomagistri, cui era affidato l'incarico di compiere in maggio ed in ott. sacrifici sulle are compitali in onore del Genio di Augusto e dei Lari.

Il rinnovamento di R. portò anche ad una trasformazione edilizia. Accanto alle domus di tipo ellenistico pompeiano si andò generalizzando un nuovo tipo di case d'affitto (insulae) molto alte, con balconi esterni e finestre chiuse da lastre di mica e di selenite e da imposte; forma di abitazione che precorre le moderne. In mancanza di dati precisi è difficile calcolare la popolazione di R. capitale dell'Impero; si può supporre che nel periodo del

massimo splendore salisse ad oltre 1.000.000 di ab. Il grande riordinamento di R. si perfezionò con la restituzione di ben 82 templi compiuta da Augusto, con il restauro degli acquedotti e con una riveduta delimitazione delle zone di rispetto delle rive del Tevere e delle acque. Augusto provvide anche ad un ulteriore ampliamento del Foro, reso necessario dalle nuove esigenze; mediante espropriazioni e demolizioni di vecchie casupole fu ricavato il Foro di Augusto, circoscritto da un muraglione atto a nascondere le umili case sul pendio del

Quirinale; in esso sorse il tempio di Marte Ultore, già votato nell'a. 43 a. C. nella battaglia di Filippi e dedicato nell'a. 2 a. C.

IV. ETA IMPERIALE

1. Sec. I dell'Impero. - A Tiberio (14-37) devonsi, oltre alla ricostruzione del tempio della Concordia, che si intitolò templum Concordiae Augustae, iniziato vivente Augusto, l'ampliamento del Palazzo imperiale sul Palatino (domus Tiberiana) unito con un criptoportico alla casa detta di Livia, creduta anche sua casa paterna. Inoltre Tiberio fece costruire i Castria Praetoria, stanza stabile delle coorti

dei Pretoriani. Il suo successore Caligola (37-41) ingrandì ancora il Palazzo imperiale su imponenti costruzioni arcuate, sotto le quali passa il divus Victoriae. Dedicò inoltre il tempio di Augusto sotto il Palatino ed iniziò la costruzione di un circo (Gaianum), al di là del Tevere, presso la Via Cornelia, terminato da Nerone, a decorare la cui spina destinò il grande obelisco che oggi incentra la Piazza di S. Pietro in Vaticano. Aveva anche progettato l'elevazione di un ponte fra il Palatino ed il Capitolio. Durante il regno di Claudio (41-54), in seguito al censimento dell'a. 46, fu allargato il pomerio della città, per riflesso dell'ampliamento dei confini dell'Impero; rimanendo tuttavia lontano dai limiti estremi dell'abitato. Claudio curò il restauro delle arcuazioni dell'aqua Virgo e terminò il restauro del teatro di Pompeo, iniziato da Tiberio in seguito ai danni di un incendio. Un tempio dedicato alla sua memoria (templum Divi Claudii) fu eretto da Agrippina sulla sporgenza del Celio che sovrasta l'Anfiteatro Flavio, distrutto da Nerone e riedificato con magnificenza da Vespasiano.

Il regno di Nerone (54-68) segna un altro caposaldo per la storia edilizia di R. Il volubile Imperatore, che fu anche un raffinato esteta, concepì dapprima la costruzione di una vasta dimora imperiale, che dalle pendici nord del Palatino, comprendendo il Velia, si estendesse fino alle pendici dell'Oppio; fu perciò detta domus transitoria congiungente il Palatino all'Esquilino. Il famoso incendio, descritto da Tacito (Ann., XV, 83), che divampò dalla notte del 10 al 19 luglio del 65, devastò tre regioni di R. e danneggiò le altre, lasciandone soltanto quattro incolumi; non risparmiò la nuova costruzione neroniana, non del tutto compiuta. Alla ripresa dei lavori la grandiosa idea venne ridotta e limitata da un complesso edilizio non più unito al Palatino, ma estendentesi dal Velia all'Esquilino. Ne diressero i lavori gli architetti Severo e Celcre e la decorazione fu affidata al pittore Fabullo. Questa nuova dimora imperiale per la profusione del lusso fu detta domus aurea, ma ebbe vita effimera. La grande statua bronzea di Nerone con la testa radiata,

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ROMA - Fori e piani di posa delle caponne cosiddette «romulee» sul Palatino (ca. VIII sec. a. C.).
opera di Zenodoro, che dominava il vestibolo della domus aurea, fu rimossa e più tardi rimessa in piedi da Adriano presso il tempio di Venere e Roma. I gravi danni prodotti dall'incendio furono in breve riparati; l'esecuzione del nuovo piano regolatore apportò simmetria e regolarità nelle ricostruzioni ed una rinnovata eleganza artistica; si ebbe cura, a ridurre il più possibile l'estensione degli incendi, di isolare le case eliminando le pareti in comune. Fra il tumulto di una popolazione eterogenea, superante il milione, fra la desolazione, prodotta dal terribile incendio e la febbrile attività della ricostruzione edilizia, si aggirava Pietro, il Principe degli Apostoli. Il tragico assedio del Capitolio da parte dei Vitelliani (69) arrecò gravi danni agli edifici del sacro colle, in specie al tempio di Giove Capitolino. Questo fu subito restaurato e di nuovo inaugurato da Vespasiano, cui si deve il compimento del piano neroniano di riordinamento generale della città e l'allargamento del pomerio. In base al nuovo censimento (73-74) ed alla mensura urbis, fu delineata la nuova iconografia della città esposta su di una parte esterna del templum S. Urbis (SS. Cosma e Damiano), archivio della città fatto erigere da Vespasiano nel Forum Pacis da lui creato a ricordo della Pace giudaica (75-78). Sul Palatino fu iniziata la costruzione del grandioso Palazzo dei Flavi e nel sito del lago artificiale della domus aurea neroniana si dette mano alla costruzione dell'anfiteatro Flavio (Colosseo) inaugurato da Tito, nell'a. 80, cui fu eretto nel sommo della sacra via un arco di trionfo, genere di monumenti di pura creazione dell'arte romana. Il regno del mite Imperatore (79-81) fu funestato da un altro grave incendio (80) che infierì nel Capitolio, presso il Circo Massimo ed in gran parte nella IX regione. Ove si estendevano i giardini della domus aurea sorsero le grandiose terme di Tito, trionfo di archi, di volte e di superba decorazione pittorica. A Domiziano si debbono, oltre alle riparazioni dei danni dell'incendio dell'a. 80, un ulteriore ampliamento del Palazzo imperiale sul Palatino e la costruzione dello Stadio (Piazza Navona) e dell'Odeo (Monte Giordano), nella IX regione. Nerva (96-98) ampliò ancora i Fori con la creazione del Forum transitorum dominato dal tempio di Minerva.

2. Sec. II dell'Impero. - Si giunge così all'attività edilizia di Traiano (98-117) il grande Imperatore il cui regno segna l'apogeo della potenza romana e l'unificazione dell'Impero. Il Foro Transitorio di Nerva dà adito al nuovo imponente Forum Traianum, che completa l'estendersi dei Fori, dominato dalla colonna coclide (112-14), insigne esempio di scultura storica nella quale con arte efficacemente narrativa si tramandano gli episodi della conquista della Dacia. Traiano costruì le sue Terme presso quelle di Tito (S. Martino ai Monti) e fece condurre dal lago di Bracciano a R. l'agua Traiana per fornire il Trastevere. Il suo successore Adriano (117-38), raffinato cultore dell'arte, fece ricostruire il Pantheon, dando a quell'insigne monumento la forma rotonda. Il suo architetto Apollodoro di Damasco erige sul Velia il tempio di Venere e R. a due absidi opposte. Si erige il templum Divi Traiani a sfondo del Foro di Traiano, si ricostruisce il Poseidonion (piazza di Pietra), che prende la denominazione di Hadrianum, e si innalza la poderosa mole del Mausoleo di Adriano (130) cui dà accesso il pons Aelius (ponte S. Angelo). Con Antonino Pio (138-61) alla stasi politica fa riscontro la stasi dell'attività costruttiva; unico monumento degno di nota è il templum Faustinae nel Foro (141) che fu poi (161) dedicato anche alla memoria del pio Imperatore da M. Aurelio. In onore di questo Imperatore (161-80) fu eretta la colonna antonina a narrare le sue imprese contro i Quadi ed i Marcomanni, nella quale è evidente il tentativo di imitare i modelli traiani. Malgrado l'accentuarsi del decadimento artistico, l'abilità tecnica del ritratto romano spicca ancora nella statua equestre di M. Aurelio, che fu eretta e rimase, fino al suo trasporto nel Campidoglio, sul Celio, presso la casa natale dell'Imperatore, vicino alla domus dei Laterani. M. Aurelio e suo figlio e collega nell'Impero Commodo (180-92) curarono la revisione ed estensione della data daziaria di R. in base all'estensione sempre maggiore dell'abitato. Altro incendio subì R. sotto Commodo (191), con danni agli edifici del Foro e del Palatino.

3. Sec. III dell'Impero. - Il regno di Settimio Severo (192-211), che segnò l'inizio del decadimento e l'assunzione da parte dell'Imperatore del pieno potere legislativo ed amministrativo, fu benefico per R. La città fu risarcita dei danni dell'incendio commodiano e abbellita con la ricostruzione ed il restauro di numerosi edifici sacri e profani. Fu emanata una legge per il restauro e l'ornamento della insulæ e degli acquedotti e si ebbe una nuova redazione della forma Urbis, in sostituzione di quella eseguita sotto Vespasiano, che venne affissa al lato posteriore del templum S. Urbis. Da notare la costruzione di una nuova residenza imperiale nel lato orientale del Palatino, che ebbe per prospetto sulla Via Appia la costruzione a più ripiani detta Settimio, il restauro del Pantheon (202), la ricostruzione dell'atrium Vestae e della casa delle Vestali nel Foro e l'erezione dell'arco degli Argentarii (presso S. Giorgio in Velabro [204]). In onore di Settimio Severo e di suo figlio Caracalla, associato all'Impero, fu eretto nel Foro dal Senato e dal Popolo Romano un arco a tre fornici commemorante le vittorie sui Parti (203). R. ricevette l'appellativo di urbs sacra dominorum nostrorum. La costruzione delle magnifiche Terme Antoniane nella regione XII fu iniziata sotto Settimio Severo (206), ma essa si deve specialmente a Caracalla che diede loro il nome; Elagabalo ed Alessandro Severo ne curarono il completamento (235). Nell'a. 212 Caracalla dotò di nuova acqua l'acquedotto della Marcia; a mezzo di uno speco separato, giungeva ad alimentare i vari servizi delle nuove Terme. Ad Alessandro Severo (222-35) si deve l'ampliamento delle Terme Neroniane nella IX regione che presero il titolo di Thermae Alexandrinae e la conduzione a R. dell'agua Alexandrina per alimentarle. Il prode imperatore Aureliano (270-75) fa erigere sul Quirinale un tempio al Sole alla cui protezione attribuiva le sue vittorie in Oriente. Ma gli Alemanni, avanguardia delle invasioni barbariche, si erano spinti sino a Fano. R. era minacciata ed infillata; gran parte del suo abitato si estendeva fuori delle venerande, ma ormai inutili, mura della Repubblica. Aureliano decise di circondare la città con una forte cinta difensiva che rispondesse alle esigenze strategiche. L'urgenza impose la celerità della costruzione e l'incorporazione di edifici già esistenti (p. es., gli horti Aciliani del Pincio, il muraglione del Castro Pretorio, arcuazioni di acquedotti, l'anfiteatro Castrense, sepolcri, ecc.), il tutto per un'estensione di ca. 12 miglia. Un separato tratto di mura correva lungo il Tevere dalla Via Flaminia al ponte gianicolense; una parte del Trastevere venne inclusa in un triangolo di mura con il vertice sul Gianicolo (Porta S. Pancrazio). Le porte principali della nuova cinta di mura denominavano dalle vie consolari che ne uscivano. L'imponente impresa, iniziata da Aureliano nel 271, fu compiuta da Probo (276-82). Durante il breve regno di Carino, un incendio danneggiò gran parte del centro di R. (284).

4. Sec. IV dell'Impero. - Con Diocleziano (284-305) l'Imperatore non è più soltanto il generale delle milizie, ma è il nuovo sovrano del mondo romano e il dominus diademato dei sudditi. R. risente del potente soffio di vita dato all'Impero dalla riforma diocleziana e, benché con carattere decadente, ritrova nell'arte ed in specie nell'architettura grandiosità ed audacia. Massimiano fa costruire in onore del suo collega nell'Impero, a lui intitolandole, le grandiose Terme di Diocleziano (302), dedicate da Costanzo Cloro nell'a. 305. Ingeniti restauri subirono in quegli anni il teatro di Pompeo e l'Iseo. Massenzio (306-12), mentre R. non era più il centro dell'Impero, ne intese ancora la grandezza e volle dotarla di un altro monumento dando inizio alla costruzione di una nuova Basilica nel Foro, che poi si disse di Costantino, avendola questo Imperatore condotta a termine. Di Massenzio sono anche il grande Circo sulla Via Appia ed il piccolo heroon o tempietto dedicato alla memoria del suo giovanissimo figlio Romolo (vestibolo della chiesa dei SS. Cosma e Damiano). A Costantino vincitore di Massenzio fu eretto nell'a. 312 l'arco trionfale presso il Colosseo, le cui figurazioni, in parte prese da un simile monumento di arte classica traiana ed in parte di arte decadente contemporanea, sembrano riassumere e con-

chiudere il glorioso ciclo dell'arte romana e dare inizio all'arte cristiana. Costantino fece erigere le sue terme sul Quirinale e l'arco di Giano Quadrifronte all'ingresso del Foro Boario. L'imperatore Costanno visitò R. con il principe persiano Orsmida (356) e concesse alla città l'obelisco che Costantino aveva destinato a Costantinopoli e che era rimasto ad Alessandria; fu innalzato, presso quello messovi da Augusto, sulla spina del Circo Massimo (obelisco lateranense). Fra gli ultimi sprazzi di vita del paganesimo va segnalata l'erezione presso il Foro del portico degli Dei Consenti,

con celle dedicate alle 12 maggiori divinità dell'Olimpo pagano a cura del Prefetto della città Vettio Agorio Pretestato. Notevole in questo periodo la ricostruzione del ponte Aurelio, già edificato da Caracalla, essendo imperatori Valentiniano, Valente e Graziano (370). Tra gli aa. 379 e 383 furono estesi portici attraverso la regione cistiberina (porticus maximus) terminanti presso il ponte Elio (ponte S. Angelo) ove venne eretto un arco trionfale in onore degli imperatori Graziano, Valentiniano e Teodosio.

5. Sec. V dell'Impero. - Nell'a. 403, per la minaccia incombente di invasioni barbariche, gli imperatori Arcadio ed Onorio fecero restaurare e rafforzare le mura di Aureliano. R. non fu più la residenza imperiale, che venne fissata in Ravenna, città munitissima. Effimero tripudio fu per R. la celebrazione del trionfo di Onorio sui Goti (405); essa vide per l'ultima volta ludi cruenti nel Colosseo con il sacrificio del monaco Telemaco. Foschi giorni quelli dell'entrata dell'esercito di Alarico, del saccheggio e dell'incendio gotico (410). Onorio (423) e sua moglie Maria ebbero il loro mausoleo presso la Basilica del Vaticano che accolse anche la salma di Valentiniano III. Ulteriori danni arrecò alla città il saccheggio dei Vandali di Genserico (455). Si giunge alla caduta dell'Impero di Occidente con la deposizione di Romolo Augusto da parte di Odoacre (476). Ultimo raggio della cadente gloria di R. fu il soggiorno nell'Urbe, durato sei mesi, del Re degli Ostrogoti, Teodorico (500), ariano, che, conscio della grandezza della città eterna, ordinò la riparazione dei monumenti fatiscenti ed istituel funzionari per la protezione delle opere d'arte risparmiate dalle rapine e dalle devastazioni delle orde barbariche. Una nuova forza succede alla precedente, la Chiesa giovane e vigorosa fra le rovine del classicismo ne raccolse gli utili germi che fiorendo e fruttificando dovevano produrre la nuova civiltà cristiana.

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Article illustration
ROMA - Veduta aerea del Foro romano e del Palatino.
(Int. Knit)
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Gioacchino Mancini

### III. STORIA POLITICA E COSTITUZIONALE.

SOMMARIO:

I. L'epoca monarchica

II. Dalla monarchia alla repubblica

III. L'espansione nel Lazio e in Italia

IV. La lotta per il dominio del Mediterraneo

V. La costituzione repubblicana e la sua crisi

VI. Dai Gracchi a Cesare

VII. Ottaviano e la genesi del principato

VIII. Da Augusto ai Severi

IX. L'impero assoluto.

I. L'EPOCA MONARCHICA

R. fu governata certamente, nei primi secoli della sua storia, a regime monarchico. Attorno ad un capo vitalizio (rex) - della cui esistenza testimoniano, oltre alla tradizione costante, ritrovamenti archeologici (la stele del foro) e la persistenza, in periodo repubblicano, di uffici (rex sacrorum) e di istituti (interregnum) che ad esso

si riallacciano — sono l'assemblea dei patres, capi dei gruppi politici (gentes) preesistenti alla formazione dello Stato, e quella del popolo (comitium). Questa ultima assemblea, composta di 30 curiae, suddivisioni delle tre tribus dei Ramnes, Tities e Luceres, ebbe competenza limitata e ristretta, sostanzialmente, al campo del diritto privato.

Ad una prima fase, detta della monarchia latina, un'altra ne succede, quella degli ultimi tre re, la quale, anche dai nomi dei sovrani, si dimostra etrusca; e che coincide appunto con il momento della massima espansione degli Etruschi verso il sud. Questo regime di conquistatori avrebbe avuto termine in seguito ad un moto rivoluzionario nel 509 a. C. Tuttavia la dominazione etrusca non fu senza vantaggio per R.; dagli invasori i Romani appresero l'interpretazione dei segni offerti dalla divinità (aruspicina), l'arte delle costruzioni (l'arco) e, soprattutto, l'organizzazione militare, che costituì la base dell'exercitus centuriatus, la cui istituzione l'annalistica romana faceva appunto risalire a Servio Tullio. Il periodo della monarchia etrusca fu quindi per la città del Tevere un'età di splendore e ne fece «la grande R. dei Tarquini» (Pasquali).

Il rex primitivo, circondato da alcuni collegi sacerdotali (v. AUGURI; FIZIALI; PONTEFICE MASSIMO), aveva accanto a sé degli ausiliari: i duoviri perduellionis ed i quaestores parricidii, che lo coadiuvavano nell'esercizio della giurisdizione penale, e il magister populi, che comandava l'esercito.

II. DALLA MONARCHIA ALLA REPUBBLICA

Fu con ogni probabilità attraverso questo aiutante del rex che si attuò il trapasso dalla monarchia alla repubblica. Che questo sia avvenuto gradualmente e non in seguito ad una rivoluzione, per metà popolare e per metà di palazzo, è oggi ammesso concordemente. Meno d'accordo si è sul modo in cui si sarebbe passati da un capo unico e vitalizio ad una magistratura collegiale. Vi è chi ritiene (De Sanctis) che al rex si siano sostituiti tre magistrati (praetores, da prae-ire, funzione di chi guida l'esercito in battaglia), capi delle tre tribus: nel 367 a. C. due di questi sarebbero divenuti i supremi magistrati, capi della civitas, mentre al terzo sarebbe rimasto l'esercizio della giurisdizione civile. Altri (Arangio-Ruiz) pensa che vi sia stata sin dall'inizio, e conforme a quanto si riscontra presso altre popolazioni italiche (p. es., gli Osci), una coppia a potere disuguale, che si sarebbe successivamente trasformata in coppia collegiale. Altri ancora (de Francisci) ritiene che il rex sia stato esautorato dei suoi poteri militari dal magister populi, che comandava per sua delega l'esercito; pensa inoltre che il magister populi sia stato per qualche tempo magistrato unico, coadiuvato normalmente da un magister equitum, e che abbia poi formato coppia collegiale con quest'ultimo, quando, nella prima metà del sec. v a. C., ebbe luogo, per le aumentate necessità militari, la duplicazione dei quadri dell'esercito, con la costituzione di due legioni.

Accanto al due praetores, che, a partire da un certo momento, assumono il nome di consules (colleghi), si trovano, quali ausiliari, i quaestores. Alla suprema magistratura ordinaria viene sostituito, in caso di gravi necessità (rei gerundae causa e seditionis sedandae causa), un magistrato straordinario (dictator), al quale sono sottoposti tutti gli altri magistrati; in questa figura rivive l'antico magister populi, con il suo potere illimitato, contro il quale non si possono opporre né l'intercessio (v.), né la provocatio.

La nuova comunità, nella quale alle primitive gentes si erano aggiunti altri gruppi (di immigrati, di clienti che avevano rotto il vincolo di dipendenza dai loro gentiles, forse di ex-schiavi) che formavano insieme la plebs, fu tormentata, a partire dai decenni immediatamente successivi alla costituzione della repubblica, dalla lotta tra i due ordini della popolazione: i plebei reclamavano, infatti, il diritto di contrarre matrimonio (conubium) con i patrizi, l'accesso alle magistrature (ius honorum), l'attennazione della pressione fiscale e debitoria e, forse, una distribuzione di terre o la limitazione della proprietà fondiaria.

Un primo risultato di questa lotta tra patriziato e plebe, caratterizzata da secessioni o minacce di secessioni

(Aventino, M. Sacro) della plebe sotto la guida dei suoi capi (tribuni), fu la costituzione, per gli aa. 451 e 450, di due collegi di decemviri legibus scribendis che Dodici Tavole (v.). Solo nel 445 a. C., però, con la rogatio Canuleia, fu concesso ai plebei il conubium: via aperta per le altre rivendicazioni. Negli anni successivi al decemvirato legislativo, i Fasti registrano volta a volta coppie consolari e collegi di tribuni militum consulari potestate, in numero variabile. A questa ultima magistratura, costituita dagli ufficiali superiori delle legioni, e alla quale si faceva, con ogni probabilità, ricorso per le aumentate necessità militari causate dalle lotte per l'espansione, vennero ammessi anche i plebei. E finalmente, nel 367 a. C., con una delle leggi Liciniae-Sesitae, fu stabilito che uno dei posti di console spettasse alla plebe (in pratica ciò avvenne regolarmente solo dopo il 320), mentre veniva istituita una nuova magistratura (praetor urbanus), cui era affilato l'esercizio della giurisdizione civile.

III. L'ESPANSIONE NEL LAZIO E IN ITALIA

Il nuovo Stato si trovò a dover affrontare, subito dopo la sua costituzione, una serie di lotte con le popolazioni confinanti; l'annalistica romana insiste su queste guerre contro gli adiidui et anniversarii hostes. Furono dapprima gli Etruschi che, tentando un ritorno offensivo, dovettero ottenere successi sui Romani, come è dato arguire dal racconto tradizionale circa Porsenna, lors di Chiusi, che avrebbe a lungo assediato R. Cominciò poi l'opera di espansione nel Lazio. Intorno al 493 a. C., R. si unì ai Latini con un'alleanza (foedus Cassianum) alla quale aderirono presto gli Ernici, abitanti della valle del Tero a sud-est di R.; tale alleanza era principalmente rivolta contro la minaccia degli Equi, stanziati tra Rieti e la conca del Fucino, e dei Volsci, avanzatisi, dall'alta valle del Liri, sui monti Lepini fino a minacciare il Lazio meridionale tra Terracina (Auxur) e Anzio. Verso la fine del sec. v questi avversari erano stati dove costretti ad arretrare, dove contenuti. Anche al nord, dopo una dura lotta (nella quale si ebbe l'episodio, non del tutto leggendario, dei Fabi al Crémer), fu presa e distrutta (396 a. C.) la potente città etrusca di Veio.

Appena superata questa grave prova, nel 390 R. subì l'invasione celtica che si concluse con la sua conquista e la sua quasi totale distruzione. Le conseguenze ne furono gravi, specialmente dal punto di vista politico, in quanto misero nel nulla l'attività di conquista spiegata fino alla presa di Veio; solo nel 338 R. riuscì a riunire a sé in alleanza Latini ed Ernici, per volgersi ad affrontare i Volsci e, successivamente, Tarquinia, Cere e Faleria. Consolidatasi, R. concluse due trattati: il primo con i Sanniti (354) e il secondo con Cartagine (348); ma la sua posizione di crescente potenza e predominio fece sollevare contro di lei i Latini (340), aiutati dai Campani. I Romani, vincitori, vennero poco più tardi in urto con i Sanniti, che si vedevano tagliata da R. la via della pianura e del mare. Nel 326 a. C. Napoli si arrese ai Romani; ma quando essi, nel 321, cercarono di penetrare dalla Campania nel Sannio, il loro esercito fu costretto ad arrendersi nelle gole di Caudii. La guerra riprese nel 316, con un grande successo iniziale dei Sanniti, cui seguì, due anni dopo, una sconfitta romana a Terracina. Dopo una fase di successi romani nella valle del Liri e in Puglia, nel 310 R. si trovò minacciata contemporaneamente dai Sanniti, da città etrusche, dagli Equi e dagli Ernici; dopo una pace conclusa nel 304, la lotta riprese nel 298, contro la coalizione italica suscitata dai Sanniti. I Romani furono vincitori a Sentino, in Umbria, e, in seguito a ciò e al blocco del Sannio, nel 290 si arrivò alla pace definitiva.

Successivamente R. si volse a domare le popolazioni stanziate a nord; vittorie sulle popolazioni galliche ed etrusche permisero la fondazione di colonie sulla costa adriatica. Senonché, quasi contemporaneamente, la lotta riprese al sud. Alcune città greche dell'Italia meridionale avevano seguito con simpatia l'affermarsi della potenza romana: nel 282 a. C., Turii, minacciata dai Lucani, richiese l'aiuto di R. La città liberata accolse una guarnigione romana, con grave preoccupazione di Taranto;

un incidente portò alla guerra con quest'ultima, che aveva assunto una posizione direttiva sulle città della Calabria e che poteva contare sull'assistenza militare di Pirro, re d'Epiro, desideroso di fondare un regno ellenistico nell'Italia meridionale. I Romani furono battuti ad Eraclea nel 280, ad Ascoli in Puglia nel 279; ma, dopo una infruttuosa campagna in Sicilia e una battaglia con esito dubbio presso Benevento, Pirro abbandonò l'Italia. L'effetto della guerra fu l'estensione del dominio romano nella Magna Grecia: Taranto si arrese, e nel 270 Reggio ebbe una guarnigione romana. Quasi contemporaneamente, al nord, veniva fondata (268) la colonia latina di Rimini.

IV. LA LOTTA PER IL DOMINIO DEL MEDITERRANEO

R. si trovava ormai di fronte alla potenza di Cartagine; questa aveva da tempo stabilito un monopolio commerciale nel Mediterraneo occidentale, e aveva veduto riaffermato il suo predominio sulla Sicilia in seguito agli insuccessi di Pirro. L'urto tra le due potenze fu provocato dalla richiesta dei Mamertini, mercenari che avevano occupato Messina, di essere ammessi nella Lega italica. Nel 264 un esercito romano passò in Sicilia e costrinse i Cartaginesi ad abbandonare Messina; questo portò ad un'alleanza tra Gerone di Siracusa e Cartagine, che, a sua volta, mandò in Sicilia altre forze militari. Dopo la formale dichiarazione di guerra, iniziatasi l'avanzata romana su Siracusa, Gerone abbandonò i Cartaginesi, che perdevano nel 262 Agrigento, la loro principale piazzaforte nell'Isola. I Cartaginesi furono battuti sul mare una prima volta presso Milazzo nel 260 e una seconda nel 257; a seguito di ciò, venne deciso dai Romani di portare la lotta in Africa, dove ai successi iniziali segui una grave sconfitta. Dopo una grande vittoria navale romana alle Egadi, nel 241 a. C., il Trattato di pace stabiliva tra l'altro che Cartagine sgomberasse la Sicilia. Così questa, nel 227, diveniva la prima provincia romana, quasi contemporaneamente all'erezione in provincia della Sardegna e della Corsica.

R. consolidò subito dopo la sua posizione nel nord d'Italia e nell'Adriatico. Nel 225 a. C. grandi tribù celtiche si infiltrarono nell'Etruria, ma furono battute a Talamone; nel 223 un esercito romano passò il Po; furono fondate le colonie latine di Piacenza e Cremona e fu costruita la via militare Flaminia da R. a Rimini. Contemporaneamente, tra il 229 e il 219, R. spazzò l'Adriatico dai pirati illirici.

Cartagine frattanto cercava di compensare la perdita di potenza e di prestigio subita in Sicilia, mediante conquiste nella Spagna. Di fronte a questa espansione R. ritenne opportuno fissare, d'accordo con Cartagine, un limite alle rispettive sfere d'influenza: nel 226 tale limite fu stabilito all'Ebro. Ma a sud di questo fiume vi era Sagunto, città alleata di R. dal 230 ca. Le vicende interne di questa città richiesero nel 220 l'intervento dei Romani; l'anno successivo Annibale Barca assediò Sagunto. Da ciò ebbe origine la seconda guerra punica. Annibale iniziò la marcia verso l'Italia incontrando solo lievi resistenze prima del passaggio delle Alpi. Gli eserciti romani furono battuti successivamente ad occidente del Ticino, sulla Trebbia (218), al Trasimeno (217); Annibale, passato nell'Italia meridionale, pose in Puglia gli accampamenti invernali. I consoli per l'a. 216 lo affrontarono,

con un grande esercito, sull'Ofanto presso Canne, ma ancora una volta i Cartaginesi prevalsero.

Contemporaneamente la Macedonia e Siracusa si unirono ai Cartaginesi; Filippo V di Macedonia desiderava conquistare i possedimenti romani in Illiria. R. riuscì dapprima a trattenerlo in Macedonia, poi (210) gli schierò contro la Lega etolica.

La guerra in Spagna ebbe un impulso nuovo ad opera di Publio Cornelio Scipione figlio, che, nel 206, obbligò i Cartaginesi ad abbandonare la Penisola iberica.

Anche in Italia la sorte delle armi mutava: Capua nel 211 e Taranto nel 209 caddero nelle mani dei Romani. Nel 207 l'esercito cartaginese guidato da Asdrubale in aiuto del fratello Annibale fu battuto al Metauro e nel 205 Annibale abbandonò l'Italia per tornare in Africa, dove Scipione portò la guerra (204). Stabilitosi solidamente ad Utica, il generale romano, che si era procurato l'alleanza di Massinissa, condusse una campagna fortunata, conclusasi con la vittoria su Annibale a Zama (202). Per

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ROMA - Il Colosseo. Iniziato dall'Imperatore Vespasiano (a. 72) e terminato da Tito (a. 80).
il Trattato di pace Cartagine abbandonava tutti i possedimenti fuori dell'Africa; cedeva la Numidia a Massinissa; consegnava la flotta e gli elefanti; si impegnava a pagare un'ingente indennità ed a non far guerra senza il consenso di R. Quest'ultima, a prezzo di durissima lotta, aveva trionfato dell'unica potenza capace di contrastarle il passo nel Mediterraneo; ed aveva riportato un enorme successo politico, avendo potuto contare, contrariamente alle previsioni di Annibale, sulla sostanziale fedeltà dei suoi alleati italici.

Rimaneva ora l'opera di consolidamento dei risultati. Battuti i Celti, l'Italia settentrionale veniva compiutamente organizzata, con la fondazione di nuove colonie e con la costruzione della via Emilia, da Rimini a Piacenza, mentre veniva conquistata la Liguria e assicurato il confine orientale con la fondazione della colonia latina di Aquileia (181) e, successivamente, con la conquista dell'Istria.

La lunga lotta in Spagna si concluse solo molto tardi, con la presa di Numanzia (133 a. C.). Contemporaneamente, la terza guerra punica fiaccava definitivamente la potenza cartaginese. Cartagine (146) veniva distrutta e il suo territorio (gran parte dell'odierna Tunisia) costituì la provincia d'Africa.

Il dominio su tutto il bacino del Mediterraneo fu conseguito da R. attraverso una paziente politica, la cui prima fase, iniziatasi nel 201 a. C. con l'aiuto dato a Pergamo e a Rodi, proseguita con la lotta contro Filippo (200), si concluse con la vittoria romana a Cinocofale (197) e la proclamazione dell'indipendenza degli Stati greci (Corinto, 196). A questa fase seguì quella della guerra contro Antioco di Siria, battuto dapprima nel 191 alle Termopili e una seconda volta l'anno seguente a Magnesia presso il Sipilo e costretto alla Pace di Apamea (188). La terza guerra macedonica, contro Persee figlio di Filippo, si concluse, dopo alterne vicende, anch'essa con la vittoria romana a Pidna (168).

Da questo momento R., che si era limitata a far sentire la propria influenza in Oriente, cambiò politica: la Macedonia divenne provincia e anche la Grecia venne sottoposta al dominio romano, dopo la distruzione di Corinto, avvenuta lo stesso anno (146) di quella di Cartagine.

V. LA COSTITUZIONE REPUBBLICANA E LA SUA CRISI

La costituzione della città che aveva esteso le proprie conquiste a tutto il bacino del Mediterraneo era fondata, nel momento di apogeo della Repubblica, su tre organi: la magistratura, il senato, i comizi. Le magistrature erano cresciute di numero: accanto ai consules si trovavano, infatti, non solo il praetor urbanus istituito nel 367, ma i censores (istituiti probabilmente da una lex Aemilia nel 434 per redigere il censo e assurti poi all'altissimo incarico di controllori della pubblica moralità), i quaestores, gli aediles curules e un altro praetor, istituito nel 242 per amministrare la giustizia tra Romani e stranieri e tra stranieri, e detto perciò peregrius. Accanto a queste magistrature patrizie — in quanto di tutto lo Stato — (la cui caratteristica è di essere collegiali, gratuite e temporanee), altre ve ne sono, dette plebee: il tribunato e l'edilità della plebe. Compito dei tribuni è di difendere gli interessi della plebe; e, a tale scopo, essi sono muniti dell'intercessio (v.), con cui possono impedire gli atti di qualsiasi magistrato, della prensio, facoltà di arrestare chi si opponga alla loro volontà, mentre godono della inviolabilità personale (sacrosanctius).

I principali magistrati della Repubblica, quelli chiamati ad esercitare attività militari e di governo, sono, a somiglianza dell'antico rex, muniti di imperium, capacità generale di comando, cui è connesso l'auspicium, facoltà di interpretare la volontà degli dèi.

Il Senato è, in epoca repubblicana avanzata, composto di patrizi (patres) e di plebei (conscripti), attraverso una scelta effettuata dapprima dai consoli, più tardi dai censori. È questa assemblea, alla quale si accede dopo aver gerito le magistrature, che costituisce la vera centrale di comando della Repubblica, anche per la continuità della politica, che essa può meglio assicurare nei confronti dei magistrati annuali. Ad essa spetta la direzione della politica estera e di quella finanziaria; ad essa l'assunzione del potere (interregnum) quando vengano a mancare i magistrati superiori; essa esercita, infine, un potere di ratifica (auctoritas) nei confronti delle deliberazioni delle assemblee popolari.

Anche queste ultime sono cresciute di numero: accanto ai vetusti comitia curiata, sorgono, verso la metà del sec. V. i comitia centuriata, assemblea di origine militare a base timocratica, composta, nella sua fase compiuta, di 193 centurie, distinte in cinque classi a seconda del censo e ordinate in modo da assicurare la prevalenza nelle votazioni alle classi più abbienti.

Ugualmente assai antichi sono i comitia tributa, in cui il popolo è inquadrato per tribù. Ambedue questi comizi assunsero, con il tempo, una triplice competenza: elettorale (per la nomina dei magistrati, maiores nei centuriata, minores nei tributa), legislativa, giudiziaria.

In contrapposto a queste assemblee, che radunano tutto il popolo, una ve ne ha, esclusiva della plebe (concilia plebis tributa), che si raduna sotto la presidenza dei tribuni e le cui deliberazioni (plebiscita) ebbero valore per la sola plebe, fino a quando una lex Hortensia (286 a. C.) non le parificò alle leggi comiziali (v. PLEBISCITO).

Questa struttura costituzionale, in cui il popolo è chiamato ad esercitare i diritti politici (peraltro limitati: R. non è mai stata una democrazia in senso moderno), direttamente, e non per mezzo di rappresentanti, era però adatta ad una comunità ristretta, al più, ai limiti della Penisola italica. La conquista del grande impero mondiale poneva non solo la necessità di organizzare i territori nuovi secondo schemi differenti da quelli impiegati in Italia (federazione, municipi, colonie), ma creava, altresì, l'esigenza di un forte potere centrale, capace di controllare non solo i territori, ma anche i magistrati ad essi preposti.

La forma di organizzazione impiegata nei territori fuori dell'Italia peninsulare fu la provincia. Al territorio incorporato e divenuto proprietà del popolo romano veniva preposto un magistrato (che portò dapprima il titolo di praetor, poi di proconsul o di propraetor, a seconda della carica precedentemente gerita in città), assistito da dieci legati del Senato e da un quaestor.

Il dominio romano aveva subito un'enorme espansione;

sione; ma proprio in questa espansione, e nella modificazione profonda che essa produsse nell'economia e nella vita romana in genere, e da vedere la causa prima di quella serie complessa di fenomeni che vanno sotto il nome di crisi della Repubblica. Il largo afflusso di capitali, di merci, di schiavi, aveva profondamente mutato la fisionomia economica dell'Italia. L'abbandono dei campi, dapprima conseguenza delle operazioni militari svoltesi nella Penisola, era continuato poi perché determinate colture erano divenute antieconomiche e certi prodotti (p. es., il grano) giungevano ai porti italiani a prezzo molto più conveniente di quello interno. Si venne allora formando una serie di grandi proprietà terriere, concentrate nelle mani della classe senatoria, la quale doveva impiegare in questo modo le ricchezze accumulate durante le guerre, essendole proibito l'esercizio del commercio. A questo si dedicava invece, praticamente in regime di monopolio, la classe dei cavalieri (ordo equester), che si era venuta progressivamente affermando e che si poneva, anche come forza politica, in contrasto con la mobilitas senatoria. Al di sotto di queste classi privilegiate non esisteva ormai quasi più il popolo, che prima esercitava i suoi diritti politici nei comitia e che era pronto ad accorrere a difendere la Repubblica sui campi di battaglia. Scomparso il cittadino-soldato, all'antico esercito se ne era sostituito uno di mestiere, composto di soldati che si arruolavano per lunghi periodi, desiderosi di partecipare alle larghe distribuzioni di bottino e legati, dalla lunga consuetudine del servizio, più al loro comandante diretto che all'autorità, astratta e lontana, dei magistrati e del Senato. In R., nei comiti, non rimaneva che una turba di nullatenenti, pronta a seguire i capi delle varie fazioni in lotta, i quali a seconda della loro capacità momentanea ne sapessero sollecitare gli istinti e soddisfare gli interessi con distribuzioni di viveri e di denaro.

Intorno a R., poi, cominciava ad addensarsi il malcontento degli alleati italici, duramente provati dalla guerra e troppo scarsamente ricompensati; e che invano avevano chiesto la concessione del diritto di cittadinanza romana.

VI. DAI GRACCHI A CESARE

La prima manifestazione evidente della crisi della Repubblica si ebbe nel 133 a. C., con il tribunato di Tiberio Gracco. Più delle singole proposte da lui fatte, interessa qui rilevare che, per la prima volta, si assiste ad un tentativo di affermazione del principio della sovranità popolare, intesa non solo nel senso che la volontà del popolo debba prevalere su quella degli organi della civitas, ma altresì nel senso che il popolo conferisca ai magistrati un mandato vincolante e che possa quindi revocarli quando essi si discostino dalle istruzioni ricevute. A questi principi di ordine rivoluzionario il Senato ne opponeva altri, ugualmente contrastanti con la costituzione repubblicana; con il tentar di ricorrere al senatusconsultum ultimum, con il ratificare l'uccisione di Tiberio Gracco dichiarato hostis reipublicae, e soprattutto con il concedere ai magistrati poteri eccezionali, esso anticipava le magistrature straordinarie attraverso le quali doveva attuarsi il passaggio dalla repubblica al principato.

L'opera di Tiberio fu continuata dal fratello Caio Gracco, tribuno per gli aa. 123 e 122; ma anche questo tribunato, conclusosi con la morte di Caio, non fece che aggravare quella che era stata la situazione seguita alla morte di Tiberio.

Subito dopo R. si trovò a dover fronteggiare, in Africa, la minaccia di Giugurta, erede, con altri due principi, del trono di Numidia. Giugurta riuscì ad escludere i coeredi, uno dei quali, Aderbale, aveva ottenuto la protezione dei Romani; questi, nel 111 a. C., iniziarono la guerra, che si protrasse, con vicende alterne, fino al 106, anno in cui Caio Mario, battuto Giugurta, riuscì a farselo consegnare dal Re di Mauritania presso il quale il Sovrano numida aveva cercato rifugio.

Mario si volse poi a fronteggiare la minaccia dei Cimbri e dei Teutoni, che avevano, nel 105, battuto i Romani ad Arausium (Orange). Stabilitosi nel 104 nella Gallia meridionale, provvede a riformare l'esercito e ad apprendergli una nuova tattica; nel 102 i Teutoni furono

battuti presso Aquae Sextiae (Aix-en-Provence) e l'anno successivo i Cimbri presso Vercelli.

Mario aveva rivestito ininterrottamente il consolato dal 104 al 100 a. C., ed era ormai il capo riconosciuto del partito popolare. Due esponenti di questo, L. Apulcio Saturnino e G. Servilio Glaucia, tentarono, negli aa. 100 e 99, di stabilire il predominio del partito democratico; ma i disordini da loro provocati diedero al Senato l'occasione di una energica repressione; con la fine del loro tentativo decadde la posizione politica di Mario e quella della classe dei cavalieri, che si erano alleati ai popolari.

Ma la necessità di riforme era presente anche agli esponenti più illuminati della nobilitas: uno di questi, M. Livio Druso, tribuno per l'a. 91, preparò una serie di leggi, che incontrarono però grande opposizione. Druso, che si era anche presentato come difensore degli interessi degli alleati italici,

fu ucciso misteriosamente. La sua morte fu il segnale della ribellione in Italia: gli alleati costituirono contro R. un vero e proprio Stato, con magistrature e senato, avente la capitale a Corfinio e chiamato Italia e con vari eserciti si prepararono a marciare su R. Dopo un anno di lotta, nel 90, una

Lex Julia concesse la cittadinanza romana agli alleati italici rimasti fedelso che avessero deposto le armi; nell'89, una Lex Plantia Papiria la estese a tutti i residenti in Italia che entro 60 giorni ne facessero domanda al pretore.

Poco dopo scoppiò il conflitto tra Mario e Silla, divenuto console e designato per il comando della guerra contro Mitridate re del Ponto. Di fronte al tentativo del partito mariano di togliergli questo comando in seguito ad un plebiscito, Silla marciò su R. e la occupò. Ma, costretto a ripartire per condurre la guerra, lasciò la città in balia dei suoi avversari: nell'a. 86 Mario e L. Cornelio Cinna furono nominati consoli senza elezione popolare.

Silla, frattanto, conduceva fortunate operazioni militari in Oriente: conquistata Atene nell'86, riportò due vittorie, a Cheronea e presso Calciè; e, in seguito a trattative con Mitridate, concluse con questo rapidamente la pace. Riorganizzata l'Asia, nella primavera dell'83 Silla sbarcò a Brindisi e, battuti successivamente gli eserciti consolari e quello degli Italici, che intendevano profittare della situazione per affermare la loro indipendenza da R., rientrò nella capitale. La repressione contro il partito democratico fu spietata: le proscrizioni sgombrarono la scena politica degli avversari di Silla, il patrimonio dei proscritti fu venduto all'incanto ed i loro schiavi, manomessi dal vincitore, divennero, con il nome di Cornelii, i suoi più forti sostenitori. Silla fu nominato dictator legibus scribundis et reipublicae constituendae, facendosi conferire titolo e poteri già completamente al di fuori della costituzione repubblicana. Il regime da lui instaurato, definito regnum dagli antichi e monarchia mancata dai moderni (Carcopino), intendeva cancellare ogni rilevanza politica del partito popolare e della classe dei cavalieri. Il Senato fu portato a 600 membri, il numero dei quatori a 20, quello dei pretori a 8. Furono stabiliti la carriera dei magistrati e il modo di designare i governatori provinciali. Il fatto di aver ricoperto la carica di tribuno della plebe escludeva da ulteriori progressi nella carriera politica. Venne aumentato il numero dei tribunali penali permanenti (quaestiones perpetuae), i cui componenti dovevano essere scelti nell'ordine senatorio.

Compiuta quest'opera, Silla nel 79 depose la dittatura e si ritirò a Pozzuoli, dove morì l'anno seguente. La costruzione che egli aveva faticosamente eretta doveva subire i primi colpi, avvisaglie della definitiva decadenza, proprio ad opera di un personaggio che era stato uno

dei suoi luogotenenti, quel Gneo Pompeo che, giovanissimo, aveva levato a sue spese e condotto a Silla due legioni ed aveva da questo ottenuto, senza essere magistrato, il trionfo e l'epiteto di magnus. Le capacità militari di Pompeo furono subito utilizzate nel 77, quand'egli, come privato, venne incaricato di condurre la guerra a fianco del console Q. Lutazio Catulo contro la ribellione scoppiata in Etruria, nelle località dove Silla aveva fatto larghe assegnazioni di terre ai suoi veterani. Subito dopo egli fu inviato in Spagna con imperium proconsulare a fronteggiare Q. Sertorio, esponente del partito democratico, che, divenuto governatore della Spagna settentrionale nell'83, e successivamente postosi a capo dei partigiani di Mario e dei ribelli lusitani, era, nel 77, padrone della Spagna citeriore. Dopo una lunga campagna, Sertorio e il suo luogotenente Perperna vennero battuti (72 a. C.).

Pompeo rientrò in Italia in un momento delicato; nel 74 era ricominciata la guerra contro Mitridate e, poco dopo, era scoppiata, in Italia, una grande rivolta di schiavi, guidata da Spartaco. Questa sollevazione, di oltre 40.000 uomini, fu domata con grande fatica; l'ultimo esercito di schiavi fu battuto proprio da Pompeo.

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ROMA - Rdievo con alcuni edifici di età imperiale. Frammento del monumento degli Ateri (fine 1 sec.) - Roma, Museo Lateranense.
(fot. Alinari)
Per ottenere il consolato, senza aver gerito le magistrature inferiori, egli si accordò con il partito popolare e con i cavalieri: e fu, con Crasso, eletto console per l'a. 70. I nuovi consoli attuarono alcune riforme contrarie alla politica sillana, mentre il presidio del Senato subiva un grave colpo per il processo contro Caio Verre, ex-governatore della Sicilia.

Un altro colpo alle norme costituzionali doveva esser dato da Pompeo qualche anno dopo. Nel 67, infatti, per sgombrare il Mediterraneo dai pirati, una Lex Gabinia stabilì che a lui, prictus cum imperio, fosse dato il comando della guerra, con il diritto di nominarsi dei luogotenenti (legati), di levare truppe, di comandare la flotta e di disporre dell'erario. Si creò così una figura di comandante con poteri praticamente illimitati. E il successo riportato da Pompeo nella lotta contro i pirati fece sì che con una Lex Manilia gli venisse affidato il comando della guerra contro Mitridate e Tigrane: ai poteri già concessigli dalla Lex Gabinia egli aggiungeva così il governo delle provinciae di Cilicia, Bitinia e Asia. Tra il 66 e il 62 a. C., egli non solo vinse Mitridate e fece di Tigrane un vassallo di R., ma riorganizzò compiutamente tutto l'Oriente: riordinò le province, fondò varie città e creò una serie di principati vassalli. La Siria venne eretta in provincia, la Palestina divenne uno stato tributario di R.: le città greche di tutti questi territori ebbero riconosciuta la loro autonomia ed entrarono in rapporti diretti con R.

L'opera compiuta da Pompeo doveva assicurare a lungo i confini orientali; e dimostra, malgrado l'oblio sceso su questa figura dopo la sconfitta nel conflitto con Cesare, le sue elevate capacità di comandante militare e di organizzatore.

Un altro personaggio, infatti, veniva emergendo nel mondo politico romano: C. Giulio Cesare. Di origine patrizia, egli esercitò la sua azione conforme al pensiero del partito popolare; a ciò lo spinsero in parte una visione più larga della situazione che era venuta determinandosi in R., e in parte l'obbiettivo più immediato di controbilanciare la crescente autorità di Pompeo.

Accordatosi con Crasso, Cesare favorì probabilmente nel 66 le mene rivoluzionarie di L. Sergio Catilina. La congiura andò a vuoto una prima volta nel 65, ma fu riorganizzata nel 63, anno del consolato di M. Tullio Cicerone. Questi costrinse Catilina a smascherarsi e a

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ROMA - Torre delle Milizie, Mercati Traianei e Foro di Traiano.
fuggire presso i congiurati in Etruria e fece giustiziare, con procedura costituzionalmente censurabile, i ribelli rimasti in R. Catilina fu successivamente battuto e ucciso in battaglia presso Pistoia.

Questa era la situazione quando, verso la fine del 62, Pompeo sbarcò a Brindisi: celebrò l'anno successivo il trionfo, ma non riuscì ad ottenere la distribuzione di terre ai suoi veterani e neppure la ratifica dell'organizzazione data all'Oriente. Veniva con ciò a trovarsi in conflitto con il Senato, come aveva chiaramente previsto Cesare. Questi, che era stato propretore in Spagna, dove aveva dato prova di buone capacità ed aveva rinsanguinato il suo patrimonio, venne eletto console per l'a. 59, insieme a M. Calpurnio Bibulo.

Egli si accordò con Pompeo e Crasso per esercitare a profitto suo e dei suoi alleati l'autorità sullo Stato negli anni avvenire. Propose una serie di leggi e fece approvare dai comizi, contro l'opposizione senatoria, l'ordinamento dato da Pompeo all'Oriente, mentre faceva concedere facilitazioni finanziarie agli appaltatori che fiancheggiavano Crasso.

In conseguenza degli accordi, a Cesare proconsole fu affidato per cinque anni il governo della Gallia Cisalpina e dell'Illirico, cui si aggiunse successivamente quello della Gallia Narbonese. Ciò permise all'ambizioso condottiero di formare una solida base alla sua influenza politica, legando a sé gli eserciti sottoposti al suo comando: egli estese il dominio di R. dai Pirenei e dall'Oceano fino alle Ardenne e ai Vosgi, respinse gli Elvezi e batté sul Reno Ariovisto, allontanando così la minaccia germanica dal territorio gallico.

In un convegno con Pompeo e Crasso a Lucca (56) fu stabilito che questi assumessero il consolato per l'a. 55: per il successivo quinquennio a Pompeo era assegnato il governo della Spagna, a Crasso quello della Siria, mentre a Cesare sarebbe stato confermato il comando in Gallia. Durante questo tempo, Cesare sistemò definitivamente la Gallia dopo la vittoria su Vercingetorige. Ma in seguito alla morte di Crasso (a. 53), Pompeo ritenne giunto il mo-

mento di assumere una funzione più saliente nello Stato: consul sine collega per l'a. 52, si tenne pronto a sostenere militarmente la politica senatoria. Di fronte a questo atteggiamento Cesare cercò di trattare con il Senato la propria nomina a console per l'anno successivo (49), al cessare del suo governo provinciale. Ciò andava contro una norma costituzionale, ma Cesare lo richiedeva soprattutto per evitare un giudizio sulla sua attività di governatore. Il Senato non solo rifiutò la nomina, ma richiamò Cesare. Questi passò in Italia e varcò il Rubicone (genn. del 49), che segnava il confine del territorio sottoposto al suo governo. Pompeo abbandonò con i magistrati e con il Senato R. e l'Italia per apprestare in Oriente l'esercito per la battaglia decisiva. Cesare, occupata R., si recò in Spagna dove batté i legati di Pompeo; e dopo essere rientrato per brevi giorni nella capitale, si recò in Macedonia ad affrontare il rivale, che batté a Farsalo (a. 48). Passato in Egitto, dove Pompeo credendo di avere ricovero dal Re aveva invece trovato la morte, Cesare si trovò coinvolto nella lotta dinastica della famiglia tolemaica. Rientrato a R. nell'autunno del 47, fu nominato dittatore, ma, prima ancora di potersi dedicare all'attività di governo, fu costretto ad affrontare gli ultimi resti del partito pompeiano, che, in Africa, si erano riorganizzati, assicurandosi l'alleanza di Giuba, re di Numidia. Battuti gli avversari a Tapso e ridotta la Numidia a provincia (a. 46), Cesare era ormai il padrone dello Stato. Dictator perpetuum, investito del titolo ereditario di imperator, titolare della praefectura morum e investito della inviolabilità tribunizia, si comportò come un monarca nei suoi atti di governo. Non era questa, in quel momento, la via per assicurarsi il dominio su R. e sul suo Impero: e per questo suo errore politico Cesare cadde nel 44, vittima di una congiura.

VII. OTTAVIANO E LA GENESI DEL PRINCIPATO

Ottaviano, nipote diciannovenne di Cesare, sembrò aderire in un primo momento al partito degli uccisori dello zio, pensoso anzitutto di consolidare la propria posizione: si fece confermare dai comizi l'adozione da parte di Cesare, conseguì il consolato nell'ag. 43 e riuscì a farsi conferire un imperium, prevalente su quello consolare, il diritto di far leve e l'incarico di difendere lo Stato contro i rivali Antonio e Lepido.

Questi videro l'opportunità di venire a patti: e verso la fine dell'ott. 43, si incontrarono a Bologna con Ottaviano. Frutto di questo incontro fu un accordo che ebbe poco dopo la sua consacrazione ufficiale in una lex Titia, proposta il 27 nov. 43, che nominava Ottaviano, Antonio e Lepido tresviri reipublicae constituendae con potere illimitato.

Battuto definitivamente il partito senatorio nell'ultima battaglia di Filippi (nov. 42), Ottaviano e Antonio convennero che la Gallia Cisalpina venisse riunita all'Italia ed amministrata da R.; la Gallia Transalpina veniva affidata ad Antonio con le province orientali; ad Ottaviano erano attribuite le Spagne ed era concessa libertà di iniziativa in Italia e nel Mediterraneo; le province africane erano affidate a Lepido. In una successiva distribuzione a Lepido fu conservata l'Africa, ad Ottaviano fu dato l'Occidente, mentre l'Oriente fu affidato ad Antonio che avrebbe dovuto condurre la lotta contro i Parti, mentre Ottaviano combatteva contro Sesto Pompeo.

I poteri dei triumviri avrebbero dovuto scadere, secondo la lex Titia, il 31 dic. 38. Malgrado ciò essi continuarono ad esercitare il potere eccezionale e solo nel sett. o ott. 37, Ottaviano e Antonio si incontrarono a Taranto per decidere la proroga del triumvirato e fissare la nuova scadenza al 31 dic. 32. Nel 36 Ottaviano costrinse Lepido a deporre la sua carica, mentre otteneva, per plebiscito, il diritto di sedere sui subsellia tribunicia con l'inviolabilità annessa.

L'opinione pubblica, nel frattempo, seguiva con preoccupazione il comportamento di Antonio in Egitto; e l'indignazione popolare raggiunse il culmine quando venne pubblicato, ad opera di Ottaviano, il testamento che Antonio aveva affidato alle Vestali e dal quale appariva la sua intenzione di trasferire la capitale da R. ad

Alessandria. Antonio venne, per quanto il-legalmente, deposto dal triumvirato, mentre fu dichiarata la guerra contro Cleopatra.

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Ottaviano, cui fu affidato il comando di questa guerra, provvide abilmente a rinforzare la propria posizione con un giuramento di fedeltà prestatogli dall'Italia e da alcune province (coniuratio Italiae et provinciarum: Mon. Ancyr., 25); batté Antonio il 2 sett. 31 ad Azio, occupò Alessandria il 1º ag. 30 e depose la dinastia dei Tolomei, sostituendosi ad essa. Rientrato a R., vi celebrò, nei giorni 13-15 ag. del 29, il trionfo che segnava la fine delle guerre civili.

Egli si accinse ad un'opera che non fu solo una ricostruzione, ma, attraverso tappe successive, la fondazione di un nuovo regime. Nel 28 Ottaviano rivestì il consolato. Ma la sua posizione personale era assai più rilevante di quella dei collega nella suprema magistratura repubblicana. Egli portava infatti, quale praenomen, il titolo di imperator, che gli spettava come erede di Cesare e che gli era stato confermato dal Senato nel 29 a. C.

Ottenne inoltre il titolo di princeps Senatus, mentre, attraverso varie concessioni,

era venuto in possesso di quasi tutti i poteri e le prerogative dei tribuni della plebe, anche se, come appare più probabile, la tribunicia potestas gli venne concessa in pieno solo nel 23.

Egli era, infine, ancora rivestito del potere straordinario costituente che aveva avuto la sua prima fonte nella lex Titus, come appare, oltre che dai suoi atti, dai termini con cui nelle fonti è indicata la rinuncia da lui fatta nella seduta del Senato del 13 genn. 27 a. C.

Egli stesso afferma (Mon. Ancyr. lat., VI, 13-16) che per consensus universorum potitus rerum omnium, trasferì lo Stato (e quindi i poteri dello Stato) dalla sua potestas « in Senatus Populique Romani arbitrium ». Egli abbandonò quindi (come confermano anche altre fonti) il potere costituente e il comando generale sulle truppe, conservando invece tutti gli altri poteri, titoli e prerogative.

In cambio di tale rinuncia gli venne conferito il titolo di Augustus (colui che è sacro per designazione divina), mentre gli veniva tributata tutta una serie d'onori. Per l'esatta intelligenza della sua posizione interessa tener presente quanto egli stesso dice riguardo al periodo di tempo che segue alla rinuncia del 27. Egli (Mon. Ancyr. lat., VI, 31 sgg.) afferma di essere stato superiore a tutti per auctoritas, senza peraltro aver avuto maggiore potestas di coloro che gli furono, tra il 27 e il 23, colleghi nel consolato. Ora, il termine auctoritas è largamente impiegato nel diritto romano, pubblico e privato; il significato specifico che esso viene ad assumere nel caso di Augusto « designa... la posizione giuridicamente preminente dell'uomo nella cui persona è connaturato il potere pubblico, in modo completamente diverso da quello con cui esso viene attribuito ai magistrati repubblicani: e si collega con il nuovo concetto della maiestas degli imperatori, in cui si accentua l'elemento religioso » (de Francisci).

Questa auctoritas si concreta d'altra parte in concessione di poteri. Infatti Augusto è investito di un imperium proconsulare decennale, con il governo delle province non ancora pacificate e il relativo comando delle truppe; e ottiene la cura et tutela rei publicae universa, e cioè, in sostanza, la facoltà di compiere tutti quegli atti e di prendere quei provvedimenti da lui ritenuti utili per il bene dello Stato.

Già di fronte a queste concessioni è difficile parlare, come fanno alcuni storici, di una restaurazione repubblicana attuata da Augusto. Ma la sua costruzione costituzionale si completa nel 23, quando egli rinuncia al consolato (per non assumere più in seguito alcun titolo repubblicano): in quell'anno, infatti, gli vennero conferiti la tribunicia potestas (nella sua pienezza) a vita e un imperium proconsulare (infinitum, cioè non sottoposto al limite del pomerium, e maius, in quanto superiore a quello di qualsiasi magistrato). Ma l'uno e l'altro potere

ROMA - L'Ara Pacis Augustae, nella ricomposizione definitiva - Roma.

(fot. Anderson)

gli venne conferito disgiuntamente dai rispettivi uffici repubblicani.

Con la fondazione del principato si assiste alla creazione di una burocrazia, di una serie di funzionari, che lentamente assorbono le attribuzioni proprie delle antiche magistrature. Ad alcune di queste, conservate, si attribuiscono funzioni nuove nel quadro del nuovo assetto costituzionale, ma viene a mancare qualsiasi forza direttiva nel governo dello Stato; i comitia furono chiamati da Augusto a legiferare e votarono numerose ed importanti leggi (de ambitu, de vi publica et privata, indiciorum publicorum et privatorum, de maritandis ordinibus, ecc.); ma la loro funzione era destinata ad inaridirsi con l'aumentare dell'autorità del princeps. L'organo che invece ascrebbe le sue funzioni fu il Senato (e ciò può spiegare l'opinione di Mommsen, che ha definito il regime augusteo come una diarchia formata dal princeps e dal Senato); esso acquista larga competenza nella giurisdizione penale e diviene capace di emanare norme giuridiche: i senatus-consulta divengono, infatti, fonti di diritto. Anche in questo caso, tuttavia, tale accresciuta competenza è più apparente che reale, in quanto assai spesso il senatus-consultum non è che il testo di una proposta (oratio) del principe fatta propria dall'assemblea.

In virtù dei suoi poteri il princeps influisce poi sulla giustizia, civile e penale, sia giudicando in grado di appello, sia affidando a propri funzionari il diritto di giudicare senza l'osservanza delle regole del processo ordinario (cognitio extra ordinem). Egli fa sentire, infine, la sua autorità anche sulla giurisprudenza, conferendo ad alcuni giureconsulti il ius respondendi ex auctoritate principis. Di più, egli può manifestare, anche direttamente, la propria volontà nel campo normativo, con le costituzioni imperiali, le quali, con il tempo, faranno inaridire ogni altra fonte di diritto.

Si può quindi agevolmente concludere che, alla fine di questa complessa rivoluzione legalitaria, ci si ritrova di fronte ad un organo nuovo, sovrapposto alla costituzione repubblicana, formalmente conservata ma destinata ad atrofizzarsi.

VIII. DA AUGUSTO AI SEVERI

TIBURIO (v.), che era stato adottato dal predecessore e che aveva, già lui vivente, ottenuto una parte dei suoi poteri (imperium proconsulare maius) per facilitare il trapasso di autorità. Nel principato mancava, infatti, un sistema prestabilito per assicurare la successione: e questa mancanza, trascinatasi nei secoli e alla quale si cercò volta a volta di ovviare con espedienti di vario genere, fu una delle cause della crisi che si concluse con il passaggio dal principato all'impero assoluto.

Rimandando per questo e per gli altri imperatori ai rispettivi separati esponenti, basterà qui richiamare le

linee essenziali della politica di R. Sotto Tiberio fu occupato il territorio germanico fronteggiante Magonza; sotto Claudio (v.) fu estesa ulteriormente l'espansione in Germania, mentre venivano occupate la Mauretania, la Tracia, il sud della Britannia, e la Rezia e il Norico venivano ridotte a provinciae. Nerone (v.) il Regno del Ponto fu trasformato in provincia e l'Armenia divenne nuovamente uno stato tributario di R. La rivolta della Giudea fu soffocata nel sangue e si concluse con Vespasiano (v.), al quale si deve anche la definitiva conquista della Britannia.

Un'affermazione decisa del potere del princeps si ha, dopo il breve governo di Tito (v.), Domiziano (v.). Messosi in politica interna sulla via del cesariamo, in politica estera questo Imperatore passò all'offensiva lungo tutta la linea del Reno e del Danubio, fino a raggiungere il Meno. Domiziano finì il suo regno tragicamente: ed ebbe come successore Nerva (v.), mite ed avveduto politico, che resse con criteri liberali l'Impero. Sotto di lui furono per l'ultima volta presentate leggi ai comitia.

TAZIANO (v.) l'Impero raggiunse la sua massima espansione territoriale. Sotto questo imperatore, primo provinciale a salire sul trono, l'equilibrio politico ed economico dell'Impero si sposta definitivamente da R. sulle province. E che ciò sia vero, si Adriano (v.), quando, sotto la pressione simultanea ai confini orientali ed occidentali, si abbandonano le più recenti conquiste e si ritorna alla politica sostanzialmente difensiva di Augusto, con la creazione di un limes fortificato.

Tuttavia questo Imperatore si pone come una figura di grande rilievo nella storia del principato. Avvertendo appunto l'importanza che l'Impero ha in contrapposizione a R., egli ne percorse tutto il territorio, trattenendosi solo brevemente nella capitale. A lui, in apparenza tenace tradizionalista, si deve una serie di innovazioni, che consolidarono definitivamente la struttura del principato, organizzarono l'esercito e la burocrazia imperiale, disciplinarono le fonti del diritto. Con Augusto era cominciata, infatti, la creazione di nuovi organi ed uffici, accanto a quelli repubblicani. Il princeps aveva costituito una sua cancelleria, distinta in varie sezioni, a seconda degli affari trattati (a memoria, a libellis, ab epistolis, a cognitionibus); aveva preposto propri funzionari alle province da lui direttamente dipendenti e alla direzione di servizi particolarmente delicati. Sorgono così varie categorie di funzionari: oltre ai legati (v. LEGATO), i praefecti (con incarichi militari, come il praefectus praetorio, amministrativi e giurisdizionali come il praefectus urbi, e, con competenza più limitata, quelli vigilium ed annomae; ad uno speciale praefectus era poi affidato il governo dell'Egitto), i curatores, i procuratores (v. PROCURA). Adriano riorganizzò tutta la carriera di questi funzionari, tratti generalmente dall'ordine equestre, e ne fissò il trattamento economico. Nel campo giuridico, Adriano disciplinò il ius respondendi e, nell'intento di affermare sempre maggiormente l'influenza del princeps, diede al giurista Salvio Giuliano l'incarico della definitiva sistemazione dell'Editto (v.) pretorio, arrestando così anche la residua attività creatrice del pretore.

Anche Adriano non era però riuscito a creare un sistema capace di assicurare automaticamente la successione. Egli aveva nominato Caesar e insignito della tribunicia potestas Antonino Pio (v.), che nel 138 salì al trono e durante il lungo regno del quale si ebbe una nuova espansione dell'Impero. Un fenomeno interessante dal punto di vista costituzionale si ebbe con i successori, AURELIA (v.) e Lucio Vero, che regnarono insieme negli aa. 161-69. A partire dalla morte di Antonino Pio, R. si trovò a dover affrontare una duplice minaccia, ad occidente e ad oriente. La pressione delle popolazioni germaniche non doveva praticamente più arrestarsi: e COMMODIANO (v.) dovette limitarsi a perfezionare e rafforzare il sistema del limes adrianeo. Con questo Imperatore si chiude quella che può chiamarsi la «dinastia» degli Antonini. Essa è caratterizzata da un governo rivolto solo a conservare la situazione ereditata dai precedenti imperatori, governo ispirato alla mitezza, per quanto proprio

prio in quest'epoca si sia registrato un inasprimento nella politica verso i cristiani.

Alla morte di Commodo seguì una grave crisi, conclusasi con Severo (v.). Questi concluse quel processo di parificazione delle regioni orientali con le altre parti dell'Impero che si era iniziato già al tempo di Adriano e che produceva alla concessione della cittadinanza a tutti coloro che erano in orbe romano, Caracalla (v.) nel 212.

L'età dei Severi, Alessandro Severo (v.), è quella che vede affermarsi la prevalenza dell'esercito su ogni altra forza dello Stato, anche per la designazione degli imperatori. Ma assiste anche all'ultima grande fioritura della giurisprudenza, Papiniano (v.), Paolo (v.) Ulpiano (v.).

IX. L'IMPERO ASSOLUTO

Dopo il 235, data della morte di Alessandro Severo, ha inizio un periodo di grave crisi. È anche in quest'epoca che si verificano alcune tra le più gravi persecuzioni contro i cristiani. Per salvare lo Stato da una rovina che sembrava imminente occorreva una forte personalità: Diocleziano (v.). L'opera energica da lui spiegata sembrò riportare ordine nell'Impero; ma una gran parte delle sue riforme non poteva, per le condizioni obiettive del momento, durare. Anche la tetrarchia non fu in grado di assicurare la successione e l'Impero ebbe nuovamente un solo sovrano con il successore Costantino. Rimandando per le vicende storiche all'esponente relativo e ad ORIENTE, IMPERO DI, basterà qui ricordare che a Diocleziano e a Costantino si deve la nuova organizzazione dell'Impero, sia territoriale (in prefetture, diocesi e province), sia burocratica. Lo Stato, infatti, è retto ormai da un ordinamento a piramide, di cui vertice si trova l'imperatore, con accanto quattro grandi funzionari centrali, il magister officiorum (v.), il quaestor sacri palatii (v.) e, per le funzioni finanziarie, il comes sacrarum largitiorum ed il comes rerum privatorum.

Nella nuova struttura costituzionale, l'imperatore non è ormai più il princeps, ma è il dominus assoluto; e poiché il suo potere è di origine divina e alla divinità si ricollega, è anche deus. Su questa concezione del potere imperiale hanno, con ogni probabilità, influito gli ordinamenti orientali (specialmente persiani). Ma è interessante notare come tale concezione, volta soprattutto a respingere la sempre più pericolosa influenza ed a controbilanciare il peso delle truppe barbariche e dei loro capi, sia stata propria di Diocleziano come degli imperatori cristiani o cristianizzati, pur avendo, beninteso, diversa base, dato il mutamento nel culto dell'Impero.

L'affermazione del potere assoluto dell'imperatore apre l'ultimo periodo della storia costituzionale di R. Tale periodo, che vide la definitiva decadenza politica dell'Italia e di R., e la capitale stessa trasferita in Oriente, è considerato comunemente come un periodo di crisi. Chi consideri tuttavia come quest'epoca abbia veduto l'attuazione della unità romano-cristiana e la costituzione di uno Stato che è il primo esempio di una organizzazione burocratico-politica di tipo moderno, dovrà parlare non di una crisi ma di una trasformazione colossale, attraverso la quale doveva perpetuarsi non tanto un ordinamento politico concreto, quanto e più l'idea dell'Impero, che doveva poi continuare in quella del «sacro» Romano Impero.

BIBL.: per la storia politica: E. Gibbon, The history of the decline and fall of the Roman Empire, 6 voll., Londra 1776 sgg. (trad. II. di G. Belvederi, 2 voll. in 10 tomi, Torino 1926); Th. Mommsen, Römische Gesch. 4 voll. in 2 tomi, Berlino 1874-75 (il vol. V [*Die Provinzen von Caesar bis Diocletian], 6ª ed., ivi 1885, trad. II. 3 voll. in 2 tomi, Torino 1923 sgg.); G. De Sanctis, Storia dei Romani, 5 voll., Roma 1907-23; E. Pais, Storia critica di R., 5 voll., ivi 1926-28; J. Vogt, Die römische Republik, Friburgo in Br. 1932 (trad. II. Bari 1939); G. Ferrero, Nouvelle hist. romaine, Parigi 1936; P. Ducati, L'Italia antica, Milano 1937; R. Paribeni, L'Italia imperiale, ivi 1938; G. Giannelli, R. nell'età delle guerre paniche, Bologna 1938; G. Corradi, Le grandi conquiste mediterranee, ivi 1945; F. Altheim, Römische Geschichte, Berlino 1948; A. Pignaniol, Hist. de R., Parigi 1949; R. Paribeni, L'età di Cesare e di Augusto, Bologna 1950; A. Calderini, I Severi. La crisi dell'impero nel terzo secolo, ivi 1951; L. Pareti, St. di R. e del mondo romano*, 2 voll., Torino 1952.

Per la storia giuridica: Th. Mommsen, Römisches Staatsrecht, 5 voll. in 4 tomi, 3ª ed., Lipsia 1887 sgg.; P. Bonfante, Stor. del dir. rom., 2 voll., Roma 1934; P. de Francisci, Stor. del dir. rom., I, Milano 1939; II, 1, ivi 1938; III, 1, ivi 1936; id., Arcana imperii, vol. III, 1 e 2, ivi 1948; V. Arangio-Ruiz, Storia del dir. rom., Napoli 1950; G. Scherillo-A. Dell'Oro, Man. di stor. del dir. rom., Milano 1950; F. De Martino, Stor. della costituzione rom., I, Napoli 1951. Si ricordano poi alcuni studi recentissimi su punti particolari: G. I. Luzzatto, Le organizzaz. preeviche e lo Stato, in Publicaz. della Facoltà di Giurisprudenza dell'Univ. di Modena, Bologna 1948; C. W. Westrup, Quelques recherches sur le problème des origines de Rome, in Revue intern. des droits de l'antiquité, 3 (1949), p. 551 sgg.; P. de Francisci, La formazione della comunità politica romana primitiva, estr. da Ann. Triestini, 21 (1951), sez. 1ª; U. Coli, Regnum, Roma 1951. Rodolfo Danieli

#### IV. RELIGIONE DEI ROMANI.

SOMMARIO:

I. Fonti e studi

II. I precedenti storici

III. Fondazione di R. e prima fase della religione romana. -

IV. Dalla fondazione del culto capotolino all'inizio della cultura ellenistica

V. Dai primi influssi ellenistici all'età augustes

VI. L'Impero

VII. Il culto privato.

I. FONTI E STUDI

Lo studio storico della religione romana si trova davanti a una difficoltà fondamentale e permanente: la cultura letteraria romana si forma solo al contatto e sul modello della cultura ellenistica, a cominciare dal sec. III a. C. in poi; salvo relativamente pochi documenti archeologici, tutti i dati sulla religione romana provengono dunque da un'epoca in cui le classi colte romane che li tramandano, pensano in categorie ellenistiche estranee alle forme mentali che hanno creato la civiltà romana più antica. Nel campo religioso, quasi tutte le divinità vengono considerate identiche a divinità greche analoghe; i miti, i tipi iconografici e le concezioni teologiche di queste vengono senz'altro applicati a quelle. Solo i fatti, d'ordine per lo più cultuale, registrati dagli storici e dagli antiquari, possono servire di base sicura per quel lavoro di ricostruzione che è essenzialmente il compito dello studioso della religione romana.

Le fonti letterarie devono dunque passare attraverso un severo vaglio critico. Inoltre, il grande naufragio della civiltà classica ha travolto la maggior parte della letteratura che poteva esser utile ai presenti fini: si sono salvati più facilmente i grandi poeti classici e i testi di scuola, tarde compilazioni, che non gli scritti antiquari relativamente fidati che, come le opere di Varrone o di Verrio Flacco, si basavano ancora, almeno in parte, sugli scritti sacerdotali e sull'osservazione diretta dei fatti. Le iscrizioni, le monete, i monumenti artistici, provengono ugualmente dall'età e dagli ambienti ellenizzati, facendo appena trapelare qua e là qualche elemento genuino della religione romana.

Dopo pochi predecessori, M. Terenzio Varrone (sec. I a. C.) ha svolto un'attività colossale nel campo delle antichità religiose romane: le sue opere, ca. 500 libri, rimaste in minima parte, sono state sfruttate per tutta la durata della civiltà romana. Gli eruditi posteriori, Gello, Macrobio, gli scoliasti e i Padri della Chiesa (s. Agostino ha lasciato un riassunto delle perdure Antiquitates rerum humanarum et divinorum varroniane) attingono in buona parte da lui e da qualche altro erudito più antico (come il menzionato Verrio Flacco, la cui scienza sopravvive, ridotta, nel glossario di Festo, a sua volta ridotto da Paolo Diacono). Anche i poeti, come Ovidio nei Fasti (commento poetico al calendario festivo romano), si basano su questa tradizione grammatico-antiquaria, che, del resto, ha salvato anche alcuni frammenti di formole rituali antiche (p. es., del carmen saliare), di regolamenti cultuali, di notazioni annalistiche, ecc. Sono preziose anche le informazioni di autori greci (Plutarco, Dionisio d'Alicarnasso), che rilevano volentieri gli elementi specificamente romani della religione.

Le fonti epigrafiche, iscrizioni sparse per tutto l'Impero romano, sono pubblicate nel CIL di Th. Mommsen, integrato dai vari periodici epigrafici (Ephemeris epigraphica; Année épigraphique, ecc.). A parte le innu-

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ROMA - Porta S. Sebastiano. Ricostruita nel sec. V dall'imperatore Onorio e restaurata nel sec. VI da Narsete - Roma.
(fot. Evi)
merevoli dediche che rivelano la diffusione dei singoli culti, epiteti e funzioni delle divinità ecc., si sono conservati epigraficamente anche alcuni documenti cultuali diretti (le tavole degli Arvali, il rituale dei ludi secolari, i calendari, ecc.).

Le monete si trovano raccolte e siatemate in opere di Cohen, Babelon, Mattingly ed altri, e gettano luce su aspetti della politica religiosa dell'epoca cui risalgono.

È difficile accennare in poche parole ai contributi dell'archeologia e particolarmente degli scavi, ma ognuno capisce che a cominciare dalla disposizione architettonica di un tempio fino ad un mattone timbrato che ne permette la datazione cronologica, da un bassorilievo simbolico di un sarcofago fino alla minuta suppellettile della tomba o ai resti del sacrificio funebre, tutto può avere importanza per lo studio della religione.

Gli studi sulla religione romana s'iniziano dunque sin dall'antichità romana stessa, ma subito nel segno dell'identificazione sostanziale con la religione greca. Per trovare le prime distinzioni coscienti tra le due grandi religioni del paganesimo, che per tutto il medioevo e anche per l'umanesimo rimane un concetto indifferenziato, bisogna arrivare addirittura al principio del secolo scorso; ma proprio allora, soprattutto sotto l'influsso del romanticismo tedesco, si delinea una netra preferenza dei classici per la civiltà e religione greche, più antiche, artisticamente e filosoficamente più formate della religione romana che, all'esame dei dati, appare come una povera imitazione. Fu necessaria la posizione energicamente critica del Niebuhr per dar l'avvio a un indirizzo scientifico in tutto il campo degli studi romani. Dopo i primi tentativi di sintesi del Hartung, del Klausen o i lavori di dettaglio dell'Ambrosch o del Preuner, la religione romana ottiene finalmente il suo posto a fianco di quella greca, p. es., nell'attività diligente, sebbene compromessa da un naturismo semplicista, di L. Preller. Ma una nuova fase, più rigorosamente scientifica, viene aperta

solo sotto l'influsso e gli stimoli di Th. Mommsen, che determinano la, nascita della cosiddetta scuola filologico-storica. Alfred von Domaszewski e Georg Wissowa, il quale ultimo sarà poi l'autore del manuale tuttora fondamentale sulla religione romana nonché rieditore dell'importante volume sulle antichità religiose romane di J. Marquardt, sono allievi diretti del Mommsen. La Scuola filologico-storica getta le basi scientifiche per lo studio della religione romana appurando minuziosamente la consistenza dei dati e traendone tutte le deduzioni filologicamente possibili: essa viene pregiudicata, invece, dalla sua limitazione strettamente filologica e dalla mancanza di prospettive storico-religiose. Un certo correttivo le proviene dallo sviluppo degli studi folkloristici (iniziati, in Germania, dai Grimm e sfruttati per il campo classico dal Mannhardt), dal nascente interesse etnologico (in Inghilterra: W. Warde Fowler) e storico-religioso universale (in Francia: scuola di S. Reinach). Così la religione romana entra a far parte del materiale di studio delle religioni comparate (ed esce dal limitato orizzonte della comparazione greco-romana, rappresentata dal Preuner o, più tardi, dal Roscher), ciò che però porta a un'accentuazione degli schemi generali e astratti dell'evoluzionismo (Deubner) e ad un allontanamento dalla specifica spiritualità classica. Intanto, con il progresso degli studi storici, l'orizzonte della civiltà classica si amplia: la religione romana non può più esser trattata isolatamente e nemmeno nei quadri di una comparazione generica. La concreta unità storica in cui va inquadrata è l'antica civiltà mediterranea - dall'Asia Minore, attraverso la Grecia, fino alla Spagna - ed entro questa bisogna fare i conti con l'eredità culturale dei popoli di lingua indoeuropea di cui gli Italici fanno parte. Attualmente tutto lo studio della religione romana si trova rimesso in gioco, in parte per merito delle critiche della scuola di F. Altheim alla sintesi filologico-storica, in parte per i nuovi sviluppi della comparazione «indoeuropea» (G. Dumézil) ed etnologica (H. J. Rose).

Il primo lavoro scientifico sulla religione romana è il volume di J. A. Hartung, Die Religion der Römer (Erlangen 1836). I due volumi di R. H. Klausen, Aeneos und die Penaten (Amburgo 1839-40) rappresentano un incontro tra le nuove esigenze scientifiche e la ancora non morta sensibilità romantica, anche se con una notevole mancanza di senso critico. Di J. Ambrosch meritano tuttora di esser letti Studien und Andeutungen im Gebiete der altrömischen Bodens und Cultus (Breslavia 1839) e Über die Religionsbücher der Römer (Bonn 1843). A questo punto interviene nello studio della religione romana un più severo criterio scientifico, accompagnato purtroppo da un crescente inaridimento spirituale. L. Preller, Römische Mythologie (3ª ed. a cura di H. Jordan, Berlino 1881-83) è un esempio più del secondo che non del primo fattore. La scuola di Th. Mommsen (che nei suoi lavori sulla storia, sul diritto, sulle iscrizioni e sulla cronologia romani ebbe anche personalmente a trattare argomenti religiosi) rivela i suoi caratteri nell'opera di J. Marquardt, che costituisce il III vol. della mommseniana Römische Staatsverwaltung (il vol. III in 2ª ed. curato da G. Wissowa, Lipsia 1885). Le opere in cui W. Mannhardt ha svolto le sue tesi folkloristiche sono Antike Wald- und Feldkulte (Berlino 1877) e le (postume) Mythologische Forschungen (Strasburgo 1884). Per la letteratura generale più recente V. BIBLICA.

II. I PRECEDENTI STORICI

La religione romana, come ogni altro prodotto culturale, è determinata sostanzialmente da tre fattori basilari: l'eredità culturale della gente che l'ha creata, gli influssi dell'ambiente in cui è sorta e lo specifico momento storico creativo, grazie al quale si è costituito come unità inconfondibile ed organica. Di una religione romana si può parlare solo dal momento in cui R. esiste: e ciò non per cavillo logico, ma perché R., costituitasi in unità politica, si distinguerà immediatamente dal suo ambiente per orientamento spirituale non prima del sec. VIII a. C. per opera di varie popo-

lazioni italiche (latine e sabine). L'eredità culturale di queste popolazioni ha le radici in un'alta civiltà arcaica: le parole latine riguardanti l'organizzazione sociale (p. es. rex), sacerdotale (p. es. flamen), alcune divinità (p. es. Iuppiter) ricorrono in altre forme presso diversi popoli di lingua indoeuropea, dall'India ai Celti occidentali, dimostrando l'esistenza di una comune civiltà originaria. Ciò non vuol dire che anche il livello culturale di quelle popolazioni, che hanno trascorso lunghi secoli in migrazioni e in una probabilmente dura lotta per l'esistenza, si sia mantenuta sempre a una altezza paragonabile, p. es., a quella dell'India vedica: ma le forme strutturali della civiltà, in parte, si sono salvate. Il nuovo ambiente era satturo delle irradiazioni di altre alte civiltà, le civiltà mediterranee: nell'Italia centrale si trovano, dal principio del I millennio a. C., gli Etruschi, provenienti verosimilmente dall'Asia Minore. Le vie del commercio dell'Oriente mediterraneo avvolgevano nella loro rete anche l'Occidente: i colonizzatori greci, apparsi in Italia nel sec. VIII a. C., percorrevano strade già calcate dal commercio orientale, p. es., cretese. Al momento della fondazione di R., la cultura più ricca dell'Oriente doveva far l'effetto di una rivelazione sulle popolazioni italiche necessariamente rudi, benché tutt'altro che barbare e «primitive». In questa costellazione culturale estremamente complessa si matura il momento in cui i diversi gruppi di popolazione abitanti nel territorio della futura R. avvertiranno l'esigenza di costituirsi in unità politica e sacrale, fondando una città-Stato sul tipo e sul livello delle città del loro ambiente.

III. FONDAZIONE DI R. E PRIMA FASE DELLA RELIGIONE ROMANA. - Per avvicinare la prima fase religiosa romana si hanno pochi punti di partenza, ma fortunatamente alcuni anche fondamentali: in primo luogo il calendario che, conservato inalterato, e cioè con aggiunte ben distinte nei calendari delle età più recenti, dimostrabilmente risale a un'epoca anteriore alla fondazione del culto capitolino (509 a. C.). Esso è come la carta dell'unione religiosa delle comunità viventi a R., unite ormai anche politicamente, in quanto comprende culti sia del Palatino sia del Quirinale; nei nomi divini e nei nomi dei mesi si nota un rilevante influsso etrusco. È un calendario luni-solare di dodici mesi (più un periodo intercalare) con 45 feste fisse in giorni dispari (con due eccezioni). I giorni della luna nuova (kalendae) e piena (idus), nonché il nono giorno precedente le idus (nonae) hanno un nome particolare: inoltre ogni giorno porta una sigla che ne definisce il carattere sacrale. Le idus risultano sacre a Giove, le kalendae a Giunone. Dai nomi delle feste appaiono altri nomi divini: Vesta, Vulcano, Saturno, Conso, Opi, Pale, Portuno, Angerona, Larentia ecc.

Altre feste hanno un nome derivante dall'azione rituale (p. es., Armilustrium) o dall'oggetto centrale della festa (p. es., Vinalia), ma dati più recenti informano sempre delle divinità interessate: così risulta, p. es., la grande importanza di Marte.

Ci si trova dunque di fronte a una vita sacrale regolata sull'ordinamento cosmico (e anche sul valore attribuito ai numeri) e a un sistema politeistico sviluppato. Tale sistema presuppone già una perfetta e matura fusione degli elementi e influssi di varia provenienza; attraverso l'influsso etrusco agisce anche quello greco (infatti, il plurale neutro dei nomi di festa corrisponde esattamente all'uso dei calendari greci). Le grandi sfere d'interesse religioso sono, come pressappoco in tutti i grandi politeismi arcaici: la vita agraria, la guerra, la morte, i

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ROMA - Il penio del Senato e del popolo romano. Particolare di un rilievo di epoca dominiana - Roma, Museo dei Conservatori.
(fot. Musci Vaticani)
ricorsi cosmici e, con un accento specificamente romano, l'esistenza dello Stato.

Siccome nella letteratura romana che nasce, come si è detto, molto più tardi, molte divinità del calendario passano in secondo piano e, anzi, quasi scompaiono (p. es., Portuno, Volturno, Furrina), e d'altra parte sono proprio queste divinità che risultano, dai dati antiquari, avere un proprio flamen, si può dedurre che anche l'originaria organizzazione sacerdotale risale almeno in parte all'epoca del calendario: anche perché in essa domina il numero 12 (12 flamini, 12 salii), quello dei mesi.

L'organizzazione sacerdotale può esser brevemente riassunta così. Vi sono quattro collegia sacerdotali: quello dei pontefici, che comprende il rex sacrorum, i flamini, le vestali e i pontefici propriamente detti; quello degli auguri, quello (certamente posteriore al calendario) dei duoviri (più tardi aumentati fino a diventar quindecemviri), addetti alla consultazione dei libri sibillini, e quello dei triumviri epulonum. Inoltre vi sono sodalità sacerdotali che si distinguono dai collegia forse per un'attività legata ad occasioni o ricorrenze singole. Queste sono: i Fetiales, i Salii, i Luperci, gli Arvali, i Titii. Le sfere di competenza dei singoli sacerdozi sono ben delimitate. Il rex sacrorum ha funzioni specifiche, probabilmente quelle che ancora nel tempo del calendario erano riservate al re (culto di Giano). I pontefici sono i regolatori esperti della vita sacrale dello Stato, i sovrintendenti di ogni culto, senza rapporti specifici con determinate divinità o con determinati tipi di funzione religiosa. I flamini sono invece sacerdoti particolari di singole divinità - i tre flamini maggiori sono quelli di Giove, di Marte e di Quirino -, ciò che non esclude la loro partecipazione nei culti di altre divinità ben determinate: così pure le vestali. Gli auguri hanno il compito esclusivo di accertarsi del favore divino per le imprese dello Stato e di assicuro-

rare le condizioni rituali necessarie per ogni atto che le richieda. I sacerdoti addetti ai libri sibillini dovevano dedurre da questi i provvedimenti sacrali eccezionali da adottare nelle varie situazioni che si presentavano nella vita dello Stato.

In base ai nomi di feste, alle specialità sacerdotali e con l'aiuto di dati più recenti si può ricostruire parzialmente anche la grande varietà dei riti. I sacrifici stessi, che potevano esser cruenti o incruenti, erano molto vari: agli dèi spettavano vittime maschili, alle dee vittime femminili; anche il colore della vittima dipendeva dal carattere della divinità (vittime nere agli Inferi); a Giove, alle idus, spettava una pecora, a Giano un ariete, a Marte un cavallo o i suovetavilia (sacrificio di un porco, una pecora e un toro), ecc. Oltre ai sacrifici vi sono le lustrazioni, riti purificatori. Alcuni riti sono collegati con processioni, altri con danze (dei Salii), altri con corse di uomini (Luperci) o di cavalli (equus october), ecc. È indubbia l'antichità di altre forme rituali, come il votum, l'auspicium, l'evocatio, ecc.

I luoghi sacri sono ben definiti: alcune divinità devono avere i loro santuari fuori del pomerio, altre nell'interno della città. In questa prima fase sembra mancassero i templi costruiti in pietra: vi erano invece are collocate in recinti sacri o in grotte.

IV. DALLA FONDAZIONE DEL CULTO CAPITOLINO ALL'INIZIO DELLA CULTURA ELLENISTICA

I quadri sopra caratterizzati della religione romana sono stati dunque fissati nel periodo tra la fondazione della città e l'inizio del sec. v a. C. Essi rappresentano la base permanente di ciò che si può chiamare religione romana, non nel senso che sia creata ex nihilo dai Romani, ma in quanto i suoi vari elementi abbiano raggiunto a R. una forma organica ed autonoma, nettamente distinta da tutte le altre religioni dell'ambiente e, a maggior ragione, del mondo. Questa base rimarrà fedelmente conservata nel culto pubblico per tutta la durata della romanità. Essa però non è un sistema rigidamente chiuso, ma solo una base, suscettibile di ampliamenti organici dettati dalle esigenze che sorgono nel corso della storia.

L'autonomia della civiltà romana si manifesta, nel campo politico, per la prima volta con l'espulsione di una dinastia regnante etrusca e con la proclamazione della Repubblica. Lo Stato come tale, amministrato da magistrati, anziché incarnato in un monarca, non riconosce più sopra di sé che il volere degli dèi: a Giove, liberato da ogni preponderante elemento naturistico e concepito puramente come optimus maximus, sciolto anche dalla polarità con Giunone, vengono conferiti gli attributi regali (senza tuttavia il titolo odioso di rex); il colossale tempio capitolino, costruito dagli ultimi re, viene dedicato a lui nel 509 a. C., che la tradizione considera come primo anno della Repubblica; al fianco del dio supremo, in posizione subordinata e tra di loro uguale, stanno Giunone Regina e Minerva.

La sua rivoluzione politica mette R. in deciso contrasto con il suo ambiente, costringendola a una tenace lotta destinata a terminare con l'egemonia romana in Italia; d'altra parte dà inizio a uno sviluppo di politica democratica, nel corso del quale le classi non patrizie riescono gradualmente ad affermare le proprie esigenze. Questi due motivi fondamentali, più uno straordinario sviluppo culturale dovuto sia a una maggiore coscienza sia al contatto ravvicinato con i popoli circostanti e all'allargamento degli orizzonti storici, determinano lo svolgimento della religione romana tra il sec. v e il III a. C. I nuovi culti, che trovano ormai sede in templi ben costruiti, si portano al livello della classica spiritualità greca: appaiono a R. le plastiche figure divine dell'Olimpo ellenico. Apollo, la cui venerazione è già un presupposto dell'uso dei libri sibillini (introdotti a R. forse già in

epoca monarchica e custoditi nel tempio capitolino), ottiene un tempio nel 431; Mercurio ancora nel 495. Nel lettisternio del 399 a. C. figurano le « dodici divinità » del culto greco. Intanto, la plebs delinea una propria fisionomia religiosa: il primo passo, in questo senso, è l'introduzione del culto della triade Ceres-Liber-Libera (corrispondente alle divinità greche Demeter, Dion.so, Persefone), sin dal 494 a. C. Anche il culto di Diana aven-tina, oltre al suo aspetto di politica « estera » (esso è un culto federale latino nel segno dell'egemonia romana), ha un carattere plebeo. La lotta della plebs in campo religioso culminerà con la conquista del diritto di entrare nei sacerdoti pubblici, sanzionata dalla lex Ogulnia (300 a. C.). Estendendo il suo dominio, R. estende naturalmente anche la sua religione: accoglie, trasformandoli secondo il proprio spirito, i culti dei popoli sottomessi (Diana, a R., perde il suo sacerdote-schiavo che ha nella valle aricina; Giunone Sospita il culto del serpente che le è connesso a Lanuvio; Fortuna Primigenia l'oracolo che è la sua specialità a Palestrina, ecc.). Prendono inoltre grande sviluppo i culti che consacrano gli ideali fondamentali che devono guidare R. in questo suo periodo di ascesa: come già in epoca arcaica il culto di Fides (la cui grande antichità è dimostrata, oltre che dalla tradizione, dalla partecipazione dei tre flamini maggiori), ora quello di Spes (477?), di Salus (302) di Concordia (367), con riferimento alle contese tra patriziato e plebs, di Victoria (294), esprimono il senso sacrale che R. conferisce ai capisaldi della propria condotta.

V. DAI PRIMI INFLUSSI ELLENISTICI ALL'ETÀ AUGUSTEA

In poche storie nazionali si osserva una rottura così brusca nello svolgimento culturale com'è quella che avviene a R. al primo contatto diretto con il mondo ellenico. Ed è comprensibile: i Greci in quel periodo hanno già superato l'apice della loro maturità e rivelano tendenze verso le raffinatezze culturali ed intellettuali: R., sostanzialmente arcaica, ma con esigenze di superiorità, cerca di assimilare quel grado culturale superiore che la colpisce nei propri avversari. Da un momento all'altro (nel sec. III a. C.: dalle prime guerre con la Magna Grecia) sorge la cultura intellettuale, letteraria, artistica romana.

Nel campo religioso lo Stato controlla i culti ammessi. Esculapio è la prima divinità greca accettata dalla Grecia stessa (295 a. C.). Ma ormai la Grecia non è più la sola Grecia: è il mondo ellenistico, saturo di influssi orientali. Da questo mondo arriva a R., nel 205 a. C., il culto della dea frigia Cibele, detta a R. Magna Mater Deum Idaea (con allusione alle origini troiane dei Romani): caratteristicamente, la religione romana l'accoglie solo a patto di trasformarlo in accordo con le proprie forme rituali e di isolarne gli elementi non compatibili con queste, affidandoli a sacerdoti frigi che non figurano nel culto pubblico.

Nel sec. III, e anche durante le guerre annibaliche, la continuità del culto pubblico è dimostrata da una serie di fondazioni di templi dedicati alle divinità più antiche: Conso, Pale, Tellus, Giano, Giuturna, ecc. Ma nelle masse private, e precisamente sia nella classe intellettuale ormai dedita, in corpo e anima, alla cultura ellenistica, sia nel popolo diventato straordinariamente misto durante la vertiginosa crescita che ha fatto di una piccola città una potenza mondiale, avviene un notevole allontanamento dalla religione arcaica. Lo Stato, all'erta, combatte i culti incompatibili con la sua linea religiosa: la sanguinosa repressione dei Baccanali (186 a. C.) costituisce un'energia battuta d'inizio di quella serie di provvedimenti che lo Stato prenderà nei riguardi di ogni orientamento religioso che, nel segno della salvezza individuale, porta a trascurare il supremo interesse pubblico: così si arriverà, attraverso le ostilità contro i culti orientali,

tali, l'astrologia, gli ebrei, fino alle persecuzioni dei cristiani.

Nel sec. I a. C. le classi dirigenti stesse difficilmente scindono i loro doveri pubblici e la loro formazione culturale ellenistica. Un aspetto del mondo religioso ellenistico-orientale è la monarchia sacralmente concepita: esattamente ciò che R. ha dovuto debellare per creare la propria linea spirituale. I primi grandi condottieri romani che operano su scala mondiale, quale Scipione Africano, si rivelano già sensibili alle forme della monarchia ellenistica e le loro pretese trovano pieno consenso da parte della massa composita. Ma questa situazione si matura soprattutto nei tempi di Silla, Cesare, Antonio. La vittoria di Ottaviano su quest'ultimo si presenta a tutta prima come un contraccolpo dello spirito romano contro gli orientamenti ellenistici. E infatti Augusto, che pretende di essere solo il primo magistrato dello Stato e respinge (permettendolo solo nelle province) il culto dedicato alla sua persona, fa sforzi notevoli per restaurare anche la religione romana nelle sue forme antiche. La trascuratezza di queste era arrivata a punti estremi: dall'87 all'1 a. C., R. era senza flamen Diolis; di molte divinità gli eruditi non conoscivano che il nome (Furrina, Angerona, ecc.). Augusto fa restaurare 82 templi. Ma ormai né la sua sensibilità, né quella del popolo sono quelle del romano antico. Quale pontefice massimo, Augusto introduce anche audaci riforme: impone alla religione pubblica i propri orientamenti personali (al nuovo culto di Mars Ultor trasferisce i privilegi del tempio capitolino; intensifica il culto di Apollo; confonde i propri culti privati, di Vesta e dei Penati, con quelli dello Stato, ecc.). E intorno alla sua figura rivive l'ideologia della monarchia ellenistica che con i suoi successori culminerà nel culto imperiale.

VI. L'IMPERIO

L'età imperiale porta a termine il processo iniziato durante la fine della Repubblica: processo nel corso del quale la religione romana propriamente detta si tramuta nella religione del mondo ellenistico dominato da R. Non che scompaiano gli elementi fondamentali del culto romano: attraverso i suoi organi amministrativi e militari R. impone al mondo il rispetto dei suoi dèi e particolarmente il culto capitolino; d'altra parte il popolo italico conserva fedelmente i riti del culto domestico. Ma la coscienza religiosa generale subisce definitivamente l'ascendente di due nuovi fattori della religione: il culto imperiale e i culti orientali.

Ad ogni modo, per valutare giustamente l'importanza e misurare la novità di questi fattori, bisogna tener presenti alcuni fatti. Il culto imperiale non ha solo radici nella fine della Repubblica, ma anche radici più profonde nella lontana protostoria mediterranea, in cui una volta era inquadrata anche la nascente R. Esso significa un'identificazione tra Stato e sovrano, e, attraverso questa formula indiretta, assicura la continuità a quella posizione centrale dello Stato che è stata sempre la caratteristica principale della religione romana.

I culti orientali (Iside, Dea Syria, Giove Dolicheno ed Eliopolitano, Attide, Mitra: V. voci singole) conquistano in misura crescente le masse miste dell'Impero. Ma in essi bisogna distinguere diverse sfumature. Le divinità esotiche potevano apparire ai Romani come identiche o simili alle divinità del loro politeismo (Iside e Fortuna; il Ba'al di Doliche e Giove ecc.) ed assimilarsi, sincretisticamente, a queste: in tal caso esse non rappresentano una novità sostanziale nella vita religiosa romana. La loro moda presso gli intellettuali può ingannare nei riguardi del suo effettivo valore religioso che, in questo caso, è pressoché nullo. Praticati in forma autentica dai fedeli esotici stessi, questi culti non hanno significato per la religione romana. La loro forma più importante è quella misterica, lungamente osteggiata dallo Stato: ma quando le classi dirigenti romane si fanno iniziare a tutti i misteri orientali, ciò significa due cose: prima, che i misteri hanno già perso la loro forma originale e

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ROMA - La triade capitolina con Giove al centro. Particolare dell'arco di Traiano (114-17 d. C.) - Benevento.
(fot. Alinari, da calco)
ben definita, per diventare tutti la stessa cosa; seconda, che essi ormai rappresentano un fronte comune, e precisamente in funzione romana e pagana, contro l'unico vero pericolo per il paganesimo romano: il cristianesimo.

VII. IL CULTO PRIVATO

Esso non ha, nel senso proprio della parola, una storia. La differenza tra culto pubblico e culto privato è che quest'ultimo, anziché dallo Stato come tale e dai suoi elementi costitutivi, è praticato dagli individui e dai loro raggruppamenti privati (famiglia, gens, associazioni), e praticato direttamente, senza cioè mediazione sacerdotale. Tra le divinità del politeismo romano vi sono diverse che interessano più lo Stato (Giano, Vesta, Quirino, ecc.) che non l'individuo, e viceversa (Silvano); altre hanno una ragion d'essere solo nell'ambiente privato (divinità del culto domestico: Genio individuale, Lari, Penati della famiglia, ecc.: V. voci relative). I culti domestico e campestre, particolarmente, conservano le loro forme arcaiche per tutta la durata del paganesimo romano.
BIBL.: W. W. Fowler, The religious experience of the roman people, Londra 1911; G. Wisowa, Religion und Kultus der Römer, 2ª ed., Monaco 1912; H. M. R. Leopold, De Ontwikkeling van het Heidendom in Rome, Rotterdam 1918; L. Deubner, Die Römer, in A. Bertholet - E. Lehman, Lehrbuch der Religionsgeschichte, Tübinga 1925; C. Bailey, Phases of the roman religion, Berkeley 1932; F. Altheim, A history of roman religion, Londra 1938; N. Turchi, La religione di Roma antica, Bologna 1939; A. Grenier, La religion romaine («Mana», Introduction à l'histoire des religions, II, III), Parigi 1948. Angelo Brelich

V. LETTERATURA ROMANA ANTICA.

SOMMARIO:

I. Età arcaica

II. Età repubblicana

III. Età imperiale.

All'indomani della fondazione di R., verso il sec. VIII-VII a. C., le varie stirpi italiche nei loro diversi dialetti non avevano lasciato alcun documento letterario nel vero significato del termine. Le numerose epigrafi falsche-osco-umbre, peligne, sabelliche, ecc., sin qui pervenute, contengono per lo più leggi sacre, espressioni dedicatorie, giuridiche e formole di culto

(p. es: tabulae Eugubinae, umbre; tabula Bantina, di Agnone, di Capua, osche, ecc.). Né si può considerare risultato di un travaglio letterario l'iscrizione falsica incisa su di una coppa: - foied. uino. pipafo. cra. carefo - (oggi berro vino domani ne sarò privo: Corpus inscrip. Etruscarum, 8179, 80), anche se tale precetto scaturisca da uno stato d'animo facile e contingente.

I popoli italici, a parte i miti, preghiere, carmi e forme mimiche tramandate oralmente e nella tradizione, hanno lasciato un substrato che si ritrova sempre duraturo al fondo della mentalità romana: chiarezza di pensiero, severa religiosità, concreta espressione degli umani sentimenti. Scorrendo le più antiche iscrizioni latine, si rimane colpiti da questa riservatezza, dalla grave pietas da cui sono pervase le epigrafi sacrali, le leggi, gli elogi consolari e le lapidi funerarie. Specie da queste ultime, voci di spose, di madri, di fanciulli, di schiavi parlano quasi consapevoli del grande mistero che hanno affrontato e serenamente enumerano al viandante i pregi che ebbero in vita: ed hanno frasi che denotano una consapevole accettazione più che un rassegnato abbandono. Egualmente i precetti rituali, le leggi sacre, ecc., obbediscono a questo intimo senso di equilibrio e di praticità, alla significazione della propria individualità che, con il trascorrere degli anni, pur affinandosi spiritualmente, costituisce parte non lieve dell'espressione letteraria latina.

I. ETÀ ARCAICA

Tradizionalmente si fa iniziare la letteratura romana con l'Odysia di Livio Andronico (sec. III a. C.); tuttavia non si considererà tale inizio sotto il segno della traduzione del poema omerico, quanto con il ricordo dell'inno che, in onore di Iuno Regina, Andronico compose per essere cantato da ventisette fanciulle in espiazione di alcuni prodigi allora verificatisi. Proprio il carmen di questo semigraecus, che Livio (XXVII, 37, 7) critica per la rozza composizione, inaugura degnamente l'età arcaica, tutta pervasa da spirito eroico e di riverente timore per il divino. Il faticoso lavoro di conquista per amalgamare le fiere popolazioni italiche, la grande epopea delle guerre puniche costituiscono materia di nobile canto e degna memoria per il romano, se di esse si rende interprete Cn. Naevius. Nevio, che già aveva onorevolmente militato durante la prima guerra punicia, fu il creatore di un dramma nazionale con la fabula praetexta e il suo Bellum Poenicum, che prende le mosse dall'avventurosa venuta di Enea nel Lazio, riallaccia idealmente gli avvenimenti a lui contemporanei ai carmina convicialia, alle naeniae in onore degli antenati, alle antichissime leggende eroiche e religiose. I carmina convicialia per il loro genere di poesia costituiscono i prodromi dell'epopea romana e venivano cantati a turno nei banchetti, dai commensali e da fanciulli bennati, a commemorare le lodi e le gesta dei grandi trapassati.

L'età arcaica possiede in larga misura questa devozione per la storia, altro elemento fondamentale della spiritualità latina. Nevio compose il suo poema in saturni, un antico metro probabilmente d'indole recitativa (cf. G. Pasquali, Preistoria della poesia romana, Firenze 1936) e che Ennio, il pater della poesia latina, sostituì con l'esametro nello stendere la grande trama dei suoi Annales.

Alcuni aspetti dell'opera di Ennio testimoniano il contatto con la cultura greco-ellenistica. Su questo incontro della mentalità latina con quella greca, molto si è scritto e discusso specie nel secolo scorso. Oggi, ognuno potrà più serenamente concludere che, se il mondo greco ha indubbiamente rivelato all'esperienza letteraria latina forme di cultura più vaste, facilitando una tecnica più progredita, spesso i due strati spirituali, pur completandosi a vicenda, si lasciano individuare e sovente quello greco può avere poca o nessuna presa sulla mentalità latina. Plauto contamina arditamente commedie greche e ne latinizza i metri, ma scene e situazioni sono improntate dall'ambiente romano, anche se i suoi personaggi recano nomi greci e l'azione teatrale si svolge in città

della Grecia. I suoi numeri innumeri risentono in alcune sue commedie (p. es., la Casina) di quel repertorio di genere burlesco tipicamente italico che nasce e trae alimento dall'ambiente rurale: dai fescennini, dalle stellane, da tutte le anonime farse osche, ecc. (cf. E. Fraenkel, Plastimisches im Plautus, Berlino 1922; G. Pasquali, Plauto, in Pagine quarte e supreme, Venezia 1951; G. E. Dockworth, The nature of roman comedy, Oxford 1952). Il buon senso romano riprendeva sempre il sopravvento contro ogni infatuazione per il greco, considerandola alla stregua di una moda straniera. Lucilio nelle vaturae ne sorrideva prendendo di mira il grecizzante pretore Albucio (Baehrens, 59), la critica letteraria d'accordo con i gusti del pubblico insorgesa contro il teatro di Terenzio riscontrando nelle commedie di lui una derivazione troppo palese da quelle di Menandro (cf. G. Coppola, Teatro di Terenzio, Bologna 1942). L'atteggiamento conservatore dei piccoli proprietari terrieri rappresentato dall'opera, prudentemente illuminata, di Catone il censore (cf. rassegna bibl. di studi in Paideia, 7 [1952], pp. 213-217) ostacola l'attività del circolo degli Scipioni, spregiudicato nei modi e fautore delle nuove correnti.

II. ETÀ REPUBBLICANA

L'età repubblicana ha i suoi significativi esponenti nella prosa di Sallustio e nella poesia di Catullo. Lo storico narra le esperienze e i lati oscuri di una società delle cui vicende è stato protagonista e non si sa se le sue pagine vibrino ancora di corruccio o rimpianto. Catullo esprime l'amore allo stato puro con tutte le sue irrazionalità, i rapimenti e le malinconie. Il De rerum natura di Lucrezio, composto patriai tempore iniquo (v. 41), mentre vuol disgombrare le menti dal timore degli dèi dando nel contempo una spiegazione dei fenomeni naturali, risente tutto del religioso orrore di chi ha tentato sollevare i velami del divino. In tanto fervore si levano qua e là voci di richiamo alla tradizione, nei mimi di Decimo Laberio, nelle sentenze di Publilio Siro, nelle oneste biografie di Cornelio Nepote.

Varrone restino si rifugia nell'otium della sua prodigiosa attività filologica, mentre le sue vaturae menippeae lo dimostrano acuto e caustico osservatore dei difetti della società a lui contemporanea.

A conclusione di questa età, Cicerone esamina quanto delle nuove esperienze politiche e letterarie possa essere inserito nella continuità della tradizione romana o, qualora se ne discosti, respinto come caduco. Nel De natura deorum sono combattuti i dubbi e le esigenze sorte circa il divino per concludere che esiste aliquot numen (II, 2) che nella sua armoniosa intelligenza ordinatrice regge e governa l'universo. Le pagine relative alla morale indicano che non nella sculptus temporanea e corporea risiede il summum bonum, ma il fine spirituale è un altro: ad altiora nati sumus (De fin., II, 34). Le idee sullo Stato cercano di equilibrare i diritti del popolo e i poteri della classe dirigente; la vetus republica così ordinata formava oggetto del suo rimpianto e della sua speranza per il futuro (Ch. Wirzubski, Libertas as a political ideal at Rome, Cambridge 1950, pp. 79-97).

Questo ideale forse troppo cautamente conservatore gli fallì come tavola di salvezza per sopravvivere nel gorgo dei tempi nuovi. Lo stile dei Commentarii di Cesare, fredde e distaccate notazioni di un grande uomo d'arme e altissimo politico, segnano il trapasso alle frasi scarse e essenziali del Monumentum Ancyranum. Tuttavia la cultura dell'età augustea, pur approvando, consapevole o no, le nuove trasformazioni che nella società romana veniva creando l'opera abile e attenta del princeps, par che soffra di una malcelata ansia. A guardarli bene, questi poeti e prosatori, al di fuori di quello che è riecheggiamento formale della realtà esteriore, esprimono tutti un sentimento di indefinibile rimpianto. È la melanconia sottile che traspare da alcune odi di Orazio, più che un richiamo ai suoi prediletti lirici greci, quando il poeta introduce l'ineluttabilità della morte a confronto della lieta vicenda dei giorni terreni; nell'ode a Leuconoe, p. es. (I, 11). È quella tenuità che Tibullo chiama a sostegno della sua fralezza e del suo inquieto amore: tam possim contentus vivere parvo (I, 1, 25). Properzio arricchisce l'elegia di un tono romantico con il rievocare le antiche

età di R. e il desolato squallore di città in rovina. La prosa di Livio conferisce un tono epico alle gesta di R., esaltandone le poetiche fabulae che sono all'origine della sua storia. La poesia di Ovidio rappresenta in quella augustea come una macchia di colore dai contorni mollemente sfumati; con la voluttuosa interpretazione mitologica delle Metamorfosi, con le compiacenze eleganti e preziosse degli Amores e dell'Ars amandi. I Fasti descrivono le feste religiose di R. in quadretti vivaci (su Virgilio, V. la voce relativa).

III. ETÀ IMPERIALE

In età imperiale, gli scrittori originari delle varie parti del mondo latino si rendono interpreti delle accresciute esigenze dell'umano e rispecchiano la realtà nei suoi diversi aspetti. Seneca (v.) testimoniano questo afflato, ricercando una giustificazione dei problemi della vita non in metafisiche altezze ma esaminando e vagliando le terrene inquietudini. È una esperienza ricca e interessante, anche se molte pagine di questo moralista assomigliano talvolta ai consigli di un letterato attento a non sbilanciarsi troppo. Il De brevitate vitae possiede invece un tono e un colore sincero. Il Satiricon di Petronio - se questo autore più che all'età neroniana appartiene al sec. II o III d. C. (cf. E. V. Marmorale, La questione patroniana, Bari 1948) - non si pone problemi; è una storia tra il picaresco e il raffinato, sconcertante e grossolana. La satira di Giovenale carica forse le tinte, ma è la schietta opinione di uno spirito amareggiato e onesto. Permane troppo sotto l'influsso stoico per assurgere a vera poesia quella di Persio.

Più affabili, più insinuanti, più stilisticamente raffinati gli epigrammi di Marziale; elegante e retorica la poesia di Stazio. Gli avvenimenti narrati da Tacito (v.) non tanto vogliono essere una critica, quando l'accoglimento nella storia di una realtà non meno dolorosa. La rovente bramosia di dominio dei condottieri romani, che fa da sfondo alla Giugavina di Sallustio, il fermo e dignitoso combattere delle legioni romane descritte da Livio, viene sostituito nelle Historiae e negli Annales di Tacito dallo spettacolo atroce e miserevole delle guerre civili e da figure di imperatori, sinistri nella loro grandezza. Tacito accetta il principato come inevitabile evoluzione politica, anche se gli uomini ne hanno accolto l'ammaestramento più deteriore e ruere in servitium (Ann., I, 7, 1). In Quintiliano le leggi dell'educazione civile e letteraria, sostenute dalla moralità e dal buon senso, assumono onesta e duratura visione. Al termine dell'età traiana il gusto e la cultura ripiegano su attività erudite (si pensi a Frontone), su noterelle e schermaglie filologiche e grammaticali; si codifica il diritto, nella storia ci si compiace dell'aneddoto e del pettegolezzo piccante. Sistema questo inaugurato da Suetonio e continuato con mano niente affatto felice dagli Scriptores historiae augustae. Son già apparsi i cristiani, apportatori di una exiliabilis superstitio (Tacito, Ann., XV, 44) che non si riusciva a reprimere, confusi da Suetonio con i Giudei assidue tumultuantes (Claud., 25), che gettano un'ombra di perplessità nell'epistolario felicemente impressionistico ma un po' superficiale di Plinio il Giovane (X, 66). Quasi tutti gli autori del sec. II e III d. C. si esaminano con curiosità erudita, pochi si leggono con vero diletto. Sono appunto quelli che partono dall'osservazione del costume quotidiano, come fa con occhio scettico Apuleio nelle sue Metamorfosi.

Alcune voci di minori sono più fresche e sincere; l'ignoto Celeuma o canto di marinai e il Pervigilium Veneris. C'è un ritorno all'osservazione pratica della coltivazione dei campi con il De re rustica di Palladio; filo questo non mai interrotto nella tradizione letteraria latina e che, dipartendosi, si può dire, dal prisco Carmen Arvale, fino a Virgilio, non è mai disgiunto da una morale e religiosa preoccupazione. Un poemetto in cui senti veramente ridere il fresco paesaggio descritto è la Morella di Decimo Magno Ausonio; gonfia e concitata è la poesia di Claudiano. Così si è giunti alle soglie del sec. IV d. C. e da allora in poi è ben difficile sceverare quanto di romano ci sia ancora nelle forme letterarie. Gli ultimi autori che esprime il paganesimo morente sono Aurelio Simmaco, nobilmente ancorato al passato con la sua ora-

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zione per l'ara della Vittoria, e Rutilio Namaziano che nel De vetitia suo trova espressioni d'astio contro i monaci cremiti che abitavano la Capraia (I, V. 439 sg.) e commisera un amico che conduceva vita monastica nella Gorgona (ibid., 517 sg.). Nelle brume dell'isola come nelle rovine di Populonia (ibid., 401) lo scrittore vedeva il tramonto di quegli ideali, peraltro da tempo scomparsi, che avevano animato l'antica letteratura.

BIBL.: storie generali: vasta ed esauriente quella di M. Schanz-C. Hosius, 4 parti in 7 voll. in successive ed.; inoltre: E. Bickel, Lehrbuch der Gesch. der röm. Liter., Heidelberg 1937. Tra le ital. notevoli quella di V. Ussani (età repubblicana e augustea), Milano 1929 e di N. Terzaghi (da Tiberio a Giustiniano), ivi 1934, di A. Rostagni (età repubblicana e augustea), e A. G. Amatucci (età imperiale) rispettivamente XXIV e XXV vol. della Storia di Roma a cura dell'Istit. di studi rom., Bologna 1939-42. Ancora del Rostagni vol. I: La Repubblica, Torino 1949; II, Il Principato e l'Impero, ivi 1952; di E. Paratore, Firenze 1950; di E. Bignone, 3 voll., sino a Cicerone, ivi 1942-1950; di C. Marchesi, 2 voll., 4ª ed., Messina 1950. Rassegna bibl. di studi: E. Paratore, Letter, lat., in Doxa, 1 (1948), pp. 5-39; id., Gli studi di latino negli ultimi 30 anni, in Scritti in onore di B. Croce, I, Napoli 1950, pp. 417-48; K. Büchner-J. B. Hofmann, Latein. Literatur und Sprache in der Forschung seit 1937, Berna 1951. Alcuni tra gli studi particolari: E. Butler, Post augustan poetry, from Seneca to Juvenal, Oxford 1909; F. Arnaldi, Dopo Costantino. Saggio sulla vita spirituale del IV e V sec., Pisa 1927; H. Dressler, Der Anfang der römischen Liter., in Das Neue Bild der Antike, II, Lipsia 1942, pp. 64-84; J. Cousin, Etudes sur la poésie latine, Parigi 1945; G. Funaioli, Studi di letter, antica, 2 voll., in 3 tomi, Bologna 1946-48; J. Vogt, Das röm. Geschichtsdenken und die Anschauung des Tacitus, nel vol. Grosse Geschichtsdenken, Tubinga e Stoccarda 1949, pp. 13-33; L. G. Ellspermann, The attitude of the early christian Latin writers toward Pagan Lit. and Learning, diss. (The Catholic Univ. of America Patristic Studies, vol. 82), Washington 1949; L. Hermann, L'âge d'argent doré, Parigi 1951; R. Marache, La critique littéraire de langue latine et le développement du goût archaïnant au IIe siècle de notre ère, Rennes 1952; H. Bardon, La littérat. latine inconnue, I, Parigi 1952. Sulla lingua di R.: oltre alla storia di A. Meiller, nuova ed., Parigi 1948, di G. Devoto, Bologna 1940, ed. F. Altheim, Gesch. der lateinischen Sprache, Francoforte sul M. 1951. Sui rapporti con l'arte V. H. Jucker, Vom Verhältnis der Römer zur bildenden Kunst der Griechen, Bamberga 1950; G. Becatti, Arte e gusto negli scrittori latini, Firenze 1951. Lanfranco Fiore

B) ROMA CRISTIANA FINO AI NOSTRI GIORNI.

### I. STORIA CIVILE ED ECCLESIASTICA.

SOMMARIO: I. R. nella S. Scrittura. -

II. Storia antica

III. Da Gregorio Magno a Stefano III

IV. I secc. VIII-XII. - V. I secc. XIII-XV. - VI. Dal sec. XVI alla Rivoluzione Francese. -

VII. La Repubblica Romana (1798-99)

VIII. Dalla fine del sec. XVIII al 1849. - IX. Dalla Repubblica romana (1849) ai nostri giorni.

I. R. NELLA S. SCRITTURA. - Dei Romani si parla forse in Dan. 11, 30; di R. o dei Romani indirettamente in I Mach. 1, 11; 7, 1, e direttamente nel racconto dell'alleanza richiesta (161 a. C.) da Giuda Maccabeo per difendersi dall'aggressione sira (I Mach. 8, 1-32; II Mach. 4, 11), rinnovata poi (nel 144 a. C.) da Gionata fratello di lui (I Mach. 12, 1-4.16). R. si associò al lutto degli Ebrei per la morte di Gionata e riconfermò l'amicizia con il fratello di lui Simone (I Mach. 14, 16-19.24.40; 15; 15-24). Ma, con i suoi interventi in Palestina, R. ne preparava lentamente la conquista, che avvenne per opera di Pompeo nel 63 a. C.

Ai tempi di Gesù, dopo la morte di Erode e del figlio di lui Archelao, che avevano regnato su tutta la terra d'Israele, parte del paese fu affidata ai tetrarchi e la Giudea fu messa sotto il governo di un procuratore romano (v. I). R. non è nominata nei Vangeli, ma vi si parla ripetutamente dei suoi imperatori (Lc. 2, 1; 3, 1; Mt. 22, 17-21; Mc. 12, 14-17; Lc. 20, 22-25; 23, 3; Io. 19, 12.15; ecc.) e dei loro rappresentanti: il legato di Siria (Lc. 2, 2), il procuratore di Giudea Pilato (Lc. 3, 1; ecc.). Il pericolo di una più dura servitù da parte di R. offrì il pretesto al Sinedrio per la morte di Gesù (Io. 11, 48), come fautore di uno di quei

moti pseudo-messianici che ogni tanto scuotevano la Palestina; mentre il timore di perdere il favore del Cesare induce Pilato alla condanna di Gesù, e solo con l'asseire la sovranità esclusiva del Cesare i Giudei vincono l'esitazione del procuratore (Io. 19, 12-15).

Gli Act. 18, 2 ricordano l'Editto di Claudio (v.) che imponeva a tutti i Giudei di abbandonare R. (49 d. C.) ed in questa occasione i due giudei, Aquila (v.) e Priscilla, lasciata R., s'incontrarono con Paolo a Corinto. Il viaggio a R. fu un'aspirazione costante di Paolo per molti anni (Rom. 1, 13; 15, 23), resasi più ardente alla fine del terzo viaggio missionario (Rom. 15, 19 sgg.). La notte successiva all'arresto a Gerusalemme Gesù, apparendo a Paolo, l'assicura che egli dovrà rendergli testimonianza a R. come gliel'aveva resa a Gerusalemme (Act. 23, 11). S. Luca mette in risalto il trattamento umano usato dalle autorità romane nei confronti di Paolo prigioniero a Gerusalemme (il tribuno Lisia), a Cesarea (procuratori Felice e Festo), nel viaggio a R. (il centurione Giulio), nel soggiorno di R., durante il quale Paolo abitò in una casa affittata, con libertà di ricevere chiunque si recava a visitarlo e di predicare (Act. 28, 30 sg.). Diverso invece dovette essere il trattamento fatto a s. Paolo durante la sua seconda prigionia, Onesiforo (v.) per rintracciare l'Apostolo (II Tim. 1, 17), che si trova nell'abbandono (cf. II Tim. 4, 9-15) ed attende la morte (II Tim. 4, 6 sgg.; V. PAOLO, APOSTOLO., I). Si ritiene generalmente che la Babilonia di I Pt. 5, 13 sia R., secondo una metafora non infrequente nell'uso rabbinico (testi presso H. L. Strack-P. Billerbeck, Commentar zum N. T. aus Midrasch und Talmud, III, Monaco 1926, p. 816); perciò la lettera sarebbe stata scritta da R. Anche nella «grande Babilonia», di cui l'Apocalisse (capp. 17-19) descrive il fasto, la corruzione, la crudele empietà verso i fedeli di Gesù e la rovina, secondo l'esegesi tradizionale deve ritenersi raffigurato R.

BIBL.: F. Vigouroux, Rome, in DB, V, coll. 1177-97; J. Patrick-F. Relton, Rome, in J. Hastings, Dict. of the Bible, IV, pp. 306-11; anon., in Lexicon Biblicum di M. Hagen, III, coll. 775-80; B. Allo, L'Apocalisse, 3ª ed., Parigi 1933, capp. 17-19. Teodorico da Castel San Pietro

II. STORIA ANTICA

La predicazione cristiana dovette giungere assai presto a R.; manca però ogni precisazione sul tempo e su come essa vi sia incominciata. Ebrei convertiti, neofiti orientali e greci, condotti dalle circostanze più diverse e da paesi diversi, dovettero aver concorso a creare in R. gruppi di fedeli che verso il 58 provocarono lodi e sollecitudini da parte di s. Paolo, come risulta dalla lettera che allora inviò oro.

Quando poi Paolo nel 61 si avvicinava a R., quale prigioniero, i fedeli gli andarono incontro a Forum Appii e Ad tres tabernas (Act. 28, 15), ma l'autore sacro non si sofferma a dir nulla sui rapporti con loro durante quel suo primo soggiorno. Ignote sono invece le circostanze che portarono a R. l'apostolo s. Pietro (v.), il quale prese il governo della comunità, perpetuando quel primato su tutte le Chiese che a lui era stato conferito dal divino Fondatore nelle sue ultime apparizioni in Galilea (v. PRIMA).

R. fu subito centro di irradiazione cristiana e di organizzazione gerarchica, prima di tutto nelle regioni circovincine, poi in tutta l'Italia e paesi circostanti, nell'Africa e nelle valli del Reno e del Danubio; se ne aveva sicura convinzione al principio del sec. v., quando papa Innocenzo I scriveva al vescovo Decenzio di Gubbio, facendo appello alla costante tradizione. Le diverse fasi di questa evangelizzazione sono rimaste ignote, anche se leggende locali hanno tentato di dissiparne l'oscurità. Si comprende però che negli intervalli, talvolta abbastanza lunghi, fra le successive persecuzioni, le riprese dovettero essere rapide e sempre più larghe. Però anche sulle vicende interne e sui diretti interventi esterni della Chiesa romana nei primi due secoli della sua esistenza si è poco informati. CLEMENTE X (v.), sul finire del sec. 1,

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ROMA - Esterno della chiesa di S. Stefano Rotondo, consacrata da papa Simplicio (468-82) - Roma.
intervenne con una nobile ed energica lettera nelle discordie della Chiesa di Corinto; s. ELISABETTA (v.) vescovo di Antiochia scrivendo ai «fratelli» di R. ne lodava la carità, scongiurandoli perché, con un loro intervento presso persone influenti, non lo privassero della gloria del martirio; s. Giustino (v.) morì martire a R. dopo avervi tenuto scuola ed avere diretto le sue apologie all'Imperatore; Erma, fratello del papa Pio I, vi scrisse il suo Pastore che acquistò allora grande credito; papa Aniceto ricevette la visita di s. Policarpo di Smirne venuto a trattare sulla controversia pasquale e poi papa Vittore si adoperò con successo per far valere a tale proposito l'uso romano in tutto l'Oriente. A R. accorsero in questa età fedeli di qualità, da ogni parte, per trovarvi conferma sull'unità della Chiesa, come Abercio ed Egesippo; vi accorsero anche eretici per vedervi approvate le loro dottrine, come Valentino, Teodoro, Marcione, Prassea, Cleomene, ma vi furono prontamente smascherati.

Anche la reazione pagana fu a R. a volta a volta particolarmente accanita, perché la polizia imperiale dovette mostrarsi molto attenta nell'esecuzione degli editti e così la comunità ebbe una consacrazione particolarmente cruenta del suo privilegio di essere a capo del nuovo impero spirituale (v. PERSECUZIONI); però il numero e la personalità dei martiri si fanno più chiari con il progredire del culto sulle loro tombe, anche se non è sempre possibile stabilire il tempo ed il modo del loro supplizio e se solo di alcuni poté perpetuarsi la memoria, specie nei primi momenti della propaganda cristiana. Numerosi poi dovettero essere coloro che senza versare il sangue tutto sacrificarono per l'esercizio della loro fede.

Una testimonianza importante sull'efficienza del cristianesimo a R. all'indomani della persecuzione di Decio, si ha quando nel 251 papa Cornelio riunì intorno a sé un Sinodo di 60 vescovi ed in una lettera a Fabio, vescovo di Antiochia, parla di un clero numeroso e di una beneficenza opportunamente organizzata (Eusebio, Hist. eccl., VI, 43). Fino dai tempi del suo predecessore Callisto s'era organizzato anche il regime sepolcrale (v. CIMITERI CRISTIANI ANTICHI) e forse il possesso ecclesiastico. Momenti particolarmente critici attraversò la comunità romana dopo il martirio di papa Zefirino, quando si ebbe la secessione di Ippolito (v.); Fabiano (v.), quando sorse come antipapa Novaziano (v.), e di Sisto II, causa la confisca dei cimiteri e la proibizione delle adunanze. La persecuzione di Diocleziano-Massimiano fu sanguinosa solo per due anni, ma diede martiri numerosi e lasciò uno strascico di dissensi interni per cui MARCELLIANI (v.) i suoi successori Marcello ed Eusebio furono dall'imperatore Massenzio mandati in esilio, e soltanto con l'elezione di papa Milziade (311) ritornò la

pace nella Chiesa romana. Sotto di lui Costantino entrò trionfante a R., assicurò definitivamente il trionfo del cristianesimo (313) ed assegnò alla Chiesa romana la domus Faustae in Lateranis che divenne stabile residenza del Pontefice sino a tutto il sec. XIII. Qui infatti fu tenuto nel 313 quel Concilio di vescovi radunato per dirimere le questioni sorte nella Chiesa di Cartagine a proposito del vescovo Ceciliano. Le turbolenze dell'Egitto a proposito di Melezio e le agitate controversie causate dalla propaganda ariana, risolte nel Concilio di Nicea (325), non ebbero da principio gravi risonanze a R. durante il pontificato di papa Silvestro, quando la Chiesa romana grazie al costante favore imperiale si abbelliva di grandiose costruzioni, quali le basiliche sulle tombe degli Apostoli e dei martiri fuori le mura, le chiese titolari all'interno, ed intensificava la propaganda per la conversione dei pagani.

Il partito ariano, forte del favore crescente dell'imperatore Costanzo, Giulio (v.) la sconfessione di s. Atanasio (340); il Papa resistette

ed inviò i suoi legati al Concilio di Sardica (345) per mettere pace fra le opposte fazioni. Quando poi Costanzo, ritornato unico imperatore dopo le divisioni dei figli di Costantino, volle premere sull'Occidente in favore delle concezioni ariane, nella vana speranza di ridonare per tal via unità spirituale all'Impero, LIBERISMO (v.), che fu da lui inviato in esilio e sostituito con l'antipapa Felice II. Questi non poté durare e Liberio ritornò; ma alla sua morte (366) aspre discordie insorsero a R., quando al nuovo papa Damaso fu contrapposto da una parte del clero l'antipapa Ursino, dando occasione a scene violente, e fu resa dura a Damaso la vita con ripetuti ricorsi al tribunale imperiale. Ciò non fiaccò l'operosità di Damaso nel radunare concili, erigere chiese titolari, riordinare i cimiteri. Sotto di lui s. Girolamo riuscì ad allargare nell'ambiente femminile aristocratico un ardore per la vita spirituale che non si estinse più. Del resto la vita monastica (v. MONACHISMO), che s. Atanasio aveva fatto conoscere verso la metà del sec. IV, aveva trovato seguaci anche a R., dove cominciarono a sorgere monasteri, particolarmente nelle vicinanze della Basilica Vaticana e dei più venerati santuari.

Non è però da credere che il paganesimo a R. fosse del tutto debellato. Sebbene l'imperatore Costanzo ne avesse proibito il culto pubblico ed imposta la chiusura dei templi, a R. si dovette procedere a tal riguardo con molta cautela. Dopo Giuliano l'Apostata (v.), Graziano rinnovò i decreti di Costanzo, confiscò i beni dei templi e proibì le pubbliche elargizioni, rifiutò il titolo di pontifex maximus che l'imperatore portava fin dal tempo d'Augusto e nel 382 volle che fossero tolti dall'aula del Senato l'altare e la statua della Vittoria. Una deputazione di senatori pagani condotta da Simmaco non riuscì ad ottenere la revoca di quest'ordine e la conservazione degli antichi privilegi. Una polemica letteraria fra Simmaco e s. Ambrogio (più tardi anche Prudenzio) rese celebre quest'episodio. Ma i senatori pagani tentarono di rifarsi in occasione della ribellione del 392 con il rimettere nell'aula la statua della Vittoria, celebrare di nuovo gli antichi culti ed imporre alla città una lustratio solenne, quasi per purificarla dalla contaminazione cristiana. La vittoria di Teodosio nel 394 pose fine a quest'ultimo sforzo del paganesimo per sopravvivere; i templi furono chiusi, il collegio delle Vestali si disperse, qualche anno più tardi anche i giuochi del Circo cessarono; non cessò ancora l'accusa che il cristianesimo fosse la causa della rovina dell'Impero; s. Agostino ebbe a polemizzare contro questo pregiudizio, tenace in una parte dell'aristocrazia e nella tradizione letteraria.

Con la morte di Massenzio R. aveva cessato d'essere di fatto capitale dell'Impero. Non soltanto Costantino aveva fatto sorgere Costantinopoli come metropoli del-

l'Oriente, ma per l'Occidente erano sorte a competere con R. Treviri (poi Arles) e Milano. Con l'invasione visigotica Ravenna fu la vera capitale di quanto rimaneva dell'Impero d'Occidente. Nel 410 Alarico con i suoi Visigoti s'impadroniva di R. e la metteva a sacco; papa Innocenzo s'era adoperato invano presso l'imperatore Onorio per stornare il malanno. Papa s. Leone (v.) vide la tragica fine della dinastia di Teodosio, e se riuscì nel 452 ad allontanare dall'Italia Attila ed i suoi Unni, vide nel 453 Genserico ed i suoi Vandali, partendo dall'Africa, impadronirsi di R. ed allontanarsi poi carichi di bottino. I decenni seguenti segnarono l'agonia dell'Impero, finché un capo degli ausiliari barbari, Odoacre, proclamatosi re (476), vi pose fine, pur senza distruggerne gli ordinamenti interni. Odoacre soccombe a sua volta (489-91) sotto i colpi di un nuovo barbaro, Teodorico re degli Ostrogoti, che si fece padrone dell'Italia. R. continuava intanto a governarsi con il suo Senato e con il praefectus Urbi, ma non era più l'arbitra delle sorti del mondo, pur conservando sempre le memorie e la maestà del suo passato. In Oriente si sarebbe volentieri fatto a meno anche del suo primato spirituale che non le poteva esser tolto, nella presunzione che l'autorità dell'Impero fosse salvaguardia sufficiente dell'unità religiosa. Invece le scissioni provocate dalle grandi questioni cristologiche, nestoriana e monofisita, avevano sì superato l'arianesimo, professato ancora dai barbari invasori, ma solo per perpetuare divisioni più profonde. A R. il dogmatismo bizantino non aveva fatto presa, però contro la dominazione barbarica s'era reso vivace un senso di legittimismo verso l'Impero, considerato come la continuazione della romanità; ed esso, pur con fasi diverse, dominò le vicende dell'età seguente. Ne furono un'espressione le turbolenze suscitate Simmaco (v.) per opera dell'antipapa Lorenzo, pochi anni dopo le diffidenze del re Teodorico che costarono Giovanni I (v.) e ad alcuni membri dell'aristocrazia romana (v. BOEZIO), finché si giunse alle guerre gotiche desolatrici per tutta l'Italia, ma in particolare per R. Assediata dal re goto Vitige per più di un anno, e sottoposta alle più dure prove, la città poté resistere solo per l'abilità ed il valore di Belisario, il generale bizantino ch'era riuscito ad occuparla. Nel frattempo fu allontanato da R. Silverio (v.) e privato della sede che fu data a Vigilio (537). Rialzate le sorti dei Goti, R. fu assediata una seconda volta dai Goti, e questa volta fu papa Vigilio a dover lasciare R., perché Giustiniano lo volle a Costantinopoli. La città cadde in mano di Totila per tradimento il 17 dic. 546 e a mala pena il diacono Pelagio, fattoglias incontro, riuscì ad indurre a clemenza il Re; ma la popolazione fu costretta a lasciare la città, mentre in parte ne venivano distrutte le mura. R. rimase in potere dei Goti, finché Narsete la restitui ai Bizantini nel 552, dopo nuovi combattimenti e nuove stragi. Fu questo uno dei momenti più critici della sua storia; essa era anche rimasta priva del Papa morto in Sicilia nel luglio 555; l'anno seguente Giustiniano mandò come pontefice Pelagio (v.) che, accolto con molta diffidenza sul principio, finalmente riuscì a rimettere ordine e fiducia nella città tribolata.

L'invasione longobarda del 568 che gettò lo scompiglio nell'Italia bizantina si fermò ai dintorni di R., dove giungevano gli echi sinistri dei malanni causati dai nuovi barbari; dalla Tuscia e dalla Sabina essi miravano a gettarsi sulla città, che però non fu da loro raggiunta, grazie soprattutto all'attività di papa Gregorio I. Cominciarono di qui, con il declinare costante dell'autorità imperiale, le vicende di R. nel medioevo.

BIBL.: fonti principali per la storia della chiesa di R. sono il Lib. Pont. e Jaffé-Wattenbach. La letteratura è immensa; cf. anzitutto le stor. gener. della Chiesa; L. Duchesne, Hist. ancienne de l'Eglise, 3 voll., Parigi 1910-29; id., L'Eglise au VIe siècle, ivi 1925, e la recente di Fliche-Martin-Frutz. I-V; si ricordano qui soltanto alcune opere di carattere generale: H. Grisar, Analecta Romana, Roma 1899; I. Rinieri, S. Pietro in R. e i primi Papi, Torino 1909; A. De Waal, Konstantins der G. Kirchenbauten in R., Hamm 1913; G. Villari, Le invas. barbariche in Italia, Milano 1920; P. Batiffol, L'Eglise naissante et le catholicisme, Parigi 1927; id., La paix constantinienne et le ca-

cholicisme, ivi 1929; id., Le Siège apostolique (559-451), ivi 1924; id., Cathedra Petri, ivi 1938; E. Caspar, Die älteste röm. Bischofsiste, Berlino 1926; H. Lietzmann, Petrus und Paulus in Rom, ivi 1927; G. Bardy, L'Eglise rom. sous le pontificat de saint Anicet, in Recherches de science religieuse, 17 (1927), pp. 481-511; J. Chapman, Studies on the early papacy, Oxford 1928; H. Grisar, Roma alla fine del mondo antico, 2 voll., Roma 1930; E. Caspar, Gesch. des Papsttums, 2 voll., Tubinga 1930-33; A. S. Barnes, The Martyrdom of st. Peter and st. Paul, Oxford 1933; G. Romano - A. Solmi, Le dominaz. barbariche in Italia, Milano 1940; O. Bertolini, R. di fronte a Bisanzio e ai Longobardi, Bologna 1941; R. Valentini - G. Zucchetti, Codice topogr. della città di R., II, Roma 1942.

III. DA GREGORIO MAGNO A STEFANO III (590-772)

L'invasione longobarda aveva profondamente intaccato, fra il 569 ed il 589, le contermini province della « Tuscia et Umbria » e della « Campania »; R. stessa era stata ripetutamente in pericolo, e tornò ad esserlo al principio del pontificato di Gregorio Magno (590-604). Fu salvata, insieme con il territorio circostante, grazie alle iniziative tanto ardite quanto opportune e tempestive del grande Pontefice anche sul terreno militare e politico-diplomatico nei confronti con Agilulfo e con il duca di Spoleto Ariulfo. Grazie a lui i papi del sec. VII non dovettero più affrontare le stesse prove; ma l'opera di Gregorio Magno aveva segnato un momento decisivo nei rapporti non soltanto con i Longobardi, ma anche con l'Impero.

Ancora verso la metà del sec. VII l'annuncio ufficiale all'esarca d'Italia della elezione di un nuovo papa dichiarava solennemente che la virtù non delle armi imperiali ma di Dio e di s. Pietro, nella persona del Pontefice, suo vicario, teneva a freno e placava, al suo avvicinarsi, la ferocia dei barbari. Gregorio Magno, inoltre, aveva agito sempre, nelle sue iniziative diplomatiche, come leale suddito e per una sua personale valutazione degli interessi dell'Impero, in Italia; ma senza esitare a porsi

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ROMA - Esterno della chiesa di S. Giorgio al Velabro, costruita nell'VIII sec. con portico e campanile del sec. XII - Roma.
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ROMA - Interno della chiesa di S. Maria in Cosmedin (sec. VIII, con trasformazioni del sec. XII; restaurata di recente) - Roma.
anche in contrasto con l'esarca Romano e con l'imperatore Maurizio, ed a proclamarsi autorizzato ad operare sul terreno politico in virtù del proprio supremo ministero pastorale di servo di Dio. La resistenza opposta dai successori di Onorio I (m. il 12 ott. 638) all' Ἔκθεσις di Eraclio, emanata in favore delle dottrine monotelite, provocò le prime avvisaglie di un importante, sebbene tormentoso periodo storico. Quando le autorità imperiali della penisola si provarono ad infrangere questa resistenza, non osarono impegnare apertamente la lotta sul terreno religioso, data la situazione ben diversa dai tempi di Gregorio Magno, che consigliava la massima prudenza. Le forze armate erano costituite, nella massa, di elementi raccolti con il sistema della leva sul posto, mentre gli ufficiali uscivano dalle maggiori famiglie dei proprietari terrieri, ed i reparti dell'esercito regolare di stanza nei vari territori costituivano nell'Italia bizantina il ceto militare delle popolazioni locali e prendevano il nome dalle rispettive regioni o città. Erano perciò solidali con le popolazioni nell'avversione al monotelismo e concordi con la Chiesa di R. nell'opposizione all' Ἔκθεσις; e tale solidarietà spirituale era particolarmente sentita dall' exercitus Romanus (la denominazione appare ora per la prima volta nelle fonti del tempo).

L'esarca d'Italia Isacio fece perciò appello solo a motivi di ordine materiale. L'erario bizantino soleva inviare i fondi per il soldo delle truppe di R. al Papa, che li teneva in deposito presso il Tesoro della Chiesa nel Palazzo Lateranense, donde gli ufficiali pagatori prelevavano le somme necessarie. Tali operazioni avvenivano spesso con molto ritardo, provocando vivo malcontento fra le truppe. L'Esarca pensò di sfruttarlo e diede istruzioni segrete all'ufficiale più elevato in grado dell'exercitus Romanus, il chartularius Maurizio, di accusare presso i soldati il Papa da poco defunto. Onorio I, di aver trattenuto abusivamente nel Tesoro della Chiesa i fondi regolarmente fatti spedire da Eraclio. I soldati diedero l'assalto al Laterano, dove era stato insediato Severino successore di Onorio I, e dopo tre giorni di resistenza occuparono il Palazzo. Il chartularius fece apporre i sigilli a quanto era custodito nel Tesoro (fine del 639 - principio del 640); l'Esarca, sopraggiunto da Ravenna, mandò a confino i maggiorenti del clero, come colpevoli di resistenza alle autorità costituite, procedette all'inventario del Tesoro, ne recuperò ciò che poteva essere rivendicato all'erario imperiale, e lo rinviò a Bisanzio. Il vero scopo di questa violenza mascherata di finzione legale, era di intimidire la Chiesa di R. per renderla più malleabile all' Ἔκθεσις; ma tale manovra pro-

provava che l'Esarca sapeva di non poter contare sulla obbedienza incondizionata delle truppe romane, se si fosse trattato di materia religiosa. Due anni più tardi il chartularius Maurizio eccitò le truppe ai suoi ordini alla rivolta contro lo stesso esarca Isacio. Pagò con la vita la ribellione ed il suo fu un moto effimero, dovuto soltanto ad ambizioni personali, al quale la Chiesa di R. rimase del tutto estranea; ma ne risulta che anche nel territorio romano, per effetto delle riforme introdotte negli ordinamenti bizantini a partire dal 584, con la istituzione della carica di esarca d'Italia, alle antiche province civili si venivano sostituendo nuove circoscrizioni territoriali militari, che presto sarebbero state poste al comando di duces, e perciò si sarebbero dette ducati.

La condanna del monotelismo nel Concilio Lateranense, sotto papa Martino I (ott. 649), portò alla fase acuta il conflitto religioso fra la Chiesa di R. e Bisanzio. La solidarietà spirituale con il Papa anche delle forze armate si dimostrò talmente salda, che persino l'esarca d'Italia Olimpio, al quale l'imperatore Costante II aveva affidato il compito di superare, con ogni accorgimento anche violento, l'opposizione al

suo τύπος περὶ πίστειος, ne fu indotto a ribellarsi egli stesso all'Impero. Per tre anni Olimpio resse da padrone i domini italiani di Bisanzio, finché però di malattia nel 652 in Sicilia, dove aveva condotto l'esercito a rintuzzare la prima incursione araba nell'isola. Per la prima volta nella storia dell'Italia bizantina un conflitto religioso aveva avuto ripercussioni nella situazione politica. Il fatto per il momento non ebbe conseguenze; ma nel giugno 653 l'esarca Teodoro Calliopa poté trarre in arresto nella Basilica Lateranense Martino I come ribelle, proclamarlo, in nome del Sovrano, usurpatore della cattedra papale, farlo tradurre prigioniero a Bisanzio; e Costante II poté far processare e condannare il Papa per quanto era accaduto, come reato puramente politico, cioè di alto tradimento. Nel luglio 663 papa Vitaliano (657-72), il clero e la popolazione di R. accolsero con gli onori di legittimo sovrano l'Imperatore, recatosi a visitare la città. Nel 668 Vitaliano diede l'appoggio morale e materiale della Chiesa a Costantino IV, figlio di Costante II, dopo che questi era stato assassinato a Siracusa, e l'ufficiale colpevole si era fatto proclamare imperatore.

La pace religiosa fu ristabilita con il VI Concilio ecumenico del 680-81, che condannò a Costantinopoli il monotelismo ed i suoi promotori e fautori; ma ogni qual volta parve che Bisanzio attentasse a questa pace, nei domini imperiali della penisola italiana le reazioni furono immediate, soprattutto in R., assumendo tale carattere che solo l'azione moderatrice dei Papi poté impedire che passassero senz'altro sul terreno politico. Così per due volte alti dignitari furono inviati a R. da imperatori con ordini ostili alla Chiesa; e le truppe in rivolta, accorse in sua difesa anche da altre parti dei domini imperiali nella penisola e dalla stessa Ravenna, volevano metterli a morte, ed essi dovettero la vita all'intervento personale dei papi; intorno al 695, al tempo dell'imperatore Giustiniano II, il protosparatorio Zaccaria fu salvato da Sergio I; ed intorno al 701 l'esarca Teofilatto, da Giovanni VI. Nel frattempo le riforme negli istituti bizantini avevano portato l'ordinamento in ducato anche nel territorio romano, con sede del comando sul Palatino; e l'exercitus Romanus si era organizzato in un corpus capace di funzioni anche amministrative e politiche, in quanto appunto il ceto militare andava ormai assorbendo e sostituendo l'antica aristocrazia civile in una nuova aristocrazia militare. La prima menzione di un duca si ha per R., solo intorno al 712-13. Ma certo il Ducato romano ebbe origine all'incirca contemporanea con quella del Ducato di Napoli, e il primo duca di Napoli fu nominato da Costante II nel 661. L'exercitus Romanus già verso la

metà del sec. VII figurava come ceto a sé, accanto al clero ed al laicato civile, nei documenti ufficiali concernenti le elezioni papali. La sua nuova posizione nella vita pubblica risulta già evidente verso la fine del sec. VII per il fatto che durante il pontificato di Benedetto II (684-85) l'imperatore Costantino IV inviò a R. ciocche di capelli dei figli Giustiniano ed Eracilio, con un messaggio indirizzato al Papa, al clero ed all'exercitus Romanus.

L'atto, negli usi del tempo, conferiva simbolicamente ai due principi imperiali la qualità di figli adottivi di R., rappresentata dal suo vescovo, dal suo clero e dalle sue forze armate. Il peso di questo ceto militare si fece sentire nei contrasti per l'elezione del successore di papa Giovanni V (m. il 2 ag. 686). L'exercitus Romanus oppose la candidatura del presbitero Teodoro a quella dell'arcidiacono Pietro sostenuta dal clero, e non esitò a sbarrare gli accessi della Basilica Lateranense con armati; aderì all'elezione di un terzo candidato, il presbitero Conone, probabilmente anche perché si trattava del figlio di un ufficiale dell'esercito imperiale. Alla morte di Conone (21 sett. 687) il ceto militare partecipò di nuovo alle fazioni in contrasto, questa volta dividendosi esso stesso tra i fautori di Teodoro, nel frattempo divenuto arch-presbitero, ed i fautori dell'arcidiacono Pasquale; ed i suoi capi concorsero efficacemente a far prevalere la terza candidatura del presbitero Sergio, consacrato il 15 dic. 687, dopo che l'esarca d'Italia Giovanni Platyn, venuto di persona a R., ebbe riconosciuta la regolarità della sua elezione. Tuttavia più che la virtus armarum ancora una volta fu salutare per R. la virtus S. Petri quando la minaccia longobarda tornò, dopo un secolo, ad incombere sulla città. Papa Giovanni VI (701-705) ottenne che il duca di Benevento, Gisulfo I, dopo aver corso devastando la Campania sino al quinto miglio da R. sulla Via Latina, interrompesse le ostilità e si ritirasse. Il Ducato romano perdette però allora, al di là del Liri, Arpino ed Arce, e sul Liri, Sora, che Gisulfo I annesse ai suoi domini. E non tardò a riaprirsi anche il problema dei rapporti religiosi con Bisanzio, e del loro ripercuotersi sulla situazione politica.

Nel 712, se papa Costantino I (708-15) reagì sul terreno religioso al tentativo di Filippico Bardane di riaffermare il monotelismo, il laicato reagì anche sul terreno politico. Per la prima volta da quando era sotto il dominio bizantino, il populus Romanus si eresse a giudice della legittimità di un imperatore, rifiutandosi di ricevere l'icona di Filippico Bardane, di riconoscere validi o di lasciare redigere atti con il suo nome, di accettare monete con la sua effigie, di lasciar recitare per lui durante la Messa la preghiera liturgica per il sovrano regnante. Queste decisioni furono oggetto di un decreto, che si deve presupporre emanato dall'unica assemblea la cui persistenza è attestata dalle fonti almeno ancora al tempo di Gregorio Magno, nel 603: il Senato. Ma le decisioni avevano avuto l'appoggio anche dell'exercitus Romanus. Il suo comandante, Cristoforo, il primo duca di R. del quale si conosca il nome, fu il campione della grande maggioranza del laicato, quando questa, nel 713, fece stabilire in virtù di un altro decreto, logica conseguenza del precedente, di non riconoscere come duca di R. Pietro che era stato promosso, al posto di Cristoforo, da Filippico Bardane.

I sostenitori del nuovo duca furono affrontati con le armi, quando tentarono di forzare dalla Via Sacra l'accesso alla sede del comando sul Palatino, e scamparono allo sterminio solo per il tempestivo arrivo sul posto di combattimento dei sacerdoti, con il Vangelo e con la Croce, inviati dal Papa per metter pace. Fatto significativo: la promozione compiuta ad nomen heretici non era stata riconosciuta zelo fidei; defensores heretici Petri furono chiamati coloro che la volevano imporre, e pars Christianus fu detto il partito di Cristoforo. Ed i Romani acconsentirono a ricevere, come duca, Pietro soltanto dopo che, rovesciato Filippico Bardane (giugno 713), il suo successore Anastasio II ebbe trasmesso al Papa a R. per mezzo dell'esarca Scolastico una solenne professione di fede conforme al VI Concilio ecumenico. Costantino I, non diversamente da Sergio I e da Gio-

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ROMA - Una delle ceramiche che adornano il campanile della basilica dei SS. Giovanni e Paolo (sec. XII) - Roma.
(fot. Spartaco Appetiti)
vanni VI, aveva svolto un'efficace azione moderatrice per contenere il conflitto nei limiti del problema religioso. Probabilmente all'atteggiamento di prudenza politica tenuto dai Papi tra lo scorcio del sec. VII e l'inizio del sec. VIII contribuì il fatto, che uno solo di essi, su nove, Benedetto II (684-85), era romano, mentre tutti gli altri appartenevano a famiglie originarie o dall'Oriente greco, o dalla Sicilia che fortemente risentiva della influenza bizantina.

Ma quanto era avvenuto lasciava presagire quali sviluppi potevano prendere gli eventi politici a R. quando i papi avessero mutato linea di condotta. Carattere economico, e non religioso, ebbe all'inizio il conflitto che Gregorio II (715-31), di famiglia romana, forse tra le poche superstiti dell'antica aristocrazia senatoria romana, impegnò con Leone III Isaurico (717-41), nei primi anni del suo pontificato, rifiutandosi di sottostare alle ordinanze fiscali dell'Imperatore a carico anche dei beni ecclesiastici. Solidali con il Papa furono i proprietari terrieri del laicato, che costituivano le forze armate regolari del Ducato romano, e fallirono perciò tutti gli sforzi dell'Isaurico e dell'esarca d'Italia Paolo per stroncare la ribellione, impadronendosi della persona di Gregorio II, consideratone il capo, passibile quindi della pena capitale. Lo spatario imperiale Marino, inviato dall'Imperatore ad assumere, con questo preciso compito, il comando del Ducato romano, si trovò impotente; causa occasionale, perché egli abbandonasse R., fu un'improvvisa gravissima malattia ma a furia di popolo furono tolti di mezzo il duca Basilio ed il chartularius Giordano che, con la connivenza di Giovanni, suddiacono della Chiesa, gli erano subentrati nell'impresa per ordine dell'esarca Paolo. Il primo, costretto a farsi monaco, finì la vita in reclusione; gli altri due furono uccisi. Contemporaneamente il Papa, in pieno accordo con i circoli dirigenti del laicato cittadino, avviava un'audace azione nettamente politica, intesa a procurarsi il concorso militare dei Longobardi.

Il Ducato romano, che alcuni anni prima - intorno al 717 - si era visto togliere Narni dal duca di Spoleto Faroaldo II, ebbe nel figlio di lui Trasmondo II un prezioso alleato, i cui guerrieri concorsero alla difesa vittoriosa dei confini del Ducato romano contro le truppe dell'esarca; ed alla difesa contribuirono anche altri duchi longobardi, certo con l'intesa dello stesso re Liutprando. Fatto significativo: la defensio pontificis, motivo senza dubbio spirituale, aveva indotto Longobardi e Romani ad unire le loro forze contro l'Esarca. Sui Romani il fattore spirituale agì poi in tutta la sua potenza quando al terreno religioso l'Isaurico estese il conflitto, con le ordinanze iconoclaste del 726, e Gregorio II si preparò, per dirla con il suo biografo, a combattere l'Imperatore quasi come nemico; ed ammonì tutti i cristiani a guar-

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ROMA - Torre medievale dei Capocci (sec. XIII) - Roma, piazza S. Martino ai Monti.
(fot. Alinari)
darsi da tanta empietà. Il nuovo carattere del conflitto rafforzò dapprima l'alleanza tra Longobardi e Romani, i quali, scrive il biografo di Gregorio II, si strinsero come fratelli con la catena della fede, desiderosi di affrontare morte gloriosa per l'incolumità del Pontefice. Ma le basi politiche dell'alleanza erano assai meno salde di quelle religiose. Liutprando temeva che essa favorisse rapporti troppo stretti e pericolosi per la sua potenza fra i duchi di Benevento e di Spoleto e R., e nel 728 fece occupare Sutri nel Ducato romano, e solo dopo penosi negoziati, durati oltre quattro mesi, Gregorio II ne ottenne lo sgombero, non però delle dipendenze rurali. L'anno dopo Liutprando si accordava con l'esarca Eutichio mandato dall'Isaurico a sostituire in Italia Paolo, ucciso nel 727 dai ribelli anticoncolasti a Ravenna, e si riunì con lui sotto R., dopo aver costretto i duchi di Spoleto e di Benevento a prestargli giuramento e a dargli ostaggi. Agì allora da mediatore di pace, accolse con grande reverenza Gregorio II, recatosi al suo campo per trattare; fece devoto omaggio alla tomba di S. Pietro delle sue armi e delle sue insegne regali; ottenne che R. accogliesse l'Esarca e che questi rinunciasse ad eseguire gli ordini di spietata repressione voluta dall'Imperatore.

Ma l'alleanza di R. con Liutprando nella lotta contro l'iconoclastia era cessata. Tuttavia la rinuncia dell'Esarca accrebbe il prestigio del Papa, il quale, dal canto suo, poteva ora vedere in Eutichio il rappresentante della legittima autorità dell'Impero, da Gregorio II mai negata, e non lo strumento di empie dottrine religiose di un imperatore. Ciò spiega come Gregorio II, subito dopo, appoggiò, facendola accompagnare da alti funzionari della Chiesa, la spedizione condotta nella Tuscia romana dall'Esarca, contro quel Tiberio Petasio, che si era fatto prestare giuramento di fedeltà come imperatore dagli abitanti di Luni (poco a valle della confluenza del Vesca nel Mignone), di Blera e di Monterano (presso la riva occidentale del lago di Bracciano). E ciò spiega inoltre perché obbedirono alle esortazioni del Papa le truppe romane, nel seguire l'Esarca all'impresa, che si conchiuse con l'uccisione a Monterano del ribelle. Con il vicario di S. Pietro si sentivano ormai indissolubilmente unite le

popolazioni del Ducato romano. Tutti i ceti del laicato cittadino, dall'aristocrazia alla plebe, assistettero al Concilio presieduto in S. Pietro, nel nov. 731, dal successore di Gregorio II, Gregorio III (731-41). Concilio che lanciò la scomunica contro gli avversari delle sacre immagini. Per la sua tenacia nella lotta contro l'iconoclastia, il Ducato romano fu spogliato dall'Isaurico dei territori di Terracina e di Gaeta, trasferiti al Ducato di Napoli, rimasto fedele all'Imperatore.

E quando, negli ultimi anni di Gregorio III, l'Isaurico s'indusse a propositi più concilianti, e ne fece esecutore il patrizio Stefano, nominato allora duca di R., questi, l'exercitus Romanus ed il Papa collaborarono contro i piani ambiziosi di Liutprando, puntando con decisione sul tradizionale antagonismo dei duchi di Spoleto e di Benevento con i re di Pavia, per attrarli a formare con R. un blocco politico-militare capace di tener quelli a freno. Nel 738 Gregorio III come arbitro dichiarò spettare all'Impero ed al corpus dell'exercitus Romanus, Gallese, che il duca di Spoleto Trasmondo II rivendicava come suo dominio; ed i patti di non aggressione e di mutua assistenza stipulati dalla Chiesa e dal popolo romano con lo stesso duca e con il duca di Benevento Godescalco e dalla Chiesa garantiti, furono i primi segni di un programma politico, nel quale il duca di R. ed il ceto militare del Ducato romano erano solidali con il Papa ed a lui si affidavano perché ne fosse il più autorevole interprete. Il patrizio Stefano e l'exercitus Romanus si rifiutarono insieme con Gregorio III di sottostare all'ingiunzione di Liutprando, che gli fosse consegnato Trasmondo II quando questi, nel 739, si rifugio a R., per scampare al Re. che aveva invaso i suoi domini; e persistettero nel rifiuto anche quando Liutprando ebbe posto il campo sotto R. In quel terribile momento i Romani furono d'accordo con Gregorio III anche nell'altra audacissima mossa politica d'inviare a Carlo Martello una missione papale, latrice di documenti segreti che prevedevano, nel caso dell'intervento dell'onnipotente maggiorodato dei Merovingi contro Liutprando, la stipulazione con lui di un patto formale, che impegnava il popolo romano a staccarsi dall'Imperatore, ed a porsi, in forza di un senato-consulto, proclamante la decadenza del dominio bizantino, sotto la protezione del principe franco. Per la prima volta da che R. era suddita di Bisanzio, un suo vescovo con il consenso del suo popolo osava farsi promotore ed interprete di un disegno politico inteso a strapparla dal nesso dell'Impero, e ad inserirla nella sfera diretta degli interessi politici del Regno dei Franchi; il Ducato romano intendeva ormai svolgere una politica propria indipendente dagli interessi dell'Imperatore, e questo indirizzo era ispirato e diretto dal Papa, ed orientato a cercare nei Franchi il sostegno più efficace nelle crisi più pericolose.

Nell'ag. 739 Liutprando si ritrasse da R., lasciando però presidiate, al di qua dei confini del Ducato romano, Blera, Orte, Bomarzo ed Amelia. Sempre d'intesa, Gregorio III, il patrizio Stefano ed i Romani rinnovarono il patto con Trasmondo II, e dietro promessa di essere poi da lui aiutati nel riprendere le quattro località perdute nella Tuscia romana misero a sua disposizione l'exercitus Romanus per la riconquista dei suoi domini, che alla fine del 740 fu rapidamente conchiusa. Animatore dell'azione politico-militare diretta a prevenire la controffensiva di Liutprando fu il successore di Gregorio III, Zaccaria (741-52), che rovesciando le alleanze offri al Re il concorso dell'esercito romano contro Trasmondo II, venuto meno ai suoi impegni verso R., e il disinteressamento alle sorti del duca di Benevento Godescalco, sebbene questi, durante la crisi spoletina, si fosse mostrato favorevole a R. A Terni, nel 742, Zaccaria, incontratosi con Liutprando, ottenuta per il Ducato romano la restituzione di Blera, Orte, Bomarzo ed Amelia, stipulò una pace ventennale, e sei anni dopo ne ottenne da Rachi, a Perugia, la conferma.

Una svolta decisiva alla storia del Ducato romano impresse la complessa opera politica del successore di Zaccaria, Stefano II (752-57), contro Astolfo, che, dopo aver conquistato, tra il 750 ed il 751, Ravenna e cat-

turato qui l'ultimo esarca d'Italia, Eutichio, mirava anche a R. Per due anni, il Papa indusse il Re longobardo a differire l'attuazione del proposito di attaccare a fondo R., senza lasciarsi intimidire dalla crescente pressione di Astolfo sul Ducato romano, culminata nell'estate del 753 con la presa di Ceccano. Contemporaneamente Stefano II sollecitava dall'imperatore d'Oriente Costantino V l'invio di truppe e trattava con Pipino, dal 751 re dei Franchi, perché s'interessasse della situazione in cui si dibatteva R. Il Papa ottenne dall'Imperatore, non rinforzi, ma l'incarico di recarsi a Pavia, per negoziare in suo nome con il Re longobardo; e da Pipino l'invito ufficiale di recarsi in Francia, per esaminare con lui il da farsi. Ma quando, il 14 ott. 753, il Papa partì, il problema della salvezza di R. non era più soltanto politico-militare, ma di nuovo anche religioso. Costantino V era infatti tornato alle dottrine iconoclaste e la Chiesa di R. temeva naturalmente che una restaurazione del dominio imperiale diretto sull'esarcato ravennate potesse offrire all'Imperatore la possibilità di tentare, come già suo padre, di servirsi di quei Senatori per combattere R.

Ma le popolazioni di Ravenna e dei territori adiacenti, a differenza di quelle dei ducati imperiali nell'Italia meridionale e della Sicilia, erano state a fianco di Gregorio II e di Gregorio III, acquistandosi buon titolo ad essere considerate dai Papi, insieme con le popolazioni dei Ducati di R. e di Perugia, gregge più particolarmente da Cristo affidato alle cure di s. Pietro e che perciò i Papi, quali vicari di s. Pietro, avevano particolar dovere di difendere. Già questo fattore spirituale aveva mosso Zaccaria quando nel 743 a Pavia aveva strappato a Liutprando la restituzione all'Impero di gran parte delle ultime conquiste da lui compiute nei territori di Ravenna e di Cesena. Ma ora Stefano II riteneva suo dovere strappare le pecorelle del Signore nell'Esarcato ravennate non soltanto al lupo longobardo, ma anche all'eretico lupo bizantino. Durante il suo soggiorno in Francia, nel 754, venne a conoscenza dell'accentuarsi in Oriente della minaccia iconoclasta in relazione alle deliberazioni prese dal Concilio di Costantinopoli (10 febbr. - 8 ag. 754). Stefano II andò quindi sempre più decisamente informando la sua azione al pensiero inteso a trasferire sul terreno politico la concezione scritturale delle pecorelle del Signore, nel senso che dominus delle popolazioni del Ducato romano e dell'Esarcato dovesse considerarsi, finché permanevano le particolari condizioni religiose del momento in Oriente, non l'Imperatore, ma s. Pietro, e perciò il Papa suo vicario; e che alla Chiesa di R., anziché all'Imperatore, dovesse Astolfo restituire i territori da lui conquistati. Prendeva cioè consistenza l'idea di un nuovo sistema politico-religioso, guidato da R. e dalla sua Chiesa. L'idea traspare sintetizzata nell'espressione «Sancta Dei Ecclesia rei publicae Romanorum», che appunto in questi anni comincia ad apparire negli scritti della Cancelleria papale e presso i circoli lateranensi. Questo sistema politico-religioso doveva attuarsi con l'acquisto di una posizione autonoma rispetto a Bisanzio, pur rimanendo nel nesso stata e dell'Impero, per opera del Papa, con l'aiuto e con un'azione tutoria di Pipino, che superasse vittoriosamente il pericolo longobardo e creasse una garanzia dal pericolo iconoclasta bizantino. Il Ducato romano sarebbe stato il nucleo essenziale del sistema, al quale avrebbe dato una base preziosa con i suoi ordinamenti amministrativi, ecclesiastici e laici, e con il suo esercito, però con una subordinazione di fatto degli istituti civili e militari, e dello stesso duca di R. alla persona del Papa. I circoli dirigenti del laicato romano, gli stessi alti ufficiali e funzionari che, per il grado e per gli uffici rivestiti, avrebbero dovuto operare nell'interesse esclusivo dell'Imperatore, aderirono indubbiamente a queste idee politico-religiose.

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ROMA - Esterno dell'abside della chiesa dei SS. Giovanni e Paolo (1154-59) - Roma.
(fot. Brunner)
Una rappresentanza dell'aristocrazia militare romana fu a fianco del Papa quando, nell'ott.-nov. 753, trattò a Pavia con Astolfo. Non lo accompagnò anche in Francia; ma tutto l'agire di Stefano II durante il soggiorno nel Regno transalpino presuppone una serie di precedenti intese anche segrete con il laicato romano, e la certezza in lui di esserne l'interprete autorizzato. Particolarmente significativo, a questo riguardo, appare il conferimento della dignità eminente di patricus Romanorum, della quale Pipino ed i figli Carlo e Carlomanno furono insigniti da Stefano II, nella stessa circostanza, e durante lo stesso rito religioso della loro unzione a re dei Franchi, in S. Dionigi, nel 754, forse il 28 luglio. Solo il Senato di R. poteva ritenersi competente a disporre, in concorrenza con l'Imperatore, della dignità patrizia; per sua delega dovette dunque compiere il suo atto Stefano II. Ma il Papa operava anche come vicario di s. Pietro, perciò il conferimento assunse il carattere di un'attribuzione proveniente dallo stesso Principe degli Apostoli, per volere di Dio, conferente poteri analoghi a quelli che una secolare prassi considerava congiunti con tale dignità nell'ambito dell'Impero. L'acclamazione con cui il clero e il popolo di R. accolsero trionfalmente Stefano II, reduce, nell'estate del 755, «è venuto il nostro pastore e la nostra salvezza dopo Dio», salutava ormai nel vicario di s. Pietro il pastore anche temporale. Quando Astolfo assediò R. dal genn. al marzo 756 e Stefano II fu l'animatore della resistenza, due alti ufficiali dell'esercito romano fecero parte della missione papale, che raggiunse per mare la Francia, e portò il disperato appello, posto in bocca allo stesso Principe degli Apostoli, perché Pipino, i figli, i Franchi, salvassero dai Longobardi la Chiesa di R. ed «il popolo della Chiesa di R.» a lui da Dio affidato. Stefano II, dopo il ritorno dalla Francia, ed i suoi successori, esercitarono apertamente il governo temporale su R., sul suo Ducato, sul Ducato di Perugia e sulle parti dell'Esarcato di Ravenna «restituite» a s. Pietro nel 756 da Astolfo e nel 757 da Desiderio.

Il trasferimento di queste ultime al governo temporale dei Papi fu in certo modo sancito dalla «promissio» di Quierzy-sur-Oise del 754, dalla «donatio» dell'estate 756, rilasciate entrambe da Pipino a Stefano II; e dagli accordi stipulati con Stefano II da Desiderio tra il genn. ed il marzo 757. Per R. e per i Ducati romano e perugino, il nuovo stato di cose fu invece conseguenza di un'accettazione da parte di tutti i ceti del laicato e delle autorità civili e militari locali di una situazione di fatto già esistente. Al funzionamento dei pubblici servizi provvedeva o sovrintendeva da tempo l'amministrazione papale, perché gli uffici dell'amministrazione laica, ai quali ne incombeva la cura, erano paralizzati e andavano scomparendo per la crescente penuria di mezzi, cui li costringeva l'abbandono nel quale Bisanzio lasciava i suoi

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ROMA - Sepolcro di Alfano che curò i restauri della chiesa di S. Maria in Cosmedin (1119-24) - Roma, portico della chiesa di S. Maria in Cosmedin.
(fot. Sestiti)
domini italiani. Il praefectus Urbi, che ancora al tempo di Gregorio Magno era il più alto magistrato dell'amministrazione cittadina, se nel sec. VIII esisteva ancora, conservando le funzioni di giudice superiore per le cause criminali in R. e nell'ambito di cento miglia intorno, appariva sostituito di fatto dal Papa come autorità dirigente dei pubblici servizi. Si erano invece accresciuti il numero e l'azione positiva degli uffici della amministrazione ecclesiastica. Sei i direttori generali - il primicerius ed il secundicerius dei notai per l'Archivio, la Cancelleria e la Biblioteca dei Papi; il primicerio dei defensores, incaricati di molteplici incombenze anche economico-sociali e giuridiche; l'arcario ed il sacellario, per i servizi di cassa concernenti, rispettivamente, le entrate e le uscite; il nomenclator, con attribuzioni finanziarie e di cerimoniale; il vestararius per il Tesoro della Chiesa - ed alle loro dipendenze funzionari e impiegati inquadrati in una rigorosa gerarchia.

In contrasto con l'inaridirsi delle risorse a disposizione delle autorità laiche, cospicui mezzi la Chiesa traeva dalle sue proprietà fondiarie, le più estese, produttive e meglio gestite dell'intero Ducato, e diverse in località di grande importanza strategica e militare, con centri abitati sistemati a capisaldi fortificati lungo i confini, come, a tacere di altri, Ceccano. Stavano inoltre passando sotto il controllo della Chiesa, estendendo la loro attività ai rifornimenti annonari per quanto non potevano procurarsi derrate alimentari, DIACONIA (v.). L'essere divenuti i Papi, da Gregorio II in poi, il centro propulsore della vita politico-militare di R.; il diffondersi della convinzione che soltanto sotto la loro guida R. poteva salvarsi dai Longobardi e dal fiscalismo e dalla iconoclastia dei Bizantini, spiegano ampiamente perché tutti, non eccettuato lo stesso duca di R., accettassero il passaggio del governo temporale al vicario di s. Pietro. Questa accettazione, a quanto si può supporre, si esprimeva

formalmente un giuramento di fedeltà a s. Pietro. Certo ciò avvenne con Stefano II nelle parti dell'esarcato di Ravenna a lui ceduto da Astolfo e da Desiderio. Non consta se e sino a qual punto l'aristocrazia militare romana avesse sollecitato ed ottenuto da Stefano II di essere in un qualunque modo compartecipe del governo, come può far supporre il fatto che il duca di R. del tempo, Eustachio, fu da lui inviato insieme con il presbitero Filippo, ad amministrare temporalmente in nome della potestà papale Ravenna e i territori dell'Esarcato « restituiti » a s. Pietro.

Certo è che durante il pontificato di Paolo I (757-67), fratello di Stefano II, ma di lui assai meno dotato di qualità politiche, gli alti funzionari dell'amministrazione papale, i cosiddetti primates o proceres Ecclesiae o de clero, tra i quali primeggiavano i sei direttori generali, detti indices de clero, capeggiati da un uomo di grande energia, il primicerio dei notai Cristoforo, si adoperarono a fare del governo di R. un loro monopolio. Li appoggiavano le famiglie ed il parentado, che avevano con loro identità di interessi e formavano un'aristocrazia che in questo senso si poteva chiamare ecclesiastica. Li osteggiava - anche questo è certo - una parte almeno degli ufficiali dell'esercito, con i quali s'identificava ormai l'aristocrazia laica, i cosiddetti optimates o proceres exercitus o de militia, tra i quali primeggiavano gli indices de militia. Sembra infatti che il ceto militare si fosse diviso tra fautori di rapporti amichevoli con i proceres Ecclesiae, che comprendevano il duca di R. del tempo, Gregorio; e fautori di un'azione decisamente rivolta a ritogliere ai proceres Ecclesiae il predominio politico. La riscossa fu tentata da quattro fratelli, Totone, Passivo, Pasquale e Costantino, di una famiglia originaria da Nepi, che alla morte di Paolo I (28 giugno 767), imposero con la violenza l'elevazione alla Cattedra di S. Pietro di Costantino, spargendo il terrore con masse di contadini armati fatti affluire dalle terre di cui erano proprietari nella Tuscia. Il duca Gregorio fu ucciso, ed il suo posto preso da Totone, Cristoforo fuggì in territorio longobardo insieme con il figlio Sergio, che era sacellario della Chiesa.

Brevi furono le fortune della consorteria di Totone. Dopo appena un anno, alla fine del luglio 768, Sergio rientrava in R., alla testa di armati raccolti, con il consenso di Desiderio, nel Ducato di Spoleto, dopo una breve suffa sul Gianicolo nella quale Totone cadde ucciso a tradimento dal chartularius Grazioso. Sergio fu subito raggiunto da Cristoforo, che riprese con ferrea mano il potere. L'energico primicerio, dopo aver ricondotto gli animi ad unanimità di consensi perché a Paolo I fosse dato come legittimo successore Stefano III (768-72), fu implacabile accusatore di Costantino nel Concilio, che il nuovo Papa presiedette in Laterano nell'apr. 769, e che, oltre a condannare l'usurpatore, disciplinò la procedura delle elezioni papali in modo da sottrarle alle violenze di fazioni armate, e da prevenire altre pericolose ingerenze del laicato, restringendo il vero e proprio diritto elettorale attivo al clero, e riservando il diritto ad essere eletto ai soli presbiteri cardinali e ai diaconi, che avessero in precedenza regolarmente percorso di grado in grado tutta la carriera ecclesiastica. Cristoforo, consolidata la sua posizione personale, procurando da Stefano III al figlio la nomina a secondicerio ed a nomenclator, e dando una figlia in moglie all'ufficiale che aveva ucciso Totone, Grazioso, promosso a duca di R., concentrò tutte le sue energie ad orientare i rapporti con Desiderio verso il combattivo indirizzo seguito vent'anni prima contro Astolfo da Stefano II. Su questo terreno si urto contro nuovi avversari, capeggiati questa volta non da uno dei proceres de militia, ma da uno degli stessi dignitari della corte papale, il cubiculario Paolo Afiarta, del quale Desiderio aveva saputo abilmente lusingare la cupidigia e le ambizioni personali, e che perciò patrocinava invece una politica di amicizia con il Re di Pavia.

Il conflitto si complicò, precipitando al suo epilogo, non appena a Cristoforo ed a Sergio diede appoggio il re dei Franchi, Carlomanno. Ciò spinse Desiderio ad accorrere personalmente in aiuto dei suoi fautori. Nella Quaresima del 771 il Re longobardo pose il campo sotto R., e costrinse Stefano III, preoccupato della eccessiva

influenza acquistata dai suoi due ministri, ad abbandonare Cristoforo e Sergio in balla del loro nemici, che li mutilarono atrocemente degli occhi e della lingua. Il primicerio ne morì tre giorni dopo; il figlio sopravvisse in dura prigionia, per perire alla sua volta sotto i colpi di sicari di Paolo Afiarta, sul principio del 772, pochi giorni prima che Stefano III morisse. La rivolta guidata contro i proceres Ecclesiae da Totone, e la lotta intestina di palazzo fra dignitari papali, con l'intervento di Franchi e di Longobardi, nella quale il cubicolario Paolo Afiarta aveva sopraffatto il primicerio dei notai Cristoforo, ed il secondicerio e nomenclator Sergio, erano il segno del valore, che ormai si attribuiva alla Cattedra di S. Pietro come strumento di dominio temporale; ed il preludio delle drammatiche contese, con le quali durante il medioevo si sarebbero disputato il papato, per asservirlo ai loro fini politici, fazioni romane e di altre parti d'Italia, e potenze straniere.

I confini del Ducato romano alla morte di Stefano II (757). — Il Ducato romano era sorto dall'unione in una stessa circoscrizione militare dei resti delle antiche province civili della Tuscia ed Umbria, della Valeria e della Campania a nord del Garigliano. Confinava a nord con la Tuscia longobarda e con il Ducato imperiale di Perugia; ad est con i Ducati longobardi di Spoleto e di Benevento; a sud con il Ducato di Benevento e con il Ducato imperiale di Napoli; ad ovest con il Mar Tirreno. L'andamento dei confini alla morte di Stefano II, per quanto è dato desumere dalle fonti, si può delineare all'incirca nel modo seguente. Il confine con la Tuscia longobarda cominciava sul mare, alla foce del torrente Mignone, poco a nord di Civitavecchia; si dirigeva alle rive meridionali del lago di Vico, lasciando Blera in territorio romano; contornava a sud e ad est il lago di Vico, che si trovava in territorio longobardo; ad oriente di esso seguiva la cresta dei Monti Cimini, dalla quale scendeva in direzione nord al torrente Vezza, così che Seriano del Cimino e Bomarzo si trovavano in territorio romano e Bagnaia in territorio longobardo. Dalla confluenza del Vezza nel Tevere il confine era fra i due Ducati imperiali di R. e di Perugia, al primo dei quali apparteneva Amelia. Da Amelia il confine scendeva al fiume Nera, dividendo il Ducato romano da quello longobardo di Spoleto, al quale apparteneva Terni, mentre Narni ed Orte si trovavano in territorio romano. A sud di Otricoli il confine coincideva con il Tevere sino alla zona a monte di Mentana, dove se ne staccava, per attraversare la zona dei Monti Cornicolani e raggiungere l'Aniene a monte di Tivoli; correva poi lungo il versante meridionale dei Monti Simbruini e attraverso la zona dei Monti Ernici scendeva alla valle del Liri, dove cominciava il confine con il Ducato longobardo di Benevento. Il confine coincideva poi con il corso del Liri sino alla confluenza del Sacco, donde si dirigeva alla depressione fra i Monti Ausoni ed i Monti Aurunci. Dopo Fondi e prima di Terracina cominciava il confine con il Ducato imperiale di Napoli, al quale lasciava il territorio di Terracina, e raggiungeva il mare nella zona contigua a Monte Circeo.

Lista dei duchi di R. nel sec. VIII sino alla morte di Stefano III (772). — Cristoforo (intorno al 712-13); Pietro (intorno al 713); Basilio, Marino, Esilarato, Pietro (tutti e quattro al tempo di Gregorio II, 715-31); Teodoro (intorno al 731-38?); Stefano (dal 738 ca. al 741 ca.); Eustachio (intorno al 757); Gregorio (intorno al 767); Totone (767-68); Grazioso (intorno al 768-72). Le date indicano gli anni, ai quali con una certa probabilità si possono ri-

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(fol. Musci di Roma)
ROMA - Stemma di R., sorretto da un Balestriere e un Pavesato (prima metà del sec. XIV), Particolare del cippo di Agrippina Maggiora, moglie di Germanico, già nel mausoleo di Augusto, riadoperato nel medioevo quale misura (tugitella) di grano sulla piazza del Campidoglio - Musci di Roma.

ferire le menzioni che di questi duchi si hanno nelle fonti.

BIBL.: O. Bertolini, R. di fronte a Bisanzio e ai Longobardi, Bologna 1941-42. Oltre alla bibl. essenziale quivi citata a p. 794, si vedano O. Bertolini, Il primo «periurium» di Astolfo verso la Chiesa di R. (752-53), in Miscellanea G. Mercati, V. Città del Vaticano 1946, pp. 160-205; id., La caduta del primo cerio Cristoforo (771) nelle versioni dei contemporanei e le correnti antilongobarde e filolongobarde in R. alla fine del pontif. di Stefano III (771-72), in Riv. di stor. della Chiesa in Italia, 1 (1947), pp. 227-62, 249-79; id., Per la stor. delle diaconie romane nell'alto medioevo sino alle fine del sec. VIII, in Arch. d. Soc. rom. st. patria, 70 (1947), pp. 1-145; id.,

Le prime manifestazioni concrete del potere temporale dei papi dell'Esarco di Ravenna (756-57), in Atti d. Ist. ven. di sc., lett. ed artt. 1947-48, t. CVI, parte 2ª. Cl. di Sc. mor. e lett., pp. 280-290; id., Il problema delle origini del potere tempor. dei papi nei suoi presupposti iniziali: il concetto di «rettituo» nelle prime cessioni territoriali (756-57), alla chiesa di R., in Miscell. Pio Paschini, I. Roma 1948, pp. 103-71; id., Appunti per la stor. del Senato di R. durante il dominio bizantino, in Anvali della Scuola Normale Super. di Pisa, Lett. st. e filos., 2ª serie, 20 (1951), pp. 26-57; id., I papi e le relaz. polit. di R. con i Ducati longobardi di Spoleto e di Benevento. I. Gregorio Magno, in Riv. di Stor. della Chiesa in Italia, 6 (1952), pp. 1-46. Cf. inoltre: PATRIMONIO DI SAN PIETRO.

Ottorino Bertolini

IV. I SECC. VIII-XII. — La caduta del Regno longobardo, la venuta a R. di Carlomagno, la rinnovazione degli impegni reciproci tra il Sovrano franco ed il Papa, la fortunata politica economica di Adriano, le sue benemerenze culturali ed artistiche avvirano al grande episodio dell'incoronazione imperiale, che fu preceduto però, alla morte di Adriano, da un attacco contro il nuovo papa Leone III, più debole ed incerto, dalla sua fuga in Francia, dal ritorno sotto la protezione franca e la discolpa pubblica in S. Pietro. Per la storia interna di R. la cerimonia del Statale 799 non ebbe conseguenze perché Carlo non risiedette in città; però il prestigio dell'Urbe crebbe nel ricordo delle antiche glorie e nella comune convinzione che soltanto in R. e da una consacrazione religiosa si potesse ottenere una legittimazione del potere politico.

Tutto il sec. IX è dominato dal contrasto tra le forze ecclesiastiche (familia sancti Petri) e quelle aristocratiche laiche (exercitus Romanus) che con alterna vicenda cercavano di impadronirsi del governo cittadino, a volta a volta chiedendo o respingendo l'aiuto imperiale franco; ne seguivano insurrezioni, scismi, decisioni conciliari o costituzioni imperiali di breve durata e di scarsa efficacia. Frattanto un pericolo più urgente minacciava R., cioè le incursioni arabe; le stesse basiliche di S. Pietro e S. Paolo vennero saccheggiate, provocando enorme impressione in tutto il mondo cattolico, e spingendo il papa Leone IV alla costruzione di una cinta protettiva elevata con il contributo dei vari monasteri e delle domuscultae e con il lavoro dei cittadini divisi in scholae; nell'849 ad Ostia la flotta nemica venne dispersa dalle navi di varie città meridionali riunite in una lega benedetta dal Papa.

Malgrado questo glorioso episodio, la vita romana tendeva ad impoverirsi, chiudendosi nel limitato ambito locale e restando influenzata dagli intrighi familiari; tipico il caso del missus imperiale Arsenio e dei suoi figli Eleuterio ed Anastasio, il celebre bibliotecario autore di varie vite comprese nel Liber pontificalis, che fallirono nell'ambizioso disegno d'impadronirsi della direzione ecclesiastica e civile della città, ma aprirono la via ad altri

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ROMA - Personificazione di R. nell'indice di una guida storico-descrittiva di R., per uso dei pellegrini (fine sec. XIV) - Novara, Duomo, Archivio di S. Maria.
(per cortesia del Presidente del T.C.I.)
più fortunati tentativi del genere. La morte violenta di papa Giovanni VIII (882); le efferate violenze del « Sinodo del cadavere » allorquando il morto pontefice Formoso fu giudicato, deposto e gettato in Tevere per istigazione dei duchi di Spoleto rimasti danneggiati dalla sua politica favorevole ad Arnolfo di Carintia (897); le doppie elezioni, gli assedi e tanti altri fatti torbidi ed oscuri sono altrettante manifestazioni di un processo di faticoso assestamento, che doveva portare con il nuovo secolo ad un potenziamento delle forze nobiliari, alla formazione di una vera e propria dinastia signorile capace di reggere con polso energico la politica ecclesiastica ed urbana, imponendo a pontefici i membri della propria famiglia e servendosi dei potentati vicini (Spoleto, Toscana, repubbliche marinare dell'Italia meridionale) o lontani (imperatori, re d'Italia, grandi monasteri) ai suoi scopi d'ingrandimento dei possessi territoriali nella Sabina ed in altre località della campagna romana.

La prima figura di rilievo è Teofilatto, che era ad un tempo vesterarius pontificio e capo della milizia cittadina, imparentato con Alberico di Spoleto ed aveva, dalla sua, dapprima papa Sergio III e poi Giovanni X. Anche la moglie di Teofilatto, Teodora, doveva esser donna energica ed abile, ma non tanto corrotta, come alcuni cronisti l'hanno descritta; anzi contro di lei, le sue figlie ed altre donne romane del tempo vennero lanciate accuse obbrobriose supinamente ricopiate da storici di tutte le tendenze così che la pornocrazia romana del sec. X divenne uno dei più abusati luoghi comuni, ma contro tale pregiudizio occorre reagire mostrandone tutta l'assurdità e cercando, al contrario, d'intendere gli atteggiamenti politici, le idealità e le realizzazioni di quei personaggi spesso tragici ed enigmatici.

Sotto Giovanni X ebbe luogo una nuova, fortunata battaglia contro gli Arabi alle foci del Garigliano (ag. 915), ma il disegno del Papa di liberarsi dalla tutela degli aristocratici locali appoggiandosi ai re d'Italia fallì ed in città governò Marozia, la figlia di Teofilatto e Teodora, con i titoli di senatrix e di patricia; ma quando ella volle sposare Ugo di Provenza contro le leggi canoniche e per

fini politici, i Romani insorsero sotto la guida dello stesso figlio di lei, Alberico (932); e per oltre vent'anni l'Urbe visse raccolta sotto il princeps et omnium Romanorum senator, che con saggezza ed abilità seppe resistere agli assalti esterni, accordarsi con Bisanzio, riformare i monasteri, migliorare le condizioni economiche e, in una parola, concentrare a buon fine tutte le energie cittadine. Invece suo figlio, chiamato con il nome augurale di Ottaviano ed elevato al pontificato con il nome di Giovanni XII, si rivelò immorale e sventato; dopo aver chiamato Ottone di Sassonia a R. incoronandolo imperatore (962) si unì ai nemici di lui e finì con l'esser sopraffatto, mentre in città la reazione antitedesca continuava con la scelta di Benedetto V contro il papa imperiale Leone VIII, ma fu cosa di breve durata e nella seconda metà del sec. X l'influenza imperiale germanica si contrappose vittoriosamente al dominio di famiglie locali, fra le quali celebre quella dei Crescenzi.

Il punto cruciale del duello fu rappresentato dall'insurrezione tentata contro Ottone III nel 998 da un Crescenzi tragicamente finito in Castel S. Angelo dove si era chiuso; l'Imperatore cercò di attirare a sé i Romani ma con poco successo, e presto morì, né i papi da lui scelti Bruno di Carinzia (Gregorio V) e Gerberto d'Aurillac (Silvestro II) poterono far molto di fronte al ritorno dei Crescenzi. Dal 1002 al 1012 la città stette tranquilla sotto il patriziato di Giovanni di Crescenzi; poi si fece luce un'altra grande famiglia romana, quella dei Tuscolani, che ripete la manovra di occupare le cariche religiose e civili mettendo sul soglio papale successivamente ben tre dei suoi, e trattando con i vari imperatori d'Occidente ed Oriente. Ma verso il 1044, sia per le sregolatezze di Benedetto IX, sia per l'ostilità dei Crescenzi e dei marchesi di Toscana, sia per la pressione del clero riformato su Enrico III di Franconia, il sistema politico dei Tuscolani cadde; con il Sinodo di Sutri ebbe inizio un diretto intervento imperiale negli affari ecclesiastici, conestato, per quel che concerne la posizione del sovrano di fronte ai cittadini, dal conferimento del patriziato e relativo diritto del principatus in electione papae.

Le conseguenze del grande movimento riformatore gregoriano e della lunga lotta delle investiture sulla vita cittadina romana furono d'incalcolabile portata perché nel duello tra papi ed imperatori si avvantaggiarono gli abitanti dell'Urbe, e non già le vecchie famiglie bensì nuovi nuclei, come i Pierleoni che basavano la loro potenza sul denaro ed i Frangipani d'origine popolare; contemporaneamente si delineavano nuovi organismi politici e l'espansione comunale si indirizzava verso linee che saranno poi costanti nei secoli successivi. A sua volta la Chiesa, staccandosi energicamente dai lacci laicali, si estraniava un po' dalla città; la Curia si popolava di persone venute da lontano e lo sguardo dei pontefici poteva allargarsi ad un orizzonte assai più vasto di quello, così limitato, del periodo precedente. La resistenza dei vecchi elementi fu lunga e feroce, come mostrano vari episodi cruenti occorsi sotto i pontificati di Alessandro II e di Gregorio VII (come l'assalto di Cencio nel Natale del 1075); vanno aggiunti i vari assedi di Enrico IV, che, alfine, riuscì ad entrare in città, farsi incoronare dal suo antipapa Guiberto ed occupare il Campidoglio. Ma l'arrivo dei Normanni provocò altri orrori, e tali fristi alternative si ripeterono più volte sotto i successori di Gregorio VII con frequenti fughe dei papi, nomine di antipapi, saccheggi di case dei nobili, visite di imperatori ora ben accolti ora scacciati. Solo Callisto II, dopo aver conchiuso il Concordato di Worms (1122), poté riprendere in mano il governo della città appoggiandosi decisamente ai Pierleoni; invece i Frangipani prevalsero sotto il successore Onorio II, talché l'urto tra le due casate apparve inevitabile, e quel duello costituì uno dei ricorsi costanti nella storia romana del sec. XII. Ne fu episodio culminante lo scisma aperto nel 1130 con la doppia elezione di Innocenzo II ed Anacleto II; quest'ultimo, un Pierleoni, dovette piegarsi di fronte all'altro che aveva con sé s. Bernardo e l'Imperatore, ma da questa aspra lotta, solo apparentemente religiosa, sgorgò, a somiglianza di altre città italiane, il Comune del popolo.

Regna molta incertezza sull'esatto seguito degli avvenimenti che portarono alla costituzione del nuovo istituto, ma è certo che, malcontenti per l'esito della guerra contro Tivoli, i Romani insorsero contro la Chiesa, restaurarono il Senato, riformarono l'ordine equestre composto del ceto medio e della piccola nobiltà cittadina, e poco dopo elessero un patrizio investito di ogni diritto; gli atti della Cancelleria vennero segnati con una nuova era a simbolo di consapevole fierezza ed in memoria di antiche, indimenticate glorie. Ma i pontefici, dopo un breve smarrimento, ebbero presto ragione delle nuove forze e dopo quarant'anni riuscirono a firmare un accordo (Clemente III, nel 1188) col quale si rimetteva il Senato sotto l'investitura ecclesiastica, si rinunziava alle regalie ed ai beni usurpati in luogo del pagamento annuo di una somma; la prefettura diveniva poco più che un titolo onorifico ma ai magistrati cittadini restava la giurisdizione civile, la determinazione dei pesi, misure, dazi, pedaggi, ecc. Prima di tale pace c'era stato di mezzo il violento contrasto tra Federico Barbarossa ed Alessandro III, che era stato utile al Comune romano per trarre vantaggio dalle due parti; però nel 1167 una terribile sconfitta dell'esercito cittadino a Monteporzio era stata neutralizzata soltanto dalla pestilenza che aveva colpito gli imperiali. Più felice si dimostrava la politica estera del Comune con un ampliamento del territorio soggetto al suo controllo (da Radicofani a Ceprano) e con intese commerciali con altre città, come Genova, a favore delle piccole industrie locali; manco sempre, tuttavia, a R. una robusta classe media ed un'effettiva autonomia economica, che permettessero di dare salda consistenza alle aspirazioni di libertà periodicamente ricorrenti.

Il caso di Benedetto Carushomo, senatore unico nel 1191, è significativo; dopo aver cercato di sottrarre alcune provincie alla giurisdizione della Chiesa, venne cacciato, e poco dopo il grande Innocenzo III riuscì a far fare un altro passo avanti all'intromissione curiale negli affari comunali; anche l'ingresso dei nobili nel Senato, aumentato via via sempre più durante il sec. XIII, svuotò quell'istituzione di gran parte del suo significato. Invece nuova esca ai dissidi tra città e Chiesa venne dalla ripresa della lotta tra papi ed imperatore al tempo di Federico II, che fu largo di promesse e lusinghe con i Romani, senza però ottener molto in concreto. Dapprima con Giovanni Poli, poi più efficacemente con Luca Savelli (1234), tutta la città insorse contro Gregorio IX, rivendicando diritti sulla Tuscia, imponendo oneri al clero, pretendendo libera elezione del Senato, ecc.; ma fu ancora una volta un fuoco di paglia perché R. non poteva vivere senza fare i conti con quel complesso d'interessi che erano legati con la Curia. Invece, scomparso l'energico Pontefice, si impose l'esponente di una nuova famiglia, il senatore Matteo Rosso Orsini, che per due anni durante la sedevacanza fece a suo arbitrio, ma riuscì a tener lontano Federico sottraendo la città ad un dominio che sarebbe stato ben più duro della blanda supremazia papale.

BIBL.: opere di carattere generale: F. Gregorovius, Storia della città di R. nel medioevo, trad. II. con note ed aggiunte, 3ª ed., Roma 1912; L. Homo, R. médiévale, Parigi 1934; L. Duchesne, Les premiers temps de l'Etat pontifical, 3ª ed., Parigi 1911 (cf. con riserva la trad. it., Torino 1947); P. Brezzi, R. e l'Impero mediev., Bologna 1947 (con ampia bibl.). Studi sull'amministrazione cittadina: E. Rodocanachi, Les corporations ouvrières à R. depuis la chute de l'Empire romain, Parigi 1864; A. Solmi, Il Senato rom. nell'alto m. e. (757-1143), Roma 1944; F. Bartoloni, Per la storia del Senato rom. nel secc. XII-XIII, in Bull. Ist. stor. ital. per il m. e., 60 (1946); L. Halphen, Études sur l'administration de R. au moyen âge, Parigi 1947. Sull'idea di R.: F. Schneider, Rom und Romgedanke in Mittelalter, Monaco 1926; P. E. Schramm, Kaiser, Rom und Renovatio, 2 voll., Lipsia 1929; E. Dupré-Theseider, L'idea imperiale di R. nella tradiz. del m. e., Milano 1942. Ricerche su personaggi o periodi particolari: A. Laporte, L'Europe et le Saint-Siège à l'époque carolingienne, Le pape Jean VIII, Parigi 1893; I. Giorgi, Il trattato di pace e l'alleanza del 1165-66 fra R. e Genova, in Arch. Soc. rom. st. patria, 25 (1902), pp. 347-466; P. Fedele, Ricerche per la storia di R. e del papato nel sec. X, ibid., 33 (1910), pp. 177-247; 34 (1911), pp. 75-115, 393-423; id., Per la storia del Senato rom. nel sec. XII, ibid., p. 351 seg.; id., Pierleoni e Frangipane nella storia

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ROMA - Finestra del « Sancta Sanctorum » (sec. XIV) con pitture del sec. XVII - Roma.
(fot. Sannini)
medievale di R., in Roma, 15 (1937), pp. 1-12; G. Rossi, I Crescenzi, Roma 1915; id., Alberico I di Spoleto, Contributo alla storia di R. dall'588 al 937, ivi 1918; G. B. Borino, L'elez, e la deposiz. di Gregorio VI, in Arch. Soc. rom. st. patria, 39 (1916), pp. 19-252, 205-410; G. Falco, Documenti guerreschi di R. medievale, in Bullet. Ist. stor. ital., 40 (1921); O. Gerstenberg, Die politische Entwicklung des röm. Adels im 10. und 11. Jahrh., Berlino 1938; T. Venni, Giovanni X, in Arch. Soc. rom. st. patria, 39 (1936), pp. 1-136; F. Bartoloni, Un trattato del sec. XIII tra R. ed Alutri, in Atti V Congresso studi romani, Roma 1938; R. Morghen, Questioni gregoriane, in Arch. Soc. rom. st. patria, 65 (1942), pp. 1-62, (cf. le osservazioni di G. B. Picotti); P. F. Palumbo, Lo scisma del MCXXX, i precedenti, la vicenda romana e le ripercussioni europee della lotta tra Anacleto II ed Innocenzo II, Roma 1942. Paolo Brezzi

V. I SECC. XIII-XV. - La storia della città di R. nel corso del Due e Trecento (e se si vuole sino al 1420) è in sostanza quella della lotta di quel Comune per l'autonomia, del sempre rinnovato tentativo dei Romani, più precisamente del ceto popolare, di costituirsi in uno Stato-città, come tutti gli altri grandi Comuni italiani.

Vi ostarono però particolari difficoltà, che resero la storia medievale di R. ben diversa da quella di ogni altro Comune cittadino. Anzitutto i presupposti economici, sfavorevoli alla formazione di una solida e ricca borghesia o meglio « popolo », nel senso tecnico del tempo; le condizioni ambientali non permettono di avviare un fiorente artigianato né tanto meno un commercio di esportazione degno di nota; infelice anche la postura geografica della città, troppo lontana dalle grandi vie dei traffici europei. Il maggiore cespite per i Romani resta sempre l'industria del forestiero, indissolubilmente connessa con la permanenza della Curia nella città: l'afflusso di ecclesiastici che vengono ad limina e insieme dei pellegrini che visitano basiliche e santuari. Perciò è di vitale interesse per R. che il Papa e la Curia vi risiedono. Ma non sarebbe giusto valutare tutto soltanto sul piano della semplice convenienza economica: i Romani sono anche orgogliosi di avere il Papa come vescovo e sovrano, e gli sono affezionati, pur se spesso non lo dimostrano, e non sono

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ROMA - Palazzo Venezia (1455-67) - Roma.
(fot. Alinari)
davvero insensibili all'alto privilegio ideale di vivere nella città santa della cristianità.

Comunque, è probabile che prevalentemente attraverso l'attività alberghiera si sia formata una certa disponibilità di capitali, che sembra esser stata abbastanza forte, specie tra la metà del Duecento e i primi decenni del secolo successivo. Mercanti e banchieri romani furono in grado di fare cospicui prestiti a personalità italiane e straniere (famoso quello a Carlo d'Angiò, prima della battaglia di Benevento); non solo, ma li vediamo anche presenti alle grandi fiere internazionali di Francia, anzi, almeno una volta, sono anche accreditati presso la Curia papale, campo solitamente riservato ai banchieri fiorentini.

La vita romana è inceppata da un altro ostacolo ignoto ad altri Comuni, almeno in questa misura: la nobiltà locale, i baroni, ugualmente forti in città e nella campagna e pertanto assai difficili da debellare, tanto più che possono sempre contare su solidi appoggi presso la Curia. Le loro accanite lotte di predominio paralizzano la vita cittadina; nei dintorni di R. essi bloccano l'espansione del Comune, non solo, ma con le loro prepotenze e addirittura grassazioni rendono malsicure o intrarestabili le strade, impedendo così la venuta dei pellegrini e l'approvvigionamento della città. Per un secolo almeno (dalla metà del Duecento) si cercherà sempre di nuovo di deprimerli, con apposite leggi antimagnatizie, spesso severe, ma senza esito; solo con la formazione della milizia popolare dei «banderesi» la situazione migliorerà, aiutata dal rafforzamento del potere papale. Ma nel Quattrocento la nobiltà procura di nuovo tristissimi giorni alla città.

Il più grave ostacolo a una normale vita di Comune è però rappresentato dalla presenza del Papa. Nessun altro Comune deve, come R., convivere con il proprio alto signore; le città che dipendono dall'Impero stanno, da questo punto di vista, infinitamente meglio. Per R. non è praticamente possibile, se non per brevi periodi, l'autonomia. Ma si tratta di un problema parecchio complesso. Da un lato, il papato per sua stessa natura è inafferrabile ed invincibile sul terreno dei rapporti di potenza (né R. sarebbe mai stata in grado d'infliggergli una Legnano); d'altra parte R. non può fare a meno del Papa, della presenza della Curia, per i motivi già detti. Così, la storia dei rapporti fra cittadinanza e Pontefice è curiosamente oscillante fra inviti e ripulse, fra sgarbi e prove di devozione. Nel complesso, però, predomina il lealismo.

Ma R., si diceva in quel tempo, ha due sovrani, due sposi: il Papa e l'Imperatore. I rapporti con il potere imperiale furono molto più semplici. R. non fu mai

tipica «città imperiale», né fece gran conto delle lusinghe che ogni tanto le vennero dall'Imperatore. Nemmeno al tempo di Federico II, quando si sarebbe anche potuto pensare, in dannata ipotesi, al distacco della città dallo Stato ecclesiastico e ad una sua effettiva funzione di capitale dell'Impero. Si vide proprio allora che, tra Papa ed Imperatore, i Romani, visto che indipendenti non potevano essere, preferivano stare con il Papa. Va tenuto conto, a questo proposito, di un singolare mito del tutto romano-municipale: la «idea imperiale», cioè la convinzione che tuttora, come negli antichi (e mitizzati) tempi, spettasse al popolo romano di conferire l'imperium, del quale era il depositario: pretesa che per la mentalità del tempo era assai meno strana di quel che non paia oggi. Un Cola di Rienzo poté realmente costruirvi sopra in gran parte la sua avventura, e non fu, per questo, trattato da pazzo dai suoi concittadini. Tale pretesa «imperiale», eminentemente retorica e culturale, tale «complesso capitolino» mantenne sempre il suo fascino: ma non commosse né mosse mai veramente all'azione i Romani. È probabile che non la si coltivasse

che in una piccola cerchia di idealisti ed utopisti di estrema tendenza antichiesastica; in altre parole, di «nazionalisti» romani.

Nel periodo di tempo accennato il popolo romano sviluppa dunque la sua costituzione comunale. Ma con sensibili differenze rispetto a quello che può esser detto il «tipo medio» del Comune italiano. Tali diversità erano incominciate, del resto, fin dal primo momento, nel 1144, quando non si formò un tipico Comune aristocratico, a regime consolare, ma il Senato ebbe, piuttosto, impronta popolare. A ogni modo è chiaro che R. mancò totalmente del ceto intermedio, della minore nobiltà, dei secundi milites o valvassori, quelli che altrove sono l'anima, appunto, del primo Comune. Correlativamente, il Comune di popolo non si forma in contrapposizione al commune unius, ma come una nuova creazione. Tutta la vita del Comune romano, insomma, si presenta in modo suo proprio.

Non è una vita facile in nessun momento; la città non riesce mai a fiorire veramente e, in una ipotetica graduatoria d'importanza dei Comuni italiani, R. occuperebbe un posto molto modesto. Anche come vita culturale: sebbene non possa dirsi città rozza né incolta, tuttavia è indubbio che fu singolarmente povera di ingegni; unica, notevolissima eccezione, l'anonimo autore della vita di Cola di Rienzo: ma è poi un romano? Ancora una constatazione, che vale per tutto il periodo: a differenza dalla quasi totalità degli altri Comuni, R. non sembra abbia conosciuto veramente la lotta di parte, il dissidio fazioso tra guelfi e ghibellini. Naturalmente anche le fonti romane parlano delle due fazioni, ed è chiaro che, qui come altrove, i due famosi nomi non sono che etichette per schieramenti di interessi locali; ma appare certo che il fenomeno restò circoscritto al mondo baronale e non cointeressò, se non sporadicamente e per breve tempo, il «popolo», la vera e propria cittadinanza. È una prova del suo buon senso.

All'inizio del Duecento la vita di R. è ancora mortificata dalla poderosa personalità di Innocenzo III e assorbita nella rinnovata struttura politico-statale della Chiesa. Però riprende, sotto il debole papa Onorio III e soprattutto approfittando della lotta aperta fra Federico II e Gregorio IX. Dal 1232 al 1235 ha luogo una vera grande ribellione, il più considerevole sforzo per l'autonomia che R. avesse fatto dopo la «renovatio Senatus». Soprattutto si incomincia sistematicamente la «conquista del contado», più esattamente del «distretto», cioè della giurisdizione sul territorio circostante, allo scopo di migliorare le condizioni di vita e di sicurezza della città. Per un vasto raggio intorno a R. appositi delegati pretendono il giuramento di fedeltà e il paga-

mento di tributo dai vari centri (e spesso
nemmen tanto piccoli, come Viterbo, Ana-
gni, ecc.); in R. stessa si sottopongono gli
ecclesiastici alla giurisdizione civile ed alle
imposte capitoline, si pretende la libera ele-
zione dei senatori, capi del regime cittadino,
poi l'emissione di una propria moneta: ve
n'è abbastanza per provocare la protesta
del Papa, contro il quale si prende l'incre-
dibile decisione che sia da considerare «in
perpetuo esilio» da R. se non abbia pagato
una specie di contributo ai cittadini. Dispo-
sizioni di indubbia gravità, certamente det-
tate dai «nazionalisti» estremi, e non è da
escludere che vi si palesi anche una certa
tendenza ereticale.

L'autonomismo romano ebbe allora una
spinta che durò a lungo, e ne fu incorag-
giata la formazione di una nuova coscienza
di «popolo». Molto favorevole a questi svi-
luppi furono i 22 mesi di sedevacanza
susseguiti, nel 1242, alla morte di Gregorio
IX. Allora Matteo Rosso Orsini, senatore,
commise atti di incredibile arbitrio, ad-
dirittura terrorizzando i cardinali del Con-
clave. Proprio in quel torno, nell'occasione
della firma di un trattato antimperiale fra
R. e Narni (è la prima volta che il Co-
mune agisce sul piano intercomunale), compaiono per
la prima volta nomi di banchieri romani. È da ritenere
che allora venissero delineandosi le associazioni profes-
sionali, le corporazioni delle arti e dei mestieri, e che,
pertanto, il Comune assumesse un indirizzo sempre più
democratico e antinobiliare (non antipapale necessaria-
mente). Nel 1232 il «popolo» è così forte da conqui-
stare il regime cittadino; per analogia con quel che,
soltanto due anni prima, era avvenuto in Firenze, pos-
siamo parlare anche per R. di un avvento del «primo
popolo», del governo delle arti, del regime popolare, che
sarà, fino al termine del Trecento, «la sola grande linea,
viva e feconda, della storia cittadina» (Falco). Gran me-
rito ha per esso la vigorosa personalità del senatore Bran-
caleone degli Andalò. Il popolo, che lo aveva chiamato
da Bologna, gli aveva conferiti veri poteri dittatoriali, di
cui il senatore fece assai saggio e cauto uso, soprattutto
per instaurare sempre meglio il nuovo regime. Così,
introduesse il capitanato del popolo e ripartì la cittadi-
anza secondo le sue categorie produttive (cohadunatio
artium); la conquista del distretto venne perseguita vigo-
rosamente, l'ordine pubblico assicurato e introdotta una
vera legislazione antimagnatizia. Con lui l'autonomia citta-
dina raggiunse il più alto grado di efficienza e durò molto a
lungo; il papa Innocenzo IV (e così anche poi Alessandro
IV) dovette rassegnarsi a venire a patti con i Romani.

Per quanto nel 1238 la nobiltà riprendesse il soprav-
vento (ma a lungo si avrà l'alternanza fra essa e il popolo
in Campidoglio), è certo che R. acquistò una nuova im-
portanza, un nuovo peso politico, durante l'interregno.
Lo prova il fatto che tra il 1261 e il 1263 si ebbe una
vera gara di sovrani e principi intorno al senatorato
romano: Alfonso di Castiglia, Manfredi, Riccardo di
Cornovaglia, Carlo d'Angiò. Eccezionali candidature,
attraverso le quali la grande politica europea entrò in R.
Nel 1263 diveniva senatore l'Angioino, che per venti
anni resterà in relazione con R. Per tredici anni (comples-
sivamente, fra il 1263 e il 1284, ma con interruzioni) ne
sarà addirittura il senatore e il duro ed equo ammini-
stratore, e la città non conobbe forse mai un periodo di
maggior pace. Un grande papa, il romano Niccolò III
Orsini, nel 1278 tentò di estrometterlo dal Campidoglio,
mediante la costituzione Fundamenta, che vietava l'ele-
zione di senatori forestieri o di regale dignità, ma poco
dopo, con il compiacente appoggio del francese Mar-
tino IV, Carlo riprendeva le redini di R.; solo nel 1284,
come remota conseguenza del Vespro, il popolo lo
cacciava.

Niccolò III aveva poco prima rinnovata la figura
giuridica del Papa-senatore, venendo eletto senatore egli

Article illustration
(fol. Guidotti) ROMA - Ponte Sisto. Fatto costruire da Sisto IV su disegno di Baccio Pontelli (1471-84) - Roma.
stesso (1278). Potremmo dire che inizi allora per R. il
periodo della signoria, altro non essendo il Papa che un
«signore», vale a dire il vero padrone del Comune, ma
sotto la finzione giuridica del conferimento delle princi-
pali magistrature cittadine, fattogli in tutta forma dal
popolo. Ciò avveniva con la curiosa limitazione che il
senatorato gli fosse conferito quale a privata persona e
non come a Pontefice, e che ad ogni nuova elezione si
rinnovasse il conferimento. Successivamente tutti i Papi
saranno de iure senatori di R., nonché titolari di tutte le
altre magistrature cittadine, e delegheranno regolarmente
la carica ad una coppia di senatori-vicari, per solito tolti
dalla nobiltà; vi sarà però una ripresa di senatorato regio
con Roberto d'Angiò.

Se con Niccolò III era venuta in primo piano la
famiglia Orsini (o meglio se n'era consolidata la potenza),
con Niccolò IV (1288-92) acquisteranno rapidamente
importanza i Colonna. Da allora in poi le due famiglie
avranno quasi ininterrottamente i loro senatori in Cam-
pidoglio ed i loro cardinali in Curia, e la loro contesa
per la supremazia cittadina durerà per secoli.

La storia di R. per qualche tempo non registra più
fatti degni di rilievo. Anche perché è nettamente sopraff-
atta dall'attività del papato, specie sotto il regale e ma-
gnanimo Bonifacio VIII, con il quale una nuova famiglia
viene, dalla Campagna, a inserirsi fra quelle romane: i
Caetani. A questo Papa R. deve molte opportune prov-
videnze, tra le quali l'istituzione dello Studio, un certo
fiorire d'arte e di cultura e poi un dono particolarmente
prezioso: il Giubileo del 1300. Prezioso non tanto per
il tornaconto economico, che non mancò, quanto piut-
tosto per lo straordinario accrescimento d'importanza e
di risonanza che R. ne ebbe per il mondo. Era la san-
zione, quale solo il Papa poteva darle, della sua posizione
di città ecumenica.

Di lì a poco, peraltro, l'inizio del periodo avignonese
arrecava un gravissimo colpo a R., che per 70 anni per-
deva, con la Curia, anche i vantaggi economici inerenti.
Si vide allora molto bene che, senza di essa, la città non
poteva vivere, e che era illusorio ogni autonomismo. Non
che ne mancassero i tentativi, dettati però dalla dispe-
razione. Furono al principio abbinati a una ripresa della
«idea imperiale», ma intesa e richiamata come mezzo di
pressione o di ricatto. Se il Papa non tornava, si manda
a dire nel 1305 a Clemente V, i Romani creeranno un
imperatore; allo stesso modo, nel 1327, quando il Bavaro
è alle porte, i cittadini fanno sapere a Giovanni XXII
che, se non verrà, accoglieranno lo scomunicato preten-
dente, perché non vogliono esser eternamente «orfani di
Papa e d'Imperatore».

Article illustration
ROMA - Arco di Costantino e resti del Settiionio. Affresco di Sandro Botticelli nella Cappella Sistina (ca. 1483) raffigurante la Funizione di Core, Dathan e Abiron.
Vi furono due occasioni particolarmente favorevoli allo sviluppo dell'autonomismo, ma che tuttavia non lasciarono tracce: le due incoronazioni imperiali, di Arrigo VII, del 1312, e di Lodovico il Bavaro, del 1328. Di eccezionale importanza la seconda, che la corona imperiale, essendo il candidato in piena rotta con la Chiesa, venne conferita dal popolo romano, certamente sul fondamento di quei suoi diritti imperiali, che per la prima e l'ultima volta entrarono in funzione. Ma forse si trattò dell'iniziativa di poche persone, tra cui certamente era Sciarra Colonna. Certo, al Bavaro la cosa fece molto comodo. Poi, sembra che la pretensione imperiale romana cadesse del tutto in dimenticanza.

Dopo questo fatto, veramente clamoroso, R. non offre più episodi notevoli. Le conseguenze della lontananza del papato si fanno sentire sempre di più. Specie nei gravissimi sconcerti interni dal 1335-38, causati dalla solita rivalità Orsini-Colonna, ma ora così violenti da trascinare tutta la cittadinanza. Ancora in clima di violenze avviene nel 1341 una cerimonia di alto valore ideale: l'incoronazione del Petrarca a poeta e cittadino di R., in Campidoglio. Atto la cui importanza non va sottovalutata e che fu anche intesa dai Romani; certo, esso unì indissolubilmente il poeta a R. e ne fece il suo più appassionato difensore, nella polemica contro Avignone.

Già nel 1342 compare presso Cola di Rienzo (v.). Si può giudicare la sua fantastica impresa il più risoluto e disperato tentativo fatto dal popolo per instaurare l'autonomia comunale. Notevole comunque perché Cola lo congiunse con un sia pur vago programma di rinascita nazionale italiana, reinserendo così R. nel mondo politico italiano. Fallito il sogno pazzesco e generoso, svoltosi il secondo Giubileo (1350), R. per gradi rinuncia all'autonomia, tuttavia tentata ancora qualche volta. Sempre più difficile del resto una vera affermazione cittadina, da quando una mano ferrea come quella del card. Albornoz regge e consolida lo Stato della Chiesa, preludio all'inevitabile ritorno del Papa. Fatto nuovo, la nobiltà decade. Nel 1358 perde il senatorato, e il popolo, d'accordo con il Papa ormai, si organizza nella «Felice Società dei balestrieri e pavesati» (detta più comunemente dei banderesi), forte milizia cittadina e pre-

sidio di R., sia contro i baroni sia contro le compagnie di ventura, nuovo flagello. Nel 1363 R. redige i suoi statuti, caratterizzati soprattutto dai provvedimenti contro i magnati; il Papa non vi è molto considerato, ma non si può dire che gli si sia ostili. Ormai è chiaro che per R. non è possibile che la sottomissione. Con il primo, effimero ritorno di papa Urbano V (16 ott. 1367 - 17 apr. 1370), e il secondo, definitivo, di Gregorio XI (17 genn. 1377), si chiude la lunga assenza della Curia papale. E incomincia l'ultima fase del regime comunale.

Tragiche le condizioni della città durante il grande scisma d'Occidente, che è poi una specie di lotta intorno a R. Se la città lo avesse voluto, quello sarebbe stato un altro momento favorevole per affermazioni autonomistiche, e difatti il regime dei banderesi vi si tentò; ma l'energico ed abile Bonifacio IX, così come fortificava il Campidoglio (che ancora ne reca gli stemmi), nel 1393 imponeva alla città patti molto chiari, per cui egli ne diveniva «vero signore» (e cessava allora per un po' il regime dei banderesi); energico del resto anche verso i baroni, che avevano tentato di approfittare della situazione, soprattutto il fiero Onorato Caetani, ma anche i Colonna. Purtroppo gli succede il debole Innocenzo VII e si ha il periodo più caotico dello scisma. Allora la città cade addirittura sotto occupazione militare (Ladislao di Durazzo, 1408-10 e 1413-14; Braccio da Montone, 1417) e le sue condizioni divengono paurose: i lupi scendono a divorare le salme nel cimitero del Vaticano.

Nel 1417 l'elezione di Martino V Colonna, riconduceva un Papa romano in R. (1420) e anche un certo ordine. Si può dire che allora si chiudesse per R. il periodo medievale e insieme anche la storia del suo Comune, del tutto obliterato dalla presenza del Papa, ormai vero principe temporale. Allora «la democrazia cedeva il potere al Pontefice, dopo aver assolto il suo compito di lavorare con vigore alla soluzione del secolare conflitto fra le due potestà supreme, di affermare altamente la coscienza d'impero e il valore universale di R., di potenziare le energie cittadine, di logorare nel territorio il particolarismo comunale e feudale a vantaggio di se stessa e di uno Stato della Chiesa, livellato, unificato, accentrato» (Falco).

Ciò che segue, ancora nel sec. xv, è, dal punto di vista della storia municipale di R., solo un progressivo esaurirsi degli spunti di « nazionalismo » locale, sempre meno chiaro, meno conscio di sé, meno « medievale », perché vi si sovrappongono i fantasmi classici. Più concreta realtà politica parla dalla continuazione delle lotte baronali, ma anch'esse sono immiserite, perché i baroni non sono più i dominatori di R., ma solo rissosi cortigiani. Il popolo è ormai del tutto fuori della cosa pubblica, se ne disinteressa e conosce solo qualche isolato scoppio di furore. Il 29 maggio del 1434 i Romani insorgono, si creano una magistratura rivoluzionaria, i « Sette governatori della libertà », e trascendono a violenze contro i cardinali: il Papa, che è Eugenio IV, fugge da R. L'interessante è che la città dichiara che si sarebbe regolata secondo la volontà del Concilio di Basilica. È però un episodio senza conseguenze. La città viene occupata per breve tempo da Niccolò Fortebraccio, in nome di Filippo Maria Visconti; poi l'ostinata resistenza di Castel S. Angelo, che sta con il Papa, e la ripresa delle fazioni tra Orsini e Colonna inducono i Romani, dopo ca. cinque mesi, a sottomettersi di nuovo. Non molto chiaro è un fatto di poco posteriore: un valoroso e duro prelato, il vescovo poi card. Giovanni Vitelleschi, che nel 1434 aveva ripresa R. per conto del Papa, e poi aveva agito con energia nei dintorni della città, sembra che nel 1440 volesse insignorirsene; anche questa volta la fedeltà del castellano di Castel S. Angelo, Antonio del Rio, che arrestò e fece morire il cardinale, salvava la città al Papa. Eugenio IV vi ritornava nel 1443 e la trovava nuovamente in miserrime condizioni: famosa è la descrizione che ne lasciò Vespasiano da Bisticci. Da allora R. ricomincia a vivere: Niccolò V, il papa colto e che poneva la sua passione « in libri e murare », fa molto per ripulirla ed abbellirla. Nel 1450 si ha il nuovo Giubileo, nel 1452 l'incoronazione di Federico III, ultima e scialba coreografia. Subito dopo Porcari (v.), invero senza alcuna relazione con l'autentico ambiente romano; allo stesso modo va giudicata la strana « congiura » dell'Accademia romana, attribuita a Pomponio Leto ed al Platina, al tempo di Paolo II (1468), ma è anche vero che il processo non diede una prova concreta della sua esistenza.

Ormai il Rinascimento è in pieno sviluppo. Il Vaticano diviene una corte sempre più magnifica e mondana; R. città passa sempre più nell'ombra; soprattutto non pensa più ad impossibili avventure autonomistiche; dal punto di vista amministrativo è paga di quanto le concede, nel 1469, Paolo II in occasione della revisione degli statuti: a capo della città un senatore e tre conservatori, oltre a un governatore per conto del Pontefice; tutte le cariche ed i benefici riservati ai cittadini, tutti i proventi dei possessi capitolini e delle località sottomesse (ve n'erano ancora in discreto numero), destinati alle sole esigenze romane. La città è anche soddisfatta per il rapido rinnovamento edilizio, cui si dedica un Papa dopo l'altro; specialmente attivi Sisto IV ed il card. Pietro Riario, il primo dei grandi cardinali la cui magnificenza celissa la potenza baronale. Questa ha ancora i suoi tragici fasti, specie nei torbidi susseguiti alla morte di Sisto IV (1484), quando la città è in vero regime di terrore, e sotto Innocenzo VIII, allorché vi si hanno le ripercussioni della congiura e guerra dei baroni napoletani. Si può dire che in questi episodi di cronaca si conchiuda anche la storia dell'aristocrazia romana, si spesso padrona, nel medioevo, della città, ma ora definitivamente depressa dalla potenza della Chiesa, specie con Alessandro VI e poi con Giulio II.

BIBL.: la bibl. relativa a questo periodo è disposta in modo sistematico in E. Dupré-Theseider, R. dal Comune di popolo alla signoria pontificia (1252-1377), Bologna 1952, pp. 721-49; G. Mollat, Les papes d'Avignon (1305-78), 9ª ed., Parigi [1949].

pp. 542-72; P. Paschini, R. nel Rinascimento, Bologna 1940, pp. 477-88. Eugenio Dupré-Theseider

VI. DAL SEC. XVI ALLA RIVOLUZIONE FRANCESE. -

I. Il primo '500

Durante il sec. xv la Curia ha preso è vero il sopravvento sul regime cittadino, ma R. grazie al suo conquistato splendore assurge ad un'importanza anche politica che la porta man mano, attraverso l'opera dei Pontefici, ad esercitare un primato direttivo sulle vicende dell'Italia.

Il costante progresso artistico, letterario, demografico, si aggiunge a dare maggior lustro allo sviluppo di questa nuova fase della vita romana, nonostante il prevalere, sin dal principio del sec. xvi, della dominazione straniera in Italia e la scissione religiosa dell'Europa. La minacciosa discesa di Carlo VIII di Francia nel 1498 verso Napoli ebbe un clamoroso episodio anche a R., che vide Alessandro VI, ritiratosi in Castel S. Angelo, costretto ad accogliere quel Re e trattare con lui. Carlo VIII ripassò per R., quasi fuggiasco causa la Lega che il Papa gli aveva opposta alle spalle. Poi Giulio II e Leone X ridonarono a R. quell'andamento che sotto Alessandro aveva subito un arresto.

La società romana del '400 trova il suo sviluppo nel '500; delle classi che la compongono, l'alta nobiltà baronale, rappresentata sempre dai Colonna, dagli Orsini, dai Conti e dai Savelli, estromessa dal predominio nelle vicende dell'Urbe si consuma in sterili gelosie che si sfogano in volgari delitti dovuti alla prepotenza individuale. Per sostenere il loro credito i suoi membri sono costretti ad esercitare il mestiere dei condottieri: i Colonna per l'Impero, gli Orsini per Venezia; altrettanto continuano a fare anche i membri delle altre principali famiglie.

Nella Curia, i Romani delle diverse classi gareggiano con i forestieri, accorsi da ogni parte, nel raggiungere i più alti uffici, quali cardinali, nunzi, governatori ufficiali, prelati nei diversi gradi. L'elemento forestiero, del resto sempre più in prevalenza nella Curia, non dissimula il suo proposito di procurarsi dimora stabile a R., dove la molteplicità degli affari ed il groviglio degli interessi politici offre l'occasione di formarsi salde posizioni economiche e d'innalzarsi nelle carriere. Nell'età precedente i parenti dei Pontefici avevano allargate le loro ambizioni sino ad ambire persino di crearsi dei principati; ora mireranno a crearsi delle fortune ed a primeggiare creando delle nuove dinastie cittadine in concorrenza con quelle esistenti.

Se interessi politico-nazionali, più che religiosi si trovano in conflitto al momento dell'elezione dei singoli

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ROMA - Il corridoio di Borgo con le tracce dell'assalto dei lanzichenecchi (1527).
(per cortesia di mons. A. P. Frutaz)
Pontefici, creando reti di influenze e prolungando per questa ragione i conclavi, non minori sono le pressioni ogni qual volta si tratti di creszioni cardinalizie; le diverse potenze italiane ed estere pretendono ormai di essere largamente rappresentate nel S. Collegio. I cardinali infatti sono in grado di esercitare praticamente un molteplice influenze nel movimento dei pubblici affari; essi costituiscono molte volte intorno a sé vere corti, dove persino vescovi stanno ai loro servizi, a capo di un servidorame costituito da ecclesiastici e laici fra i quali stanno persino degli avventurieri; perciò interessi famigliari si complicano con intrighi politici. La loro posizione preminente e le loro ricchezze li muovono a costruirsi palazzi sontuosi, secondando quella tradizione di fasto famigliare cui avevano ubbidito Pietro Barbo (Palazzo Venezia), Pietro e Raffaele Riario (Palazzi dei SS. Apostoli e della Cancelleria), Stefano Nardini (al Governo vecchio), e che fu continuata da Domenico della Rovere (Penitenzieri), da Adriano Castellesi, dai Cesi (in Borgo), ed in particolare da Alessandro Farnese. La nobiltà nuova non vorrà essere da meno, così via via faranno altrettanto gli Aldobrandini, i Borghese, i Barberini, gli Altieri, i Panfili, sino ai Braschi. Alcuni fra essi, alle antiche vigne suburbane sostituiranno lussuose ville nelle immediate adiacenze della città, oppure nei vicini Castelli romani. Emuli ai cardinali sono in tutto questo anche prelati di grado inferiore, secondo il loro potere economico, e famiglie romane che, lasciata la primitiva rozzezza, mirano a mettersi sull'esempio dei più potenti come i Millini, i Santa Croce, i Della Valle, i de Cupis. Provvedono alla finanza pontificia i banchieri, come i Medici, e gli Spannocchi ed Agostino Chigi; allo sfarzo artisti, imprenditori di lavori, artigiani, cui si aggiungono cantori, giocolieri, letterati. Un particolare elemento sono nella Curia gli oratori od ambasciatori stabili delle maggiori potenze d'Italia e d'Europa cui si aggiungono quelli inviati per circostanze varie o straordinarie, i sollecitatori nelle cause o negli affari, e persone anche di umile condizione per guadagnare un pane, Italiani di diverse regioni non esclusi Tedeschi e Fiamminghi. Questi stranieri fanno capo alle chiese nazionali cui stanno uniti ospedali per i pellegrini, ed i più poveri amano iscriversi insieme con i Romani nelle confraternite per loro devozione o per averne suffragi o sepoltura.

Non può far meraviglia che in una tale società in cui molti, troppi, erano i celibatari e coloro che erano per tempo, talvolta lungo, lontani dalle loro famiglie, i costumi lasciassero troppo a desiderare, tanto da sembrare che tendessero ad impaganire. Feste sfarzose, conviti, caccie, lusso di vesti, di mobili, di argenterie, di oggetti d'arte, di cavalli, creavano una ostentazione di mondanità senza esempio; ed era occasione di scandalo e di invettive che diventavano sempre più rabbioso. Se si deve ammettere che non erano immeritate, sarebbe però ingiusto supporre che a R. andasse spenta ogni traccia di vera vita spirituale. Questa si affermava sempre in quelle manifestazioni molteplici di pietà e di carità che i tempi suggerivano in relazione ai nuovi bisogni ed in rimedio dei crescenti abusi, e che saranno fondamentali per quella reazione contro lo spirito mondano che si chiamerà Riforma cattolica. Infatti, oltre che nuove chiese, sorgono con ritmo ininterrotto nuovi provvedimenti ospitalieri, orfanotrofi, ricoveri per donne perdute o pericolanti, confraternite e case religiose con specifici scopi di apostolato. Anche l'Università romana si reorganizza durante il sec. XVI con più ampio respiro di studi ed in sedi più adatte allo scopo. Il Collegio Romano di S. Ignazio, sotto nel 1552, sotto Gregorio XIII attua l'esperienza didattica della Ratio studiorum gesuitica estendendola a più razionale insegnamento per il progresso del sapere. Al Seminario romano (1564) si affiancano sotto quel Pontefice i Collegi germanico-ungarico, inglese, greco, maronita ed armeno; più tardi s. Giuseppe Calasanzo istituisce le scuole gratuite per il popolo.

Non erano però avanti i pericoli per l'incolumità di R. Alessandro VI aveva atteso a rendere più forte e sicuro Castel S. Angelo con nuove munizioni fra cui un torrione sul davanti al termine del ponte. Paolo III per

fronteggiare un possibile pericolo turco e rendere forte la città contro qualunque irruzione nemica, giacché le mura aureliane erano del tutto inadeguate contro i più moderni mezzi d'assedio, affidò ad Antonio di Sangallo il compito di provvedere con l'erezione di nuovi baluardi: sorsero così quelli sull'Aventino quasi a strapiombo sul Tevere, quelli alla Porta Ardeatina, quelli fra Vaticano e Gianicolo dietro S. Spirito, inoltre il bastione di Belvedere; ma un nuovo completo sistema di difesa non era possibile data l'ampiezza della città. Mancava però sempre una ben organizzata milizia urbana; e se ne videro purtroppo le conseguenze.

2. Dinavventure romane. — Il card. Pompeo Colonna che agiva d'accordo con i rappresentanti di Carlo V, con le sue genti entrava per la Porta di S. Giovanni in Laterano il 20 sett. 1526 ed attraversata tutta la città diede l'assalto al Palazzo Vaticano, lo pose a ruba insieme con il Borgo, recando gravissimi danni, mentre il Papa, indifeso, riparava in Castello ed il 22 si vedeva costretto a scendere a patti con gli assaltitori.

Peggio fu l'anno seguente quando le bande imperiali che militavano in Lombardia, non pagate, mossero verso il Mezzogiorno sotto la condotta del Borbone, terrorizzando tutto il centro d'Italia, finché giussero sotto R., che tentò un'affrettata difesa. Il Borbone mosse all'assalto il 6 maggio dalla parte di S. Spirito e vi lasciò la vita; ma le milizie, superate le resistenze, penetrarono in Borgo, si allargarono rapidamente nella piazza, muovendo verso Castello dove Clemente VII s'era precipitosamente rifugiato con parte della sua corte nella speranza di poter resistere. Di là esse mossero verso Ponte Sisto, infransero la coraggiosa resistenza di pochi romani e penetrarono nella città, la quale subì quell'orribile sacco, la cui efferatezza rimase memorabile nella storia. Nulla fu risparmiato, né luoghi sacri, né monasteri, né palazzi di cittadini. Per mesi la città rimase in balia della licenza sfrenata della soldatesca. Il Papa, non aiutato dai suoi alleati, il 6 giugno dovette accettare gravosissimi patti, rimanere chiuso in Castello sotto la guardia nemica, costretto a dare ostaggi, per subire alla fine un onerosissimo trattato che, concluso il 31 ott. fu sottoscritto solo il 15 nov. L'8 dic. egli lasciava il Castello e si rifugiava in Orvieto; ma gli invasori lasciavano R. soltanto nel febbr. 1528 dopo averla ridotta a completa rovina come le terre circostanti: 30.000 cittadini vi erano morti. I quattro quinti delle abitazioni erano «disertate», sicché «pareva piuttosto un deserto che R.». Clemente VII che era passato a Viterbo il 1° giugno 1528, vi rientrò il 6 ott. e prese solleciti provvedimenti per riparare i malanni, sicché R. riprese tosto a respirare, ritornando al suo antico tenore di vita. Però sebbene nella società romana e nella Curia che ne era gran parte, non si facesse ancora palese un avviamento a quella riforma che stava nel cuore di tutti. Il sacco era rimasto come un severo ammonimento, grazie al quale un sempre più insistente appello alla riforma si andava ripetendo e che doveva applicarsi «in capite et in membris».

Grave pericolo di guerra per R. si profilò in occasione delle discordie di Paolo IV con Carlo V e Filippo di Spagna causa le mene politiche dei Carafa. Apertesi le ostilità il 1° ott. 1556, si sentì subito la necessità di provvedere alla difesa con affrettate fortificazioni in diversi punti della città sotto la direzione di Camillo Orsini; mentre il Papa nel febbr. 1557 apriva un processo di fellonia contro i sovrani d'Astburgo. Poiché il duca d'Alba, occupate Tivoli e poi Ostia (18 nov. 1556), portò la guerra sotto R., un grave pericolo per la città parve imminente specie dopo la sconfitta subita dalle truppe pontificie (27 luglio 1557) e la perdite di Segni. Ma la sconfitta subita dai Francesi a S. Quintino ed il ritiro delle truppe del duca di Guisa, inviate in aiuto di Paolo IV, indussero alla Pace di Cave dell'8 sett., ottenuta, grazie all'intervento di Venezia, a buone condizioni.

Un grosso tumulto scoppiò invece a R. alla morte di Paolo IV (18 ag. 1550), quando i Romani, memori dei recenti pericoli e dei danni provocati loro dalla guerra e spinti anche da coloro che avevano sentito le conseguenze delle recenti riforme e dei rigori dell'Inquisizione

tanto promossa dal Papa, assalirono le carceri dell'Inquisizione stessa liberandone i prigionieri, incendiandone le scritture; anche la statua del Papa in Campidoglio fu abbattuta.

Meno che vent'anni dopo ebbero il loro riflesso a R. le prepotenze di quel brigantaggio organizzato in largo stile che tenne allora agitato lo Stato pontificio, in quanto esso trovò favore ed impunità anche in città. Solo la ben nota reazione energica di Sisto V valse a stroncarlo senza però estirparlo del tutto.

Urbano VIII, nel secolo seguente, per prevenire possibili pericoli in occasione della guerra di Castro, rinnovò le difese specie intorno a Castel S. Angelo; esse rimasero definitive sino all'invasione francese.

3. Dal '600 alla Rivoluzione

Con il finire del sec. XVI in seguito all'asservimento dell'Italia al dominio ed alla supremazia politica delle potenze straniere, cioè di Francia e di Spagna poi anche dell'Impero, R. perde importanza come centro politico; i destini dell'Europa si maturano a Madrid, a Parigi, a Vienna; e la stessa autorità spirituale, combattuta aspramente dal protestantesimo, sarà insidiata dalle nuove correnti politico-religiose che sorgono in seno alle nazioni cattoliche, sino a sfociare nell'enciclopedismo anti-religioso. Però pare che ognuna di queste si stringa addosso a R. con maggiore petulanza per farvi prevalere un influsso che elimini quello delle concorrenti e tranne quei vantaggi nazionali che il centro del cattolicesimo poteva ancora offrire. Tutto serve per garantire questa prevalenza: il fasto ed i privilegi dei propri rappresentanti, il credito di cardinali e prelati affezionati, di canonisti, di teologi, di dotti; le lusinghe o le minacce presso i parenti e gli amici dei pontefici, il favore per gli interessi di particolari categorie di persone.

Per di più mancavano a R. le particolari garanzie offerte da una tradizione dinastica, e la durata dei singoli pontificati non essendo lunga, portava frequenti mutazioni negli orientamenti politici e nella compagine del personale della Curia; perciò durante i conclavi aveva campo di esercitarsi l'abilità, molte volte senza scrupoli, dei diplomatici, per favorire ed ostacolare secondo i casi le candidature. Non si aveva riguardo alle lungaggini di vacanze che avevano molteplici riflessi sulla vita pubblica della città.

Gravì incidenti, che il governatore di R. non era sempre in grado di prevenire o di reprimere, erano provocati dalle esenzioni che gli inviati delle potenze (soprattutto delle più importanti) non cessavano di reclamare, con sempre maggiore larghezza, per le loro residenze. Essi pretendevano che in queste tutto fosse loro permesso. Così quando Urbano VIII il 22 nov. 1636 proibì i giuochi d'azzardo in qualsiasi luogo, l'inviato francese maresciallo di Coeuvres pretese di non doverne tener conto. Oltre che per i loro palazzi gli inviati pretendevano l'immunità anche per le case e strade contermini; i prigionieri non dovevano essere fatti passare davanti alle loro abitazioni; entro di esse vantavano persino compiere giustizia contro colpevoli o presunti tali. Nel 1662 il francese duca di Créqui, noto attaccabrighe, esacerbò l'animo dei cittadini con la sua alterigia; egli voleva estendere la cosiddetta libertà di quartiere oltre il palazzo da lui abitato « fino dove giungeva il suo sguardo ». Una rissa fra i suoi ed i Corsi della milizia papale, provocò il risentimento di questi che corsero contro il Palazzo Farnese, ne sorse una suffa e ci furono dei morti. A nulla valsero le scuse da parte del Papa; Luigi XIV minacciò una guerra; i Chigi e lo stesso Alessandro VII dovettero umiliarsi accettando i patri imposti dal Re; i Corsi furono banditi e non dovevano più essere arruolati nelle guardie papali; a perpetua esecrazione dell'accaduto fu eretta una piramide con un'iscrizione infamante che solo più tardi fu rimossa.

Tutto questo non faceva che accrescere gli abusi. I malfattori cercavano nelle abitazioni e nelle contrade del quartiere privilegiato un rifugio e la canaglia romana e forestiera un nascondiglio; Palazzo Farnese era aperto loro anche di notte e ne derivavano lotte sanguinose. Per ottenere dall'inviato la protezione i rifugiati pagavano

talora somme considerevoli: mentre i fornitori alzavano sulle proprie case le armi della relativa nazione e partecipavano così della libertà del quartiere dietro compenso per l'inviato. Sempre dietro compenso si rilasciavano certificati per i quali coloro che li ottenevano, come facenti parte del seguito, venivano sottratti alla giurisdizione ordinaria. Poiché godevano di immunità doganale, gli inviati si mettevano d'accordo con case commerciali per averne le mercanzie senza pagar dogana, dividendo poi con loro i profitti della rivendita. Innocenzo XI volle metter fine a tali insopportabili abusi che minacciavano anche continuamente la tranquillità pubblica. Nel 1677 il Re di Spagna si dichiarò pronto a rinunciare a tali pretesi diritti, qualora anche gli altri facessero altrettanto. Intanto fu comandato che si toglierono le insegne; estendendo tale ordine anche ai cardinali che avevano incominciato ad imitare i diplomatici. Venezia cedette nel 1679; la Spagna nel 1682. Alla morte dell'ambasciatore duca d'Estées (1687) il Papa dichiarò che non ne avrebbe accettato il successore se prima non si fosse rinunciato al quartiere. Luigi XIV invece nominò senz'altro il marchese di Lavardin. Questi il 16 nov. 1687 entrò in R. con grande seguito contro il volere del Papa che non volle riceverlo e lo trattò come scomunicato. E poiché nel Natale si presentò alle sacre funzioni nella chiesa di S. Luigi dei Francesi, lanciò l'interdetto su quella chiesa. Il Lavardin continuò nel suo contegno autoritario sostenuto anche dal favore di Cristina di Svezia, ospite a R. Ne seguirono minacce d'intervento armato da parte di Luigi XIV e tentativi di mediazione. Enché il Lavardin dovette essere richiamato (14 apr. 1689); la vertenza fu appianata sotto Alessandro VIII con la rinuncia al quartiere.

Non mancarono altri episodi a dimostrare quanto pesasse nella vita interna della città l'ingerenza di rappresentanti, anche ecclesiastici, di potenze estere a danno dell'effettiva sovranità del Papa. Uno dei più clamorosi si ebbe sotto Clemente XII, quando da parte spagnola, sprezzando ogni divieto, si osò procedere ad arruolamenti di truppe creando quasi una coscrizione forzosa. Gli arruolatori, aiutati dai peggiori elementi locali, si appostavano e, con inganni d'ogni sorte, forzavano i giovani romani al servizio militare; altri venivano persino assalti di notte e portati ad imbarcare a Ripa Grande. Ciò sollevò una grande eccitazione a R., tenuta viva anche dalla parte avversa agli Spagnoli, per cui il 23 marzo 1738 Trastevere si sollevò; liberò i giovani sequestrati e minacciò la sede dell'ambasciata di Spagna dove erano tenuti alquanti di questi coscritti forzati. Si interpose il Papa e, nonostante le proteste del card. Acquaviva, furono amnistiati i tumultuanti e liberati gli arruolati con la proibizione di nuovi arruolamenti. Ma queste misure provocarono una controversia diplomatica che non poté subito essere risolta.

Del resto la vita pubblica in R. si svolse in relativa tranquillità, nonostante private clamorose vendette e contrasti di precedenze. Non la turbarono nel suo intimo le questioni teologiche talvolta molto accese nella classe sacerdotale, o quella sulla soppressione dei Gesuiti che accalorò i rappresentanti delle corti borboniche. Ne interruppero via via l'uniformità le solenni celebrazioni religiose, come quelle per i Giubilei ogni 25 anni, le santificazioni, le elezioni papali, le tornate accademiche allietate da musiche. Visitatori illustri di ogni paese si avvicendarono con artisti che cercavano inesaurita ispirazione a R., mentre studiosi ricercatori si davano convegno per le loro investigazioni sul passato. Si avvicinavano però i tempi nuovi che nessuno avrebbe immaginato tanto funesti.

BIBL.: Pastor, V-XVI, passim, con bibl.: A. Proia-P. Romano [P. Fornari], Roma nel Cinquecento (storia dei singoli rioni dal '900 in poi; sono stati trattati i seguenti rioni, disposti secondo l'ordine dell'uscita dei volumi: Parione, S. Angelo, Arenula, Vecchio Trastevere, Pigna, S. Eustachio, il Quartiere del rinascimento, Campomarzio, Ripa, Ponte), 13 voll., Roma 1933-41; P. Paschini, R. nel Rinascimento, Bologna 1940; P. Pecchini, R. nel Cinquecento, ivi 1948. Pio Paschini

VII. REPUBBLICA ROMANA (1798-99)

A R. si se-

guiva con ansia il corso degli avvenimenti di Parigi dal 1789, sia dal lato religioso che da quello politico. Ben presto il card. Bernis (v.) rappresentante del Re, dovette lasciare il suo ufficio: mentre gli inviati del nuovo governo non celavano il loro proposito di provocare incidenti per legittimare un intervento. Il primo importante episodio fu quello Bassville (v.). Sopravvenuta l'invasione napoleonica nella Valle padana e la caduta della legazioni (v.) crebbero le improntitudini tenute accese da Giuseppe Bonaparte che voleva creare un pretesto di intervento, finché il 28 dic. 1797, in un conflitto fra filogiacobini romani e soldati pontifici, nei pressi dell'ambasciata francese alla Lungara in Trastevere, rimaneva ucciso il generale Duphot. Con ciò il pretesto fu trovato. Respinto ogni tentativo di mediazione, il generale Berthier si spingeva a R., senza incontrare resistenza, ed il 1c febbr. occupava Castel S. Angelo. Cinque giorni dopo, alcuni « patrioti », sotto la protezione dei soldati francesi proclamavano nel Foro Boario la Repubblica romana e la decadenza del potere temporale. Pio VI forzato a lasciare R. (20 febbr.), veniva tradotto in Toscana, ed il S. Collegio disperso.

La Repubblica ricevette una costituzione ricalcata, con qualche adattamento e sotto denominazioni classiche, su quella francese del 1795. A capo del potere esecutivo erano cinque consoli; due assemblee, tribunato e senato, detenevano il potere legislativo; lo Stato era diviso in otto dipartimenti: Cimino, Circeo, Clitunno, Metauro, Musone, Tevere, Trasimeno e Tronto. Praticamente però il governo e le assemblee stavano sotto il rigido controllo dei Francesi.

L'esoso sfruttamento delle risorse dello Stato, ad opera degli agenti del Direttorio, l'inflazione monetaria e le dilapidazioni peggiorarono la situazione economica, già grave negli ultimi anni del pontificato di Pio VI, e compromissero la vitalità dei nuovi ordinamenti, ai quali furono favorevoli alcuni elementi della borghesia, specialmente industriosa, pochi aristocratici e qualche ecclesiastico, mentre irriducibilmente contraria rimase la maggioranza della popolazione. La sorda resistenza, nella quale si manifestò questa opposizione popolare, esplose spesso in aperta insurrezione; la rivolta trasteverina del 25 febbr. 1798 poté essere facilmente domata, ma l'insurrezione, nonostante le sanguinosi repressioni, si estese nei dipartimenti confinanti con la Toscana e con il Regno di Napoli (Trasimeno, Circeo, Tronto) e divenne generale dopo la prima invasione napoletana (dic. 1798), che non riuscì ad oltrepassare R. e fu in pochi giorni ricacciata, ma ebbe come risultato la trasformazione dello Stato in una nuova Vandea.

La difficoltà delle comunicazioni, l'abbandono delle coltivazioni, la chiusura del traffico marittimo per la guerra di corsa, provocarono una carestia che fu gravissima a R., rimasta in breve pressoché isolata. L'invasione dei Francesi, il dissesto finanziario, i contrasti fra gli organi dello Stato e fra gli stessi fautori della Repubblica (ai giacobini radicali, irreligiosi e dottrinari, si opponevano i moderati), l'impossibilità di risolvere il grave problema dei rapporti fra lo Stato e la Chiesa furono altri elementi a far sì che gli sforzi di creare una vita amministrativa e politica autonoma non avessero risultato. La nuova classe dirigente, sostituitasi alla Curia pontificia, dimostrò generosità ed entusiasmo, ma anche insufficienza al suo compito, e, in molti casi, corruzione. Ad un primo consolato provvisorio (Riganti, Pessuti, Angelucci, Costantini, Bassi, Bonelli) ne successe, con l'entrata in vigore della Costituzione, un secondo (Angelucci, Panazzi, Reppi, De Matthaea, Ennio Quirino Visconti) che fu rovesciato dai Francesi (12-17 sett. 1798). L'ultimo consolato (Zaccaleoni, Brizi, Rey, Pierelli, Callisti) vide sempre più ristretta la propria autorità, contrastata anche dalle assemblee legislative. I Francesi,

dinanzi alla grave situazione militare creatasi con la seconda coalizione, sciolsero Parlamento e consolato, misero la Repubblica in stato d'assedio e governarono attraverso un Comitato provvisorio alle loro dirette dipendenze (luglio 1799).

Mentre la Repubblica si disfaceva all'interno, gli Austriaci premevano dal nord, e nel sud avanzava l'esercito napoletano. Il 30 sett. 1799 i Francesi capitolarono ed i Napoletani entrarono in R.; Ancona, assediata da terra e dal mare, resistette fino al 13 nov.

BIBLI: G. A. Sala, Diario degli anni 1798-99, voll. I-III degli Scritti di G. A. Sala pubblicati da G. Cugnoni, Roma 1882-1888; A. Dufourcq, Le régime jacobin en Italie. Etude sur la Republique romaine 1798-99, Parigi 1900; A. M. Ghisalbert, Verso la giacobina Repub. rom., in Rass. stor. del risorg., 20 (1933), p. 725 seg.; C. Gasbarri, R. nel 1798-99. Un diario ined. dell'Archiv. della Vallicella, in Urbe, 12 (1949), pp. 3-6; B. Croce, Gennaro Valentino, Episodio della Republ. rom. nel 1798, in Quaderni della Critica, n. 17-18 (nov. 1950), pp. 149-68; V. E. Giuntella, La giacobina Repub. rom., in Arch. della Soc. rom. di stor. patria, 73 (1950), pp. 1-213; id., I Concetti a S. Pietro e i Turchi al Laterano, in Urbe, 13 (1950), pp. 19-23; id., Le classi sociali della R. giacobina, in Rass. stor. del risorg., 38 (1951), pp. 428-33; id., La politica ital., del Direttorio nel 1799 e la missione a R. dell'ambasciatore Bertolio, ibid., 39 (1952), pp. 10-22. Vittorio E. Giuntella

VIII. DALLA FINE DEL SEC. XVIII AL 1849. — Negli anni seguenti R. seguì senza particolari scosse gli eventi che Stato Pontificio (v.), alla venuta di Pio VII (1800), alla nuova abolizione dello Stato nel 1809 per opera di Napoleone, alla deportazione di Pio VII ed alla proclamazione di R. città imperiale. Per parte sua il Bonaparte nutrì grande amore per R. e si fece un vanto di restaurarla. Vi nominò prefetto il de Tournon, che l'amministrò con avvolutezza; e dal 1810 si aprì per la città una nuova era edilizia. S'ebbero, infatti, notevoli abbellimenti, come, p. es., la felice trasformazione iniziata del Monte Pincio (cf. I. Ranieri, Lavori a R. nell'epoca napoleonica. Il Palazzo di Venezia e il Pincio, in Civ. Catt., 1906, IV, pp. 129-49). Ma l'Imperatore non riuscì a conquistarsi le simpatie del popolo; soltanto una parte della nobiltà romana si strinse intorno al nuovo regime e non sdegno di brigare per avere cariche ed incarichi della corte imperiale (cf. L. Madelin, La Rome de Napoléon. La domination française a Rome de 1809 à 1814, Parigi 1906, pp. 255-63, 382-87). Rientrato trionfalmente a R. il 24 maggio 1814. Pio VII ebbe ancora una volta a temere per la sua sicurezza personale, quando, nell'occasione dei Cento giorni. Gioacchino Murat annunciò il suo arrivo nella città. Il Papa se ne partì il 22 marzo 1815; ma già vi ritornava il 7 giugno seguente, dopo la sconfitta delle truppe napoletane a Tolentino (3-4 maggio 1815) e poteva finalmente pensare a favorire l'incremento della città ed i restauri dei monumenti antichi. Gregorio XVI promosse gli scavi al Foro; e per sua iniziativa vennero aperti tre musei: l'Egizio, l'Etrusco e il Lateranense.

Ma restituire a R. uno splendore incomparabile sotto l'aspetto artistico e religioso non poteva costituire il compito essenziale. Infatti alcuni non larghi, ma attivi strati della popolazione, erano travagliati da uno spirito nuovo; miravano a riforme nella struttura dello Stato Pontificio, meglio intonate alle tendenze liberali che si affermavano in Europa, e si orientavano verso il regime rappresentativo. Gregorio XVI si limitò ad ampie riforme e provvidenze di carattere prettamente amministrativo. Il suo successore Pio IX capì che negare ritocchi anche di carattere costituzionale diventava pericoloso e avrebbe potuto compromettere l'esistenza del potere temporale. La pubblicazione del solito decreto di amnistia esteso anche agli esiliati politici suscitò sorprendente entusiasmo fra i Romani e nell'Italia intera (16 luglio 1846; cf. A. Mercati, In margine alla amnistia concessa da Pio IX, in Aevum, 24 [1950], pp. 103-32). Segui (il 1° e 3 ott. 1847) la creazione di un Consiglio municipale con facoltà di eleggere nove magistrati, che avrebbero formato un Senato e curato gli interessi civici di R. (Atti del Sommo Pontefice Pio IX, parte 2°, vol. I, Roma 1857, pp. 1-47, 151-90). La promulgazione dello Statuto fondamentale

per il governo temporale degli Stati della Chiesa (14 marzo 1848), concesso purtroppo in parte per imposizioni della piazza, ebbe per la città conseguenze importanti, perché ormai doveva risiedervi un parlamento, i cui membri sarebbero stati eletti sulla base di circa un deputato per ogni 30.000 ab. e a suffragio ristretto (ibid., pp. 222-38). Il tentativo di un regime costituzionale molto mitigato e tardivamente attuato non contentò né i retrivi, né gli estremisti. Fra questi ultimi molti degli esiliati politici, rientrati a R., presero a mantenervi, coscientemente o no, uno stato di agitazione pericolosa. Discutevano al Corso o sull'ingresso dei caffè, raccontando enfaticamente le sofferenze sopportate lontano dalla patria e indicando gli abusi, veri o falsi, che allignavano negli Stati Pontifici. La mano ferma del ministro Pellegrino Rossi, sostenuto dai moderati e dai neogueli non fece che esasperare ed eccitare il furore dei fautori di disordini, nemici del Papa e della Chiesa e spingerli ad attentare alla sua vita. Ucciso il Rossi, la rivoluzione scoppiò e Pio IX, assediato nel Palazzo del Quirinale, fu costretto a cercare sicurezza e libertà a Mola di Gaeta (Formia; 25 nov. 1848).

BIBL.: vedi sotto a col. 1175.

Guglielmo Mollat

IX. DALLA REPUBBLICA ROMANA (1849) A R. CAPITALE D'ITALIA. — In seguito alla sollevazione popolare sboccata nell'assassinio di Pellegrino Rossi (15 nov.) e nell'imposizione del ministero democratico Muzzarelli-Galletti (16 nov.), Pio IX nella notte del 24 nov. lasciava R. per Gaeta. Il 27 nov. nominava una Commissione di governo, presieduta dal card. Castracane ed il 7 dic. prorogava la sessione parlamentare; ma la Camera dei deputati, giudicando incostituzionali tali provvedimenti, affidava ad una Giunta provvisoria la direzione dello Stato (11 dic.).

Falliti i tentativi di prendere contatto con il Pontefice si scese a soluzioni radicali: la Giunta sciolse il Parlamento (26 dic.) ed indisse elezioni a suffragio diretto ed universale. Pio IX, che aveva protestato contro la nomina della Giunta di Stato (17 dic.), comminò la scomunica maggiore contro chi avesse attentato all'integrità dello Stato della Chiesa e contro coloro che partecipassero alle elezioni (1° genn. 1849). L'Assemblea costituente, eletta il 21-22 genn., risultò in tal modo in maggioranza accessamente democratica; radunatasi a R. il 5 febbr., all'alba del 9 dichiarava decaduto il potere temporale (con la promessa di guarentigie per l'indipendenza della potestà spirituale del Pontefice) e proclamava la repubblica.

Il nuovo Stato, retto da un Comitato esecutivo (Armellini, Montecchi, Saliceti), incamerò i beni ecclesiastici (in parte alienati per ridurre il debito pubblico ed in parte assegnati in enfiteusi ai contadini); riformò l'ordinamento scolastico, fino allora sottoposto alla giurisdizione dei vescovi; abolì ogni privilegio di foro ed il tribunale del S. Uffizio; soppresse l'annona e la tassa del macinato e tolse la censura preventiva sulla stampa.

La mancata attuazione di più radicali riforme provocò malumori nel popolo minuto, mentre la crisi finanziaria e monetaria, rimasta grave anche dopo l'emissione di un prestito forzoso, causava, con l'inflazione, l'aumento dei prezzi e il ristagno delle attività produttive e di scambio. Ne conseguì (anche per la situazione politica e militare presto determinatasi) la carestia dei generi di prima necessità e l'incremento della disoccupazione, che si aggravò con il licenziamento degli impiegati fedeli al Pontefice.

Il governo, stretto tra pressanti esigenze di difesa contro avversari potenti interni ed esterni e le agitazioni demagogiche di correnti estreme, dovette intervenire energicamente per ricondurre l'ordine in Ancona ed in altre località, dove si erano verificate sanguinose violenze contro il clero ed i ceti più elevati, contrari, per lo più, al nuovo regime. Venuto meno, d'altra parte, anche per l'atteggiamento contrario dell'Assemblea costituente e della maggior parte degli stessi repubblicani, il proposito

di una riforma religiosa, caldeggiata inizialmente dai mazziniani più accesi, si cercò di attuare verso le masse cattoliche una politica conciliativa.

Considerata dalle correnti politiche romane prevalentemente come soluzione di un problema locale, la Repubblica assunse con l'andata di Mazzini a R. (5 marzo) e con l'accorrervi di volontari da ogni parte d'Italia, significato e funzione di primo nucleo dell'unità nazionale. L'influsso mazziniano divenne preponderante quando, dopo la sconfitta piemontese a Novara, un Triumvirato (Mazzini, Saffi, Armellini), dotato di più larghi poteri, sostituì il Comitato esecutivo (29 marzo).

Contro la proclamazione della Repubblica il card. Antonelli aveva protestato il 18 febbr. con una nota al corpo diplomatico, che aveva seguito Pio IX a Gaeta, nella quale era richiesto l'intervento armato dell'Austria, della Francia, della Spagna e delle Due Sicilie per salvaguardare la libertà di magistero ed i diritti del Pontefice. Prevaleva, così, sulla tesi piemontese (favorevole all'intervento delle sole potenze italiane) quella spagnola, che, rifacendosi al Trattato di Vienna del 1815, sosteneva il preminente interesse internazionale alla conservazione dello Stato pontificio. L'appello era accolto favorevolmente da Luigi Napoleone, desideroso dell'appoggio dei cattolici e deciso a contrastare l'influenza autrica in Italia. Un corpo di spedizione, comandato dal gen. Oudinot, sbarcò il 26 apr. a Civitavecchia, ma, sorpreso sotto le mura di R. dall'inattesa resistenza delle truppe volontarie e regolari, dovette ritirarsi (30 apr.). Il 9 maggio a Paleatrina e il 19 a Velletri qualcosa di simile toccava ai Napoletani. Mentre i Francesi stipulavano un armistizio con la Repubblica e tentavano, con la missione di Ferdinando di Lesseps, una soluzione pacifica, l'Austria, liberata dal peso della guerra in Lombardia, invadeva le Romagne e le Marche e gli Spagnoli con poche forze si infiltravano dal sud nella Sabina.

La nuova situazione politica determinatasi in Francia alla metà di maggio per la vittoria elettorale dei conservatori fece prevalere l'intransigenza del principe presidente e dei militari, per i quali la spedizione di R. era divenuta anche una questione di prestigio nazionale. Il 3 giugno, non ancora scaduta la tregua, il gen. Oudinot attaccò di sorpresa Villa Pamphili, fulcro della difesa del Gianicolo, e riuscì ad impadronirsi anche di Villa Corsini, respingendo i disperati contrattacchi dei difensori. La lotta proseguì accanita per tutto giugno davanti alla Porta di S. Pancrazio, ma, nonostante l'eroismo dei difensori, i Francesi riuscirono il 21 giugno a conquistare un tratto delle mura ed a portare così l'offesa dei loro cannoni direttamente sulla città. Il 30, l'Assemblea, contro il parere di Mazzini, decideva di cessare la resistenza, ormai insostenibile. Un nuovo Triumvirato (Saliceti, Calandrelli, Mariani) sostituì quello mazziniano dimissionario. Il 3 luglio i Francesi, che avevano respinto le condizioni di resa offerte dalla municipalità romana, occupavano la città, mentre l'Assemblea, che aveva proclamato come suo ultimo atto la Costituzione, veniva dispersa.

BIBL.: G. Gabussi, Mem. per servire alla stor. della rivoluz. degli Stati romani, 3 voll., Genova 1851-52; L. C. Farini, Lo Stato rom. dall'anno 1815 al 1850, 4 voll., Firenze 1850-53; C. Rusconi, La Repubbl. rom. del 1849, Capolago 1850; G. Spada, Stor. della rivoluz. di R. e della restaurazione del governo pont., Firenze 1868-70; e le altre opere indicate nella bibl. cit. in F. Fonzi e V. E. Giuntella, La mostra stor. della Repubbl. rom., 1849, Roma 1949. Studi più recenti: D. Demarco, Una rivoluz. sociale. La Repubbl. rom. del 1849, Napoli 1944; I. Bonomi, Mazzini triumvirato della Repubbl. rom., Milano 1946; A. De Liedeberke De Beaufort, Rapporti delle cose di R. (1848-49), a cura di A. M. Ghisalberti, Roma 1949; L. Salvatorelli, La Repubbl. e la Santa Alleanza, in G. Mazzini e la Repubbl. rom., ivi 1949; ivi anche gli scritti di A. Galletti, L. Mondini, R. Cessi, A. M. Ghisalberti; E. Morelli, I verbali del Comitato esecutivo della Repubbl. rom., in Arch. della Soc. romana di st. patria, 72 (1949), pp. 39-96, ivi anche gli scritti di B. Gatta, F. Fonzi, V. E. Giuntella, A. M. Ghisalberti; P. Della Torre, Pio IX e la restauraz. rom. del 1849-50, in Aevum, 22 (1949), pp. 267-98; R. nel 1849, in Capitolium, sett.-dic. 1949, pp. 1-200; A. M. Ghisalberti, Mazzini e la Repubbl. dei Romani, in Il Risorgimento, 4 (1952), febbr., pp. 6-27; R. Aubert, Le pontifical de Pio IX (1846-78), Parigi 1952.

Gli estremisti, però, non si diedero per vinti e colpirono proditoriamente a pugnate alcuni moderati e parecchi soldati: mentre l'autorità militare venne meno ai segreti ordini ricevuti da Parigi vedi ad instaurare « un governo saggiamente liberale » ed a mettere la S. Sede di fronte al fatto compiuto. Il governo dello Stato e della città fu così rimesso al legittimo sovrano (15 giugno) e confidato provvisoriamente ad una Commissione di cardinali, la quale rimosse tutto quanto al Papa era stato estorto od imposto dai novatori più violenti. Tosto si diffuse tra questi di nuovo l'agitazione e l'inquietudine (cf. i dispacci di Oudinot in Mémoires posthumes d'Odilon Barrot, III, Parigi 1876, p. 410). Anche dopo il ritorno trionfale di Pio IX a R. (12 apr. 1850), continuerono a verificarsi attentati politici e, quel che è peggio, nel 1853, alcuni fra i più sovversivi congiurarono persino contro la vita del Sommo Pontefice, che pure con sempre nuove e ben intese provvidenze amministrative e sociali, e con la introduzione dei telegrafi e delle ferrovie si sforzava di adeguare lo Stato pontificio e la città stessa alle esigenze dei tempi, anche a mezzo di ottimi lavori urbanistici e di abbellimento. Si ebbe quindi a R., sotto la non sempre gradita protezione delle baionette francesi, una calma relativa; ma dopo la cessione all'Italia del Veneto (10 ag. - 3 sett. 1866) un discorso di Vittorio Emanuele II parve denso di minacce: « L'Italia è fatta; ma non compiuta », aveva detto il Re. e Pio IX comprese che si mirava senz'altro a R. (cf. R. De Cesare, R. e lo Stato del Papa, II, Roma 1906, p. 300).

In luogo di intervenire direttamente, il governo italiano lasciò che truppe garibaldine attaccassero per oltre un mese il Lazio e R. mentre i fratelli Cairoli tentavano di condurre, scendendo il Tevere, un convoglio di armi per i rivoluzionari, che dovevano scatenare l'insurrezione nella città. Ma la rivoluzione progettata fu prontamente repressa e Garibaldi subì ad opera delle truppe pontifice e francesi uno scacco sanguinoso (3-4 nov. 1867) Mentana (v.). La caduta dell'Impero francese facilitò l'invasione italiana. Il 20 sett. 1870, alcuni pezzi di artiglieria aprirono una breccia nelle mura di R. tra la Porta Salaria e la Porta Pia; dopo una accanata resistenza di oltre cinque ore lungo tutta la cinta aureliana, i pontifici, per ordine del Papa, cessarono il fuoco; alle 15 una capitolazione stipulò a Villa Albani, con gli onori delle armi alla guarigione, l'occupazione della città « eccetto la parte limitata al sud dai bastioni di S. Spirito, che comprendeva il Vaticano e il Castel S. Angelo e costituiva la città Leonina » (cf. Archives diplomatiques, II, Parigi 1874, p. 84). Ma il card. Antonelli « pregò » il generale Cadorna (25 sett. 1870) di occupare anche il territorio escluso dalla capitolazione, a causa degli eccessi perpetrati da « malfattori » piovuti al seguito delle truppe regolari (ibid., p. 107). Il 2 ott. ebbe così luogo l'annessione di R. al Regno d'Italia (ibid., pp. 110, 121, 123-31).

BIBLI: le opere concernenti questo periodo sono in numero considerevole; se ne ha una parziale citazione in G. Mollat, Question romaine de Pic VI à Pic XI, 2ª ed. Parigi 1932; P. Balan, Storia univers. della Chiesa, II, Torino 1879, V. indice; A. M. Bonetti, La liberazione di R. « del gen. R. Cadorna. Osservazioni e critiche, Siena 1889; A. Vigevano, La fine dell'esercito pontif., Roma 1921; F. Hayward, Le dernier siècle de la Rome pontificale (1824-70), Parigi 1927-28; P. Romano [P. Fornari], La satira nella R. Napoleonica, Roma 1936; P. Dalla Torre, L'anno di Mentana, Torino 1938, passim; id., L'opera riformatrice ed amministrativa di Pio IX dal 1850 al 1870, Roma 1945, passim; id., Lettere ined. di mon. V. Vannuelli al gen. E. Kanzler (1870-71), in Riv. di st. della Chiesa in Italia, 1 (1947), pp. 431-43; id., L'opera riformatrice ed amministrativa di Gregorio XVI, in Gregorio XVI. Miscell. commemor., II, Roma 1948, pp. 29-121; id., Pellegrino Rossi, il neugueffiano e l'Italia, in Arch. Soc. rom. di st. patria, 71 (1948), pp. 163-68; S. Negro, Seconda R., Milano 1943. Qualche lavoro più importante: U. Marinelli, Pio IX e Cicerucchio, Roma 1937; id., Stato degli inquisti dalla S. Consulta per la rivoluzione, del 1849, ivi 1937; M. Petrocchi, La restaurazione, il card. Consalvo e la riforma del 1816, Firenze 1941; id., La restaurazione romana (1815-22), ivi 1943; D. Demarco, Pio IX e la rivoluzione romana del 1848, Modena 1947; P. Silva, Il 1848, Roma 1948; L. Marchetti, Il 1848. Fonti bibliogr. e documentarie, Milano 1949; A. M. Ghisalberti, Rapporti delle cose di R., Roma 1949; E. de Levis Mirepoix, Un collaborateur de Metternich. Mémoires et papiers de Lebseltern, Parigi 1949;

S. Mastellone, Pellegrino Rossi ambasciatore francese a R., in Riv. stor. it., 61 (1949), pp. 76-100; Ch. H. Pouthas, Un observateur de Tocqueville à Rome pendant les premiers mois de l'occupation française (juillet-août 1845), in Rass. stor. del Risorg., 38 (1950), fasc. 1 e 11. Guglielmo Mollat

IX. R. CAPITALE D'ITALIA. — La storia di R. capitale d'Italia ha inizio con il plebiscito del 2 ott. 1870, che vide nelle urne soltanto 46 « no » perché i fautori del dominio temporale si astennero dalla votazione. I risultati ufficiali legalizzarono comunque la conquista militare del 20 sett. e nel 1871 il governo italiano si trasferì da Firenze a R. Cominciavano intanto i lavori urbanistici — di cui è detto altrove — intesi a trasformare la piccola « seconda R. » in una vasta metropoli: febbre edilizia, che ristagnò sul finire del secolo in una gravissima crisi. Ma quello che caratterizzò i primi decenni di R. capitale d'Italia fu l'asprezza delle passioni politiche tra « liberali » e « clericali », culminate nel tentativo di gettare a fiume la salma di Pio IX durante il trasporto da S. Pietro al Verano (1882) e nell'inaugurazione, a sfida contro il papato, del monumento a Giordano Bruno in Campo de' Fiori (1887). All'apparente trionfo del settarismo — il massone Nathan fu sindaco della città per lunghi anni — rispose peraltro un rinvigorirsi delle forze cattoliche, le quali, oltre a prender parte per tempo e con molto merito all'amministrazione cittadina, si contarono, trovandosi più numerose del previsto, in occasione del Giubileo del 1900. Si chiudeva così, insieme alla Porta Santa, l'ultimo trentennio dell'Ottocento che aveva veduto morire, a pochi giorni di distanza l'uno dall'altro, Vittorio Emanuele II e Pio IX, e succeder loro, rispettivamente, Leone XIII e Umberto I. Più popolare, forse, il nuovo re: onde R., pur percossa, come tutta l'Italia, dalla sventura di Adua (1896), salutò con entusiasmo le nozze del principe di Napoli con Elena di Montenegro.

Il nuovo secolo portò un'ulteriore distensione degli animi e il popolo romano amò di pari affetto il sovrano succeduto al padre dopo la tragedia di Monza (29 luglio 1900) e il b. Pio X, papa nel 1903. Senza cessare di essere cristiana, R. si veniva facendo sempre più italiana: sicché il monumento a Vittorio Emanuele II (1911), venne sempre più accomunandosi nel cuore dei Romani alla cupola vaticana. Di sincero patriottismo R. vibrò così per l'impresa libica (1911-12), come per la guerra del 1915-18, idealmente iniziatasi sul Campidoglio nelle giornate del cosiddetto « maggio radioso ». Fra il commosso consenso dei Romani, Benedetto XV — divenuto pontefice nel 1914 — svolgeva dal Vaticano la sua mirabile azione pacificatrice e caritativa e le due regine trasformavano i loro palazzi e ospedali militari. Nuovi fremiti di entusiasmo cittadino per il ritorno del sovrano dopo l'armistizio; per Vittorio Emanuele Orlando, rientrato da Versaglia, dopo il manifesto wilsoniano; per la tumulazione del Soldato ignoto (4 nov. 1921).

Il dopoguerra, segnato da lotte fratricide, si chiuse con la « marcia » fascista dell'ott. 1922. Gli avvenimenti non sorpresero i Romani, che sul principio di quello stesso anno avevano acclamato Pio XI benedicente alla folla dalla loggia esterna di S. Pietro, per la prima volta dopo il 1870. Occorre altresì riconoscere, per obbiettività storica, che il cauto consenso al fascismo si consolidò nel 1929, alla firma dei Patti Lateranensi. La conclusione del funesto dissidio tra Chiesa e Stato, specialmente sentito dai Romani che ne erano i più diretti testimoni, pervase R. di sincera soddisfazione. Nacque allora la Città del Vaticano, che, nel 1929, nessuno avrebbe creduto destinata dalla Provvidenza ad assicurare alcuni anni più tardi l'incolumità stessa di R.

Stavano infatti per cominciare gli anni tristi. Le adunate « oceaniche » di Piazza Venezia non riuscivano più a celare il crescente disagio di R. nei confronti di una dittatura che sopprimeva le libertà, che conduceva una politica imperialista, che offendeva la coscienza cristiana con le violenze contro l'Azione cattolica, con un'alleanza aliena dallo spirito pubblico, con l'inconsulenza politica razziale. E finalmente fu la guerra disastrosa, furono i tragici bombardamenti del luglio e dell'ag. 1943, che videro Pio XII piegarsi gemendo sui morti del Tiburtino e del Pre-

nestino, fu lo spettro della fame. Neppure la clamorosa caduta del fascismo (25 luglio 1943) ricondusse la tranquillità: ché anzi, dopo i «quarantacinque giorni» di Badoglio, sopravvennero l'inopinato armistizio, l'abbandono di R. da parte della corte e del governo, i combattimenti di Porta S. Paolo (10 sett.), preludio ai nove mesi dell'occupazione nazista. Nell'ora grave - la più grave forse della sua storia millenaria - R. si raccolse attorno al Papa, attendendo da lui la salvezza. Né la filiale attesa venne delusa, ché Pio XII riuscì ad infrenare la ferocia hitleriana, ad approvvigionare la città, ad evitarle la deportazione degli uomini validi, pur dopo la duplice strage di Via Rasella e delle Fosse Ardeatine (marzo 1944), e finalmente ad impedire che divenisse campo di battaglia dopo il cedimento del fronte tedesco di Cassino e di Anzio. Come per miracolo, R. si trovò libera e salva il 4 giugno 1944 ed i Romani accorsero a S. Pietro a salutare nel Pontefice il «defensor civitatis», cui unicamente era dovuto l'avverarsi del prodigio. Tra un rinnovato infuriare delle passioni politiche si instaurò il nuovo ordine di cose. Segui il «referendum» del 2 giugno 1946 ed i Romani nelle successive elezioni politiche ed amministrativo raccolsero costantemente i loro suffragi sui partiti succoramente democratici, tutori della civiltà cristiana. Questi brevissimi cenni di ottant'anni di storia romana non possono meglio chiudersi che con il ricordo del Giubileo del 1950, che va annoverato tra i più fausti della serie, non meno per l'imponente afflusso di pellegrini che per il grande evento da cui fu suggellato: la definizione del dogma dell'Assunzione di Maria. Felice auspicio dell'affacciarsi di R. sulle soglie della seconda metà del secolo, il ritrovamento della tomba di S. Pietro: il fondamento incrollabile su cui poggia la grandezza dell'Urbe, centro della cristianità, sede del Vicario di Cristo.

BIBLI: in attesa del vol. R. dalla Rivoluzione francese a Vittorio Veneto, in corso di elaborazione per la Storia di Roma dell'Ist. di Studi romani, manca tutt'oggi uno studio complessivo sugli avvenimenti qui riassunti. Per il primo periodo: cf. U. Pesci, I primi anni di R. capitale (1870-78), Firenze 1907; P. Vigo, Storia degli ultimi trent'anni del sec. XIX, 6 voll., Milano 1908-13 che giungono peraltro solo fino al 1894. Per gli avvenimenti più recenti, dopo P. Monelli, R. 1943, 1ª ed., Roma 1945, vi è tutta una serie di pubblicazioni, in merito specialmente al mutamento istituzionale del 1946, che qui non si citano per il loro contenuto politico e polemico più che storico, ma che saranno utilissime per lo storiografo di domani. Per tutto il periodo intermedio, dal 1894 al 1943, ad evitare lunghi elenchi di monografie isolate, si rimanda, come alla fonte più autorevole di ispirazione cattolica, alle cronache degli avvenimenti politici, contenute nelle annate relative della Civ. Catt. Renzo U. Montini

II. LETTERATURA LATINA CRISTIANA.

SOMMARIO: I. La latinità letteraria: origine, caratteri fondamentali fino al sec. VI. -

II. La letteratura latina classica, la letteratura greca cristiana e gli scrittori latini cristiani

III. Letteratura latina cristiana antica

IV. Medieval

V. MODERNISMO.

I. LA LATINITÀ LETTERARIA: ORIGINE, CARATTERI FONDAMENTALI FINO AL VI SEC

latino cristiano (v.) si è già parlato, conviene ora vedere come e quando questo latino diventa letterario. «Primis fidei temporibus» il cristianesimo era del tutto o per dir meglio quasi scevro d'ogni preoccupazione letteraria. Dai pochi indizi che si possono raccogliere e dalle ipotesi che si possono avanzare non pare che ci sia stato il proposito di creare un latino nuovo in opposizione a quello comune; ma solo lo studio premuroso di rendere il latino efficace, chiara, fedele espressione del «nuovo», con tutti i mezzi legittimi e normali, alcuni dei quali erano in uso pure presso i pagani per creare quella latinità che, con un'espressione poco felice fu detta «argentea».

Nell'uno e nell'altro lavoro par di scorgere quello spirito di conservazione, tutto romano, che è presente in tutte le crisi di questa lingua. Alla fine del sec. II e al principio del sec. III cominciano le vere e proprie preoccupazioni letterarie in seno al cristianesimo occidentale, e ne risente anche la lingua che, come lingua dell'uso, aveva avuto il suo completo svolgimento. Gli

scrittori, figli della scuola, si trovarono nel bivio, tra il seguire gli exemplaria pagani, e soprattutto quelli additati come tali dalla scuola, e l'aprirsi nuove vie: la prima decisione appariva non scevra di gravi pericoli, la seconda irta di difficoltà e dubbi. Qui non è il caso di accennare al problema della priorità di Minucio o di Tertulliano nella storia della letteratura latina cristiana. Da scartare assolutamente è solo il trasportare Minucio più oltre del principio del sec. III se non si vuol dare la prova della propria incapacità critica. Comunque, questi segui il primo partito, Tertulliano l'altro: per quanto riguarda la lingua e lo stile, quello vuole scolasticamente fare il classico, come Plinio il giovane; nella lingua di Tertulliano è mescolato molto latino parlato, molto latino biblico, con i suoi grecismi e i suoi ebraismi, molto latino scolastico, parecchia latinità argentea. È chiaro che né l'ideale del primo, né quello del secondo, entrambi concepiti nell'alba crepuscolare della letteratura latina del cristianesimo, erano attuabili. Ma intervenne la scuola, e, per quel che riguarda la lingua, il latino di Tertulliano dopo ca. mezzo secolo si trasformò nel latino di Cipriano, dove i vari elementi sono fusi tra loro. Ma intervenne la scuola, la quale, dopo meno di un secolo e mezzo dacché era apparso l'Octavius, riprese con Lattanzio (principio sec. IV) l'ideale di Minucio con l'evidente consapevole sforzo, per la parte formale, di creare un latino di sapore ciceroniano, capace di esprimere, non solo «copiose et ornate», ma anche con precisione l'ideologia cristiana.

Lattanzio si accorse però che il suo tentativo non raggiungeva lo scopo e non lo raggiungeva perché era un'impresa insuperabile anche per chi fosse stato dotato di qualità di scrittore superiori alle sue; cambiò rotta e diede il latino del De mortibus persecutorum, del quale scritto qualcuno gli negò la paternità, specialmente per motivi linguistici (J. G. P. Borleffs, An scripserit Lactantius libellum qui est de mortibus persecutorum, in Mnemosyne, 58 [1930], pp. 223-92).

Talvolta la scuola volle strafare, come dovè accadere in quella aquitana, dalla quale, ricco di cultura, che poi accrebbe in Oriente, uscì Ilario di Poitiers. Questi, mezzo secolo dopo Lattanzio, credette che si potesse trattare di argomenti teologici (v. , p. es., il De Trinitate) in una lingua e in uno stile regolato dai precetti di Quintiliano, male intesi allora da più di un maestro, e fu quello scrittore che Girolamo scolpisce in una sua epistola (58, 10). Ma Girolamo era uno scolaro di Donato; e le scuole, come quella di Donato, diedero il latino di Ambrogio, di Prudenzio, dello stesso Girolamo.

La scuola (quella di grammatica e di retorica in generale) risollevò il tono delle lettere latine nel sec. IV tra i pagani e tra i cristiani: tra questi in particolare la letteratura aveva germi più rigogliosi di vita. Per quanto riguardava la lingua, gli scrittori cristiani miravano a creare quella forma che si adeguasse al contenuto e gli desse la luce e lo splendore che gli scrittori pagani avevano saputo e sapevano dare ai loro scritti, ciò che era una cosa ben diversa dal travasare nella lingua di Cicerone, di Sallustio, di Virgilio, e così via, il pensiero cristiano: e tale fu lo sforzo di Ambrogio, Prudenzio, Girolamo, coronato dal successo.

Alla formazione del latino di siffatti scrittori avevano contribuito inconsapevolmente i maestri pagani, consapevolmente quelli cristiani; poi, per un complesso di cause, la scuola cominciò a decadere; l'opera di Donato si esaurì verso la fine del sec. IV, ma forse nei provvedimenti scolastici del brevissimo regno di Giuliano l'Apostata era entrato anche il pensiero dominante nella mente di questo Imperatore, che era anche uno studioso, di difendere le lettere classiche: in realtà tali provvedimenti turbavano la scuola in Oriente come in Occidente, per essi la scuola cristiana fu privata di maestri come Mario Vittorino. Era il tempo in cui il pensiero cristiano si innalzava verso le più alte vette dove lo portò l'altissima mente di Agostino, che, intorno al 400, delle scuole di grammatica africane, nelle quali era stato istruito, pensava quello che si legge nei capp. 16 e 17 del 1. I delle Confessioni, e della lingua in cui dovesse essere

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ROMA - Il Campidoglio nella sistemazione di Michelangelo (1550 e completamento del sec. XVII).
espresso il pensiero cristiano concepì l'ideale che delineò nel ventennio seguente e in Doctrina christiana (IV, 1, 1; IV, 10) e nelle Enarrationes in Psalmos (Ps., 36, 6: PL 36, 386; Ps., 138, 20: PL 37, 1796); un ideale che non sonava, come in Tertulliano, rivolta contro R. pagana, ma apriva al latino le vie del futuro. È un giudizio superficiale quello di affermare che la latinità di Agostino si oppone a quella di Girolamo: Agostino conosce il latino classico, conosce il latino degli scrittori cristiani e dell'uno e dell'altro ritiene quanto gli sembra acconcio ad esprimere con chiarezza, precisione ed efficacia quae intellecta sunt... ut intelligenter, ut libenter, ut obedienter audiantur (cf. Doct. Christ., IV, 15). Allorché gli pare che un tal latino non basti, attinge dalla parlata viva, o, meglio, s'ispira alle S. Scritture, plasma il suo latino con meditata libertà. E la lingua che ne nasce è veramente cattolica, ossia non ha limiti né di spazio né di tempo.

Allo stato attuale degli studi sulla lingua degli scrittori latini cristiani dei secc. v e vi - studi che non si può dire quando potranno completarsi, dato che per essi è indispensabile avere edizioni sicure dei singoli scrittori - è da ritenere che la dottrina agostiniana intorno alla lingua si diffuse presto e piuttosto largamente, se pure in misura varia secondo i vari paesi; largamente, p. es., nella Gallia, assai scarsamente nella Spagna; in nessuna delle terre dove giunse, essa fu compresa nella sua essenza. I mediocri maestri del tempo, al massimo, del pensiero di Agostino al riguardo non riuscivano ad attuare che lo sforzo di svincolarsi dalla forma classica così nel lessico come nella grammatica, così nella prosodia come nella metrica; più di uno di essi rimase smarrito, qualche altro non seppe svincolarsi dalla «mera linguae Latiaris proprietas». Così nella Gallia, di fronte a Salviano di Marsiglia (m. ca. nel 480), nel quale i riflessi agostiniani sono evidenti, si hanno gli smarrimenti linguistici di Apollinare Sidonio (ca. 430 - ca. 482) e i conati di Avito (secc. v-vi) per imitare, specie nella poesia, la forma classica. In Africa il latino di Vittore di Vita, di Draconzio, di Fulgenzio, a chi ben lo esamina, attesta le condizioni di quelle scuole (allorché Fulgenzio [n. nel 468 a Telepte nella Bizacena], abbandonò per la prima volta l'Africa aveva passato i 30 anni), nelle quali le dottrine letterarie di Agostino erano penetrate tumultuariamente. Assai interessante sarebbe uno studio comparativo del latino degli scrittori d'Italia dei secc. v e vi (Sedulio, Leone il Grande, Cassiodoro, Boezio, Aratore, Venanzio Fortunato) e degli

atteggiamenti delle nostre scuole di fronte ai principi linguistici proclamati dal Tagastense, atteggiamenti assai vari. Tali principi in nessun'altra parte resero pensosi maestri e scrittori come in Italia, e in nessun'altra parte s'intese di essi tanto la portata. Cassiodoro (ca. 485-ca. 575), scrittore, anche per tradizioni familiari, assai legato al passato, concepì il pensiero che il latino dovesse ormai essere tale da poter servire, legando il suo destino a quello del cristianesimo (egli fu il vero fondatore delle scuole chiesastiche), alla ventura posteritas (Varine, I, Praef., 1), e, non sapendo fare altro, formò il suo

latino mettendo insieme liberamente quello dei classici dei vari secoli. Più modestamente Venanzio Fortunato si preoccupò di scrivere un latino che, giungendo gradito agli orecchi dei barbari germanici, facesse penetrare nei loro cuori le dolcezze delle muse, e non indiarreggiò di fronte ai barbarismi. Ma sul limitare del sec. vi Gregorio I (540-604) proclamò solennemente con Agostino: «indignum vehementer existimo ut verba caelestis oraculi restringam sub regulis Donati» (Ep., V, 53). Questo voleva dire che, divenendo l'Impero di R. un impero ideale con il cristianesimo, si richiedevano mezzi adeguati ad accogliere il palpito del cuore e il pensiero della mente di coloro che questo impero ideale formavano. Donato non bastava più.

II. LA LETTERATURA LATINA CLASSICA, LA LETTERATURA GRECA CRISTIANA E GLI SCRITTORI LATINI CRISTIANI

Il problema letterario si presentava agli scrittori cristiani molto più complesso di quello linguistico: la soluzione di esso implicava infatti necessariamente un assiduo e profondo studio dei classici, del quale essi dovevano temere i danni e i pericoli, specie per l'educazione dei giovani (Tertulliano, De anima, 39; Minucio, Octavius, 23, 1 sgg.: Basilio, Πρὸς τοὺς νέους). Di fronte ad esso l'atteggiamento dei cristiani nel mondo greco fu diverso da quello dei Latini, ma nel mondo greco la letteratura cristiana nacque quando il genio greco, oramai stanco di nove secoli di lavoro fatto per creare quella pagana, non aveva la forza di tentare nuovi ardimenti, sicché la nuova letteratura fu immessa per la parte formale nel solco della tradizione con qualche raro e superficiale ritocco, e per il contenuto fu costretta dalle esigenze dei tempi ad essere prevalentemente teologica e filosofica.

Lì dunque il problema dei rapporti che tale letteratura dovesse avere con quella classica non fu nei suoi termini precisi nemmeno affrontato e si cercarono solo giustificazioni per lo studio dei classici, giustificazioni spesso perfino puerili (cf. Socrate, Hist. eccl., III, 16: PG 67, 417-24). Nel mondo latino invece la letteratura della «nuova parola» sorse quando esso con forze ancora integre era proteso verso il «nuovo», con un profondo travaglio spirituale: perciò prevalsero in essa intendimenti di arte, e si dica pure «retorici», se si dà a questo aggettivo il valore che allora aveva. Infatti nella letteratura latina cristiana è ben presto evidente il pensiero di rinnovare letterariamente l'«antico», perfino più di una volta, con spirito rivoluzionario (cf. Tertulliano, Arnobio,

Commodiano). In Giustino è palese l'assoluta indifferenza letteraria, in Minucio c'è il tentativo di rinnovare l'arte ciceroniana; in Taziano è manifesta la trasandatezza, in Tertulliano il continuo affaticarsi per aprire nuove vie alle lettere. Ne seguì che gli scrittori latini cristiani affrontarono e risolsero, nell'unica maniera che si poteva risolverlo, il problema dei rapporti con gli scrittori pagani di tutti i secoli. E fu proclamato che lo studio dei classici serviva per trasformare, non alla luce dell'etica — salvo rare eccezioni — ma alla luce dell'arte, l'« antico » nel « nuovo ». Ecco spiegato come sul declinare del sec. IV Basilio, che pure era stato un famoso maestro di retorica a Cesarea, nel suo Discorso ai giovani non mini i grandi poeti greci senza aggiungere al nome loro nemmeno un aggettivo che esprima un giudizio estetico, laddove Girolamo, alcuni anni dopo, nella sua lettera Ad Magnum oratorem urbis Romae, trovava modo di far ciò citando Cipriano, Aristide, Minucio Felice; e, sul principio del secolo seguente, Agostino poneva mano al suo De doctrina christiana (completato poi nel 426), ossia al più meditato trattato di retorica della letteratura cristiana: di questi due, il primo era il più autorevole rappresentante dell'indirizzo che nella letteratura cristiana voleva si rinnovasse quella classica, ma con una certa moderazione, l'altro additò e attuò il rinnovamento con la maggiore — ma ben meditata — libertà. E di fatto i Greci continuarono nella letteratura cristiana quasi tutti i generi di quella pagana — qualcuno di più di quelli coltivati dai Latini (p. es. il dramma; cf. Gregorio Nazianzeno, Χριστὸς πᾶστων) — e diedero una letteratura certo per molti riguardi interessante, ma che dal punto di vista artistico non mandò se non raggi di luce occidua. Laddove la letteratura latina cristiana, rinnovando quella pagana che a poco a poco si eclissava, mandò raggi di luce aurorale: si pensi all'elequenza e alla poesia ambrosiana; ai commenti e all'epistolografia di Girolamo; alla poesia di Prudenzio, alla maggior parte degli scritti di Agostino. E se entrò in gara con i Greci li vinse: ciò è attestato tra l'altro dalle Omelie e dall'Hexameron di Ambrogio. E creò il soliloquio di Agostino. Allorché Giuliano, applicando i provvedimenti di cui si è parlato, lasciò andare via Vittorino dalla cattedra di Roma e si mostrò disposto a mantenere Proeresio su quella dell'Ateneo di Atene, dimostrò di aver compreso che il pericolo per le lettere classiche, a lui care, era più grave in Occidente che in Oriente; ma non aveva compreso, e non poteva comprendere, che era la letteratura cristiana dell'Occidente che aveva fino allora assicurato e assicurava per l'avvenire quanto del pensiero, dell'arte letteraria, della lingua di R. era destinato a vivere nei secoli.

BIBLIA: opere generali: E. Norden, Die antike Kunstpraxis, 2ª ed., Lipsia 1909; G. Devoto, Storia della lingua di R., 2ª ed., Firenze 1944; A. G. Amatucci, La letteratura di R. imperiale, Bologna 1947. Studi: J. Schrijnen, Charakteristik des altschristl. Latein, in Latinitas Christianorum primaeva, I, Nimega 1934; E. Löfstedt, Syntactica, II, Lund 1933; G. B. Pighi, Latinitä crist. negli scritti del IV sec., in Studi ded. alla mem. di P. Ubaldi, Milano 1937; H.-H. Janssen, Kultur und Sprache. Zur Gesch. der alten Kirche im Spiegel der Sprachentwicklung von Tertullian bis Cyprian, in Lat. Christian. primaeva, VIII, Nimega 1938; H. I. Marrou, St. Augustin et la fin de la culture antique, Parigi 1938; J. de Ghollinck, Latin chrétien ou langue latine des chrétiens, in Les études classiques, 8 (1939), pp. 435-56; A. Ferrua, Latina crist. antico, estratto dalla Civ. Cati., 1, 1944; A. G. Amatucci, Domitilla-Elena, madre di Costantino, in Quad. dell'Ist. di Studi rom., 1945; G. Bardy, La question des langues dans l'Église ancienne, I, Parigi 1948; Ch. Mohrmann, Les éléments vulgaires du latin des chrétiens, in Vigiliae christianae, 2 (1948), pp. 163-84; H. I. Marrou, Hist. de l'éducation dans l'antiquité, Parigi 1948; A. G. Amatucci, Qualche osservaz. sul Πρὸς τοὺς νέους di Basilio, in Riv. di filol. class., 27 (1949), pp. 191-97; Ch. Mohrmann, Les origines de la latinité chrét. à R., in Vigiliae christianae, 3 (1949), pp. 67-106 e 163-83; id., Les emprunts grecs dans la latinité chrét., ibid., 4 (1950), pp. 193-

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ROMA - Interno della chiesa di S. Maria degli Angeli. Su disegno di Michelangelo (1563-1566) e trasformazioni del Vanvitelli (1749).
(fot. Alinari)
211; id., Quelques observations sur l'originalité de la littérature latine chrét., in Riv. di stor. della Chiesa, 4 (1950), pp. 153-63; id., Le latin langue de la chrétienté occidentale, in Aevum, 24 (1950), pp. 133-61; id., Etude de la latinité occidentale, ibid., 24 (1950), pp. 133-61; id., Etude de la latinité chrét. Conférence donnée à l'Institut de linguistique de l'Université de Paris, Parigi 1951. Aurelio Giuseppe Amatucci

III. LETTERATURA LATINA CRISTIANA ANTICA

Non è facile cogliere, nello sviluppo della letteratura cristiana, note che ne caratterizzino chiaramente i vari periodi, poiché fin da principio si afferma una molteplicità d'interessi e una varietà di forme in cui a mala pena si possono scorgere degli elementi peculiari. Tenendo conto del clima storico in cui operano gli scrittori, di tendenze letterarie in qualche misura prevalenti e dell'influsso esercitato dalle personalità di maggior rilievo, si possono distinguere tre periodi.

I periodi: dalla fine del sec. II al 326 ca. - La letteratura latina cristiana nasce, si può dire, adulta, sia perché esprime la vita d'un gruppo ormai diffuso e saldamente costituito, sia perché è rappresentata fin dagli inizi da forti personalità, formate a una scuola capace, nonostante le lacune e i difetti, di educare a un'espressione composta ed efficace. Le prime opere letterarie sorgono nella Chiesa d'Africa, che continuerà a tenere il campo, quasi da sola, per oltre un secolo. Tertulliano (se, come pensano molti studiosi, è anteriore a Minucio Felice) è il condottiero della schiera di valorosi. Minucio Felice (v.), un avvocato africano che scrive a R., tratta nell'Octavius i medesimi argomenti che Tertulliano apologeta, a cui attinge a larga mano, ma con l'intento di mostrare, secondo una tendenza già nobilmente affermatasi nell'apologetica, la consonanza fra il cristianesimo e la filosofia. Molto di Minucio Felice e specialmente di Tertulliano passò negli scritti di s. Cipriano (v.). Prima retore pagano, poi prete e vescovo di Cartagine per un decennio, mise la penna a servizio della missione pastorale in una decina di brevi trattati (quasi tutte prediche) e in 65 lettere, lasciando da parte ogni interesse culturale, tanto che non cita mai gli autori pagani che pur conosceva a fondo. Contemporaneamente, a R., Novaziano (v.), autore del noto scisma, elaborava in un classico latino la dottrina trinitaria e trattava questioni morali e disciplinari. La tradizione polemica contro il politeismo e l'idolatria, che ebbe qualche vigoroso accento anche nell'opera di Cipriano, fu ripresa con focoso ardore da un altro africano, Arnobio (v.), già retore a Sicca Veneria, nei sette libri Adversus nationes, composti verso il 304. Lattanzio, pure africano, chiude il primo periodo della letteratura cristiana latina non solo perché

la sua attività si svolse a cavaliere delle due età, prima sotto Diocleziano, che lo chiamò a Nicomedia ad insegnare l'eloquenza latina, e poi sotto Costantino, che lo volle preccettore del figlio Crispo a Treviri (ca. 317), ma anche perché in questo scrittore l'interesse polemico si combina, precludendo a uno degli aspetti caratteristici del periodo aureo, con l'intento di esposizione sistematica. Con Lattanzio, nell'Hoedoporicon, perduto, e nel De sive phoenice, di cui non sembra si possa negargli la paternità, fa la sua prima comparsa la poesia latina cristiana di sicura datazione. All'età di Costantino appartengono le Laudes Domini (v.), un garbato poemetto composto nella Gallia. Con qualche probabilità si collocano nella seconda metà del sec. III, o sul principio del seguente, altre composizioni poetiche, quali lo pseudo-tertullianeo Carmen adversus Marcionem, le Instructiones e il Carmen apologeticum Commodiano (v.), scritti didattici e polemici di carattere popolare nella lingua e nel metro, che interpreta secondo un libero criterio accentuativo il ritmo dell'esametro classico.

Dei prosatori, è degno di menzione ancora, per la sua opera esegetica, Vittorino di Pettau, martirizzato nel 304. Converrà anche ricordare la letteratura agiografica, che fa in questo periodo la sua prima apparizione (per parlare solo di scritti letterariamente elaborati) con la Passione delle ss. Perpetua e Felicita (202-203), forse dovuta a Tertulliano, e la Vita e passione di s. Cipriano, scritta poco dopo il martirio dal suo diacono Ponzio.

Il periodo: dal 326 al 430. — Furono composti verso il 330 gli Evangeliorum libri IV dell'ispano Giovenco, modesta parafrasi dei Vangeli, specialmente di quello di Matteo, in esametri di diligente fattura. Ma questa e altre figure sono colissate da un gruppo di scrittori nei quali il cristianesimo d'Occidente si esprime con un vigore di pensiero e una perfezione di stile da formare il secolo d'oro della letteratura latina cristiana: ILARIANO (v.), Ambrogio (v.), Gerolamo (v.), Agostino (v.), Prudenzio (v.), Nola (v.).

Dopo i grandi vanno nominati anche i minori: s. papa (v.), noto per gli epitaffi metrici dei martiri, C. Mario Vittorino (v.), Firmico Materno (v.), Lucifero di Cagliari (v.), Fortunaziano (v.) CROMAZIO, SANTO (v.) d'Aquileia, Eusebio di Vercelli (v.), Brescia (v.), VERONICA (v.), Ottato di Milevi (v.), Paciano di Barcellona (v.), Gregorio di Elvira (v.), Bologna (v.), AMBROSIASTER (v.), Niceta di Remesiana (v.), Sulpicio Severo (v.), biografo di s. Martino e storico, Paolino di Milano, biografo di s. Ambrogio, Orosio (v.), storico e controversista, Mario Mercatore (v.), l'eretico Pelagio (v.).

III periodo: dal 430 al 636. — Il vigoroso impulso creativo s'è attenuato. Nella poesia, nell'oratoria, nella controversia teologica, nella trattazione dogmatica e morale, s'è formata, per opera dei maggiori, una tradizione, sia in quella letteratura di carattere pragmatico in cui si documenta l'azione degli uomini di governo e dei teologi, sia nelle forme più propriamente d'arte, in primo luogo nella poesia. Mettendo insieme, per analogia nelle espressioni letterarie, anche qualche scrittore che operò sulla fine del periodo precedente, si rilevano le parafrasi metriche del Vecchio e del Nuovo Testamento, dovute a Cipriano Gallo, Cl. Mario Vittore, Sedulio, Ilario; sulla fine del sec. V. e nel seguente questo genere sarà ancora coltivato da Avito di Vienne e da Anatore. Un accento di sincera poesia è in alcuni carmi dell'Africano Draconzio (m. nel 496); l'artificio retorico domina nelle composizioni in Ennodio (v.), vescovo di Pavia dal 513 al 521. Facile vena, ma scarsa originalità di pensiero e sentimento superficiale mostra Venanzio Fortunato (530-607 ca.). Lirica, agiografia e didattica danno materia ai versi di Orienzio, Paolino di Pella, Paolino di Périgueux, Apollinare Sidonio. L'oratoria pastorale è rappresentata con dignità da s. Massimo di Torino (v.), s. Pietro Crisologo (v.), s. MAGOG (v.), di cui è caratteristico l'ampio periodare ritmato dalle clausole con romana solennità, che appare anche nelle lettere dottrinali; da s. Cesario d'Arles (470-542; v.), autore anche di opere teologiche e ascetiche. Nelle omelie su Ezechiele

e sui Vangeli s. MAGOG (v.), papa dal 590 al 604, riprende molti motivi agostiniani di pensiero e di forma, rielaborandoli con acuto senso pratico e con semplicità di eloquio non disgiunta da composto decoro.

La controversia e la speculazione teologica ebbero per oggetto in questo periodo particolarmente il dogma trinitario e l'incarnazione, in polemica contro l'arianesimo dei barbari, Fulgenzio di Ruspe (v.), Vigilio di Tapso (v.), Facondo di Ermiana (v.). Le tesi estreme della dottrina agostiniana della Grazia, risolutamente difese da s. AQUITANIA (v.), vivente il maestro e dopo la morte di lui, Giovanni Cassiano (v.), noto soprattutto come fortunato scrittore d'ascetica e fautore, dal suo cenobio di Marsiglia, della vita monastica, Lérins (v.), fondato da Eucherio di Lione e illustrato, fra gli altri, da s. VELA, VINCENZO (v.), Giovane (v.), Riez (v.), Salviano di Marsiglia (v.), nel quale gli interessi teologici e ascetici si allargarono ad un'appassionata meditazione della storia del tempo suo nel De gubernatione Dei. La storia, e specialmente la biografia, ebbero uno sviluppo considerevole: si citano Possidio di Calama, che fra il 432 e il 437 scrisse la vita di s. Agostino, il diacono Ferrando, biografo di Fulgenzio, Eugippio, autore della vita di s. Severino apostolo del Norico, Gennadio di Marsiglia continuatore del De viris illustribus di s. Gerolamo, Cipriano vescovo di Tolone, che, con altri discepoli, compose la vita di s. Cesario d'Arles, Gregorio di Tours (v.), lo storico dei Franchi che larga ormai lasciò anche nella letteratura agiografica.

Un posto a parte meritano Severino Boezio, Cassiodoro (v.) Isidoro di Siviglia (v.), Boezio (ca. 480-524; v.), che rappresentò e sostenne presso Teodorico la causa della romanità con una dignità che gli costò la vita, raccolse l'eredità della filosofia e della cultura antica che trasmise al medioevo in traduzioni, commenti e trattati, speciale sulla Trinità e sull'incarnazione, e compose in carcere il De consolatione philosophiae, ove i problemi di pensiero vengono rivisusti, come in Platone e Agostino, in pienezza di umanità, e presentati, nell'avvicendarsi di prose e di versi, con una nobiltà degna della migliore tradizione classica. Cassiodoro (490-c. 583), ritiratosi nella piena maturità degli anni dall'attività pubblica, si diede ad una vita di moderato ascetismo nel monastero di Vivarium, in Calabria, che divenne, per suo impulso, un focolare d'intensa attività culturale. Un notevole interesse alla cultura antica dimostrò pure Martino vescovo di Braga (v. ca. 515-79) nei trattatelli morali desunti in gran parte dai filosofi e in altre opere più originali. Ma egli fu largamente superato da un altro ispano, Isidoro vescovo di Siviglia (v. 570 ca. - 636). Con questi uomini, che si sforzano di educare il nuovo mondo barbarico nella luce della classicità e del cristianesimo, s'affermano ormai chiaramente gli interessi, i metodi, lo spirito della cultura medievale, nella quale i semi gettati durante i primi secoli della letteratura cristiana avranno a loro tempo sviluppo rigoglioso.

BIBLI: storie generali della letter. crist. antica: A. Harnack, Gesch. der alchtr. Litt. bis Eusebius, Lipsia 1893-97, in due parti: 1) Überlieferung und Bestand; 2) Chronologie; G. Krüger, Gesch. der alchtr. Litt. in den ersten 3. Jahrh., ivi 1893 (appendice 1897); O. Bardenhewer, Gesch. der alchtr. Litt., 5 voll., il I e il II in 2ª ed., Monaco 1915-32; H. Jordan, Gesch. der alchtr. Litt., Lipsia 1911 (per generi letterari). Per la sola letter. crist. latina: P. de Labriolle, Hist. de la litt. latine chrét., 2 voll., Parigi 1920 (3ª ed. riv., e aument. da G. Bardy, ivi 1947); P. Monceaux, Hist. de la litt. latine chrét., ivi 1924; U. Moricea, Stor. della lett. lat. crist., 3 voll., il II e il III in due parti, Torino 1925-34; A. G. Amatucci, Stor. della lett. lat. crist., Bari 1929; L. Salvatorelli, Stor. della lett. lat. crist. dalle origini alla metà del VI secolo, Milano 1936; G. Bardy, Litt. lat. chrét., Parigi 1943. Trattano di ambienti o argomenti particolari: M. Manitius, Gesch. der christl. latein. Poesie bis zur Mitte des 6. Jahrh., Stoccarda 1891; P. Monceaux, Hist. littér. de l'Afrique chrét. depuis les origines jusqu'à l'invasion arabe, 7 voll., Parigi 1901-23 (s'è fermata, con l'ultimo volume, a s. Agostino e il donatismo); S. Colombo, La poesia crist. antica, parte 1ª (l'unica uscita): La poesia lat., Roma 1910; U. Sesini, Poesia e musica nella latinità crist. dal III al X sec., a cura di G. Vecchi, Torino 1949. Alcune sto-

rie della letter. lat. in genere hanno un'importanza capitale anche per la letter. lat. cristiana: M. Schanz-C. Hosius, Gesch. der röm. Lit., in Handb. der Altertumswissenschaft, la letter. crist., curata da G. Krüger, e nelle parti 3°, 63° ed., Monaco 1922 e 4°, 1° ed., ivi 1914. Di modesta mole, ma notevole per la parte che fa agli scrittori cristiani, A. G. Amatucci, La lett. di Roma imperiale, Bologna 1947.

IV. MEDIEVALE

1. Dalla caduta dell'Impero alla rinascita carolingia. — La caduta dell'Impero romano con Romolo Augustolo, i successivi Imperi ostrogotto e longobardico, le varie guerre con le conseguenti rovine che devastarono l'Italia, minacciavano di far tramontare la cultura cristiana con quanto essa era riuscita a salvare dell'antico patrimonio del mondo romano che aveva ampiamente assorbito in sé. In mezzo a tutte queste rovine fu di indiscutibile utilità che l'esempio di Cassiodoro non rimanesse solitario, ma trovasse terreno propizio nei Benedettini e specialmente in s. Gregorio Magno, poeta, monaco e papa, che riuscì a far rivivere la Chiesa in Italia e nella Gallia e a guadagnarsi i Visigoti di Spagna e gli Anglosassoni. Mezzo potente di unione fra tante nazioni fu allora l'unità della lingua della Chiesa, adoperata specialmente nella liturgia e nel culto e per conseguenza fatta adoperare anche negli scritti religiosi, nell'oratoria, nel diritto e nelle scienze. Già tra i primi compagni di s. Benedetto si trova il poeta Marco di Montecassino, che compose in distici la vita del fondatore; e s. Gregorio Magno, se non condivide per gli antichi scrittori l'entusiasmo di Boezio, non si dimostra però affatto mediocre nell'arte dello stile e compone bellissimi inni, che furono introdotti nella liturgia.

Nell'Africa del nord, i Vandali distrussero ogni cosa; né la conquista bizantina riuscì a mettervi riparo. Tuttavia fiorirono in quel tempo il grammatico Flavio Cresconio Corippo, autore di Johannidos seu de bellis lybicis libri VIII, ricca di belle narrazioni; Verecondo, vescovo di Bizacone, autore di un poemetto De poenitentia, dalla metrica esatta, ma privo di vera poesia; Fulgenzio Ferrando di Cartagine con vari scritti canonistici. Con questo scompare dall'Africa la letteratura latina. Nella Spagna visigotica, invece, le lettere salirono a bella fioritura; persino parecchi re vi si esercitarono con poemetti, distici, iscrizioni: Sisebut, Chintila, Reccesvinth, Wamba. E gran merito nell'istruzione classica dei Visigoti ebbero i grandi vescovi del tempo: Severo di Cartagena, Taio e Branlio di Saragozza, Ildefonso e Giuliano di Toledo, Fruttuoso di Braga, Eugenio II di Toledo, con il poemetto Hexaemeron, che padroneggiò da maestro varie sorta di versi; Isidoro di Siviglia (v.). Nella Gallia, in mezzo ai numerosi sconvolgimenti politici la Chiesa seppe tenere ferma l'unità e la cultura latina, in cui si distinsero Gregorio di Tours ([v.]: Historia Francorum); Venanzio Fortunato con i suoi ca. 250 poemi cristiani di contenuto, ma rivestiti degli abiti e delle forme dell'antica mitologia; i suoi inni sulla Croce furono introdotti nella liturgia.

Fecondo ricetto trovò la letteratura latina nell'Irlanda per opera di s. PATRIZIO, SANTO (v.); ne cantò le imprese il discepolo Secondino in 23 strofe trocaiche. Dell'Irlanda è il monaco Columba, che fonda il monastero di Jona, centro di cultura e di irradiazione per tutta la Caledonia; l'abate Adamanno ne lasciò una vita in versi, dove si incontrano tratti di squisita poesia: cui aggiunse De situ Terrae Sanctae, ricavato dalle notizie di Arculfo, vescovo della Gallia, colà naufragato. Inglesi, invece, sono: Gilda il saggio ([v.]: De excidio Britanniae); Aldelmo (v.), della stirpe regale del Wessex, fondatore del monastero di Malmesbury, altro centro di irradiazione culturale, e autore di prose e poemetti, tra cui Synopsis, raccolta di 100 enigmi per « primi ingenioli rudimenta excitare », e De laudibus virginum, rassegna di uomini e donne, commendevoli per la loro verginità. Ugualmente centro di cul-

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ROMA - Veduta di R. dal tetto del Palazzo della Cancelleria, disegno di Stefano Du Pérac (1567). Proprietà Th. Ashby.
tura fu l'abbazia di Wearmouth, in Northumbria, dove fiorirono il fondatore, Benedetto Biscop (v.), che l'arricchi di numerosi codici portati in 5 viaggi da Roma; Ceolfrid (v.), anch'egli ricercatore di codici, a cui si deve le celebre « Bibbia Amiatina »; Beda il Venerabile con le sue numerose opere, che abbracciano quasi tutti i campi dello scibile di allora. Nella prima metà del sec. VII l'Irlanda mandò missionari in Germania, che con la fede diffusero anche la cultura latina nei numerosi conventi ivi eretti; Colombano, autore di lettere e di poemetti, con il suo alunno s. Gallo, e soprattutto s. Bonifacio, autore di lettere, poemetti e di una squisita raccolta di enigmi, in cui di enigmatico c'è poco, ma descrivono con fine penetrazione le dieci virtù e i dieci vizi principali. Con lui corrispondevano con lettere in versi le monache Eadburga e Lioba.

2. Età carolingia. — La si può chiamare a ragione un rinascimento letterario, perché le lettere presero magnifica fioritura non solo alla Corte di Carlomagno, ma anche nelle principali abbazie di Fulda, Reichenau, S. Gallo e molte altre. Carlomagno dimostrò una cura straordinaria per la cultura. Ad Aquisgrana, sua residenza, accorsero dall'Italia Paolino di Aquileia, il grammatico Pietro da Pisa, lo storico Paolo Diacono; dalla Spagna Teodulfo; dall'Irlanda e Scozia Dungal, ricercatore di codici, Giuseppe Scotto, celebre per le sue figure acrostiche; di Eginardo (v.), biografo dell'Imperatore; anima Alcuino (v.) di York. Ma Aquisgrana non riuscì ad essere, come si sognava, un centro ideale da paragonarsi a R., e già prima della morte di Carlo parecchi paladini si sparsero da varie parti e le lettere, dopo la promettente primavera, tornarono a raccogliersi nella cerchia dei monasteri, perché i laici non se ne curavano molto. A Fulda si distinse, tra altri, Rabano Mauro (v.), il « praeceptor Germaniae », per lo zelo rivolto alle scuole e all'istruzione. A Reichenau si segnalarono Walafrido Strabone che con De visionibus Wettini preluse alla Divina Commedia e con Hortulus diede un poema didascalico con tratti assai graziosi e colti sul vivo; Ermoldo Nigello, con il poema sulle imprese di Ludovico il Pio; Sedulio Scotto, Floro, Ratramno di Corbia, Gottescalco. A S. Gallo, dove si iniziarono i primi tentativi di una letteratura tedesca, con versioni interlineari e vocabolario, si distinsero: Notkero il Baldo, di grandi doti musicali, che diede origine alle Sequenze, diffusesi rapidamente e da molti imitate; Tutilo, che fece la stessa cosa per gli Introiti con i Tropi; Ratperto e i cinque Eccardo, il primo dei quali ebbe l'ordine di trasportare in versi latini alcune saghe germaniche e diede così il poema eroico Waltherius manu fortis; purgato poi dai troppi barbarismi rimastivi (« Haec, quicunque legis stridenti ignosce cicadae ») dall'ultimo Eccardo, il V. Attila e le sue più svariate avventure. Di poco posteriore è un altro poema di avventure, di autore ignoto,

il Ruodlieb, storia del giovane cavaliere Ruod, che, costretto a lasciare la patria, passa due anni in esilio in mezzo ad avventure di armi e di amori.

Un'epopea animale si presenta con l'Ecbasis cuiusdam captivi, in 1175 esametri, di autore ignoto, ma permeato di Virgilio; si tratta di un monaco, il quale descrive sotto il vello di vari animali la sua apostasia, le sue peripezie e finalmente il ritorno all'ovile. Dello stesso genere, ma più breve (344 distici), è Isengrinus (l'autore, amantissimo di Ovidio, è ignoto e degli inizi del sec. XII) con le due avventure: la malattia di un leone e il pellegrinaggio di un camoscio; a questo poema si può collegare il più ampio rimaneggiamento di Maestro Nivardo (a metà del sec. XII) Reinhardus l'Vulpes. Particolare menzione merita la monaca Rosvita (v.) di Gardesheim, che, oltre a vari lavori poetici di argomento agiografico, si occupò di trasformare il teatro di Terenzio, sostituendone la materia scabrosa con altri amori più sani, trattati talora con ingenua disonvoltura.

3. Verso il Rinascimento (sec. IX-XIII). — In quest'epoca si andavano svolgendo tra i popoli nuovi di Europa le nuove proprie letterature, e i laici presero a coltivare con cura e anche con talento, mentre il latino continuò ad essere la lingua della Chiesa, del diritto, delle relazioni diplomatiche e anche delle Università e diede soprattutto una assai ricca produzione storica, ma di ineguale valore letterario. Non essendo possibile in tanta abbondanza un elenco particolareggiato (le opere stesse pubblicate in MGH, RIS, Acta SS., PL e in altre raccolte simili sono assai lontane dal dimostrarsi esaurienti) converrà accennare ai vari generi letterari per sommi capi, tanto più che le migliori storie letterarie delle diverse nazioni, accanto alle opere scritte nella propria lingua, sogliono anche trattare di quelle scritte in latino.

Pertanto nel campo della produzione storica tengono un posto importante, in questo tempo, le Vitae sanctorum, massime di quelli che hanno riferimenti con chiese, monasteri, santuari, mete di pellegrinaggi (Luitgero, Aeltfred, Rimberto, Wandelberto di Prüm, ecc.), a cui si aggiunsero presto gli annali e le cronache dei monasteri principali (Fulda, Herschild, Montecassino, ecc.), le storie delle diocesi (Verdun, Auxerre, di Agnello per Ravenna, ecc.) e le vicende dei popoli minori, dei loro sovrani, delle varie imprese di conquista (Echemperto per i Longobardi a Benevento, Liutprando per la storia dei suoi tempi, Widekindo per i Sassoni, Ermanno Contratto, Maestro Adamo, Anastasio il Bibliotecario, Giorgio Sincello, Oderico Vitale, Flodoardo, Ottone di Frisinga, Guglielmo di Tiro, ecc.). Facile campo trovarono qui le storie miste a leggende, l'ingenua credulità di più agiografi, la smania di edificazione, per cui nelle varie raccolte di leggende auree (Giacomo di Varazze, Tommaso di Chantimpré, Cesario di Heisterbach, ecc.) non è sempre molto facile sciogliere dagli ampi paludamenti delle esagerazioni e contaminazioni il nocciolo di verità che rivestono. Né vanno tralasciati i tentativi di dare anche veste epica all'ampia materia così offerta dalle leggende sia nel campo agiografico (ad es., i vari De triumphis Christi nei santi e martiri di Palestina, Antiochia e Arabia di Flodoardo di Reims, già citato; la Vita et passio s. Christophoris di Walter di Spira; Passio s. Mauritii, ecc., di Sigeberto di Gembloux, ecc.) che nel campo storico (la Vittoria dei Pisani sui Saraceni [1088], le gesta dei Perugini, la conquista di Gerusalemme, il Solymarius sulle imprese della prima Crociata, il Ligurinus su Federico I Barbarossa, l'Alessandreide di Walter di Châtillon, l'Historia Mahumetis del monaco Ildeberto, il Carolinus di Egidio di Parigi su Carlomagno, l'Aurora di Pietro di Riga sul Vecchio e Nuovo Testamento).

Intanto si nota una specie di connubio fra la cultura filosofica e quella umanistica (Polyceratica ed Entheticus di Giovanni di Salisbury, ecc.); indi gli studi umanistici vengono considerati come primo grado agli studi filosofici (il Labyrinthus di Gerardo di Betun); si fa anzi evidente un forte influsso di Plauto e di Terenzio (ad es., la storia di Paolino e Polla di un certo giudice Riccardo, « Venusinae gentis alumnus »). Le zone d'ombra del medioevo vengono messe in vista da tutta una produzione

satirica che tocca il suo culmine in quella comunemente chiamata poesia goliardica dei clerici vagantes, dove ora si domandano i soccorsi per poter studiare, ora si scioriano con ampia e talora troppo libertà di parole le più spissose matterie, i piaceri del vino e dell'amore (« Mihi est propositum in taberna mori »), e ora si pungono spietatamente le debolezze del clero e i vizi di tutte le professioni. Alla mancanza di una vera arte e di una vera poesia drammatica suppliscono le rappresentazioni sacre unite alla liturgia, specialmente della Pasqua e del Natale e di altri Misteri riferentisi ad esse, che però passarono a riprovevoli contaminazioni con la festa degli asini o dei matti. Riffori, invece, assai bene la lirica religiosa e l'innologia (inni, sapience, tropi), non solo con metri classici, ma anche e soprattutto con metri ritmici (s. Pier Damiano, Ermanno Contratto, Pietro il Venerabile, Ildeberto di Tours, Abelardo, s. Bernardo, Adamo di S. Vittore, s. Tommaso d'Aquino) e ampia via ad un ulteriore sviluppo e studio della letteratura offri specialmente l'opera enciclopedica di Vincenzo di Beauvais: Speculum triplex, naturale, doctrinale, historiale, con il ricco tesoro di citazioni e tratti derivati da una straordinaria quantità di autori del mondo pagano e cristiano.

V. MODERNA

In questo periodo della massima fioritura dell'umanesimo, improntata ad un vigile studio degli autori antichi, accanto ad una produzione letteraria pagana o paganeggiante, talora di una leggerezza e un'audacia deprecabili, non mancano opere di letteratura cristiana assai degne di menzione non solo per la perfetta forma stilistica, ma anche per l'elevatezza del pensiero e dei sentimenti. Per l'Italia vanno ricordati: Enea Silvio Piccolomini (Pio II), uno dei massimi fautori del Rinascimento, con De scirs illustribus, De puerorum educatione e l'autobiografia Commentarii rerum memoribilium; Pier Paolo Vergerio con De ingenuis moribus de liberalibus studii adulescientiae; Maffeo Vegio con De educatione liberorum; Giacomo Sadoleto con i suoi poemetti e i suoi scritti filosofici e pedagogici; Girolamo Vida con Hymni de rebus divinis e la Christiades; Jacopo Sannazaro con il De partu Virginis; Gian Giorgio Trissino, Gerolamo Fracastoro. Fuori d'Italia si possono citare: Giov. Gerson, Willibald Pirkheimer, Trithemius, s. Tommaso Moro, s. Giovanni Fischer, Giov. Dantiscus, Germano di Bric, E. Stephanus, G. Lipsio, Ugo Grozio, il vescovo luterano d'Irlanda Brinjolf Sveinsson con la sua bella raccolta di poesie mariane.

Nei secc. XVII e XVIII è rimasto celebre il cosiddetto teatro dei Gesuiti, cioè la numerosa serie di drammi che gli insegnanti componevano e gli alunni eseguivano nei vari loro collegi. Il campo, per così dire, di azione era piuttosto limitato, sia per lo scopo prettamente pedagogico, sia per la non ancora pienamente sviluppata petrizia artistica degli esecutori. Ciò nonostante ha esercitato un influsso assai notevole e il numero delle composizioni è assai elevato. Generalmente il tema era derivato dalla storia greca e romana, dalla Bibbia, dai fatti salienti della vita dei santi, da episodi di storia medievale e contemporanea, o da argomenti astratti e allegorici intorno a virtù e vizi. Di tra la schiera assai folta di coloro che vi si esercitarono, alcuni vi si distinsero: Giacomo Biedermann, Niccolò Avancini, Niccolò Poussin, Giov. Spinelli. Questo teatro scolastico, adottato in quasi tutte le scuole dei religiosi, trova un riscontro nella parallela letteratura protestante, già stimolata dallo stesso Lutero e che conta come antesignano l'olandese Guglielmo van de Voldergroft.

Nello stesso periodo la lirica, favorita da numerose occasioni di nascite, commemorazioni, matrimoni, vestizioni religiose, ebbe qualche cultore degno di nota: M. Sarbiewski, Giacomo Balde, Simone Rettenbacher; l'epica diede la Sarcotis di J. Masen, prototipo sotto alcuni aspetti del Paradiso perduto del Milton, l'Urania victrix del Balde, sopraccennato; il Jesus puer di Tommaso Ceva e la Vita di Maria del missionario ven. Giuseppe de Anchieta; la didascalica e satirica con Giovanni Lorenzo Lucchesini, Giulio Cesare Cordara.

Il movimento neoclassico moderno. — Nella seconda metà del sec. XIX si nota una valida ripresa della lettera-

tura latina, specialmente nel campo della poesia, la quale, disancorata dagli schemi umanistici e liberamente vagante negli aperti mari dell'epoca moderna, pare finalmente chiudere la parentesi dei secc. XVII e XVIII, in cui se molte furono le esercitazioni latine, poche in paragone furono le voci veramente degne. A questo neo Umanesimo cooperarono la fondazione olandese di Amsterdam, istituita da Giac. Enrico Hoefth e varie altre che la seguirono (in Italia: il Concorso Ruspantini [Roma], il Concorso Triumviri [Gerace Marina]). Per rimanere entro il campo assegnato della letteratura latina cristiana, vanno citati: lo svizzero Pietro Esseiva, con i Poemetti biblici e le Elegie vomane; Diego Vitrioli (Xiphias); Leone XIII con Odi, Epigrammi ed Elegie, aderenti alle vicende dei tempi; Giov. Pascoli (v.) con i suoi Poemetti cristiani; Herman Weller (Lucius, Fabius et Cornelia); A. Zappata (Mater Jesu, Mater Judae); Alfredo Bartoli (Sophronia); A. Casoli (Telemachus Lyricorum liber I et II); G. A. Rocco (Africa, Thriumphale melos); F. S. Alessio (Vitus); G. Morabito (Martyrer); Diego Verghetti (Gloriosus Ordo B.M.V. de Mercede); A. Monti (De arte volandi, Ad Polum versus); R. Carrozzari (Caecilia); O. Cagnacci (Odae); A. Trazzi (Formicae magistrae, Pio Papae XI); V. Genovesi (Carmina, Carmina fidei); A. Bacci (Inscriptiones, Orationes, Epistolae). Da accogliere con simpatia il nuovo (1953) periodico latino trimestrale Latinitas, pubblicato sotto gli auspici della S. Sede, che tratterà, fra l'altro, anche degli scrittori latini cristiani antichi e recenti.

BIBL.: un lavoro comprensivo sulla lett. lat. cristiana non c'è ancora: per un ampio sguardo di insieme: A. Baumgartner, Die Weltliteratur, IV, Friburgo in Br. 1900; per il medioevo: Maninus; A. Ebert, Gesch. der christl. latein. Liter. bis zum Zeitalter Karls des Grossen, 2ª ed., Lipsia 1889; J. De Ghellinck, Littér. latine au moyen âge, 2 voll., Parigi 1929; F. Ermini, Medioevo latino, Modena 1938; J. De Ghellinck, L'essor de la littér. latine au XIIe siècle, 2 voll., Bruxelles 1946; G. Vecchi, Poesia latina mediev., Parma 1952; per l'età contemporanea: T. Sorbelli, Novissima poëtae latini, I, Modena 1922, prefaz.: autori vari, in Atti del III Congr. naz. di studi romani, III, Bologna 1935, pp. 106-304; A. Momigliano, Problemi e orientamenti di lingua e letter. ital., IV, Letterature comparate, Milano 1948, pp. 367-376; E. Springhetti, Selecta latinitatis scripta auctorum recentium, succ. XV-XX, Roma 1951. Cf. anche le Storie letterarie più ampie, delle singole letterature nazionali. Celestino Testore

### III. ARTE.

SOMMARIO:

I. L'età antica

II. L'arte del sec. IV alla seconda metà del sec. XVIII. - III. L'arte dalla seconda metà del '700 ai nostri giorni.

I. L'ETÀ ANTICA

Le testimonianze che hanno lasciate di sé gli uomini che vivevano in epoca preistorica sui colli ove poi sorse R. e quindi i più antichi abitatori della città sono strettamente connesse a quelle delle altre popolazioni che allora vivevano nel centro della penisola. Ma intorno al sec. VII sembrano prevalere elementi della cultura etrusca anche nel campo delle arti figurative e il nome dello scultore Vulca di Veio è legato alle più antiche immagini venerate nel tempio del Campidoglio ed alla splendida lupa bronzea, opera del sec. VI a. C., conservata nei Musei Capitolini, emblema essa stessa della città.

Così sono in relazione con la cultura degli Etruschi le più antiche opere architettoniche di R., quali il Carcere Mamertino, il Tullianum, o la cloaca Massima che convogliava le acque del Foro verso il Tevere e che testimonia a quale alto grado di civiltà e perizia tecnica si fosse allora pervenuti nella regione. D'altro canto il cippo con una iscrizione in latino arcaico scoperto sotto la cosiddetta tomba di Romolo nel Foro, certo è anteriore all'anno 500 a. C. Frattanto nell'Italia meridionale e nella stessa Etruria a partire dal IV sec. a. C., giungevano con maggiore intensità influenze elleniche che presto si rifletterono anche sulle manifestazioni architettoniche plastiche e pittoriche dei Romani, come testimoniano non solo i tre templi del Foro Oitorio, che sono sotto la chiesa di S. Nicola in carcere o l'altro detto della Fortuna Virile, ma la monetazione romana, urne bronzee, cippi e sarcofagi marmorei dal IV sec. a. C. in poi e le

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ROMA - Fontana - delle tartarughe. Opera di Taddeo Landini (1583), su disegno di G. della Porta.
più antiche memorie di una attività pittorica in R., quale il frammento dell'affresco rinvenuto sull'Esquilino, oggi nel Palazzo dei Conservatori sul Campidoglio, da assegnare pur esso al sec. III a. C.

Successivamente negli ultimi due secoli della repubblica l'arte si sviluppa con maggiore intensità. Gli elementi che vi concorrono sono in prevalenza l'etrusco e l'ellenico ma fusi con sempre maggiore indipendenza ed originalità. Si potrebbe anzi dire che la cultura architettonica e la grande perizia tecnica degli ingegneri etruschi, costruttori mirabili di archi e volte, allora formissero la ossatura degli edifici, mentre i portati della cultura ellenica fossero tenuti d'occhio soprattutto per la loro decorazione e il loro rivestimento di marmi policromi.

Ma già da quei tempi le costruzioni di carattere ufficiale o celebrativo tendevano al grandioso, all'imponente, e non solo i primitivi templi di legno e terracotta cedevano gradualmente il posto a costruzioni di pietra, ma si adornavano di ampie scalee d'accesso, come quello dedicato alla Magna Mater sul Palatino, che è del 191 a. C., o avevano grandi porticati come i templi innalzati in Campo Marzio in onore di Giove e Giunone dall'architetto Hermodoros di Salamina per ordine di Metello, vincitore della guerra macedonica, l'anno 146 a. C. Contemporaneamente i Romani intraprendevano la costruzione delle loro prime basiliche, di grandi mercati, di porti, di acquedotti, di vie. E la costruzione di quest'ultime implicava quella dei ponti che ebbero arcate sempre più alte, robuste ed ardite, impostate, come negli acquedotti, su forti pilastri. Opere che già ebbero allora quell'eccesso di potenza struttura più tardi caratteristico delle maggiori costruzioni del periodo imperiale. Già s'afferma quindi in età repubblicana in opere di carattere utilitario - ed a lungo potrebbe dirsi dei valori architettonici delle opere di fortificazione - quella particolare into-

nazione di imponenza solenne e grandiosa che nella città rinnovata in epoca imperiale sarà caratteristica di R. Frattanto nelle ville sempre più ricche e nelle case si evolvevano forme strettamente connesse a quelle elleniche ordini architettonici (v.) ormai tradizionali, cioè il dorico, lo ionico, il corinzio, il tuscanico e quindi i vari tipi di composito.

Ma giunti al 1 sec. a. C. mentre si ricostruiva con nuovo gusto il tempio di Giove sul Campidoglio, incendiatosi nell'83 a. C. durante le lotte sillane, nel 55 Pompeo costruiva il primo grande teatro in pietra della città, mentre Cesare, innalzati i Saepta, cioè un gran portico a colonne che seguendo la Via Flaminia si spingeva dal Campo Marzio verso il Campidoglio, intraprendeva la costruzione del Foro, che da lui ebbe il nome, e della Basilica Giulia. Aveva in tal modo inizio quel radicale trasformarsi del centro cittadino che successivamente, nello spazio di quattro secoli, doveva affollarsi di uno dei più importanti complessi di architetture, che sia stato visto in Occidente.

4. L'architettura

Dapprima si assiste ad un potenziamento, per così dire, delle forme etrusche ed ellenistiche caratterizzato da una maggiore imponenza degli edifici nei quali quelle forme appaiono. Segue una seconda fase, che ha inizio sul finire del sec. I dell'era cristiana. In essa gli elementi della antica tradizione classicista di derivazione ellenica s'accoppiano ad altri da essa indipendenti, o, seppure da essa stessa e da quella etrusca o da altre culture ancora derivati, evolutisi con indipendenza e novità d'orientamento. E infine una terza fase che occupa quasi tutto il III sec. e gli inizi del IV dell'era cristiana. Nella quale ultima le forme architettoniche dei Romani maturatesi nelle precedenti esperienze si evolvono con assoluta indipendenza ed acquistano originalità assoluta anche nelle mete da perseguire. Principale fra tutte quella di elevare strutture nelle quali le masse plastiche, chiaramente definite e contrapposte in una sapiente alternanza di luci e di ombre, rendano quasi concreto il senso dello spazio architettonico.

Le opere principali della prima fase esistenti in R. sono oltre le già citate costruzioni del tempo di Silla, di Pompeo e di Cesare, quelle elevate al tempo degli imperatori del 1 sec. dell'era cristiana da Augusto a Traiano: la tomba di Augusto e quella di Cecilia Metella, la casa detta di Livia sul Palatino, il Palazzo imperiale di Tiberio e quello di Domiziano pure sul Palatino, l'arco di Tito, il teatro di Marcello, l'anfiteatro Flavio (il Colosseo), il Foro di Augusto e quello di Nerva. In tutti questi edifici, sebbene con inflessioni nuove e nuova forza di accettazione chiaroscurale, hanno ancora valore, nei rapporti fra le singole membrature, le leggi della precedente sintassi architettonica di tradizione ellenistica. E tale valore appare nelle singole parti del maggior complesso di edifici che dà inizio alla fase successiva, cioè nel compimento dei Fori imperiali, attuato da Traiano su progetto di Apollodoro di Damasco fra il 111 e il 114 e concepito con un mirabile senso di unità ed una grandiosità di intenti fino allora sconosciuta in Occidente. Conquistate ormai e perfettamente possedute nuove tecniche costruttive, quali l'uso del mattone in luogo del tufo e della pietra e quello della malta cementizia, nonché una straordinaria abilità nel girare volte a botte e a croce, e cupole, tali conquiste fanno la loro maggiore prova nella ricostruzione avvenuta fra il 115 e il 125, del Pantheon, già elevato da M. V. Agrippa ed incendiatosi nel 110. Qui tuttavia la grande rotonda, coperta da una cupola emisferica che ha metri 43,50 di diametro, che è l'elemento in certo senso più originale dell'edificio, è accostato ma non fuso a quello di tradizione classicista costituito dal pronon. Una sorta di eclettismo di cui avremo un riflesso anche come accostamento di espressioni architettoniche di gusto diversissimo nei vari edifici della villa dell'imperatore Adriano che è sotto Tivoli, nel mausoleo di quell'Imperatore e infine nelle architetture del tempo di Marco Aurelio e Settimio Severo quali l'arco nel Foro ed il palazzo di quest'ultimo Imperatore che è sul Palatino. Nei quali edifici è evidente una sempre maggiore fantasiosità nelle piante e

nelle strutture ed un accentuarsi del gusto per il pittoresco e lo scenografico nel giuoco alterno delle colonne aggettate dei frontoni, delle nicchie, delle pareti variamente mosse e ondulate. Esso si risolve, negli imponenti ed edifici della terza fase della architettura dei Romani che ha inizio con la costruzione, avvenuta fra il 212 e il 216, delle terme dell'imperatore Caracalla, in espressioni di altissimo e nuovo valore estetico. Così nel mausoleo dei Gordiani (238-44) che ricorda il Pantheon, così nella sala termale o ninfea detta tempio di Minerva Medica, così nelle terme di Diocleziano (284-305), così nella basilica iniziata da Massenzio e compiuta l'anno 312 da Costantino, così infine nell'arco di trionfo eretto nel 315 in onore di quest'imperatore dal Senato e dal popolo romano. In questi edifici, e negli altri della stessa età riflettenti lo stesso gusto, le strutture limpide e schiette esprimono con assoluta chiarezza idee architettoniche che sono logiche ed armoniche insieme. Ciò è perseguito a mezzo del pieno possesso di una tecnica mirabile per cui i vari elementi delle costruzioni, pareti, pilastri, archi, volte, cupole s'atteggiano con assoluta apparente libertà, dominati come sono dalla mente di grandissimi architetti.

La gigantesca basilica di Massenzio compiuta da Costantino è, in tale senso, il capolavoro della architettura dei Romani. La perfetta rispondenza tra vuoti e pieni, l'alternanza delle masse plastiche che generano un senso di solenne armonia, il giusto equilibrio tra lo sforzo e la resistenza, i vigorosi rapporti di ombre e luci contribuiscono, oltre che a rendere concreto il senso dello spazio, ad esprimere a pieno il dominio della umana intelligenza sulla materia, per cui ne scaturisce dalla contemplazione un senso di fiducia nelle stesse capacità umane che dà un godimento pieno e completo.

Tuttavia nella stessa R., accanto a queste importantissime testimonianze di una attività architettonica di carattere ufficiale, continuava a vivere - e se ne hanno molteplici testimonianze che vanno dalla casa cosiddetta di Livia sul Palatino al portico degli dei Consenti ai piedi del Tabularium sotto il Campidoglio, un altro filone architettonico. Esso aveva una intonazione più semplice e quasi modesta, che si manifesta in edifici di minor mole, nelle case soprattutto ove attorno a peristilli a colonne e a cortili si dispongono le stanze, coperte da soffitti protetti da tetti a spiovente e terrazze. Edifici codesti ove non vengono posti i gravi problemi delle coperture a volte e cupole impostate su pilastri, propri delle maggiori architetture sopra ricordate, ma tutto si risolve in forme semplici e serene senza oratoria; e il peso delle coperture, che hanno l'ossatura in legname, grava in senso perpendicolare e diretto sulle pareti o sulle colonne e i pilastri architravati. È a questo secondo filone dell'architettura romana che nel sec. IV a R. vennero in massima parte attinte le forme usate per elevare le prime chiese (v. BASILICA; CHIESA; ITALIA, L').

5. La scultura

Già si è accennato alla attività di Vulca scultore etrusco di Veio, attivo agli inizi del sec. v a. C., autore di sculture per il tempio capitolino di Giove e forse della lupa bronzea del Museo dei Conservatori. Certo si è che, come nel campo della architettura, in quello della plastica la più antica attività romana si confonde con quella etrusca. Così è evidente nella cista Ficoroni del Museo di Valle Giulia che è un'urna di bronzo ove sono raffigurate con meravigliosa finezza scene della storia degli Argonauti e v'è una iscrizione latina che la dice eseguita a R. da un Novios Plautios. Così hanno rapporti con il caratteristico accentuato verismo di tradizione etrusca i numerosi ritratti dell'età repubblicana. Tuttavia, quando si è al 1 sec. a. C., le forme più colte e raffinate collegate ai modi dell'ellenismo, seguendo in ciò un moto parallelo a quello notato nei campi dell'architettura, spesso si volgono a rappresentazioni ove le immagini vengono trasferite dal piano della realtà individuale a quello della genericità, fino ad assurgere alla dignità di tipi. Così nei frequenti ritratti di Cicerone, di Pompeo, di Cesare ed infine di Augusto, tra i quali bellissimo quello rinvenuto a Prima Porta, e successivamente nei ritratti degli altri imperatori e dei principali

personaggi delle loro famiglie. Nella quale serie, tuttavia, spesso incidono anche i modi più accentuatamente realistici della antica tradizione locale che per proprio conto si afferma in una grande quantità di ritratti di cittadini e privati.

Accanto alla serie dei ritratti, l'arte romana, che ha lasciato anche numerose copie di sculture elleniche di varie età, eccelle in un gruppo di splendidi rilievi di contenuto storico e commemorativo che va da quelli dell'Ara Pacis di Augusto (anno 9 a. C.), a quelli dell'arco di Tito, agli altri della colonna Traiana, ove si afferma una maggiore indipendenza dalla cultura ellenica, agli altri ancora che decoravano l'arco elevato in onore di Adriano lungo la Via Flaminia, ove è un ritorno a modi colti di quella tradizione, ai successivi del tempo di Marco Aurelio e di Settimio Severo, caratterizzati — come la contemporanea architettura — da una chiara ricerca di effetti pittorici. Poi nel sec. III nei campi della plastica si assiste ad un duplice movimento. Da un lato, come nel famoso ritratto di Caracalla, è una accentuata ricerca veristica a prevalere, e ne deriva un accentuato tormento delle superfici alla ricerca di segni incisivi e definiti, dall'altro, successivamente, come nei ritratti di Gallieno, si assiste ad un graduale ammorbidimento e disfacimento quasi pittorico delle superfici, ottenuto con passaggi lievi di superfici sfumate.

Nella seconda metà del secolo i due modi coesistono e talvolta appaiono nella stessa opera, fin quando, al tempo di Costantino, vengono nuovamente distinti, sebbene in due aspetti nuovi. Da un lato, nei rilievi dell'arco famoso, gli intenti pittorici servono a dare vigore e carattere a immagini collegate a modi popolareschi e provinciali — che, come spesso avviene nei momenti che seguono il trapasso da una civiltà ad un'altra, sono nuova fonte di ispirazione — dall'altro le immagini superficiali racchiuse entro schemi quasi architettonici appaiono statiche, ierariche, astratte, fuori da ogni umana contingenza. Il naturalismo ellenistico, il delicato pittoricismo, i morbidi, sapienti passaggi dei piani che segnano il digradare delle superfici, in una parola gli antichi ideali della bellezza classica gradualmente decadono, in quanto la nuova spiritualità determinatasi con il trionfo del cristianesimo ora ha bisogno di forme nuove d'espressione. Né conta che talvolta durante il sec. IV e poi ancora nel V. le antiche forme ancora si affermino in opere di alta bellezza; e basta citare il sarcofago di Giunio Basso delle Grotte Vaticane. Quanto successivamente apparirà quale forza valida per il cammino dell'arte deriverà più da quei marmi ove si affermano idealità antiaccademiche ed anticlassiche che non dagli altri ove tali idealità, sebbene con sempre minor vigore, vengono contrastate. Essi più che la forza rappresentano il peso della tradizione.

3. La pittura. — È relativamente scarso il numero delle pitture degli antichi Romani giunte fino a noi. Il frammento con scene di combattimento rinvenuto sull'Esquilino ed oggi nel Museo Capitolino è la testimonianza più antica (sec. III a. C.) di una attività pittorica a R. Essa era evidentemente collegata all'arte etrusca. Che tuttavia a R. i pittori abbiano svolto una intensissima attività ed abbiano attinto vette altissime nella espressione, può dedursi dalle antiche testimonianze e da quanto ancora dell'opera loro rimane. I templi, i palazzi, le case, le tombe dei Romani erano tutte decorate con pitture nelle quali erano riflessi modi similissimi a quelli delle pitture di Pompei e di Ercolano, che per essere giunte in maggior numero fino a noi danno forse un quadro più organico della evoluzione e dei vari modi stilistici della pittura in Italia nel 1 sec. dell'era cristiana. Tuttavia le decorazioni della Villa della Farnesina, quelle della casa di Livia sul Palatino e della Villa detta di Livia a Prima Porta nonché le altre provenienti da una casa dell'Esquilino, oggi nel Museo Vaticano, oltre le decorazioni dei palazzi imperiali e particolarmente della Domus Aurea neroniana,

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(da Memorie della Pont. accademia romana di archeologia, II, Roma 1515, fac. 3)
ROMA - Due molini galleggianti sul Tevere presso Ponte Rotto. Disegno di Lieven Cruyl, del marzo 1665 - Vienna, Galleria Albertina.

documentano l'alto grado di cultura pittorica raggiunto a R. nel 1 sec. dell'impero.

I modi stilistici di quelle pitture possono essere considerati, per i loro rapporti con l'ellenismo, analoghi a quelli notati nei campi della plastica e dell'architettura contemporanea. E ancora in senso analogo si evolve la pittura durante il II e il III sec. dell'impero allora che eccelsi monumenti pittorici si individuano nelle catacombe indicando un atteggiarsi del gusto che si evolve secondo modi analoghi a quelli notati nel campo della plastica. Fin quando nel sec. IV notiamo un coesistere dei modi più strettamente legati alla tradizione antica ed ufficiale e degli altri antiaccademici ed anticlassici ai quali, come già si è detto per la plastica, in massima parte saranno collegati i modi stilistici dell'arte a R. durante il medioevo.

4. L'urbanistica antica e medievale. — La città continuava ad essere, malgrado lo splendore di alcuni monumenti, in massima parte costruita in legname, se l'incendio sviluppatosi al tempo dell'imperatore Nerone il 18 giugno dell'anno 64 dell'era cristiana divampò irrefrenabile per nove giorni consecutivi distruggendo completamente tre regioni e parzialmente altre sette. Nella ricostruzione che seguì — narra Tacito — le fabbriche vennero allineate con nuova regolarità, isolate le une dalle altre e limitate, o almeno disciplinate, nell'altezza. Una città ormai troppo grande e troppo ricca per non attirare le cupidigie dei barbari che si facevano sempre più minacciosi oltre e dentro gli stessi confini dell'impero. Fu così che Aureliano l'anno 271 dette inizio alla costruzione della nuova splendida cinta di mura della città ancora in massima parte esistente. Una cinta che ha un perimetro di 19 km., ove si contavano 383 torri di difesa, 14 porte maggiori, 5 minori e che per un secolo e mezzo ca. preservò effettivamente R. dall'oltraggio degli invasori. Agli inizi del IV sec. dell'era cristiana R. era veramente la più splendida e ricca città del mondo. Aveva 27 pubbliche biblioteche, 11 terme, 856 bagni, 1352 fontane pubbliche, 8 campi di giuoco, 5 naumachie, 11 grandi Fori, 15 ninfei, 10 basiliche maggiori, 19 acquedotti, 36 archi trionfali, 8 ponti sul Tevere, 3 grandi teatri. Poi Costantino trasferì la capitale dell'impero sulle rive del Bosforo a Costantinopoli e per legge ineluttabile delle sorti umane R. cominciò a decadere.

La nuova società, educata alle idealità del cristianesimo, perseguiva allora mete ben diverse che l'antica, mentre le milizie imperiali e le mura d'Aureliano non erano più baluardo sufficiente a contenere la furia barbarica. E nell'ag. 410 i Goti di Alarico, superati quei baluardi, per due giorni saccheggiarono la città. Quarantacinque anni più tardi, nel 455, furono i Vandali, gli Arabi e i beduini a mettere a ferro e fuoco R. per quattor-

dici giorni. La città ormai andava in rovina, né valsero le provvidenze dell'intelligente re barbaro Teodorico ad arrestarne il declino. Egli restaurò il teatro di Pompeo, il Colosseo, alcuni acquedotti, le cloache. Ma era ben poco di fronte all'abbandono in cui ogni cosa decadeva. Abbandono che divenne quasi completo quando Vitige, cinta d'assedio la città per oltre un anno, dal febbr. del 537 al marzo del 538, tagliò gli acquedotti, donde affluiva la sua linfa vitale. Ormai anche il suburbio era tutto in sfacelo, le ville, gli orti, le vigne. La campagna fu invasa dai malfattori, e dagli acquitrini sempre più tremendo avanzò il flagello della malaria. Né valsero le provvidenze dei pontefici quali Adriano I (772-95), Leone III (795-816) o Pasquale I (817-24) che restaurarono antichi edifici o ne costruirono di nuovi. R. conservava solo nelle memorie e nelle immaginazioni degli uomini il suo antico splendore. Poi nell'XI, XII e XIII sec. col rifiorire generale delle coscienze e delle energie che caratterizza il sorgere e lo svilupparsi dell'età romanica, anche l'edilizia cittadina ebbe nuovo impulso, e R. l'anno 1300 celebrandosi il Giubileo, poté apparire splendida anche di nuovi edifici ai due milioni di pellegrini che v'accorsero da ogni parte d'Europa. Ma fu una breve rinascita, che le lotte intestine durante l'esilio avignonese di nuovo la stremarono, né valsero le parole infuocate di Cola di Rienzo o le provvidenze del card. Albornoz ad arrestare il suo nuovo decadere. Il Trecento, che in tante e tante altre città di Italia ha segnato un periodo di vero splendore ed impresso nelle loro vie, nelle piazze, nei palazzi pubblici, in intieri quartieri, un carattere di bellezza, di forza e d'eleganza che i secoli successivi non hanno cancellato, segnò un periodo di stasi per l'attività edilizia romana che avrà una nuova ripresa soltanto sul finire del primo quarto del sec. XV. Allora Martino V Colonna, rientrando il 30 sett. del 1420 nella sua città natale,

la in stato di completo abbandono, pose ogni suo maggiore impegno nel restauro e nella ricostruzione degli antichi edifici. E volle inciso sulla medaglia commemorativa del suo pontificato il motto: «Dirutas ac labentes Urbis restauravit ecclesias».

II. L'ARTE DAL SEC. IV ALLA SECONDA METÀ DEL SEC. XVIII. - 1. L'architettura dal sec. IV all'XI. - Nessuna delle basiliche elevate da Costantino e dai personaggi della famiglia imperiale o dalla sua corte è giunta intatta fino a noi. Anzi fra le architetture basilicali del sec. IV solo la chiesa di S. Pudenziana conserva nelle sue strutture molta parte del primitivo edificio. Per le altre, quali quelle di S. Pietro, di S. Paolo, di S. Croce, di S. Lorenzo e così via, quanto rimane della primitiva costruzione può essere solo utile ad una loro ideale ricostruzione grafica. Esse ad ogni modo si collegevano a quel filone della tradizione architettonica romana, cui sopra s'accennava, di forme essenzialmente semplici e chiare. Mura e allineamenti paralleli di colonne sostenevano coperture (tetti a capriate) che gravavano in senso perpendicolare sugli elementi portanti. Sul lato minore della fabbrica, opposto a quello dell'ingresso, si incurvava una abside decorata, come le pareti, di pittura o musaici. Il mausoleo di Costantina, detto chiesa di S. Costanza, come le parti più antiche del Battistero Lateranense lasciano invece intendere gli stretti legami che uniscono queste costruzioni a sistema centrale a tipi analoghi di edifici romani coperti con volte a cupola. Nei secoli successivi, fino al x-XI, questi due tipi di costruzione si trasformano secondo un processo di semplificazione e spesso di impoverimento degli aspetti primitivi. Al sec. V infatti appartengono la disposizione generale della basilica di S. Maria Maggiore, quella di S. Sabina sull'Aventino, quella di S. Pietro in Vincoli, tutte riflettenti lo schema basilicale costantiniano, nonché la chiesa circolare di S. Stefano Rotondo che può essere considerata, nel suo schema, una semplificazione di un precedente tipo di costruzioni a sistema centrale.

Nelle costruzioni romane del VI e VII sec. alcune delle quali tuttavia per vari aspetti simili a quelle del V (S. Pancrazio), appaiono elementi derivanti dall'Oriente bizantino. Così nella parte dovuta a papa Pelagio II della basilica di S. Lorenzo fuori le mura, così in quella di

S. Agnese ricostruita da papa Simmaco (498-514) e decorata da Onorio I (625-38). Ad Onorio va anche ascritta la costruzione della primitiva chiesa dei SS. Quattro Coronati. Un edificio veramente grandioso e bellissimo. Ma al sec. VII appartiene anche la costruzione della chiesa di S. Giorgio in Velabro, che riflette un sentimento architettonico ben diverso: un senso di trascuratezza e di ostentata indifferenza per le vecchie formole, un'aria disattenta e svogliata. Così nelle parti più antiche (sec. VIII) di S. Maria in Cosmedin e di S. Giovanni a Porta Latina. Poi, agli inizi del sec. IX, c'è come una ripresa architettonica che si riflette nelle chiare armonie spaziali create dagli architetti di papa Pasquale I (817-34) in S. Prassede, S. Maria in Domnica, S. Cecilia, nella più tarda basilica di S. Marco e nelle parti che possono assegnarsi al sec. IX nella chiesa di S. Maria in Aracoeli. Quanto rimane del sec. X non lascia intendere che quel movimento di rinascita abbia avuto seguito nei tempi immediatamente successivi.

2. La scultura dal sec. IV all'XI. - I due aspetti assunti dalla plastica agli inizi del sec. IV e chiaramente esemplificabili nei rilievi per l'arco di Costantino e in quelli del sarcofago di Giunio Basso, gli uni tendenti ad un pittoricismo espressionistico di gusto nettamente anticlassico, gli altri ancora riflettenti appunto le idealità che per secoli erano state proprie dell'arte classica, sono riflessi in numerosissimi marmi del IV, V e VI sec. Così in alcune statue, quali, p. es., quelle costantiniane di S. Giovanni e del Campidoglio, come nei rilievi della porta di S. Sabina (422-32) o nei monogrammi di Giovanni II (532-35) della chiesa di S. Clemente. Allora in alcune decorazioni di elementi architettonici il gusto plastico fa anche pensare a decisi influssi orientali (capitelli a S. Agnese, S. Clemente, SS. Quattro). Poi fra il VII, l'VIII e il IX sec. anche a R. si diffonde il gusto per la decorazione plastica a basso rilievo di tipo genericamente detto barbarico (v. BARBARICA ARTE) ove frequentemente appare la treccia di vimini accanto a rappresentazioni del sole, della luna, delle palme, della croce, ecc. Ne abbiamo esempi a S. Sabina, a S. Maria in Trastevere, a S. Clemente, a S. Maria in Cosmedin, a S. Maria del Priorato, ecc. Ma nel sec. IX, negli elementi decorativi delle architetture del tempo di Pasquale I è già chiara l'aspirazione verso forme plastiche più vicine alla scultura antica, così nel portale della cappella di S. Zenone a S. Prassede.

3. La pittura fra il sec. IV e l'XI. - A R. meglio che in qualsiasi altro luogo del mondo è possibile seguire, riflessa nelle opere pittoriche, la evoluzione del gusto figurativo durante tutto il medioevo. Ma anche nel campo pittorico fino dal sec. IV si distinguono due nette correnti. Una ancora accademica legata ai modi tradizionali del classicismo, l'altra espressionistica ed antiaccademica, e, almeno in parte, da collegare ai modi della pittura compendiaria diffusi non solo dalla pittura catacombale. I musaici della volta anulare di S. Costanza, quelli dell'abside di S. Pudenziana, che sono dei primissimi anni del secolo, gli altri pure del sec. V della navata di S. Maria Maggiore e della parete di controfacciata della chiesa di S. Sabina; come quelli del sec. VI dell'abside della chiesa dei SS. Cosma e Damiano possono collegarsi alle varie gradazioni dell'antico classicismo che va modificandosi anche a contatto con modi orientali, che nel sec. V già si riconoscono nel musaico dell'arco trionfale della basilica di S. Paolo. Ma nel sec. V forme in rapporto con la pittura impressionistica sono evidenti nel musaico dell'arco trionfale di S. Maria Maggiore. Tuttavia sul finire del sec. VI nei musaici dell'arco trionfale dell'antico S. Lorenzo fuori le mura, e nel VII in quelli dell'abside di S. Agnese e quindi negli altri dell'oratorio di S. Venanzio presso il Battistero Lateranense prevalgono modi bizantini, che pure nel VII e poi nell'VIII e IX sec. in forme e accenti che diremmo dialettali, s'affermano ancora nelle pitture ad affresco che sono in S. Maria Antiqua, in S. Saba, in S. Clemente, in S. Crisogono, in S. Maria in Via Lata, ecc. Ma è nel sec. IX che un gruppo bellissimo di musaici, a S. Prassede, S. Maria in Domnica, S. Marco, S. Cecilia, testimonia un sostanziale mu-

tamento del gusto per cui vengono esaltati, anche in opere di carattere monumentale, quei valori di un cromatismo acceso, violento addirittura, che già nel sec. v apparivano nel musaico di S. Maria Maggiore, e che segna una risoluzione in senso anticlassico ed antitradizionale delle vicende della pittura romana del medioevo. Tuttavia, come per la contemporanea architettura e scultura, quel momento particolarmente felice dell'arte romana non ebbe un seguito nei tempi immediatamente successivi, quando nel sec. x negli affreschi dell'abside di S. Stefano del Palatino, nell'altro del Cristo circondato da angeli in SS. Giovanni e Paolo, in altri ancora frammentari in S. Crisogono, ecc. appaiono forme stanche di vaga impronta bizantina. Ma nel sec. xi un capolavoro: la Madonna dipinta su tavola e venerata in S. Maria in Arascoli annuncia tempi nuovi anche per la pittura romana.

4. L'età romanica. - Fu durante l'età romanica che a R., con indipendenza ed originalità rispetto a quanto avveniva nelle altre città italiane, risorsero le arti figurative, mentre con precedenza e più chiaramente che altrove fra le sue mura si definivano alcuni principi che dovevano rimanere alla base dello stesso Rinascimento italiano. Quello soprattutto di: antico, sinonimo di bello.

In architettura ciò è manifesto in una complessa importante serie di costruzioni da assegnare appunto dal sec. xi al xiii: quali le chiese di S. Maria in Cappella, S. Maria in Trastevere, S. Crisogono, S. Lorenzo fuori le mura o come i portici di S. Cecilia, S. Giorgio in Velabro, S. Lorenzo in Lucina, SS. Giovanni e Paolo, ecc. In queste costruzioni le forme sembrano collegarsi direttamente a quelle delle fabbriche del tempo di Pasquale I, ma sono ancora più vicine a quelle di alcune grandi architetture del sec. v i cui rapporti sono stati sicuramente tenuti a modello dai nuovi costruttori. Malgrado ciò qualche tipo nuovo, o parzialmente tale, appare anche nelle architetture romane dell'età romanica. CAMPANILE (v.) quadrati, a dadi sovrapposti, che numerosissimi furono allora elevati a fiancheggiare le nuove e le antiche chiese, mentre è cosa veramente nuova la loggetta alla lombardesca che coronò nel sec. xiii l'esterno dell'abside della chiesa dei SS. Giovanni e Paolo.

Tuttavia l'aspetto più caratteristico ed originale è dato in queste architetture dalla mirabile veste decorativa che ad essa hanno saputo apprestare i marmorari detti comunemente, dal nome di una loro famiglia, Cosmati (v.), e cosmatesca la loro maniera di decorare con marmi policromi e musaici. Architetti essi stessi, questi marmorari hanno elevato quelli che per molti aspetti possiamo considerare i capolavori della architettura romana di quel tempo: i due chiostri delle basiliche del Laterano e di S. Paolo, opere appunto dei componenti di una fra le più illustri famiglie di marmorari romani degli inizi del sec. Vassalletto (v.). Negli elementi architettonici e decorativi dei due chiostri non sarà difficile riconoscere qualche portato del gusto gotico la cui maggiore se non unica testimonianza rimane a R., nel campo architettonico, la chiesa di S. Maria sopra Minerva elevata, si vuole, da quei frati Sisto e Ristoro che a Firenze costruirono S. Maria Novella.

La scultura dell'età romanica presenta caratteri analoghi a quelli della architettura, anche perché essa in massima parte fu praticata da quei marmorari cui sopra s'accennava, che gradualmente, tenendo d'occhio modelli antichi ma anche orientali e nordici, riconquistarono il senso di una rigorosa plasticità che permise loro, sul finire del 1200, di intendere anche alcuni essenziali valori della Arnolfo di Cambio (v.). Questi fu a R. nell'ultimo venticinquennio del secolo lasciandovi opere insigni quali i monumenti a Carlo d'Angiò in Campidoglio, i cibori di S. Paolo e S. Cecilia, la tomba del card. Annibaldi, frammentaria, nel chiostro di S. Giovanni in Laterano, le immagini del Presepe di S. Maria Maggiore.

Nella pittura le conquiste non furono, fra il sec. xi ed il xiii, certo minori, ove si consideri non solo la bellezza degli affreschi, appunto della fine del sec. xi, della basilica di S. Clemente, da collegarsi al filone della pittura narrativa e popolare che qui assurge ad altissima

dignità di stile, quanto le grandi decorazioni musive nelle absidi di S. Clemente, di S. Maria Nuova, di S. Maria in Trastevere, di S. Paolo fuori le mura, di S. Maria Maggiore e di S. Giovanni in Laterano, queste due ultime opere di Jacopo Torriti. Ed è anche a R. che allora s'affirma e domina la grande personalità di uno dei massimi geni pittorici del medioevo italiano: Pietro Cavallini (v.), mentre a R. lavora lo stesso Giotto.

Poi durante il sec. xiv, ai tempi dell'esilio avignonese e delle lotte intestine, le arti decadere del tutto e nella città abbandonata trovarono lavoro pochi artisti forestieri giuntivi dalla Toscana o dalla Campania. Ma nel terzo decennio del sec. xv, al tempo di Martino V Colonna, R. torna ad essere un centro vivissimo di operosità artistica. E mentre si ricostruiscono e restaurano basiliche, chiese e palazzi, a R. giungono da ogni parte d'Italia, chiamati da quel Pontefice, artisti illustri, e v'operano Masolino, Masaccio, Gentile da Fabriano ed il Pisanello pittori, e quindi Donatello scultore, mentre al tempo di Niccolò V è chiamato a R. per lavorare nella cappella dedicata ai SS. Stefano e Lorenzo in Vaticano anche il Beato Angelico e, chiamati da Paolo II giungono più tardi anche architetti famosi quali Bernardo Rossellino e Giuliano da Majano che lavorano successivamente e rispettivamente al restauro della basilica di S. Marco e nel palazzo che le sorge al lato. Ma ecco che Sisto IV della Rovere, eletto papa nel 1471, vuole preparare la città a celebrare degnamente il Giubileo del 1475. Le opere architettoniche allora promosse da quel Pontefice per mano di un vigoroso architetto. Pontelli (v.) sono numerosissime, ma su tutte tre eccellono: un nuovo ponte sul Tevere, che da Sisto prese e conserva il nome, un grandioso ospedale rinnovato, quello di S. Spirito in Sassia, la costruzione della Cappella Sistina. Quando nel 1484 Sisto IV moriva, da un anno circa erano stati ultimati gli affreschi della più antica decorazione di quel famosissimo ambiente. Avevano in essi lavorato, sotto la guida di Sandro Botticelli, alcuni fra i maggiori pittori del tempo, quali Luca Signorelli, il Perugino, il Pinturicchio, Domenico Ghirlandaio, Cosimo Rosselli, fra Diamante, Bartolomeo della Gatta, mentre per volontà dello stesso Pontefice operavano ugualmente a R. Melozzo da Forlì e Piero della Francesca.

Allora i marmi delle cantorie e delle transenne della Sistina erano scolpiti nella bottega di un attivissimo maestro lombardo, Andrea Bregno, presso la quale lavoravano quasi tutti gli altri maestri di scalpello attivi nella città, compresi lo stesso Mino da Fiesole e Giovanni Dalmata. Ma non Antonio del Pollaiolo che lasciava il segno della sua potenza nei monumenti funebri di Sisto IV e di Innocenzo VIII, il Papa che aveva chiamato a lavorare in Vaticano anche Andrea Mantegna. Il Bregno, personalità dominante nel campo della pratica edilizia romana è anche quegli cui si deve in massima parte una delle più caratteristiche espressioni architettoniche quattrocentesche della città: la parte Cancelleria (v.), più tardi completato o risolto, come dice il Vasari, da Donato Bramante.

5. L'età moderna. - Si giunge così agli inizi del '500, e la città ove durante il sec. xv erano affluiti artisti da ogni dove senza riuscire ad imprimere un carattere unitario alla sua produzione, che solo il melozzesco Antoniazzo degli Aquili detto Antoniazzo Romano fu tale anche di nascita, soprattutto per la forza del genio di alcuni sommi artisti che in R. presero stanza ed operarono, si trasformò nella vera capitale artistica, non solo d'Italia ma dell'Europa intera. Donato Bramante, Baldassarre Peruzzi, Antonio da Sangallo il giovane, Michelangelo Buonarroti, Raffaello, Leonardo operano contemporaneamente in R. durante i pontificati di Giulio II, di Leone X, di Clemente VII. Sono loro che imprimono un tono solenne, augusto e nuovo all'arte della Rinascenza. Non più la R. antica dei Cesari ma quella nuova dei Papi assume incontrastato prestigio, un vero dominio addirittura sull'arte di tutta Europa. Sono gli scolari, gli imitatori, i seguaci di quei grandissimi a diffondere ovunque le belle forme da essi immaginate sulle rive del Tevere; dell'arte antica quelle forme hanno la grandiosità,

la potenza e la bellezza, ma dei nuovi tempi riflettono lo spirito infiammato e la fantasia. Ed anche quando l'arte di quei grandi da parte degli imitatori manierismo (v.) nelle architetture d'un Ammannati, di un Giacomo della Porta di un Guido Guidetti, di un Domenico Fontana, di un Carlo Maderno, il nuovo e insieme antico spirito della città trova solenne espressione, mentre nel suo limpido cielo, per opera loro, s'inarcano le più belle cupole che abbiano coronato chiese su questa terra. Allora mentre i Carracci col Domenichino creavano nella galleria del Palazzo Farnese il capolavoro dell'eclettismo derivante dall'accademia bolognese, il lombardo Michelangelo da Caravaggio che, ragazzo, a R. aveva fatto le sue prime esperienze presso la bottega del più gonfio e pomposo manierista nostrano, il Cavaliere d'Arpino, da R. indicava nuove strade alla pittura sulle quali dovevano incamminarsi lo stesso Rembrandt ed il Velasquez.

Una forza nuova, quella della luce che rivela ed esalta le masse plastiche ed insieme il colore, caratterizza fin dai suoi inizi l'arte dell'età barocca. Ed a R. il gusto barocco trova il suo centro più vivo d'azione e di diffusione. Ciò anche nel suo duplice caratteristico aspetto di deliberata frattura con la tradizione, e di continui richiami e appigli ad essa, generati dalla nostalgia per le belle forme del classicismo.

In architettura ciò si manifesta seguendo la linea che da Francesco Borromini, quegli che con maggior chiarezza infranse la tradizione, Martino Longhi il giovane, Carlo Rainaldi, traverso Carlo Fontana, giunge a Francesco de Sanctis, Giuseppe Sardi, Gabriele Valvassori, Filippo Raguzzini, Domenico Gregorini che ancora nella seconda metà del '700 svolge temi borrominiani, o l'altra che proseguendo in certo senso la tradizione di Antonio da Sangallo e dei manieristi, ha il suo più autorevole rappresentante in Gian Lorenzo Bernini. Di questa seconda corrente, col Bernini, è esponente autorevolissimo il grande Pietro da Cortona e quindi Nicola Salvi, l'architetto del prospetto della fontana di Trevi, e ad essa si collega l'arte di Luigi Vanvitelli di Carlo Murena, di Ferdinando Fuga, di Alessandro Galilei, architetti questi ultimi che operando a R. con il loro neocinquecentismo prelodono aspetti del neoclassicismo nostrano.

Nella plastica il manierismo dell'ultimo ventennio del '500 non aveva testimoniato che l'incomprensione o l'impossibilità di ridurre alla misura dei tempi nuovi il disperato furore dell'arte di Michelangelo. Né Stefano Maderno, né Nicolò Cordier, né Pietro Bernini, scultori tutti di qualche merito, erano riusciti ad imprimere un vero carattere alla plastica romana del tempo, cosa che invece erano riusciti a fare architetti e pittori, né, diremmo, a smuovere dal profondo le acque della morta gora manieristica.

Tentarono invece ciò, tra la fine del '500 e il principio del '600, due scultori pur essi come gli altri venuti di fuori: Camillio Mariani vicentino e Francesco Mochi di Montevarchi. I due attuavano allora nuove ricerche prendendo lo spunto da un pittoricismo che si rifaceva al Vittoria e che nel Mochi s'era innestato ai modi della tradizione fiorentina. Agli inizi del '600 i due s'erano trovati a R. in posizione di preminenza così che all'arte del Mochi si lasciano collegare tanto Francesco Duquesnoy quanto Francesco Algardi. Scultore quest'ultimo sicuramente dotato ma di una austera compostezza e quasi cautela che sa d'accademia. Accanto a lui, invece, Gian Lorenzo Bernini subito ci appare temperamento di ben diversa levatura, ed uomo di mentalità decisamente antiaccademica, malgrado la propria cultura lo rispingesse di continuo appunto verso l'accademia e la tradizione. Ma Gian Lorenzo Bernini è un genio e nell'esercizio della plastica, ancor più che in quello della architettura, spesso egli operò abbandonandosi alla felice immaginazione, alla libera fantasia, all'estro, all'invenzione. Così che quanti vennero dopo di lui quasi mai riuscirono, anche quando vollero, a dimenticarlo. Lo tentò Domenico Guidi che ebbe la pretesa di tener viva la tradizione dell'Algardi, lo tentò Ercole Ferrata che ebbe intorno numerosi seguaci e riscosse gran credito fino durante

il '700, lo tentarono perfino Antonio Raggi e Andrea Bolgi e Francesco Baratta e Cosimo Fancelli e Pietro Le Gros e l'ancora più tardo Camillo Rusconi (1628-1728) che nelle sue statue di S. Giovanni in Laterano, scolpite nel secondo decennio del '700, ci appare, malgrado i continui richiami all'Algardi, uno «svagato berniniano» nei suoi complicatissimi pannaegi.

Furono pochissimi invero anche nel '700 quelli che riuscirono a eludere la imitazione berniniana o non la ridussero a retorica maniera: quell'Antonio Montanti fiorentino andato a R. ad aiutare Alessandro Galilei nelle sue imprese architettoniche, Filippo della Valle e per molti aspetti Pietro Bracci. Ma non per questo essi riuscirono a creare qualcosa di veramente nuovo e grande prima dell'avvento del neoclassicismo e del Canova.

Al nome dei Carracci, del Caravaggio, quali esponenti di correnti pittoriche a R. sul finire del '500, si deve aggiungere quello di Federico Zuccari. Questi con il Cavalier d'Arpino, accanto ai novatori - quali appunto apparivano i Carracci ed il Caravaggio - poteva anche essere considerato il depositario della tradizione che risaliva a Raffaello. Ma una tale maniera tradizionale presto confluì nei modi tenuti dai bolognesi. Così mentre è chiara la derivazione caravaggesca nel gruppo dei tenebrosi quali il Valentin, il Manfredi, il Borgianni, il Saraceni, il Serodine, i due Gentileschi e quindi in Gherardo delle Notti e nello stesso Baburen come in altri fiamminghi che risolvono in contraffazioni veristiche l'illuminismo del maestro, ci appare abbastanza chiara la linea di derivazione che dai Carracci attraverso l'Albani e il Domenichino, con apporti di Guido Reni, giunge al Sacchi e quindi al Maratta, che sul finire del '600 e nei primi anni del '700 ci apparirà ancora il depositario maggiore della tradizione che vantava ascendenze fino a Raffaello.

Ma accanto a quelle due correnti principali ecco profilarsene, fino dal terzo decennio del '600, una terza, quella che allora ebbe il suo esponente maggiore in Pietro Berettini da Cortona. Egli riprende il problema decorativo quale era stato impostato dai Carracci nella volta della Galleria di Palazzo Farnese e dagli altri grandi pittori della fine del '500. Lo riprende con la maggiore esperienza che a lui deriva dal progredire che in cinquant'anni aveva fatto la pittura. Così nel suo stile si trovano elementi disegnativi toscani, compositivi emiliani, compresi quali di un Lanfranco e di un Guercino, nonché esperienze che dai Carracci risalivano al Correggio, quindi elementi cromatici veneziani e quel tanto di vencità raffaellesca che a R. aveva sempre fortuna. Insomma la pittura fu come un tirar le somme delle esperienze più recenti da parte di un uomo di genio. La volta della sala maggiore di Palazzo Barberini è il suo capolavoro e l'opera ove Pietro da Cortona, grande architetto, qui in veste di decoratore, ci appare, fra quanti allora operavano in R., il più vicino, anche per forza d'ingegno e fantasia, al Bernini. Quasi un suo equivalente nei campi appunto della grande decorazione pittorica. Lo stuolo dei cortoneschi è folto; il migliore allora fu Pietro Testa, ma la grandiosità di concezione del maestro non fu ritrovata che dal genovese Gian Battista Gulli detto il Baciccia, che con estro ed autorità somma creò il proprio capolavoro nella volta della nave maggiore della chiesa del Gesù nel grande affresco rappresentante il Trionfo del suo nome. Più tardi fratel Andrea Pozzo con fantasia di scenografo svolse ancora nelle volte della chiesa di S. Ignazio qualche tema dell'arte del Berettini.

Intanto, mentre artisti forestieri, quali Paolo Brill, il Poussin, Claudio Lorenese e Gaspare Vanvitelli svolgevano, seguiti da pittori nostrani quali Salvatore Rosa e il Locatelli, la pittura di paesaggio, a R. continuavano a giungere pittori da altre regioni d'Italia. Così varcate le soglie del '700 vi lavora con Corrado Giaquinto e Sebastiano Conca che venivano da Napoli, Gian Paolo Pannini piacentino, pittore di rovine e cerimonie, e v'acquistava predominio anche nel mondo della cultura archeologica l'incisore veneziano Gian Battista Piranesi.

Siamo ormai alla metà del secolo e mentre da un lato l'irrequieto Marco Benefià s'attarda talvolta in un

insistito verismo antiaccademico quale si rivela nel quadro dell'Aracoeli con la Morte di s. Margherita, il Cades, il Corvi, il Cavallucci e lo stesso Pompeo Batoni lucchese, accanto al polacco Raffaello Mengs, si rifanno ancora una volta a Raffaello e talvolta preannunciano forme neoclassiche. D'altro canto il neoclassicismo — questa « moda forestiera » — in R., donde il Winckelmann ne aveva autorevolissimamente diffuso le teorie, aveva trovato il suo centro più accreditato, e nella storia della pittura moderna ha grande significato che la grande tela col Giuramento degli Orazi di Giacomo Luigi David sia stata dipinta a R. nel 1784. È un quadro, quello, che segna veramente l'inizio di una nuova stagione per l'arte.

6. L'urbanistica durante il Rinascimento e l'età barocca. — Il lavoro di restauro e sistemazione degli antichi edifici e quello di costruzione di nuovi iniziato da Martino V, che caratterizza l'attività dei pontefici, dei cardinali e delle maggiori personalità romane durante il sec. XV, non fu svolto secondo un iniziale piano organico. Ciascuno si interessava della propria chiesa, del proprio palazzo o di un particolare gruppo di fabbriche. Solo Niccolò V e Sisto IV della Rovere ebbero idee più vaste, e mentre il primo concepì un nuovo ordinamento delle costruzioni intorno a S. Pietro e ad esse dava inizio, il secondo, in occasione del Giubileo del 1475, ebbe una visione unitaria dei problemi edilizi e di viabilità cittadina. Quindi secondo un piano organico di cui si possono facilmente individuare le linee essenziali, restaurò o costruì dalle fondazioni nuove chiese ed altri edifici compreso il ponte sul Tevere che da lui ebbe nome, allargò strade e sistemò complessi edilizi, quale quello intorno all'attuale Campo dei Fiori, presto dominato dalla mole marmorea del palazzo del card. Riario, poi detto della Cancelleria.

Tuttavia durante i primi anni del '500, malgrado ciò e malgrado le imponenti splendide fabbriche elevate allora in R., non si operò in generale dal punto di vista urbanistico, con idee più unitarie. Ma da allora, mentre Giulio II riprendeva l'idea di Niccolò V di rinnovare tutto il Vaticano, con il tracciato della Via Giulia e con quelli della Via Ripetta e della Via del Babuino (progettati dal Chiarini), divergenti rispetto all'asse del Corso, vennero definendosi alcuni temi fondamentali per gli ulteriori sviluppi della città. Anzi è da pensare, a proposito del Corso, dell'antica Via Ripetta e dell'altra del Babuino, che partendo con la loro organica disposizione a tridente dalla Piazza del Popolo si affondano dritte nel cuore della città, che siano state proprio loro a fornire lo spunto iniziale a quello che senz'altro possiamo definire un vero e proprio piano regolatore cittadino ideato da Domenico Fontana per Sisto V. S. Maria Maggiore alla Trinità dei Monti, a S. Giovanni in Laterano a S. Croce e a S. Lorenzo, al Foro Traiano e a S. Susanna. Gli obelischi delle Piazze di S. Pietro, di S. Giovanni, di S. Maria Maggiore e del Popolo, allora elevati da quel Pontefice ad opera sempre di Domenico Fontana, segnavano e segnano tuttora come delle mete o dei fulcri per lo sviluppo cittadino.

L'importanza della concezione urbanistica di Sisto V consiste anche nell'avere esortato i Romani, ancora tutti accalcati nella grande ansa del Tevere, a rioccupare le parti alte della città. A tal fine egli vi condusse acqua salubre a mezzo dell'acquedotto Felice, la cui mostra si vede ancora oggi a Piazza S. Bernardo. Del nuovo impulso dato allo sviluppo cittadino da Sisto V è anche un indice sicuro l'accresciuto numero degli abitanti di R. Infatti la popolazione romana, che durante l'alto medioevo era discesa a pochissime migliaia di abitanti, e che nel periodo più splendido della Rinascenza, ai tempi di Leone X, era salita a 125-130 mila, ma che negli anni successivi al sacco di R. (1527) era di nuovo discesa a 40.000 anime, durante il pontificato di Sisto V risalì a 100.000 persone.

Durante il '600, sul tessuto urbanistico di Sisto V si continuò ad operare, sviluppando temi, sebbene grandiosi, limitati a particolari ambientali. Basti pensare alla sistemazione della piazza presso il Palazzo dei Barberini,

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ROMA - Elefante che sostiene l'obelisco. Scultura su disegno di G. L. Bernini (1607) - Roma, Piazza della Minerva.
(fot. Enc. Catt.)
allora alla periferia della città e confinante con etti e vigne, a quella di Piazza Navona, a quella di Piazza S. Pietro, ed ai progetti non eseguiti di sistemazione dei Borghi, mentre di fronte ai nuovi palazzi ed alle antiche e nuove chiese s'aprivano piazze e s'allargavano strade. L'opera fu continuata durante il '700. Allora, con la costruzione della scalinata di Piazza di Spagna in prospettiva con la Via dei Condotti, e di Tor di Nona con la sistemazione della Piazza di S. Ignazio per mano del Raguzzini, e con quella dell'antico Porto di Ripetta, ricostruito per Clemente XI da Alessandro Specchi, la città veniva fornita di ambienti architettonici di carattere unitario secondo una nuova concezione scenografica.

III. L'ARTE DALLA SECONDA METÀ DEL '700 AI NOSTRI GIORNI

Sul finire del '700, agli occhi di molti. R. appariva ancora il centro artistico più importante del mondo ed a R. si recavano a studiare architetti, scultori, pittori di ogni paese. Tuttavia malgrado questo, l'architettura, la scultura, la pittura di gusto neoclassico che si produceva sulle rive del Tevere non appare oggi migliore o diversa da quella che veniva prodotta altrove. Chi allora si recava a studiare a R. vi si recava per trarre ispirazioni dai monumenti del periodo classico che vi si ammiravano, dalle opere d'arte dei musei e dalle raccolte pubbliche e private o soltanto per entusiasmarsi, immaginando che le aure che si respiravano sulle rive del Tevere fossero ancora quelle che avevano gonfiato il petto degli antichi eroi. Tuttavia è ancora a R. che con il Canova l'arte che fiorisce sulle rive del Tevere riesce a mantenere un tono di universalità e di dominio. Poi, dopo il Canova, come nel campo della pittura con i nazareni, i puristi ed i frescanti del tempo di Pio IX, e in quello della architettura con il Poletti, il Vespignani e Pietro Comparese, ecc., anche la scultura che si produce a R. può in certo modo differenziarsi, fino all'ultimo trentennio del secolo, da quella delle altre città d'Italia, per certa intonazione freddamente accademica che non muta neanche quando concede quel tanto che non era possibile negare alle novità portate dalla forte ventata romantica.

Quando poi R., divenuta la capitale del Regno d'Italia, si trovò ad essere, anche per ragioni d'ordine pratico, il centro più attivo di produzione artistica di tutta la penisola, quella certa intonazione e la stessa imponenza delle splendide opere del passato, agirono quali un freno alle più ardite manifestazioni del gusto ormai internazionalizzatosi. Ciò, se da un lato evitò quelli che altrove, allora, apparivano eccessi più o meno deprecabili, dall'altro ritardò il libero cammino delle più schiette forme espressive. E dopo il gruppo dei puristi e degli accademici s'ebbe, chiaramente individuabile nei domini della architettura, quello degli eclettici. Il Palazzo di Giustizia opera del Calderini ed il monumento di Vittorio Emanuele opera del Sacconi - tutti e due incominciati prima del 1890 e tutti e due portati a compimento nel 1911 - di quell'eclettismo, non privo forse di bravura ma gonfio d'oratoria e di retorica, sono l'espressione più caratteristica. Esso ebbe allora i suoi riflessi anche nei campi dell'arte sacra (v. ARTE), la quale oggi, appunto a R., in alcune delle più recenti realizzazioni, ha dimostrato e dimostra di non rifuggire dalle più moderne e ardite manifestazioni del gusto ove esse siano intimamente sorrette da uno spontaneo sincero bisogno di espressione.

Vicende urbanistiche ed edilizie della R. moderna. - Anche a R. gli ultimi decenni del '700 sono caratterizzati da una più diffusa coscienza dei problemi urbanistici e se non sono molte le nuove realizzazioni, sono invece molto interessanti le questioni che allora si ponevano sul tappeto, riflesse, p. es., nei temi discussi dall'Accademia di S. Luca. La sistemazione dei Borghi, quella di Piazza del Popolo, quella della creazione di un grande giardino pubblico, ecc.

A molti di quei problemi volle dare una soluzione l'amministrazione francese fra il 1809 e il 1814, mentre alcune opere allora appena iniziate o solamente ideate avevano la loro realizzazione negli anni successivi durante i pontificati di Pio VII, Leone XII, Gregorio XVI e Pio IX. Fra le maggiori ricordiamo quella di Piazza del Popolo e della pubblica passeggiata detta del Pincio, opera massima del Valadier, la creazione del cimitero suburbano del Verano, la ricostruzione della Basilica Ostiense, la creazione di nuovi quartieri, quale il Mastai, la sistemazione della zona trasteverina prossima al nuovo grande stabilimento per la lavorazione del tabacco, nonché la inclusione nel piano di sviluppo della città del tratto compreso fra S. Maria degli Angeli e le pendici del Quirinale, cioè dei terreni sui quali s'aprì l'attuale Via Nazionale e le altre vie ad essa normali, lungo le quali sorsero tanti nuovi edifici che contribuirono a mantenere alla edilizia romana quel tono solenne, austero, definitivo, ma insieme familiare, che era proprio della vecchia R.

Durante i primi 24 anni del pontificato di Pio IX dal 1846 al 1870, la popolazione romana s'era quasi raddoppiata raggiungendo e superando i 200.000 ab. Dopo il 1870 tale moto d'accrescimento continuò e con ritmo accelerato, tanto che oggi possiamo dire che la popolazione romana sia decuplicata rispetto a quella di allora. Con tale veloce incremento è in diretto rapporto, ne è anzi la giustificazione, il veloce sviluppo della città e il modo con il quale tale sviluppo è avvenuto.

Infatti quando R. il 20 sett. del 1870 fu occupata dalle truppe del generale Cadorna apparve a chi ad essa giungeva da altre città della penisola quali Firenze, Torino e Milano, seppure splendida di antiche architetture, molto arretrata dal punto di vista della moderna edilizia. E fu quel generale medesimo a nominare il 30 dello stesso mese di sett. una commissione presieduta dall'architetto Pietro Camporese, perché studiasse «l'ingrandimento» e l'abbellimento di R. e specialmente il progetto di costruzione di nuovi quartieri in quella parte che maggiormente si prestasse alle nuove edificazioni. La commissione che lavorò celerissimamente, dopo quaranta giorni presentò le sue conclusioni in una relazione alla quale erano anche allegati progetti e propositi. Tale conclusione servì all'ingegnere Alessandro Viviani per tracciare un vero piano regolatore della città, pubblicato nel 1873, che, pur non essendo mai divenuto legge, esercitò un grande influsso sui successivi piani regolatori

e quindi sull'ulteriore sviluppo di R. Il quale sviluppo è avvenuto in questi ultimi cinquant'anni, come suoi dirsi, a macchia d'olio. Ovvero è avvenuto come in quasi tutte le città che hanno una forte individualità, un antico cuore pulsante che non può non esercitare una forte attrazione. Fu così che l'antico centro cittadino della R. di 100-150-200.000 ab. è rimasto approssimativamente lo stesso della R. di 1.500.000, 2.000.000 d'ab., con quei danni e quegli inconvenienti che è facile immaginare.

Impedire il verificarsi di un tale fenomeno dovuto a leggi in certo senso biologiche, evidentemente non è agevole, anzi, pare, sia quasi impossibile. Ad ogni modo se riandiamo ora con la mente alla vecchia R. di Pio IX ancora tutta raccolta nell'ansa del Tevere, una città piena di contrasti, ricca d'opere d'arte, di belle architetture, ma ineguale, arreffata dal punto di vista dell'urbanistica, e la paragoniamo con l'attuale, dovremo convenire che le difficoltà che si dovettero affrontare per trasformare la vecchia R. in una città che rispondesse anche alle moderne esigenze senza distruggere completamente quell'antico mirabile insieme, erano enormi, e che non tutte le soluzioni adottate sono da condannare. Per quanto la distruzione dei grandi parchi delle ville principesche che coronavano di verde la vecchia R. abbia rappresentato un danno ed un errore senza pari, anche se le loro aree furono utilizzate per il sorgere di nuovi quartieri, quali quello dell'Esquilino, quello Boncompagni Ludovisi, il Salario; tuttavia pregi notevoli spesso ne ebbero allora le opere che servirono ad innestare senza troppo stridenti soluzioni di continuità le manifestazioni delle nuove esigenze al carattere e al tessuto della vecchia città. Così per il maestoso rettilineo di Via Nazionale, per il placido tracciato del Corso Vittorio Emanuele, per l'ariosa Via Arenula, per gli allargamenti di Via del Tritone, di Via due Macelli, del Corso e infine per le più moderne Vie dei Fori imperiali e del Mare che pure hanno comportato la distruzione di notevoli complessi d'architettura. Ciò è avvenuto anche per la demolizione della «spina» dei Borghi e l'apertura della Via della Conciliazione con cui si attuava un'antica idea che aveva tenuto perplessi per secoli e secoli, papi, architetti ed urbanisti.

BIBL.: oltre la bibl. relativa ai singoli personaggi ed artisti ricordati in questa Encyclopedia cf.: tra le guide: A. Nibby, R. descritta nell'anno 1838, 4 voll., Roma 1838-41; A. D. Tani, Le chiese di R., Torino 1922; B. Blasi, Vie, piazze, ville di R., ivi 1923; L. V. Bertarelli, R. e dintorni (Guida d'Italia del Touring Club Ital.), Milano 1931 e edd. successive; P. Romano [P. Fornari], Strade e piazze di R., 4 voll., Roma 1930-42; id., R. nelle sue strade e nelle sue piazze (a fascicoli, l'autore segue l'ordine alfabetico), ivi 1947 seg. Tra le opere di carattere generale: P. Ducati, L'arte in R. dalle origini al sec. VIII, Bologna 1938; F. Hermann, L'arte in R. dal sec. VIII al sec. XIV, ivi 1945; A. De Rinaldis, L'arte in R. dal Seicento al Novecento, ivi 1948; A. Callari, I palazzi di R., Milano s. a.; Le chiese di R. illustrate, serie di monografie di autori vari diretta da C. Galassi Paluzzi, in 36 volumetti di cui due doppi, Roma 1923 seg. (descrizione di 34 chiese). Studi particolari: H. Voce, Die Malerei der Spätrenaissance in Rom und Florenz, 2 voll., Berlino 1920; id., Die Malerei des Barock in Rom, ivi 1925; P. Pecchiai, La scalinata di Piazza di Spagna, Roma 1941; G. Matthioc, Piazza del Popolo, ivi s. a.; P. Romano [P. Fornari]-P. Partini, Piazza Navona, nella storia e nell'arte, Roma [1944]. Sull'edilizia di R. al tempo di Pio IX, cf. P. della Torre, L'opera riformatrice ed amministrativa di Pio IX fra il 1830 e il 1870, ivi 1945. Emilio Lavagnino

IV. FOLKLORE.

Delle tradizioni popolari di R. manca tuttora una documentazione accurata, redatta con criteri scientifici e con intento propriamente folkloristico: le raccolte di Sabatini e Zanazzo, per quanto ampie e apprezzabili, non possono stare sullo stesso piano delle opere di un Pitré, Finamore, De Nino e altri. Numerose sono però le fonti letterarie e iconografiche (basterà qui ricordare i nomi di Goethe, Müller, Stendhal, Thomas, De Brosses, Bresciani, Belli e Pinelli) che, per la loro affermata e sostanziale fedeltà al vero, anche se non mancano di una naturale magia d'arte, permettono a noi di ricostruire criticamente la vita popolare della prima metà dell'Ottocento: epoca che segna, per le manifestazioni popolari di R., il momento del loro massimo rigoglio e nello stesso tempo

l'inizio del loro affievolimento. Completano il quadro del folklore romano alcune cerimonie, documentate storicamente (Gregorovius, Burchhardt, ecc.) e letterariamente (specie nelle commedie), della R. medievale e rinascimentale.

Dell'antico carnevale romano, noto per la singolare pompa dei suoi festeggiamenti, si rilevano soltanto gli elementi e i particolari che più interessano folkloristicamente. Notevole la personificazione del carnevale nell'orso, che veniva condotto con una catena al collo sul luogo della scena e fatto ballare a suon di musica, come ci rappresenta una stampa del Pinelli ambientata presso la fontana di Trevi. Oltre ai numerosi arlecchini, pagliacci e pulcinella, le maschere più caratteristiche erano i matti, ricoperti solo di camicia, che si rifacevano a personaggi delle scandalose feste dei pazzi (contro cui energica fu nel medioevo l'opposizione della Chiesa); e tra le macchiette più tipiche, il Re dell'Acerra, cavalcante un asino e scortato da un gruppo di pulcinella; Don Pirrone, che procedeva in sedia gestatoria, tenendo in mano un paio di molle da fuoco con cui lanciava satirici madrigali alle donne, e l'indimenticabile generale Mannaggia La Rocca, che il pomeriggio di giovedì grasso sopra un macchietto ronzino, con un grosso spadone di legno e con il suo imponente corteo di straccioni in alta uniforme, avanzava intrepido sul Corso, preso a bersaglio dalla folla con arance e carote. Antica nella tradizione del carnevale romano era la corsa dei barberi da piazza del Popolo a piazza Venezia. Il carnevale si chiudeva con la festa dei mocoletti, che consisteva nello spegnersi le candele vicendevolmente, mentre lungo il Corso appariva sopra un carro trionfale il Carnevale morente: «Er Carnevale è morto e sseppellito: [Lì moccoli hanno chiusa la funzione]» (Belli, n. 2221).

Durante la quaresima, tradizionale era a R. l'uso, ricordato nei seguenti versi popolari, di andare in S. Pietro e regalare il maritozzo alle innamorate: «Oggi ch'è 'r primo Vennardi ddè Marzo. [Sè va a Ssan Pietro a ppija èr maritozzo] Che cce lo pagherà 'r nostro regazzo». Solenni le celebrazioni del Sabato Santo: rappresentazioni sacre avevano luogo nel medioevo al Colosseo ad opera della Compagnia del Gonfalone (nel secc. XV-XVI fu più volte rappresentata in tale occasione la Passione di G. Dati); oggi le cerimonie del Sabato Santo si svolgono con peculiare solennità nelle basiliche di S. Giovanni e di S. Pietro, dove la rituale benedizione del fonte battesimale si fa coincidere con un battesimo, di un adulto in S. Giovanni e di un bambino in S. Pietro. Quando si slegavano le campane era usanza d'una volta (chiamata divozione de li bbotti) di ammassare lungo i muri pentole e vasi usati di terracotta, che poi si facevano volare in aria con castagnole. In tal giorno scendevano a R., per le pulizie dei muri, gli spazzacamini, con arnesi speciali detti «scacciaragni»: riti tutti di rinnovamento. Una cerimonia comico-carnevalesca, cornomània (v.), che dal sec. IX si mantenne sino all'epoca di Gregorio VII, si celebrava in Laterano ed era seguita dalla benedizione delle case: data ed elementi rivelano il carattere propiziatorio della festa.

Dai tempi di Salvator Rosa, pare, fino al 1893, il 21 apr. d'ogni anno gli artisti facevano rivivere il carnevale, riunendosi presso le grotte di Cervara, sulla via Prenestina, rinnovando conviti, beffe, cortei e mascherate: una tavola del Pinelli rappresenta questo singolare carnevaletto romano degli artisti. Il Calendimaggio era ed è ancora festeggiato con l'albero della cuccagna, diffusissimo del resto in tutta Italia come ultimo avanzo della gare del «re del maggio», e fino a un secolo fa con «er ballo de li guitti», cioè degli spiantati: ogni giovane si sceglieva una sposa, e le varie coppie si presentavano in piazza S. Marco, davanti alla statua di Madama Lucrezia, per quell'occasione adorna di cipolle, agli, nastri multicolori e carote; si celebrava lo sposalizio, come se si fosse davanti al sindaco e al curato, e dopo si dava inizio al ballo che provocava risate... financo a Madama Lucrezia!

Nella notte dell'Ascensione la tradizione popolare vuole che discendano Gesù a cambiare in latte l'umore acquoso delle spighe di grano, e la Madonna a benedire

l'uovo fresco di giornata collocato dai devoti fuori dalle finestre in un piccolo cestino, che diventa poi efficace amuleto contro i fulmini e le malattie. Il 13 giugno, in onore di S. Antonio di Padova, si celebrava il trionfo delle fragole con una processione di fragolari che partiva da Campo dei Fiori: apriva il corteo un fragolaro portando sul campo un grosso canestro, simbolo del trionfo, guarnito tutt'intorno di canestrini di carta argentata pieni di fragole, e sopra una piccola statua di S. Antonio; seguivano, a passo di danza e al suono di tamburelli, gli altri fragolari, vestiti a festa, cantando ritornelli in onore del Santo e delle fragole. La sera di S. Giovanni ha luogo la sfilata dei carri, ed è tuttora viva l'usanza di andare a mangiare le lumache nelle osterie: la più frequentata un tempo era l'osteria delle Streghe, il cui nome si riporta alla credenza che in questa notte, nel tratto tra S. Giovanni e S. Croce in Gerusalemme, possono vedersi le streghe se si mette il mento dentro la forcella formata da rami di albero di alloro (Belli, n. 1905).

Uno dei cortei più caratteristici della R. medievale era la processione notturna del 15 ag., cui prendevano parte rappresentanti di ogni specie di lavoranti: l'immagine acheropita di Cristo veniva portata a spalla da 12 uomini dalla cappella di S. Lorenzo in Laterano a S. M. Maggiore, passando sotto archi di foglie e di fiori. A piazza Navona, il giorno di Ferragosto e tutti i sabati e le domeniche del mese, secondo una tradizione durata con qualche intervallo dal 1652 al 1865, si faceva il lago: animavano lo spettacolo il gettito delle monete, il passaggio delle carrozze fra schizzi e grida di allegria, la caduta dei cavalli, le musiche della banda dei pompieri e le voci dei cocomerari «curete pompieri, che vva a fuoco».

Pittoresche le ottobrate al Testaccio (le stampe del Pinelli che ce le rappresentano sono tra le più belle per la storia del costume popolare), allietate da gare, canti e danze: con gran frenesia al suono delle nacchere e dei tamburelli si ballava il saltarello, famosissima danza popolare di corteggiamento. Una delle tradizioni romane del ciclo natalizio è quella di assistere nella notte fra il 23-24 dic. al cosiddetto «cotto», cioè al mercato all'ingrosso del pesce che un tempo si faceva nella pescheria di S. Teodoro e oggi ai Mercati generali. Viva è pure la tradizione del presepio: celebre è quello di Aracoeli, il cui Bambino è una pregiata scultura in legno d'olivo tutta ricoperta di gemme. Particolarmente romana è la tradizione di gettare a capodanno dalla finestra le pentole e altri utensili usati di coccio come atto di espulsione del vecchio e di rinnovamento. Tradizionale e popolare la figurazione della Befana, come appare nelle tele del Pinelli e nei sonetti del Belli; ancora oggi la sera della vigilia ha luogo in piazza Navona l'affollatissima fiera dei giocattoli, che un tempo si teneva in piazza S. Eustachio. Il giorno di S. Antonio Abate (17 genn.) è dedicato alla benedizione degli animali: adorni di nastri e fiori, cavalli, asini, cani, gatti, galline sono portati davanti alla chiesa di S. Eusebio dove ricevono la benedizione del parroco: un tempo la cerimonia, descritta dal Goethe e dal Müller, si svolgeva davanti alla chiesa propria di S. Antonio presso piazza S. M. Maggiore. Si apre quindi il carnevale, tipica festa d'inizio d'anno.

Non meno ricco si presenta il patrimonio musicale-poetico del popolo di R., includendovi, naturalmente, accanto alle canzoni create in loco, quelle importate e adattate al gusto e al dialetto locale, che rivelano il lavoro di creazione-elaborazione proprio del popolo. Già intorno al 1787 il Goethe raccoglieva dalla viva voce del volgo di R. nel suo Viaggio in Italia alcuni canti che dovevano essere più di moda in quegli anni che non veramente tradizionali, ricordava la canzone di Marbrucche (= Malborough), e infine osservava che il canto più usuale per il popolino di R. era costituito dallo stornello. Lo stornello (chiamato dal volgo «aritornello», che non è però da scambiare con il ritornello, come ha creduto il Blessig) è infatti la forma di canto lirico-monostrofico più usata a R. e in tutto il Lazio. La poesia popolare amorosa si atteggia anche nella forma dello strambotto, chiamato sonetto (con il metro ora dell'ottava siciliana

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ROMA - Facciata laterale del Collegio di Propaganda Fide. Architettura di F. Borromini (1655) - Roma.
(fot. Almaro)
ora del rispetto toscano), che ha peraltro una tradizione più antica. Fiorente è il genere comico e burlesco: caratteristiche le tarantelle, lunghe composizioni a coppie di ottonari, con formola fissa d'inizio («Tarantella de li dèi | Vò cantiare, amici miei»), che in origine dovevano essere accompagnate dalla danza. La poesia religiosa offre preghiere, orazioni e anche poemetti epici di leggende agiografiche. Un importante settore della poesia popolare romana è costituito infine dalle canzoni epico-liriche: La donna lombarda, La bella fantasia, Cecilia, Il pellegrino di R., Il marinaro che va per acqua, e altre ancora hanno incontrato in R. favorevole cittadinanza. Molte leggende di santi e canzoni avventurose, da quella di Lionbruno alle storie di Genoveffa, Pia dei Tolomei, Francesca da Rimini, da quella d'Orlando a Roncisvalle alla «dolorosa istoria del prode Cecco e della sua Rosina», venivano cantate per le strade di R. o nelle osterie dai cantastorie (si conservano ancora i nomi di Mancinelli, declamatore di poesie satiriche contro il Duca Valentino; Mastro Andrea dipintore, amico dell'Aretino; e del secolo scorso chi non ricorda i nomi di Spadoni, Pepazzo, Tarantoni, Calzaroni e quello, più di tutti noto, del sor Capanna?): una stampa del Pinelli rappresenta uno di questi cantastorie mentre accompagna i versi al suono della chitarra e con una lunga bacchetta illustra le scene sopra un cartellone, com'era solito vedersi, un secolo fa, la domenica mattina in piazza Barberini. Dell'estro di questi poeti di popolo rimane ancora qualche traccia nelle scritte a insegna delle osterie, quali, p. es.: «Se volete un bon goccetto | er più bono che ce sia, | che ve mette drento ar petto 'na gran voja d'allegria, | solo all'Arco de' Ginnasi | resterete persuasi», e altrove «Solo qui da Mozzarella vino bono e robba bella!». E nell'interno la bevuta del vino era animata dal gioco della passatella, nel quale si conserva forse l'antico uso del Re del convito e, secondo il Pola, il tipo delle Associazioni giovanili e bacchiche. Altro tipico personaggio del mondo delle osterie, accanto al cantore popolare, è «er carettiere a vino», che oggi ha perduto, anche nel costume, l'antico fastigio, così ben sintetizzato in versi romaneschi dallo Zanazzo (n. 919, p. 243).

Ma la vecchia R., con le sue feste, i suoi costumi, i suoi poeti e i suoi canti, va scomparendo sempre più: soltanto alcuni iioni, quali Trastevere e Monti, conservano un po' dell'antico colore (tra le più vive è sempre, ad es., la «festa de' noantri» a Trastevere, con danze e gare sportive), e in qualche angolo di R. (come a Villa Borghese) bimbi e grandi ancora si affollano attorno ai teatrini di burattini, sulle cui scene si è rifugiata gran parte del repertorio dei cantastorie: celebre tra i burattini d'una volta il Ghetanaccio con il suo personaggio Rugantino.

La tendenza del popolo romano alla satira mordace ebbe la sua più genuina espressione, dal tardo medioevo in poi, nelle «pasquinate», delle quali le più celebri dal '500 all'epoca napoleonica sono state raccolte da P. Fornari.

BIBL.: S. Marroni, Costumi popolari di R., Roma 1840; C. Blessig, Röm. Ritornelle, Lipsia 1860; R. H. Busk, The Folklore of Rome, Londra 1874; F. Sabatini, Saggio di canti pop. rom., Roma 1878; id., Il volgo di R., Roma 1800-1901; G. Zanazzo, Novelle, favole e leggende romanesche, Torino 1907; id., Usi, costumi e pregiudizi del popolo di R., ivi 1908; id., Canti pop. rom., ivi 1910; A. Bevignani, Le rappresentaz. sacre per l'ottovario dei morti a R. e nei suoi dintorni, Roma 1912; P. Romano [P. Fornari], Pasquino e la satira in R., 5 voll., ivi 1936 seg.; id., Il Natale a R., ivi 1945; F. Clementi, Il carnevole rom., 2 voll., Città di Castello 1938-39; P. Romano - E. Ponti, Modi di dire pop. rom., Roma 1944; P. Romano - P. Partini, I cantastorie in R., ivi 1946; P. Toschi, La poesia pop. di R. e del Lazio, in Poesia e vita di popolo, Venezia 1946, pp. 118-35; A. G. Bragaglia, Le maschere rom., Roma 1947; C. G. Pola Falletti di V., Le associazioni giovanili a R. e nel Lazio, in Lares, 16 (1950), pp. 40-67; A. Lancellotti, Feste tradizionali, 2 voll., Milano 1950-51; G. Belli, I sonetti, a cura di G. Vigolo, 3 voll., ivi 1952; cf. anche la rivista Roma (1923-43).

V. TOPOGRAFIA.

SOMMARIO:

I. Origini cristiane

II. S. Giovanni in Laterano e il Patriarchium. -

III. Le basiliche patriarcali

IV. I cognomi delle chiese medievali

V. Basiliche e chiese secondo l'epoca della loro fondazione

VI. Le chiese mariane:

6. Santa Maria Maggiore

7. Le Chiese mariane minori

VII. Le basiliche cimiteriali

VIII. Le abbazie

IX. Le regioni ecclesiastiche e i rioni

X. Gli antichi cataloghi delle Chiese.

I. ORIGINI CRISTIANE

I primi luoghi di riunione delle comunità cristiane furono in case private, come viene attestato negli Atti degli Apostoli (12, 12: 19, 9; 20, 6-9) e nelle lettere di s. Paolo (Rom. 16, 23; I Cor. 16, 19; Col. 4, 15; Phil. 1, 2) il quale dichiara che in R. i suoi collaboratori in Cristo, Aquila e Prisca hanno posto la loro casa a disposizione dei fedeli (Rom. 16, 3, 5). Ma non si può accettare la leggenda medievale che indica la casa di Prisca dove oggi sorge sull'Aventino la chiesa di S. Prisca, perché gli scavi hanno mostrato che essa è costruita al di sopra di un mitreo della fine del sec. II d. C. e non c'è traccia di casa anteriore (A. Ferrua, Il mitreo sotto la chiesa di S. Prisca, in Bull. della Commis. archeol. municip. di R., 68 [1940], pp. 59-96).

L'origine della comunità cristiana di R. viene fatta risalire a quegli Israeliti, i quali venuti da R. a Gerusalemme per le feste della Pentecoste furono testimoni della discesa dello Spirito Santo e ascoltarono il discorso di Pietro. Pietro poi aveva convertito anche soldati romani, cioè a Cesarea il centurione Cornelio della corte italica e il suo seguito. Il primo nucleo della comunità cristiana di R. sarebbe dunque del tempo di Tiberio, e poi sviluppato sotto i suoi successori Caligola e Claudio. Eusebio di Cesarea pone al secondo anno di Claudio (genn. 42-43 d. C.) la venuta di s. Pietro a R. sia nel canone dei tempi del suo Chronicon che nella sua Storia ecclesiastica (II, 17) anzi aggiunge che il filosofo Filone si sarebbe in R. posto in relazione con s. Pietro; ma quegli fu a R. nel 39-40 d. C. La stessa notizia si legge nella Historiae adversus paganos di P. Orosio, scritta in Africa tra gli aa. 417-418, dietro suggerimento del vescovo Agostino di Ippona (PL 31, 1072-73). Anche s. Girolamo fa venire s. Pietro a R. nel secondo anno di Claudio (De viris ill., 1), ma tale datazione non si può dimostrare. Ca. l'a. 49 però Claudio fu costretto a scacciare da R. «i Giudei che

erano in continue agitazioni a causa di Cresto » (Svetonio, Claudio, 25). Lo storico romano Tacito riferisce che il popolo li chiamava chrestianos (« quos vulgus chrestianos appellabat »; Annales, XV, 44). Ancora alla fine del sec. II Tertulliano rimproverava i pagani di pronunziare « chrestiani » invece di « christiani » (Apologeticum, 3). Che le idee cristiane fossero penetrate già allora nell'ambiente romano è documentato da Tallo, in un frammento di Giulio Africano conservato dal cronista bizantino Giorgio Sincello (Fragmenta historicorum Graecorum, ed. C. Müller, III, Parigi 1850, p. 519). Ma si ha una conferma dell'espulsione di cristiani da R. sotto l'impero di Claudio anche in Act. 18, 2, dove è detto che i due coniugi cristiani Aquila e Priscilla furono costretti ad abbandonare R. « perché Claudio aveva con un suo editto espulso da R. tutti gli Israeliti » e si erano così incontrati a Corinto con l'apostolo Paolo. Ma il decreto non dovette avere un'esecuzione molto rigorosa perché Cassio Dione mostra che l'applicazione si limitò alla proibizione di tenere riunioni; lo stesso storico poi osserva che gli Israeliti « quantunque siano stati oggetto di misure repressive, non hanno mai cessato di prosperare molto, tanto da finire per conquistare il libero esercizio dei loro riti » (XXXVII, 17). Un'altra prova che l'esilio degli Israeliti fu di breve durata è data dal fatto che verso il 58 Aquila e Prisca erano di nuovo a R. (Rom. 16, 3-5).

S. Paolo, scrivendo ca. il 58 ai Romani, dichiara di aver avuto desiderio di recarsi a trovare la comunità cristiana di R. « ex multis iam praecedentibus annis » (ibid. 15, 23); essa era già ben costituita e fiorente poiché Paolo dichiara ai fratelli romani « fides vestra annuntiatur in universo mundo » (ibid. 1, 9). Egli chiama i fratelli di R. « amati da Dio e santi » e si augura di venirli presto a trovare per consolarsi con essi « per la comune fede e vostra e mia e per ravvivare i ricordi ». In detta lettera egli nomina ben 24 persone di questa comunità che aveva già conosciuto, o a Corinto o in Asia, come Aquila e Priscilla, Epeneto, Maria, Andronico e Giunia, Ampliato, Urbano, Stachi, Apelle, Eridione, Trifena, Trifosa, Perside, Rufo e sua madre, Asincrito, Flegonte, Ermete, Patroba, Erma, Filologo, Giulia, Nereo e sua sorella, e due gruppi l'uno presso Aristobolo, nipote di Erode, l'altro presso Narcisso, il famoso libretto di Claudio (ibid. 16, 3-16).

Si sa che quando s. Paolo venne a R. i fratelli di questa comunità gli erano andati incontro sulla Via Appia fino al Foro Appio e a Tres Tabernae (Act. 28, 15) tra Cisterna e Terracina (cf. A. Harnack - Th. Mommsen, in Sitzungsberichte der Berliner Akad. der Wissenschaft., 1895, pp. 491-503). Non si sa dove egli scelse il suo alloggio; è certo che, tre giorni dopo il suo arrivo, convocò i notabili della colonia giudaica ed ebbe con essi un lungo colloquio. Rimase poi per ben due anni in questa casa d'affitto dove accoglieva volentieri e istruiva quanti si presentavano a lui (Act. 28, 16-30). Scrivendo poi da R. ai cristiani di Filippi in Macedonia, Paolo invia loro i saluti dei fedeli di R., specialmente di quelli appartenenti alla casa imperiale (4, 22). Finalmente dalla seconda lettera a Timoteo si apprendono altri quattro nomi di appartenenti alla comunità cristiana di R., cioè Eubulo, Pudente, Lino, Claudia (4, 19-21). Da tutti questi nomi si ha un'idea della composizione etnica della prima comunità cristiana, dove, se sono in maggior parte nomi non di origine romana, non mancano pure quelli che tradiscono una provenienza piuttosto dalla « Ecclesia ex gentibus » che da quella « ex circumcisione ».

Di grande importanza è la testimonianza di Tacito circa i protomartiri romani vittime della persecuzione neroniana. Egli parla di una « multitudo ingens ». Nessun altro ricordo topografico è rimasto del loro olocausto se non quello dei giardini neroniani in Vaticano; nes-

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ROMA - Veduta aerea di Piazza Navona, sorta sull'area dello Stadio di Domiziano, Roma.
suna traccia di commemorazione liturgica, e quella dei 979 sull'Aurelia nel Martirologia geronimiana al 29 giugno resta una semplice ipotesi. Oltre ai fondatori della Chiesa romana Pietro e Paolo, vittime della stessa persecuzione, papa Clemente accenna ai molti altri e specialmente donne, che dettero un mirabile esempio della loro fede tra i più spietati supplizi (Ep. I ad Corinthia : PG 1, 217-21). S. Giustino, scrivendo a R. la sua Apologia nel 155, non specifica il luogo delle riunioni liturgiche che egli dice tenersi il giorno del sole (la domenica; cap. 67) e aggiunge che i diaconi, dopo l'adunanza, portano le SS. Specie agli assenti (cap. 61).

Tra il 163-67, più probabilmente nel 165, lo stesso Giustino insieme con i discepoli Carite, Evelpisto, « servus Caesaris », Ierace, Peone e Liberiano furono condannati alla decapitazione dal prefetto di R. Giunio Rustico; questi domanda dove si riuniscono i cristiani e Giustino risponde in modo evasivo (Acta s. Justini et sociorum, II, 5-7; P. Franchi de' Cavalieri, Note agiografiche [*Studi e testi*, 8], Roma 1902, pp. 25-36).

Al principio del sec. III, ca. l'a. 205 una inondazione rovinò a Edessa il « tempio dei cristiani » (Chronicon Edessenum, ed. I. Guidi, in Corpus scriptorum christian. orient. Chronica minora, 3ª serie, IV, Parigi 1903). Dallo storico Lampridio si apprende che sotto Alessandro Severo (222-35) nacque in R. una vertenza per il possesso d'un terreno tra un gruppo di osti (popinarii) e la comunità cristiana; l'Imperatore preferì che in quel luogo sorgesse un edificio religioso cristiano (Hist. Augusta, Alexander Severus, 49).

Ippolito ca. l'a. 204 nel suo Commentario in Daniele scrive che come i due vecchi penetrarono nel giardino di Susanna così i Giudei entrarono nella casa dove sono riuniti i fedeli per scovare i cristiani e trascinarli dinanzi ai tribunali (F. Dölger, Unserer Taube Haus. Die Lage des christlichen Kultbaues nach Tertullian, in Antike und Christentum, 2 [1930], pp. 41-56). Dura Eúropos (v.), in Mesopotamia, alla metà del sec. III una casa privata era trasformata in chiesa cristiana col suo battistero; nello stesso tempo, a Cartagine, s. Cipriano indicava che il giovane che aveva confessato la sua fede in R. era ben degno di salire sul pulpito, cioè dove si leggevano le SS. Scritture, in un luogo cioè che già Tertulliano aveva chiamato « casa della nostra colomba » (Contra Valentinianum, 3). A più forte ragione si deve supporre che alla metà del sec. III la comunità cristiana di R. organizzata sotto il periodo di pace vissuto dal 236 al 250 dal papa Fabiano, avesse i suoi luoghi di culto; a questo Papa infatti il Catalogo liberiano assegna la formazione delle sette regioni ecclesiastiche, affidate ciascuna ad uno dei sette diaconi, tanto che l'imperatore

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ROMA - Allagamento estivo di Piazza Navona. Spettacolo istituito nel 1652, caduto in disuso dopo il 1865. Dipinto di ignoto del sec. XVIII - Roma, Galleria nazionale d'arte antica.
Decio, a detta di Cipriano, avrebbe preferito un competitore nell'Impero, piuttosto che il vescovo a R. (Ep., 55, 9). Ma, come non si conoscono i confini esatti di ciascuna delle quattordici regioni augustee, così è assai difficile determinare i confini delle sette circoscrizioni ecclesiastiche stabilite dal detto Papa. Il papa Cornelio (251-53) nella sua lettera al vescovo Fabio di Antiochia indica la composizione del clero romano ai suoi giorni; esso comprendeva 46 presbiteri, 7 diaconi e altrettanti sud-diaconi, 42 accoliti, 52 tra esorcisti, lettori e ostiarii, cioè complessivamente il clero che lo coadiuvava nel ministero raggiungeva il numero di 154 persone. Non si sa come fossero distribuiti i presbiteri.

L'imperatore Aureliano nel 272 stabilisce che la casa della chiesa, occupata in Antiochia da Paolo di Samosata, sia resa a coloro che saranno indicati dai vescovi d'Italia e della città di R. Lo stesso Imperatore, scrivendo ai senatori mostratisi non pronti ad aprire i libri sibilini, si meravigliò che avessero esitato tanto, come se fossero riuniti quasi «in christianorum ecclesia» e non in un tempio degli dèi (Hist. Augusta; Flavio Vopisco, Vita Aureliani, 20).

Sotto Diocleziano in Oriente, oltre Lattanzio testimone dell'incendio della chiesa cristiana di Nicomedia, Eusebio narra di aver veduto con i propri occhi le case di preghiera andar distrutte, le SS. Scritture bruciate nelle pubbliche piazze (Martyr. Palestin., 1). Ma nel 311 Galerio concesse che i cristiani potessero di nuovo costruire case per riunirsi, purché non facessero alcunché contro la disciplina: anzi essi dovevano pregare per l'Imperatore (Eusebio, op. cit., VIII, 17, 9-10).

A questo tempo sembra risalire la Basilica Apostolorum sull'Appia per le sue murature di tipo listato, dello stesso tipo di quelle dei vicini circo di Massenzio e mausoleo di suo figlio Romolo.

S. Agostino in una conferenza tenuta nel 411 a Cartagine, parlò di un antico documento in cui si leggeva che il papa Miliziade (m. nel genn. 314) aveva inviato diaconi recanti le lettere dell'imperatore Massenzio e del prefetto del pretorio al prefetto di R., «ut ea recipient quae, tempore persecutionis ablata, memoratus imperator christianis iusserat reddi... Melchiales Stratonem diaconum ad recipienda loca ecclesiastica cum aliis misit» (Breviculus collationis cum Donatistis, XVIII, 34-35; PL 43, 645-46). Nelle norme sancite da Costantino per quanto riguarda la restituzione dei beni ai cristiani viene specificamente dichiarato che si devono restituire subito tutti i luoghi nei quali essi «antea convenire consuerunt»; e tutti devono essere riconsegnati «corpori christianorum». E si aggiunge che i cristiani non avevano soltanto questi luoghi di riunione, ma anche altri spettanti «ad ius cor-

poris eorum id est ecclesiarum non hominum singulorum»: anche questi dovranno essere restituiti senza alcuna ambiguità o indugio «eisdem christianis id est corpori et conventiculis eorum» (Lattanzio, De mortibus persecutorum, 48: CSEL, 27, pp. 231-32; Eusebio, Hist. eccl., X: PG 20, 884).

Allo stesso tempo si deve lamentare la distruzione degli archivi della Chiesa di R. che non si sa dove fossero conservati; il papa Damaso costruì per essi un nuovo edificio nella regione IX (Circo Flaminio), presso il teatro di Pompeo e presso gli «stabulia factionis prasinae».

In età costantiniana Ottato di Milevi indica in R. «quadraginta et quod excurrit basilicas» (De schismate Donatistarum, II, 4: PL 11, 954). Il laterolo di Polemio Silvio dell'a. 449 si limita a indicare «religiosa acidifica cum innumereis cellolis martyrum consecratis» (MGH. Auctores antiquiss., IX; Chronica minora, I, p. 545). Ca. il 550 Zaccaria nella sua storia ecclesiastica di R. in sinaco segnala in R. «ecclesiae Apostolorum beatorum, ecclesiae catholicae XXIV» che potrebbero essere i titoli (la versione latina è di I. Guidi, in Bull.

della Commiss. archeol. com. di R., 12 [1884], p. 228).

La frequenza dei titoli in alcune regioni dimostra che più numerosi erano i centri della comunità cristiana in quelle zone. Alla sommità del Quirinale presso l'Alta semita e poco distanti l'uno dall'altro erano situati il «titulus Gai», detto anche «ad duas domos iuxta Diocletianas» (Martyr. Hieronymianum, p. 434) e il titolo di Ciriaco indicato pure «iuxta Diocletianas» (ibid., p. 189). La zona doveva essere molto popolata; presso l'aggere serviano c'era un negozio di frutti e una «prosecus» giudaica (C. Frey, Corpus inscript. Iudaicarum, I, Città del Vaticano 1936, p. 391). Nella valle tra l'Esquilino e il Viminale Pudente (v.), poco lontano nell'Esquilino, presso il Macello di Livia, il titolo di Prassede, sull'Oppio il titolo di Equizio. Questi tre titoli erano anche al margine d'uno dei quartieri più popolati e densi della città: la Subura, dove numerosi furono gli Ebrei che vi costituirono la sinagoga dei «Suburenses» (C. Frey, op. cit., I, pp. LXXXIII-LXXXIV). Nella zona settentrionale del Celio stavano i titoli di Clemente, presso la Zecca, di Nicomede (forse SS. Pietro e Marcellino), di Matteo, nella parte inferiore invece il titolo di Emiliana (SS. Quattro Coronati) e sul ciglio del Celio il titolo di Bizante. Nel Trastevere il titolo più antico è quello di Callisto, il Papa che fu martirizzato nel 223; poi quelli di Cecilia, di cui non si ha data certa del martirio, e di Crisogono.

Circa lo sviluppo delle comunità cristiane nell'interno della città e dei suoi centri liturgici, un prezioso indizio è fornito dal numero dei cimiteri sulle varie vie consolari, corrispondenti ad altrettanti centri cristiani urbani; si ha sulla Flaminia, al tempo di papa Giulio (336-52), la basilica cimiteriale di S. Valentino; il cimitero annesso ha dato un'iscrizione del 318 e più tardi un'altra mostrerà che esso serviva per i fedeli del «titulus» di Lucina; sulla Salaria vetus il cimitero di Bassilla con i sepolcri della Martire omonima, di S. Ermete e dei SS. Proto e Giacinto; documenti posteriori sulla stessa via pongono un gruppo detto «ad S. Ioannem, ad septem palumbas» o «ad clivum cucumeris», non identificato, Panfilo (v.) che gli scavi hanno permesso far risalire alla 2ª metà del sec. III. Sulla Salaria nova sono i quattro cimiteri di Massimo col martire Silano, di Trasone col martire Saturnino, dei Giordani e di Priscilla. Sulla Tiburtina si hanno tre cimiteri del sec. III: di Ippolito che sarà poi collegato coi titoli di Prassede e di Pudente; quello detto di Novaziano con iscrizioni del 266 e del 270; il grande cimitero di S. Lorenzo dove furono trovate epigrafi dei titoli di Clemente e di Nicomede; numerosa dunque doveva essere la popolazione cristiana nella zona dall'Esquilino alla Subura.

Nel cimitero «inter duas lauros» sulla Labicana, della

fine del sec. III, furono depositi fedeli appartenenti ai titoli di Eusebio e di Matteo, cioè della zona tra l'attuale Piazza Vittorio Emanuele e le Vie Giusti e Alfieri; si ha poi sulla Prenestina il cimitero di Castulo; sulla Via Latina i gruppi Gordiano, Epimaco, Tertullino, Aproniano; sull'Appia il gruppo di Pretestato per i fedeli del Celio intorno al Laterano, con epigrafi di un « Quintus Lactearius qui fuit de domu Lateranis nobili », delle famiglie Annia, Insteia, Postumia, ecc.; quello « in catacumbas » per i fedeli al servizio imperiale sul Palatino, che ebbero poi il « titulus Bizantis » sul Celio; quello di Callisto alle dirette dipendenze del diacono amministratore della comunità fin dall'inizio del sec. III; numerosi sull'Ardeatina: il cimitero detto di Domitilla per i fedeli della regione della piscina pubblica (Via Nova e Terme Antoniniane) e dove sorse il « titulus » detto de fasciola; il cimitero di Balbina con il mausoleo del papa Marco; quello dove Damaso fece il sepolcro per la madre, la sorella e per se stesso; quello al sepolcro dei martiri Marco e Marcellino; i fedeli dell'Aventino (titolo di Prisca e di Sabina) ebbero i cimi

miteri sull'Ostiense (Commodilla, S. Paolo, Tecla). Il Trastevere ebbe cimiteri sulla Portuense (Ponziano « ad ursum pileatum »), tre nuclei sull'Aurelia (Pancrazio, Processo e Martiniano, Callisto, poi detto Calepodio) e sulla Cornelia al Vaticano.

II. SAN GIOVANNI IN LATERANO E IL PATRIARCHIUM

Costantiniana è la basilica del Salvatore del Laterano; l'indicazione nella biografia di Silvestro (Lib. Pont., I, p. 124) è stata confermata dalle fondazioni costantiniane rinvenute sotto la navata centrale dell'attuale Basilica durante la rinnovazione del pavimento (cf. E. Josi, Scoperte nella Basilica Costantiniana al Laterano, in Riv. arch. crist., 11 [1934], pp. 335-58; A. M. Colini - I. Gismondi, Storia e topografia del Celio nell'antichità in Atti della Pont. Accad. rom. di archeol., 3ª serie, 7 [1944], pp. 364-380). Detta navata aveva trenta colonne numidiche che erano state tutte sostituite già al tempo di Martino V nel 1425, con pilastri in muratura, e solo quattro ne restavano quando Borromini fece l'accurato rilievo della Basilica, che oggi si conserva nella Biblioteca Albertina in Vienna, prima di accingersi alla radicale trasformazione sotto Innocenzo X. Le navate minori erano divise da 42 colonne di marmo verde, di cui alcune vennero impiegate nel sec. XVII per i nicchioni con gli Apostoli, altre furono portate da F. Borromini a S. Agnese al circo agonale, da lui rifatta sotto Innocenzo X. Gregorio Magno nel 591 chiamò la Basilica Costantiniana del Laterano « aurea » (Registr., II, 1, ed. P. Ewald -

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ROMA - Piazza Montanara e Teatro di Marcello con le soprastrutture del Palazzo Savelli, poi Orsini. Incisione di G. B. Piranesi (sec. XVIII) - Roma.
(per cortesia del dott. R. Averini)
L. M. Hartmann, in MGH, Epistolae, I, p. 101). Essa infatti era rivestita oltre che nelle parti inferiori delle pareti anche nei sottarchi di lastre di marmo giallo numidico, di cui si sono trovate masse di frammenti e alcuni aderenti ancora all'imposto degli archi. Settimio Severo nel costruire i suoi castra nova equitum singularium, cioè la nuova caserma per la sua guardia del corpo, demoli un gruppo di abitazioni private, ne riempì i piani inferiori per ottenere la platea sulla quale erigere le nuove fondazioni. Gli scavi 1934-38 hanno messo in luce gli avanzi di tali abitazioni con pitture; ma altri resti erano stati scoperti nel 1877 nelle fondazioni per la nuova abside lateranense sotto Leone XIII (E. Stevenson, Scoperte di antichi edifici al Laterano, in Annali dell'Istituto di corrispondenza archeol., 1877, p. 132 sgg.). Una delle stanze della caserma aveva ancora in situ una colonna con un capitello rovesciato in cui vennero incise due dediche, l'una per la salute degli imperatori del 1º genn. 197 d. C., e l'altra del 203 di ritorno da una spedizione. L'ambiente serviva da schola del Collegio degli Equiti singolari. Della caserma severiana erano già stati rinvenuti avanzi durante i lavori per la costruzione della cappella Corsini sotto il pontificato di Clemente XII (1730-40) e se ne sono rinvenuti avanzi anche a 66 m. a nord del perimetro della Basilica nel cortile del Palazzo Lateranense. Nel medioevo la piazza a nord del patriarchio continuava ad avere la denominazione in campo che passò anche alla chiesa di S. Gregorio. Da scavi eseguiti nel 1655 presso il battistero

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ROMA - Convento dei Cappuccini sull'attuale Via Veneto. Incisione di G. Vasi (sec. XVIII).
(per cortesia di mans. A. P. Frutes)
tornò in luce l'affresco rappresentante la dea Roma passato nella collezione Barberini (detto perciò Roma Barberini) e ora al Museo di Palazzo Venezia (Wilpert, Mosaiken, I, p. 130 sgg. e tav. 125). Gli scavi fatti eseguire sotto il pavimento della navata centrale dell'attuale Basilica dal papa Pio XI dal 1934 al 1938 hanno messo in evidenza le caratteristiche fondazioni costantiniane continue, con plinti di travertino equidistanti per sostenere le colonne e due pulvini in uno dei quali è rimasto ancora l'imposto di due archi che confermano in modo assoluto la descrizione fattane da Onofrio Panvinio, quando ancora restavano in piedi sette delle trenta colonne di marmo numidico della navata. La descrizione del Panvinio è riprodotta in Ph. Lauer, Le palais du Latran, Parigi 1911, p. 354 sgg. L'abside venne restaurata da Leone Magno dopo il terremoto del 443; essa aveva ricevuto pochi anni prima, tra il 429-30, decorazioni musive offerte dal console Flavio Felice e da sua moglie Padusia, come risulta dall'epigrafe conservata nella sil-

loge di Lorsch (G. B. De Rossi, Inscriptiones christianae Urbis Romae, II, 1, Roma 1888, pp. 149, 306-307). Il musaico absidale fu rifatto sotto Niccolò IV (1291) da due artisti francescani, fra' Giacomo Torriti e fra' Giacomo di Camerino. Attualmente nell'abside spicca in alto la mano divina dell'Eterno sull'immagine del Salvatore, sotto lo Spirito Santo in forma di colomba investe con i suoi raggi la croce gemmata sul monte da cui sgorgano i quattro fiumi dove si dissetano cervi e agnelli; a destra della Croce la Madonna, s. Pietro, s. Paolo; a sinistra i ss. Giovanni Battista ed Evangelista, s. Andrea, dietro tra la figura della Madonna e del Pre-turatore i due artisti francescani che nel 1291 rifecero il musaico, fra' Giacomo Torriti e fra' Giacomo da Camerino. I cicli musivi del Vecchio e Nuovo Testamento adornavano la navata centrale e vengono citati dai legati di Adriano I nel VII Concilio ecumenico (787) a favore del culto delle immagini. Distrutti i cicli dal terremoto dell'896, vennero rifatti in pittura sotto Sergio III (904-11); sostituiti dagli attuali stucchi barocchi nel rifacimento borrominiano (1644-55). Nel 1595 Flaminio Vacca rifece il transetto della Basilica per ordine di Clemente VIII, mettendo in luce una serie di « nicchi assai grandi » appartenenti ai « castra nova Severiana » degli « equites singulares ». Una strada romana con lastricato con asse est-ovest apparve nel restauro dell'altare papale sotto Pio IX nel 1855. Della facciata della Basilica Costantiniana si ha pure la descrizione in Panvinio. L'iscrizione medievale della facciata « Dogmate papali... » venne adoperata come materiale nel battistero dove si rinvennero frammenti nelle esplorazioni ivi compiute dalla Pontificia Commissione di archeologia sacra nel 1924.

Il Battistero primitivo venne adatto in un ambiente termale e se ne sono identificati gli avanzi sotto l'attuale, opera di Sisto III; è di tipo ottagono con pronao e con otto colonne di porfido sorreggenti la trabeazione in cui venne inciso quel carme di così profonda dottrina ed elevatezza di forma che F. X. Dölger ha ritenuto essere stato dettato dal diacono Leone, poi successore di Sisto III (Die Inschrift im Baptisterium S. Giovanni in Fonte an der Lateranischen Basilika aus der Zeit Xystus III. (432-40) und die Symbolik des Taufbrunnens bei Leo dem Grossem, in Antike und Christentum, 3 [1930], pp. 252-57). Le strutture del battistero di Sisto III e quelle anteriori e le successive vicende vennero studiate da G. B. Giovenale, Il Battistero lateramente nelle recenti indagini della Pontificia Commissione di archeologia sacra, Roma 1929. Il papa Ilaro ai due lati orientale e occidentale del Battistero fece costruire due oratori, decorati di marmi preziosi e musaici, con altari d'argento e con porte in bronzo; l'uno era dedicato a s. Giovanni Evangelista presso il cui sepolcro egli si era salvato ad Efeso (nell'iscrizione sull'architrave si legge: Liberatori suo beato Ioanni Evangelistae, Hilarus episcopus Famulus XPI); l'altro oratorio era dedicato a s. Giovanni Battista (nella porta di bronzo tuttora si legge: in honorem beati Ioannis Baptistae Hilarus episcopus Dei famulus offert). Lo stesso Papa eresse a nord-ovest del Battistero un terzo oratorio splendidamente adorno di marmi preziosi, di colonne e di musaici in onore della S. Croce (Lib. Pont., I, p. 243); esso fu demolito da Sisto V, ma se ne hanno disegni di F. G. Martini, Lafrery, Sansovino, Peruzzi, Sangallo, Ciacconio, e le descrizioni di O. Panvinio e di P. Ugonio. Il papa Giovanni IV (640-42) costruì presso l'oratorio di S. Giovanni Evangelista il portico e l'oratorio in onore di s. Venanzio (Lib. Pont., I, p. 334) dove depose le reliquie fatte prendere dall'ab. Martino in Dalmazia. Restano tuttora i musaici dell'abside e della parete frontale. Nella conca dell'abside nella parte superiore è il Salvatore tra due angeli; nella zona inferiore nel centro è la B. Vergine tra gli apostoli Pietro e Paolo, poi i due ss. Giovanni Battista ed Evangelista; s. Venanzio, s. Domnio e Giovanni IV. Nelle due pareti frontali a fianco dell'abside sono Paoliniano, Telio, Antiochiano, Gaiano, Anastasio, Asterio, Settimo, Mauro. Anche Stefano III era stato fin da giovane in servizio al patriarchio (Lib. Pont., I, p. 471). Adriano I accolse Carlo Magno al Laterano (Lib. Pont., I, p. 498) dove ogni giorno sotto il portico

era dato il vitto a cento poveri (ibid., p. 520). Leone III era stato allievo del patriarchio; egli abbellì e restaurò la Basilica (ibid., pp. 1, 2, 8, 25, 27); elevò nel patriarchio due triclinì e li decorò con musaici (ibid., II, pp. 3, 10, 14, 25); in uno di essi ricevette Carlo Magno il 30 nov. dell'a. 800. Nella conca dell'abside fu rappresentato il Salvatore, tra gli Apostoli; all'estremità, da un lato il Signore che consegna le chiavi a s. Silvestro e il labaro a Costantino, dall'altra s. Pietro che offre il pallio a Leone III. Il Papa inoltre offrì l'area di cipresso situata nella cappella di S. Lorenzo, che servì per riporvi i reliquiari più preziosi, con l'iscrizione Leo indignus Dei famulus tertius episcopus fecit. Allievi del patriarchio furono pure i papi Stefano IV e Pasquale I (Lib. Pont., II, pp. 49, 52); quest'ultimo restaurò il monastero dei SS. Sergio e Basco e offrì il celebre reliquiario in argento dorato con scena della Resurrezione; Gregorio IV eresse presso l'oratorio di S. Lorenzo un habitaculum e restaurò la parte orientale del Palazzo (Lib. Pont., II, p. 76). Leone IV continuò i lavori di restauro nel patriarchio che viene denominato « Romanum palatium » (Lib. Pont., II, pp. 134, 139). Niccolò I vi aggiunse la Basilica Nicolaitana (ibid., II, p. 172), finita da Adriano II (ibid., II, p. 176) che ricevette al Laterano Lotario II; sotto Stefano VI (896-99) la città soffrì per un terribile terremoto che danneggiò enormemente la Basilica che venne restaurata da Sergio III (904-11) e sotto il musaico absidale venne posto un tetrastico che paragonava questa aula Dei al Sinai. L'opera di Sergio III fu continuata da Giovanni X che vi fu ucciso nel 928 e sepolto presso l'ingresso al portico della Basilica. Giovanni XII eresse l'oratorio di S. Tommaso, in cui fu rappresentato. Giovanni XV canonizzò, nel Palazzo, Ulrico (v.), vescovo di Augusta, il 31 genn. 993. Benedetto VIII accolse al Laterano Enrico II. Al tempo di Stefano IX s. Pier Damiani, vescovo di Ostia, addittava la Basilica Lateranense quale madre e capo di tutte le chiese dell'universo, dove affluivano fedeli da tutte le parti (Epist., 2, 1: PL 144, 253 sg.). Il Laterano fu veramente il centro della vita ecclesiastica nell'età di mezzo col suo patriarchio, dove nelle ampie aule basilicali, negli uffici amministrativi per la Curia, negli archivi, nei portici, negli ospizi, negli oratori, e specialmente nella cappella privata del Pontefice contenente le più insigni reliquie (donde la denominazione Sancta Sanctorum) si è svolta per quasi un millennio l'attività della S. Sede. Alessandro II fece eseguire notevoli restauri nella Basilica. Nel 1079 vi giunse la contessa Matilde; l'imperatore Enrico IV occupò il patriarchio con l'antipapa Clemente III, ma Gregorio VII vi rientrò con l'aiuto di Roberto il Guiscardo (1084). Urbano II vi accolse nel 1098 Anselmo di Canterbury. Callisto II vi eresse la cappella di S. Nicola, monumento del Concordato di Worms; lavori furono compiuti da Innocenzo II che arricchì anche il Tesoro della Basilica (Lib. Pont., II, p. 384); Lucio II donò al Capitolo la chiesa di S. Giovanni ante portam Latinam e l'ospedale presso il Laterano; Anastasio IV trasformò in cappella delle SS. Rufina e Seconda l'antico atrio del Battistero. Adriano IV restaurò il Palazzo. Alessandro III fece eseguire la descrizione del Laterano da Giovanni Diacono. Martino Polono ricorda i lavori compiuti al Palazzo da Clemente III; a lui si devono i musaici che decoravano il portico esterno e l'affresco con l'episodio di Anania e Safira che ancora si conserva. Di Celestino III sono le porte di bronzo tuttora esistenti eseguite nel 1196 da Umberto e Pietro di Piacenza. Innocenzo III rivestì di lamine d'argento l'immagine dell'Acheropita (v.); egli ricevette al Laterano s. Francesco e s. Domenico. Sono menzionati anche restauri compiuti dai papi Innocenzo II (1130-43), Celestino III (1191-98), Gregorio IX (1227-41), Nicolò III (1277-80), Bonifacio VIII (1298-1303), il quale dalla loggia del Patriarchio promulgò il primo giubileo del 1300, di cui resta memoria nell'affresco di Giotto nella navata laterale dell'attuale Basilica. La Basilica ebbe molto a soffrire per la partenza dei papi per Avignone e per gli incendi del 1308 e del 1361, tuttavia Clemente V (1305-14) e Benedetto XII (1334-42) vi fecero eseguire restauri. Urbano V la rinnovò e trasportò nel tabernacolo

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ROMA - Refazione nel giardino di Villa Mattei durante la visita delle Sette Chiese. Anonimo del sec. XVII - Roma, chiesa di S. Maria in Vallecilla.
(per cortesia di mons. A. P. Frutucz)
eretto sull'altare papale le reliquie delle teste dei Principi degli Apostoli fino allora venerati nella cappella privata del pontefice nel Patriarchio. Altri restauri furono compiuti da Martino V, da Eugenio IV, da Alessandro VI. Nel 1426 Gentile da Fabriano e il Pisanello decorarono la navata centrale, con affreschi che andarono distrutti nella trasformazione borrominiana. Innocenzo X trasformò su disegno di F. Borromini la Basilica Lateranense in cinque navate divise da pilastri; Leone XIII, demolita l'antica abside, erretò il coro nella forma attuale. Nell'Arcibasilica Lateranense ebbero sepoltura i papi Leone V, Sergio III, Giovanni X e XI, Agapito II, Giovanni XII e XIII, Silvestro II, Giovanni XVII, Sergio IV, Alessandro II, Pasquale II, Callisto II, Onorio II, Celestino II, Anastasio IV, Alessandro III, Clemente III, Innocenzo V, Martino V, Clemente XII, Innocenzo III vi fu traslato da Leone XIII che pure vi è deposto. Per l'ufficienza della Basilica providono i monasteri eretti intorno ad essa e al patriarchio. Si attribuisce a papa Ilaro (461-68) la fondazione del monastero dedicato a s. Stefano presso il Battistero Lateranense (Lib. Pont., I, p. 245), arricchito da Leone III ca. l'a. 806 e che L. Duchesne ritiene contiguo o identico all'oratorio di S. Venanzio (ibid., II, pp. 22 e 43, n. 80). Il monastero fu rinnovato da Gregorio III (731-41) con l'obbligo dell'ufficienza nella basilica del Salvatore «diurnis nocturnisque temporibus», come si faceva a S. Pietro in Vaticano (Lib. Pont., I, p. 419). Ca. il 565 alcuni monaci di Montecassino, sfuggendo alla devastazione longobarda, si rifugiarono presso il Laterano, costituendo quel monasterium Lateranense del quale fu a capo per molti anni Valentiniano, già abate di Montecassino (s. Gregorio, Dialog. Proemium). Questo monastero fu detto poi di S. Pancrazio (P. Fr. Kehr, Italia Pontif., I, Berlino 1906, pp. 32-33). Il papa Onorio I (625-638) fondò il monastero dei SS. Andrea e Bartolomeo (Lib. Pont., I, p. 419) riedificato da Adriano I (772-95) il quale volle che l'ufficienza corale venisse fatta contemporaneamente dai monaci di questo monastero e dall'altro

di S. Pancrazio (Lib. Pont., I, p. 506). Sotto Leone III (795-816) si ha notizia di un monastero femminile presso l'acquedotto Claudio dedicato ai martiri Sergio e Bacco (ibid., II, p. 24). Pasquale I (817-24) vi sostituì monaci con l'obbligo della salmodia «nocte dieque» nella basilica del Salvatore (ibid., II, p. 58; P. Fr. Kehr, op. cit., I, p. 34). Alessandro II vi chiamò i Canonici Regolari di S. Frediano di Lucca. La Basilica ebbe anche la sua schola cantorum dotata da s. Gregorio Magno. I pueri «bene psallentes» venivano scelti dalle varie scholae e nutriti nella Schola cantorum, donde divenivano poi cubicularii (R. Casimiri, Cantantibus organis, Roma 1924, p. 460 sgg.). Il card. Bernardo (m. nel 1176), già priore della Basilica e poi cardinale di Porto, compose un ordo officiorum Ecclesiae Lateranensis (L. Fischer, Bernardi cardinalis et Lateranensis ecclesiae prioris Ordo ecclesiae Lateranensis, Monaco di Baviera 1916) in cui si illustra il compito della schola insieme con quello dei Canonici Regolari Lateranensi incaricati dell'ufficienza. Nell'Archivio lateranense si conserva il testo di una convenzione stipulata nel 1232 tra i Canonici Regolari Lateranensi e la schola cantorum per il servizio musicale liturgico. Giovanni Diacono attribuisce la istituzione della schola cantorum a Gregorio Magno (sancti Gregorii Magni s/ta, II, 6: PL 75). Il Liber diurnus la chiama «orphanatrophium» (formola 97); in una lettera di Paolo I del 761-67 è detta scola cantorum (MGH, Epistolae, III, p. 553); in un atto del 919 si legge scola cantorum qui appellatur orphanatrophium (L. Allodi-G. Levi, Regestum Sublacense, Roma 1885, p. 159, n. 112). Il suo oratorio fu S. Stephanus orphanatrophii, ricordato nel Catalogo di Parigi, mentre in quello di Torino tale chiesa risulta già distrutta (R. Valentini-G. Zucchetti, Codice topografico d. Città di Roma, III, Roma 1946, p. 310). I beni della schola cantorum, non più funzionante, dopo gli incendi della Basilica nel 1307 e nel 1361 furono da Urbano V, con bolla del 13 giugno 1370, concessi al Capitolo della cattedrale di Montefiascone (R. Casimiri, L'antica schola cantorum romana e la sua fine nel 1370, in Nel XVI centenario della dedicazione della Arcibasilica Lateranense del S.mo Salvatore, Roma 1924, pp. 56-59). Bonifacio VIII con bolla del 3 sett. 1299 rimosse i Canonici Regolari e istituì quindici canonici secolari. Eugenio IV con bolla del 6 febbr. 1439 vi chiamò i Canonici Regolari di S. Maria di Frigionia presso Lucca. Siato IV con bolla del 16 apr. 1472 vi ripose i Canonici secolari. Presso la Basilica si costituì ben presto la residenza del vescovo di R. Fin dal 314 si ha notizia che il papa Milziale riunì il primo Concilio contro i Donatisti nella domus Faustae in Laterano. L'oratorio dedicato a s. Lorenzo ebbe più tardi il nome di Sancta Sanctorum; fu la Cappella privata del pontefice, dove solo il Papa poteva celebrare sull'altare che racchiudeva nell'area di cipresso di Leone III le reliquie più insigni dei martiri romani, le teste degli apostoli Pietro e Paolo, di s. Lorenzo, di s. Agnese, di s. Pancrazio, di s. Prassede; inoltre reliquie della S. Croce, dei più celebri acheropita (v.). Il Patriarchio Lateranense fu devastato da Maurizio e da Isacio (640). Il papa Zaccaria restaurò il Patriarchio (Lib. Pont., I, pp. 432-38, n. 38); egli dette spesso vitto ai poveri (Lib. Pont., I, p. 435). Stefano II era stato elevato in venerabili cubiculo Lateranensi, dove poi fu eletto (Lib. Pont., I, p. 443). Sotto la minaccia dell'invasione longobarda, Stefano II portò processionalmente sulle proprie spalle l'immagine acheropita dal Laterano a S. Maria Maggiore. Zaccaria (741-52) fece il triclinio presso la basilica di papa Teodoro nel Patriarchio Lateranense da lui restaurato, dove decorò pure l'oratorio di S. Silvestro e il protio; ivi costruì presso il Tesoro una torre con triclinio superiore abbellito con le rappresentazioni di R. e dell'orbe. Nel Patriarchio il biografo di papa Sergio I (687-701) ricorda l'oratorio di S. Silvestro e la basilica di papa Teodoro, tutte e due nell'area dell'attuale Palazzo Lateranense (Lib. Pont., I, pp. 333, 374-76).

I possessi dei papi al Laterano dopo Avignone. Dopo Avignone, i papi preferirono dimorare in Vaticano, limitandosi in genere a recarsi al Laterano per la solenne

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ROMA - Scalinata della Trinità de' Monti. Su disegno di A. Specchi e F. de Sanctis (1721-25). In basso la fontana di Pietro Bernini (ca. 1620). In alto la chiesa omonina (1585).
(fot. Alimeti)
cerimonia del possesso, subito dopo l'incoronazione e talvolta per la festa dell'Ascensione. Si ha notizia del di Martino V e dell'apertura del Giubileo del 1425. Eugenio IV (1431-47) vi esegui alcuni restauri e vi fece un breve soggiorno. Enea Silvio Piccolomini descrisse il possesso di Niccolò V (1447-55) il quale vi aprì il Giubileo il 24 dic. 1449; Callisto III venne per il possesso il 20 apr. 1455; Pio II il 3 sett. 1458; Paolo II il 16 sett. 1664; Sisto IV il 25 ag. 1471; Giulio II vi dimorò durante il V Concilio Lateranense nel 1512; qualche giorno dopo il possesso vi restò Leone X nel 1513. Il sacco di Roma danneggiò anche il Patriarchio. Il papa Sisto V (1585) subito dopo il possesso iniziò i lavori di demolizione del cadente Patriarchio dalla parte dove si tenevano i Concilii (avviso di R. 5 giugno 1585 in cod. Vat. Urb. 1053, p. 243). Architetto del nuovo edificio fu Domenico Fontana; esso era già compiuto nel 1589; ma non occupò che parte dell'ambito del nuovo Patriarchio rimanendone avulso anche l'oratorio di S. Lorenzo detto Sancta Sanctorum. Ma lo stesso Sisto V soggiornò assai poco al Laterano e i suoi successori preferirono il Vaticano e il Quirinale. Innocenzo IX (1591) dopo il possesso rinnovò nel salone Sistino l'antico rito dei presbiterio, seguito da Clemente VIII nel 1592 e da Paolo V nel 1605, il quale dispose per la dimora nel Palazzo del cardinale arciprete e dei canonici. Urbano VIII trasformò il Palazzo parte in gran quartiere delle milizie, parte in granaio, parte in lazzaretto e in ospedale maschile. Innocenzo X (1644) vi accolse storpi e infermi; Innocenzo XII vi compì nuovi restauri, trasformandolo in ospizio insieme con l'ospizio apostolico (bolla Ad exercitium pietatis del 1692). Benedetto XIII (1724-30) aveva divisato adibito a sede dei conclavi, ma poi vi istituì un opificio per zitelle, che rimase anche sotto Pio VI nel 1776. Pio VII vi esegui lavori per collocarvi i pubblici archivi, ma poi venne ridotto a caserma. Dopo il solenne possesso di Pio IX nel 1846, la cerimonia è stata ripresa dal papa Pio XII nel giorno dell'Ascensione nel 1939.

BIBL.: R. Valentini, La Patriarcale Basilica Lateranense, 2 voll., Roma 1836; F. Martinucci, Intorno alle riparazioni eseguite all'altare papale lateranense e suo tabernacolo, ivi 1854; E. Stevenson, Scoperte di antichi edifici al Laterano, in Annali dell'Istit. di corrispondenza archeol., 49 (1877), p. 12 sgg.; G. Rohault de Fleury, Le Latran au moyen âge, Parigi 1877; H. Grisar, Il distrutto oratorio lateranense della Croce, in Civ. Catt., 16ª serie, 3 (1895, III), p. 727; id., Di S. Giovanni in Laterano, Una ricostruzione secondo l'antico disegno, ibid., 17ª serie, 3 (1898, III), p. 721 sgg. e 5 (1899, I), p. 227 sgg.; id., Restauri al soffitto, ibid., 18ª serie, 11 (1903, III), p. 285 sgg.; id., Il Sancta Sanctorum e il suo tesoro sacro, Roma 1907; P. Lauer, Les fouilles

du Sancta Sanctorum du Latran, in Mélanges d'arch. et d'hist., 20 (1900), pp. 251-87; id., Le tresor du Sancta Sanctorum, in Monuments et mémoires. Fondation Piot, 15 (1906), p. 7 sgg.; id., Le Palais du Latran, Parigi 1911; R. Casimiti, La «schola cantorum» del Patriarchio Lateranense nell'alto e basso medioevo, in Cantantibus organis, Roma 1924; id., «L'antica schola cantorum» romana e la sua fine nel 1770, in Note d'archivio per la st. musicale, 1 (1924), p. 19 sgg.; autori vari. Nel XVI centenario della dedicazione della Archibasica Lateranense, Roma 1924; E. Josi, Lectores, schola cantorum, clerici, in Eph. liturg., 44 (1930), pp. 285-87; P. Fr. Kehr, Scrinum und Palatium. Zur Geschichte des papstlichen Kanzlewesens im XI. Jahrhundert, in Mitteilungen des Instituts für österreiche Geschichtsforschung, 6 (1901), pp. 70-112; L. Santifaller, Saggio di un elenco dei funzionari... della cancelleria pontifica, in Bullett, dell'Istituto storico ital. e archivio Muratoriano, 56 (1940), p. 120 sgg.; R. Elze, Die papstliche Kapelle im 12. und 13. Jahrhundert, in Zeitschrift für Rechtsgeschichte, 36 (1950), p. 149 sgg.; id., Das Sacrum Palatium Lateranense im 10. u. 11. Jahrhundert, in Studi Gregoriani, IV, Roma 1952, pp. 27-54.

III. LE BASILICHE PATRIARCALI

Nel sec. XII le basiliche Lateranense, di S. Pietro, di S. Paolo, di S. Maria Maggiore e di S. Lorenzo costituivano ciascuna un patriarchatus e gli edifici annessi per abitazione veni-

vano detti patriarchia; infatti O. Panvinio scrive: «palatiaque conspicua illes adiuncta patriarchia appellarunt». Anzi per ricordare queste cinque Basiliche si era formato il seguente distico: «Paulus, Virgo, Petrus, Laurentius atque Iohanes» la Patriarchatus nomen in Urbe tenent». Nell'altare maggiore delle Basiliche patriarcali può celebrare solo il papa o chi riceve da lui uno speciale mandatum. I palazzi poi annessi alle singole Patriarcali, oltre quello del Laterano adibito ad abitazione del Pontefice e agli uffici dell'amministrazione e della Curia, servivano rispettivamente per i patriarchi di Costantinopoli, di Alessandria, di Antiochia e di Gerusalemme, in caso di loro presenza in R.

Le quattro Basiliche patriarcali (v. BASILICA), dove vennero istituite le Porte Sante per lucrare le indulgenze durante il Giubileo, sono: S. Giovanni in Laterano, S. Pietro (v. VATICANO) S. Paolo (v.) e S. Maria Maggiore. Le sette chiese sono: S. Pietro, S. Paolo, S. Sebastiano, S. Giovanni, S. Croce, S. Lorenzo (v.) e S. Maria Maggiore nell'ordine topografico in cui si compie la più visita delle medesime (G. Severano, Memorie sacre delle sette chiese di R., Roma 1630).

IV. I COGNOMI DELLE CHIESE MEDIEVALI

Nel medioevo molte chiese assunsero cognomi desunti dalla loro ubicazione topografica: de flumine, come S. Lorenzo, S. Lucia, S. Maria (dalla loro prossimità al Tevere); o de insula come S. Bartolomeo o S. Benedetto; trans Tiberim, come S. Abbaciro, S. Agata, S. Cecilia, SS. Cosma e Damiano; de Aventino, come S. Maria; in Caelio, come S. Stefano; in Capitolio, come S. Maria; de Ianiculo, come S. Angelo; de Palatio, come S. Cesareo; ad duas domos, come S. Susanna.

Altre chiese da monumenti o vie antiche, come S. Angelo, S. Giacomo, S. Giorgio de Augusta (l'Augusteo); in clivo Scauri, come S. Gregorio, la S.ma Trinità; de Coliseo, come S. Giacomo, S. Marina, S. Nicola, i SS. Quaranta; de columna (colonna di Antonino), come S. Andrea e S. Lucia, S. Nicola (dalla colonna di Traiano); in foro (di Augusto), come S. Maria; in gallina alba, come S. Sisto; in o de horrea, come S. Giacomo, S. Pietro; in Laterano, come S. Giovanni, S. Pancrazio; in macello (di Livia), come S. Vito; in Martio, come S. Gregorio al Laterano; in o de Merulana, come S. Bartolomeo, S. Matteo, S. Severino; in mica aurea, come i SS. Cosma e Damiano, S. Giovanni; in Minerva, come S. Maria; in Orphea, come S. Lucia; o iuxta Orfea, come i SS. Silvestro e Martino ai Monti; de o in Pallacina, come S. Andrea, S. Lorenzo; de Palladio (corrotto in Pallara), come S. Maria; in Panisperna, come S. Lorenzo; in Pinci, come S. Felice; de Porta Appia, come S. Apollinare e S. Cesareo; de Porta Pla-

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ROMA: Casino Borghese (1605-13), ora Museo e Galleria Borghese. Sala di Enca e Anchise con decorazioni del sec. XVII-XVIII - Roma.
(fol. Alinari)
minea, come S. Leonardo; ante Portam Latinam, come S. Giovanni; de Porta Septimiana, come S. Giovanni e S. Silvestro; in prasino, come S. Lorenzo; in publico, come S. Maria; de septem solis, come S. Leone e S. Lucia; de in o supra Suburam, come S. Agata, S. Andrea, S. Barbara, S. Bartolomeo, S. Salvatore, S. Scolastica; in caput Suburae, come S. Lucia; iuxta templum Agrippae come S. Eustachio; de Thermis, S. Ciriaco (terme di Diocleziano), S. Giacomo, S. Salvatore, S. Maria (terme di Nerone), S. Silvestro (terme di Traiano); in tribus fatis al foro, come i SS. Cosma e Damiano, S. Adriano, S. Martina; in Velabro, come S. Giorgio; in Via Lata, come S. Maria; in Via Sacra, come i SS. Cosma e Damiano, i SS. Pietro e Paolo. Altre chiese invece presero il cognome da denominazioni o località medievali, quali de agulia, per S. Stefano; de agone, come S. Agnese e S. Nicola; de apothecis obscuris, come S. Lucia; de arca Noe, come S. Maria; de arcu aureo, come S. Andrea e S. Maria; iuxta arcum Basilii, come i SS. Sergio e Bacco; de arcu de Trasi, come S. Salvatore; de ascesa, come S. Biagio e S. Lorenzo; ad asinum frictum, come i SS. Cosma e Damiano; de balneo Miccine, come S. Salvatore e S. Valentino; de biberatica, come S. Andrea, S. Lorenzo, S. Salvatore e S. Silvestro; de Bordonia come S. Salvatore; de caballo o de caballis o de equo, come S. Agata, S. Andrea, S. Salvatore, S. Saturnino, S. Stefano; de calcarario, o de calcarariis come S. Lucia e S. Salvatore; de Camiliano, come S. Ciriaco, S. Salvatore; in campitello, come S. Maria; in campo Carlei, come S. Maria; in campo a domo Gregorii, come S. Maria; de campo Senensi, come S. Austerio; Turriciano, come S. Giovanni; in Cannapara, come S. Maria; de capite molarum, come S. Tommaso; in caput portici, come S. Maria; de capta secuta, come S. Biagio e S. Lucia; in carcere, come S. Nicola; in castello aureo, come S. Lorenzo; de castro S. Angeli, come S. Angelo e S. Tommaso; in crypta agonis, come S. Maria e S. Nicola ad coltes iacentes, come S. Agata; de crypta pinta, come S. Maria; in curte domnae Micine, come S. Maria; de curte Praefecti, come S. Maria; a curte Astaldi come S. Salvatore; de curtibus o de curte, come S. Biagio, S. Giovanni, S. Lo-

renzo, S. Nicola, S. Stefano; de curtina, come S. Gregorio e S. Martino; de equo marmoreo come S. Agata, S. Andrea, S. Stefano; de forma o in formis, come S. Daniele, S. Nicola, S. Tommaso; in foro piscium, come S. Angelo; in fossa o fovea, come S. Biagio, S. Cecilia, S. Maria; de fractis, come S. Andrea; de furca, come S. Nicola; iuxta gradatas, come S. Lorenzo; de inferno, come S. Maria; inter duos hortos, come S. Silvestro; de lacu, come S. Giacomo; de macello, come S. Maria e S. Nicola; de Maiurenta, come S. Maria; de marmorata, come S. Anastasio, S. Anna, S. Geminiano, S. Nicola; in massa Iuliana, come S. Andrea e S. Scolastica; de mercato, come S. Biagio, S. Giovanni; de militiis, come S. Abbaciro; de molellis, come S. Salvatore; de monte, come S. Nicola; montis Balneanapolis, come S. Maria; in monte aureo, come S. Giorgio e S. Pietro (in montorio); de monte Faffo, come S. Cecilia; de monte Granato, come i SS. Cosma e Damiano; de monte Johannis Ronzonis, come S. Maria; de monte de Maximo, come S. Martino; de monte Saccorum, come S. Giustino; de monte Tito, come S. Martino; in monticellis, come S. Maria; de oliveto, come S. Nicola; palatii Caruli, come S. Sergio; in palatiolo, come S. Maria; ad palmata come S. Apollinare; de penna, come S. Biagio; de pila, come S. Stefano e S. Martino; in pennilis, come S. Lorenzo, S. Stefano; de piscina, come S. Andrea, S. Benedetto, S. Lorenzo, S. Stefano; de ponte, come S. Simeone, S. Stefano, S. Orso; de pede pontis, come S. Salvatore; de ponte Iudeorum, come S. Gregorio; de quattuor portarum, come S. Lucia; de mesu porticu, come S. Andrea; in porticu maiore, come S. Lorenzo; de posterula, come S. Biagio, S. Cecilia, S. Maria, S. Marina, S. Martino, S. Silvestro; de Pretecarolis, come S. Pantaleone; de puteo Probae, come S. Anastasio; in ripa Graeca, come S. Geminiano; in Satro, come S. Barbara; de schola Graeca, come S. Maria; de scorticlaris, come S. Benedetto, S. Biagio; in silice, come S. Lucia, S. Stefano; ad taurellum, come S. Lorenzo e S. Marco; de Turrione, come S. Salvatore; de Tufollata, come S. Maria; in Transpadina, come S. Maria; de trullo, come S. Stefano; in turri, come S. Agata e S. Cesareo; in turribus, come S. Maria; de turre pertondata, come S. Benedetto; in vallicella, come S. Maria; ad velum aureum, come S. Giorgio; de via papae, come S. Sebastiano; de viculo, come S. Andrea; de vinris, come S. Tommaso; in vivariolo, come i SS. Quaranta; de unda, come S. Salvatore e S. Andrea. Molte chiese presero nomi dai fondatori o da famiglie, come S. Leonardo de Albis; S. Lorenzo, S. Nicola, S. Martino de Arcionibus; S. Maria de Astariis; S. Andrea, S. Stefano cata Barbara; S. Salvatore de Baroncinis; S. Lorenzo de Bascis; S. Maria domnae Bertae; S. Maria a domo Johannis Bovis per Bobonis; S. Maria in Caterina; S. Nicola de domo curte Cincii Gregorii; S. Tommaso de Cinciis; S. Salvatore de divitiis; S. Stefano cata Galla patricia; S. Lorenzo de Gavellutis; S. Andrea Johannis ancillae Dei; S. Salvatore de Maximinis; S. Nicola de Mellinis; S. Maria de Monterone; S. Giacomo de Morattis; S. Lorenzo de Muttis; S. Cecilia de Pantaleis; S. Nicola de Portis; S. Angelo a domo Egidii de Poco; S. Nicola de Praefectis; S. Stefano Rapignans; S. Salvatore de Rogeriis; S. Lorenzo dominae Rosae; S. Andrea Milonis Saraceni; S. Nicola de Tofis; S. Stefano Vagandae.

Altre chiese ancora ricevevano l'appellativo dalle reliquie che contenevano, così S. Giovanni e S. Silvestro de capite; S. Lorenzo ad craticulam; S. Agapito, S. Maria, S. Pietro ad vincula.

Molte chiese appartenevano a scholae o nazioni: S. Maria schola Saxonum poi S. Maria in Saxia; S. Salvatore scholae Francorum, S. Michele schola Frisonum, S. Giustino schola Langobardorum (per le scholae, V. VATICANO); S. Stefano de Ungariis, S. Cesario, S. Gregorio de Graecis; S. Salvatore, S. ma Trinità Scottorum; S. Gregorio, S. Giacomo de Armenis; S. Andrea, S. Tommaso de Hispanis. Anche gli ospizi hanno dato origine al nome di alcune chiese come S. Lucia in xenodochio Aniciorum; S. Maria in xenodochio Firmis; S. Abbarico in xenodochio Valeriorum; S. Stefano de orphanotrophio o de schola cantoris; S. Nicola de hospitali.

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ROMA - Piazza del Popolo su disegno di G. Valadier (1816-20). In fondo: le chiese di S. Maria dei Miracoli (1678) e S. Maria in Montesanto (1675), al centro l'obelisco di Ramesse II (sec. XII a. C.) innalzato nel 1585 - Roma.
(fol. Alimeri)
Non poche altre chiese assunsero cognomi dalle corporazioni, come S. Andrea de aquarizariis; S. Benedetto de caccabariis; S. Nicola de calcarariis; S. Maria de cambiatoribus; S. Biagio de circlaris; S. Maria de ferrariis; S. Nicola de forbitoris; S. Andrea de Junariis; S. Andrea de marmorariis; S. Lorenzo de mondezariis; S. Andrea de mortarariis; S. Stefano de vaccinariis. Alcune chiese derivarono la loro denominazione da luoghi ecclesiastici, come S. Nicola de capella papae; S. Benedetto de clausura; S. Agata in diaconia; S. Maria in episcopio; S. Agata, S. Maria in monasterio.

Per le diaconie V. la voce relativa.

V. BASILICHE E CHIESE SECONDO L'EPOCA DELLA LORO FONDAZIONE

Nella biografia di S. Silvestro tra le fondazioni costantiniane, oltre la basilica Costantiniana del Laterano, viene indicata quella « in Palatio Sessoniano », trasformazione di un'aula antica a metà del sec. IV in basilica cristiana che dalla lista delle donazioni è collegata con la dinastia Costantiniana (R. Krautheimer, Corpus Basilicarum christianorum Romae, Città del Vaticano 1937, pp. 165-94). Il titolo di Equizio è indicato nelle sottoscrizioni del Sinodo del 499; si ha invece titulus S. Silvestri in un frammento detto Laurenziano di un catalogo di papi dell'inizio del sec. VI (Lib. Pont., I, p. 46; R. Vielliard, Les origines du titre de St-Martin aux Monts, Roma 1931). Eusebio è il nome del « conditor tituli », nel Martirologio geronimiano, e un'iscrizione in suo onore si lesse ancora da P. Ugonio (Stationi, ecc., Roma 1588, f. 259). La chiesa fu restaurata dai papi Zaccaria (Lib. Pont., I, p. 435), Adriano I (ibid., p. 508); ebbe doni da Leone III (ibid., II, pp. 11 e 21), da Gregorio IV (ibid., p. 76) è da Niccolò I (ibid., p. 154). Fu riconsacrata da Gregorio IX (v. Forcella, Iscrizioni delle chiese di R., X, Roma 1877, p. 407); poi da Niccolò IV (E. Müntz, Les arts à la cour des Papes, I, Parigi 1878, p. 143). L'attuale fu ricostruita tra il 1711-50. MARCO (336) fondò la basilica « iuxta Pallacinas » (Lib. Pont., I, p. 202) che porta ancora il suo titolo. GIULIO I (337-52), a testimonianza del Catalogo, detto Liberiano, eresse in R. « basilica » Iuliam quae est regione VII iuxta forum divi Traiani » (MGH, Auct. antiquis., IX, Chronica minora, Berlino 1892, p. 78; cf. R. Krautheimer, op. cit., p. 79). DAMASO (366-84) fondò la basilica presso il teatro di Pompeo e gli « stabula factionis prasinae » (Lib. pont., I, pp. 212; G. B. De Rossi, Inscript. christ., II, 1, Roma 1888, p. 134). Al tempo di SIRICIO (385-98) viene eretta la basilica Pudentiana; vengono compiuti lavori in quella di S. Clemente (A. Petrignani, La basilica di S. Pudentiana in R., Roma 1934). Il titulus Vestinae venne fondato da INNOCENZO I (401-17) R. Vielliard, Saint Vital, in Riv. di arch. crist., 12 [1935], pp. 103-18).

S. Sabina, fondata dal presbitero Pietro d'Illiria al tempo di CELESTINO I (422-32), come attestano l'iscrizione musiva nell'interno della parete d'ingresso e il Lib. Pont. (I, p. 235), che l'indica compiuta sotto Sisto III (432-40), è titolo nel Sinodo del 499; l'epitafia di un « presbyter Basilius tituli Sabinae » è in S. Paolo fuori le mura (A. Silvagni, Inscriptiones Christ., nuova serie, II, Roma 1935, n. 5154). Restaurata e abbellita da Leone III (795-816) Lib. Pont. II, p. 20), e da Eugenio II (824-27) ibid., p. 69). Onorio III la concesse all'Ordine dei Frati Predicatori. Fu modificata e danneggiata nel 1559 e 1585. Fu restaurata in pristino per iniziativa del p. M. Gillet quando nel 1936 decise di riportarvi la Caria generalizia del suo Ordine, affidando la direzione dei lavori al p. M. D. Darsy che ne ha dato una prima limpida relazione (DACL. XV, t. coll. 218-38). Il papa SIMPLICIO (468-83) eresse una basilica alla martire Bibiana, presso il « palatium Licinianum » (Lib. Pont., I, p. 240; V. E. Donckel, Studien über den Kultus der hl. Bibiana, in Röm. Quartalschr., 43 [1935]; id., Der Kultus der hl. Bibiana in Rom., in Riv. di arch. christ., 15 [1937]), ed anche S. Andrea in Cutobarbara sull'Esqui-

lino; un goto di nome Valila adattò a chiesa cristiana la basilica eretta dal console Giunio Basso nel sec. IV. Il musaico absidale rappresentava Gesù Cristo tra gli Apostoli (G. B. De Rossi, Inscr. chr., II, 1, Roma 1888, p. 436; Lib. Pont., I, p. 249; G. Lugli e T. Ashby, La basilica di Giunio Basso, in Riv. di arch. crist., 8 [1932], pp. 221-55; R. Krautheimer, Corpus, cit., pp. 64-65). Anche S. Stefano « in Caelio Monte » fu fondata dal papa Simplicio (Lib. Pont., I, p. 249), decorata da Giovanni I (523-26) e da Felice IV (526-30) G. B. De Rossi, Inscr. christ., II, 1, p. 152, nn. 29, 32). Papa Teodoro (642-49) vi trasferì i corpi dei martiri Primo e Feliciano (Lib. Pont., I, p. 332). Rinnovata da Adriano I (772-95) ibid., p. 510), ebbe doni da Leone III (795-816) ibid., II, pp. 20-31), Gregorio IV (ibid., II, p. 76) e Leone IV (ibid., II, p. 119). Divenne titolo presbiteriale dopo il 1000. Innocenzo II la restaurò (ibid., II, p. 384). Gregorio XIII nel 1573 la concesse al Collegio ungarico (R. Krautheimer, S. Stefano rotondo a R. e la chiesa del S. Sepolcro a Gerusalemme, in Riv. di arch. crist., 12 [1935], pp. 51-102; P. F. Kehr, Italia Pontificia, I, Berlino 1906, p. 42; E. Mâle, La mosaïque de S. Stefano Rotondo à Rome, in Scritti in onore di Bartolomeo Nogara, Città del Vaticano 1937, pp. 237-52). SIMMACO (498-514) eresse l'oratorio dei SS. Cosma e Damiano presso S. Maria, costruì dai fondamenti la basilica dei SS. Silvestro e Martino ai Monti, fece una scalea dietro l'abside dei SS. Giovanni e Paolo (Lib. Pont., I, p. 262). Sotto Simmaco si ha il Sinodo del 499 in cui sottoscrivono i presbiteri dei vari titoli. L'elenco del 499 fa conoscere i seguenti tituli: di Bizante, di Pammachio, di Emiliana, di Clemente, degli Apostoli, di Equizio, di Prassede (iscriz. del 491 in Bull. arch. crist., 4ª serie, 1 [1882], p. 65), di Eusebio, di Pudente, di Vestina, di Gaio, di Ciriaco, di Marcello, di Lucina, di Damaso o di S. Lorenzo, di Marco, di Anastasia, Fasciola, Crescenziana, Tigrida, Matteo, Romano, Sabina, Prisca, Giulio, Cecilia, Crisogono. Il titulus Aemilianiae del 499 è stato identificato con quello dei SS. Quattro Coronati del Sinodo del 595 (A. Muñoz, Il restauro della chiesa e del chiostro dei SS. Quattro Coronati, Roma 1914). Il titulus Anastasiae figura nel 499. Nel primo stadio S. Anastasia ebbe nave unica con transetto e abside semicircolare decorata da Damaso (G. B. De Rossi, Inscr. Chr., II, 1, pp. 24 e 150); in un secondo tempo furono aggiunte le due navatelle; nel terzo appartiene il restauro di Leone III (795-816). La nuova facciata è del 1634-40, l'ultimo grande restauro del 1721-1722 (R. Krautheimer, S. Anastasia, in Corpus, cit., pp. 43-63). Il titulus Byzantis si è ritenuto lo stesso che quello di Pammachio, il che non è provato, e si è identificato con

quello dei SS. Giovanni e Paolo del 595 (J. P. Kirsch, Die römischen Titelkirchen, Paderborn 1918, pp. 26-33). Il titulus Callisti è stato identificato con il «titulus Iuli et Callisti» del 595, cioè con S. Maria in Trastevere (J. P. Kirsch, op. cit., p. 104 sgg.). Il titolo di Cecilia nel Trastevere diviene titulus S. Caeciliae nel Sinodo del 595 (bibl. in R. Krautheimer, Corpus, cit., pp. 95-112). S. Ciriaco in Thermis fu eretto su terreno pubblico e certo non prima del sec. iv; esso stava verso il padiglione sud ovest del Ministero delle finanze (R. Krautheimer, Corpus cit., pp. 115-17). Il titulus Clementi era antico al tempo di s. Girolamo il quale scrive che «nominis eius (Clementis) memoriam usque hodie Romae extructa ecclesia custodit» (De viris ill., 15); sul «dominicum Clementis» V. G. B. De Rossi, in Bull. arch. crist., 1863, p. 25, e 1874, p. 159; per il resto R. Krautheimer, Corpus, cit., pp. 118-36.

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Il titulus Crescentianae si è identificato con S. Sisto del 595 (J. P. Kirsch, cit., p. 111 sgg.). S. Crisogono figura tra i «tituli» nel 499; è «titulus S. Chrisogoni» nel 595 (bibl. in R. Krautheimer, Corpus, cit., pp. 144-64).

Il Titulus Fasciolae ha la sua più antica iscrizione in una epigrafe dell'a. 377 (G. B. De Rossi, Inscript. christ., I, Roma 1857-61, n. 262; Cinnamus, Opus lector de Fasciolae; J. B. Kirsch, op. cit., pp. 90-94). Il titulus Gai diviene di S. Susanna nel Sinodo del 595; è detto «ad duas domos iuxta Diocletianas» nel Martirologio germaniano all'11 ag. (natale s. Susanna). Nel Sinodo del 499 Benedetto e Severo firmarono come presbiteri del «titulus Gai». È indicato «iuxta S. Quiriacum» nella biografia di Sergio I (687-701) che ne fu prete titolare, la restaurò e l'arricchi (Lib. Pont., I, pp. 371, 375; G. B. De Rossi, in Bull. arch. crist., 2ª serie, 1 [1870], pp. 89-112; L. Duchesne, in Melanges d'arch. et d'hist., 36 [1916], p. 33 sgg.). Il titulus Lucinae, con S. Lorenzo in Lucina (J. P. Kirsch, op. cit., pp. 80-84). Il titulus Marcelli, diventa «S. Marcelli» nel Sinodo del 595 (G. Albarelli, Il titolo di S. Marcelli in Via Lata e la scoperta di un antico battistero, in N. Bull. di arch. crist., 19 [1913], pp. 109-29; J. P. Kirsch, op. cit., pp. 77-80). Il titulus Marcì diviene nel 595 «S. Marcì» (J. P. Kirsch, op. cit., pp. 87-90; A. Ferrua, La basilica di S. Marco, in Civ. Catt., 1948, III, pp. 503-13). Il titulus Matthaei (Kl. Henze, S. Matteo in Merulana, in Miscellanea Ehrle, II [Studi e testi, 38], Roma 1924, pp. 404-14; pianta in S. Du Pérac-Lafrery, 1577; G. B. Nolli, 1748, tav. 15, n. 28), fu riconsacrata il 25 marzo 1110 da Pasquale II; l'altare fu restaurato dal presbitero Anastasio (P. Fr. Kehr, Italia Pont., cit., I, p. 39). Il titulus Nicomedis con i SS. Marcellino e Pietro in Via Merulana nel Sinodo del 595 (J. P. Kirsch, op. cit., pp. 54-58). Il titulus Priscae appare già in un epitafio del 491, la chiesa attuale è al di sopra di un mitreo (A. Ferrua, Il mitreo sotto la chiesa di S. Prisca, in Bull. arch. com. di Roma, 68 [1940], pp. 59-86. Il titulus Sabinae è certo anteriore al presbitero Pietro che costruì la Basilica (oggi S. Sabina) al tempo di papa Celestino (422-32) altrimenti egli sarebbe stato il «conditor tituli» e questo avrebbe preso il suo nome (v. SABINA, santa). Il titulus Tigridae del 499 è stato identificato con la S. Balbina del 595 (J. P. Kirsch, op. cit., pp. 94-96). Il titolo di S. Balbina appare per la prima volta nel Sinodo del 595 dove firmarono due presbiteri; un frammento epigrafico dello stesso secolo lo ricorda pure: TT. SCE Ra (G. B. De Rossi, Roma sotterr., III, Roma 1877, p. 515. Per la bibl. V. R. Krautheimer, Corpus, cit., p. 84 sgg.).

FELICE IV (526-30) eresse la basilica dei SS. Cosma e Damiano presso il «templum urbis Romae» (bibl. in R. Krautheimer, Corpus, cit., pp. 137-43). GREGORIO MAGNO (590-604) dedicò alla martire Agata la chiesa dei Goti situata nella Suburra eretta già da Ricimero tra il 459-470 (Lib. Pont., I, p. 312; Dialoghi, III, 30; Registr. epist., in MGH. Epist., I, Lipsia 1891, p. 253). A questo Papa si ricollega anche S. Saba: Giovanni diacono (Vita s. Gregorii, I, 9: PL 75, 66) scrisse che s. Silvia, madre di s. Gregorio,

(fot. B. N. Marconi)

ROMA - Il Portico della chiesa di S. Gioacchino, che fu costruita in occasione del giubileo di Leone XIII (1898). Disegno degli architetti R. Inganni e Lorenzo M. de Rossi.

dimorò nel luogo detto Cella Nova, denominazione che ricorre nella biografia di Stefano III (768-72), Adriano I (772-95), Leone III (795-816) e Gregorio IV (P. F. Kehr, Italia Pont., I, Berlino 1906, p. 118; G. B. Cannizzaro, in Boll. d'Arte, 9 [1915], pp. 129-35). Dopo i monaci latini vi furono i greci. Nella chiesa sono affreschi del secc. vi-vii (P. Styger, Die Malereien in der Basilica auf dem kleinen Aventin in Rom, in Röm. Quartalschrift, 28 [1914], p. 53 sgg.; Wilpert, Monichen, tavv. 169-71; A. Steinhuber, Geschichte des Collegium German.-Hungaribum in Rom, I, 2ª ed., Friburgo in Br. 1906, p. 113; G. Lestocquoy, Notes sur l'Eglise de St-Sabas, in Riv. arch. crist., 6 [1929], pp. 213-47). L'edificio fu rifatto dai monaci cluniacensi ai quali Lucio II assegnò il monastero con bolla dell'11 genn. 1145. Passò ai Cistercensi nel 1503; con Gregorio XIII nel 1573 fu unito a quello di S. Apollinare per la fondazione del Collegio Germanico Ungarico; dal 1932 è parrocchia affidata ai Gesuiti.

BONIFACIO IV (608-15) ottenne dall'imperatore Foca la trasformazione del Pantheon in chiesa dedicata a S. Maria «ad Martyres» (Lib. Pont., I, p. 317). ONORIO I (625-38) rifece la chiesa dei SS. Quattro Coronati. Trasformò la curia del Senato nella chiesa di S. Adriano, poi diaconia (Lib. Pont., I, p. 324; M. Dattoli, Appunti per la storia di S. Adriano nell'età moderna, in Archivio della soc. rom. di st. patria, 43 [1920], pp. 323-53). GIOVANNI III (640-642) eresse vicino al Battistero Lateranense, la chiesa in onore dei martiri Venanzio, Anastasio, Mauro, ecc. (Lib. Pont., I, p. 330). LEONE II (628-83) costruì la chiesa di S. Paolo presso S. Bibiana (ibid., p. 360), e la chiesa di S. Sebastiano e S. Giorgio «in velum aureum», oggi S. Giorgio in Velabro. Viene indicata nella biografia di papa Zaccaria quale diaconia. Lo stesso papa Leone II restaurò S. Lorenzo in Lucina (ibid., p. 363). BENEDETTO II (684-85) restaurò la chiesa di S. Maria ad martyres e di S. Lorenzo in Lucina (ibid., p. 363). SERGIO I (687-701) fece l'ambone e il ciborio in SS. Cosma e Damiano, dove riparò la cupola del vestibolo; pose un ciborio marmoreo in S. Susanna e restaurò la basilica di S. Eufemia al vico Patricio (ibid., pp. 375-76). Il papa GIOVANNI VII (705-707) rinnovò S. Maria Antiqua (ibid., p. 385). SIRINNO (708) restaurò le mura della città (ibid., p. 388), lavoro continuato dal successore Gregorio II (715-31) (ibid., p. 396). GREGORIO II (775-31) rinnovò l'ospizio dei vecchi dietro S. Maria Maggiore e vi fondò un monastero che prese il nome dal vicino oratorio dei SS. Cosma e Damiano (ibid., p. 397), restaurò la chiesa di S. Croce in Gerusalemme, erigendovi l'ambone marmoreo; trasformò la sua casa materna in monastero di S. Agata (R. Krautheimer, Corpus, cit., p. 13, n. 4). A quell'epoca il Tevere straripò invadendo la zona dal Ponte Milvio all'attuale Piazza S. Pietro e dall'altra sponda giunse fino alla basilica di S. Marco (Lib. Pont., I, pp. 399 e 411, nota 14). S. Eustachio è nominata la pri-

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ROMA - Interno della chiesa di S. Leone Magno offerta al s. padre Pio XII dagli Uomini di Azione Cattolica Italiana (1952) - Roma.
(fot. Brunner)
ma volta nel 715-31 quando Gregorio II fondò lo « xenodochium in platana » (ibid., pp. 440, 456, n. 5; R. Krautheimer, Corpus, cit., p. 216).

GREGORIO III (731-41) pose nell'oratorio del Presepe in S. Maria Maggiore, da lui restaurata, un'immagine d'oro della Madonna con il Salvatore; restaurò e abbellì la chiesa di S. Crisogono, istituendovi il monastero dei SS. Stefano, Lorenzo e Crisogono; restaurò i monasteri presso la Basilica Lateranense, la basilica di S. Maria ad martyres; trasformò in basilica l'oratorio di S. Maria in Aquirro; rinnovò la chiesa dei SS. Marcellino e Pietro presso il Laterano; restaurò le mura della città (Lib. Pont., I, pp. 418-20). ADRIANO I (772-95) restaurò S. Prisca, S. Clemente, S. Pudenziana; trasformò la « statio annonae » in S. Maria in Cosmedin (ibid., p. 404 sgg.); ricostruì S. Giovanni ante Portam Latinam, chiesa dunque anteriore edificata in onore dell'Evangelista che ivi avrebbe subito il martirio dell'olio bollente (ibid., p. 508); di nuovo ricostruita nel 1191 da Celestino III (P. Styger, La decorazione a fresco del XII sec. della chiesa di S. Giovanni ante Portam Latinam, in Studi romani, 2 [1914], pp. 260-328; R. Krautheimer, An Oriental Basilica in Roma, in American journal of archaeology, 11 [1936], p. 485 sgg.). PASQUALE I (817-24) ricostruì S. Cecilia, S. Prassede, S. Maria in Domnica.

S. Alessio sull'Aventino: in origine il monastero fu dedicato al martire Bonifacio, e la sua Basilica è indicata nell'elenco dell'itinerario de locis tra quelle urbane (R. Valentini e G. Zucchetti, Codice topografico della città di R., II, Roma 1942, p. 130). Al tempo di Leone III (795-816) è notata tra le diaconie (Lib. Pont., II, p. 39, n. 42). Il papa Benedetto VII nel 977 concesse gli edifici a Sergio metropolita greco; allora vi si introdusse il culto di S. Alessio e il monastero assunse anche la denominazione di Blachernae come quello di Costantinopoli. S. Cesario « in Palatio », edificio romano sul Palatino trasformato in chiesa, nominata la prima volta nel sec. IX (Ch. Hülsen, Die Kirchen des heiligen Caesarius in Rom, in Miscellanea Ehrle, cit., II, p. 377 sgg.; R. Krautheimer, Corpus, cit., p. 113).

LEONE III (795-816) costruì il quadriportico alla « basilica Apostolorum » in Via Lata (Lib. Pont., II, p. 28); offrì ca. l'a. 806 ricchi donativi a tutte le chiese, oratori, cappelle, monasteri, ospizi della città (v. CATALOGHI). Un oratorio di S. Barbara martire « in Subura » è nominato solo in STEFANO IV (816-17) e mai altrove (Lib. Pont., II, p. 50). LEONE IV (847-55) rinnovò i SS. Quattro Coronati, costruì S. Maria Nova sulla Via Sacra, restaurò e offrì doni a molte chiese (ibid., p. 112 sgg.). NICCOLÒ I (858-67) adornò S. Maria Nova. PASQUALE II rifece le basiliche di S. Clemente e dei SS. Quattro Coronati, dedicò S. Adriano al Foro e la chiesa di S. Maria in Monticelli (ibid., p. 305). CALLISTO II (1119-1124) ricostruì dopo la Dieta di Worms la cappella di S. Nicola, distrutta nel 1733 per la nuova facciata della

Basilica Lateranense (ibid., pp. 378-79; G. B. De Rossi, Dell'immagine di Urbano II papa e delle altre antiche pitture nell'oratorio di S. Nicola entro il Palazzo Lateranense, Roma 1881); e restaurò S. Maria in Cosmedin. LUCIO II nel 1144-45 rinnovò e abbellì S. Croce in Gerusalemme (Lib. Pont., II, p. 385). ADRIANO IV (1154-59) restaurò SS. Giovanni e Paolo e S. Giovanni a Porta Latina rifatta e dedicata nel 1191 dal papa Celestino III. ALESSANDRO III (1161) trasformò S. Maria Nova, la quale fu restaurata da ONORIO III (1216-1227). Sotto BONIFACIO VIII (1298-1303) il card. Caetani fece eseguire il tabernacolo e il candelabro pasquale in S. Maria in Cosmedin.

VI. LE CHIESE MARIANE

1. S. MARIA MAGGIOBE. - Il Liber Pontificalis attribuisce a Liberio (352-56) la costruzione della basilica « nomini suo iuxta macellum Libiae » (Lib. Pont., I, pp. 208-209); Ammiano Marcellino, ca. il 390 (Rerum Gestorum libri, 27, 3, 13), s. Girolamo nel suo Chronicou e Rufino (nella versione della Hist. eccl. di Eusebio,

in CB, IX, II, p. 1017) ricordano la Basilica Sicinii dove avvenne una tumultuosa strage da parte di Ursino competitore di Damaso (PL 27, 694); lo scrittore ebreo Isacco, ca. il 370, riferendo la stessa strage dice che il popolo era adunato nella basilica di Liberio (E. Caspar, Kleinere Beiträge zur älteren Papstgeschichte, 5. Der Prozess des Papstes Damatus und die römische-bischöfliche Gerichtsarbeit, in Zeitschrift für Kirchengeschichte, Neue Folge, 47 [1928, x], p. 184).

Il papa Sisto III « fecit basilicum sanctae Mariae quae ab antiquis Liberi cognominabatur, iuxta macellum Libiae » (Lib. Pont., I, pp. 232, 235). Il suo nome è ancora nell'arco di trionfo: « Xystus episcopus Plebi Dei », e un'iscrizione metrica nell'interno, sopra l'ingresso cominciava: « Virgo Maria tibi Xystus nova tecta dicavi » (G. B. De Rossi, Inscript. christ., II, Roma 1888, pp. 71, n. 42; 98, n. 6; 139, n. 28). L'arco trionfale è la glorificazione della divina maternità della B. Vergine; i musaici rappresentano: l'Annunciazione, il sogno di Giuseppe, l'adorazione dei Magi, la presentazione al Tempio, l'arrivo di Gesù presso Afrodisio, la strage degli Innocenti; nel centro è il trono divino con le « insignia Christi », tra i due Principi degli Apostoli acclamanti. Nei musaici della navata sono 28 scene del Vecchio Testamento riferentisi ad Abramo, Giacobbe, Mosè e Giosuè. Il Martirologio geronimiano addita al 5 ag. la dedica della Basilica: dedicatio S. Mariae. Nel sec. VI una Flavia Xanthippe fece una fondazione, ed una copia del sec. IX di detto documento la dice basilica « Sanctae Dei Genitricis, q(uae) a(ppellatur) ad Praesepe », titolo che appare già nella biografia del papa Teodoro (642-49, Lib. Pont., I, p. 331; H. Grisar, S. Maria ad Praesepe, in Analecta Romana, I, Roma 1899, p. 577; id., S. Maria ad Praesepe, la Betlemme di Roma, in Civ. Catt., 1895, IV, pp. 467 sgg.; id., Origine dei presepii in Roma, ibid., 1908, IV, pp. 702 sgg.). Nell'itinerario de locis è detta Sca Maria Major (G. B. De Rossi, Roma sotterr., I, Roma 1864, p. 143); nelle biografie di Adriano I e di Pasquale I torna la denominazione ad Praesepe (Lib. Pont., I, p. 500; II, pp. 60, 67). Ma lo stesso papa Adriano in una lettera a Carlo Magno, ricordando l'opera di Sisto III per la Basilica, chiama questa « S. Dei genitricis Mariae cognomento Maioris quae et ad praesepe dicitur ». Nel 1169 Giovanni Diacono descrive ancora la decorazione dell'abside (PL 194, 1557) che verrà demolita al tempo del papa Niccolò IV (1288-92), il quale costruisce un nuovo transetto e una nuova abside. Nel musaico absidale fatto eseguire al tempo del papa Niccolò IV dal card. G. Colonna, per opera del francescano Giacomo Torriti, è rappresentata l'incoronazione della Madonna e intorno il card. Colonna, s. Giovanni Battista e s. Giovanni Evangelista, s. Antonio, il papa Niccolò IV, s. Pietro, s. Paolo e s. Francesco. Sotto, tra le finestre la dormitio della B. Vergine, il Presepe, l'Annunciazione, s. Girolamo,

l'Epifania, la Presentazione e s. Mattia. Alla fine del sec. XIII Filippo Rusuti decorò in musaico la facciata, oggi dietro quella di Benedetto XIV. In alto è il Salvatore tra quattro angeli e i simboli dei quattro Evangelisti, al di sotto la B. Vergine, s. Paolo, s. Giacomo, s. Girolamo, dall'altra s. Giovanni Battista, s. Pietro, s. Andrea, s. Mattia. Nella zona inferiore, il Gaddi raffigurò le visioni della Madonna al papa Libero e al patrizio Giovanni, il patrizio che riferisce la visione al Papa; quindi il miracolo della neve e il papa Libero col clero e il patrizio Giovanni mentre traccia nella neve la pianta della Basilica. Ca il 1450 il card. G. d'Estouteville compie nuovi lavori nella Basilica (J. Marx, Quatre Documents relatifs à Guillaume d'Estouteville, in Mélanges d'arch. et d'hist., 35 [1915], p. 51 sgg.). I due papi Borgia, Callisto III (1455-58) e Alessandro VI (1492-1503), rinnovarono il soffitto, coprendo in parte i musaici dell'arco trionfale. O. Panvinio descrive lo stato della Basilica prima del 1568, in cui si distinguevano ancora i versi di Sisto III nell'interno sopra l'ingresso (Le sette chiese di R., Roma 1570, p. 300). Il card. D. Pinelli nel 1593 pose decorazioni in stucco tra i pilastri e restaurò i musaici; Sisto V e Paolo V per la costruzione delle cappelle del S.mo Sacramento e della Madonna, tolsero colonne e distrussero specchi in musaico; Benedetto XIV nel 1750 compì riparazioni nel tetto, ripulì i musaici e ridusse le colonne a dimensioni uguali; fece il nuovo baldacchino all'Altare maggiore, la facciata e la sistemazione dietro l'abside e rifece il Palazzo, che era stato costruito da Niccolò V. La Confessione aperta dinanzi all'Altare maggiore fu fatta eseguire dal papa Pio IX che davanti è rappresentato genuflesso (F. M. Fabi Montani, La confessione della Basilica Liberiana, Roma 1867). Nel 1931 il papa Pio XI, nel centenario del Concilio di Efeso, restituì all'antica forma l'arco trionfale e rimise in luce il transetto. Ulteriori restauri sono stati eseguiti a cura del regnante Pontefice. Nella Basilica furono sepolti i papi Onorio III (1216-27), Niccolò IV (1288-92), s. Pio V (1566-72); Sisto V (1585-90); Clemente VIII (1592-1605); Paolo V (1605-21); Clemente IX (1670-76). Sulla Grotta di Betlemme riprodotta nella Basilica, cf. G. Biasiotti, La riproduzione della grotta di Betlem nella basilica di S. Maria Maggiore, in Dissertazioni della Pont. Accad. rom. di arch., 2ª serie, 15 [1921], pp. 95-110; sulle reliquie dette della culla: G. Cozza Luzzi e G. Lais, Le memorie Liberiane dell'infanzia di N. S. Gesù Cristo, Roma 1894; H. Grisar, La culla del divisi Bambino, in Civ. Catt., 1895, 1, p. 209 sgg. Intorno a S. Maria Maggiore furono i seguenti monasteri per il servizio della Basilica: l'oratorio dei SS. Cosma e Damiano detto ad S. Mariam Majorem o ad praesepe, è ricordato la prima volta nella biografia di papa Simmaco ([498-514] Lib. Pont., 1); ivi fu il Geocomium post absidam S. Genitricis ad praesepe, fondato sotto Gregorio II (715-31), convertito poi in monastero e arricchito di doni da Leone III (795-816); fu distrutto sotto Sisto V; S. Andrea in assaio o in Exaiolo, ricordato nel 998-99 nelle carte di S. Prassede, da una bolla di Benedetto VII dell'8 febbr. 1024; divenne filiale come attestano le bolle di Celestino III del 4 genn. 1192 e di Innocenzo IV del 19 marzo 1244; ivi si costruì l'ospedale de Piscina o piscinula rimasto fino al sec. XV. S. Adriano, ricordato come monastero nella biografia di Leone III fu distrutto sotto Niccolò V per la costruzione del Palazzo annesso alla Basilica. S. Andrea in massa Juliana. Era alla sommità del clivus Suburanus presso S. Vito. È menzionato nella biografia di Leone III (795-816) e nelle carte di S. Prassede del 998-99 si parla di un archipresbiter di detto monastero, che ritorna più volte nel Regesto Sublacense (anni 1005, 1015, 1051). Sembra abbandonato dopo il sec. XIII e sostituito da S. Andrea de fractis, fondato nel 1270 dal card. Ottobono arciprete di S. Maria Maggiore. È menzionato in bolle di Niccolò IV del 27 genn. 1290 e di Benedetto XI del 9 genn. 1304; Eugenio IV nel 1433 la unì a S. Paolo fuori le mura, mentre i beni andarono al Capitolo Liberiano (L. Duchesne, Les monastères desservants de Ste Marie Majoure in Mélanges d'arch. et d'hist., 27 [1897], pp. 479-91).

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ROMA - Musaici nella cappella dei SS. Francesco e Caterina nella chiesa di S. Leone Magno, Cartoni di Adriana Venturini - Notte, esecuzione dei fratelli Cassio (1952) - Roma.
(Int. Brunner)
BIBLI: P. De Angelis, Basilicae S. Mariae Maioris de Urbe a Libero Papa I usque ad Poulum V, Roma 1621; A. Valentini, La patriarcale Basilica Liberiana illustrata, Roma 1839; H. Grisar, S. Maria Maggiore, detta S. Maria ad Praesepe, in Roma, in Civ. Catt., 1895, IV, p. 467 sgg.; id., Pregi artistici della Basilica di S. Maria Maggiore, in R., ibid., 1898, III, p. 720 sgg.; IV, p. 467 sgg.; ibid., 1899, V, pp. 214-15; id., Per la storia della Basilica suddetta, ibid., 1899, V, p. 216 sgg.; G. Ferri, Le carte dell'Archivio liberiano dal sec. X al XV, in Archivio Soc. rom. di storia patria, 27 (1904), pp. 147 sgg., 441 sgg.; 28 (1905), pp. 23 sgg., 119 sgg.; D. Taccone Gallucci, Monografia della Basilica di S. Maria Maggiore, Grottaferrata 1911; G. Biasiotti, La Basilica esquilina di S. Maria ed il Palazzo apostolico - apud S. Mariam Maiorem, Roma 1911; id., La basilica di S. Maria Maggiore a R., prima delle innovazioni del sec. XVI, in Mélanges d'arch. et d'histoire, 35 (1915), pp. 15-40; id., La basilica di S. Maria Maggiore. L'antica fabbrica, in Bollettino d'arte del Ministero della pubblica istruzione, 30 (1915), pp. 20-32, 136-48; id., Le basiliche romane di S. Maria Maggiore e di S. Martino ai Monti nei disegni degli Uffizi di Firenze, in Atti della Pont. Accad. rom. di arch., 2ª serie, 13 (1918), pp. 249-61; id., Una descrizione della basilica di S. Maria Maggiore nel sec. XII, in Atti del III Congresso internaz. di Studi Romani, Roma 1935; P. Fr. Kehr, Italia Pontificia, I, Berlino 1906, pp. 3-58; Wilpert, Mosaiken, tavv. 53-74, V. indice; id., La proclamazione efesina e i musaici della basilica di S. Maria Maggiore, in Analecta Sacra Tarraconensia, 7 (1931), pp. 197-213; B. Biagetti, Splendori d'arte antica nella Basilica Liberiana rinnovati dal sommo pontefice Pio XI, in Illustrazione Vaticana, 2 (1931), 15 marzo, pp. 26-32; 31 marzo, pp. 27-33; id., Indagini intorno all'antica abide della basilica di S. Maria Maggiore, in Rendiconti della Pont. Accad. rom. di archeol., 9 (1933); id., Osservazioni sui musaici della navata centrale nella basilica di S. Maria Maggiore in R., ibid., 13 (1938); id., Intorno ai musaici della navata centrale nella Basilica Liberiana di S. Maria Maggiore, ibid., 15 (1940); G. Astori, Nuove osservazioni sulla tecnica dei musaici romani della basilica di S. Maria Maggiore, in Riv. di arch. cristiana, 11 (1934), p. 24 sgg.; L. De Bruyne, Nuove ricerche iconografiche sui musaici dell'arco trionfale di S. Maria Maggiore, in Riv. di archeol. crist., 13 (1936), pp. 239-69; id., Intorno ai musaici della navata di S. Maria Maggiore, ibid., 15 (1938), pp. 281-318; A. Ferrua, S. Maria Maggiore e la «Basilica Sicini», in Civ. Catt., 1938, III, pp. 53-61; A. Schuchert, S. Maria Maggiore zu Rom. Die Gründungsgeschichte der Basilika und die

ursprüngliche Apisandage, Città del Vaticano 1939; E. Lavagnino, S. Maria Maggiore, Roma s. d.

8. Le chiese mariane minori secondo i cataloghi antichi

R. ha anche il primato del maggior numero di chiese dedicate alla Madre di Dio, fino dai primi secoli del medioevo. Infatti si annoverano le seguenti chiese mariane fino al sec. XVI.

S. MARIA DEGLI ANGELI, iniziata da Pio IV nel 1561 nelle Terme di Diocleziano. S. MARIA DE ANIMA: ricordata nel Catalogo del 1492, fu terminata sotto Alessandro VI; è oggi la chiesa nazionale dei Tedeschi (J. Schmidlin, Geschichte der deutschen Nationalkirche S. Maria dell'Anima, Friburgo in Br. 1906). S. MARIA ANTIQUA AL FOTO ROMANO: adattata in un precedente edificio romano, con affreschi della fine del sec. V e sgg., abbellita specie da Giovanni I [705-707] H. Grisar, S. Maria Antiqua, in Civ. Catt., 16ª serie, 1896, vi, p. 458 sgg.; 1901, i, p. 228 sgg.; 1901, iv, p. 491 sgg.; G. Wilpert, S. Maria Antiqua, in L'Arte, 13 [1910], pp. 1-20; 81-107; id., Masaiken, II, passim, e IV, tavv. 133-35; 142-46; 151-66, 1-3; 167-68; 177,4, 87; 192-201; 215,2,5; W. De Grüneisen, Ste Marie Antique, Roma 1911; E. Tea, La basilica di S. Maria Antiqua, Milano 1937). S. MARIA « DE ARCU AUREO »: chiesa ad oriente del Foro di Nerva (Ch. Hülsen, Le chiese di R. nel medioevo, Roma 1927, p. 312). S. MARIA ANNUNZIATA DEL COLLEGO ROMANO: eretta da Vittoria della Tolfa, nipote di Paolo IV, aveva l'ingresso in via S. Ignazio; è ricordata nel Catalogo dello Spagnolo. Fu demolita tra il 1649-54 per la nuova chiesa di S. Ignazio. S. MARIA ANNUNZIATA della LA NUNZIAITELLA: posta al terzo miglio della Via Ardeatina; un'iscrizione ivi esistente è del tempo di Onorio III ed ha la data del 12 ag. 1220. S. MARIA « DE AQUARICARIS » è ricordata nell'elenco di Cencio Camerario, doveva essere presso Piazza Navona (Ch. Hülsen, op. cit., p. 310). S. MARIA « IN AQUIRO »: tuttora esistente nella Piazza degli Orfani è ricordata per la prima volta nella biografia di Gregorio III come S. Maria a Cyro (Lib. Pont., I, pp. 419, 424, n. 24; P. Fr. Kehr, Italia Pontificia, I, Berlino 1906, p. 85). S. MARIA « DE ARCHA NOE » (L. Duchesne, S. Maria in Foro, S. Maria in Macello, in Melanges d'arch. et d'hist., 35 [1905], p. 153). S. MARIA « DE ARMENIS »: ricordata in un documento dell'Archivio di S. Pietro del 13 apr. 1325 (Bullarium Vatic., II, p. 34). Il card. Ehrle la localizzò all'angolo sud orientale della Basilica Costantiniana (F. Ehrle, Ricerche su alcune antiche chiese del Borgo di S. Pietro, in Dissertaz. della Pont. Accad. rom. di arch., 2ª serie, 11 [1907], p. 32). S. MARIA « DE ARCONIBUS »: è ricordata nella bolla di Giovanni XII dell'8 marzo 962. S. MARIA « DE ASTARIS »: denominazione derivata dalla famiglia Astalli; un documento del 9 maggio 1337 ricorda un suo presbitero, fu demolita per la costruzione della chiesa del Gesù (P. Tacchi Venturi, in Studi e documenti di storia e diritto, 21 [1989], p. 314). S. MARIA « DE AVENTINO », oggi S. Maria del Priorato; vi fu annesso il monastero benedettino fondato da Alberico nel 989 che fu tra le venti abbazie romane (P. Fr. Kehr, Italia Pont., I, pp. 116-17). S. MARIA « DE CACABARIS »: dai cacabi o caldaie; la bolla di Urbano II del 1186 la ricorda tra le filiali di S. Lorenzo in Damaso. S. MARIA « DE CACCHABELIS »: ad occidente del Celio; è ricordata nel Catalogo di Torino e nella bolla di Onorio III del 25 febbr. 1217 (Ch. Hülsen, Le Chiese, cit., p. 316). S. MARIA « DE CAMBIATORIBUS »: nella zona tra Piazza delle Carrette, via S. Pietro in Vincoli e via del Colosseo. È ricordata come S. Maria « in candiatore » in una bolla di Adriano IV del 18 marzo 1116 (P. Fr. Kehr, Italia Pont., I, p. 14, n. 24; p. 48, n. 3). S. MARIA « DE CANNELLA »: al tempo di Pasquale II (1099-1118) era alle dipendenze della chiesa di S. Marcello. Il nome deriva dai condotti dell'acqua Vergine; era nella strada tra il Corso e il Quirinale e fu demolita da Paolo V (P. Fr. Kehr, Italia Pont., I, p. 76; id., Römischen Analekten. S. Maria de cannella, in Quellen und Forschungen aus italienisch. Archiven und Bibliotheken, 14 [1911], pp. 27-32). S. MARIA IN CAMPITELLI: esisteva sulla Piazza omonima nel sec. XIII, ma con facciata verso la torre del Melangolo; è segnata nella pianta di L. Bufalini del 1551 e di S. Du Pérac-Lafery del 1577; l'attuale edificio è del 1661. È una diaconia.

(C. Cecchelli, S. Maria in Portico, Roma s. d.). S. MARIA IN CAMPO CARLEI, detta più tardi « Spoglia Christi » o « in campo Carleo prope Forum Nervae », appare nel Liber anniversariorum del Salvatore, e sotto il nome del Salvatore è segnata nella pianta di Roma di L. Bufalini del 1551; fu demolita nel 1684 (Ch. Hülsen, Le Chiese, cit., p. 319). S. MARIA IN CAMPO A DOMO GREGORI: è nel Catalogo di Cencio già senza clero; non si è identificata. S. MARIA « DE CANNAPARA »: ad occidente del Foro Romano; appare nei Cataloghi del secc. XII-XIV: è indicata nelle piante di Roma di L. Bufalini e anche in quelle di Nolli del 1748. S. MARIA « IN CAPITOLLO »: V. ARACOLLI, in Enc. Catt., I, coll. 1751-53. S. MARIA IN CAPELLA: appare nel Catalogo di Torino, una lapide attesta che fu dedicata nel 1090; nel 1540 fu data alla compagnia dei fabbricanti di « cuppelle » o barletti (Ch. Hülsen, Le Chiese, cit., pp. 322-23). S. MARIA « IN CAPUT PORTICI »: ad ovest del portico di S. Pietro in Vaticano, è ricordata quale diaconia nelle biografie di Stefano II [1752-57] Lib. Pont., I, p. 456, n. 6) e di Adriano I [1772-95] ibid., p. 520, n. 80; P. Fr. Kehr, Italia Pont., I, p. 150). S. MARIA « DE CASTRO S. PAULI »: è ricordata nel Catalogo di Torino; si trovava dentro il « Castrum S. Pauli » creato dal papa Giovanni VIII (880-82); era abbandonata nel 1300. S. MARIA « IN CATERINA »: è la chiesa oggi detta S. Caterina della Rota; è menzionata nel Mirabilia e nella bolla di Urbano III del 1186, dove è indicata tra le filiali di S. Lorenzo in Damaso (C. Cecchelli, Note su chiese e case romane specialmente del medioevo, in Bull. della Commissione archeol. munic. di R., 65 [1937], pp. 240-42). S. MARIA « CELLA FARFAE » o « DE THERMIS »: si trovava dove è ora S. Luigi dei Francesi, appartenere alla « abbazia di Farfae » è ricordata per la prima volta nel Regesto Farfense in un documento del 998: « ecclesia S. Mariae sita Romae regione nona in thermis Alexandrinis » (Ch. Hülsen, Le chiese, cit., pp. 326-27). S. MARIA « DE CURTE IN CAMPITELLO »: è ora nell'interno del monastero di Tor de' Specchi; è ricordata fin dal tempo di Bonifacio VIII; fu parrocchia fino a tutto il sec. XV, venne poi incorporata nelle costruzioni delle monache di « Tor de' Specchi; è detta anche dell'Annunziata o di S. Francesca Romana (Ch. Hülsen, Le chiese, cit., p. 329). S. MARIA « DE CONCEPTIONE »: nel Catalogo di S. Pio V è indicata tra Monte Citorio e S. Biagio di Monte Citorio. S. MARIA « DE CURTE PRAEFECTI »: è citata nella bolla di Urbano III del 1186; non identificata. S. MARIA « DE CONSECATIONE »: chiesa consacrata presso quella della Grazie il 3 nov. 1472; ricordata nei Cataloghi del 1492 e dello Spagnolo. S. MARIA IN COSMEDIN: diaconia eretta da Adriano I [1772-95] Lib. Pont., I, p. 507; G. B. Giovenale, La basilica di S. Maria in Cosmedin, Roma 1927). S. MARIA « DE CRYPTA PINCTA »: era tra le filiali di S. Lorenzo in Damaso nella bolla di Urbano III del 1186; si trovava dove è oggi la Piazza omonima; il cognome deriva dei sotterranei delle costruzioni della cava del Teatro di Pompeo (Ch. Hülsen, Le Chiese, cit., pp. 328-29). S. MARIA « IN CURTE DOMNE MICINE »: tra la parte occidentale del Campidoglio e Piazza Montanara. Domna Miccina appartenne ad una famiglia romana del sec. XI o XII: la chiesa è ricordata nell'Anonimo Magliabeccchiano ed è scomparsa nel sec. XV. (R. Lanciani, in Bull. della Commissione archeol. munic. di R., 45 [1917], p. 186). S. MARIA « DE EPISCOPIO »: sul versante occidentale dell'Aventino; chiesa ricordata nel Cataloghi di Torino e di N. Signorili, il primo la indica già senza porte e senza servizio. Scomparata dal sec. XV (Ch. Hülsen, Le chiese, cit., p. 322, n. 41). S. MARIA « DOMNAE BERTAE »: presso l'antica Via di Porta Leone; la chiesa è ricordata in un documento del 1238 (L. Schiaparelli, in Arch. Soc. rom. di st. patria, 25 [1902], p. 29); nella prima metà del sec. XVII ne restavano le vestigia. S. MARIA « DOMNAE ROSAE »: eretta tra le rovine del Circo Flaminio, vi fu annesso un monastero ricordato nella bolla di Celestino III del 4 ott. 1192. Fu una delle venti abbazie e detta S. Maria « in Castro aureo »; in suo luogo il card. D. Cesi eresse nel 1564 l'attuale S. Caterina dei Funari (G. Marchetti Longhi, in Memorie dei Lincei, 5ª serie, 16 [1923], p. 668 sgg.). S. MARIA « IN DOMINICA » o DELLA NAVICELLA (da un'antica nave votiva marmorea

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ROMA - Il pino centenario del Campidoglio, caduto nella notte del 30 apr. 1931.
(Int. Encl.)
nella piazza antistante). Diaconia ricordata già nella biografia di Leone III (795-816; Lib. Pont., II, pp. 9, 14, 16, 19). S. MARIA « DOMO IOHANNIS BOVIS O BOBONIS ».

S. MARIA « IN FALCONE »: forse sotto Monte Mario, presso Villa Madama; ricordata in un atto del 12 apr. 1483 (P. Fr. Kehr, Italia Pont., I, p. 168 n. 16; Ch. Hülsen, Le chiese, cit., pp. 332-33). S. MARIA « DE FERRARIUS »: chiesa presso il Colosseo, scomparsa nel sec. xv. Appare in un atto del 1205 e nella bolla di Innocenzo IV del 18 marzo 1254 (G. Gatti, in Bull. della Commissione archeol. com. di R., 23 [1895], p. 124 sgg.). S. MARIA « DE FLUMINE »: era presso Monte Cenci; la bolla di Urbano III del 1186 la pone tra le filiali di S. Lorenzo in Damaso. Fu dissacrata il 1° febbr. 1573 (Ch. Hülsen, Le chiese, cit., pp. 333-35). S. MARIA « IN FORMOSA »: scomparsa; fu pure tra le filiali di S. Lorenzo in Damaso (ibid., p. 335). S. MARIA « IN FORO »: dov'era il foro di Augusto (ibid.). S. MARIA « DE FOVEA »: oggi S. Giovanni Decollato; la chiesa fu data da Innocenzo VIII con bolla del 23 ag. 1490 alla compagnia della Misericordia dei Fiorentini (ibid., pp. 335-36). S. MARIA « DE GRADELLIS »: presso S. Maria in Cosmedin. Dal Catalogo del 1492 in poi è detta S. Maria Egiziaca (ibid., pp. 336-38). S. MARIA « DE GUINIZO »: nel versante occidentale del Campidoglio. Ricordata già nel Catalogo di Torino (ibid., pp. 338-339). S. MARIA « DE INFERNO »: eretta nel sec. xiv sopra S. Maria Antiqua. Demolita all'inizio del 1900 (ibid., pp. 339-400). S. MARIA « INTER DUO » o « DUAS »: tra due antiche strade romane presso il Colosseo (ibid., p. 340). S. MARIA « IN IULIA »: chiesa e monastero ricordata già nelle biografie di Leone III; filiale di S. Lorenzo in Damaso fu poi detta S. Anna de' Funari o de' Falegnami e demolita nel 1887 (ibid., pp. 240-41). S. MARIA LAURETANA: al Foro Traiano, oggi della Madonna di Loreto. Fondata dalla Compagnia dei Fornari nel 1507; è nei Cataloghi del 1555, di Pio IV e di s. Pio V. S. MARIA « DE LUTARA »: oratorio e monastero ricordato nella biografia di Leone III (Lib. Pont., II, p. 45, n. 103). Non identificato (Ch. Hülsen, Le chiese, cit., p. 341).

S. MARIA « DE MACELLO »: verso la piazza Montanara (ibid., pp. 341-42). S. MARIA ET S. BLASII: forse è la stessa di S. Benedetto in Thermis (ibid., p. 378). S. MA-

RIA MAGGIORE: V. SORA. S. MARIA « IN MAURENTA »: presso Piazza Navona; per la prima volta appare nel Catalogo di Cennio Camerario, già senza clero; scomparsa nel sec. xvi (ibid., pp. 342-43). S. MARIA « DE MANU »: alle pendici del Palatino, verso il Circo Massimo. Appare in un atto del 20 dic. 1215, poi detta S. Maria dei Cerchi (ibid., pp. 343-44). S. MARIA « DE MAXIMA »: chiesa o monastero, oggi S. Ambrogio della Massima. Già nella biografia di Leone III (ibid., pp. 344-45). S. MARIA « AD MARTYRES » o ROTUNDA o S. MARIA DELLA ROTONDA: il Pantheon trasformato da Bonifacio IV (Lib. Pont., I, p. 363; P. Fr. Kehr, Italia Pontif., I, p. 99). S. MARIA « MEDIANAE »: oratorio ricordato nella biografia di Leone III (795-816; Lib. Pont., II, p. 42, n. 70) fu presso il portico della basilica di S. Pietro in Vaticano (Ch. Hülsen, Le chiese, cit., p. 345). S. MARIA « DE METRIO »: presso l'arco di Costantino, all'inizio della Sacra Via; la bolla di Alessandro IV del 9 apr. 1256 indica già esistente la chiesa di cui gli avanzi sono poco oltre la « meta sudante » verso l'altura del Palatino (ibid., pp. 345-46). S. MARIA « IN MINERVA » o « SUPRA MINERVAM »: è già nell'itinerario di Einsiedeln. Passata dal Senato e dal popolo romano ai Frati Predicatori confermata con bolla di Giovanni XXI del 3 nov. 1276 (J. Berthier, L'église de la Minerve à Rome, Roma 1910; R. Spinelli, S. Maria sopra Minerva, ivi 1924). S. MARIA DEI MIRACOLI: presso il Tevere. Al principio del sec. xvi era una cappella dedicata alla Madonna negli archi delle Mura Aureliane presso Piazza del Popolo. L'Arciconfraternita di S. Giacomo degli Incurabili eresse nel 1525 un oratorio per collocarvi l'immagine che fu trasferita nella chiesa attuale nella Piazza del Popolo nel 1664. S. MARIA « IN MONASTERO »: è ricordata in un placito di Benedetto VII del 1014 (Regestum Farfense, III, p. 199, n. 492). Era davanti a S. Pietro in Vincoli; demolita nel sec. xvi (Ch. Hülsen, Le chiese, cit., pp. 347-48). S. MARIA « IN MONASTERIO MICHAELIS »: è già nella biografia di Leone III; era presso i SS. Quattro Coronati (ibid., p. 348). S. MARIA « DE MONTERONE »: appare tra le filiali di S. Lorenzo in Damaso nella bolla di Urbano III del 1186; la denominazione proviene dalla famiglia Monteroni, senese, che la fondò come un ospizio pellegrini (ibid., pp. 348-49). S. MARIA « IN MONTICELLIS »: è della regione Arenula; fu consacrata da Pasquale II (1099-1118; Lib. Pont., II, p. 305), e poi da Innocenzo II il 6 maggio 1143 (P. Fr. Kehr, Italia Pont., I, p. 96; Ch. Hülsen, Le chiese, cit., pp. 350-51). S. MARIA « IN MONTICELLO » o « DE MONTE IOHANNIS RONZONIS »: appare nella bolla di Alessandro III del 21 febbr. 1178 poi in quella di Urbano III del 1186 tra le filiali di S. Lorenzo in Damaso. Fu detta anche « S. Maria de monte Giordano ». Profanata all'inizio del sec. xx (Ch. Hülsen, Le chiese, cit., pp. 350-51). S. MARIA « MONTIS BALNEANAPOLIS »: sul versante occidentale del Quirinale. Ricordata nel Catalogo del 1555 presso la chiesa di S. Agata al Quirinale. Era sul posto dell'attuale SS. Domenico e Sisto (ibid., p. 351). S. MARIA « MONTIS SERRATI »: sorta nel sec. xvi sul luogo d'un ospedale catalano con cappella di S. Nicola. La chiesa appare nei Cataloghi dello Spagnolo del 1555 e di s. Pio V. S. MARIA NOVA: diaconia fondata da Leone IV tra le rovine del tempio di Venere e Roma. Rifatta da Onorio III e nel 1615 (P. Lugano, S. Maria Nova, Roma s. d.; P. Fedele, Il Tabularium S. Mariae Novae in Arch. Soc. rom. st. patria, 23 [1900], p. 171 sgg.; A. Frandi, Vicendo edilizie della basilica di S. Maria Nova, in Rendiconti della Pont. Accad. rom. di arch., 13 [1938], p. 197 sgg.)

S. MARIA « DE OBLATIONARIO »: cappella che appare in un privilegio di Pasquale II. Onorio II, Innocenzo II con adiacente cimitero per pellegrini tra la Porta Asinaria (S. Giovanni) e la basilica di S. Croce; forse più tardi detta « de Spazolaria » (P. Fr. Kehr, Italia Pont., I, p. 32; Ch. Hülsen, Le chiese, cit., p. 352). S. MARIA « DE OLIVA »: sembra fosse in Trastevere dove è ora S. Apollonia; vi era annesso un monastero femminile di S. Francesco; ricordata nel Catalogo di s. Pio V. S. MARIA DELL'ORTO: eretta nel 1488 in Trastevere presso S. Cecilia. Vi si istituì la Compagnia di S. Maria dell'Orto

l'8 sett. 1492. Si trova nei Cataloghi del 1555, di Pio IV e di s. Pio V. S. MARIA DELLA PACE: fondata sotto Sisto IV col titolo di S. Maria della Virtù dove era la chiesa di S. Andrea degli Acquari. S. MARIA IN PALAZZOLO: in quella costa del Gianicolo prospiciente il Vaticano. Chiesa scomparsa nel sec. XV; appare soggetta a S. Pietro in Vaticano dal sec. XI (Ch. Hülsen, Le chiese, cit., pp. 352-353). S. MARIA « IN PALLAZA »: chiesa sul Palatino prospiciente l'arco di Costantino con monastero del sec. X. Appartenne al monastero di Montecassino. Denominazione dal Palladium. Contiene affreschi della fine del sec. X e della fine del sec. XII, editi da G. Wilpert, Mosaiken, tavv. 224-25. È detta anche di S. Sebastiano; passò nel 1630 in patronato ai Barberini (P. Fedele, in Archivio Soc. rom. di st. patria, 26 [1903], pp. 343-80; Ch. Hülsen, Le chiese, cit., pp. 353-55). S. MARIA « IN PARVI »: è ricordata in un'epigrafe del 1088. Sembra fosse ad ovest della Via Appia (ibid., pp. 355-56). S. MARIA « IN PEREGRINO ». Fu presso S. Angelo in Pescheria. È nel Catalogo di Parigi e di N. Signorili. Scomparsa (ibid., p. 356). S. MARIA « IN PETROCHIO »: fu tra l'angolo della Via della Bocca della Verità e Via dei Cerchi. È nel Catalogo di Cencio Camerario. Nel 1614 fu concessa alla Compagnia degli Scarpinelli e dedicata a s. Aniano (ibid., pp. 356-57). S. MARIA « AD PINEAM »: in Trastevere, V. Cappella. S. MARIA DELLA PIETA: con ospedale per poveri stranieri e per malati di mente: « xenodochium insanorum » lo chiama l'Anonimo Spagnolo. Nel sec. XVII fu concesso alla Compagnia dei Bergamaschi che eressero l'attuale chiesa in Piazza Colonna. S. MARIA « DE POPULO »: è ricordata nel 1265 da una iscrizione. Rifatta sotto Sisto IV (P. Fr. Kehr, Italia Pont., I, p. 86; Ch. Hülsen, Le chiese, cit., p. 358; E. Lavagnino, S. Maria del Popolo, Roma 1923). S. MARIA « DE PORTA »: attestata nel Catalogo di Parigi e in quello di Torino che la pone nella zona Nomentana; ma già senza personale. Non appare più nel 1492 (Ch. Hülsen, Le chiese, cit., p. 359). S. MARIA « DE PORTICU »: una tradizione attribuisce alla nobile Galla figlia di Simmaco l'erezione di un santuario mariano nel proprio Palazzo. La denominazione « porticus » viene dal « porticus Gallatorum ». Nel 1650 il papa Alessandro VII fece trasportare l'immagine della Madonna ivi venerata in S. Maria in Campitelli, detta da allora S. Maria « in Porticu in Campitelli » (P. Ferraroni, S. Maria in Campitelli, Roma s. d.). Fu consacrata da Gregorio VII l'8 luglio 1073 (G. B. De Rossi, Inscript. christ., II, 1, Roma 1888, p. 436; P. Fr. Kehr, Italia Pont., I, p. 110; L. Pasquali, S. Maria in Portico nella storia di R. dal sec. VI al XX, Roma 1902; Ch. Hülsen, Le chiese, cit., pp. 359-60). S. MARIA « DE POSTERULA »: quasi incontro all'albergo dell'Orso demolita alla fine del sec. XIX. Fu detta anche S. Maria « ad Flumen ». Appare già nel Catalogo di Cencio Camerario (Ch. Hülsen, Le chiese, cit., pp. 360-61). S. MARIA « DE PUBLICO »: è presso S. Carlo a Catinari; annoverata nella bolla di Urbano III nel 1186 tra le filiali di S. Lorenzo in Damaso. È detta anche « de Publico » in Publicolis (ibid., p. 361). S. MARIA « PURITATIS »: del Collegio dei caudatari dei cardinali, fondata sotto Clemente VII nel Borgo Nuovo. È ricordata nel Catalogo di s. Pio V. S. MARIA « DE PUTEO PROBAE » o « IN CAMPO »: fra S. Vitale e S. Agata alla Suburra. Vi fu annesso un ospedale per gli Albanesi. Appare già nel Catalogo di Parigi; era già in rovina nel Catalogo di s. Pio V (ibid., p. 362).

S. MARIA « REGINA COELI »: fu in Piazza S. Pietro, ricordata nel Catalogo del 1492 e di Pio IV. S. MARIA DELLO RIPOSO: sulla Via Aurelia. S. MARIA ROTONDA: V. S. Maria « ad Martyres ». S. MARIA « IN SAXIA », oggi S. Spirito in Saxia. Fondata nel 727 dal re Ina; rifatta da Leone IV (Lib. Pont., II, p. 128). Con bolla di Innocenzo III del 13 marzo 1198 divenne filiale di S. Pietro in Vaticano (P. Fr. Kehr, Italia Pont., I, pp. 145-51; Ch. Hülsen, Le chiese, cit., pp. 363-64). S. MARIA « DE SCALA »: con annesso monastero, oggi S. Maria della Scala, eretta nel 1592. S. MARIA « SECUNDICERII »: è citata nel Catalogo di Cencio Camerario e nella biografia di Gelasio II (Lib. Pont., II, pp. 315 e 347). Era vicino al Ponte Rotto. S. MARIA « AD S. SILVESTRI »: è ricordata

in una bolla di Giovanni XII dell'8 marzo 962; era davanti all'ingresso del monastero di S. Silvestro in Capite. S. MARIA « IN SYNODOCHIO »: è lo Xenodochium di Belisario presso l'acqua Vergine (oggi S. Maria in Trivio) (Ch. Hülsen, Le chiese, cit., pp. 365-66). S. MARIA « DE SPATULARIA »: presso S. Croce in Gerusalemme, con annesso monastero, demolita da Sisto IV per erigervi la cappella detta S. Maria del Soccorso o del Buon Aiuto (ibid., pp. 366-67). S. MARIA « IN TEMPULO » o « DE TEMPORE »: da Tempulus, monaco greco secondo la leggenda. Il monastero è nella biografia di Leone III. Era presso S. Sisto vecchio (ibid., pp. 367-68). S. MARIA « IN TOFELLATO » o « IN TOFELLA »: nel rione Ripa, era già in rovina sotto s. Pio V (ibid., pp. 368-70). S. MARIA « IN TRASPADINA » o « IN HADRIANO »: diaconia fondata da Adriano I presso l'ingresso al mausoleo di Adriano, demolita da Pio IV nel 1564. L'attuale chiesa di S. Maria in Transpontina invece è del 1566 (P. Fr. Kehr, Italia Pont., I, p. 154; Ch. Hülsen, Le chiese, cit., pp. 370-71). S. MARIA TRANSTIBERINI: V. SORA. S. MARIA « IN TUBRE »: era in Trastevere presso il porto di Ripa Grande, denominata così da una torre di Leone IV (ibid., p. 372). S. MARIA « IN TURRI » o « IN TURRIBUS », era tra i due campanili della Basilica di S. Vaticano (v.).

S. MARIA « IN VALLICELLA »: si trova già al tempo di Eugenio III (1145-53). Nel 1575 s. Filippo Neri iniziò la costruzione della Chiesa Nuova (E. Strong, La Chiesa Nuova, Roma 1923). S. MARIA « IN VIA »: appare in un atto, del 1042, di S. Maria in Via Lata; il nome deriva da una via che dalla Flaminia si dirigeva all'arco dell'acqua Vergine (C. Cecchelli, S. Maria in Via, Roma s. d.). S. MARIA « IN VIA LATA »: diaconia arricchita da Leone III nell'806. Eugenio IV con bolla del 19 marzo 1433 vi unì il monastero dei SS. Ciriaco e Niccolò (L. Cavazzi, La diaconia di S. Maria in Via Lata e il monastero di S. Ciriaco, Roma 1908; L. Hartmann - M. Merores, Ecclesiae S. Mariae in Via Lata Tabularium, Vienna 1896-1923). S. MARIA « VIAE PONTIFICALIS REGIONE COLUMNAE »: ricordata nel Catalogo del 1555. S. MARIA « DE VIRGARIIS »: chiesetta sulla Piazza S. Pietro circa il luogo dove ora sorge l'obelisco; è già in una bolla di Leone IX del 1053 (L. Schiaparelli, Le carte antiche dell'Archivio capitolare di S. Pietro, in Archivio Soc. rom. di st. patria, 24 [1901], p. 472). S. MARIA « DE VIRGINIBUS »: oratorio presso il vicolo al Colonnato e il Corridoio del Borgo, ricordato in un documento del 13 apr. 1345 dell'Archivio di S. Pietro, con annesso un monastero di canonichesse. Scomparve nel sec. XV (Ch. Hülsen, Le chiese, cit., pp. 377-78). S. MARIA « IN XENODOCHIO FIRMIS »: oratorio ricordato nella biografia di Leone III presso quello di Belisario (Lib. Pont., II, p. 46, n. 108).

VII. LE BASILICHE CIMITERIALI

La prima notizia di basiliche erette sui sepolcri dei martiri romani si trova nella biografia di Silvestro, in cui vengono indicate come costruzioni costantiniane quelle sulle tombe di s. Pietro (v.), di s. Paolo (v.) di s. Lorenzo (v.) di s. Agnese (v.), dei ss. Marcellino e Pietro (v.). S. SILVESTRO fu deposto in Priscilla, sulla Salaria, il 31 dic. 335, come insegna la Depositio episcoporum e la sua biografia (Lib. Pont., I, p. 187). La sua tomba verrà in seguito indicata nella « ecclesia » o « basilica S. Silvestri » eretta sul sepolcro dei martiri Felice e Filippo indicato nello stesso cimitero dalla Depositio martyrum (R. Valentini e G. Zucchetti, Codice topografico della città di R., Roma 1942, pp. 77, 144). Ma della basilica cimiteriale detta « Apostolorum » sull'Appia nella località « in catacumbas », pur non avendo alcuna documentazione scritta sulla sua fondazione, la antichità è dimostrata dalla struttura, dello stesso tipo di quella dei vicini circa di Massenzio e mausoleo.

PAPA MARCO (336) eresse una basilica in « cymiterio Balbinae Via Ardestina » dove fu sepolto (Lib. Pont., I, p. 202). GIULIO costruì tre basiliche cimiteriali, ricordate nel Catalogo Liberiano: la prima « in Via Portuense miliario III », che G. B. De Rossi identificò con la basilica di S. Felice; la seconda è la basilica « in Via Flaminia, miliario II quae appellatur Valentini »; la terza sulla Via Aurelia al terzo miglio presso il sepolcro del papa Callisto (MGH, Script. Antiquiss., I, Berlino 1892, p. 76):

« in Via Aurelia miliario III ad Callistum », cioè dove egli fu sepolto, come conferma la Depositio episcoporum : « luli in Via Aurelia, miliario III in Callisti » (ibid., p. 70; identica notizia è riportata pure in Lib. Pont., I, p. 206); Liberio (352-66) adornò con lastre marmoree il sepolcro di S. Agnese (Lib. Pont., I, p. 208). DAMASO (366-84) adornò con versi la lastra marmorea « in catacumbas » dove erano state deposte le reliquie degli apostoli Pietro e Paolo. Inoltre la sua biografia attesta che egli « multa corpora sanctorum martyrum requisivit et invenit, quorum etiam versibus declaravit » (ibid., p. 212). Infatti Damaso mise in culto e abbelli i sepolcri dei martiri Marcellino e Pietro, di cui il carnefice stesso gli aveva narrato, mentre era puer, i particolari del martirio (A. Ferrua, Epigrammata Damasiana, Città del Vaticano 1942, n. 28). Damaso addita ai fedeli l'esempio dei due martiri militari Nereo e Achilleo (ibid., n. 8); commette al presbitero Vero di adornare il sepolcro dei martiri Felice e Adautto, in cui onore compone un epigramma (ibid., n. 7). Nell'area dell'antica Basilica cimiteriale sulla Portuense, G. B. De Rossi scoprì nel 1868 un frammento di un epistilio marmoreo dove in lettere filocaliane è la dedica in onore dei martiri « (Fau)stino, Viatrici », che lo stesso De Rossi integrò « sanctis martyribus Simplicio Faustino, Viatrici et Rufo Damasus episcopus fecit » (ibid., n. 6). Damaso è il primo a far conoscere l'episodio del martirio del diacono o accolito Tarsicio protomartire dell'Eucaristia nell'epigramma posto sul suo sepolcro in Callisto (ibid., n. 15); per opera di Damaso « quaeritur, inventus colitur » il corpo del martire Eutichio di cui « expressit Damasus meritum venerare sepulchrum » (ibid., n. 21).

Frammenti di un carme scoperto in Pretestato, non trascritto dalle sillogi epigrafiche, ma composto da Damaso (« Damasus episcopus fecit. Furius Dionysius Filocalus scribsit »; ibid., n. 26) con espresso riferimento ai castra e in armis, si attribuisce al martire militare Quirino, che è ricordato in una posteriore iscrizione dedicatoria rinvenuta nello stesso cimitero (R. Kanzler, Relazione ufficiale degli scavi eseguiti dalla Pont. Comm. di archeol. sacra nelle catacombe romane [1907-19], in N. Bull. arch. crist., 15 [1909], p. 1210, tav. 1, 1) e che il Martirolgio geronimiano attesta venerato in Pretestato, dove pure gli Acta ss. Alexandri Eventi et Theoduli, che lo qualificano « tribunus », pongono il suo sepolcro (BHL, n. 266).

Damaso pone un carme sul sepolcro del martire Tiburzio deposto sul cimitero « inter duas lauros » (A. Ferrua, op. cit., n. 31) effigiato insieme con gli altri martiri locali Marcellino, Pietro e Gorgonio in un affresco nello stesso cimitero (Wilpert, Pitture, tav. 252). Nulla si sa del tempo in cui fu costruita la basilichetta sul suo sepolcro, di cui restano i ruderi (O. Marucchi, La cripta storica dei ss. Pietro e Marcellino, in N. Bull. arch. crist., 4 [1898], pp. 181 e 183). Damaso abbellisce il sepolcro dei martiri Proto e Giacinto compiendo lavori, come attesta il carme ivi posto (A. Ferrua, op. cit., pp. 190-93); lavori compie pure ai sepolcri del papa Cornelio sull'Appia (ibid., pp. 136-37) e del martire Gennaro in Pretestato dove pone una grande epigrafe dedicatoria in prosa (ibid., pp. 151-52). Pose un carme sul sepolcro del martire Saturnino di Cartagine deposto in Trasone (ibid., pp. 188-90) ma non si sa quando fu eretta la basilichetta in suo onore, bruciata e restaurata più tardi, i cui ruderi erano ancora visibili al tempo di A. Bosio e il nome si era corrotto in quello di S. Citronina. Damaso pose pure un'iscrizione dedicatoria in caratteri filocaliani sul sepolcro dei martiri Abdon e Sennen indicati, depositi sub duo, « ad Ursum pileatum » dalla Depositio martyrum. La basilica in loro onore, non si sa quando costruita, tornò in luce nel 1917 (F. Fornari, in Notizie degli scavi, 1917, p. 283).

Sotto il papa SIRICIO (385-98) viene costruita la ba-

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ROMA - Veduta aerea della zona dei Fori imperiali da Piazza Venezia al Colosseo.
silica di S. Paolo (v.) a cinque navate; furono fatti lavori presso i sepolcri dei COMMODIANO (v.) e a quello del papa Cornelio (A. Ferrua, op. cit., p. 138). ANASTASIO (399-401) è indicato come deposto in « cymiterio suo » nella località « ad Ursum pileatum » sulla Via Portuense (Lib. Pont., I, p. 218); gli itinerari del sec. VII indicano il suo sepolcro distinto da quello dei martiri e del successore Innocenzo. L'espressione « in cymiterio suo » ricorre già nel Liber Pontificalis nella biografia del papa Zefirino (199-217) dove deve dargli lo stesso valore. Il papa INNOCENZO I pose sotto la giurisdizione dei preti del titolo di Vestina, da lui costituito, la basilica di S. Agnese (Lib. Pont., I, p. 222). Innocenzo I (401-17) fu deposto pure, « ad Ursum Pileatum » (ibid., p. 222) e la « Notitia ecclesiarum » indica che si entrava nel suo mausoleo uscendo dalla chiesa dei SS. Abdon e Sennen (R. Valentini - G. Zucchetti, Cod. top. cit., II, p. 92). BONIFACIO I (418-22) fece costruire un oratorio sul sepolcro della martire Felicita, adornando il suo sepolcro e quello del martire Silano il quale ultimo è già noto dalla Depositio martyrum come deposto nel cimitero di Massimo (Lib. Pont., I, p. 227). SISTO III (432-40) adornò i sepolcri degli apostoli Pietro e Paolo e del martire Lorenzo; istituì un monastero « in catacumbas », il primo di cui si abbia menzione, e pose una iscrizione nel cimitero di Callisto, commemorante i martiri ivi depositi (Lib. Pont., I, p. 234).

LEONE MAGNO (440-61) rinnovò la navata centrale della basilica di S. Paolo (v.) e restaurò quella di S. Pietro (v.) in seguito al terremoto del 443. Fece una basilica sul sepolcro del papa Cornelio nella Via Appia e fondò un monastero presso la basilica di S. Pietro ([v.], Lib. Pont., I, pp. 238-39). Al suo tempo Annia Demetriade eresse sulla Via Latina una basilica in onore del protomartire Stefano (L. Fortunati, Relazione generale degli scavi e scoperte fatte lungo la Via Latina, Roma 1859). Il papa ILARO (461-68) istituì un monastero presso S. Lorenzo al Verano e vi costruì un bagno per i pellegrini (Lib. Pont., I, p. 245). SIMPLICIO (468-83) eresse una basilica a S. Stefano presso quella di S. Lorenzo al Verano; egli stabilì che facessero servizio per l'amministrazione dei Sacramenti presso le grandi basiliche cimiteriali i presbiteri della I regione ecclesiastica a S. Paolo, quelli della III a S. Lorenzo, quelli della VI e VII a S. Pietro (ibid., p. 249). FELICE III (483-92) fece la basilica di S. Agapito presso la basilica di S. Lorenzo al Verano (ibid., p. 252). ANASTASIO II (496-98) rivestì di argento la confessione del martire Lorenzo (ibid., p. 258). Il papa SIMMACO (498-514) fece l'oratorio di S. Andrea presso la basilica di S. Pietro dove eresse anche l'oratorio della S. Croce e compì altri lavori. Eresse la basilica di S. Agata nella Via Aurelia. Sul sepolcro di S. Pancrazio fece pure una basilica; rinnovò l'abside di S. Paolo e

quella di S. Agnese, restaurò quella di S. Felicita e il cimitero dei Giordani o la basilica eretta sui sepolcri dei martiri Vitale e Alessandro e Marziale (Lib. Pont., I, pp. 262-63).

GIOVANNI I (523-26) rifece la basilica dei SS. Nereo e Achilleo, dei SS. Felice e Adautio e, probabilmente sopra il cimitero di Priscilla, la Basilica dove era sepolto s. Silvestro (ibid., p. 276). Sotto FELICE IV (26-30) bruciò la basilica di S. Saturnino sopra ricordata che venne rifatta a cura del Papa (ibid., p. 279). Sotto SILVERIO (536) si ha il grande scempio delle basiliche cimiteriali e dei sepolcri dei martiri: « ecclesias et corpora martyrum sanctorum exterminatae sunt a Gothis » (ibid., p. 291); il successore VIGILIO (537-55) si prodigò per restaurarle come è attestato da un carme conservato dalle sillogi e da alcuni frammenti superstiti (G. B. De Rossi, Inscrip. christ., II, 1, Roma 1888, pp. 84-87, 116, 135). Il papa GIOVANNI III (561-74) andò ad abitare presso il santuario alla sinistra della Via Appia dove erano stati depositi i martiri Tiburzio, Valeriano e Massimo e vi compì anche consacrazioni di vescovi (Lib. Pont., I, p. 306). Il papa PELAGIO II (579-90) rivestì di lastre marmoree la confessione di S. Pietro (v.), fece la basilica sul sepolcro del martire Ermete (R. Krautheimer, in Corpus Basil. Christianarum. Città del Vaticano 1936, pp. 195-208), eresse la basilica a doppio ordine di colonne in S. Lorenzo (v.) al Verano (Lib. Pont., I, p. 309).

GREGORIO MAGNO fece lavori nelle basiliche di S. Pietro (v.) e di S. Paolo (ibid., p. 312). BONIFACIO V (619-25) completò e consacrò la chiesa cimiteriale di S. Nicomede sulla Nomentana (ibid., p. 325; Martyr. Hieronymianum, p. 291). Il papa ONORIO I (625-38) costruì la basilica sul sepolcro di s. Agnese sulla Nomentana, con il doppio ordine di colonne, come quella di S. Lorenzo, decorando l'abside con il musaico tuttora superstite; la chiesa di S. Apollinare detta « ad palmata » presso S. Pietro in Vaticano; la chiesa sul sepolcro di S. Ciriaco al VII miglio della Portuense; restaurò il cimitero o la chiesa dei martiri Marcellino e Pietro sulla Labicana; ricostruì la basilica di S. Pancrazio sulla Via Aurelia; ricoprì la basilica di S. Pietro in Vaticano con le tegole di bronzo del tempio di Roma (Lib. Pont., I, p. 323). Il papa SEVERINO (640) riparò il musaico dell'abside della basilica di S. Pietro (v.). Il papa TEODORO (642-49) è il primo, secondo il Liber Pontificalis, a eseguire traslazioni di corpi di martiri; egli trasporta in S. Stefano al Celio i corpi dei martiri Primo e Feliciano depositi « ad arcos Nomentanos » al XV miglio della Nomentana (ibid., p. 332). A lui è pure attribuito il restauro della basilica di S. Valentino sulla Flaminia che la Notitia ecclesiarum attribuisce ad Onorio (R. Valentini-G. Zucchetti, Cod. top., cit., II, p. 333). Il papa Teodoro costruì ed adornò un oratorio in onore del martire Euplo. ADEODATO (672-76) restaurò e dedicò la basilica di S. Pietro sita sulla Via Portuense presso il « pons Meruli » le cui vestigia furono distrutte nel 1858 per la costruzione della linea ferroviaria Roma-Pisa (A. Pellegrini, Cenni storici intorno ad una basilica di S. Pietro in Campo di Merlo, Roma 1860). LEONE II (682-83) trasferì dal cimitero di Generosa le reliquie dei martiri Simplicio Faustino e Beatrice, deponendole in una chiesa che dedicò a s. Paolo situata presso S. Bibiana (Lib. Pont., I, p. 360). BENEDETTO II (648-85) restaurò la basilica di S. Pietro in Vaticano, ed eresse un ciborio sull'altare della basilica di S. Valentino sulla Flaminia (ibid., p. 363).

Il papa SERGIO I (687-701) restaurò la basilica di S. Pietro, specie il musaico della facciata, la basilica di S. Paolo e i suoi annessi (ibid., p. 376). GIOVANNI VI (701-705) fece l'ambone nell'oratorio di S. Andrea presso S. Pietro in Vaticano e donò stoffe per l'altare di S. Paolo (ibid., p. 383). GIOVANNI VII (705-707) restaurò la basilica di Eugenia sulla Via Latina, e sull'Ardeatina quella contenente i sepolcri dei martiri Marco e Marcellino e l'altra con la tomba di papa Damaso (ibid., p. 385); eresse l'oratorio della B. Vergine nella basilica di S. Pietro in Vaticano (ibid., p. 385). GREGORIO II (715-31) restaurò i tetti delle basiliche di S. Lorenzo e di S. Paolo di cui rinnovò i monasteri (ibid., p. 397). GREGORIO III (731-41)

abbelli la basilica di S. Pietro in Vaticano; restaurò le basiliche di S. Callisto e dei SS. Processo e Martiniano, il mausoleo del papa Marco; stabilì una stazione annua nella basilica di S. Petronilla; restaurò il tetto degli edifici nel cimitero di Pretestato (ibid., p. 419-20). Il papa ZACCARIA (741-52) al quinto miglio della Via Tiburtina, dove costituì una « domusculta », ampliò e decorò l'oratorio di S. Cecilia e costruì un oratorio a S. Abba Ciro dove depose molte sacre reliquie (ibid., p. 434). Il papa STEFANO II (752-57) costruì due ospizi presso S. Pietro ponendoli sotto le locali diaconie di S. Maria e di S. Silvestro (ibid., p. 441). In quel tempo Astolfo portò via dai cimiteri molti corpi di santi (ibid., p. 451) e restaurò l'edificio sepolcrale di S. Sotere. Il papa PAOLO I (757-67) trasferì a R. dai cimiteri molti corpi di martiri e non pochi ne depose nel monastero dei SS. Stefano e Silvestro da lui fondato nella sua casa. Trasportò nel mausoleo adiacente all'oratorio di S. Andrea in Vaticano il corpo della martire Petronilla; pure presso S. Pietro eresse un oratorio alla Madonna presso quello di S. Leone (ibid., pp. 464-65).

Il papa ADRIANO I (772-95) è il restauratore di quasi tutti gli edifici cimiteriali a cominciare dalle basiliche di S. Pietro, di S. Paolo, di S. Lorenzo, di S. Pancrazio, di S. Valentino, di S. Tiburzio, dei SS. Pietro e Marcellino dove costruì anche la scala per discendere direttamente al loro sepolcro; di S. Gennaro presso la Porta di S. Lorenzo (Tiburtina), dei SS. Abdon e Seinen di S. Agapito e di S. Stefano presso S. Lorenzo, di S. Sebastiano, di S. Eugenia, dei SS. Gordiano ed Epimaco; dei SS. Tiburzio Valeriano e Massimo e di S. Zenone in Pretestato, di S. Felicita, di S. Saturnino, dei SS. Alessandro, Vitale e Marziale ai Giordani, di S. Silvestro sulla Salaria, di S. Agnese, di S. Emereniana, di S. Ippolito; in molte di queste basiliche offrì suppellettile liturgica e stoffe preziose (Lib. Pont., I, pp. 499-500, 504-12). LEONE III (795-816) continuò l'opera con ricchi donativi e stoffe preziose a quasi tutti gli edifici sacri di R., oratori, cappelle, monasteri. Sono ricordati i suoi restauri a S. Pietro in Vaticano, alla basilica di Felice e Adautio, di S. Menna, di S. Sisto, di S. Cornelio e di S. Zotico sulla Labicana (Lib. Pont., II, pp. 1-33). Il papa PASQUALE I (817-24) ricercò nei cimiteri molti corpi di santi e li trasferì nelle chiese urbane, specie in quelle da lui rifatte, come S. Cecilia e S. Prassede. Sono ricordate particolarmente le traslazioni dei corpi dei ss. Processo e Martiniano in S. Pietro, di s. Zenone in S. Prassede, dei ss. Cecilia, Valeriano, Tiburzio, Massimo e dei papi Urbano e Lucio le cui reliquie pose sotto l'altare del titolo di S. Cecilia (ibid., pp. 54-56). GREGORIO IV (827-44) restaurò la basilica di S. Saturnino sulla Salaria; trasferì dentro la basilica di S. Pietro il corpo di s. Gregorio Magno in una cappella da lui eretta in cui depose le reliquie dei martiri Sebastiano, Gorgonio e Tiburzio (M. Andrieu, La chapelle de St Grégoire dans l'ancienne Basilique Vaticane, in Riv. di arch. crist., 13 [1936], pp. 61-99); offrì doni alle basiliche di S. Pietro, di S. Paolo, di S. Lorenzo, di S. Pancrazio, di S. Valentino (Lib. Pont., II, p. 74-88).

SERGIO II (844-47) eresse una basilica in onore di s. Romano presso la Via Salaria, indicata solo nella sua biografia (ibid., p. 92). Il Papa trasportò molti corpi dei martiri nel titolo dei SS. Silvestro e Martino da lui rinnovato (ibid., pp. 93-94). Sotto il suo pontificato le basiliche degli apostoli Pietro e Paolo « funditus depraedatae sunt » dai Saraceni (ibid., p. 106). Il Papa LEONE IV (847-885) cercò di riparare a tanta sciagura con ricchi e continui donativi e con stoffe preziose. Istituì la celebrazione dell'ottava dell'Assunzione di Maria S.ma nella basilica a lei dedicata presso S. Lorenzo al Verano, dove restaurò il monastero dei SS. Stefano e Cassiano, dove pose pure monaci greci per la « laus perennis »; fece doni alle basiliche di S. Lorenzo, di S. Pancrazio e di S. Agata; di S. Stefano sulla Latina, di S. Rufina e dei SS. Cosma e Damiano alla Silva Candida; nella basilica dei SS. Quattro Coronati al Celio, da lui restaurata, trasportò i corpi dei ss. Quattro Coronati e un gruppo notevole di altri corpi di martiri (ibid., pp. 109-16, 119-22, 125, 127-29, 130, 132-34). BENEDETTO III (855-58) adornò

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RO

LE XIII REGIONES

Regio I. Marinum et Biberalicon

Regio II. Trinit et Vice Lariæ

Regio III. Calumnae et Sanctae Manæ et Aqueæ

Regio IV. Campi Manæ

Regio V. Partis et Scandiclorarium

Regio VI. Pavonis et S. Laurentii in Domœia

Regio VII. Annulus et Coccoborarium

Regio VIII. S. Eustache et Vineae Thiodemani

Regio IX. Pineae et S. Marci

Regio X. Campitelli (et S. Hadriani)

Regio XI. S. Angeli in Fara Piscium

Regio XII. Ripae et Marmoratae

Regio XIII. Transtiberum

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EGE1-Roma
LE XIII REGIONES (RIONI) DI ROMA DAL SEC. XI AL
OMA
Article illustration
IV con le tre Fraternitates nelle quali erano raggruppate le chiese dell'Urbe.
-
le basiliche di S. Pietro, di S. Paolo, restaurò il mausoleo del papa Marco (ibid., p. 144-148). Il papa NICCOLÒ I (858-67) fece ricchi doni alle basiliche di S. Pietro, di S. Paolo, di S. Lorenzo; rinnovò le basiliche di S. Felice e dei SS. Abdon e Senen sulla Via Portuense, di S. Sebastiano restaurandovi il monastero (ibid., pp. 152-53, 161, 166). STEFANO V (885-91) offrì doni alla basilica di S. Pietro (ibid., p. 194). Con questo Papa della fine del sec. IX terminano le indicazioni di lavori compiuti nelle basiliche cimiteriali.

VIII. LE ABBAZIE

MANILIO (v.) fece un elenco di 20 abbazie, cioè S. Cesario « in palatio », S. Gregorio « in clivo Scauri », S. Maria « in Aventino », S. Alessio, S. Saba, detto « cella nova », S. Pancrazio, SS. Cosma e Damiano « in vico aureo », S. Silvestro « inter duos hortos », S. Maria « in Capitolio », S. Basilio « iuxta Palatium Trajani imperatoris », S. Agata « quae est Subure monte », S. Lorenzo « in Panisperna », S. Tommaso « iuxta formam Claudiam », S. Biagio « de captu secuta », SS. Trinità « Scotorum », S. Valentino « in Via Flaminea », S. Anastasio « in Via Ostiensi », S. Maria « in Pallara », S. Maria « in monasterio iuxta S. Petrum ad vincula », S. Maria « in castro aureo » (cod. Vat. lat. 3627, f. 22 v); Giovanni Diacono (v.) ne annoverò pure 20, omettendo però S. Anastasio e aggiungendo quella dei SS. Prisca e Aquila (cod. Vat. Reg. 712, f. 89).

IX. LE REGIONI ECCLESIASTICHE E I RIONI

G. B. De Rossi dalle indicazioni epigrafiche e da documenti ritenne che la regione I ecclesiastica comprendesse la I, la XII e la XIII auguste; la II eccles.: la II, VIII, X e XI aug.; la III eccles.: la III e V aug.; la IV eccles.: la IV e VI aug.; la V eccles.: la VII e IX aug.; la VI eccles.: la IX e parte della XIV aug.; la VII eccles.: il resto della XIV aug. (Roma sotterr., III, Roma 1877).

Nel Liber Pontificalis la I regione ecclesiastica è ricordata nelle biografie dei papi Simplicio (468-83), Silverio (536-37), dove si ricorda un « Johannis subdiaconus regionarius regionis primae » e Eugenio I (654-57) oriundo, « regionis primae Aventinensis ».

La regione II ecclesiastica ricorre nella vita di papa Zaccaria (741-52), in cui si indica « regione secunda » la diaconia di S. Giorgio « ad Velum aureum ».

Mentre le regioni augustee continuano ad essere menzionate nelle biografie di Anastasio II (496-98), che appartenne alla regione V « Caput Tauri », cioè dell'Esquilino e di Benedetto VI (973-74) indicato « de regione VIII sub Capitolio », cioè della zona Foro Romano, ecc. C. Re nel suo studio su Le Regioni di R. nel medioevo (v. art. cit. in bibl., p. 185 sgg) ritenne che le regioni augustee continuassero ad indicarsi nei documenti fino al sec. XI, promiscuamente con le regioni ecclesiastiche. L. Duchesne sostenne che dalla metà del sec. VI, cioè dopo l'invasione gotica, abbia cessato l'uso della divisione regionale augustea, che fu sostituita dalla circoscrizione ecclesiastica in sette regioni; inoltre che le 12 regioni del medioevo da cui i « rioni », rappresentino quel raggruppamento avvenuto sotto il periodo bizantino per la formazione dell'esercito romano e la ripartizione militare della popolazione romana. Inoltre il sistema delle sette regioni ecclesiastiche sarebbe rimasto in uso fin verso la fine del sec. XI, ma con qualche variante in quest'ultimo periodo; finalmente che le 12 regioni non hanno nulla da vedere dal punto di vista topografico né con le 14 augustee né con le 7 ecclesiastiche. Al tempo di Teodorico il diacono romano Giovanni scriveva che « septem regionibus ecclesiastica apud nos militia continetur » (Johannis diaconi epistola ad Senarium: PL 59, 405). Il clero e il popolo era raggruppato nelle sette regioni ecclesiastiche, come indicano le sette Croci portate durante le processioni stazionali e le litanie, Croci conservate allora in S. Anastasia. Più tardi appaiono le insegne militari dei « milites draconarii » dette banda, poi bandora, donde l'attuale bandiera.

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(fot. Fatacciere, Torino)

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“ROMA.” Enciclopedia Cattolica, vol. X (1953), p. 640. Azione Romana digital edition, https://azioneromana.com/it/article/roma.