ROMA. - Metropoli del mondo Romano, capitale dello Stato pontificio poi, dal 3 febbr. 1871, dello Stato Italiano (legge n. 33, art. 1), è il centro del cattolicesimo quale sede episcopale del Romano Pontefice:
B) ROMA CRISTIANA FINO AI NOSTRI GIORNI: I. Storia civile ed ecclesiastica (coll. 1137-77). - II. Letteratura latina cristiana (coll. 1177-89). - III. Arte (coll. 1189-1204). - IV. Folklore (coll. 1204-1207). - V. Topografia (coll. 1208-45). - VI. Istituti di cultura (coll. 1245-61). - VII. Istituti di assistenza caritativa (coll. 1261-65). - VIII. Vicariato (coll. 1265-67). - IX. Santuari del Divino Amore (coll. 1267-68).
A) ROMA ANTICA E IMPERIALE.
I. NOME E SITUAZIONE GEOGRAFICA.
I. NOME
Deriva certamente dal vocabolo etrusco rumon = fiume (W. Corssen, I. Guidi, G. De Sanctis, Fr. Altheim) dato all'agruppamento palatino a causa della sua vicinanza al Tevere, quasi individuata come « città del fiume ».Nella zona sud-ovest del Palatino, la più vicina, attraverso il paludoso Velabro, al Tevere, sono riunite le memorie più vetuste della città collegate con quel vocabolo: la Porta Romana o Romanula (Varrone, De lingua lat., V, 164; Festo, s. v.), situata nella R. quadrata, allo sbocco di quello che si chiamò poi « Civus Victoriae », e che si ritrova anche nel nome di Porta Flumentana nel corrispondente luogo della posteriore cinta detta Serviana; il fico ruminale che stava presso il Lupercale e fu per prestigio magico dall'augure Atto Navio trasferito nel comizio; la Diva Rumina che nel Monte Palatino aveva un suo santuario. Sono da scartare le etimologie dal greco 'poμn = forza; dal latino rumana = mammella, per le due vette più alte del Palatino, il Germalo e il Palatium; dalla gens etrusca dei Ruma (W. Schulze, G. Herbig). Nella tradizione romana e ebbe anche un nome tenuto segreto per timore che potesse essere conosciuto ed evocato magicamente dal nemico a danno della città. Il segreto riguardava il nome della città (Plinio, Hist. nat., III, 65; Servio, Aen., I, 277; Macrobio, Sat., III, 8; Giov. Lido, De mens., IV, 73), o la divinità protettrice della medesima (Plinio, Hist. nat., XXXVIII, 28; Plutarco, Quaest. Rom., 65; Servio, Aen., II, 351; Macrobio, Sat., III, 8).
Valerio Sorano, che rese pubblico il nome vero di R. (Plinio, Hist. nat., III, 65) o, secondo Plutarco (Quaest. Rom., 61), quello della divinità protettrice, ne fu punito di morte. Secondo Giovanni Lido (De mensibus, IV, 73), il nome segreto di R. era Flora, divinità della natura feconda (Flora mater), servita da un proprio fiamme (flamen Floralis), venerata in un proprio tempio sul Quirinale; nel mito considerata come una cortigiana che lasciò il popolo romano erede delle sue ricchezze. Secondo A. Brelich, Flora e altre divinità consimili (Acara Larenzia, Pale, Ops Consivia, Diva Angerona) hanno avuto, pur nelle diversità delle figure, il ruolo di divinità protettrice segrete di R. in virtù del loro significato originale di fecondità, da cui la città doveva attingere, come da fonte inesusta, le ragioni della sua esistenza.
II. SITUAZIONE GEOGRAFICA
Situata a 41° 54' di lat. N. e a 12° 29' di long. E. (Greenwich), calcolate le coordinate all'Osservatorio del Collegio Romano, la città, centro della civiltà mediterranea, occupa una posizione di privilegio nella penisola e nel Mare Mediterraneo.Disposta in una pianura alluvionale nella quale segreggiano i meandri del Tevere e le propaggini vulcaniche dei Monti Sabatini e Albani che insieme ai Prenestini e alla costa del Tirreno la recingono nelle sue

Roma. - La des R. Status marmorea di arte imperiale - Roma, Palazzo Sanatorio Campidoglio.
linee esterne, R. registra in vari punti altezze che variano dai 15 agli 80 metri s. m. Dalla primitiva città sul Palatino all'attuare complesso urbano, enorme fu l'incidente che ebbe nel volgere dei secoli. Se all'epoca della Repubblica appartengono le grandi vie di comunicazione, più rapido fu lo sviluppo della città durante l'Impero; il '500 fu il secolo che vide iniziare le grandi costruzioni della R. papale, mentre solo alla fine del XIX e agli inizi del sec. XX ebbe principio la grande trasformazione che ha quasi totalmente modificato l'aspetto di R. Dai 210.000 ab. del 1870, la popolazione salì a 400.000 nel 1900 e ad oltre un milione e mezzo nel 1950 (1.599.894 nel 1951). Questo enorme incremento, che supera quello di tutte le città italiane, è dovuto, oltre che alla forte natalità, alla notevole immigrazione da ogni regione d'Italia. Ecclesiasticamente la popolazione di R. è divisa in 136 parrocchie, raggruppate in 16 prefetture. Il clima, molto gradevole, presenta una media di 7° nel mese più freddo (genn.) e di 25° in quello più caldo (luglio). Nel suo territorio ha sede lo Stato della Città del Vaticano; inoltre, tutti i discasteri dell'amministrazione statale, gli atenei governativi ed ecclesiastici, le maggiori banche, enti, istituti, ecc. Tra le poche industrie, fondamentali quelle edilizie e tipografiche. Negli ultimi decenni il movimento del suo porto (porto fluviale di S. Paolo e portocanale di Fiumicino) ha registrato un notevole progresso.
III. ARCHEOLOGIA.
SOMMARIO: I. Origini ed età regia, - II. Età repubblicana, - III. Età augustea, - IV. Età imperiale.
I. ORIGINI ED ETÀ REGIA
La sua fondazione fu fissata da Varone al 21 apr. dell'anno 753 a. C.; a questa data tradizionale deve attribuirsi un valore relativo e di approssimazione, certamente alquanto più tardo della realtà.Nel Lazio, già golfo marino, colmato nel corso dell'età terziaria dalle eruzioni vulcaniche dei Monti Albani e dei Cimini e dalle alluvioni del Tevere, l'uomo apparve nell'età quaternaria quando, già uscito dal primitivo stadio di civiltà il paleolitico, aveva progredito nel neolitico. Prisci abitatori del Lazio furono i Liguri mediterranei, adottati il rito dell'umazione (2° millennio a. C.). Nel
- 1 -
.
trapasso dall'età del bronzo a quella del ferro, resasi la vita nel Lazio meno paurosa per la sosta dell'attività vulcanica dei Monti Albani, tra i secc. x e ix a. C., vi si ebbe un'incursione di genti di provenienza nordica, affine ai terramaricoli della valle padana, di razza ariana, parlanti un idioma indo-europeo ed osservanti il rito funebre della cremazione, che, attraente dal suolo fertile e rimuneratore vi si stabilirono dando origine al popolo latino. Questo, prodotto dalla mescolanza degli autoctoni mediterranei, con la nuova popolazione ariana, con prevalenza di questa più evoluta, assunse nel Lazio carattere stabile. Alla fine del sec. VIII ed al principio del sec. VII a. C., ebbe inizio una fase più progredita della civiltà laziale del ferro con influenza ed apporti d'oltremare, nel periodo detto orientalizzante. Si era intanto costituita una lega dei vari centri abitati dai Laziali, la lega Albana, con a capo Alba Longa. I villaggi confederati, che sorgevano in luoghi elevati per difesa delle greggi e degli armenti dai predoni, erano, secondo Plinio (Nat. hist., III, 69, 70), in numero di 31. Frattanto nasceva R. Presso l'ampia ansa formata dal Tevere, poco a valle della confuenza dell'Aniene, a breve distanza dal mare, sorsero villaggi sulle colline tuface, tagliate dall'erosiione delle acque, elevantes sul circostante piano paludoso, isolate e ben difendibili, quasi inaccessibili e ricoperte di folte boscaglie di querce (mons Querguetulanus), di faggi (Pagutul), di vimini (Viminialis). Il sito, eminentemente strategico e adatto al traffico commerciale, attraversato tanto i Laziali dei colli Albani quanto i Sabini di stirpe mediterranea precaria; questi discendendo dai loro monti trafficavano per via fluviale con gli Umbri ed attraverso la Via Salaria, da essi tracciata, si spingevano fino alle bocche del Tevere per fornirsi di sale. I ritrovamenti archeologici con la scoperta di sepolcri e di relitti di abitazioni dimostrano che tra il sec. x e l'VIII a. C. sui colli di R. sorgevano villaggi di capanne (pagi od oppida); stazioni latine sul Palatino (Germalus, Palatual, Velia). L'Esquilino (Fagutul, Crispus, Oppius) e parte del Celio (Querguetual o Sucusa), sabine sul Capitolo, il Quirinale ed il Viminale; l'Aventino continuò forse ad essere abitato da Liguri mediterranei. Sul villaggio del Germalus (Palatino), la R. quadrata del mitico fondatore Romolo, è stata riconosciuta suppellettile fittile del sec. VIII a. C. Nella necropoli del Foro, estendentesi dai piedi dell'Esquilino verso il Capitolo, le tombe più antiche risalgono al sec. IX con la presenza di ossari a forma di abitazione (urne a capanna); la sua espansione scende fino al sec. VII. La necropoli dell'Esquilino è più recente, non va al di là del sec. VII; ha oggetti più rudimentari e non rivela alcuna traccia di commercio orientale od ellenico. Dopo una prima unione in un solo centro politico dei pagi del Palatino e dell'Esquilino, i sette villaggi costituirono con il tempo una propria federazione (lega septimonialis) a sfondo religioso e politico ed a tutela dei comuni interessi. Essa prospera in pieno sec. VIII, in cui la leggenda pone i regni del latino Romolo (753-717 a. C.) e del sabino Numa Pompilio (717-673 a. C.). Il mito di Romolo si formò in R. derivando il nome Romulus da R. stessa; le leggende di Enea, dei 12 re Albani; di Rhea Silvia e dei Gemelli, furono importate a R. dagli eruditi storici greci del sec. IV a. C., dopo la conquista della Campania, applicando ai miti romani analoghi miti ellenici, fra i quali quello di Tiro, figlio di Salmanca violata da Nettuno sulle sponde dell'Enipeo, i cui gemelli abbandonati furono dati ad allattare ad una capra. Ai due primi re di R. sono attribuiti l'istituzione del Senato, delle tre tribus e delle 30 curiae in cui sarebbe stata divisa la nuova città, la promulgazione di leggi, e l'istituzione di culti e di sacerdozi. Il dissidio latente fra l'unione settimanziale ed Alba Longa termina con la sottomissione e la distruzione di questa ed il trasporto dei suoi abitanti al colle Celio; ciò sarebbe avvenuto durante il regno del terzo re di R., Tullio Ostilio (672-641), che avrebbe dato il nome al luogo di riunione del Senato, la Curia Hostilia, nel Foro. La federazione settimanziale, divenuta per la sua posizione, le sue industrie ed i suoi commerci il più importante stato della Lega Latina, prende il posto di Alba Longa quale capi-
del suolo di dominio pubblico; perciò ne furono esclusi il Capitolo e l'Aventino, di proprietà dello Stato. Il Capitolo fu incluso nella primitiva cinta difensiva, l'Aventino lo fu soltanto nel sec. IV.
L'ultimo dei re di R., Tarquinio il Superbo (532-509?), malgrado gli forzi degli storici di rappresentarlo quale un modello di tiranno, appare un nobile promotore di grandiosi opere pubbliche in R., quale la definitiva erezione del tempio di Giove Ottimo Massimo sul Capitolo, la sistemazione del Circo Massimo con gradinate fisse per gli spettatori ed il perfezionamento del sistema di risanamento delle bassure della città mediante ampie canalizzazioni convoglianti al Tevere le acque sorgive e quelle scendenti dai colli che invadendo e stagnando nel piano impedivano le comunicazioni e si rendevano malsane. Esse formavano tre bacini idrografici, il primo settentrionale (Petronia amnis) raccoglieva le acque del Pincio e del Quirinale, il mediano (Spinon) quello dell'Esquilino e del Viminale, il meridionale (Nodinus) tra il Palatino, il Celio e l'Esquilino che stagnava nel Velabrum maius. La più voluminosa di queste canalizzazioni o cloache era quella del bacino mediano, perciò detta Cloaca maxima, che scorrendo sotto le depressioni della Suburra, sotto l'Argiletum, il Foro, il vicus Tuscus ed il Foro Boario, sboccava nel Tevere. I suoi resti appartengono alla ricostruzione avvenuta tra il sec. V ed il IV a. C., nella quale la primitiva volta etrusca fu sostituita dalla volta ellittica in opera quadrata.
L'espulsione di Tarquinio il Superbo (509 a. C.) fu la rivolta di R. contro il tentativo di rendere la monarchia assoluta ed ereditaria; al tempo stesso R. scosse il giogo del dominio etrusco già in decadimento nella Campania e nel Lazio alla fine del sec. VI a. C. Con la disfatta di Aricia (505 a. C.) fallì il tentativo di Porsenna di rinsaldare quel dominio; con la vittoria dei Romani al lago Regillo (497 a. C.) fallì l'altro tentativo di Tarquinio il Superbo e delle sue alleate città della Lega latina, di ripristinare la monarchia e di fiaccare, in sul rinascente, il predominio di R. sul Lazio. R. con l'assoggettamento delle città vicine si accinge a compiere la sua missione di unificatrice delle genti italiche.
II. Età REPUBBLICANA
I. Secc. VI-V a. C. - Alla caduta della monarchia ed al sorgere della repubblica, alla fine del sec. VI ed ai primordi del sec. V a. C., R. costituisce già un tutto omogeneo sia dal punto di vista etnico sia da quello edilizio. Suo monumento principale era il tempio di Giove, antica divinità laziale, sulla vetta meridionale del Capitolo, di arte etrusca ellenizzata, in parte ligneo con rivestimento fittile, a triplice cella, dedicato alla triade Giove, Giunone e Minerva. La statua di Giove era, secondo Plinio, opere insigne del coroplasta Vulca di Vejo. Il tempio appena compiuto da Tarquinio il Superbo, secondo la tradizione fu dedicato dal console suffetto M. Orazio Pulvillo, nell'anno stesso della fondazione della repubblica (a. 509 a. C.).Sul Capitolo era anche il sacello dedicato a Iuppiter Feretrus, cui il mitico fondatore della città, Romolo, avrebbe dedicato le spoglie opime tolte al duce dei vinti
Ceninensi; sulla vetta settentrionale del colle era l'arx con l'auguraculum. Dalla sacra vetta, per il clivus Capitolinus si scendeva al Foro, centro comune di vita e di mercato, attraversato da nord a sud dalla Via Sacra, fino all'opposta altura del Velia (summa Sacra Via). Sulla sinistra di un altro clivo scendente dall'arx era la grande cisterna o conserva d'acqua detta Tullianum, di forma conica a pianta rotonda con volta etrusca, più tardi adattata a pubblico carcere. A destra si ergeva il primitivo tempio di Saturno, attribuito a Tullio Ostilio, restaurato da
Tarquinio il Superbo, di nuovo dedicato nell'a. 501 a. C. dal dittatore L. Laerzio; nel mezzo il Vulcanale. Procedendo si aprivano a sinistra la platea del Comizio e la Curia Hostilia, sede del Senato. Nella spianata del Comizio, avanti la Curia, era il sepolcro del heroon di Romolo, scoperto nel 1899 da Giacomo Boni, suggellato più tardi con il lupis niger, che faceva in origine parte del grande sepolcreto del Foro. L'addio dell'heroon era vigilato dai simulacri di due leoni accovacciati: v'era la nottissimamente iscritta contenente norme rituali. Le sagome curveggianti dei plinti di tipo etrusco ben s'addicono a monumenti della fine del sec. VI o dei primordi del sec. V a. C. Al di là del Comizio, nel punto ove il Foro era attraversato da est ad ovest dalla Cloaca maxima, v'era il sacello di Venus Cloacina. Alle pendici del Palatino stava il rotondo sacrario di Vesta, il cui culto era originario da Alba Longa, con il sacro latus e la dimora delle Vestali. Dappresso il fons Iuturnae ed il novello tempio dei Castori, votato durante la battaglia del lago Regillo dal dittatore Aulo Postumio (498 a. C.). Il lato sud del Foro era occupato da tabernae di mercanti poi dette veteres. Ad est una strada detta Argiletum comunicava con la Subura ed i colli; al suo sbocco nel Foro era il piccolo tempio di Giano, ad ovest il vicus Iugarius ed il vicus Tuscus conducevano al Foro Boario, al Velabro ed al Circo Massimo.
Sul Palatino al centro, nell'intersezione del cardo e del decumanus, era il mundus, fossa circolare nella quale all'atto della fondazione di quel lago si erano gettate zolle e primizie della terra d'origine; sul suo ciglio era l'ara votiva della Roma quadrata. Sull'alto del Gemalus, il tugurium Faustuli o casa Romuli ed alle pendici del colle verso il Velabrum s'apriva il Lupercale, l'antro di Faunus Lupercus, sede del vetusto rito dei Lupercalia. V'era forse collocato il celebre simulacro bronzeo della Lupa, detta Capitolina, simbolo totemico, opera insigne della fine del sec. VI a. C. di pieno realismo etrusco. Anche sul Palatino stavano l'ara di Evandro o della Vittoria, ed il tempio di Iuppiter Stator, votato, secondo la tradizione, nella guerra contro i Sabini. Nel piano fra il Palatino e l'Aventino (vallis Murcia) estendeva il Circo Massimo (m. 600 x 150); dal suo estremo si dipartivano la comunicazione per Ostia (Via Ostiense) e quella per i colli Albani ed il Lazio (Via Latina). Presso i carcere del Circo (S. Maria in Cosmedin) fu eretto dal vincitore della battaglia del Lago Regillo (497 a. C.). Aulo Postumio un tempio a triplice cella dedicato alla triade infera-terrestre: Cerere, Libero (Bacco) e Libera (Proserpina). Fra l'Aventino ed il Foro Boario erano i templi di Ercole Invito, della Madre Matuta e della Fortuna Virile eretti nell'età regia. L'Esquilino, formato dalle ben distinte vette del
Cispius e dell'Oppius, era abitato soltanto in parte. Vi si estendeva la vasta necropoli della città ingranditasi quando cessò di essere attiva quella del Foro. Consisteva in ipogei scavati nella roccia ed in ampie fosse comuni (puticoli). A scongiurare i pericoli dei miasmi che vi si diffondevano era stato dedicato sul Cispius un sacello alla dea Mefitis. Tra l'Esquilino ed il Viminale correva il vicus Patricius (via Urbana) abitato dalle antiche famiglie patrizie, cui seguiva la Subura discendente al Foro.
Il Quirinale era allora suddiviso in più alture da gole profonde. A nord il collis Quirinalis propriamente detto (presso Via delle Quattro Fontane), sul quale erano il Capitolium vetus, sede, come sul Capitolio, del triplice culto di Giove, Giunone e Minerva, ed il santuario di Quirinus, divinità dei Sabini di Cures. Seguiva a sud il collis Salutaris (Piazza del Quirinale), ove poi fu dedicato il templum Salutis (302 a. C.); ancora più a sud il collis Sanqualis, che prendeva il nome dall'antichissimo tempio di Sancus o dius Fidius (presso la chiesa di S. Silvestro). Il colle era percorso da sud-est a nord-ovest su un elevato livello da una via (Alta Semita) che congiungeva con la Via Nomentana conducente alla Sabina.
Parte della vasta pianura estendente a nord dei colli (Campus Tiberinus) alla sinistra del Tevere, di proprietà dello Stato, consacrata a Marte (Campus Martius) era destinata agli esercizi ginnici ed alle esercitazioni militari. Nella parte vicina al Capitolio erano i Saepia, vasti recinti destinati ai comizi curiati, tributi e centuriati ed alle votazioni per l'elezione dei magistrati. La zona sulla destra del Tevere, ai piedi del monte Gianicolense, unita alla città a mezzo del pont Subilicius, era acquitrinosa ed insalubre; sul monte era un pagus con un'arcu e fortificazioni. Al primo miglio della Via Portuensis, che conduceva alle salme presso la foce del Tevere, forse esisteva già il vetusto tempio della Fors Fortuna. Nel mons Vatianus, a nord del Gianicolo, si estendeva vasti banchi di marmo, ottima argilla molto usata nell'industria laterizia e nell'arte figlia. Attivo doveva essere fin da quei tempi remoti il commercio fluviale sul Tevere a monte ed a valle di Roma. Il sacro fiume era ancora solo in parte arginato e con sistemi rudimentali.
2. Secc. IV-III a. C. - Dai primi anni del sec. IV a. C. lo sviluppo monumentale ed edilizio di R. si identifica con la sua storia. Camillo, a render grazie della presa di Vejo, dedica il tempio di Iuno Regina sull'Aventino (369 a. C.) e per celebrare la pace fra patrizi e plebei erige il tempio della Concordia ai piedi del Capitolio sul Foro (366 a. C.); a lui è anche attribuita l'erezione del tempio di Juno Moneta sull'are capitolina (345 a. C.). Frattanto R. aveva subito il disastro dell'invasione dei Galli (390 a. C.) seguita dal saccheggio e dall'incendio distruttore. La data dell'incendio gallico chiude il primo periodo della storia edilizia della città. Il disastro fu dovuto all'essere R. indifesa; la dura lezione indusse alla ricostruzione della città difensiva dell'età regia resasi inefficace. Le nuove mura, delle quali si conservano cospicui avanzi, vanno anch'esse sotto il nome di mura Serviane. Si staccavano dal Tevere presso il Foro Boario (porta Flumentana), cinquevano il colle capitolino ed attraversavano la stretta gola fra esso ed il Quirinale (porta Ratumena o Fontinalis) ove era la comunicazione con il Campo Marzio. Salivano quindi al Quirinale e lo circondavano (portae Sanqualis, Salutaris, Quirinalis) fino all'incrocio con la via Salaria (Palazzo delle Finanze) ove cominciava il terrapieno (agger) delle cui mura di sostegno si ammirano imponenti resti presso la stazione di Termini (porta Viminalis). L'aggere difendeva il Viminale e l'Esquilino e terminava alla porta Esquilina (arco di Gallieno). Quivi si riprendeva il sistema murario; la cinta discendeva alla gola tra l'Esquilino ed il Celio (porta Caelimontana, Via SS. Quattro) e percorreva la valle tra il Celio e l'Aventino (porta Capena); protegeva, circondando, quest'ultimo colle (portae Naveia e Raudusculana) per raggiungere il Tevere a breve distanza dal suo inizio con la porta Flumentana. Di quest'ultimo tratto restano grandiosi avanzi presso il clivo di S. Balbina e nella Via di Porta S. Paolo (m. 13 di altezza con 25 strati di blocchi squadrati tufacei). R. fu ricostruita in breve tempo, ma irregolarmente. Si permise ai privati di costruire ove e come potessero; furono senza riguardo occupate aree pubbliche. Le domus dei più agiati si ricostruirono in opera laterizia imperfetta, quelle dei meno abbienti in mattoni crudi e malta. Fino al sec. I a. C. l'ampliamento della città non fu regolato; con l'aumento della popolazione aumentarono in proporzione gli edifici e le case ed il perimetro della città si estese anche al di fuori della cerchia di mura difensive. Durante la seconda guerra sannitica (326-304 a. C.), nel 312 a. C. fu condotto il primo acquedotto (aqua Appia) a cura dei censori Appio Claudio e C. Plauzio, dalla Via Collatina (casale della Rustica). Fino allora i Romani avevano tratto l'acqua dal Tevere, dalle scarse sorgive e dai pozzi. I medesimi censori iniziarono la costruzione della via Appia, sul tracciato del sentiero che uscendo dalla porta Capena si dirigeva a Capua. Durante la terza guerra sannitica, R. vide l'erezione del tempio di Bellona, nel Campo Marzio, votato da Appio Claudio in una battaglia contro gli Etruschi (296 a. C.), e la riedificazione del vetusto tempio di Giove, votato da M. Attilio Regolo in combattimento contro i Sanniti (295 a. C.). Sono di questo periodo il sarcofago di peperino di L. Cornelio Scipione Barbato, vincitore dei Sanniti a Sentinum (298 a. C.), e l'elogio funebre del figlio di lui L. Cornelio Scipione, conquistatore della Corsica, con la menzione della dedica da lui fatta del tempio Tempestatum, fuori della porta Capena (295 a. C.). I due monumenti facevano parte dell'ipogeo degli Scipioni fra l'Appia e la Latina, nel predio avito dell'illustre gens Cornelia. In gran parte con il ricco bottino della guerra contro Pirro (280-275 a. C.) i censori Manio Curio Dentato e L. Papirio Cursore (272 a. C.) condussero a R. un secondo acquedotto, l'Anio Vetus, derivandone le acque dall'Aniene, sulla via Valeria (S. Cosimato).
Monumento celebrativo della prima guerra punica (263-241 a. C.) furono la colonna rostrata di C. Duilio nel Foro ed il tempio della Spes, nel Foro Oltorino, votato da M. Attilio Calatino. Nell'a. 242 a. C. il censore C. Aurelio Cotta costruì, sul tracciato di un preesistente sentiero, la via Aurelia fino al fiume Marta e gli edili M. Emilio Lepido e L. Emilio Paolo curarono la costruzione dell'Aventino, magazzino di derrate sul Tevere, alle falde dell'Aventino. Nell'a. 233 a. C., il censore C. Flaminio, già vincitore dei Galli Cisalpini, tracciò la via Flaminia da R. ad Ariminum. Poco dopo (221 a. C.) C. Flaminio costruì sul Campo Marzio un secondo grande circo (Circus Flaminius), destinato ai ludi plebei. Ricordo della seconda guerra punica (218-202 a. C.) fu il tempio di Venere Ervina sul Capitolo votato da Q. Fabio Massimo dopo la battaglia del Trasimeno.
3. Secc. III e II a. C. - Alla fine del sec. III a. C., R. ormai dominatrice d'Italia, si apprestava alla conquista del mondo. Durante le guerre macedoniche (214-168 a. C.), con l'aumento delle ricchezze, l'attività edilizia andò intensificandosi in R. con edifici migliori e più comodi. I vecchi templi, in gran parte lignei con decorazioni fittili, cedono il posto ai templi in pietra di tipo misto etrusco-ellenistico, per lo più pseudo-periperi: esempi tipici ne sono il tempietto ionico della Fortuna Virile, i templi del Foro Oltorino di Giunone (197 a. C.) e quello della Pietà, votato da Manio Acilio Glabrione nella battaglia delle Termopili (182 a. C.). Accanto a questo tipo di edificio sacro si conservava quello italico a forma rotonda, come nel gruppo templare del Largo Argentina. Fu appunto nel Campo Marzio, presso il Circo Flaminio, che in questo periodo storico furono eretti numerosi templi; fra gli altri il tempio Larum Permarinorum, votato da L. Emilio Regillo in una battaglia navale contro i prefetti di Antioco (190 a. C.), ed il tempio Herculis Musarum, in memoria della vittoria di M. Fulvio Nobiliore sugli Etoli (189 a. C.). Sorgeva intanto sul Palatino un nuovo grande tempio per venerarvi la sacra oscura pietra della Magna Mater o Cibele, portata da Pessinunte (191 a. C.). Fu il primo tempio in R. a grandi colonne di peperino ed ampia scalea di accesso. Si deve ai censori M. Fulvio Nobiliore e M. Emilio Lepido (179 a. C.) la costruzione di un ponte sul Tevere (pons Aemilius), non lungi dal vetusto ponte Sublicio, nonché quella dei Na-
valia, stazione per le navi sulla riva sinistra del Tevere, fra il Foro Boario e la porta Trigemina. Gli stessi corsi fondarono nel Foro la Basilica Fulvia Aemilia ad imitazione della basilica ellenistica, edificio a tre navate con absidi, luogo coperto di riunione per trattative commerciali, da servire anche da tribunale. Già nel 184 a. C. M. Porcio Catone aveva eretto la Basilica Porcia ad ovest della Curia Hostilia. Q. Cecilio Metello, dopo il suo trionfo macedonico (148 a. C.), affidò all'architetto Ermodoro di Salamina la costruzione di un tempio nel Campo Marzio dedicato a Giove, al dire di Vellejo Patercolo il primo tempio marmoreo veduto a R., e fu circondato da portici nei quali rimase incluso il tempio di Giunone (S. Maria in Portico) già dedicato nell'anno 175 a. C. da M. Emilio Lepido.
Dopo la presa e distruzione di Corinto (146 a. C.) cominciò un vero e proprio abbellimento della città. L'architettura andava prendendo quell'indirizzo che, secondo Strabone, rese fin da allora R. superiore alle città elleniche. Nuovi quartieri sorsero fuori della città mariana rendendola di nessun valore. L'incremento edilizio si svolse in specie nel Campo Marzio verso il Tevere, ove maggiore svolgeva l'attività commerciale, fuori la porta Capena e nel Trastevere. Nell'a. 144 a. C. il Se-nato decise di risarcire gli acquedotti dell'Appia e dell'Anio Vetus e di costruire uno nuovo. L'esecuzione fu affidata al pretore urbano Q. Marcio (aqua Marcia), con le nuove acque derivate dalle sorgenti del Monte Autore, presso Agosta. Nell'a. 125 a. C. fu condotta a R. l'acqua Tepula, dalle sorgive presso Casal Morena, ad ovest della Via Latina. Lo scorcio del sec. II a. C. vide il restauro del tempio dei Castori nel Foro, a cura di L. Cecilio Metello (117 a. C.), la costruzione del pons Fabricius, d'accesso all'isola Tiberina, iniziato dal curator viarum L. Fabrizio, la ricostruzione del tempio di Quirino sul Quirinale a cura di Papirio Cursore (113 a. C.), l'erezione della porticus Minucia, presso il Foro Olitorio, per la vendita del frumento (112 a. C.); nell'a. 101 a. C. fu costruito il tronco intrapresi, per decreto del Senato, da Q. Lutazio Catulo lavori di ampliamento e di restauro del Tabularium, sulla pendice del Capitolio rivolta al Foro, edificio destinato agli archivi della città.
4. Sec. I a. C. - Le funeste competizioni tra Mario e Silla portarono le legioni armate entro i sacri recinti di R.; la città fu data al saccheggio ed all'incendio, arse il Capitolio con i suoi templi venerandi (82 a. C.); Silla stesso iniziò il restauro del tempio di Giove Capitolino facendo trasportare da Atene alcune colonne del tempio di Giove Olimpico. I lavori di ricostruzione furono construiti sotto Q. Lutazio Catulo, cui fu dato lo straordinario titolo di curator restituendoli Capitolii. Durante il primo triumvirato fu costruito un nuovo ponte sul Tevere, a cura del prefetto urbano L. Cestio (pons Cestius). Nell'a. 56 a. C., per munificenza del grande Pompeo, R. ebbe nel Campo Marzio il primo teatro in materiale solido (lapideum marmoreum); la curva della sua cave è tuttora indicata dalla forma semicircolare del Palazzo Già Righetti, fondato sulle murature del teatro in Via di Grotta Pinta. I gradini della cavea formavano due ampie scale salenti al tempio di Venere Genitrice. Dietro la scena del teatro si estendeva vasti portici racchiudenti giardini e viali (tra le Vie di Torre Argentina e del Monte della Farina). Sui portici si aprivano ampie sale absidate in una delle quali, la Curia Pompeii, fu ucciso Giulio Cesare (44 a. C.).
Fu Giulio Cesare a concepire per il primo un grande sviluppo della vecchia città; nell'a. 45 a. C. promulgò il decreto de urbe augenda, con il proposito di costruire nel Campo Marzio, ma la morte gli impedì il nobile disegno. Tuttavia le grandi dimore, le ville suburbane cominciarono ad ornarsi con sculture e pitture decorative ad opera di liberi, artisti grecani ed orientali. Fu creato un nuovo centro di vita cittadina, il Foro di Cesare, che venne ad aggiungersi al Foro propriamente detto, occupando parte del Comizio, con al centro il tempio di Venere Genitrice, votato da Cesare nella battaglia di Farsalo e dedicato dopo il suo trionfo nell'a. 46 a. C. Al grande statista si debbono anche l'inizio della costruzione della Basilica Julia nel Foro e della ricostruzione della Curia, compiute da Augusto, nonché il restauro del Circo Massimo e la creazione degli horti Caesaris, da lui lasciati per testamento al popolo Romano. Allora nella parte ovest del Campo Marzio, più vicina al Tevere, ancora disabitata, si erigevano sepolcri; vi fu sepolto Silla e nel 44 a. C. vi furono erette le sepolture dei consoli Irzio e Pansa, deceduti in seguito alla battaglia di Mutina; la tomba di Irzio tornò in parte in luce nel 1937, durante i lavori di consolidamento del Palazzo della Cancelleria. Nell'a. 29 a. C., dopo celebrato il trionfo di Azio, Ottaviano dedicò nel Foro il tempio Diti Caesaris nel sito ove era stata da questi eretta la nuova tribuna per gli oratori, ornata dai rostrì delle navi nemiche prese nella battaglia di Azio (rostra Divi Iulii), diversamente orientata in confronto alla tribuna preesistente nel Comizio adorna dei rostrì delle navi prese agli Anziani nel 338 a. C.
La grandiosa idea di G. Cesare di fare di R. la degna metropoli dell'Impero, fu raccolta da Ottaviano suo erede. Questi stabilendo la dimora sul Palatino, allora abitato da patrizi e da uomini illustri, iniziò la trasformazione di quel colle in palazzo imperiale. Il gruppo degli edifici augustei comprendeva anche il tempio di Apollo Palatino votato da Ottaviano prima della battaglia di Azio e le Biblioteche palatine greca e latina. La trasformazione di R. cominciò ad avere la sua attuazione con l'edilità di M. Vipsanio Agrippa, il fedele amico ed intelligente collaboratore del giovane principe (33 a. C.). In quell'anno furono iniziati gli ingenti lavori di bonifica del Campo Marzio che si protrassero fino all'a. 27 a. C. in cui Agrippa poté gettare le fondazioni del Pantheon, consacrato alla gens Iulia ed alle sue divinità Marte e Venere, e delle sue Terme, primo esempio in R. di un sontuoso centro di vita sportiva, intellettuale ed igienica; ad alimentare condusse a R. nell'a. 19 a. C. la nuova aqua Virgo, le cui sorgive erano all'ottavo miglio della Via Collatina (Salone). Le cure di Agrippa nella sua edilità furono particolarmente rivolte al restauro degli acquedotti ed alla revisione ed ampliamento delle cloache; a lui si deve anche la costruzione di un nuovo ponte sul Tevere, a monte dell'odierno ponte Sisto (pons Agrippae). La bonifica fu estesa alla malsana regione dell'Esquilino la cui vasta necropoli fu ricoperta da un forte spessore di terra e di materiali; vi sorse ben presto un elegante quartiere. Mecenate fu tra i primi a tracciarvi i suoi famosi horti e ad abitari. Imponente fu lo sviluppo monumentale ed edilizio del Campo Marzio, che fu in breve invaso dalle nuove costruzioni ad eccezione di un'area che fu lasciata sgombra a perpetuare la memoria dell'antico campo militare; a tale scopo fu delimitata da cippi terminali dei quali uno fu recuperato in Via del Seminario.
Sulla destra della Via Flaminia (Via delle Murate, Via S. Claudio) un vasto campo reso di pubblico uso fu abbellito da portici che presero il nome da Agrippa (porticus Vipsania) e da una sorella Vipsania Pola (porticus Polae); in questo, dopo il censimento dell'a. 8 a. C. (descriptio orbis), fu esposta la grande carta cosmografica totius orbis. A sinistra della Via Flaminia, Agrippa eresse il tempio di Nettuno (Poseidonium), al centro di un portico detto degli Argonauti; del tempio restano visibili le 11 colonne corinzie in Piazza di Pietra. Poco lunghi, più a nord Augusto fece costruire, a cura del matematico Novio, un orologio solare (Piazza S. Lorenzo in Lucina), che ebbe per gnomone l'obelisco egizio, portato dal santuario di Gerapoli, che ora si erge ricostruito in Piazza Montecitorio.
Il
11. Età Augustea
Nello scorcio del sec. I a. C. le opere di trasformazione e di abbellimento della città si succedettero a ritmo accelerato.Il portico di Metello fu restaurato ed abbellito, ad opera degli architetti lacedemoni Batraco e Sauro, e dedicato alla sorella di Ottaviano. Ottavia (porticus Octavia). Contemporaneamente (31 a. C.) fu restaurato il Circo Massimo, danneggiato da un incendio; sulla sua spina fu innalzato l'obelisco egizio portato da Eliopoli, che ora sorge in Piazza del Popolo. Seguì l'importante costruzione del mausoleo, sulla sinistra della Via Flaminia,
iniziata nell'anno stesso in cui Ottaviano ricevette il titolo di Augusto (27 a. C.), e destinato a sepolcro per sé e per i membri della gens Julia; con la sua forma di tumulo circolare continuava la grande tradizione etrusca. Presso il mausoleo, a celebrare il felice ritorno di Augusto dalla Spagna e dalle Gallie e la pace nel mondo, fu innalzata l'ara Pacis Augustae, insigne monumento dell'arte romana augustea caratterizzato da un composto verismo (23 a. C.) dedicata nell'a. 9 a. C. Nell'a. 13 a. C. fu iniziata la costruzione del teatro di Marcello, dedicato nell'a. 11 a. C., e fu inaugurato l'antro teatro eretto da L. Cornelio Balbo, l'amico di Augusto (Palazzo Cenci).
Divisione di R. in 14 regioni. Nell'a. 8 a. C., in seguito al generale censimento, Augusto procede all'ordinamento di R. dividendola in 14 regioni.
La suddivisione numerale cominciava a suddella città e si svolgeva a circolo da sud verso est per poi volgersi a nord-ovest e ad ovest.
La 1 regione (porta Capena) estendeva a sud dell'atrio di mura, dalla porta Naveia alla porta Querquetulana lungo il percorso urbano delle Vie Appia e Latina; la II (Coelimontium) comprendeva il Celio; la III (Isis et Serapis) parte dell'Oppio, delle Carine e della Suburra; la IV (Templum Pacis) il Vella e le restanti parti della Suburra e delle Carine; la V (Esquiliae) l'Esquilino propriamente detto ed il territorio urbano al di là dell'agere serviano; la VI (Alta Semita), il Quirinale ed il Viminale; la VII (Via Lata), prendeva il nome da un tratto della Via Flaminia più largo e si estendeva alla destra di questa fino al Quirinale; l'VIII (Forum Romanum) comprendeva i Fori, il Capitolo e parte del Velabro; la IX (Campus Martius) la parte dell'antico Campo Marzio estendente alla sinistra della Via Flaminia al Tevere. La X regione (Palatium) comprendeva il Palatino; la XI (Circus Maximus), la più piccola delle regioni auguste, era formata dalle adiacenze del Circo Massimo e da parte del Velabro. La XII (Piscina publica) comprendeva lo pseudo-Aventino e la zona compresa tra la Via Appia e l'odierna Via di Porta S. Paolo; la XIII (Aventinus) l'Aventino e la XIV (Transiberium) la pianura a destra del Tevere fino ai colli Gianicolense e Vaticano. Le denominazioni delle suddette regioni non sono tutte dell'età augustea; alcune, come quelle della III e della IV regione (Isis et Serapis e Templum Pacis), prendono il nome da edifici costruiti posteriormente; si ignora quale fosse il loro primo nome. Ciascuna regione era amministrata da un curatore estratto a sorte annualmente tra i pretori, gli edili e i tribuni della plebe e si suddivideva in compita ed in vici. Ai singoli vici presiedeva a vicomagistri, cui era affidato l'incarico di compiere in maggio ed in ott. sacrifici sulle aree compitali in onore del Genio di Augusto e dei Lari.
Il rinnovamento di R. portò anche ad una trasformazione edilizia. Accanto alle domus di tipo ellenistico pompeiano si andò generalizzando un nuovo tipo di case d'affitto (insulae) molto alte, con balconi esterni e finestre chiuse da lastre di mica e di selenite e da imposte; forma di abitazione che precorre le moderne. In mancanza di dati precisi è difficile calcolare la popolazione di R. capitale dell'Impero; si può supporre che nel periodo del massimo splendore salisse ad oltre 1.000.000 di ab. Il grande riordinamento di R. si perfezionò con la restituzione di ben 82 templi compiuta da Augusto, con il restauro degli acquedotti e con una riveduta delimitazione delle zone di rispetto delle rive del Tevere e delle acque. Augusto provvide anche ad un ulteriore ampliamento del Foro, reso necessario dalle nuove esigenze; mediante espropriazioni e demolizioni di vecchie casupole fu ricavato il Foro di Augusto, circoscritto da un muraglione atto a nascondere le umili case sul pendio del

Roma - Fori e piani di posa delle capanne cosiddette romulce sul Palatino (ca. viII sec. a. C.).
(ist. Geb. let. naz.)
Quirinale; in esso sorse il tempio di Marte Ultore, già votato nell'a. 43 a. C. nella battaglia di Filippi e dedicato nell'a. 2 a. C.
IV. ETA IMPERIALE
I. Sec. I dell'Impero. - A Tiberio (14-37) de Vonsi, oltre alla ricostruzione del tempio della Concordia, che si intitolò templum Concordiae Augustae, iniziato vivente Augusto, l'ampliamento del Palazzo imperiale sul Palatino (domus Tiberiana) unito con un criptoportico alla casa detta di Livia, creduta anche sua casa paterna. Inoltre Tiberio fece costruire i Castra Praetoria, stanzata stabile delle coorti stabile delle coorti dei Pretoriani. Il suo successore Caligola (37-41) ingrandì ancora il Palazzo imperiale su imponenti costruzioni acuate, sotto le quali passa il clivus Victoriae. Dedicò inoltre il tempio di Augusto sotto il Palatino ed iniziò la costruzione di un circo (Gaianum), al di là del Tevere, presso la Via Cornelia, terminato da Nerone, a decorare la cui spina destinò il grande obelisco che oggi incentra la Piazza di S. Pietro in Vaticano. Aveva anche progettato l'elevazione di un ponte fra il Palatino ed il Capitolo. Durante il regno di Claudio (41-54), in seguito al censimento dell'a. 46, fu allargato il pomerio della città, per riflesso dell'ampliamento dei confini dell'Impero; rimanendo tuttavia lontano dai limiti estremi dell'abitato. Claudio curò il restauro delle arcuazioni dell'aqua Virgo e terminò il restauro del teatro di Pompéo, iniziato da Tiberio in seguito ai danni di un incendio. Un tempio dedicato alla sua memoria (templum Divi Claudii) fu eretto da Agrippina sulla sporgenza del Celio che sovrasta l'Anfiteatro Flavio, distrutto da Nerone e riedificato con magnificenza da Vespasiano.Il regno di Nerone (54-68) segna un altro caposaldo per la storia edilizia di R. Il volubile Imperatore, che fu anche un raffinato esteta, concepì dapprima la costruzione di una vasta dimora imperiale, che dalle pendici nord del Palatino, comprendendo il Velia, si estendesse fino alle pendici dell'Oppio; fu perciò detta domus transitoria congiungente il Palatino all'Esquilino. Il famoso incendio, descritto da Tacito (Ann. XV, 83), che divampò dalla notte del 10 al 19 luglio del 65, devastò tre regioni di R. e danneggiò le altre, lasciandone soltanto quattro incolumì; non risparmò la nuova costruzione neroniana, non del tutto compiuta. Alla ripresa dei lavori la grandiosa idea venne ridotta e limitata da un complesso edilizio non più unito al Palatino, ma estendente dal Velia all'Esquilino. Ne diressero i lavori gli architetti Severo e Celere e la decorazione fu affidata al pittore Fabullo. Questa nuova dimora imperiale per la profusione del lusso fu detta domus aurea, ma ebbe vita effimera. La grande statua bronzea di Nerone con la testa radiata,
opera di Zenodoro, che dominava il vestibolo della domus aurea, fu rimossa e più tardi rimessa in piedi da Adriano presso il tempio di Venere e Roma. I gravi danni prodotti dall'incendio furono in breve riparati; l'esecuzione del nuovo piano regolatore apportò simmetria e regolarità nelle ricostruzioni ed una rinnovata eleganza artistica; si ebbe cura, a ridurre il più possibile l'estensione degli incendi, di isolare le case eliminando le pareti in comune. Fra il tumulto di una popolazione eterogenea, superante il milione, fra la desolazione, prodotta dal terribile incendio e la febbrile attività della ricostruzione edilizia, si aggirava Pietro, il Principe degli Apostoli. Il tragico assedio del Capitolo da parte dei Vitelliani (69) arreccò gravi danni agli edifici del sacro colle, in specie al tempio di Giove Capitoline. Questo fu subito restaurato e di nuovo inaugurato da Vespasiano, cui si deve il compimento del piano nerioniano di riordinamento generale della città e l'allargamento del pomerio. In base al nuovo censimento (73-74) ed alla mensura urbis, fu delineata la nuova iconografia della città esposta su di una parte esterna del templum S. Urbis (SS. Cosma e Damiano), archivio della città fatto erigere da Vespasiano nel Forum Pacis da lui creato a ricordo della Pace giudaica (75-78). Sul Palatino fu iniziata la costruzione del grandioso Palazzo dei Flavi e nel sito del lago artificiale della domus aurea nerioniana si dette mano alla costruzione dell'anfiteatro Flavio (Cosloseo) inaugurato da Tito, nell'a. 80, cui fu eretto nel sommo della sacra via un arco di trionfo, genere di monumenti di pura creazione dell'arte romana. Il regno di Mite Imperatore (79-81) fu funestato da un altro grave incendio (80) che infierì nel Capitolo, presso il Circo Massimo ed in gran parte nella IX regione. Ove si estendeva i giardini della domus aurea sorseore le grandiosamente di Tito, trionfo di archi, di vòlte e di superba decorazione pittorica. A Domiziano si debbono, oltre alle riparazioni dei danni dell'incendio dell'a. 80, un ulteriore ampliamento del Palazzo imperiale sul Palatino e la costruzione dello Stadio (Piazza Navona) e dell'Odeo (Monte Giordano), nella IX regione. Nerva (96-98) ampliò ancora i Fori con la creazione del Forum transitorium dominato dal tempio di Minerva.
2. Sec. II dell'Impero. — Si giunge così all'attività edilizia di Traiano (98-117) il grande Imperatore il cui regno segna l'apogeo della potenza romana e l'unificazione dell'Impero. Il Foro Transitorio di Nerva dà adito al nuovo imponente Forum Traianum, che completa l'estensione dei Fori, dominato dalla colonna ecolide (112-114), insiste in esempi di scultura storica nella quale con arte efficace mente narrativa si tramandano gli episodi della conquista della Dacia. Traiano costruì le sue Terme presso quelle di Tito (S. Martino ai Monti) e fece condurre dal lago di Bracciano a R. l'aqua Traiana per fornire il Trastevere. Il suo successore Adriano (117-38), raffinato cultore dell'arte, fece ricostruire il Pantheon, dando a quell'insigne monumento la forma rotonda. Il suo architetto Apollodoro di Damasco erige sul Vela il tempio di Venere e R. a due absidi opposte. Si erige il templum Divi Traiani a sfondo del Foro di Traiano, si ricostruisce il Poseidon (piazza di Pietra), che prende la denominazione di Hadrianum, e si innalza la poderosa mole del Mausoleo di Adriano (130) cui dà accesso il pons Aelius (ponte S. Angelo). Con Antonino Pio (138-61) alla stasi politica fa riscontro la stasi dell'attività costruttiva; unico monumento degno di nota è il templum Faustinae nel Foro (141) che fu poi (161) dedicato anche alla memoria del pio Imperatore da M. Aurelio. In onore di questo Imperatore (161-80) fu eretta la colonna antonina a narrare le sue imprese contro i Quadri ed i Marcomanni, nella quale è evidente il tentativo di imitare i modelli traianei. Malgrado l'accentsarsi del decadimento artistico, l'abilità tecnica del ritratto romano spicca ancora nella statua equestre di M. Aurelio, che fu eretta e rimase, fino al suo trasporto nel Campidoglio, sul Celio, presso la casa natale dell'Imperatore, vicino alla domus dei Laterani. M. Aurelio e suo figlio e collega nell'Impero Commodo (180-92) curarono la revisione ed estensione della città daziaria di R. in base all'estensione sempre maggiore dell'abitato. Altro incendio subì R. sotto Commodo (191), con danni agli edifici del Foro e del Palatino.
3. Sec. III dell'Impero. — Il regno di Settimio Severo (192-211), che segnò l'inizio del decadimento e l'assunzione da parte dell'Imperatore del pieno potere legislativo ed amministrativo, fu benefico per R. La città fu risarcita dei danni dell'incendio commediano e abbellita con la ricostruzione ed il restauro di numerosi edifici sacri e profani. Fu emanata una legge per il restauro e l'ornamento della insulae e degli acquedotti e si ebbe una nuova redazione della forma Urbis, in sostituzione di quella eseguita sotto Vespasiano, che venne affissa al lato posteriore del templum S. Urbis. Da notare la costruzione di una nuova residenza imperiale nel lato orientale del Palatino, che ebbe per prospetto sulla Via Appia la costruzione a più ripiani detta Settiziano, il restauro del Pantheon (202), la ricostruzione dell'atrium Vestae e della casa delle Vestali nel Foro e l'erezione dell'arco degli Argentarii (presso S. Giorgio in Velabro [204]). In onore di Settimio Severo e di suo figlio Caracalla, associato all'Impero, fu eretto nel Foro dal Senato e dal Popolo Romano un arco a tre fornici commemorante le vittorie sui Parti (203). R. ricevette l'appellativo di urbs sacra domum nostrorum. La costruzione delle magnifiche Terme Antoniane nella regione XII fu iniziata sotto Settimio Severo (206), ma essa si deve specialmente a Caracalla che diede loro il nome; Elagabalo ed Alessandro Severo ne curarono il completamento (235). Nell'a. 212 Caracalla dotò di nuova acqua l'acquedotto della Marcia; a mezzo di uno speco separato, giungeva ad alimentare i vari servizi delle nuove Terme. Ad Alessandro Severo (222-235) si deve l'ampliamento delle Terme Nerioniane nella IX regione che presero il titolo di Thermae Alexan-drinae e la conduzione a R. dell'aqua Alexandrina per alimentarle. Il prode imperatore Aureliano (270-75) fa erigere sul Quirinale un tempio al Sole alla cui protezione attribuiva le sue vittorie in Oriente. Ma gli Alemanni, avanguardia delle invasioni barbariche, si erano spinti sino a Fano. R. era minacciata ed indifesa; gran parte del suo abitato si estendeva fuori delle venerande, ma ormai inutili. La prima Repubblica Aureliano decise di circondare la città con una forte cinta difensiva che rispondesse alle esigenze strategiche. L'urgenza impose la celerità della costruzione e l'incorporazione di edifici già esistenti (p. es., gli horti Aciliani del Pincio, il muralgione del Castro Pretorio, arcuazioni di acquedotti, l'anfiteatro Castrense, sepolcri, ecc.), il tutto per un'estensione di ca. 12 miglia. Un separato tratto di mura correva lungo il Tevere dalla Via Flaminia al ponte gainicolense; una parte del Trastevere venne inclusa in un triangolo di mura con il vertice sul Gianicolo (Porta S. Pancrazio). Le porte principali della nuova cinta di mura denominava delle vie consolari che ne uscivano. L'imponente impresa, iniziata da Aureliano nel 271, fu compiuta da Probo (276-82). Durante il breve regno di Carino, un incendio danneggiò gran parte del centro di R. (284).
4. Sec. IV dell'Impero. — Con Diocleziano (284-305) l'Imperatore non è più soltanto il generale delle milizie, ma è il nuovo sovrano del mondo romano e il dominus diademato dei sudditi. R. risente del potente soffio di vita dato all'Impero dalla riforma diocleziana e, benché con carattere decadente, ritrova nell'arte ed in specie nell'architettura grandiosità ed audacia. Massimiano fa costruire in onore del suo collega nell'Impero, a lui intitolandole, le grandiosi Terme di Diocleziano (302), dedicata da Costanzo Cloro nell'a. 305. Ingenti restauri subirono in quegli anni il teatro di Pompeo e l'Isco. Massenzio (306-12), mentre R. non era più il centro dell'Impero, ne intese ancora la grandezza e volle dotarla di un altro monumento dando inizio alla costruzione di una nuova Basilica nel Foro, che poi si disse di Costantino, avendola questo Imperatore condotta a termine. Di Massenzio sono anche il grande Circo sulla Via Appia ed il piccolo heroon o tempietto dedicato alla memoria del suo giovanissimo figlio Romolo (vestibolo della chiesa dei SS. Cosma e Damiano). A Costantino vincitore di Massenzio fu eretto nell'a. 312 l'arco trionfale presso il Colosseo, le cui figurazioni, in parte prese da un simile monumento di arte classica traianea ed in parte di arte decadente contemporanea, sembrano riassumere e con-
chiumere il glorioso ciclo dell'arte romana e dare inizio all'arte cristiana. Costantino fece erigere le sue terme sul Quirinale e l'arco di Giano Quadrifronte all'ingresso del Foro Boario. L'imperatore Costanzo visitò R. con il principe persiano Orsmida (356) e concesse alla città l'obelisco che Costantino aveva destinato a Costantinopoli e che era rimasto ad Alessandria; fu innalzato, presso quello messo da Augusto, sulla spina del Circo Massimo (obelisco lateranense). Fra gli ultimi sprazzi di vita del paganesimo va segnalata l'erezione presso il Foro del portico degli Dèi Consenti, con celle dedicate alle 12 maggiori divinità dell'Olimpo pagano a cura del Prefetto della città Vettio Agorio Protestato. Notevole in questo periodo la ricostruzione del ponte Aurelio, già edificato da Caracalla, essendosi imperatori Valentiniano. Valente e Graziano (370). Tra gli a.a. 379 e 383 furono estesi portici attraverso la regione cistiberina (porticus maximae) terminanti presso il ponte Elio (ponte S. Angelo) ove venne eretto un arco trionfale in onore degli imperatori Graziano. Valentiniano e Teodosio.
5. Sec. V dell'Impero. - Nell'a.a. 403, per la minaccia incombente di invasioni barbariche, gli imperatori Arcadio ed Onorio fecero restaurare e rafforzare le mura di Aureliano. R. non fu più la residenza imperiale, che venne fissata in Ravenna, città numismatica. Effimero ripudio fu per R. la celebrazione del trionfo di Onorio sui Goti (405); essa vide per l'ultima volta ludi cruenti nel Colosseo con il sacrificio del monaco Telemaco. Foschi giorni quelli dell'entrata dell'esercito di Alarico, del saccheggio e dell'incendio gotico (410). Onorio (423) e sua moglia Maria ebbero il loro mausoleo presso la Basilica del Vaticano che accolse anche la salma di Valentiniano III. Ulteriori danni arrecò alla città il saccheggio dei Vandali di Genserico (455). Si giunge alla caduta dell'Impero di Occidente con la deposizione di Romolo Augusto da parte di Odoacre (476). Ultimo raggio della cadente gloria di R. fu il soggiorno nell'Urbe, durato sei mesi, del Re degli Ostrogoti. Teodorico (500), ariano, che, conscio della grandezza della città eterna, ordinò la riparazione dei monumenti fatiscenti ed istituì funzionari per la protezione delle opere d'arte risparmiate dalle rapine e dalle devastazioni delle orde barbariche. Una nuova forza succede alla precedente, la Chiesa giovane e vigorosa fra le rovine del classicismo ne raccolse gli utili germi che fiorendo e fruttificando dovevano produrre la nuova civiltà cristiana.

Roma - Veduta aerea del Foro romano e del Palatino.
Roma - Veduta aerea del Foro romano e del Palatino.
(fot. Enit)
Topographie, Vicenza 1930; I. A. Richmond, The City Wall of Imperial R., Oxford 1930; B. Wiggstron, Till fragan an templen på plazza Argentina, in Eranas, 38 (1930), p. 148 sgg.; G. Lughi, I monument. antichi di R. e suburbio, vol. I, La zona archeol., 2a ed., Roma 1931; vol. II, Le grandi opere pubbliche, 1934; vol. III, A traverso le regioni, 1938; vol. IV, suppl., 1940; G. B. Giovanale, Le porte del recinto di Aureliano e Probo, in Bull. Comm. di R., 1931, p. 9 sgg.; G. Saeflund, Le mura di R. repubblicana (Acta Instit. Rom. Regni Suecae, 1), Lund 1932; E. B. van Deman, The buildings of the Roman aqueducts, Washington 1934; Th. Ashby, The aqueducts of ancient R., Oxford 1935; Arvast Nordh, Prolegom. till den Romerske Regionskatalogen, Göteborg 1936; G. Marchetti-Longhi, Sintesi stor. e topografi. dello sviluppo del Campo Marzio nell'antica R., in Atti del V. Congr. Intern. di Arch. in Berlino, 1939, p. 498 sgg.; A. Pignoli, Hist. de R., Parigi 1939; P. Ducati, Come nacque R., Cremona 1939; R. Valentini - G. Zucchetti, Codice topografi. della città di R., 3 voll., Roma 1940, 1942, 1946; M. Santangelo, Il Quirinale nell'antichità classica (Memorie della Pont. Accad. Rom. di Arch., 3), Città del Vaticano 1941, p. 77 sgg.; M.-G. Dumézil, Iupiter. Mars, Quirinus (Naissance de R.), Parigi 1941; M. J. Perret, Les origines de la légende royaume de R., 1942; A. M. Colini, Stor. e topogr. del Cielo nell'antichità (Mem. della Pont. Accad. di Archéol., 7), Città del Vaticano 1944; A. Degrassi, L'edificio dei fasti Capitolini, in Rendic. della Pont. Accad. Rom. di Arch., 9 (1945-46), p. 57 sgg.; G. Lughi, R. antica. Il centro monumentale, Roma 1946; R. Bloch, Les origines de R., Parigi 1946; L. Lughi, Fontes ad topographiam veteris Urbis Romae pertinentes, Roma 1952 (vol. I: l'opera conserta di 11 voll.).
Gioacchino Mancini
III. STORIA POLITICA E COSTITUZIONALE.
SOMMARIO:
I. L'epoca monarchica
II. Dalla monarchia alla repubblica
III. L'espansione nel Lazio e in Italia
IV. La lotta per il dominio del Mediterraneo
V. La costituzione repubblicana e la sua crisi
VI. Dai Gracchi a Cesare
VII. Ottaviano e la genesi del principato
VIII. Da Augusto ai Severi
IX. L'impero assoluto.I. L'EPOCA MONARCHICA
R. fu governata certamente, nei primi secoli della sua storia, a regime monarchico. Attorno ad un capo vitalizio (rex) - della cui esistenza testimonianza, oltre alla tradizione costante, ritrovamenti archeologici (la stele del foro) e la persistenza, in periodo repubblicano, di uffici (rex sacrorum) e di istituti (interregnum) che ad essosi riallacciano — sono l'assemblea dei patres, capi dei gruppi politici (gentes) preesistenti alla formazione dello Stato, e quella del popolo (comitium). Questa ultima assemblea, composta di 30 curiae, suddivisibili delle tre tribus dei Ramnes, Tities e Luceres, ebbe competenza limitata e ristretta, sostanzialmente, al campo del diritto privato.
Ad una prima fase, detta della monarchia latina, un'altra ne succede, quella degli ultimi tre re, la quale, anche dai nomi dei sovrani, si dimostra etrusca; e che coincide appunto con il momento della massima espansione degli Etruschi verso il sud. Questo regime di conquistatori avrebbe avuto termine in seguito ad un moto rivoluzionario nel 509 a. C. Tuttavia la dominazione etrusca non fu senza vantaggio per R.; dagli invasori i Romani appresero l'interpretazione dei segni offerti dalla divinità (aruspicina), l'arte delle costruzioni (l'arco) e soprattutto, l'organizzazione militare, che costituì la base dell'exercitus centuriatis, la cui istituzione l'analitica romana faceva appunto risalire a Servio Tullio. Il periodo della monarchia etrusca fu quindi per la città del Tevere un'età di splendore e ne fece «la grande R. dei Tarquini» (Pasquali).
Il rex primitivo, circondato da alcuni collegi sacerdotali (v. Auguri; Feziali; Pontefice Massimo), aveva accanto a sé degli ausiliari: i duoviri perdulionis ed i quaestores parricidi, che lo coadiuvavano nell'esercizio della giurisdizione penale, e il magister populi, che comandava l'esercito.
II. Dalla monarchia alla repubblica
Fu con ogni probabilità attraverso questo aiutante del rex che si attuò il trapasso dalla monarchia alla repubblica. Che questo sia avvenuto gradualmente e non in seguito ad una rivoluzione, per metà popolare e per metà di palazzo, è oggi ammesso concordemente. Meno d'accordo si è sul modo in cui si sarebbe passati da un capo unico e vitalizio ad una magistratura collegiale. Vi è chi ritiene (De Sanctis) che al rex si siano sostituiti tre magistrati (praetores, da praeire, funzione di chi guida l'esercito in battaglia), capi delle tre tribus: nel 367 a. C. due questi sarebbero divenuti i supremi magistrati, capi della civitas, mentre al terzo sarebbe rimasto l'esercizio della giurisdizione civile. Altri (Arangio-Ruiz) pensa che vi sia stata sin dall'inizio, e conforme a quanto si riscontra presso altre popolazioni italiche (p. es., gli Osci), una coppia a potere disuguale, che si sarebbe successivamente trasformata in coppia collegiale. Altri ancora (de Frantzis) ritiene che il rex sia stato esautorato dei suoi poteri militari dal magister populi, che comandava per sua delega l'esercito; pensa inoltre che il magister populi sia stato per qualche tempo magistrato unico, coadiuvato nel momento della monarchia, e che abbia poi formato coppia collegiale con quest'ultimo, quando, nella prima metà del sec. v a. C., ebbe luogo, per le aumentate necessità militari, la duplicazione dei quadri dell'esercito, con la costituzione di due legioni.Accanto ai due praetores, che, a partire da un certo momento, assumono il nome di consules (colleghi), si trovano, quali ausiliari, i quaestores. Alla suprema magistratura ordinaria viene sostituito, in caso di gravi necessità (rei gerundae causa e seditionis sedandae causa), un magister statuordinario (dictator), al quale sono sottoposti tutti gli altri magistrati; in questa figura rivive l'antico magister populi, con il suo potere illimitato, contro il quale INTERCESSIO (v.), né la provocatio.
La nuova comunità, nella quale alle primitive gentes si erano aggiunti altri gruppi (di immigrati, di clienti che avevano rotto il vincolo di dipendenza dai loro gentiles, forse di ex-schiavi) che formavano insieme la plebe, fu tormentata, a partire dai decenni immediatamente successivi alla costituzione della repubblica, dalla lotta tra i due ordini della popolazione: i plebei reclamavano, infatti, il diritto di contrarre matrimonio (conubium) con i patrizi, l'accesso alle magistrature (ius honorum), l'attenuazione della pressione fiscale e debitoria e, forse, una distribuzione di terre o la limitazione della proprietà fondiaria.
Un primo risultato di questa lotta tra patriziato e plebe, caratterizzata da secessioni o minacce di secessioni (Aventino, M. Sacro) della plebe sotto la guida dei suoi capi (tribuni), fu la costituzione, per gli aa. 451 c. 450, di due collegi di decemviri legibus scribundis che Dodici Tavole (v.). Solo nel 445 a. C. però, con la rogatio Canuleia, fu concesso ai plebei il conubium: via aperta per le altre rivendicazioni. Negli anni successivi al decemviri legislativo, i Fasti registrano volta a volta coppie consolari e collegi di tribuni militari consolari potestate, in numero variabile. A questa ultima magistratura, costituita dagli ufficiali superiori delle legioni, e alla quale si faceva, con ogni probabilità, ricorso per le aumentate necessità militari causate dalle lotte per l'espansione, vennero ammessi anche i plebei. E finalmente, nel 367 a. C., con una delle leggi Liciniae-Sextiae, fu stabilito che uno dei posti di console spettasse alla plebe (in pratica ciò avvenne regolarmente solo dopo il 320), mentre veniva istituita una nuova magistratura (praetor urbans), cui era affidato l'esercizio della giurisdizione civile.
III. L'espansione nel Lazio e in Italia
Il nuovo Stato si trovò a dover affrontare, subito dopo la sua costituzione, una serie di lotte con le popolazioni confinanti; l'analitica romana insiste su queste guerre contro gli addisti ed anniversari hostes. Furono dapprima gli Etruschi che, tentando un ritorno offensivo, dovettero ottenere successi sui Romani, come è dato arguire dal racconto tradizionale circa Porsenna, Iurs di Chiusi, che avrebbe a lungo assediato R. Cominciò poi l'opera di espansione nel Lazio. Intorno al 493 a. C., R. si unì ai Latini con un'allienza (foedus Cassianum) alla quale aderirono presto gli Enrici, abitanti della valle del Trero a sud-est di R.; tale alleanza era principalmente rivolta contro la minaccia degli Equi, stanziati tra Rieti e la conca del Fucino, e dei Volsci, avanzatisi, dall'alta valle del Liri, sui monti Lepini fino a minacciare il Lazio meridionale tra Terracina (Anxur) e Anzio. Verso la fine del sec. v questi avversari erano stati dove costretti ad arretrare, dove contenuti. Anche al nord, dopo una dura lotta (nella quale si ebbe l'episodio, non del tutto leggendario, dei Fabi al Crémera), fu presa e distrutta (396 a. C.) la potente città etrusca di Veio.Appena superata questa grave prova, nel 390 R. subì l'invasione celtica che si concluse con la sua conquista e la sua quasi totale distruzione. Le conseguenze ne furono gravi, specialmente dal punto di vista politico, in quanto misero nel nulla l'attività di conquista spicata fino alla presa di Veio; solo nel 338 R. riuscì a riunire a sé in alleanza Latini ed Enrici, per volgersi ad affrontare i Volsci e, successivamente, Tarquinia, Cere e Faleria. Consolidatasi, R. concluse due trattati: il primo con i Sanniti (354) e il secondo con Cartagine (348); ma la sua posizione di crescente potenza e predominò fece sollevare contro di lei i Latini (340), aiutati dai Campani. I Romani, vincitori, vennero poco più tardi in urto con i Sanniti, che si vedevano tagliata da R. la via della pianura e del mare. Nel 326 a. C. Napoli si arrese ai Romani; ma quando essi, nel 321, cercarono di penetrare dalla Campania nel Sannio, il loro esercito fu costretto ad arrendersi nelle giole di Caudii. La guerra riprese nel 316, con un grande successo iniziale dei Sanniti, cui seguì, due anni dopo, una sconfitta romana a Terracina. Dopo una fase di successi romani nella valle del Liri e in Puglia, nel 310 R. si trovò minacciata contemporanea, mentre dai Sanniti, da città etrusche, dagli Equi e dagli Enrici; dopo una pace conclusa nel 304, la lotta riprese nel 298, contro la coalizione italica suscitata dai Sanniti. I Romani furono vincitori a Sentino, in Umbria, e, in seguito a ciò e al blocco del Sannio, nel 290 si arrivò alla pace definitiva.
Successivamente R. si volse a domare le popolazioni stanziate a nord; vittorie sulle popolazioni galliche ed etrusche permisero la fondazione di colonie sulla costa adriatica. Senonché, quasi contemporaneamente, la lotta riprese al sud. Alcune città greche dell'Italia meridionale avevano seguito con simpatia l'affermarsi della potenza romana: nel 282 a. C., Turii, minacciata dai Lucani, richiuse l'aiuto di R. La città liberata accolse una guarigione romana, con grave preoccupazione di Taranto;
un incidente portò alla guerra con quest'ultima, che aveva assunto una posizione direttiva sulle città della Calabria e che poteva contare sull'assistenza militare di Pirro, re d'Epiro, desideroso di fondare un regno ellenistico nell'Italia meridionale. I Romani furono battuti ad Eraclea nel 280, ad Ascoli in Puglia nel 279; ma, dopo una infruttuosa campagna in Sicilia e una battaglia con esito dubbio presso Benevento, Pirro abbandonò l'Italia. L'effetto della guerra fu l'estensione del dominio romano nella Magna Grecia: Taranto si arrese, e nel 270 Reggio ebbe una guarnigione romana. Quasi contemporaneamente, al nord, veniva fondata (268) la colonia latina di Rimini.
IV. LA LOTTA PER IL DOMINIO DEL MEDITERRANEO
R. si trovava ormai di fronte alla potenza di Cartagine; questa aveva da tempo stabilito un monopolio commerciale nel Mediterraneo occidentale, e aveva veduto riaffermato il suo predominio sulla Sicilia in seguito agli insuccessi di Pirro. L'urto tra le due potenze fu provocato dalla richiesta dei Mamertini, mercenari che avevano occupato Messina, di essere ammessi nella Lega italica. Nel 264 un esercito romano passò in Sicilia e costrinse i Cartaginesi ad abbandonare Messina; questo portò ad un'allieanza tra Gerone di Siracusa e Cartagine, che, a sua volta, mandò in Sicilia altre forze militari. Dopo la formale dichiarazione di guerra, inizializzò l'avanzata romana su Siracusa, Gerone abbandonò i Cartaginesi, che perdevano nel 262 Agrigento, la loro principale piazza-forte nell'Isola. I Cartaginesi furono battuti sul mare una prima volta presso Milazzo nel 260 e una seconda nel 257; a seguito di ciò, venne deciso dai Romani di portare la lotta in Africa, dove si successi inizializzò negli avanti. Dopo una grande vittoria navale romana alle Egadi, nel 241 a. C., il Trattato di pace stabiliva tra l'altro che Cartagine sgomberasse la Sicilia. Così questa, nel 227, diveniva la prima provincia romana, quasi contemporanea-mente all'erezione in provincia della Sardegna della Corsica.R. consolidò subito dopo la sua posizione nel nord d'Italia e nell'Adriatico. Nel 225 a. C. grandi tribù celtiche si infiltrarono nell'Etruria, ma furono battute a Talamone; nel 223 un esercito romano passò il Po; furono fondate le colonie latine di Piacenza e Cremona e fu costruita la via militare Flaminia da R. a Rimini. Contemporaneamente, tra il 229 e il 219, R. spazzò l'Adriatico dai pirati illirici.
Cartagine frattanto cercava di compensare la perdita di potenza e di prestigio subito in Sicilia, mediante conquiste nella Spagna. Di fronte a questa espansione R. ritenne opportuno fissare, d'accordo con Cartagine, un limite alle rispettive sfere d'influenza: nel 226 tale limite fu stabilito all'Ebro. Ma a sud di questo fiume vi era Sagunto, città alleata di R. dal 230 ca. Le vicende interne di questa città richiesero nel 220 l'intervento dei Romani; l'anno successivo Annibale Barca assediò Sagunto. Da ciò ebbe origine la seconda guerra punica. Annibale iniziò la marcia verso l'Italia incontrando solo lievi resistenze prima del passaggio delle Alpi. Gli eserciti romani furono battuti successivamente ad occidente del Ticino, sulla Trebbia (218), al Trasimeno (217); Annibale, passato nell'Italia meridionale, pose in Puglia gli accampamenti invernali. I consoli per l'a. 216 lo affrontarono, con un grande esercito, sull'Ofanto presso Canne, ma ancora una volta i Cartaginesi prevalsero.
Contemporaneamente la Macedonia e Siracusa si unirono ai Cartaginesi; Filippo V di Macedonia desiderava conquistare i possedimenti romani in Illiria. R. riuscì dapprima a trattenere in Macedonia, poi (210) gli schierò contro la Lega etnica.
La guerra in Spagna ebbe un impulso nuovo ad opera di Pubblico Cornelio Scipione figlio, che, nel 206, obbligò i Cartaginesi ad abbandonare la Penisola iberica.
Anche in Italia la sorte delle armi mutava: Capua nel 211 e Taranto nel 209 caddero nelle mani dei Romani. Nel 207 l'esercito cartaginese guidato da Asdrubale in aiuto del fratello Annibale fu battuto al Metauro e nel 205 Annibale abbandonò l'Italia per tornare in Africa, dove Scipione portò la guerra (204). Stabilitosi solidamente ad Utica, il generale romano, che si era procurato l'alleanza di Massinissa, condusse una campagna fortunata, conclusasi con la vittoria su Annibale a Zama (202). Per il Trattato di pace Cartagine abbandonava tutti i possedimenti fuori dell'Africa; cedeva la Numidia a Massinissa; consegnava la flotta e gli elefanti; si impegnava a pagare un'ingente indennità ed a non far guerra senza il consenso di R. Quest'ultima, a prezzo di durissima lotta, aveva trionfato dell'unica potenza capace di contrastare il passo nel Mediterraneo; ed aveva riportato un enorme successo politico, avendo potuto contare, contrariamente alle previsioni di Annibale, sulla sostanziale fedeltà dei suoi alleati italici.
Rimaneva ora l'opera di consolidamento dei risultati. Battuti i Celti, l'Italia settentrionale veniva compiutamente organizzata, con la fondazione di nuove colonie e con la costruzione della via Emilia, da Rimini a Piacenza, mentre veniva conquistata la Liguria e assicurato il confine orientale con la fondazione della colonia latina di Aquileia (181) e, successivamente, con la conquista dell'Italia.
La lunga lotta in Spagna si concluse solo molto tardi, con la presa di Numazia (133 a. C.). Contemporaneamente, la terza guerra punica faceva definitivamente la potenza cartaginese. Cartagine (146) veniva distrutta e il suo territorio (gran parte dell'odierna Tunisia) costituì la provincia d'Africa.
Il dominio su tutto il bacino del Mediterraneo fu conseguito da R. attraverso una paziente politica, la cui prima fase, inizializzò nel 201 a. C. con l'aiuto dato a Pergamo e a Rodi, proseguita con la lotta contro Filippo (200), si concluse con la vittoria romana a Cincocle (197) e la proclamazione dell'indipendenza degli Stati greci (Corinto, 196). A questa fase seguì quella della guerra contro Antioco di Siria, battuto dapprima nel 191 alle Termopili e una seconda volta l'anno seguente a Magnesia presso il Sipilo e costretto alla Pace di Apamea (188). La terza guerra macedonica, contro Perseo figlio di Filippo, si concluse, dopo alterne vicende, anch'essa con la vittoria romana a Pidna (168).
Da questo momento R. che si era limitata a far sentire la propria influenza in Oriente, cambiò politica: la Macedonia divenne provincia e anche la Grecia venne sottoposta al dominio romano, dopo la distruzione di Corinto, avvenuta lo stesso anno (146) di quella di Cartagine.
V. LA COSTITUZIONE REPUBBLICANA E LA SUA CRISI
La costituzione della città che aveva esteso le proprie conquiste a tutto il bacino del Mediterraneo era fondata, nel momento di apogeo della Repubblica, su tre organi: la magistratura, il senato, i comizi. Le magistrature erano cresciute di numero: accanto ai consules si trovavano, infatti, non solo il praetor urbanus istituito nel 367, ma i censores (istituiti probabilmente da una lex Aemilia nel 434 per redigere il censo e assunti poi all’altissimo incarico di controllori della pubblica moralità), i quaestores, gli aediles curules e un altro praetor, istituito nel 242 per amministrare la giustizia tra Romani e stranieri e tra stranieri, e detto perciò peregrinus. Accanto a queste magistrature patrizie — in quanto di tutto lo Stato — (la cui caratteristica è di essere collegiali, gratuite e temporanea), altre ve ne sono, dette plebee: il tribunato e l’edilità della plebe. Compito dei tribuni è di difendere gli interessi della plebe; e, a tale scopo, essi sono muniti dell’intercessio (v.), con cui possono impedire gli atti di qualsiasi magistrato, della prensio, facoltà di arrestare chi si opponga alla loro volontà, mentre godono della inviolabilità personale (sacrosanctitas).I principali magistrati della Repubblica, quelli chiamati ad esercitare attività militari e di governo, sono a somiglianza dell’antico rex, muniti di imperium, capaci, a generale di comando, cui è connesso l’auspicium, facoltà di interpretare la volontà degli dèi.
Il Senato è, in epoca repubblicana avanzata, composto di patrizii (patres) e di plebei (conscripti), attraverso una scelta effettuata dapprima dai consoli, più tardi dai censori. È questa assemblea, alla quale si accede dopo aver gerito le magistrature, che costituisce la vera centrale di comando della Repubblica, anche per la continuità della politica, che essa può meglio assicurare nei confronti dei magistrati annuali. Ad essa spetta la direzione della politica estera e di quella finanziaria; ad essa l’assunzione del potere (interregnum) quando vengano a mancare i magistrati supremi; essa esercita, infine, un potere di ratifica (auctoritas) nei confronti delle deliberazioni delle assemblee popolari.
Anche queste ultime sono cresciute di numero: accanto ai vetusti comitia curiata, sorgono, verso la metà del seicento, i comiti centuriati, assemblea di origine militare a base timocratica, composta, nella sua fase compiuta, di 193 censori, distinte in cinque classi a seconda del censo e ordinate in modo da assicurare la prevalenza nelle votazioni alle classi più abbienti.
Ugualmente assai antichi sono i comiti tributa, in cui il popolo è inquadrato per tribù. Ambedue questi comizi assunsero, con il tempo, una triplice competenza: elettorale (per la nomina dei magistrati, maiores nei centuriati, minores nei tributi), legislativa, giudiziaria.
In contrapposto a queste assemblee, che radunano tutto il popolo, una ve ne ha, esclusiva della plebe (comitio plebis tributa), che si raduna sotto la presidenza dei tribuni e le cui deliberazioni (plebiscita) ebbero valore per la sola plebe, fino a quando una lex Hortensia (486 a. C.) non le parificò alle leggi comiziali (v. Plebiscito).
Questa struttura costituzionale, in cui il popolo è chiamato ad esercitare i diritti politici (peraltro limitati: R. non è mai stata una democrazia in senso moderno), direttamente, e non per mezzo di rappresentanti, era però adatta ad una comunità ristretta, al più, ai limiti della Penisola italica. La conquista del grande impero monomale poneva non solo la necessità di organizzare i territori nuovi secondo schemi differenti da quelli impiegati in Italia (federazione, municipi, colonie), ma creava, altresì, l’esigenza di un forte potere centrale, capace di controllare non solo i territori, ma anche i magistrati ad essi preposti.
La forma di organizzazione impiegata nei territori fuori dell’Italia peninsulare fu la provincia. Al territorio incorporato e divenuto proprietà del popolo romano veniva preposto un magistrato (che portò dapprima il titolo di praetor, poi di proconsul o di propraetor, a seconda della carica precedentemente gerita in città), assi-stito da dieci legati del Senato e da un quaestor.
Il dominio romano aveva subito un’enorme espansione; ma proprio in questa espansione, e nella modificazione profonda che essa produsse nell’economia e nella vita romana in genere, è da vedere la causa prima di quella serie complessa di fenomeni che vanno sotto il nome di crisi della Repubblica. Il largo afflusso di capitali, di merci, di schiavi, aveva profondamente mutato la fisionomia economica dell’Italia. L’abbandono dei campi, dapprima conseguenza delle operazioni militari svoltesi nella Penisola, era continuato poi perché determinato colture erano divenute antieconomiche e certi prodotti (p. es., il grano) giungevano ai porti italiani a prezzo molto più conveniente di quello interno. Si venne allora formulato una serie di grandi proprietà terriere, concentrate nelle mani della classe senatoria, la quale doveva impiegare in questo modo le ricchezze accumulate durante le guerre, essendo proibito l’esercizio del commercio. A questo si dedicava invece, praticamente in regime di monopolio, la classe dei cavalieri (ordo equester), che si era venuta progressivamente affermando e che si poneva, anche come forza politica, in contrasto con la nobilitas senatoria. Al di sotto di queste classi privilegiate non esisteva ormai quasi più il popolo, che prima esercitava i suoi diritti politici nei comitii e che era pronto ad accorrere a difendere la Repubblica sui campi di battaglia. Scomparso il cittadino-soldato, all’antico esercito se ne era sostituito uno di mestiere, composto di soldati che si arruolavano per lunghi periodi, desiderosi di partecipare alle larghe distribuzioni di bottino e legati, dalla lunga consuetudine del servizio, più al loro comandante diretto che all’autorità, astratta e lontana, dei magistrati e del Senato. In R. nei comitii, non rimaneva che una turba di nullatenenti, pronta a seguire i capi delle varie fazioni in lotta, i quali a seconda della loro capacità momentanea ne sapessero sollecitare gli istinti e soddisfare gli interessi con distribuzioni di viveri e di denaro.
Intorno a R. poi, cominciava ad addensarsi il malcontento degli alleati italici, duramente provati dalla guerra e troppo scarsamente ricompensati; e che invano avevano chiesto la concessione del diritto di cittadinanza romana.
VI. DAI GRACCHI A CESARE
La prima manifestazione evidente della crisi della Repubblica si ebbe nel 133 a. C., con il tribunato di Tiberio Gracco. Più delle singole proposte da lui fatte, interessa qui rilevare che, per la prima volta, si assiste ad un tentativo di affermazione del principio della sovranità popolare, intesa non solo nel senso che la volontà del popolo debba prevalere su quella degli organi della civitas, ma altresì nel senso che il popolo conferisca ai magistrati un mandato vincolante e che possa quindi revocarsi quando essi si discostino dalle istruzioni ricevute. A questi principi di ordine rivoluzionario il Senato ne opponeva altri, ugualmente contrastanti con la costituzione repubblicana; con il tentar di ricorrere al senatusconsultum ultimum, con il ratificare l’uccisione di Tiberio Gracco dichiarato nobilis republica, e soprattutto con il concedere ai magistrati poteri eccezionali, esso anticipava le magistrature straordinarie attraverso le quali doveva attuarsi il passaggio dalla repubblica al principato.L’opera di Tiberio fu continuata dal fratello Caio Gracco, tribuno per gli aa. 123 e 122; ma anche questo tribunato, conclusosi con la morte di Caio, non fece che aggravare quella che era stata la situazione seguita alla morte di Tiberio.
Subito dopo R. si trovò a dover fronteggiare, in Africa, la minaccia di Giugurta, erede, con altri due principi, del trono di Numidia. Giugurta riuscì ad escludere i coeredi, uno dei quali, Aderbale, aveva ottenuto la protezione dei Romani; questi, nel 111 a. C., iniziarono la guerra, che si protrasse, con vicende alterne, fino al 106, anno in cui Caio Mario, battuto Giugurta, riuscì a farselo consegnare dal Re di Mauritania presso il quale il Sovrano numida aveva cercato rifugio.
Mario si volse poi a fronteggiare la minaccia dei Cimbri e dei Teutoni, che avevano, nel 105, battuto i Romani ad Arausium (Orange). Stabilitosi nel 104 nella Gallia meridionale, provvide a riformare l’esercito e ad apprendergli una nuova tattica; nel 102 i Teutoni furono
battuti presso Agua e Sexta (Aix-en-Provence) e l'anno successivo i Cimbri presso Vercelli.
Mario aveva rivestito ininterrottamente il consolato dal 104 al 100 a. C., ed era ormai il capo riconosciuto del partito popolare. Due esponenti di questo, L. Apuleio Saturnino e G. Servilio Glaucia, tentarono, negli 100 a. C. 99, di stabilire il predominio del partito democratico; ma i disordini da loro provocati diedero al Senato l'occasione di una energia repressione; con la fine del loro tentativo decadere la posizione politica di Mario e quella della classe dei cavalieri, che si erano alleati ai popolari.
Ma la necessità di riformare era presente anche agli esponenti più illuminati della nobilitas: uno di questi, M. Livio Druso, tribuno per l'a. 91, preparò una serie di leggi, che incontrarono però grande opposizione. Druso, che si era anche presentato come difensore degli interessi degli alleati italici, fu ucciso misteriosamente. La sua morte fu il segnale della ribellione in Italia: gli alleati costituirono contro R. un vero e proprio Stato, con magistrature e senato, avente la capitale a Confino e chiamato Italia e con vari eserciti si prepararono a marciare su R. Dopo un anno di lotta, nel 90, una Lev Italia concesse la cittadinanza romana agli alleati italiani rimpastigli del che avessero deposto le armi; nell'89, una Lex Plautia Papiria la estese a tutti i residenti in Italia che entro 60 giorni ne facessero domanda al pretore.

ev Italia concesse la cittadinanza romana agli alleati italiani rimpastigli del che avessero deposto le armi; nell'89, una Lex Plautia Papiria la estese a tutti i residenti in Italia che entro 60 giorni ne facessero domanda al pretore.
Poco dopo scoppiò il conflitto tra Mario e Silla, divenuto console e designato per il comando della guerra contro Mitridate e del Ponto. Di fronte al tentativo del partito mariano di togliergli questo comando in seguito ad un plebiscito, Silla marciò su R. e la occupò. Ma, costretto a ripartire per condurre la guerra, lasciò la città in balia dei suoi avversari: nell'89, Mario e L. Cornelio Cimna furono nominati consoli senza elezione popolare.
Silla, frattanto, conduceva fortunata operazioni militari in Oriente: conquistata Atene nell'86, riportò due vittorie, a Cheronea e presso Calcidè; e, in seguito a trattative con Mitridate, concluse con questo rapidamente la pace. Riorganizzata l'Asia, nella primavera dell'89, Silla sbarcò a Brindisi e, battuti successivamente gli eserciti consolari e quello degli Italici, che intendevano profittare della situazione per affermare la loro indipendenza da R., rientrò nella capitale. La repressione contro il partito democratico fu spietata: le proscrizioni sgombarono la scena politica degli avversari di Silla, il patrimonio dei proscrittori fu venduto all'incanto ed i loro schiavi, manomessi dal vincitore, divennero, con il nome di Cornelii, i suoi più forti sostenitori. Silla fu nominato dictatore legibus scribundis et reipublicae constituendae, facendosi conferire titolo e poteri già completamente al di fuori della costituzione repubblicana. Il regime da lui instaurato, definito regnum dagli antichi e monarchia mancata dai moderni (Carcopino), intendeva cancellare ogni rilevanza politica del partito popolare e della classe dei cavalieri. Il Senato fu portato a 600 membri, il numero dei questori a 20, quello dei pretori a 8. Furono stabiliti la carriera dei magistrati e il modo di designare i governatori provinciali. Il fatto di aver ricoperto la carica di tribuno della plebe escludeva da ulteriori progressi nella carriera politica. Venne aumentato il numero dei tribunali penali permanenti (quaestiones perpetuae), i cui componenti dovevano essere scelti nell'ordine senatorio.
Compiuta quest'opera, Silla nel 79 depose la dittatura e si ritirò a Pozzuoli, dove morì l'anno seguente. La costruzione che egli aveva faticosamente eretta doveva subire i primi colpi, avvisaglie della definitiva decadenza, proprio ad opera di un personaggio che era stato uno dei suoi luogotenenti, quel Gneo Pompeo che, giovanissimo, aveva levato a sue spese e condotto a Silla due legioni ed aveva da questo ottenuto, senza essere maggiorato, il trionfo e l'epiteto di magnus. Le capacità militari di Pompeo furono subito utilizzate nel 77, quando egli, come privato, venne incaricato di condurre la guerra a fianco del console Q. Lutazio Catulo contro la ribellione scoppiata in Etruria, nelle località dove Silla aveva fatto larghe assegnazioni di terre ai suoi veterani. Subito dopo egli fu inviato in Spagna con imperium proconsulare a fronteggiare Q. Sertorio, esponente del partito democratico, che, divenuto governatore della Spagna settentrionale nell'89, e successivamente postosi a capo dei partigiani di Mario e dei ribelli lusitani, era nel 77, padrone della Spagna citeriore. Dopo una lunga campagna, Sertorio e il suo luogotenente Perperna vennero battuti (72 a. C.).
Pompeo rientrò in Italia in un momento delicato; nel 74 era ricominciata la guerra contro Mitridate e, poco dopo, era scoppiata, in Italia, una grande rivolta di schiavi, guidata da Spartaco. Questa sollevazione, di oltre 40.000 uomini, fu domata con grande fatica; l'ultimo esercito di schiavi fu battuto proprio da Pompeo.
Per ottenere il consolato, senza aver gerito le magistrature inferiori, egli si accordò con il partito popolare e con i cavalieri: e fu, con Crasso, eletto console per l'a. 70. I nuovi consoli attuarono alcune riforme contrarie alla politica silla, mentre il prestigio del Senato subiva un grave colpo per il processo contro Caio Verre, ex-governatore della Sicilia.
Un altro colpo alle norme costituzionali doveva esser dato da Pompeo qualche anno dopo. Nel 67, infatti, per sgombrare il Mediterraneo dai pirati, una Lex Gabinia stabilì che a lui, privatus cum imperio, fosse dato il comando della guerra, con il diritto di nominarsi dei luogotenenti (legati), di levare truppe, di comandare la flotta e di disporre dell'erario. Si creò così una figura di comandante con poteri praticamente illimitati. E il successo riportato da Pompeo nella lotta contro i pirati fece sì che con una Lex Manilia gli venisse affidato il comando della guerra contro Mitridate e Tigrane: ai poteri già concessigli dalla Lex Gabinia egli aggiungeva così il governo delle provinciae di Cilicia, Bitinia e Asia. Tra il 66 e il 62 a. C., egli non solo vinse Mitridate e fece di Tigrane un vassallo di R., ma riorganizzò compiutamente tutto l'Oriente: riordinò le province, fondò varie città e creò una serie di principati vassalli. La Siria venne eretta in provincia, la Palestina divenne uno stato tributario di R.: le città greche di tutti questi territori ebbero riconosciuta la loro autonomia ed entrarono in rapporti diretti con R.
L'opera compiuta da Pompeo doveva assicurare a lungo i confini orientali; e dimostra, malgrado l'oblio sceso su questa figura dopo la sconfitta nel conflitto con Cesare, le sue elevate capacità di comandante militare e di organizzatore.
Un altro personaggio, infatti, veniva emergendo nel mondo politico romano: C. Giulio Cesare. Di origine patrizia, egli esercitò la sua azione conforme al pensiero del partito popolare; a ciò lo spinsero in parte una visione più larga della situazione che era venuta determinandosi in R., e in parte l'obbiettivo più immediato di controbilanciare la crescente autorità di Pompeo.
Accordatosi con Crasso, Cesare favorì probabilmente nel 66 le mene rivoluzionarie di L. Sergio Catilina. La congiura andò a vuoto una prima volta nel 65, ma fu riorganizzata nel 63, anno del consolato di M. Tullio Cicerone. Questi costrinse Catilina a smaschearsi e a
1119
ROMA
foggiere presso i congiurati in Etruria e fece giustiziare, con procedura costituzionalmente censurabile, i ribelli rimasti in R. Catilina fu successivamente battuto e ucciso in battaglia presso Pistoia.
Questa era la situazione quando, verso la fine del 62, Pompeo sbarcò a Brindisi: celebrò l'anno successivo il trionfo, ma non riuscì ad ottenere la distribuzione di terre ai suoi veterani e neppure la ratifica dell'organizzazione data all'Oriente. Veniva con ciò a trovarsi in conflitto con il Senato, come aveva chiaramente previsto Cesare. Questi, che era stato propteriore in Spagna, dove aveva dato prova di buone capacità ed aveva rilanciato a suo tempo il suo patrimonio, venne eletto consolo per l'a. 59, insieme a M. Calpurnio Bibulo.
Egli si accordò con Pompeo e Crasso per esercitare a profitto suo e dei suoi alleati l'autorità sullo Stato negli anni avvenire. Propone una serie di leggi e fece approvare dai comizi, contro l'opposizione senatoria, l'ordinamento dato da Pompeo all'Oriente, mentre faceva concedere facilitazioni finanziarie agli appaltatori che fiancheggiavano Crasso.
In conseguenza degli accordi, a Cesare promosce le affidate per cinque anni il governo della Gallia Cisalpina e dell'Illirico, cui si aggiunse successivamente quello della Gallia Narbonese. Ciò permise all'ambizioso condottiero di formare una solida base alla sua influenza politica, legando a sé gli eserciti sottoposti al suo comando: egli estese il dominio di R. dai Pirenei e dall'Oceano fino alle Ardenne e ai Vosgi, respinse gli Elvezi e batté sul Reno Ariovisto, allontanando così la minaccia germanica del territorio gallico.
In un convegno con Pompeo e Crasso a Lucca (56) fu stabilito che questi assumessero il consolato per l'a. 55: per il successivo quinquennio a Pompeo era assegnato il governo della Spagna, a Crasso quello della Siria, mentre a Cesare sarebbe stato confermato il comando in Gallia. Durante questo tempo, Cesare sistemò definitivamente la Gallia dopo la vittoria su Vercingetorige. Ma in seguito alla morte di Crasso (a. 53), Pompeo ritenne giunto il mo-mento di assumere una funzione più saliente nello Stato: consul sine collega per l'a. 52, si tenne pronto a sostenere militarmente la politica senatoria. Di fronte a questo atteggiamento Cesare cercò di trattare con il Senato la propria nomina a consolo per l'anno successivo (49), al cessare del suo governo provinciale. Ciò andava contro una norma costituzionale, ma Cesare lo richiedeva soprattutto per evitare un giudizio sulla sua attività di governatore. Il Senato non solo rifiutò la nomina, ma richiamò Cesare. Questi passò in Italia e varcò il Rubicone (genn. del 49), che segnava il confine del territorio sottoposto al suo governo. Pompeo abbandonò con i magistrati e con il Senato R. e l'Italia per apprestare in Oriente l'eser-cito per la battaglia decisiva. Cesare, occupata R. si recò in Spagna dove batté i legati di Pompeo; e dopo essere rientrato per brevi giorni nella capitale, si recò in Mace-donia ad affrontare il rivale, che batté a Farsalo (a. 48). Passato in Egitto, dove Pompeo credendo di avere ricov-erò dal Re aveva invece trovato la morte, Cesare si trovò coinvolto nella lotta dinastica della famiglia tolemaica. Rientrato a R. nell'autunno del 47, fu nominato dittatore, ma, prima ancora di potersi dedicare all'attività di go-verno, fu costretto ad affrontare gli ultimi resti del par-tito pompeiano, che, in Africa, si erano riorganizzati, assicurandosi l'alleanza di Giuba, re di Numidia. Bat-tuti gli avversari a Tapso e ridotta la Numidia a pro-vincia (a. 46), Cesare era ormai il padrone dello Stato. Dittatore perpetuus, investito del titolo ereditario di im-perator, titolare della praefectura morum e investito della inviolabilità tribunizia, si comportò come un monarca nei suoi atti di governo. Non era questa, in quel momento, la via per assicurarsi il dominio su R. e sul suo Impero: e per questo suo errore politico Cesare cadde nel 44, vittima di una congiura.
VII. Ottaviano e la genesi del principato. Ottaviano, nipote diciannove in Cesare, sembrò ade-rire in un primo momento al partito degli uccisori dello zio, pensoso anzitutto di consolidare la propria posizione: si fece confermare dai comizi l'adozione da parte di Ce-sare, conseguiti il consolato nell'ag. 43 e riuscì a farsi conferire un imperium, prevalente su quello consolare, il diritto di far leve e l'incarico di difendere lo Stato contro i rivali Antonio e Lepido.
Questi videro l'opportunità di venire a patti: e verso la fine dell'ott. 43, si incontrarono a Bologna con Otta-viano. Frutto di questo incontro fu un accordo che ebbe poco dopo la sua consacrazione ufficiale in una lex Titia, proposta il 27 nov. 43, che nominava Ottaviano, Antonio e Lepido tresviri reipublicae constituendae con potere illimitato.
Battuto definitivamente il partito senatorio nell'ultima battaglia di Filippi (nov. 42), Ottaviano e Antonio con-vennero che la Gallia Cisalpina venisse riunita all'Italia ed amministrata da R.; la Gallia Transalpina veniva affidata ad Antonio con le province orientali; ad Otta-viano erano attribuite le Spagne ed era concessa libertà di iniziativa in Italia e nel Mediterraneo; le province africane erano affidate a Lepido. In una successiva distri-buzione a Lepido fu conservata l'Africa, ad Ottaviano fu dato l'Occidente, mentre l'Oriente fu affidato ad Antonio che avrebbe dovuto condurre la lotta contro i Parti, mentre Ottaviano combatteva contro Sesto Pompeo.
I poteri dei triumviri avrebbero dovuto scadere, se-condo la lex Titia, il 31 dic. 38. Malgrado ciò essi con-tinuarono ad esercitare il potere eccezionale e solo nel sett. o ott. 37, Ottaviano e Antonio si incontrarono a Taranto per decidere la proroga del triumvirato e fissare la nuova scadenza al 31 dic. 32. Nel 36 Ottaviano co-strinse Lepido a deporre la sua carica, mentre otteneva, per plebiscito, il diritto di sedere sui subsellia tribunicia con l'inviolabilità annessa.
L'opinione pubblica, nel frattempo, seguiva con preoccupazione il comportamento di Antonio in Egitto; e l'indignazione popolare raggiunse il culmine quando venne pubblicato, ad opera di Ottaviano, il testamento che Antonio aveva affidato alle Vestali e dal quale appa-riva la sua intenzione di trasferire la capitale da R. ad

Roma - Torre delle Milizie, Mercati Traianci e Foro di Traiano.
Alessandria. Antonio venne, per quanto il legalmente, deposto dal triumvirato, mentre fu dichiarata la guerra contro Cleopatra.
Ottaviano, cui fu affidato il comando di questa guerra, provvide abilmente a rinforzare la propria posizione con un giuramento di fedeltà prestatogli dall'Italia e da alcune province (coniuratio Italiae et provinciarum: Mon. Ancyr., 25); batté Antonio il 2 sett. 31 ad Azio, occupò Alessandria il 1° ag. 30 e depose la dinastia dei Tolomei, sostituendosi ad essa. Rientrato a R., vi celebrò, nei giorni 13-15 ag. del 29, il trionfo che segnava la fine delle guerre civili.
Egli si accinse ad un'opera che non fu solo una ricostruzione, ma, attraverso tappe successive, la fondazione di un nuovo regime. Nel 28 Ottaviano rivestì il consolato. Ma la sua posizione personale era assai più rilevante di quella dei collega nella suprema magistratura repubblicana. Egli portava infatti, quale praenomen, il titolo di imperator, che gli spettava come erede di Cesare e che gli era stato confermato dal Senato nel 29 a. C.
Ottaviano inoltre il titolo di princeps Senatus, mentre, attraverso varie concessioni, era venuto in possesso di quasi tutti i poteri e le prerogative dei tribuni della plebe, anche se, come appare più probabile, la tribunicia potestas gli venne concessa in pieno solo nel 23.
Egli era, infine, ancora rivestito del potere straordinario costituente che aveva avuto la sua prima fonte nella lex Titia, come appare, oltre che dai suoi atti, dai termini con cui nelle fonti è indicata la rinuncia da lui fatta nella seduta del Senato del 13 gen. 27 a. C.
Egli stesso afferma (Mon. Ancyr. lat., VI, 13-16) che per consensum universorum potius verum omnium, trasferì lo Stato (e quindi i poteri dello Stato) dalla sua potestas in Senatus Populique Romani arbitrium. Egli abbandonò quindi (come confermato anche altre fonti) il potere costituente e il comando generale sulle truppe, conservando invece tutti gli altri poteri, titoli e prerogative.
In cambio di tale rinuncia gli venne conferito il titolo di Augustus (colui che è sacro per designazione divina), mentre gli veniva tributata tutta una serie d'onori. Per l'esatta intelligenza della sua posizione interessa tener presente quanto egli stesso dice riguardo al periodo di tempo che segue alla rinuncia del 27. Egli (Mon. Ancyr. lat., VI, 31 sgg.) afferma di essere stato superiore a tutti per auctoritas, senza peraltro aver avuto maggiore potestas di coloro che gli furono, tra il 27 e il 23, colleghi nel consolato. Ora, il termine auctoritas è largamente impiegato nel diritto romano, pubblico e privato; il significato specifico che esso viene ad assumere nel caso di Augusto e designa... la posizione giuridicamente preminente dell'uomo nella cui persona è connaturato il potere pubblico, in modo completamente diverso da quello con cui esso viene attribuito ai magistrati repubblicani: e si collega con il nuovo concetto della maiestas degli imperatori, in cui si accentua l'elemento religioso (de Francisci).
Questa auctoritas si concreta d'altra parte in concessione di poteri. Infatti Augusto è investito di un imperium proconsulare decennale, con il governo delle province non ancora pacificate e il relativo comando delle truppe; e ottiene la cura et tutela rei publicae universa, e cioè, in sostanza, la facoltà di compiere tutti quegli atti e di prendere quei provvedimenti da lui ritenuti utili per il bene dello Stato.
Già di fronte a queste concessioni è difficile parlare, come fanno alcuni storici, di una restaurazione repubblicana attuata da Augusto. Ma la sua costruzione costituzionale si completa nel 23, quando egli rinuncia al consolato (per non assumere più in seguito alcun titolo repubblicano): in quell'anno, infatti, gli vennero conferiti la tribunicia potestas (nella sua pienezza) a vita e un imperium proconsulare (infinitum, cioè non sottoposto al limite del pomerium, e maius, in quanto superiore a quello di qualsiasi magistrato). Ma l'uno e l'altro potere gli venne conferito il titolo di Augusto, nella quale egli si conferma, in quanto imperatore, di essere stato confermato dal Senato nel 29 a. C.

gli venne conferito il titolo di Augusto, nella quale egli si conferma, in quanto imperatore, di essere stato confermato dal Senato nel 29 a. C.
Roma - L'Àra Pacis Augustae, nella ricomposizione definitiva - Roma.
Egli venne conferito disgiuntamente dai rispettivi uffici repubblicani.
Con la fondazione del principato si assiste alla creazione di una burocrazia, di una serie di funzioni, che lentamente assorbono le attribuzioni proprie delle antiche magistrature. Ad alcune di queste, conservate, si attribuiscono funzioni nuove nel quadro del nuovo assetto costituzionale, ma viene a mancare qualsiasi forza diretta nel governo dello Stato; i comitia furono chiamati da Augusto a legiferare e votarono numerose ed importanti leggi (de ambitu, de vi publica et privata, iudiciorum publicorum et privatorum, de maritandis ordinibus, ecc.); ma la loro funzione era destinata ad inaridirsi con l'aumentare dell'autorità del princeps. L'organo che invece accrebbe le sue funzioni fu il Senato (e ciò può spiegare l'opinione di Mommsen, che ha definito il regime augusteo come una diarchia formata dal princeps e dal Senato); esso acquista larga competenza nella giurisdizione penale e diviene capace di emanare norme giuridiche: i senatus-consulta divengono, infatti, fonti di diritto. Anche in questo caso, tuttavia, tale accresciuta competenza è più apparente che reale, in quanto assai spesso il senatus-consultum non è che il testo di una proposta (oratio) del principe fatta propria dall'assemblea.
In virtù dei suoi poteri il princeps influisce poi sulla giustizia, civile e penale, sia giudicando in grado di appello, sia affidando a propri funzionari il diritto di giudicare senza l'osservanza delle regole del processo ordinario (cognitio extra ordinem). Egli fa sentire, infine, la sua autorità anche sulla giurisprudenza, conferendo ad alcuni giureconsulti il ius respondendi ex auctoritate principis. Di più, egli può manifestare, anche direttamente, la propria volontà nel campo normativo, con le costituzioni imperiali, le quali, con il tempo, faranno inaridire ogni altra fonte di diritto.
Si può quindi agevolmente concludere che, alla fine di questa complessa rivoluzione legalitaria, ci si ritrova di fronte ad un organo nuovo, sovrapposto alla costituzione repubblicana, formalmente conservata ma destinata ad atrofizzarsi.
VIII. DA AUGUSTO AI SEVERI
TIBURIO (v.), che era stato adottato dal predecessore e che aveva, già lui vivente, ottenuto una parte dei suoi poteri (imperium proconsulare maius) per facilitare il trapasso di autorità. Nel principato mancava, infatti, un sistema prestabilito per assicurare la successione: e questa mancanza, trascinata nei secoli e alla quale si cercò volta a volta di ovviare con espedienti di vario genere, fu una delle cause della crisi che si concluse con il passaggio dal principato all'impero assoluto.Rimandando per questo e per gli altri imperatori ai rispettivi separati esponenti, basterà qui richiamare le
linee essenziali della politica di R. Sotto Tiberio fu occupato il territorio germanico fronteggiante Magonza; sotto Claudio (v.) fu estesa ulteriormente l'espansione in Germania, mentre venivano occupate la Mauretania, la Tracia, il sud della Britannia, e la Rezia e il Norico venivano ridotte a provincia. Nerone (v.) il Regno del Ponto fu trasformato in provincia e l'Armenia divenne nuovamente uno stato tributario di R. La rivolta della Giudea fu soffocata nel sangue e si concluse con Vespasiano (v.), al quale si deve anche la definitiva conquista della Britannia.
Un'affermazione decisa del potere del princeps si ha, dopo il breve governo di Tito (v.), con Dominiano (v.). Messosi in politica interna sulla via del cesarismo, in politica estera questo Imperatore passò all'offensiva lungo tutta la linea del Reno e del Danubio, fino a raggiungere il Meno. Dominiano finì il suo regno tragicamente: Nerva (v.), mite ed avveduto politico, che resse con criteri liberali l'Impero. Sotto di lui furono per l'ultima volta presentate leggi ai comitati.
TAZIANO (v.) l'Impero raggiunse la sua massima espansione territoriale. Sotto questo imperatore, primo provinciale a salire sul trono, l'equilibrio politico ed economico dell'Impero si sposta definitivamente da R. sulle province. E che ciò sia vero, si Adriano (v.), quando, sotto la pressione simultanea ai confini orientali ed occidentali, si abbandonano le più recenti conquiste e si ritorna alla politica sostanzialmente difensiva di Augusto, con la creazione di un limes fortificato.
Tuttavia questo Imperatore si pone come una figura di grande rilievo nella storia del principato. Avvertenza appunto l'importanza che l'Impero ha in contrapposizione a R., egli ne percorse tutto il territorio, trattenendosi solo brevemente nella capitale. A lui, in apparenza tenace tradizionalista, si deve una serie di innovazioni, che consolidarono definitivamente la struttura del principato, organizzando l'esercito e la burocrazia imperiale, disciplinando le fonti del diritto. Con Augusto era cominciata, infatti, la creazione di nuovi organi ed uffici, accanto a quelli repubblicani. Il princeps aveva costituito una sua cancelleria, distinta in varie sezioni, a seconda degli affari trattati (a memoria, a libellis, ab epistolis, a cognitionibus); aveva preposto propri funzionari alle province da lui direttamente dipendenti e alla direzione di servizi particolarmente delicati. Sorgono così varie categorie di funzionari: oltre ai legati (v. Legato), i praefecti (con incarichi militari, come il praefectus praetorio, amministrativi e giurisdizionali come il praefectus urbii, e, con competenza più limitata, quelli vigilum ed annonae; ad uno speciale praefectus era poi affidato il governo dell'Egitto), i curatores, i procuratores (v. procuratores). Adriano riorganizzò tutta la carriera di questi funzionari, tratti generalmente dall'ordine equestre, e ne fissò il trattamento economico. Nel campo giuridico, Adriano disciplinò il suo responsabile, nell'intento di affermare sempre maggiormente l'influenza del princeps, diede al giurista Salvio DELL MEDIGO, ELIA (v.) pretorio, arrestando così anche la residua attività creatrice del pretore.
Anche Adriano non era però riuscito a creare un sistema capace di assicurare automaticamente la successione. Egli aveva nominato Caesar e insignito della tribunicia potestas Antonino Pio (v.), che nel 138 salì al trono e durante il lungo regno del quale si ebbe una nuova espansione dell'Impero. Un fenomeno interessante dal punto di vista costituzionale si ebbe con i successori, Marco Aurelio (v.) e Lucio Vero, che regnarono insieme negli a.a. 161-69. A partire dalla morte di Antonino Pio, R. si trovò a dover affrontare una duplice minaccia, ad occidente e ad oriente. La pressione delle popolazioni germaniche non doveva praticamente più arrestarsi: e COMMODIANO (v.) dovette limitarsi a perfezionare e rafforzare il sistema del limes adriano. Con questo Imperatore si chiude quella che può chiamarsi la «dinastia» degli Antonini. Essa è caratterizzata da un governo rivolto solo a conservare la situazione ereditata dai precedenti imperatori, governo ispirato alla mitezza, per quanto pro
prio in quest'epoca si sia registrato un inasprimento nella politica verso i cristiani.
Alla morte di Commodo seguì una grave crisi, conclusasi con SAN SEVERO (v.). Questi concluse quel processo di parificazione delle regioni orientali con le altre parti dell'Impero che si era iniziato già al tempo di Adriano e che preludeva alla concessione della cittadinanza a tutti coloro che erano in orbe romano, Caracalla (v.) nel 212.
L'età dei Severi, SAN SEVERO (v.), è quella che vede affermarsi la prevalenza dell'esercito su ogni altra forza dello Stato, anche per la designazione degli imperatori. Ma assiste anche all'ultima grande fioritura della giurisprudenza, Papiniano (v.), Paolo (v.) Ulpiano (v.).
IX. L'Impero assoluto
Dopo il 235, data della morte di Alessandro Severo, ha inizio un periodo di grave crisi. È anche in quest'epoca che si verificano alcune tra le più gravi persecuzioni contro i cristiani. Per salvare lo Stato da una rovina che sembrava imminente occorreva una forte personalità: questa fu rappresentata da Diocleziano (v.). L'opera energica da lui spiegata sembrò riportare ordine nell'Impero; ma una gran parte delle sue riforme non poteva, per le condizioni obiettive del momento, durare. Anche la tetrachia non fu in grado di assicurare la successione e l'Impero ebbe nuovamente un solo sovrano con il successore Costantino. Rimandando per le vicende storiche all'esponente relativo e ad oriente, Impero di basterà qui ricordare che a Diocleziano e a Costantino si deve la nuova organizzazione dell'Impero, sia territoriale (in prefetture, diocesi e province), sia burocratica. Lo Stato, infatti, è retto ormai da un ordinamento a piramide, al cui vertice si trova l'imperatore, con accanto quattro grandi funzionari centrali, magister officiorum (v.), quaestor sacri palatii (v.) e, per le funzioni finanziarie, il comes sacrarum largitionum ed il comes rerum privatarum.Nella nuova struttura costituzionale, l'imperatore non è ormai più il princeps, ma è il dominus assoluto; e poiché il suo potere è di origine divina e alla divinità si ricollega, è anche deus. Su questa concezione del potere imperiale hanno, con ogni probabilità, influito gli ordinamenti orientali (specialmente persiani). Ma è interessante notare come tale concezione, volta soprattutto a respingere la sempre più pericolosa influenza ed a controbilanciare il peso delle truppe barbariche e dei loro capi, sia stata propria di Diocleziano come degli imperatori cristiani o cristianizzati, pur avendo, beninteso, diversa base, dato il mutamento nel culto dell'Impero.
L'affermazione del potere assoluto dell'imperatore apre l'ultimo periodo della storia costituzionale di R. Tale periodo, che vide la definitiva decadenza politica dell'Italia e di R., e la capitale stessa trasferita in Oriente, è considerato comunemente come un periodo di crisi. Chi consideri tuttavia come quest'epoca abbia veduto l'attuazione della unità romano-cristiana e la costituzione di uno Stato che è il primo esempio di una organizzazione burocratico-politica di tipo moderno, dovrà parlare non di una crisi ma di una trasformazione colossale, attraverso la quale doveva perpetuarsi non tanto un ordinamento politico concreto, quanto e più l'idea dell'impero, che doveva poi continuare in quella del «sacro» Romano Impero.
Per la storia giuridica: Th. Mommsen, *Römisches Staatsrecht*, 5 voll. in 4 tomi, 3a ed., Lipsia 1887 sgg.; P. Bonfante, *Stor. del dir. rom.*, 2 voll., Roma 1934; P. de Francisci, *Stor. del dir. rom.*, I, Milano 1939; II, 1, ivi 1938; III, 1, ivi 1936; id., *Arcana imperii*, vol. III, 1 e 2, ivi 1948; V. Arangio-Ruiz, *Storia del dir. rom.*, Napoli 1950; G. Scherillo-A. Dell'Oro, *Man. di stor. del dir. rom.*, Milano 1950; F. De Martino, *Stor. della costituzione rom.*, I, Napoli 1951. Si ricordano poi alcuni studi recentissimi su punti particolari: G. I. Luzatto, *Le organizzazioni, precizie e lo Stato*, in *Pubblicazioni della Facoltà di Giurisprudenza dell'Univ. di Modena*, Bologna 1948; C. W. Westrup, *Quelques recherches sur le problème des origines de Rome*, in *Revue intern. des droits de l'antiquité*, 3 (1949), p. 551 sgg.; P. de Francisci, *La formazione della comunità politica romana primitiva*, estr. da *Ann. Triestini*, 21 (1951), sez. 1; U. Coli, *Regnum*, Roma 1951.
**IV. RELIGIONE DEI ROMANI.**
**SOMMARIO:**
I. Fonti e studi
II. I precedenti storici
III. Fondazione di R. e prima fase della religione romana. -IV. Dalla fondazione del culto capitolino all'inizio della cultura ellenistica
V. Dai primi influssi ellenistici all'età augustea
VI. L'Impero
VII. Il culto privato.I. Fonti e studi
Lo studio storico della religione romana si trova davanti a una difficoltà fondamentale e permanente: la cultura letteraria romana si forma solo al contatto e sul modello della cultura ellenistica, a cominciare dal sec. III a. C. in poi; salvo relativamente pochi documenti archeologici, tutti i dati sulla religione romana provengono dunque da un'epoca in cui le classi colte romane che li tramandano, pensano in categorie ellenistiche estranee alle forme mentali che hanno creato la civiltà romana più antica. Nel campo religioso, quasi tutte le divinità vengono considerate identiche a divinità greche analoghe; i miti, i tipi iconografici e le concezioni teologiche di queste vengono senz'altro applicati a quelle. Solo i fatti, d'ordine per lo più cultuale, registrati dagli storici e dagli antiquari, possono servire di base sicura per quel lavoro di ricostruzione che è essenziale in molti popoli dello studioso della religione romana.Le fonti letterarie devono dunque passare attraverso un severo vaglio critico. Inoltre, il grande naufragio della civiltà classica ha travolto la maggior parte della letteratura che poteva esser utile ai presenti fini: si sono salvati più facilmente i grandi poeti classici e i testi di scuola, tardo compilazioni, che non gli scritti antiquari relativamente fidati che, come le opere di Varrone o di Verrio Flacco, si basavano ancora, almeno in parte, sugli scritti sacerdotali e sull'osservazione diretta dei fatti. Le iscrizioni, le monete, i monumenti artistici, provengono ugualmente dall'età e dagli ambienti ellenizzati, facendo appena trapelare qua e là qualche elemento genuino della religione romana.
Dopo pochi predecessori, M. Terenzio Varrone (sec. I a. C.) ha svolto un'attività colossale nel campo delle antichità religione romane: le sue opere, ca. 500 libri, rimaste in minima parte, sono state sfruttate per tutta la durata della civiltà romana. Gli eruditi posteriori, Gellio, Macrobio, gli scolastici e i Padri della Chiesa (s. Agostino ha lasciato un riassunto delle perdute *Antiquitates rerum humanarum et divinarum* varroniane) attingono in buona parte da lui e da qualche altro erudito più antico (come il menzionato Verrio Flacco, la cui scienza sopravvive, ridotta, nel glossario di Festo, a sua volta ridotto da Paolo Diacono). Anche i poeti, come Ovidio nei *Fasti* (commento poetico al calendario festivo romano), si basano su questa tradizione grammatico-antiquaria, che, del resto, ha salvato anche alcuni frammenti di formole rituali antiche (p. es., del *carmen saliare*), di regolamenti culturali, di notazioni annalistiche, ecc. Sono preziose anche le informazioni di autori greci (Plutarco, Dionisio d'Alcarnasso), che rilevano volentieri gli elementi specificamente romani della religione.
Le fonti epigrafiche, iscrizioni sparse per tutto l'Impero romano, sono pubblicate nel CIL di Th. Mommsen, integrato dai vari periodici epigrafici (*Ephemeris epigraphica*; *Année épigraphique*, ecc.). A parte le innu

merevoli dediche che rivelano la diffusione dei singoli culti, epiteti e funzioni delle divinità ecc., si sono conservati epigraficamente anche alcuni documenti culturali diretti (le tavole degli Arvali, il rituale dei ludi secolari, i calendari, ecc.).
Le monete si trovano raccolte e sistemate in opere di Cohen, Babelon, Mattingly ed altri, e gettano luce su aspetti della politica religiosa dell'epoca cui risalgono.
È difficile accennare in poche parole ai contributi dell'archeologia e particolarmente degli scavi, ma ognuno capisce che a cominciare dalla disposizione architettonica di un tempio fino ad un mattone timbrato che ne permette la datazione cronologica, da un bassorilievo simbolico di un sarcofago fino alla minuta suppellettile della tomba o ai resti del sacrifizio funebre, tutto può avere importanza per lo studio della religione.
Gli studi sulla religione romana s'iniziano dunque sin dall'antichità romana stessa, ma subito nel segno dell'identificazione sostanziale con la religione greca. Per trovare le prime distinzioni coscienti tra le due grandi religioni del paganesimo, che per tutto il medioevo e anche per l'umanesimo rimane un concetto indifferenziato, bisogna arrivare addirittura al principio del secolo scorso; ma proprio allora, soprattutto sotto l'influsso del romanticismo tedesco, si delinea una netta preferenza dei classici per la civiltà e religione greche, più antiche, artisticamente e filosoficamente più formate della religione romana che, all'esame dei dati, appare come una povera imitazione. Fu necessaria la posizione energicamente critica del Niebuhr per dar l'avvio a un indirizzo scientifico in tutto il campo degli studi romani. Dopo i primi tentativi di sintesi del Hartung, del Klausen o i lavori di dettaglio dell'Ambrosch o del Preuner, la religione romana ottiene finalmente il suo posto a fianco di quella greca, p. es., nell'attività diligente, sebbene compromessa da un naturismo semplicista, di L. Preller. Ma una nuova fase, più rigorosamente scientifica, viene aperta
solo sotto l'influsso e gli stimoli di Th. Mommsen, che determinano la nascita della cosiddetta scuola filologico-storica. Alfred von Domaszewski e Georg Wissowa, il quale ultimo sarà poi l'autore del manuale tuttora fondamentale sulla religione romana nonché reiditore dell'importante volume sulle antichità religiose romane di J. Marquardt, sono allievi diretti del Mommsen. La Scuola filologico-storica getta le basi scientifiche per lo studio della religione romana appurando minuziosamente la consistenza dei dati e traendone tutte le deduzioni filologicamente possibili: essa viene pregiudicata, invece, dalla sua limitazione strettamente filologica e dalla mancanza di prospettive storico-religiose. Un certo corretto tivo le proviene dallo sviluppo degli studi folkloristici (iniziata, in Germania, dai Grimm e sfruttati per il campo classico dal Mannhardt), dal nascente interesse etnologico (in Inghilterra: W. Warde Fowler) e storico-religioso universale (in Francia: scuola di S. Reinach). Così la religione romana entra a far parte del materiale di studio delle religioni comparate (ed esce dal limitato orizzonte della comparazione greco-romana, rappresentata dal Preuner o, più tardi, dal Roscher), ciò che però porta a un'accettazione degli schemi generali e astratti dell'evoluzionismo (Deubner) e ad un allontanamento dalla specifica spiritualità classica. Intanto, con il progresso degli studi storici, l'orizzonte della civiltà classica si amplia: la religione romana non può più esser trattata isolatamente e nemmeno nei quadri di una comparazione generica. La concreta unità storica in cui va inquadrata è l'antica civiltà mediterranea - dall'Asia Minore, attraversato la Grecia, fino alla Spagna - ed entro questa borgata fare i conti con l'eredità culturale dei popoli di lingua indoeuropea di cui gli Italici fanno parte. Attualmente tutto lo studio della religione romana si trova rimesso in gioco, in parte per merito delle critiche della scuola di F. Altheim alla sintesi filologico-storica, in parte per i nuovi sviluppi della comparazione «indoeuropea» (G. Dumézil) ed etnologica (H. J. Rose).
Il primo lavoro scientifico sulla religione romana è il volume di J. A. Hartung, *Die Religion der Römer* (Erlangen 1836). I due volumi di R. H. Klausen, *Aeneas und die Penaten* (Amburgo 1839-40) rappresentano un incontro tra le nuove esigenze scientifiche e la ancora non morta sensibilità romantica, anche se con una notevole mancanza di senso critico. Di J. Ambrosch meritano tuttora di esser letti *Studien und Andeutungen im Gebiete des altöömischen Bodens und Cultus* (Breslavia 1839). *Über die Religionsbücher der Römer* (Bonn 1843). A questo punto interviene nello studio della religione romana un più severo criterio scientifico, accompagnato purtroppo da un crescente inaridimento spirituale. L. Preller, *Römische Mythologie* (3a ed. a cura di H. Jordan, Berlin 1881-83) è un esempio più del secondo che non del primo fattore. La scuola di Th. Mommsen (che nei suoi lavori sulla storia, sul diritto, sulle iscrizioni e sulla cronologia romani ebbe anche personalmente a trattare argomenti religiosi) rivela i suoi caratteri nell'opera di J. Marquardt, che costituisce il III vol. della *mommseniana Römische Staatsverwaltung* (il vol. III in 2a ed. curato da G. Wissowa, Lipsia 1885). Le opere in cui W. Mannhardt ha svolto le sue tesi folkloristiche sono *Antike Wald- und Feldkulte* (Berlino 1877) e le (postume) *Mythologische Forschungen* (Strasburgo 1884). Per la letteratura generale più recente V. BIBLICA.
II. I PRECEDENTI STORICI
La religione romana, come ogni altro prodotto culturale, è determinata sostanzialmente da tre fattori basilari: l'eredità culturale della gente che l'ha creata, gli influssi dell'ambiente in cui è sorta e lo specifico momento storico creativo, grazie al quale si è costituito come unità inconfondibile ed organica. Di una religione romana si può parlare solo dal momento in cui R. esiste e ciò non per cavillo logico, ma perché R., costituita in unità politica, si distingue una immediatamente dal suo ambiente per orientamento spirituale non prima del sec. VIII a. C. per opera di varie poporicorsi cosmici e, con un accento specificamente romano, l'esistenza dello Stato.
Siccome nella letteratura romana che nasce, come si è detto, molto più tardi, molte divinità del calendario passano in secondo piano e, anzi, quasi scompaiono (p. es., Fortuno, Volturno, Furrina), e d'altra parte sono proprio queste divinità che risultano, dai dati antiquari, avere un proprio flamen, si può dedurre che anche l'originaria organizzazione sacerdotale risale almeno in parte all'epoca del calendario: anche perché in essa domina il numero 12 (12 flamini, 12 salii), quello dei mesi.
L'organizzazione sacerdotale può esser brevemente riassunta così. Vi sono quattro collegia sacerdotali: quello dei pontefici, che comprende il rex sacrorum, i flamini, le vestali e i pontefici propriamente detti; quello degli auguri, quello (certamente posteriore al calendario) dei duoviri (più tardi aumentati fino a diventare quindecimvir), addetti alla consultazione dei libri sibillini, e quello dei triumviri epulonum. Inoltre vi sono sodalità sacerdotali che si distinguono dai collegia forse per un'attività legata ad occasioni o ricorrenze singole. Queste sono: i Fetiales, i Salii, i Luperci, gli Arvali, i Titii. Le sfere di competenza dei singoli sacerdoti sono ben delimitate. Il rex sacrorum ha funzioni specifiche, probabilmente quelle che ancora nel tempo del calendario erano riservate al re (culto di Giano). I pontefici sono i regolatori esperti della vita sacrale dello Stato, i sovrintendenti di ogni culto, senza rapporti specifici con determinate divinità o con determinati tipi di funzione religiosa. I flamini sono invece sacerdoti particolari di singole divinità - i tre flamini maggiori sono quelli di Giove, di Marte e di Quirino -, ciò che non esclude la loro partecipazione nei culti di altre divinità ben determinate: così pure le vestali. Gli auguri hanno il compito esclusivo di accertarsi del favore divino per le imprese dello Stato e di assicu
In base ai nomi di feste, alle specialità sacerdotali e con l'aiuto di dati più recenti si può ricostruire parzialmente anche la grande varietà dei riti. I sacrifici stessi, che potevano esser cruenti o incruenti, erano molto vari: dagli dèi spettavano vittime maschili, alle dèe vittime femminili; anche il colore della vittima dipendeva dal carattere della divinità (vittime nere agli Inferi); a Giove, alle idus, spettava una pecora, a Giano un ariete, a Marte un cavallo o i suovetaurilia (sacrificio di un porco, una pecora e un toro), ecc. Oltre ai sacrifici vi sono le lustrazioni, riti purificatori. Alcuni riti sono collegati con processioni, altri con danze (dei Salii), altri con corse di uomini (Luperci) o di cavalli (equus october), ecc. È indubbia l'antichità di altre forme rituali, come il votum, l'auspicium, l'evocatio, ecc.
I luoghi sacri sono ben definiti: alcune divinità devono avere il loro santuari fuori del pomerio, altre nell'interno della città. In questa prima fase sembra mancassero i templi costruiti in pietra: vi erano invece are collocate in recinti sacri o in grotte.
IV. DALLA FONDAZIONE DEL CULTO CAPITOLINO ALL'INIZIO DELLA CULTURA ELLENISTICA
I quadri sopra caratterizzati della religione romana sono stati dunque fissati nel periodo tra la fondazione della città e l'inizio del sec. V a. C. Essi rappresentano la base permanente di ciò che si può chiamare religione romana, non nel senso che sia creata ex nihilo dai Romani, ma in quanto i suoi vari elementi abbiano raggiunto a R. una forma organica ed autonoma, nettamente distinta da tutte le altre religioni dell'ambiente e, a maggior ragione, del mondo. Questa base rimarrà fedelmente conservata nel culto pubblico per tutta la durata della romanità. Essa però non è un sistema rigidamente chiuso, ma solo una base, suscettibile di ampliamenti organici dettati dalle esigenze che sorgono nel corso della storia.L'autonomia della civiltà romana si manifesta, nel campo politico, per la prima volta con l'espulsione di una dinastia regnante etrusca e con la proclamazione della Repubblica. Lo Stato come tale, amministrato da magistrati, anziché incarnato in un monarca, non riconosce più sopra di sé che il volere degli dèi: a Giove, liberato da ogni preponderante elemento naturistico e concepito puramente come optimum maximum, sciolto anche dalla polarità con Giunone, vengono conferiti gli attributi regali (senza tuttavia il titolo odioso di rex); il colossale tempio capitoline, costruito dagli ultimi re, viene dedicato a lui nel 509 a. C., che la tradizione considera come primo anno della Repubblica; al fianco del dio supremo, in posizione subordinata e tra di loro uguale, stanno Giunone Regina e Minerva.
La sua rivoluzione politica mette R. in deciso contrasto con il suo ambiente, costringendola a una tenace lotta destinata a terminare con l'egemonia romana in Italia; d'altra parte dà inizio a uno sviluppo di politica democratica, nel corso del quale le classi non patrizie riescono gradualmente ad affermare le proprie esigenze. Questi due motivi fondamentali, più uno straordinario sviluppo culturale dovuto sia a una maggiore coscienza sia al contatto ravvicinato con i popoli circostanti e all'allargamento degli orizzonti storici, determinano lo svolgimento della religione romana tra il sec. V e il III a. C. I nuovi culti, che trovano ormai sede in templi ben costruiti, si portano al livello della classica spiritualità greca: appaiono a R. le plastiche figure divine dell'Olimpo ellenico. Apollo, la cui venerazione è già un presupposto dell'uso dei libri sibillini (introdotti a R. forse già in

Roma - Il pono del Senato e del popolo romano. Particolare di un rilievo di epoca dominianca - Roma, Museo dei Conservatori.
epoca monarchica e custoditi nel tempio capitolino), ottiene un tempio nel 431; Mercurio ancora nel 495. Nel lettisternio del 399 a. C. figurano le « dodici divinità » del culto greco. Intanto, la plebs delinea una propria fisionomia religiosa: il primo passo, in questo senso, è l'introduzione del culto della triade Ceres-Liber-Libera (corrispondente alle divinità greche Demeter, Dion.so, Persefone), sin dal 494 a. C. Anche il culto di Diana avveniva, oltre al suo aspetto di politica « estera » (esso è un culto federale latino nel segno dell'egemonia romana), ha un carattere plebeo. La lotta della plebs in campo religioso culminerà con la conquista del diritto di entrare nei sacerdoti pubblici, sanzionata dalla lex Ogninia (300 a. C.). Estendendo il suo dominio, R. estende naturalmente anche la sua religione: accoglie, trasformandosi secondo il proprio spirito, i culti dei popoli sottomessi (Diana, a R., perde il suo sacerdote-schiavo che ha nella valle aricina; Giunone Sospita il culto del serpente che le è connesso a Lanuvio; Fortuna Primigenia l'orco che è la sua specialità a Palestrina, ecc.). Prendono inoltre grande sviluppo i culti che consacrano gli ideali fondamentali che devono guidare R. in questo suo periodo di ascesa: come già in epoca arcaica il culto di Fides (la cui grande antichità è dimostrata, oltre che dalla tradizione, dalla partecipazione dei tre fiamini maggiori), ora quello di Spes (477?), di Salus (302) di Concordia (367), con riferimento alle contese tra patriziato e plebs, di Victoria (294), esprimono il senso sacrale che R. conferisce ai capisaldi della propria condotta.
V. DAI PRIMI INFLUSSI ELLENISTICI ALL'ETÀ AUGUSTEA
In poche storie nazionali si osserva una rottura così brusca nello svolgimento culturale com'è quella che avviene a R. al primo contatto diretto con il mondo ellenico. Ed è comprensibile: i Greci in quel periodo hanno già superato l'apice della loro maturità e rivelano tendenze verso le raffinateze culturali ed intellettuali: R., sostanzialmente arcaica, ma con esigenze di superiorità, cerca di assimilarle quel grado culturale superiore che la colpisce nei propri avversari. Da un momento all'altro (nel sec. III a. C.: dalle prime guerre con la Magna Grecia) sorge la cultura intellettuale, letteraria, artistica romana.Nel campo religioso lo Stato controlla i culti ammessi. Esculapio è la prima divinità greca accettata dalla Grecia stessa (295 a. C.). Ma ormai la Grecia non è più la sola Grecia: è il mondo ellenistico, saturo di influssi orientali. Da questo mondo arriva a R., nel 205 a. C., il culto della fedia fregia Cibele, detta a R. Magna Mater Deum Ildaea (con allusione alle origini troiane dei Romani): caratteristicamente, la religione romana l'accoglie solo a patto di trasformarlo in accordo con le proprie forme rituali e di isolarne gli elementi non compatibili con queste, affondandoli a sacerdoti frigi che non figurano nel culto pubblico.
Nel sec. III, e anche durante le guerre annibali, la continuità del culto pubblico è dimostrata da una serie di fondazioni di templi dedicati alle divinità più antiche: Conso, Pale, Tellus, Giano, Giuturna, ecc. Ma nelle masse private, e precisamente sia nella classe intellettuale ormai dedita, in corpo e anima, alla cultura ellenistica, sia nel popolo diventato straordinariamente misto durante la vertiginosa crescita che ha fatto di una piccola città una potenza mondiale, avviene un notevole allontanamento dalla religione arcaica. Lo Stato, all'erta, combatte i culti incompatibili con la sua linea religiosa: la sanguinosa repressione dei Baccalani (186 a. C.) costituisce un'energia battuta d'inizio di quella serie di provvedimenti che lo Stato prenderà nei riguardi di ogni orientamento religioso che, nel segno della salvezza individuale, porta a trascurare il supremo interesse pubblico: così si arriverà, attraverso le ostilità contro i culti orien
tali, l'astrologia, gli ebrei, fino alle persecuzioni dei cristiani.
Nel sec. I a. C. le classi dirigenti stesse difficilmente scindono i loro doveri pubblici e la loro formazione culturale ellenistica. Un aspetto del mondo religioso ellenistico-orientale è la monarchia sacralmente concepita: esattamente ciò che R. ha dovuto debellare per creare la propria linea spirituale. I primi grandi condottieri romani che operano su scala mondiale, quale Scipione Africano, si rivelano già sensibili alle forme della monarchia ellenistica e le loro pretese trovano pieno consenso da parte della massa composita. Ma questa situazione si matura soprattutto nei tempi di Silla, Cesare, Antonio. La vittoria di Ottaviano su quest'ultimo si presenta a tutta prima come un contraccolpo dello spirito romano contro gli orientamenti ellenistici. E infatti Augusto, che pretende di essere solo il primo magistrato dello Stato e respinge (permettendolo solo nelle province) il culto dedicato alla sua persona, fa sforzi notevoli per restaurare anche la religione romana nelle sue forme antiche. La trascuratezza di queste era arrivata a punti estremi: dall'87 al 1. a. C., R. era senza flamen Dialis; di molte divinità gli eruditi non conoscevano che il nome (Furrina, Angerona, ecc.). Augusto fa restaurare 28 templi. Ma ormai né la sua sensibilità, né quella del popolo sono quelle del romano antico. Quale pontefice massimo, Augusto introduce anche audaci riforme: impone alla religione pubblica i propri orientamenti personali (al nuovo culto di Mars Ultor trasferisce i privilegi del tempio capitolino; intensifica il culto di Apollo; confonde i propri culti privati, di Vesta e dei Penati, con quelli dello Stato, ecc.). E intorno alla sua figura rivive l'ideologia della monarchia ellenistica che con i suoi successori culminerà nel culto imperiale.
VI. L'IMPERO
L'età imperiale porta a termine il processo iniziato durante la fine della Repubblica: processo nel corso del quale la religione romana propriamente detta si tramuta nella religione del mondo ellenistico dominato da R. Non che scompaiano gli elementi fondamentali del culto romano: attraverso i suoi organi amministrativi e militari R. impone al mondo il rispetto dei suoi dèi e particolarmente il culto capitolino; d'altra parte il popolo italico conserva fedelmente i riti del culto domestico. Ma la coscienza religiosa generale subisce definitivamente l'ascendente di due nuovi fattori della religione: il culto imperiale e i culti orientali.Ad ogni modo, per valutare giustamente l'importanza e misurare la novità di questi fattori, bisogna tener presenti alcuni fatti. Il culto imperiale non ha solo radici nella fine della Repubblica, ma anche radici più profonde nella lontana protostoria mediterranea, in cui una volta era inquadrata anche la nascente R. Esso significa un'identificazione tra Stato e sovrano, e, attraverso questa formula indiretta, assicura la continuità a quella posizione centrale dello Stato che è stata sempre la caratteristica principale della religione romana.
I culti orientali (Iside, Dea Syria, Giove Dolichone ed Eliopolitano, Attide, Mitra: V. voci singole) conquistano in misura crescente le masse miste dell'Impero. Ma in essi bisogna distinguere diverse sfumature. Le divinità esotiche potevano apparire ai Romani come identiche o simili alle divinità del loro politeismo (Iside e Fortuna; il Ba'al di Doliche e Giove ecc.) ed assimilarsi, sincretisticamente, a queste: in tal caso esse non rappresentano una novità sostanziale nella vita religiosa romana. La loro moda presso gli intellettuali può ingannare nei riguardi del suo effettivo valore religioso che, in questo caso, è pressoché nullo. Praticati in forma autentica dai fedeli esotici stessi, questi culti non hanno significato per la religione romana. La loro forma più importante è quella misterica, lungamente osteggiata dallo Stato: ma quando le classi dirigenti romane si fanno iniziare a tutti i misteri orientali, ciò significa due cose: prima, che i misteri hanno già perso la loro forma originale e
ROMANIA

ROMA - La tridente capitolina con Giovedì al centro. Particolare dell'arco di Traiano (114-117 d. C.) - Benevento.
ben definita, per diventare tutti la stessa cosa; secondo, che essi ormai rappresentano un fronte comune, e precisamente in funzione romana e pagana, contro l'unico vero pericolo per il paganesimo romano: il cristianesimo.
VII. IL CULTO PRIVATO
Esso non ha, nel senso proprio della parola, una storia. La differenza tra culto pubblico e culto privato è che quest'ultimo, anziché dallo Stato come tale e dai suoi elementi costitutivi, è praticato dagli individui e dai loro raggruppamenti privati (famiglia, gens, associazioni), e praticato direttamente, senza cioè mediazione sacerdotale. Tra le divinità del politeismo romano vi sono diverse che interessano più lo Stato (Giano, Vesta, Quirino, ecc.) che non l'individuo, e viceversa (Silvano); altre hanno una ragione d'essere solo nell'ambiente privato (divinità del culto domestico: Genio individuale, Lari, Penati della famiglia, ecc.; V. voci relative). I culti domestico e campestre, particolarmente, conservano le loro forme arcaiche per tutta la durata del paganesimo romano.V. LETTERATURA ROMANA ANTICA.
SOMMARIO:
I. Età arcaica
II. Età repubblicana
III. Età imperiale.All'indomani della fondazione di R., verso il sec. VIII-VII a. C., le varie stirpi italiche nei loro diversi dialetti non avevano lasciato alcun documento letterario nel vero significato del termine. Le numerose epigrafi falsiche-oscuro-umbre, peligne, sabbliche, ecc., sin qui pervenute, contengono per lo più leggi sacre, espressioni dedicatorie, giuridiche e formole di culto (p. es.: *tabulae Eugubinae*, umbre; *tabula Bantina*, di Agnone, di Capua, osche, ecc.). Né si può considerare risultato di un travaglio letterario l'iscrizione falsica incisa su di una coppa: *foied. uino. pipafo. cra. carefo* (oggi berrò vino domani ne sarò privo: *Corpus inscrip. Etruscarum*, 8179, 80), anche se tale precetto scaturisca da uno stato d'animo facile e contingente.
I popoli italici, a parte i miti, preghiere, carmi e forme mimiche tramandate oralmente e nella tradizione, hanno lasciato un substrato che si ritrova sempre durato al fondo della mentalità romana: chiarezza di pensiero, severa religiosità, concreta espressione degli umani sentimenti. Scorrendo le più antiche iscrizioni latine, si rimane colpiti da questa riservatezza, dalla grave *pietas* da cui sono pervase le epigrafi sacrali, le leggi, gli elogi consolari e le lapidi funerarie. Specie da queste ultime, voci di spose, di madri, di fanciulli, di schiavi parlano quasi consapevoli del grande mistero che hanno affrontato e serenamente enumerato al viandante i pregi che ebbero in vita: ed hanno frasi che denotano una consapevole accettazione più che un rassegnato abbandono. Egualmente i precetti rituali, le leggi sacre, ecc., obbediscono a questo intimo senso di equilibrio e di praticità, alla significazione della propria individualità che, con il trascorrere degli anni, pur affinandosi spiritualmente, costituisce parte non lieve dell'espressione letteraria latina.
I. ETÀ ARCAICA
Tradizionalmente si fa iniziare la letteratura romana con l'Odysia di Livio Andronico (sec. III a. C.); tuttavia non si considererà tale inizio sotto il segno della traduzione del poema omerico, quanto con il ricordo dell'inno che, in onore di *luno Regina*, Andronico compose per essere cantato da ventisette fanciulle in espiazione di alcuni prodigi allora verificatisi. Proprio il *carmen* di questo *semigracchus*, che Livio (XXVII, 37) critica per la rozza composizione, inaugura degnamente l'età arcaica, tutta pervasa da spirito eroico e di riverente timore per il divino. Il faticoso lavoro di conquista per amalgamare le fiere popolazioni italiche, la grande epopea delle guerre puniche costituiscono materia di nobile canto e degna memoria per il romano, se di esse si rende interprete C. Naveius. Nevo, che già aveva onorevolmente militato durante la prima guerra punica, fu il creatore di un dramma nazionale con la *fabula praetexta* e il suo *Bellum Poenicum*, che prende le mosse dall'avventurosa venuta di Enea nel Lazio, riallaccia idealmente gli avvenimenti a cui contemporanei ai *carmina convivialis*, alle *naenia* in onore degli antenati, alle antichissime leggende eroiche e religiose. I *carmina convivialis* per il loro genere di poesia costituiscono i prodromi dell'epopea romana e venivano cantati a turno nei banchetti, dai commensali e da fanciulli bennati, a commemorare le lodi e le gesta dei grandi trapassati.L'età arcaica possiede in larga misura questa devozione per la storia, altro elemento fondamentale della spiritualità latina. Nevo compone il suo poema in Saturni, un antico metro probabilmente d'indole recitativa (cf. G. Pasquali, *Preistoria della poesia romana*, Firenze 1936) e che Ennio, il *pater* della poesia latina, sostituì con l'esperto nello stendere la grande trama dei suoi *annales*.
Alcuni aspetti dell'opera di Ennio testimoniano il contatto con la cultura greco-ellenistica. Su questo incontro della mentalità latina con quella greca, molto si è scritto e discusso specie nel secolo scorso. Oggi, ognuno potrà più serenamente concludere che, se il mondo greco ha indubbiamente rivelato all'esperienza letteraria latina forme di cultura più vaste, facilitando una tecnica più progredita, spesso i due strati spirituali, pur completamente, si lasciano individuare e sovente quello greco può avere poca o nessuna presa sulla mentalità latina. Plauto contamina arditamente commedie greche e ne latinizza i metri, ma scene e situazioni sono improntate dall'ambiente romano, anche se i suoi personaggi recano nomi greci e l'azione teatrale si svolge in città.
della Grecia. I suoi numeri innumeri risentono in alcune sue commedie (p. es., la Casina) di quel repertorio di genere burlesco tipicamente italico che nasce e trae al-mento dall'ambiente rurale: dai fescennini, dalle atellanee, da tutte le anonime farse oscure, ecc. (cf. E. Fraenkel, Plautinisches im Plautus, Berlino 1922; G. Pasquali, Plauto, in Pagine quarte e supreme, Venezia 1951; G. E. Dockworth, The nature of roman comedy, Oxford 1952). Il buon senso romano riprendeva sempre il sopravvento contro ogni infatuazione per il greco, considerandola alla stregua di una moda straniera. Lucilio nelle saturae ne sorrideva prendendo di mira il grecizzante pretore Al-bucio (Baehrens, 59), la critica letteraria d'accordo con i gusti del pubblico insorgeva contro il teatro di Terenzio riscontrando nelle commedie di lui una derivazione troppo palese da quelle di Menandro (cf. G. Coppola, Teatro di Terenzio, Bologna 1942). L'atteggiamento conservava-tore dei piccoli proprietari terrieri rappresentando dall'opera, prudentemente illuminata, di Catone il censore (cf. rassegna bibl. di studi in Paideia, 7 [1952], pp. 213-217) ostacola l'attività del circolo degli Scipioni, spre-guidicato nei modi e fautore delle nuove correnti.
II. ETÀ REPUBBLICANA
L'età repubblicana ha i suoi significativi esponenti nella prosa di Sallustio e nella poesia di Catullo. Lo storico narra le esperienze e i lati oscuri di una società delle cui vicende è stato protagonista e non si sa se le sue pagine vibrano ancora di corruccio o rimpianto. Catullo esprime l'amore allo stato puro con tutte le sue irrazionalità, i rapimenti e le malinconie. Il De rerum natura di Lucrezio, composto patriai tempore iniquo (v. 41), mentre vuol disgombrare le menti dal timore degli dèi dando nel contempo una spiegazione dei fenomeni naturali, risente tutto del religioso orrore di chi ha tentato sollevare i velami del divino. In tanto fervore si levano qua e là voci di richiamo alla tradizione, nei mimi di Deciomo Laberio, nelle sentenze di Pubillio Siro, nelle oneste biografie di Cornelio Nepote.Varrone reatino si rifugia nell'otium della sua pro-digiosa attività filologica, mentre le sue saturae menipeea lo dimostrano acuto e caustico osservatore dei difetti della società a lui contemporanea.
A conclusione di questa età, Cicerone esamina quanto delle nuove esperienze politiche e letterarie possa essere inserito nella continuità della tradizione romana o, qua-lora se ne discosti, respinto come caduco. Nel De natura deorum sono combattuti i dubbi e le esigenze sorte circa il divino per concludere che esiste aliquod numen (II, 2) che nella sua armoniosa intelligenza ordinatrice regge e governa l'universo. Le pagine relative alla morale indi-cano che non nella voluptas temporanea e corporea risiede il summum bonum, ma il fine spirituale è un altro: ad altiora nati sumus (De fin., II, 34). Le idee sullo Stato cercano di equilibrare i diritti del popolo e i poteri della classe dirigente; la vetus respublica così ordinata forma oggetto del suo rimpianto e della sua speranza per il futuro (Ch. Wirszubski, Libertas as a political ideal at al Rome, Cambridge 1950, pp. 79-97).
Questo ideale forse troppo cautamente conservato gli falli come tavola di salvezza per sopravvivere nel gorgo dei tempi nuovi. Lo stile dei Commentarii di Cesare, fredde e distaccate notazioni di un grande uomo d'arme e altissimo politico, segnano il trapasso alle frasi scarse e essenziali del Monumentum Ancyranum. Tuttavia la cultura dell'età augustea, pur approvando, consapevole o no, le nuove trasformazioni che nella società romana veniva creando l'opera abile e attenta del princeps, par la che soffra di una malcelata ansia. A guardarli bene, questi poeti e prosatori, al di fuori di quello che è riecheggia-mento formale della realtà esteriore, esprimono tutti un sentimento di indefinibile rimpianto. È la melanconia sottile che traspare da alcune odi di Orazio, più che un richiamo ai suoi prediletti lirici greci, quando il poeta introduce l'ineluttabilità della morte a confronto della lieta vicenda dei giorni terreni; nell'ode a Leucocne, p. es. (I, 11). È quella tenuità che Tibullo chiama a sostegno della sua fralezza e del suo inquieto amore: iam possim contentus vivere parvo (I, 1, 25). Proporzio arricchisce l'elegia di un tono romantico con il rievocare le antiche
età di R. e il desolato squallore di città in rovina. La prosa di Livio conferisce un tono epico alle gesta di R., esaltandone le poetiche fabulae che sono all'origine della sua storia. La poesia di Ovidio rappresenta in quella augustea come una macchia di colore dai contorni mol-lamente sfumati; con la voluttuosa interpretazione mito-logica delle Metamorfosi, con le compiacenze eleganti e preziose degli Amores e dell'Ars amandi. I Fasti descri-vono le feste religiose di R. in quadretti vivaci (su Virgilio, V. la voce relativa).
III. ETÀ IMPERIALE
In età imperiale, gli scrittori origi-nari delle varie parti del mondo latino si rendono interpreti delle accresciute esigenze dell'umano e rispecchiano la real-tà nei suoi diversi aspetti. Seneca (v.) testi-monian questo affatto, ricercando una giustificazione dei problemi della vita non in metafisiche altezze ma esami-nando e vagliando le terrene inquietudini. È una espe-rienza ricca e interessante, anche se molte pagine di questo moralista assomigliano talvolta ai consigli di un letterato attento a non sbilanciarsi troppo. Il De brevitate vitae possiede invece un tono e un calore sincero. Il Satiricon di Petronio - se questo autore più che all'età neroniana appartiene al sec. II o III d. C. (cf. E. V. Mar-morale, La questione petroniana, Bari 1948) - non si pone problemi; è una storia tra il picaresco e il raffinato, scon-certante e grossolana. La satira di Giovenale carica forse le tinte, ma è la schietta opinione di uno spirito ama-reggiato e onesto. Permane troppo sotto l'influsso stoico per assurgere a vera poesia quella di Persio.Più affabili, più insinuanti, più stilisticamente raf-finati gli epigrammi di Marziale; elegante e retorica la poesia di Stazio. Gli avvenimenti narrati da Tacito (v.) non tanto vogliono essere una critica, quanto l'accogli-mento nella storia di una realtà non meno dolorosa. La rovente bramosia di dominio dei condottieri romani, che fa da sfondo alla Giugurtina di Sallustio, il fermo e digni-toso combattere delle legioni romane descritte da Livio, viene sostituito nelle Historiae e negli Annales di Tacito dallo spettacolo atroce e miservelo delle guerre civili e da figure di imperatori, sinistri nella loro grandezza. Tacito accetta il principato come inevitabile evoluzione politica, anche se gli uomini ne hanno accolto l'am-maestramento più deteriore e ruere in servitium (Ann., I, 7, 1). In Quintiliano le leggi dell'educazione civile e let-teraria, sostenute dalla moralità e dal buon senso, assu-mono onesta e duratura visione. Al termine dell'età traianea il gusto e la cultura ripiegano su attività erudite (si pensi a Frontone), su noterelle e schermaglie filologi-che e grammaticali; si codifica il diritto, nella storia ci si compiace dell'aneddoto e del pettegolezzo piccante. Sistema questo inaugurato da Suetonio e continuato con mano niente affatto felice dagli Scriptores historiae augu-stae. Son già apparsi i cristiani, apportatori di una exitia-bilis superstition (Tacito, Ann., XV, 44) che non si riusciva a reprimere, confusi da Suetonio con i Giudei assidue tumultuantes (Claud., 25), che gettano un'ombra di perplessità nell'epistolario felicemente impressionistico ma un po' superficiale di Plinio il Giovane (X, 96). Quasi tutti gli autori del sec. II e III d. C. si esaminano con curiosità erudita, pochi si leggono con vero diletto. Sono appunto quelli che partono dall'osservazione del costume quotidiano, come fa con occhio scettico Apuleio nelle sue Metamorfosi.
Alcune voci di minori sono più fresche e sincere; l'ignoto Celeuma o canto di marinai e il Pervigilium Ve-neris. C'è un ritorno all'osservazione pratica della colti-vazione dei campi con il De re rustica di Palladio; filo questo non mai interrotto nella tradizione letteraria latina e che, di partendosi, si può dire, dal prisco Carmen Arvale, fino a Virgilio, non è mai disgiunto da una morale e religiosa preoccupazione. Un poemetto in cui senti vera-mente ridere il fresco paesaggio descritto è la Mosella di Decimo Magno Ausonio; gonfia e concitata è la poesia di Claudiano. Così si è giunti alle soglie del sec. IV d. C. e da allora in poi è ben difficile severare quanto di romano ci sia ancora nelle forme letterarie. Gli ultimi autori che esprime il paganesimo morente sono Aurelio Simmaco, nobilmente ancorato al passato con la sua ora-
1. What is the difference between a physical and a chemical change?
2. What is the difference between a mixture and a compound?
3. What is the difference between a solution and a suspension?
4. What is the difference between a reactant and a product?
5. What is the difference between a physical change and a chemical change?
6. What is the difference between a chemical reaction and a physical reaction?
.
zione per l'aria della Vittoria, e Rutilio Namaziano che nel De reditu suo trova espressioni d'astio contro i monaci cremiti che abitavano la Capraia (I, V. 439 sg.) e commisera un amico che conduceva vita monastica nella Gorgona (ibid., 517 sg.). Nelle brume dell'isola come nelle rovine di Populonia (ibid., 401) lo scrittore vedeva il tramonto di quegli ideali, peraltro da tempo scomparsi, che avevano animato l'antica letteratura.
B) ROMA CRISTIANA
FINO AI NOSTRI GIORNI.
I. STORIA CIVILE ED ECCLESIASTICA.
SOMMARIO: I. R. nella S. Scrittura. -
II. Storia antica
III. Da Gregorio Magno a Stefano III
IV. I secc. VIII-XII. - V. I secc. XIII-XV. - VI. Dal sec. XVI alla Rivoluzione Francese. -VII. La Repubblica Romana (1798-99)
VIII. Dalla fine del sec. XVIII al 1849. - IX. Dalla Repubblica romana (1849) ai nostri giorni.I. R. NELLA S. SCRITTURA. - Dei Romani si parla forse in Dan. 11, 30; di R. o dei Romani indirettamente in I Mach. 1, 11, 7, 1, e direttamente nel racconto dell'alleanza richiesta (161 a. C.) da Giuda Maccabeo per difendersi dall'aggressione siara (I Mach. 8, 1-32; II Mach. 4, 11), rinnovata poi (nel 144 a. C.) da Gionata fratello di lui (I Mach. 12, 1-4.16). R. si associò al lutto degli Ebrei per la morte di Gionata e riconfermò l'amicizia con il fratello di lui Simone (I Mach. 14, 16-19.24.40; 15, 15-24). Ma, con i suoi interventi in Palestina, R. ne preparava lentamente la conquista, che avvenne per opera di Pompeo nel 63 a. C.
Ai tempi di Gesù, dopo la morte di Erode e del figlio di lui Archelao, che avevano regnato su tutta la terra d'Israele, parte del paese fu affidata ai tetrarchi e la Giudea fu messa sotto il governo di un procuratore romano (v. PALESTINA, I). R. non è nominata nei Vangeli, ma vi si parla ripetutamente dei suoi imperatori (Lc. 2, 1; 3, 1; Mt. 22, 17-21; Mc. 12, 14-17; Lc. 20, 22-25; 23, 3; Io. 19, 12.15; ecc.) e dei loro rappresentanti: il legato di Siria (Lc. 2, 2), il procuratore di Giudea Pilato (Lc. 3, 1; ecc.). Il pericolo di una più dura servitù da parte di R. offrì il pretesto al Sinedrio per la morte di Gesù (Io. 11, 48), come fautore di uno di quei
moti pseudo-messianici che ogni tanto scuotevano la Palestina; mentre il timore di perdere il favore del Cesare induce Pilato alla condanna di Gesù, e solo con l'asse-rere la sovranità esclusiva del Cesare i Giudei vincono l'esitazione del procuratore (Io. 19, 12-15).
Gli Act. 18, 2 ricordano l'Editio di Claudio (v.) che imponeva a tutti i Giudei di abbandonare R. (49 d. C.) ed in questa occasione i due giudei, Aquila (v.) e Priscilla, lasciata R., s'incontrarono con Paolo a Corinto. Il viaggio a R. fu un'aspirazione costante di Paolo per molti anni (Rom. 1, 13; 15, 23), resasi più ardente alla fine del terzo viaggio missionario (Rom. 15, 19 sgg.). La notte successiva all'arresto a Gerusalemme Gesù, apparendo a Paolo, l'assicura che egli dovrà rendergli testimonianza a R. come gliel'aveva resa a Gerusalemme (Act. 23, 11). S. Luca mette in risalto il trattamento umano usato dalle autorità romane nei confronti di Paolo prigioniero a Gerusalemme (il tribuno Lisia), a Cesarea (procuratori Felice e Festo), nel viaggio a R. (il centurione Giulio), nel soggiorno di R., durante il quale Paolo abitò in una casa affittata, con libertà di ricevere chiunque si recava a visitarlo e di predicare (Act. 28, 30 sgg.). Diverso invece dovette essere il trattamento fatto a s. Paolo durante la sua seconda prigionia, Onesiforo (v.) per rintracciare l'Apostolo (II Tim. 1, 17), che si trova nell'abbandono (cf. II Tim. 4, 9-15) ed attende la morte (II Tim. 4, 6 sgg.; V. PAOLO, APOSTOLO., I). Si ritiene generalmente che la Babilonia di I Pt. 5, 13 sia R., secondo una metafora non infrequente nell'uso rabbinico (testi presso H. L. Strack - P. Billerbeck, Commentar zum N. T. aus Midrasch und Talmud, III, Monaco 1926, p. 816); perciò la lettera sarebbe stata scritta da R. Anche nella «grande Babilonia», di cui l'Apocalisse (capp. 17-19) descrive il fasto, la corruzione, la crudele empietà verso i fedeli di Gesù e la rovina, secondo l'esegesi tradizionale deve ritenersi raffigurata R.
II. STORIA ANTICA
La predicazione cristiana dovette giungere assai presto a R.; manca però ogni precisazione sul tempo e su come essa vi sia incominciata. Ebrei convertiti, neofiti orientali e greci, condotti dalle circostanze più diverse e da paesi diversi, dovettero aver concorso a creare in R. gruppi di fedeli che verso il 58 provocarono lodi e sollecitudini da parte di s. Paolo, come risulta dalla lettera che allora inviò oro.Quando poi Paolo nel 61 si avvicinava a R., quale prigioniero i fedeli gli andarono incontro a Forum Appii e Ad terrae (Act. 28, 15); ma l'autore sacro non si sofferma a dir nulla sui rapporti con loro durante quel suo primo soggiorno. Ignoto sono invece le circostanze che portarono a R. l'apostolo s. Pietro (v.), il quale prese il governo della comunità, perpetuando quel primato su tutte le Chiese che a lui era stato conferito dal divino Fondatore nelle sue ultime apparizioni in Galilea (v. PRIMA).
R. fu subito centro di irradiazione cristiana e di organizzazione gerarchica, prima di tutto nelle regioni circoscritte, poi in tutta l'Italia e paesi circostanti, nell'Africa e nelle valli del Reno e del Danubio; se ne aveva sicura convinzione al principio del sec. V. Gubbio, facendo appello alla costante tradizione. Le diverse fasi di questa evangelizzazione sono rimaste ignote, anche se leggendo locali hanno tentato di dissiparne l'oscurità. Si comprende però che negli intervalli, talvolta abbastanza lunghi, fra le successive persecuzioni, le riprese dovettero essere rapide e sempre più larghe. Però anche sulle vicende interne e sui diretti interventi esterni della Chiesa romana nei primi due secoli della sua esistenza si è poco informati. CLEMENTE X (v.), sul finire del sec. I,
1139
ROMA
(1st. Sestini)
ROMA - Esterno della chiesa di S. Stefano Rotondo, consacrata da papa Simplicio (468-82) - Roma.
intervene con una nobile ed energica lettera nelle discordanze della Chiesa di Corinto; s. ELISABETTA (v.) vescovo di Antiochia scrivendo ai fratelli di R. ne lodava la carità, scongiurandoli perché, con un loro intervento presso persone influenti, non lo privassero della gloria del martirio; s. Giustino (v.) morì martire a R. dopo avervi tenuto scuola ed avere diretto le sue apologie all'Imperatore; Erma, fratello del papa Pio I, vi scrisse il suo Pastore che acquistò allora grande credito; papa Aniceto ricevette la visita di s. Policarpo di Smirne venuto a trattare sulla controversia pasquale e poi papa Vittore si adoperò con successo per far valere a tale proposito l'uso romano in tutto l'Oriente. A R. accorsero in questa età fedeli di qualità, da ogni parte, per trovarvi conferma sull'unità della Chiesa, come Abercio ed Egesippo; vi accorsero anche eretici per vedervi approvate le loro dottrine, come Valentino. Teodoro, Marcione, Prassena, Cleomene, ma vi furono prontamente smascherati.
Anche la reazione pagana fu a R. a volta a volta particolarmente accanita, perché la polizia imperiale dovette mostrarsi molto attenta nell'esecuzione degli delitti e così la comunità ebbe una consacrazione particolarmente cruenta del suo privilegio di essere a capo del nuovo impero spirituale (v. PERSECUZIONI); però il numero e la personalità dei martiri si fanno più chiari con il progredire del culto sulle loro tombe, anche se non è sempre possibile stabilire il tempo ed il modo del loro supplizio e se solo di alcuni poté perpetuarvi la memoria, specie nei primi momenti della propaganda cristiana. Numerosi poi dovettero essere coloro che senza verranno sempre stati suggeriti a R. per l'esercizio della loro fede.
Una testimonianza importante sull'efficienza del cristianesimo a R. all'indomani della persecuzione di Decio, si ha quando nel 251 papa Cornelio riunì intorno a sé un Sinodo di 60 vescovi ed in una lettera a Fabio, vescovo di Antonio, parla di un clero numeroso e di una beneficenza opportunamente organizzata (Eusebio, Hist. eccl., VI, 43). Fino dai tempi del suo predecessore Callisto s'era organizzato anche il regime sepolcrale (v. CIMITERI CRISTIANI ANTICHI) e forse il possesso ecclesiastico. Momenti particolarmente critici attraversò la comunità romana dopo il martirio di papa Zefirino, quando si ebbe la secessione di Ippolito (v.); dopo quello di papa Fabiano (v.), quando sorse come antipapa Novaziano (v.), e di Sisto II, causa la confiscazione dei cimiteri e la proibizione delle adunanze. La persecuzione di Diocleziano-Massimiano fu sanguinosa solo per due anni, ma diede martiri numerosi e lasciò uno strascico di dissensi interni per cui MARCELLIANI (v.) i suoi successori Marcello ed Eusebio furono dall'imperatore Massenzio mandati in esilio, e soltanto con l'elezione di papa Milziade (311) ritornò la pace nella Chiesa romana. Sotto di lui Costantino entrò trionfante a R., assicurò definitivamente il trionfo del cristianesimo (313) ed assegnò alla Chiesa romana la domus Faustae in Lateranis che divenne stabile residenza del Pontefice sino a tutto il sec. XIII. Qui infatti fu tenuto nel 313 quel Concilio di vescovi radunato per dirimere le questioni sorte nella Chiesa di Cartagine a proposito del vescovo Ceciliano. Le turbolenze dell'Egitto a proposito di Melezio e le agitati controversie causate dalla propaganda ariana, risolte nel Concilio di Nicea (325), non ebbero da principio gravi risonanze a R. durante il pontificato di papa Silvestro, quando la Chiesa romana grazie al costante favore imperiale si abbelliva di grandiosi costruzioni, quali le basiliche sulle tombe degli Apostoli e dei martiri fuori le mura, le chiese titolari all'interno, ed intensificava la propaganda per la conversione dei pagani.
Il partito ariano, forte del favore crescente dell'imperatore Costanzo, Giulio (v.) la sconfessione di s. Atanasio (340); il Papa resistette ed inviò i suoi legati al Concilio di Sardica (345) per mettere pace fra le opposte fazioni. Quando poi Costanzo, ritornato unico imperatore dopo le divisioni dei figli di Costantino, volle premere sull'Occidente in favore delle concezioni ariane, nella vana speranza di ridonare per tal via unità spirituale all'imperatore, LIBERISMO (v.), che fu da lui inviato in esilio e sostituito con l'antipapa Felice II. Questi non poté durare e Liberio ritornò; ma alla sua morte (366) aspra discorde insonoro a R., quando al nuovo papa Damaso fu contrapposto da una parte del clero l'antipapa Ursino, dando occasione a scene violente, e fu resa dura a Damaso la vita con ripetuti ricorsi al tribunale imperiale. Ciò non fu accorto l'operatività di Damaso nel radunare concili, erigere chiese titolari, riordinare i cimiteri. Sotto di lui s. Girolamo riuscì ad allargare nell'ambiente femminile aristocratico un ardore per la vita spirituale che non si estinse più. Del resto la vita monastica (v. MONACHISMO), che s. Atanasio aveva fatto conoscere verso la metà del sec. IV, aveva trovato seguaci anche a R., dove cominciarono a sorgere monasteri, particolarmente nelle vicinanze della Basilica Vaticana e dei più venerati santuari.
Non è però da credere che il paganesimo a R. fosse del tutto debellato. Sebbene l'imperatore Costanzo ne avesse proibito il culto pubblico ed imposta la chiusura dei templi, a R. si dovette procedere a tal riguardo con molta cautela. Dopo Giuliano l'Apostata (v.), Graziano rinnovò i decreti di Costanzo, confiscò i beni dei templi e proibì le pubbliche elargizioni, rifiutò il titolo di pontifex maximus che l'Imperatore portava fin dal tempo d'Augusto e nel 382 volle che fossero tolti dall'aula del Senato l'altare e la statua della Vittoria. Una deputazione di senatori pagani condotta da Simaco non riuscì ad ottenere la revoca di quest'ordine e la conservazione degli antichi privilegi. Una polemica letteraria fra Simaco e s. Ambrogio (più tardi anche Prudenzio) rese celebre quest'episodio. Ma i senatori pagani tentarono di rifarsi in occasione della ribellione del 392 con il rimettere nell'aula la statua della Vittoria, celebrare di nuovo gli antichi culti ed imporre alla città una lustratio solenne, quasi per purificarla dalla contaminazione cristiana. La vittoria di Teodosio nel 394 pose fine a quest'ultimo sforzo del paganesimo per sopravvivere; i templi furono chiusi, il collegio delle Vestali si disperse, qualche anno più tardi anche i giuochi del Circo cessarono; non cessò ancora l'accusa che il cristianesimo fosse la causa della rovina dell'imperatore; s. Agostino ebbe a polemizzare contro questo pregiudizio, tenace in una parte dell'aristocrazia e nella tradizione letteraria.
Con la morte di Massenzio R. aveva cessato d'essere di fatto capitale dell'imperatore. Non soltanto Costantino aveva fatto sorgere Costantinopoli come metropoli del

pace nella Cluesa romana. Sotto di lui Costantino entrò trionfante a R., assicurò definitivamente il trionfo del cristianesimo (313) ed assegnò alla Chiesa romana la domus Finntine in Lateronis che div
l'Oriente, ma per l'Occidente erano sorte a competere con R. Treviri (poi Arles) e Milano. Con l'invasione visigotica Ravenna fu la vera capitale di quanto rimaneva dell'Impero d'Occidente. Nel 410 Alarico con i suoi Visigoti s'impararono di R. e la metteva a sacco; papa Innocenzo s'era adoperato invano presso l'imperatore Onorio per stornare il malanno. Papa s. Leone (v.) vide la tragica fine della dinastia di Teodosio, e se riuscì nel 432 ad allontanare dall'Italia Attila ed i suoi Unni, vide nel 455 Genserico ed i suoi Vandali, partendo dall'Africa, impadronirsi di R. ed allontanarsi poi carichi di bottino. I decenni seguenti segnarono l'agonia dell'Impero, finché un capo degli ausiliari barbari, Odoacre, proclamatosi re (476), vi pose fine, pur senza distruggere gli ordinamenti interni. Odoacre soccombé a sua volta (489-91) sotto i colpi di un nuovo barbaro, Teodorico re degli Ostrogoti, che si fece padrone dell'Italia. R. continuava intanto a governarsi con il suo Senato e con il praefectus Urbi, ma non era più l'arbitra delle sorti del mondo, pur conservando sempre le memorie e la maestà del suo passato. In Oriente si sarebbe volentieri fatto a meno anche del suo primato spirituale che non le poteva esser tolto, nella presunzione che l'autorità dell'Impero fosse salvaguardia sufficiente dell'unità religiosa. Invece le scissioni provocate dalle grandi questioni cristologiche, nestoriana e monofisita, avevano si superato l'arianesimo, professato ancora dai barbari invasori, ma solo per perpetuare divisioni più profonde. A R. il dogmatismo bizantino non aveva fatto presa, però contro la dominazione barbarica s'era reso vivace un senso di legittimismo verso l'Impero, considerato come la continuazione della romanità; ed esso, pur con fasi diverse, dominò le vicende dell'età seguente. Ne furono un'espressione che turbolenze suscitata Simmaco (v.) per opera dell'antipapa Lorenzo, pochi anni dopo le diffidenze del re Teodorico che costarono Giovanni I (v.) e ad alcuni membri dell'aristocrazia romana (v. BOEZIO), finché si giunse alle guerre gotiche desolatrici per tutta l'Italia, ma in particolare per R. Assediata dal re goto Vitige per più di un anno, e sottoposta alle più dure prove, la città poté resistere solo per l'abilità ed il valore di Belisario, il generale bizantino ch'era riuscito ad occuparla. Nel frattempo fu allontanato da R. papa Silverio (v.) e privato della sede che fu data a Vigilio (537). Rialzate le sorti dei Goti, R. fu assediata una seconda volta dai Goti, e questa volta fu papa Vigilio a dover lasciare R., perché Giustiniano lo volle a Costantinopoli. La città cadde in mano di Totila per tradimento il 17 dic. 546 e a mala pena il diacono Pelagio, fattigliosi incontro, riuscì ad indurre a clemenza il Re; ma la popolazione fu costretta a lasciare la città, mentre in parte ne venivano distrutte le mura. R. rimase in potere dei Goti, finché Narsete la restituì ai Bizantini nel 552, dopo nuovi combattimenti e nuove stragi. Fu questo uno dei momenti più critici della sua storia; essa era anche rimasta priva del Papa morto in Sicilia nel luglio 555; l'anno seguente Giustiniano mandò come pontefice Pelagio (v.) che, accolto con molta diffidenza sul principio, finalmente riuscì a rimettere ordine e fiducia nella città tribolata.
L'invasione longobarda del 568 che gettò lo scompiglio nell'Italia bizantina si fermò ai dintorni di R., dove giungevano gli echi sinistri dei malanni causati dai nuovi barbari; dalla Tuscia e dalla Sabina essi miravano a gettarsi sulla città, che però non fu da loro raggiunta, grazie soprattutto all'attività di papa Gregorio I. Cominciarono di qui, con il declinare costante dell'autorità imperiale, le vicende di R. nel medioevo.
Italia, 1929; id., Le Siege apostolique (359-451), 1912; id., Cattedra Petri, 1913; E. Caspar, Die älteste röm. Bischofliste, Berlino 1926; H. Lichtmann, Petrus und Paulus in Rom, 1912; G. Bardy, L'Eglise rom. sous le pontificat de saint Anicet, in Recherches de science religieuse, 17 (1927), pp. 481-511; J. Chapman, Studies on the early papacy, Oxford 1928; H. Grisar, Roma alla fine del mondo antino, 2 voll., Roma 1930; E. Caspar, Gesch. des Papsttums, 2 voll., Tubinga 1930-33; A. S. Barnes, The Martyrdom of St. Peter and St. Paul, Oxford 1933; G. Romano - A. Solmi, Le dominas. barbariche in Italia, Milano 1943; E. Bertolini, R. di fronte a Bisanzio e ai Longobardi, Bologna 1941; R. Valentini - G. Zucchetti, Codice topor. della città di R., Roma 1942. Agostino Amore
III. DA GREGORIO MAGNO A STEFANO III (590-772)
L'invasione longobarda aveva profondamente intaccato, fra il 569 ed il 589, le contermini province della «Tuscia et Umbria» e della «Campania»; R. stessa era stata ripetutamente in pericolo, e tornò ad esserlo al principio del pontificato di Gregorio Magno (590-604). Fu salvata, insieme con il territorio circostante, grazie alle iniziative tanto ardite quanto opportune e tempestive del grande Pontefice anche sul terreno militare e politico-diplomatico nei confronti con Agilulo e con il duca di Spoleto Ariulfo. Grazie a lui i papi del sec. VII non dovettero più affrontare le stesse prove; ma l'opera di Gregorio Magno aveva segnato un momento decisivo nei rapporti non soltanto con i Longobardi, ma anche con l'Impero.Ancora verso la metà del sec. VII l'annuncio ufficiale all'escara d'Italia della elezione di un nuovo papa dichiarava solennemente che la virtù non delle armi imperiali ma di Dio e di S. Pietro, nella persona del Pontefice, suo vicario, teneva a freno e placava, al suo avvicinarsi, la ferocia dei barbari. Gregorio Magno, inoltre, aveva agito sempre, nelle sue iniziative diplomatiche, come leale suddito e per una sua personale valutazione degli interessi dell'Impero, in Italia; ma senza esitare a porsi

anche in contrasto con l’esarca Romano e con l’imperatore Maurizio, ed a proclamarsi autorizzato ad operare sul terreno politico in virtù del proprio supremo ministero pastorale di servo di Dio. La resistenza opposta dai successori di Onorio I (m. il 12 ott. 638) all’“Exezech di Eraclio, emanata in favore delle dottrine monoteleite, provocò le prime avvisaglie di un importante, sebbene tormentoso periodo storico. Quando le autorità imperiali della penisola si provarono ad infrangere questa resistenza, non osarono impegnare apertamente la lotta sul terreno religioso, data la situazione ben diversa dai tempi di Gregorio Magno, che consigliava la massima prudenza. Le forze armate erano costituite, nella massa, di elementi raccolti con il sistema della leva sul posto, mentre gli ufficiali uscivano dalle maggiori famiglie dei proprietari terrieri, ed i reparti dell’esercito regolare di stanza nei vari territori costituivano nell’Italia bizantina il ceto militare delle popolazioni locali e prendevano il nome dalle rispettive regioni o città. Erano perciò solidali con le popolazioni nell’avversione al monoteilismo e concordi con la Chiesa di R. nell’opposizione all’“Exezech; e tale solidarietà spirituale era particolarmente sentita dal “exercitus Romanus” (la denominazione appare ora per la prima volta nelle fonti del tempo).
L’esarca d’Italia Isacco fece perciò appello solo a motivi di ordine materiale. L’erario bizantino soleva inviare i fondi per il soldo delle truppe di R. al Papa, che li teneva in deposito presso il Tesoro della Chiesa nel Palazzo Lateranense, donde gli ufficiali pagatori prelevavano le somme necessarie. Tali operazioni avvenivano spesso con molto ritardo, provocando vivo malcontento fra le truppe. L’Esarca pensò di sfruttarlo e diede istruzioni segrete all’ufficiale più elevato in grado dell’exercitus Romanus, il charitarius Maurizio, di accusare presso i soldati il Papa da poco defunto. Onorio I, di aver trattenuto abusivamente nel Tesoro della Chiesa i fondi regolarmente fatti spedire da Eraclio. I soldati diedero l’assalto al Laterano, dove era stato insediato Severino successore di Onorio I, e dopo tre giorni di resistenza occuparono il Palazzo. Il charitarius fece apporre i sigilli a quanto era custodito nel Tesoro (fine del 639 - principio del 640); l’Esarca, sopraggiunto da Ravenna, mandò a confino i maggioretti del clero, come colpevoli di resistenza alle autorità costituite, procedette all’inventario del Tesoro, ne recuperò ciò che poteva essere rivendicato all’erario imperiale, e lo rinviò a Bisanzio. Il vero scopo di questa violenza mascherata di finzione legale, era di intimidire la Chiesa di R. per renderla più maleabile all’“Exezech; ma tale manovra pro
vava che l’Esarca sapeva di non poter contare sulla obbedienza incondizionata delle truppe romane, se si fosse trattato di materia religiosa. Due anni più tardi il charitarius Maurizio eccitò le truppe ai suoi ordini alla rivolta contro lo stesso esarca Isacco. Pagò con la vita la ribellione ed il suo fu un moto effimero, dovuto soltanto ad ambizioni personali, al quale la Chiesa di R. rimase del tutto estranea; ma ne risulta che anche nel territorio romano, per effetto delle riforme introdotte negli ordinamenti bizantini a partire dal 584, con la istituzione della carica di esarca d’Italia, alle antiche province civili si venivano sostituendo nuove circoscrizioni territoriali militari, che presto sarebbero state poste al comando di duces, e perciò si sarebbero dette ducati.
La condanna del monoteilismo nel Concilio Lateranense, sotto papa Martino I (ott. 649), portò alla fase acuta il conflitto religioso fra la Chiesa di R. e Bisanzio. La solidarietà spirituale con il Papa anche delle forze armate si dimostrò talmente salda, che persino l’esarca d’Italia Olimpio, al quale l’imperatore Costante II aveva affidato il compito di superare, con ogni accorgimento anche violento, l’opposizione al Papa, che non si rivelò, ne fu indotto a ribellarsi agli stessi all’Impero. Per tre anni Olimpio resse da padrone i domini italiani di Bisanzio, finché per i malattri nel 652 in Sicilia, dove aveva condotto l’esercito a rintuzzare la prima insurrezione araba nell’isola. Per la prima volta nella storia dell’Italia bizantina un conflitto religioso aveva avuto ripercussioni nella situazione politica. Il fatto per il momento non ebbe conseguenze; ma nel giugno 653 l’esarca Teodoro Calliope poté trarre in arresto nella Basilica Lateranense Martino I come ribelle, proclamarlo, in nome del Sovrano, usurpatore della cattedra papale, farlo tradurre prigioniero a Bisanzio; e Costante II poté far processare e condannare il Papa per quanto era accaduto, come reato puramente politico, cioè di alto tradimento. Nel luglio 663 papa Vitaliano (657-72), il clero e la popolazione di R. accolsero con gli onori di legittimo sovrano l’Imperatore, recatosi a visitare la città. Nel 668 Vitaliano diede l’appoggio morale e materiale della Chiesa a Costantino IV, figlio di Costante II, dopo che questi era stato assassinato a Siracusa, e l’ufficiale colpevole si era fatto proclamare imperatore.
La pace religiosa fu ristabilita con il VI Concilio ecumenico del 680-81, che condannò a Costantinopoli il monoteilismo ed i suoi promotori e fautori; ma ogni qual volta parve che Bisanzio attentasse a questa pace, nei domini imperiali della penisola italiana le reazioni furono immediata, soprattutto in R., assumendo tale carattere che solo l’azione moderatrice dei Papi poté impedire che passassero senz’altro sul terreno politico. Così per due volte altri dignitari furono inviati a R. da imperatori con ordini ostili alla Chiesa; e le truppe in rivolta, accorse in sua difesa anche da altre parti dei domini imperiali nella penisola e dalla stessa Ravenna, volevano metterli a morte, ed essi dovettero la vita all’intervento personale dei papi; intorno al 695, al tempo dell’imperatore Giustiniano II, il protospartito Zaccaria fu salvato da Sergio I; ed intorno al 701 l’esarca Teofilatto, da Giovanni VI. Nel frattempo le riforme negli istituti bizantini avevano portato l’ordinamento in ducato anche nel territorio romano, con sede del comando sul Palatino; e l’exercitus Romanus si era organizzato in un corpus capace di funzioni anche amministrative e politiche, in quanto appunto il ceto militare andava ormai assorbendo e sostituendo l’antica aristocrazia civile in una nuova aristocrazia militare. La prima menzione di un ducato si ha per R., solo intorno al 712-13. Ma certo il Ducato romano ebbe origine all’incirca contemporanea con quella del Ducato di Napoli, e il primo ducato di Napoli fu nominato da Costante II nel 661. L’exercitus Romanus già verso la
metà del sec. VII figurava come ceto a sé, accanto al clero ed al laicato civile, nei documenti ufficiali concernenti le elezioni papali. La sua nuova posizione nella vita pubblica risulta già evidente verso la fine del sec. VII per il fatto che durante il pontificato di Benedetto II (684-85) l'imperatore Costantino IV inviò a R. ciocche di capelli dei figli Giustiniano ed Eraclio, con un messaggio indirizzato al Papa, al clero ed all'exercitus Romanus.
L'atto, negli usi del tempo, conferiva simbolicamente un due principi imperiali la qualità di figli adottivi di R., rappresentata dal suo vescovo, dal suo clero e dalle sue forze armate. Il peso di questo ceto militare si fece sentire nei contrasti per l'elezione del successore di papa Giovanni V (m. il 2 ag. 686). L'exercitus Romanus oppose la candidatura del presbitero Teodoro a quella dell'arci-diacono Pietro sostenuta dal clero, e non esitò a sbarrare gli accessi della Basilica Lateranense con armati; aderì all'elezione di un terzo candidato, il presbitero Conone, probabilmente anche perché si trattava del figlio di un ufficiale dell'esercito imperiale. Alla morte di Conone (21 sett. 687) il ceto militare partecipò di nuovo alle fazioni in contrasto, questa volta dividendosi esso stesso tra i fautori di Teodoro, nel frattempo divenuto archi-presbitero, ed i fautori dell'arci-diacono Pasquale; ed i suoi capi concorsero efficacemente a far prevalere la terza candidatura del presbitero Sergio, consacrato il 15 dic. 687, dopo che l'esarca d'Italia Giovanni Platyn, venuto di persona a R., ebbe riconosciuta la regolarità della sua elezione. Tuttavia più che la virtus armorum ancora una volta fu salutare per R. la virtus S. Petri quando la minaccia longobarda tornò, dopo un secolo, ad incombere sulla città. Papa Giovanni VI (701-705) ottenne che il duca di Benevento, Giulfo I, dopo aver corso devastato la Campania sino al quinto miglio da R. sulla Via Latina, interrompesse le ostilità e si ritirasse. Il Ducato romano perdette però allora, al di là del Liri, Arpino ed Arce, e sul Liri, Sora, che Giulfo I annesse ai suoi domini. E non tardò a riaprirsi anche il problema dei rapporti religiosi con Bisanzio, e del loro ripercuotersi sulla situazione politica.
Nel 712, se papa Costantino I (708-715) reagì sul terreno religioso al tentativo di Filippico Bardane di riaffermare il monotellismo, il laicato reagì anche sul terreno politico. Per la prima volta da quando era sotto il dominio bizantino, il populus Romanus si eresse a giudicare della legittimità di un imperatore, rifiutandosi di ricevere l'icona di Filippico Bardane, di riconoscere validi o di lasciare redigere atti con il suo nome, di accettare monete con la sua effigie, di lasciare recitare per lui durante la Messa la preghiera liturgica per il sovrano regnante. Queste decisioni furono oggetto di un decreto, che si deve presupporre emanato dall'unica assemblea la cui persistenza è attestata dalle fonti almeno ancora al tempo di Gregorio Magno, nel 603: il Senato. Ma le decisioni avevano avuto l'appoggio anche dell'exercitus Romanus. Il suo comandante, Cristoforo, il primo duca di R. del quale si conosca il nome, fu il campione della grande maggioranza del laicato, quando questa, nel 713, fece stabilire in virtù di un altro decreto, logica conseguenza del precedente, di non riconoscere come duca di R. Pietro che era stato promosso, al posto di Cristoforo, da Filippico Bardane.
I sostenitori del nuovo duca furono affrontati con le armi, quando tentarono di forzare dalla Via Sacra l'accesso alla sede del comando sul Palatino, e scamparono allo sterminio solo per il tempestivo arrivo sul posto di combattimento dei sacerdoti, con il Vangelo e con la Croce, inviati dal Papa per metter pace. Fatto significativo: la promozione compiuta ad nomen heretici non era stata riconosciuta zelo fidei; defensores heretici Petri furono chiamati coloro che la volevano imporre, e pars Christiana fu detto il partito di Cristoforo. Ed i Romani acconsentirono a ricevere, come duca, Pietro soltanto dopo che, rovesciato Filippico Bardane (giugno 713), il suo successore Anastasio II ebbe trasmesso al Papa a R. per mezzo dell'esarca Scolastico una solenne professione di fede conforme al VI Concilio ecumenico. Costantino I, non diversamente da Sergio I e da Gio-

popolazioni del Ducato romano. Tutti i ceti del laicato cittadino, dall'aristocrazia alla plebe, assistettero al Concilio presieduto in S. Pietro, nel nov. 731, dal successore di Gregorio II. Gregorio III (731-741). Concilio che lanciò la scomunica contro gli avversari delle sacre immagini. Per la sua tenacia nella lotta contro l'iconoclastia, il Ducato romano fu spogliato dall'Isaurico dei territori di Terracina e di Gaeta, trasferiti al Ducato di Napoli, rimasto fedele all'Imperatore.
E quando, negli ultimi anni di Gregorio III, l'Isaurico s'indusse a propositi più concilianti, e ne fece esecutore il patrizio Stefano, nominato allora duca di R., questi, l'exercitus Romanus ed il Papa collaborarono contro i piani ambiziosi di Liutprando, puntando con decisione sul tradizionale antagonismo dei ducati di Spoleto e di Benevento con i re di Pavia, per attrarli a formare con R. un blocco politico-militare capace di tener quelli a freno. Nel 738 Gregorio III come arbitro dichiarò spettare all'Impero ed al corpus dell'exercitus Romanus, Gallese, che il duca di Spoleto Trasmondo il rivendicava come suo dominio; ed i patti di non aggressione e di mutua assistenza stipulati dalla Chiesa e dal popolo romano con lo stesso duca e con il duca di Benevento Godescale e dalla Chiesa garantiti, furono i primi segni di un programma politico, nel quale il duca di R. ed il ceto militare del Ducato romano erano solidali con il Papa ed a lui si affidavano perché ne fosse il più autorevole interprete. Il patrizio Stefano e l'exercitus Romanus si rifiutarono insieme con Gregorio III di sottostare all'ingiunzione di Liutprando, che gli fosse consegnato Trasmondo il quando questi, nel 739, si rifugio a R., per scampare al Re. che aveva invaso i suoi domini; e persistettero nel rifiuto anche quando Liutprando ebbe posto il campo sotto R. In quel terribile momento i Romani furono d'accordo con Gregorio III anche nell'altra audacissima mossa politica d'inviare a Carlo Martello una missione papale, latrice di documenti segreti che prevedevano, nel caso dell'intervento dell'onnipotente maggiordomo dei Merovingi contro Liutprando, la stipulazione con lui di un patto formale, che impegnava il popolo romano a staccarsi dall'imperatore, ed a porsi, in forza di un senato-consulto, proclamante la decadenza dei dominio bizantino, sotto la protezione del principe franco. Per la prima volta da che R. era suddita di Bisanzio, un suo vescovo con il consenso del suo popolo osava farsi promotore ed interprete di un disegno politico inteso a strapparla dal nesso dell'Impero, e ad inserirla nella sfera diretta degli interessi politici del Regno dei Franchi; il Ducato romano intendeva ormai svolgere una politica propria indipendente dagli interessi dell'Imperatore, e questo indirizzo era inspirato e diretto dal Papa, ed orientato a cercare nei Franchi il sostegno più efficace nelle crisi più pericolose.
Nell'ag. 739 Liutprando si ritrasse da R., lasciando però presidiare, al di qua dei confini del Ducato romano, Blera, Orte, Bomarzo ed Amelia. Sempre d'intesa, Gregorio III, il patrizio Stefano ed i Romani rinnovarono il patto con Trasmondo II, e dietro promessa di essere poi da lui aiutati nel riprendere le quattro località perdute nella Tuscia romana misero a sua disposizione l'exercitus Romanus per la riconquista dei suoi domini, che alla fine del 740 fu rapidamente conclusa. Animatore dell'azione politico-militare diretta a prevenire la controffensiva di Liutprando fu il successore di Gregorio III, Zaccaria (741-752), che rovesciando le alleanze offrì al Re il concorso dell'esercito romano contro Trasmondo II, venuto meno ai suoi impegni verso R., e il disinteressamento alle sorti del duca di Benevento Godescale, sebbene questi, durante la crisi spolterata, si fosse mostrato favorevole a R. A. Terni, nel 742, Zaccaria, incontratosi con Liutprando, ottenuta per il Ducato romano la restituzione di Blera, Orte, Bomarzo ed Amelia, stipulò una pace ventennale, e sei anni dopo ne ottenne da Rachi, a Perugia, la conferma.
Una svolta decisiva alla storia del Ducato romano impresse la complessa opera politica del successore di Zaccaria, Stefano II (752-757), contro Astolfo, che, dopo aver conquistato, tra il 750 ed il 751, Ravenna e cat-

Roma - Torre medievale dei Capocci (sec. xili) - Roma, piazza S. Martino ai Monti.
turato qui l'ultimo scarsa d'Italia, Eutichio, mirava anche a R. Per due anni, il Papa indusse il Re longobardo a differire l'attuazione del proposito di attaccare a fondo R., senza lasciarsi intimidire dalla crescente pressione di Astolfo sul Ducato romano, culminata nell'estate del 753 con la presa di Ceccano. Contemporaneamente Stefano II sollecitava dall'imperatore d'Oriente Costantino V l'invio di truppe e trattava con Pipino, dal 751 re dei Franchi, perché s'interessasse della situazione in cui si dibatteva R. Il Papa ottenne dall'Imperatore, non rinforzi, ma l'incarico di recarsi a Pavia, per negoziare in suo nome con il Re longobardo; e da Pipino l'invito ufficiale di recarsi in Francia, per esaminare con lui il da farsi. Ma quando, il 14 ott. 753, il Papa partì, il problema della salvezza di R. non era più soltanto politico-militare, ma di nuovo anche religioso. Costantino V era infatti tornato alle dottrine iconoclaste e la Chiesa di R. temeva naturalmente che una restaurazione del dominio imperiale di tutto sull'escarto ravennate potesse offrire all'Imperatore la possibilità di tentare, come già suo padre, di servirsi di quei Senatori per combattere R.

esse offrire all'Imperatore la possibilità di tentare, come già suo padre, di servirsi di quei Senatori per combattere R.
Ma le popolazioni di Ravenna e dei territori adiacenti, a differenza di quelle dei ducati imperiali nell'Italia meridionale e della Sicilia, erano state a fianco di Gregorio II e di Gregorio III, acquistandosi buon titolo ad essere considerate dai Papi, insieme con le popolazioni dei Ducati di R. e di Perugia, gregge più particolarmente da Cristo affidato alle cure di S. Pietro e che perciò i Papi, quali vicari di S. Pietro, avevano particolar dovere di difendere. Già questo fattore spirituale aveva mosso Zaccaria quando nel 743 a Pavia aveva strappato a Liutprando la restituzione all'Impero di gran parte delle ultime conquiste da lui compiute nei territori di Ravenna e di Cesena. Ma ora Stefano II riteneva suo dovere strappare le pecorelle del Signore nell'Esercito ravennate non soltanto al lupo longobardo, ma anche all'eredito lupo bizantino. Durante il suo soggiorno in Francia, nel 754, venne a conoscenza dell'accettarsi in Oriente della minaccia iconoclasta in relazione alle deliberazioni prese dal Concilio di Costantinopoli (10 febbr. - 8 ag. 754). Stefano II andò quindi sempre più decisamente informando la sua azione al pensiero inteso a trasferire sul terreno politico la concezione scritturale delle pecorelle del Signore, nel senso che dominus delle popolazioni del Ducato romano e dell'Esercito dovesse considerarsi, finché permanevano le particolari condizioni religiose del momento in Oriente, non l'imperatore, ma S. Pietro, e perciò il Papa suo vicario; e che alla Chiesa di R., anziché all'Imperatore, dovesse Astolfo restituire i territori da lui conquistati. Prendeva cioè consistenza l'idea di un nuovo sistema politico-religioso, guidato da R. e dalla sua Chiesa. L'idea traspare sintetizzata nell'espressione «Sancta Dei Ecclesia rei publicae Romanorum», che appunto in questi anni comincia ad apparire negli scritti della Cancelleria papale e presso i circoli lateranensi. Questo sistema politico-religioso doveva attuarsi con l'acquisto di una posizione autonoma rispetto a Bisanzio, pur rimanendo nel nesso stata le dell'Impero, per opera del Papa, con l'aiuto e con un'azione tutoria di Pipino, che superasse vittoriosamente il pericolo longobardo e creasse una garanzia dal pericolo iconoclasta bizantino. Il Ducato romano sarebbe stato il nucleo essenziale del sistema, al quale avrebbe dato una base preziosa con i suoi ordinamenti amministrativi, ecclesastici e laici, e con il suo esercito, però con una subordinazione di fatto degli istituti civili e militari, e dello stesso duca di R. alla persona del Papa. I circoli dirigenti del laicato romano, gli stessi alti ufficiali e funzionari che, per il grado e per gli uffici rivestiti, avrebbero dovuto operare nell'interesse esclusivo dell'Imperatore, aderirono indubbiamente a queste idee politico-religiose.
Una rappresentanza dell'aristocrazia militare romana fu a fianco del Papa quando, nell'ott.-nov. 753, trattò a Pavia con Astolfo. Non lo accompagnò anche in Francia; ma tutto l'agire di Stefano II durante il soggiorno nel Regno transalpino presuppone una serie di precedenti intese anche segrete con il laicato romano, e la certezza in lui di esserne l'interpretare autorizzato. Particolarmente significativo, a questo riguardo, appare il conferimento della dignità eminente di patricius Romanorum, della quale Pipino ed i figli Carlo e Carlomanno furono insigniti da Stefano II, nella stessa circostanza, e durante lo stesso tutto religioso della loro unzione a re dei Franchi, in S. Dionigi, nel 754, forse il 28 luglio. Solo il Senato di R. poteva ritenersi competente a disporre, in concorrenza con l'Imperatore, della dignità patrizia; per sua delega dovette dunque compiere il suo atto Stefano II. Ma il Papa operava anche come vicario di S. Pietro, perciò il conferimento assunse il carattere di un'attribuzione proveniente dallo stesso Principe degli Apostoli, per volere di Dio, conferente poteri analoghi a quelli che una secolare prassi considerava congiunti con tale dignità nell'ambito dell'Impero. L'acciazione con cui il clero e il popolo di R. accolsero trionfalmente Stefano II, reduce, nell'estate del 755, «è venuto il nostro pastore e la nostra salvezza dopo Dio», salutava ormai nel vicario di S. Pietro il pastore anche temporale. Quando Astolfo assediò R. dal genn. al marzo 756 e Stefano II fu l'animatore della resistenza, due alti ufficiali dell'esercito romano fecero parte della missione papale, che raggiunse per mare la Francia, e portò il disperato appello, posto in bocca allo stesso Principe degli Apostoli, perché Pipino, i figli, i Franchi, salvassero dai Longobardi la Chiesa di R. ed «il popolo della Chiesa di R.» a lui da Dio affidato. Stefano II, dopo il ritorno dalla Francia, ed i suoi successori, esercitarono apertamente il governo temporale su R., sul suo Ducato, sul Ducato di Perugia e sulle parti dell'Esercito di Ravenna «restituite» a S. Pietro nel 756 da Astolfo e nel 757 da Desiderio.
Il trasferimento di queste ultime al governo temporale dei Papi fu in certo modo sancito dalla «promissio» di Quierzy-sur-Oise del 754, dalla «donatio» dell'estate 756, rilasciata entrambe da Pipino a Stefano II; e dagli accordi stipulati con Stefano II da Desiderio tra il genn. ed il marzo 757. Per R. e per i Ducati romano e perugino, il nuovo stato di cose fu invece conseguenza di un'accettazione da parte di tutti i ceti del laicato e delle autorità civili e militari locali di una situazione di fatto già esistente. Al funzionamento dei pubblici servizi provvedeva o sovrintendeva da tempo l'amministrazione papale, perché gli uffici dell'amministrazione laica, ai quali ne incombeva la cura, erano paralizzati e andavano scomparendo per la crescente penuria di mezzi, cui il costringeva l'abbandono nel quale Bisanzio lasciava i suoi
1151
ROMA
formalmente un giuramento di fedeltà a s. Pietro. Certo ciò avvenne con Stefano II nelle parti dell'esercito di Ravenna a lui ceduto da Astolfo e da Desiderio. Non consta se e sino a qual punto l'aristocrazia militare romana avesse sollecitato ed ottenuto da Stefano II di essere in un qualunque modo compartecipato del governo, come può far supporre il fatto che il duca di R. del tempo, Eustachio, fu da lui inviato insieme con il presbitero Filippo, ad amministrare temporalmente in nome della potestà papale Ravenna e i territori dell'Esercito restituiti a s. Pietro.
Certo è che durante il pontificato di Paolo I (757-67), fratello di Stefano II, ma di lui assai meno dotato di qualità politiche, gli alti funzionari dell'amministrazione papale, i cosiddetti primates o procres Ecclesiae o de clero, tra i quali primeggiavano i sei direttori generali, detti iudices de clero, capeggiati da un uomo di grande energia, il primicerio dei notai Cristoforo, si adoperarono a fare del governo di R. un loro monopolio. Li appoggiavano le famiglie ed il parentado, che avevano con loro identità di interessi e formavano un'aristocrazia che in questo senso si poteva chiamare ecclesiastica. Li osteggiava anche questo è certo - una parte almeno degli ufficiali dell'esercito, con i quali s'identificava ormai l'aristocrazia laica, i cosiddetti optimates o procres exercitus o de militia, tra i quali primeggiavano gli iudices de militia. Sembra infatti che il ceto militare si fosse diviso tra fautori di rapporti amichevoli con i procres Ecclesiae, che comprendevano il duca di R. del tempo, Gregorio; e fautori di un'azione decisamente rivolta a ritagliare ai procres Ecclesiae il predominio politico. La riscossa fu tentata da quattro fratelli, Totone, Passivo, Pasquale e Costantino, di una famiglia originaria da Nepi, che alla morte di Paolo I (28 giugno 767), imposero con la violenza l'elevazione alla Cattedra di S. Pietro di Costantino, spargendo il terrore con masse di contadini armati fatti affluire dalle terre di cui erano proprietari nella Tuscia. Il duca Gregorio fu ucciso, ed il suo posto preso da Totone, Cristoforo fuggì in territorio longobardo insieme con il figlio Sergio, che era sacellario della Chiesa.
Brevi furono le fortune della consorteria di Totone. Dopo appena un anno, alla fine del luglio 768, Sergio rientrava in R., alla testa di armati raccolti, con il consenso di Desiderio, nel Ducato di Spoleto, dopo una breve zuffa sul Gianicolo nella quale Totone cadde ucciso a tradimento dal charlaturius Grazioso. Sergio fu subito raggiunto da Cristoforo, che riprese con ferrea mano il potere. L'energico primicerio, dopo aver ricondotto gli animi ad unanimità di consensi perché a Paolo I fosse dato come legittimo successore Stefano III (768-72), fu implacabile accusatore di Costantino nel Concilio, che il nuovo Papa presiedette in Laterano nell'apr. 769, e che, oltre a condannare l'usurpatore, disciplinò la procedura delle elezioni papali in modo da sottrarle alle violenze di fazioni armate, e da prevenire altre pericolose ingerenze del laicato, restringendo il vero e proprio diritto elettorale attivo al clero, e riservando il diritto ad essere eletto ai soli presbiteri cardinali e ai diaconi, che avessero in precedenza regolarmente percorso di grado in grado tutta la carriera ecclesiastica. Cristoforo, consolidata la sua posizione personale, procurando da Stefano III al figlio la nomina a seconderico ed a nomenclator, e dando una figlia in moglie all'ufficiale che aveva ucciso Totone, Grazioso, promosso a duca di R., concentrò tutte le sue energie ad orientare i rapporti con Desiderio verso il combattivo indirizzo seguito vent'anni prima contro Astolfo da Stefano II. Su questo terreno si urtò contro nuovi avversari, capeggiati questa volta non da uno dei procres de militia, ma da uno degli stessi dignitari della corte papale, il cubiculario Paolo Afartà, del quale Desiderio aveva saputo abilmente lusingare la cupidigia e le ambizioni personali, e che perciò patrocinava invece una politica di amicizia con il Re di Pavia.
Il conflitto si complicò, precipitando al suo epilogo, non appena a Cristoforo ed a Sergio diede appoggio il re dei Franchi, Carlomanno. Ciò spinse Desiderio ad accorrere personalmente in aiuto dei suoi fautori. Nella Quaresima del 771 il Re longobardo pose il campo sotto R., e costrinse Stefano III, preoccupato della eccessiva
ROMA - Sepolcro di Alfano che curò i restauri della chiesa di S. Maria in Cosmedin (1119-24) - Roma, portico della chiesa di S. Maria in Cosmedin.
In contrasto con l'inardirsi delle risorse a disposizione delle autorità laiche, cospicui mezzi la Chiesa traeva dalle sue proprietà fondiarie, le più estese, procurative e meglio gestite dell'intero Ducato, e diverse in località di grande importanza strategica e militare, con centri abitati sistemati a capisaldi fortificati lungo i confini, come, a tacere di altri, Ceccano. Stavano inoltre passando sotto il controllo della Chiesa, estendendo la loro attività ai rifornimenti annonari per quanto non potevano procurarsi derrate alimentari, DIACONIA (v.). L'essere divenuti i Papi, da Gregorio II in poi, il centro propulsore della vita politico-militare di R.; il diffondersi della convinzione che soltanto sotto la loro guida R. poteva salvarsi dai Longobardi e dal fiscalismo e dalla iconoclastia dei Bizantini, spiegano ampiamente perché tutti, non eccettuato lo stesso duca di R., accettassero il passaggio del governo temporale al vicario di s. Pietro. Questa accettazione, a quanto si può supporre, si esprimeva
influenza acquistata dai suoi due ministri, ad abbandonare Cristoforo e Sergio in balia dei loro nemici, che li mutilarono artrocemente degli occhi e della lingua. Il primicerio ne morì tre giorni dopo; il figlio sopravvisse in dura prigionia, per perire alla sua volta sotto i colpi di sicari di Paolo Afiarta, sul principio del 772, pochi giorni prima che Stefano III morisse. La rivolta guidata contro i proceres Ecclesiae da Totone, e la lotta intestina di palazzo fra dignitari papali, con l'intervento di Franchi e di Longobardi, nella quale il cubiculario Paolo Afiarta aveva sopraffatto il primicerio dei notai Cristoforo, ed il seconderico e nomenclator Sergio, erano il segno del valore, che ormai si attribuiva alla Cattedra di S. Pietro come strumento di dominio temporale; ed il preludio delle drammatiche contese, con le quali durante il medioevo si sarebbero disputato il papato, per asservirlo ai loro fini politici, fazioni romane e di altre parti d'Italia, e potenze straniere.
I confini del Ducato romano alla morte di Stefano II (757). - Il Ducato romano era sorto dall'unione in una stessa circoscrizione militare dei resti delle antiche province civili della Tuscia ed Umbria, della Valeria e della Campania a nord del Garigliano. Confinava a nord con la Tuscia longobarda e con il Ducato imperiale di Perugia; ad est con i Ducati longobardi di Spoleto e di Benevento; a sud con il Ducato di Benevento e con il Ducato imperiale di Napoli; ad ovest con il Mar Tirreno. L'andamento dei confini alla morte di Stefano II, per quanto è dato desumere dalle fonti, si può delineare all'incirca nel modo seguente. Il confine con la Tuscia longobarda cominciava sul mare, alla foce del torrente Mignone, poco a nord di Civitavecchia; si dirigeva alle rive meridionali del lago di Vico, lasciando Blera in territorio romano; contornava a sud e ad est il lago di Vico, che si trovava in territorio longobardo; ad oriente di esso seguiva la cresta dei Monti Cimini, dalla quale scendeva in direzione nord al torrente Vezza, così che Soriano del Cimino e Bonarzo si trovavano in territorio romano e Bagnia in territorio longobardo. Dalla confinenza del Vezza nel Tevere il confine era fra i due Ducati imperiali di R. e di Perugia, al primo dei quali apparteneva Amelia. Da Amelia il confine scendeva al fiume Nera, dividendo il Ducato romano da quello longobardo di Spoleto, al quale apparteneva Terni, mentre Narni ed Orte si trovavano in territorio romano. A sud di Orticoli il confine coincideva con il Tevere sino alla zona a monte di Mentana, dove se ne staccava, per attraversare la zona dei Monti Cornicolani e raggiungere l'Aniene a monte di Tivoli; correva poi lungo il versante meridionale dei Monti Simbruini e attraversò la zona dei Monti Ernici scendeva alla valle del Liri, dove cominciava il confine con il Ducato longobardo di Benevento. Il confine coincideva poi con il corso del Liri sino alla confinenza del Sacco, donde si dirigeva alla depressione fra i Monti Ausoni ed i Monti Aurunci. Dopo Fondi e prima di Terracina cominciava il confine con il Ducato imperiale di Napoli, al quale lasciava il territorio di Terracina, e raggiungeva il mare nella zona contigua a Monte Circeo.
Lista dei duchi di R. nel sec. VIII sino alla morte di Stefano III (772). - Cristoforo (intorno al 712-13); Pietro (intorno al 713); Basilio, Marino, Esilarato, Pietro (tutti e quattro al tempo di Gregorio II, 715-31); Teodoro (intorno al 731-38); Stefano (dal 738 ca. al 741 ca.); Eustachio (intorno al 757); Gregorio (intorno al 767); Totone (767-68); Grazioso (intorno al 768-72). Le date indicano gli anni, ai quali con una certa probabilità si possono ri
---
**ROMA**
**ROMA - Stellina di R., sorretto da un Balestriere e un Pavesato (prima meta del sec. XIV). Particolare del cippo di Agrippina Maggiore, moglie di Germanico, già nel mausoleo di Augusto, riadoperato nel medioevo quale misurò (rugiellata) di grano sulla piazza del Campidoglio - Musei di Roma.**
**ROMA - I. (fot. Musei di Roma)**
**ROMA - I. (fot. Musei di Roma)**
più fortunati tentativi del genere. La morte violenta di papa Giovanni VIII (882); le efferate violenze del « Sinodo del cadavere » allorquando il morto pontefice Fior-moso fu giudicato, deposto e gettato in Tevere per isti-gazione dei duchi di Spoleto rimasti danneggiati dalla sua politica favorevole ad Arnolfo di Carinthia (897); le doppie elezioni, gli assedi e tanti altri fatti torbidi ed oscuri sono altrettante manifestazioni di un processo faticoso assestamento, che doveva portare con il nuovo secolo ad un potenziamento delle forze nobiliari, alla formazione di una vera e propria dinastia signorile capace di reggere con polso energico la politica ecclesiastica ed urbana, imponendo a pontefice i membri della pro-pria famiglia e servendosi dei potentati vicini (Spoleto, Toscana, repubbliche marinare dell'Italia meridionale) o lontani (imperatori, re d'Italia, grandi monasteri) ai suoi scopi d'ingrandimento dei possessi territoriali nella Sa-bina ed in altre località della campagna romana.
La prima figura di rilievo è Teofilatto, che era ad un tempo vestararius pontificio e capo della milizia citta-dina, imparentato con Alberico di Spoleto ed aveva, alla sua, dapprima papa Sergio III e poi Giovanni X. Anche la moglie di Teofilatto, Teodora, doveva esser donna energica ed abile, ma non tanto corrotta, come alcuni cronisti l'hanno descritta; anzi contro di lei, le sue figlie ed altre donne romane del tempo vennero lanciate accuse obbrobriose supinamente ricopiate da storici di tutte le tendenze così che la pornocrazia romana del sec. X di-venne uno dei più abusati luoghi comuni, ma contro tale pregiudizio occorre reagire mostrandone tutta l'assurdità e cercando, al contrario, d'intendere gli atteggiamenti politici, le idealità e le realizzazioni di quei personaggi spesso tragici ed enigmatici.
Sotto Giovanni X ebbe luogo una nuova, fortunata battaglia contro gli Arabi alle foci del Garigliano (ag. 915), ma il disegno del Papa di liberarsi dalla tutela degli ari-stocratici locali appoggiandosi ai re d'Italia fallì ed in città governò Marozia, la figlia di Teofilatto e Teodora, con i titoli di senatrix e di patricia; ma quando ella volle sposare Ugo di Provenza contro le leggi canoniche e per
fini politici, i Romani insorsero sotto la guida dello stesso figlio di lei, Alberico (932); e per oltre vent'anni l'Urbe visse raccolta sotto il princeps et omnium Romanorum senator, che con saggezza ed abilità seppe resistere agli assalti esterni, accordarsi con Bisanzio, riformare i mo-nasteri, migliorare le condizioni economiche e, in una parola, concentrare a buon fine tutte le energie cittadine. Invece suo figlio, chiamato con il nome augurale di Otta-viano ed elevato al pontificato con il nome di Giovanni XII, si rivelò immorale e sventato; dopo aver chiamato Ottone di Sassonia a R. incoronandolo imperatore (962) si unì ai nemici di lui e finì con l'esser sopraffatto, mentre in città la reazione antitedesca continuava con la scelta di Benedetto V contro il papa imperiale Leone VIII, ma fu cosa di breve durata e nella seconda metà del sec. X l'influenza imperiale germanica si contrappose vittorio-samente al dominio di famiglie locali, fra le quali celebre quella dei Crescenzi.
Il punto cruciale del duello fu rappresentato dall'insur-rezione tentata contro Ottone III nel 998 da un Crescenzo tragicamente finito in Castel S. Angelo dove si era chiuso; l'Imperatore cercò di attirare a sé i Romani ma con poco successo, e presto morì, né i papi da lui scelti Bruno di Carinzia (Gregorio V) e Gerberto d'Aurillac (Silvestro II) poterono far molto di fronte al ritorno dei Crescenzi. Dal 1002 al 1012 la città stette tranquilla sotto il patri-ziatodì di Giovanni di Crescenzio; poi si fece luce un'altra grande famiglia romana, quella dei Tuscolani, che ripete la manovra di occupare le cariche religiose e civili met-tendo sul soglio papale successivamente ben tre dei suoi, e trattando con i vari imperatori d'Occidente ed Oriente. Ma verso il 1044, sia per le sregolatezze di Benedetto IX, sia per l'ostilità dei Crescenzi e dei marchesi di Toscana, sia per la pressione del clero riformato su Enrico III di Franconia, il sistema politico dei Tuscolani cadde; con il Sinodo di Sutri ebbe inizio un diretto intervento impe-riale negli affari ecclesiastici, coonestato, per quel che concerne la posizione del sovrano di fronte ai cittadini, dal conferimento del patriziato e relativo diritto del principatus in electione papale.
Le conseguenze del grande movimento riformatore gregoriano e della lunga lotta delle investiture sulla vita cittadina romana furono d'incalcolabile portata perché nel duello tra papi ed imperatori si avvantaggiano gli abi-tanti dell'Urbe, e non già le vecchie famiglie bensì nuovi nuclei, come i Pierleoni che basavano la loro potenza sul denaro ed i Frangipani d'origine popolare; contem-poraneamente si delineavano nuovi organismi politici e l'espansione comunale si indirizzava verso linee che sa-ranno poi costanti nei secoli successivi. A sua volta la Chiesa, staccandosi energicamente dai lacci laicali, si estraniava un po' dalla città; la Curia si popolava di per-sone venute da lontano e lo sguardo dei pontefici poteva allargarsi ad un orizzonte assai più vasto di quello, così limitato, del periodo precedente. La resistenza dei vecchi elementi fu lunga e feroce, come mostrano vari epi-sodi cruenti occorsi sotto i pontificati di Alessandro II e di Gregorio VII (come l'assalto di Cencio nel Natale del 1075); vanno aggiunti i vari assedi di Enrico IV, che, alfine, riuscì ad entrare in città, farsi incoronare dal suo antipapa Guiberto ed occupare il Campidoglio. Ma l'arrivo dei Normanni provocò altri orrori, e tali tristi alternative si ripeterono più volte sotto i successori di Gregorio VII con frequenti fughe dei papi, nomine di antipapi, saccheggi di case dei nobili, visite di imperatori ora ben accolti ora scacciati. Solo Callisto II, dopo aver conchiuso il Concordato di Worms (1122), poté riprendere in mano il governo della città appoggiandosi decisamente ai Pierleoni; invece i Frangipani prevalsero sotto il suc-cessore Onorio II, talché l'urto tra le due casate apparve inevitabile, e quel duello costituì uno dei ricorsi costanti nella storia romana del sec. XII. Ne fu episodio culmi-nante lo scisma aperto nel 1130 con la doppia elezione di Innocenzo II ed Anacleto II; quest'ultimo, un Pier-leoni, dovette piegarsi di fronte all'altro che aveva con sé s. Bernardo e l'Imperatore, ma da questa asprà lotta, solo apparentemente religiosa, sgorgò, a somiglianza di altre città italiane, il Comune del popolo.

Roma - Personificazione di R. nell'indice di una guida storicodescrittiva di R., per uso dei pellegrini (fine sec. XIV) - Novara, Duomo, Archivio di S. Maria.
Regna molta incertezza sull'esatto seguito degli avvenimenti che portarono alla costituzione del nuovo istituto, ma è certo che, malcontenti per l'esito della guerra contro Tivoli, i Romani insorsero contro la Chiesa, restaurarono il Senato, riformarono l'ordine equestre composto del ceto medio e della piccola nobiltà cittadina, e poco dopo elessero un patrizio investito di ogni diritto; gli atti della Cancelleria vennero segnati con una nuova era a simbolo di consapevole fierezza ed in memoria di antiche, indimenticate glorie. Ma i pontefici, dopo un breve smarrimento, ebbero presto ragione delle nuove forze e dopo quarant'anni riuscirono a firmare un accordo (Clemente III, nel 1188) col quale si rimetteva il Senato sotto l'investitura ecclesiastica, si rinunziava alle regalie ed ai beni usurpati in luogo del pagamento annuo di una somma; la prefettura diveniva poco più che un titolo onorifico ma a magistrati cittadini restava la giurisdizione civile, la determinazione dei pesi, misure, dazi, pedaggi, ecc. Prima di tale pace c'era stato di mezzo il violento contrasto tra Federico Barbarossa ed Alessandro III, che era stato utile al Comune romano per trarre vantaggio dalle due parti; però nel 1167 una terribile sconfitta dell'esercito cittadino a Monteporzio era stata neutralizzata soltanto dalla pestilenza che aveva colpito gli imperiali. Più felice si dimostrava la politica estera del Comune con un ampliamento del territorio soggetto al suo controllo (da Radicofani a Ceprano) e con intese commerciali con altre città, come Genova, a favore delle piccole industrie locali; manco sempre, tuttavia, a R. una robusta classe media ed un'effettiva autonomia economica, che permettessero di dare salda consistenza alle aspirazioni di libertà periodicamente ricorrenti.
Il caso di Benedetto Carusomo, senatore unico nel 1191, è significativo; dopo aver cercato di sottrarre alcune provincie alla giurisdizione della Chiesa, venne cacciato, e poco dopo il grande Innocenzo III riuscì a far fare un altro passo avanti all'intromissione curiale negli affari comunali; anche l'ingresso dei nobili nel Senato, aumentato via via sempre più durante il secc. XIII, svuotò quell'istituzione di gran parte del suo significato. Invece nuova esca ai dissidi tra città e Chiesa venne dalla ripresa della lotta tra papi ed imperatore al tempo di Federico II, che fu largo di promesse e lusinghe con i Romani, senza però ottenere molto in concreto. Dapprima con Giovanni Poli, poi più efficacemente con Luca Savelli (1234), tutta la città insorse contro Gregorio IX, rivendicando diritti sulla Tuscia, imponendo oneri al clero, pretendendo libera elezione del Senato, ecc.; ma fu ancora una volta un fuoco di paglia perché R. non poteva vivere senza fare i conti con quel complesso d'interessi che erano legati con la Curia. Invece, scomparso l'energico Pontefice, si impose l'esponente di una nuova famiglia, il senatore Matteo Rosso Orsini, che per due anni durante la sede vacanza fece a suo arbitrio, ma riuscì a tener lontano Federico sottraendo la città ad un dominio che sarebbe stato ben più duro della blanda supremazia papale.

V. I. Secc. XIII-XV. - La storia della città di R. nel corso del Due e Trecento (e se si vuole sino al 1420) è in sostanza quella della lotta di quel Comune per l'autonomia, del sempre rinnovato tentativo dei Romani, più precisamente del ceto popolare, di costituirsi in uno Stato-città, come tutti gli altri grandi Comuni italiani.
Vi ostarono però particolari difficoltà, che resero la storia medievale di R. ben diversa da quella di ogni altro Comune cittadino. Anzitutto i presupposti economici, sfavorevoli alla formazione di una solida e ricca borghesia o meglio «popolo», nel senso tecnico del tempo; le condizioni ambientali non permettono di avviare un fiorente artigianato né tanto meno un commercio di esportazione degno di nota; infelice anche la postura geografica della città, troppo lontana dalle grandi vie dei traffici europei. Il maggiore cespite per i Romani resta sempre l'industria del forestiero, indissolubilmente connessa con la permeanza della Curia nella città: l'afflusso di ecclesiastici che vengono ad limina e insieme dei pellegrini che visitano basiliche e santuari. Perciò è di vitale interesse per R. che il Papa e la Curia vi risiedano. Ma non sarebbe giusto valutare tutto soltanto sul piano della semplice convenienza economica; i Romani sono anche orgogliosi di avere il Papa come vescovo e sovrano, e gli sono affezionati, pur se spesso non lo dimostrano, e non sono
1159
ROMA - Palazzo Venezia (1455-67) - Roma.
davvero insensibili all'alto privilegio ideale di vivere nella città santa della cristianità.
Comunque, è probabile che prevalentemente attraverso l'attività alberghiera si sia formata una certa disponibilità di capitali, che sembra esser stata abbastanza forte, specie tra la metà del Duecento e i primi decenni del secolo successivo. Mercanti e banchieri romani furono in grado di fare cospicui prestiti a personalità italiane e straniere (famoso quello a Carlo d'Angiò, prima della battaglia di Benevento); non solo, ma li vediamo anche presenti alle grandi fiere internazionali di Francia, anzi, almeno una volta, sono anche accreditati presso la Curia papale, campo solitamente riservato ai banchieri fiorentini.
La vita romana è inceppata da un altro ostacolo ignoto ad altri Comuni, almeno in questa misura: la nobiltà locale, i baroni, ugualmente forti in città e nella campagna e pertanto assai difficili da debellare, tanto più che possono sempre contare su solidi appoggi presso la Curia. Le loro accanite lotte di predominio paralizzano la vita cittadina; nei dintorni di R. essi bloccano l'espansione del Comune, non solo, ma con le loro prepotenze e addirittura grassazioni rendono malsicure o intransitabili le strade, impedendo così la venuta dei pellegrini e l'approvvigionamento della città. Per un secolo almeno (dalla metà del Duecento) si cercherà sempre di nuovo di deprimersi, con apposite leggi antimagnetizie, spesso severe, ma senza esito; solo con la formazione della milizia popolare dei banderesi e la situazione migliorata, aiutata dal rafforzamento del potere papale. Ma nel Quattrocento la nobiltà procura di nuovo tristissimi giorni alla città.
Il più grave ostacolo a una normale vita di Comune è però rappresentato dalla presenza del Papa. Nessun altro Comune deve, come R., convivere con il proprio alto signore; le città che dipendono dall'Impero stanno, da questo punto di vista, infinitamente meglio. Per R. non è praticamente possibile, se non per brevi periodi, l'autonomia. Ma si tratta di un problema parecchio complesso. Da un lato, il papa è stato messo in una forma di inafferrabile ed invincibile sul terreno dei rapporti di potenza (né R. sarebbe mai stata in grado d'infiggerli una Legnano); d'altra parte R. non può fare a meno del Papa, della presenza della Curia, per i motivi già detti. Così, la storia dei rapporti fra cittadinanza e Pontefice è curiosamente oscillante fra inviti e ripulse, fra sgarbi e prove di devozione. Nel complesso, però, predomina il lealismo.
Ma R., si diceva in quel tempo, ha due sovrani, due sposi: il Papa e l'Imperatore. I rapporti con il potere imperiale furono molto più semplici. R. non fu mai tipica «città imperiale», né fece gran conto delle lusinghe che ogni tanto le vennero dall'Imperatore. Nemmeno al tempo di Federico II, quando si sarebbe anche potuto pensare, in dannata ipotesi, al distacco della città dallo Stato ecclesiastico e ad una sua effettiva funzione di capitale dell'Impero. Si vide proprio allora che, tra Papa ed Imperatore, i Romani, visto che indipendenti non potevano essere preferivano stare con il Papa. Va tenuto conto, a questo proposito, di un singolare mito del tutto romano-municipale: la «idea imperiale», cioè la convinzione che tuttora, come negli antichi (e mitizzati) tempi, spettasse al popolo romano di conferire l'imperium, del quale era il depositario: pretesa che per la mentalità del tempo era assai meno strana di quel che non paia oggi. Un Cola di Rienzo poté realmente costruirsi sopra in gran parte la sua avventura, e non fu, per questo, trattato da pazzo dai suoi concittadini. Tale pretesa «imperiale», eminentemente retorica e culturale, tale «complesso capitolino» mantenne sempre il suo fascino: ma non fu connesso né mosso mai veramente all'azione i Romani. È probabile che non la si coltivasse che in una piccola cerchia di idealisti ed utopisti di estrema tendenza antichiesistica; in altre parole, di «nazionalisti» romani.
Nel periodo di tempo accennato il popolo romano sviluppa dunque la sua costituzione comunale. Ma con sensibili differenze rispetto a quello che può esser detto il «tipo medio» del Comune italiano. Tali diversità erano incominciate, del resto, fin dal primo momento, nel 1144, quando non si formò un tipico Comune aristocratico, a regime consolare, ma il Senato ebbe, piuttosto, impronta popolare. A ogni modo è chiaro che R. mancò totalmente del ceto intermedio, della minore nobiltà, dei secundi milites o valvassori, quelli che altrove sono l'anima, appunto, del primo Comune. Correlativamente, il Comune di popolo non si forma in contrapposizione al comune ma, ma come una nuova creazione. Tutta la vita del Comune romano, insomma, si presenta in modo suo proprio.
Non è una vita facile in nessun momento; la città non riesce mai a fiorire veramente e, in una ipotetica graduatoria d'importanza dei Comuni italiani, R. occuperebbe un posto molto modesto. Anche come vita culturale: sebbene non possa dirsi città rozza né incolta, tuttavia è indubbio che fu singolarmente povera di ingegni; unica, notevolissima eccezione, l'anonimo autore della vita di Cola di Rienzo: ma è poi un romano? Ancora una constatazione, che vale per tutto il periodo: a differenza dalla quasi totalità degli altri Comuni, R. non sembra abbia conosciuto veramente la lotta di parte, il dissidio fazioso tra gueffi e ghibellini. Naturalmente anche le fonti romane parlano delle due fazioni, ed è chiaro che, qui come altrove, i due famosi nomi non sono che etichette per schieramenti di interessi locali; ma appare certo che il fenomeno restò circoscritto al mondo baronale e non cointeressò, se non sporadicamente e per breve tempo, il «popolo», la vera e propria cittadinanza. È una prova del suo buon senso.
All'inizio del Duecento la vita di R. è ancora mortificata dalla poderosa personalità di Innocenzo III e assorbita nella rinnovata struttura politico-statale della Chiesa. Però riprende, sotto il debole papa Onorio III e soprattutto approfittando della lotta aperta fra Federico II e Gregorio IX. Dal 1232 al 1235 ha luogo una vera grande ribellione, il più considerevole sforzo per l'autonomia che R. avesse fatto dopo la «renovazione S. natua». Soprattutto si incomincia sistematicamente la «conquista del contado», più esattamente del «distretto», cioè della giurisdizione sul territorio circostante, allo scopo di migliorare le condizioni di vita e di sicurezza della città. Per un vasto raggio intorno a R. appositi delegati pretendono il giuramento di fedeltà e il paga-
davvero insensibili all'alto privilegio ideale di vivere nella città santa della cristianità.
1161
ROMA
1162
mento di tributo dai vari centri (e spesso nemmeno tanto piccoli, come Viterbo, Anagni, ecc.); in R. stessa si sottopongono gli ecclesiastici alla giurisdizione civile ed alle imposte capitoline, si pretende la libera elezione dei senatori, capi del regime cittadino, poi l'emissione di una propria moneta; ve n'è abbastanza per provocare la protesta del Papa, contro il quale si prende l'incredibile decisione che sia da considerare «in perpetuo esilio» da R. se non abbia pagato una specie di contributo ai cittadini. Disposizioni di indubbia gravità, certamente dettate dai «nazionalisti» estremi, e non è da escludere che vi si palesi anche una certa tendenza eroticale.
L'autonomismo romano ebbe allora una spinta che durò a lungo, e ne fu incoraggiata la formazione di una nuova coscienza di «popolo». Molto favorevole a questi sviluppi furono i 22 mesi di sede vacanza susseguiti, nel 1242, alla morte di Gregorio IX. Allora Matteo Rosso Orsini, senatore, commise atti di incredibile arbitrio, addirittura terrorizzando i cardinali del Conclave. Proprio in quel torno, nell'occasione della firma di un trattato antimperiale fra R. e Narni (è la prima volta che il Comune agisce sul piano intercomunale), compaiono per la prima volta nomi di banchieri romani. È da ritenere che allora venissero delineandosi le associazioni professionali, le corporazioni delle arti e dei mestieri, e che, pertanto, il Comune assumesse un indirizzo sempre più democratico e antinobiliare (non antipapale necessariamente). Nel 1252 il «popolo» è così forte da conquistare il regime cittadino; per analogia con quel che, soltanto due anni prima, era avvenuto in Firenze, possiamo parlare anche per R. di un avvento del «primo popolo», del governo delle arti, del regime popolare, che sarà, fino al termine del Trecento, «la sola grande linea, viva e feconda, della storia cittadina» (Falco). Gran merito ha per esso la vigorosa personalità del senatore Brancaleone degli Andalò. Il popolo, che lo aveva chiamato da Bologna, gli aveva conferiti veri poteri dittatoriali, di cui il senatore fece assai saggio e cauto uso, soprattutto per instaurare sempre meglio il nuovo regime. Così, introdusse il capitanato del popolo e ripartì la cittadinanza secondo le sue categorie produttive (cohadunatio artium); la conquista del distretto venne perseguita vigorosamente. L'ordine pubblico assicurato e introdotta una vera legislazione antimagnatizia. Con lui l'autonomia cittadina raggiunse il più alto grado di efficienza e durò molto a lungo; il papa Innocenzo IV (e così anche poi Alessandro IV) dovette rassegnarsi a venire a patti con i Romani.
Per quanto nel 1258 la nobiltà riprendesse il sopravvento (ma a lungo si avrà l'alternanza fra essa e il popolo in Campidoglio), è certo che R. acquistò una nuova importanza, un nuovo peso politico, durante l'interregno. Lo prova il fatto che tra il 1261 e il 1263 si ebbe una vera gara di sovrani e principi intorno al senatorato romano: Alfonso di Castiglia, Manfredi, Riccardo di Cornovaglia, Carlo d'Angiò. Eccezionali candidature, attraverso le quali la grande politica europea entrò in R. Nel 1263 diveniva senatore l'Angioino, che per venti anni resterà in relazione con R. Per tredici anni (complessivamente, fra il 1263 e il 1284, ma con interruzioni) ne sarà addirittura il senatore e il duro ed equo amministratore, e la città non conobbe forse mai un periodo di maggior pace. Un grande papa, il romano Niccolò III Orsini, nel 1278 tentò di estrometterlo dal Campidoglio, mediante la costituzione Fundamenta, che vietava l'elezione di senatori forestieri o di regale dignità, ma poco dopo, con il compiacente appoggio del francese Martino IV, Carlo riprendeva le redini di R.; solo nel 1284, come remota conseguenza del Vespro, il popolo lo cacciava.
Niccolò III aveva poco prima rinnovata la figura giuridica del Papa-senatore, venendo eletto senatore egli

Roma - Ponte Sisto. Fatto costruire da Sisto IV su disegno di Baccio Pontelli (1471-84) - Roma.
stesso (1278). Potremmo dire che inizi allora per R. il periodo della signoria, altro non essendo il Papa che un signore, vale a dire il vero padrone del Comune, ma sotto la finzione giuridica del conferimento delle principali magistrature cittadine, fattagli in tutta forma dal popolo. Ciò avveniva con la curiosa limitazione che il senatorato gli fosse conferito quale a privata persona e non come a Pontefice, e che ad ogni nuova elezione si rinnovasse il conferimento. Successivamente tutti i Papi saranno de iure senatori di R., nonché titolari di tutte le altre magistrature cittadine, e delegheranno regolarmente la carica ad una coppia di senatori-vicari, per solito tolti dalla nobiltà; vi sarà però una ripresa di senatorato regio con Roberto d'Angiò.
Se con Niccolò III era venuta in primo piano la famiglia Orsini (o meglio se n'era consolidata la potenza), con Niccolò IV (1288-92) acquisteranno rapidamente importanza i Colonna. Da allora in poi le due famiglie avranno quasi ininterrottamente i loro senatori in Campidoglio ed i loro cardinali in Curia, e la loro contesa per la supremazia cittadina durerà per secoli.
La storia di R. per qualche tempo non registra più fatti degni di rilievo. Anche perché è nettamente sopraffatta dall'attività del papato, specie sotto il regale e magnanimo Bonifacio VIII, con il quale una nuova famiglia viene, dalla Campagna, a inserirsi fra quelle romane: i Cateani. A questo Papa R. deve molte opportune provvidenze, tra le quali l'istituzione dello Studio, un certo fiorire d'arte e di cultura e poi un dono particolarmente prezioso: il Giubileo del 1300. Prezioso non tanto per il tornaconto economico, che non mancò, quanto piuttosto per lo straordinario accrescimento d'importanza e di risonanza che R. ne ebbe per il mondo. Era la sanzione, quale solo il Papa poteva darle, della sua posizione di città ecumenica.
Di lì a poco, peraltro, l'inizio del periodo avignonese arrecciava un gravissimo colpo a R., che per 70 anni pervade, con la Curia, anche i vantaggi economici inerenti. Si vide allora molto bene che, senza di essa, la città non poteva vivere, e che era illusorio ogni autonomismo. Non che ne mancassero i tentativi, dettati però dalla disperazione. Furono al principio abbinati a una ripresa della «idea imperiale», ma intesa e richiamata come mezzo di pressione o di ricatto. Se il Papa non tornerà, si manda a dire nel 1305 a Clemente V, i Romani creeranno un imperatore; allo stesso modo, nel 1327, quando il Bavaro è alle porte, i cittadini fanno sapere a Giovanni XXII che, se non verrà, accoglieranno lo scomunicato pretendente, perché non vogliono esser eternamente «orfani di Papa e d'Imperatore».
Vi furono due occasioni particolarmente favorevoli allo sviluppo dell'autonomia, ma che tuttavia non lasciarono tracce: le due incoronazioni imperiali, di Arrigo VII, del 1312, e di Lodovico il Bavaro, del 1328. Di eccezionale importanza la seconda, che la corona imperiale, essendo il candidato in piena rotta con la Chiesa, venne conferita dal popolo romano, certamente sul fondamento di quei suoi diritti imperiali, che per la prima e l'ultima volta entrarono in funzione. Ma forse si trattò dell'iniziativa di poche persone, tra cui certamente era Sciarra Colonna. Certo, al Bavaro la cosa fece molto comodo. Poi, sembra che la pretensione imperiale romana cadesse del tutto in dimenticanza.
Dopo questo fatto, veramente clamoroso, R. non offrì più episodi notevoli. Le conseguenze della lontananza del papato si fanno sentire sempre di più. Specie nei gravissimi sconcerti interni dal 1335-38, causati dalla solita rivalità Orsini-Colonna, ma ora così violenti da trascinare tutta la cittadinanza. Ancora in clima di violenze avviene nel 1341 una cerimonia di alto valore ideale: l'incoronazione del Petrarca a poeta e cittadino di R., in Campidoglio. Atto la cui importanza non va sottovalutata e che fu anche intesa dai Romani; certo, esso un indissolubilmente il poeta a R. e ne fece il suo più appassionato difensore, nella polemica contro Avignone.
Già nel 1342 compare presso Cola di Rienzo (v.). Si può giudicare la sua fantastica impresa il più risoluto e disperato tentativo fatto dal popolo per instaurare l'autonomia comunale. Notevole comunque perché Cola lo congiunse con un suo pur vago programma di rinascita nazionale italiana, reinserendo così R. nel mondo politico italiano. Fallito il sogno pazzesco e generoso, svoltosi il secondo Giubileo (1350), R. per gradi rinuncia all'autonomia, tuttavia tentata ancora qualche volta. Sempre più difficile del resto una vera affermazione cittadina, da quando una mano ferrea come quella del card. Albornoz regge e consolida lo Stato della Chiesa, preludio all'invietabile ritorno del Papa. Fatto nuovo, la nobiltà decade. Nel 1358 perde il senatorato, e il popolo, d'accordo con il Papa ormai, si organizza nella «Felice Società dei balestrieri e pavestati» (detta più comunemente dei banderesi), forte milizia cittadina e pre
sidio di R., sia contro i baroni sia contro le compagnie di ventura, nuovo flagello. Nel 1363 R. redige i suoi statuti, caratterizzati soprattutto dai provvedimenti contro i magnati; il Papa non vi è molto considerato, ma non si può dire che gli si sia ostili. Ormai è chiaro che per R. non è possibile che la sottomissione. Con il primo, effimero ritorno di papa Urbano V (16 ott. 1367 - 17 apr. 1370), e il secondo, definitivo, di Gregorio XI (17 gen. 1377), si chiude la lunga assenza della Curia papale. È incomincia l'ultima fase del regime comunale.
Tragiche le condizioni della città durante il grande scisma d'Occidente, che è poi una specie di lotta intorno a R. Se la città lo avesse voluto, quello sarebbe stato un altro momento favorevole per affermazioni autonomiche, e difatti il regime dei banderesi vi si tentò; ma l'energico ed abile Bonifacio IX, così come fortificava il Campidoglio (che ancora ne reca gli stemmi), nel 1393 imponeva alla città pati molto chiari, per cui egli ne diveniva «vero signore» (e cessava allora per un po' il regime dei banderesi); energico del resto anche verso i baroni, che avevano tentato di approfittare della situazione, soprattutto il fiero Onorato Caetani, ma anche i Colonna. Purtroppo gli succede il debole Innocenzo VII e si ha il periodo più caotico dello scisma. Allora la città cade addirittura sotto occupazione militare (Ladislao di Durazzo, 1408-10 e 1413-14; Braccio da Montone, 1417) e le sue condizioni divengono paurose: i lupi scendono a divorare le salme nel cimitero del Vaticano.
Nel 1417 l'elezione di Martino V Colonna, riconduceva un Papa romano in R. (1420) e anche un certo ordine. Si può dire che allora si chiudesse per R. il periodo medievale e insieme anche la storia del suo Comune, del tutto obliterato dalla presenza del Papa, ormai vero principe temporale. Allora «la democrazia cedeva il potere al Pontefice, dopo aver assolto il suo compito di lavorare con vigore alla soluzione del secolare conflitto fra le due potestà supreme, di affermare altamente la coscienza d'impero e il valore universale di R., di potenziare le energie cittadine, di logorare nel territorio il particolarismo comunale e feudale a vantaggio di se stessa e di uno Stato della Chiesa, livellato, unificato, accentrato» (Falco).
Ciò che segue, ancora nel sec. XV, è, dal punto di vista della storia municipale di R., solo un progressivo esaurirsi degli spunti di «nazionalismo» locale, sempre meno chiaro, meno conscio di sé, meno «medievale», perché vi si soprappongono i fantasmi classici. Più concreta realtà politica parla dalla continuazione delle lotte baronali, ma anch’esse sono immiserite, perché i baroni non sono più i dominatori di R., ma solo rissosi cortigiani. Il popolo è ormai del tutto fuori della cosa pubblica, se ne disinteressa e conosce solo qualche isolato scoppio di furore. Il 29 maggio del 1434 i Romani insorgono, si creano una magistratura rivoluzionaria, i «Sette governatori della libertà», e trascendono a violenze contro i cardinali: il Papa, che è Eugenio IV, fugge da R. L’interessante è che la città dichiara che si sarebbe regolata secondo la volontà del Concilio di Basilea. È però un episodio senza conseguenze. La città viene occupata per breve tempo da Niccolò Fortebraccio, in nome di Filippo Maria Visconti; poi l’ostinata resistenza di Castel S. Angelo, che sta con il Papa, e la ripresa delle fazioni tra Orsini e Colonna inducono i Romani, dopo ca. cinque mesi, a sottomettersi di nuovo. Non molto chiaro è un fatto di poco posteriore: un valoroso e duro prelato, il vescovo poi card. Giovanni Vitelleschi, che nel 1434 aveva ripresa R. per conto del Papa, e poi aveva agito con energia nei dintorni della città, sembra che nel 1440 volesse insignorirsi; anche questa volta la fedeltà del castellano di Castel S. Angelo, Antonio del Rio, che arrestò e fece morire il cardinale, salvava la città al Papa. Eugenio IV vi ritornava nel 1443 e la trovava nuovamente in miserrime condizioni: famosa è la descrizione che ne lasciò Vespasiano da Bisticci. Da allora R. ricomincia a vivere: Niccolò V, il papa colto e che poneva la sua passione «in libri e murare», fa molto per ripulirla ed abbellirla. Nel 1450 si ha il nuovo Giubileo, nel 1452 l’incoronazione di Federico III, ultima e scialba coreografia. Subito dopo Porcari (v.), invero senza alcuna relazione con l’autentico ambiente romano; allo stesso modo va giudicata la strana «congiura» dell’Accademia romana, attribuita a Pomponio Leto ed al Platina, al tempo di Paolo II (1468), ma è anche vero che il processo non diede una prova concreta della sua esistenza.
Ormai il Rinascimento è in pieno sviluppo. Il Vaticano diviene una corte sempre più magnifica e mondana; R. città passa sempre più nell’ombra; soprattutto non pensa più ad impossibili avventure autonomistiche; dal punto di vista amministrativo è paga di quanto le concedo, nel 1469, Paolo II in occasione della revisione degli statuti: a capo della città un senatore e tre conservatori, oltre a un governatore per conto del Pontefice; tutte le cariche ed i benefici riservati ai cittadini, tutti i proventi dei possessi capitolini e delle località sottomesse (ve n’erano ancora in dissette numero) destinati alle sole esigenze romane. La città è anche soddisfatta per il rapido rinnovamento edilizio, cui si dedica un Papa dopo l’altro; specialmente attivi Sisto IV ed il card. Pietro Rario, il primo dei grandi cardinali la cui magnificenza eclissa la potenza baronale. Questa ha ancora i suoi tragici fasti, specie nei torbidi susseguiti alla morte di Sisto IV (1484), quando la città è in vero regime di terrore, e sotto Innocenzo VIII, allorché vi si hanno le ripercussioni della congiura e guerra dei baroni napoletani. Si può dire che in questi episodi di cronaca si concluda anche la storia dell’aristocrazia romana, si spesso padrona, nel medioevo, della città, ma ora definitivamente depressa dalla potenza della Chiesa, specie con Alessandro VI e poi con Giulio II.
BML.: la bibli. relativa a questo periodo è disposta in modo sistematico in E. Dupré-Theseider, R. dal Comune di popolo alla signoria pontificia (1252-1377), Bologna 1952, pp. 721-49; G. Mollat, Les papes d’Avignon (1305-78), 0° ed., Parigi (1049).
PD. 542-72; P. Paschini, R. nel Rinascimento, Bologna 1940, pp. 477-88. Eugenio Dupré-Theseider
VI. DAL SEC. XVI ALLA RIVOLUZIONE FRANCESE. –
I. Il primo ’500
Durante il sec. XV la Curia ha preso è vero il sopravvento sul regime cittadino, ma R. grazie al suo conquistato splendore assurge ad un’importanza anche politica che la porta man mano, attraversò l’opera dei Pontefici, ad esercitare un principio di direttivo sulle vicende dell’Italia.Il costante progresso artistico, letterario, demografico, si aggiunge a dare maggior lustro allo sviluppo di questa nuova fase della vita romana, nonostante il prevalere, sin dal principio del sec. XVI, della dominazione straniera in Italia e la scissione religiosa dell’Europa. La minaccia discesa di Carlo VIII di Francia nel 1498 verso Napoli ebbe un clamoroso episodio anche a R., che vide Alessandro VI, ritiratosi in Castel S. Angelo, costretto ad accogliere quel Re e trattare con lui. Carlo VIII ripassò per R., quasi fuggiasco causa la Lega che il Papa gli aveva opposto alle spalle. Poi Giulio II e Leone X ridonarono a R. quell’andamento che sotto Alessandro aveva subito un arresto.
La società romana del ’400 trova il suo sviluppo nel ’500; delle classi che la compongono, l’alta nobiltà baronale, rappresentata sempre dai Colonna, dagli Orsini, dai Conti e dai Savelli, estromessa dal predominio nelle vicende dell’Urbe si consuma in sterili gelosie che si sfogano in volgari delitti dovuti alla prepotenza individuale. Per sostenere il loro credito i suoi membri sono costretti ad esercitare il mestiere dei condottieri: Colonna per l’Impero, gli Orsini per Venezia; altrettanto continuano a fare anche i membri delle altre principali famiglie.
Nella Curia, i Romani delle diverse classi gareggiano con i forestieri, accorsi da ogni parte, nel raggiungere i più alti uffici, quali cardinali, nunzi, governatori ufficiali, prelati nei diversi gradi. L’elemento forestiero, del resto sempre più in prevalenza nella Curia, non dissimula il suo proposito di procurarsi dimora stabile a R., dove la molteplicità degli affari ed il groviglio degli interessi politici offre l’occasione di formarsi salde posizioni economiche e d’innalzarsi nelle carriere. Nell’età precedente i parenti dei Pontefici avevano allargate le loro ambizioni sino ad ambire persino di crearsi dei principati; ora mireranno a crearsi delle fortune ed a primeggiare creando delle nuove dinastie cittadine in concorrenza con quelle esistenti.
Se interessi politico-nazionali, più che religiosi si trovano in conflitto al momento dell’elezione dei singoli

ROMA - Il corridoio di Borgo con le tracce dell’assalto dei lanzicheneschi (1527).
Pontefici, creando reti di influenze e prolungando per questa ragione i conclavi, non minori sono le pressioni ogni qual volta si tratti di creazioni cardinalizie; le diverse potenze italiane ed estere pretendono ormai di essere largamente rappresentate nel S. Collegio. I cardinali infatti sono in grado di esercitare praticamente un molteplici influsso nel movimento dei pubblici affari; essi costituiscono molte volte intorno a sé vere corti, dove persino vescovi stanno ai loro servizi, a capo di un servidorame costituito da ecclesiastici e laici fra i quali stanno persino degli avventurieri; perciò interessi famigliari si complicano con intrighi politici. La loro posizione preminente e le loro ricchezze li muovono a costruirsi palazzi sontuosi, secondando quella tradizione di falso famigliare cui avevano ubbidito Pietro Barbo (Palazzo Venezia), Pietro e Raffaele Rario (Palazzi SS. Apostoli e della Cancelleria), Stefano Nardini (al Governo vecchio), e che fu continuata da Domenico della Rovere (Penitenzieri), da Adriano Castellesi, dei Cesi (in Borgo), ed in particolare da Alessandro Farnese. La nobiltà nuova non vorrà essere da meno, così via faranno altrettanto gli Aldobrandini, i Borghese, i Barberini, gli Altieri, i Panfili, sino ai Braschi. Alcuni fra essi, alle antiche vigne suburbane sostituiranno lussuose ville nelle immediate adiacenze della città, oppure nei vicini Castelli romani. Emuli ai cardinali sono in tutto questo anche prelati di grado inferiore, secondo il loro potere economico, e famiglie romane che, lasciata la primitiva rozzezza, mirano a mettersi sull'esempio dei più potenti come i Millini, i Santa Croce, i Della Valle, e de Cupis. Provvedono alla finanza pontificia i banchieri, come i Medici, e gli Spannocchi ed Agostino Chigi; allo sfarzo artisti, imprenditori di lavori, artigiani, cui si aggiungono cantori, giocolieri, letterati. Un particolare elemento sono nella Curia gli oratori ed ambasciatori stabili delle maggiori potenze d'Italia e d'Europa cui si aggiungono quelli inviati per circostanze varie o straordinarie, i sollecittori nelle cause o negli affari, e persone anche di umile condizione per guadagnare un pane, italiani di diverse regioni non esclusi Tedeschi e Fiamminghi. Questi stranieri fanno capo alle chiese nazionali cui stanno uniti ospedali per i pellegrini, ed i più poveri amano iscriversi insieme con i Romani nelle conferenze per loro devozione o per averne suffragi o sepoltura.
Non può far meraviglia che in una tale società in cui molti, troppi, erano i celibati e coloro che erano per tempo, talvolta lungo, lontani dalle loro famiglie, i costumi lasciassero troppo a desiderare, tanto da sembrare che tendessero ad impaginarne. Feste sfarzose, con-viti, caccie, lusso di vesti, di mobili, di argenterie, di oggetti d'arte, di cavalli, creavano una ostentazione di mondanità senza esempio; ed era occasione di scandalo e di invettive che diventavano sempre più rabbiose. Se si deve ammettere che non erano immeritate, sarebbe però ingiusto supporre che a R. andasse spenta ogni traccia di vera vita spirituale. Questa si affermava sempre in quelle manifestazioni molteplici di pietà e di carità che i tempi suggerivano in relazione ai nuovi bisogni di rimedio dei crescenti abusi, e che saranno fondamenti per quella reazione contro lo spirito mondano che si chiamerà Riforma cattolica. Infatti, oltre che nuove chiese, sorgono con ritmo ininterrotto nuovi provvedimenti ospitalieri, orfanotrofi, ricoveri per donne perdute o pericolanti, confraternite e case religiose con specifici scopi di apostolato. Anche l'Università romana si riorganizza du- rante il sec. XVI con più ampio respiro di studi ed in sedi più adatte allo scopo. Il Collegio Romano di s. Ignazio, sorto nel 1552, sotto Gregorio XIII attua l'esperienza didattica della Ratio studiorum gesuitica estendendola a più razionale insegnamento per il progresso del sapere. Al Seminario romano (1564) si affiancano sotto quel Pontefice i Collegi germanico-ungarico, inglese, greco, maronita ed armeno; più tardi s. Giuseppe Calasanzio istituisce le scuole gratuite per il popolo.
Non erano però svaniti i pericoli per l'incolumità di R. Alessandro VI aveva atteso a rendere più forte e sicuro Castel S. Angelo con nuove munizioni fra cui un torrione sul davanti al termine del ponte. Paolo III per fronteggiare un possibile pericolo turco e rendere forte la città contro qualunque irruzione nemica, giacché le mura aureliane erano del tutto inadeguate contro i più moderni mezzi d'assedio, affidò ad Antonio di Sangallo il compito di provvedere con l'erezione di nuovi baluardi: sorsero così quelli sull'Aventino quasi a strapiombo sul Tevere, quelli alla Porta Ardeatina, quelli fra Vaticano e Gianicolo dietro S. Spirito, inoltre il bastione di Belvedere; ma un nuovo completo sistema di difesa non era possibile data l'ampiezza della città. Mancava però sempre una ben organizzata milizia urbana; e se ne videro purtroppo le conseguenze.
12. Disavventure romane
Il card. Pompeo Colonna che agiva d'accordo con i rappresentanti di Carlo V, con le sue genti entrava per la Porta di S. Giovanni in Laterano il 20 sett. 1526 ed attraversata tutta la città diede l'assalto al Palazzo Vaticano, lo pose a ruba insieme con il Borgo, recando gravissimi danni, mentre il Papa, indifeso, riparava in Castello ed il 22 si vedeva costretto a scendere a patti con gli assalitori.Peggio fu l'anno seguente quando le bande imperiali che militavano in Lombardia, non pagate, mossero verso il Mezzogiorno sotto la condotta del Borbone, terrorizzando tutto il centro d'Italia, finché giunsero sotto R., che tentò un'affrettata difesa. Il Borbone mosse all'assalto il 6 maggio dalla parte di S. Spirito e vi lasciò la vita; ma le milizie, superate le resistenze, penetrarono in Borgo, si allargarono rapidamente nella piazza, movendo verso Castello dove Clemente VII s'era precipitò a prendere il giro con parte della sua corte nella speranza di poter resistere. Di là esse mossero verso Ponte Sisto, infrascrò la coraggiosa resistenza di pochi romani e penetrarono nella città, la quale subì quell'orribile sacco, la cui efferatezza rimase memorabile nella storia. Nulla fu risparmiato, né luoghi sacri, né monasteri, né palazzi di cittadini. Per mesi la città rimase in balia della licenza sfrenata della soldatesca. Il Papa, non aiutato dai suoi alleati, il 6 giugno dovette accettare gravissimi patti, rimanere chiuso in Castello sotto la guardia nemica, costretto a dare ostaggi, per subire alla fine un onerosissimo trattato che, concluso il 31 ott. fu sottoscritto solo il 15 nov. L'8 dic. egli lasciava il Castello e si rifugiava in Orvieto; ma gli invasori lasciavano R. soltanto nel febr. 1528 dopo averla ridotta a completa rovina come le terre cristiane; 30.000 cittadini vi erano morti, i quattro quinti delle abitazioni erano «disertate», sicché «pareva piuttosto un deserto che R.». Clemente VII che era passato a Viterbo il 19 giugno 1528, vi rientrò il 6 ott. e prese solleciti provvedimenti per riparare i malanni, sicché R. riprese tosto a respirare, ritornando al suo antico tenore di vita. Però sebbene nella società romana e nella Curia che ne era gran parte, non si facesse ancora palese un avviamento a quella riforma che stava nel cuore di tutti. Il sacco era rimasto come un severo ammonimento, grazie al quale un sempre più insistente appello alla riforma si andava ripetendo e che doveva applicarsi «in capite et in membris».
Grave pericolo di guerra per R. si profilò in occasione delle discordie di Paolo IV con Carlo V e Filippo di Spagna causa le mense politiche dei Carafa. Apertesi le ostilità il 10 ott. 1556, si sentì subito la necessità di provvedere alla difesa con affrettate fortificazioni in diversi punti della città sotto la direzione di Camillo Orsini; mentre il Papa nel febr. 1557 apriva un processo di follonia contro i sovrani d'Asburgo. Poiché il duca d'Alba, occupato Tivoli e poi Ostia (18 nov. 1556), portò la guerra sotto R., un grave pericolo per la città parve imminente specie dopo la sconfitta subita dalle truppe pontificie (27 luglio 1557) e la perdite di Segni. Ma la sconfitta subita dai Francesi a S. Quintino ed il ritiro delle truppe del duca di Guisa, inviate in aiuto di Paolo IV, indussero alla Pace di Cave dell'8 sett., ottenuta, grazie all'intervento di Venezia, a buone condizioni.
Un grosso tumulto scoppiò invece a R. alla morte di Paolo IV (18 ag. 1550), quando i Romani, memori dei recenti pericoli e dei danni provocati loro dalla guerra e spinti anche da coloro che avevano sentito le conseguenze delle recenti riforme e dei rigori dell'Inquisizione.
tanto promossa dal Papa, assalirono le carceri dell'Inquisizione stessa liberandone i prigionieri, incendiandone le scritture; anche la statua del Papa in Campidoglio fu abbattuta.
Meno che vent'anni dopo ebbero il loro riflesso a R. le prepotenze di quel brigantaggio organizzato in largo stile che tenne allora agitato lo Stato pontificio, in quanto esso trovò favore ed impunità anche in città. Solo la ben nota reazione energica di Sisto V valse a stroncarlo senza però estirparlo del tutto.
Urbano VIII, nel secolo seguente, per prevenire possibili pericoli in occasione della guerra di Castro, rinnovò le difese specie intorno a Castel S. Angelo; esse rimasero definitive sino all'invasione francese.
13. Dal '600 alla Rivoluzione
Con il finire del sec. XVII in seguito all'asservimento dell'Italia al dominio ed alla supremazia politica delle potenze straniere, cioè di Francia e di Spagna poi anche dell'Impero, R. perde la nostra, come centro politico; i destini dell'Europa si maturano a Madrid, a Parigi, a Vicenza; e la stessa autorità spirituale, combattuta aspramente dal protestantesimo, sarà insidiata dalle nuove correnti politico-religiose che sorgono in seno alle nazioni cattoliche, sino a sfocare nell'enciclopedismo anti-religioso. Però pare che ognuna di queste si stringa addosso a R. con maggiore petulanza per farvi prevalere un influsso che elimini quello delle concorrenti e trarne quei vantaggi nazionali che il centro del cattolicesimo poteva ancora offrire. Tutto serve per garantire questa prevalenza: il fasto ed i privilegi dei propri rappresentanti, il credito di cardinali e prelati affezionati, di canonisti, di teologi, di dotti; le lusinghe o le minacce presso i parenti e gli amici dei pontefici, il favore per gli interessi di particolari categorie di persone.Per di più mancavano a R. le particolari garanzie offerte da una tradizione dinastica, e la durata dei singoli pontificati non essendo lunga, portava frequenti mutazioni negli orientamenti politici e nella compagine del personale della Curia; perciò durante i conclavi aveva campo di esercitarsi l'abilità, molte volte senza scrupoli, dei diplomatici, per favorire od ostacolare secondo i casi le candidature. Non si aveva riguardo alle lungaggini di vacanze che avevano molteplici riflessi sulla vita pubblica della città.
Gravi incidenti, che il governatore di R. non era sempre in grado di prevenire o di reprimere, erano provocati dalle esenzioni che gli inviati delle potenze (soprattutto delle più importanti) non cessavano di reclamare, con sempre maggiore larghezza, per le loro residenze. Essi pretendevano che in queste tutto fosse loro permesso. Così quando Urbano VIII il 22 nov. 1636 proibì i giuochi d'azzardo in qualsiasi luogo, l'inviato francese maresciallo di Coevuves preteose di non doverne tener conto. Oltre che per i loro palazzi gli inviati pretendevano l'immunità anche per le case e strade contermini; i prigionieri non dovevano essere fatti passare davanti alle loro abitazioni; entro di esse vantavano persone compiere giustizia contro colpevoli o presunti tali. Nel 1662 il francese duca di Créqui, noto attaccabrighe, esacerbò l'animo dei cittadini con la sua alterigia; egli voleva estendere la cosiddetta libertà di quartiere oltre il palazzo da lui abitato e fino dove giungeva il suo sguardo. Una rissa fra i suoi ed i Corsi della milizia papale, provocò il risentimento di questi che corsero contro il Palazzo Farnese, se sorse una zuffa e ci furono dei morti. A nulla valsero le scuse da parte del Papa; Luigi XIV minacciò una guerra; i Chigi e lo stesso Alessandro VII dovettero umiliarsi accettando i patti imposti dal Re; i Corsi furono banditi e non dovevano più essere arruolati nelle guardie papali; a perpetua esecrazione dell'accaduto fu cretata una piramide con un'iscrizione infamante che solo più tardi fu rimossa.
Tutto questo non faceva che accrescere gli abusi. I malfattori cercavano nelle abitazioni e nelle contrade del quartiere privilegiato un rifugio e la canaglia romana e forestiera un nascondiglio; Palazzo Farnese era aperto loro anche di notte e ne derivavano lotte sanguinose. Per ottenere dall'inviato la protezione i rifugiati pagavano talora somme considerevoli: mentre i fornitori alzavano sulle proprie case le armi della relativa nazione e partecipavano così della libertà del quartiere dietro compenso per l'inviato. Sempre dietro compenso si rilasciavano certificati per i quali coloro che li ottenevano, come facenti parte del seguito, venivano sottratti alla giurisdizione ordinaria. Poiché godevano di immunità doganale, gli inviati si mettevano d'accordo con case commerciali per averne le mercanzie senza pagar dogana, dividendo poi con loro i profitti della rivendita. Innocenzo XI volle mettere fine a tali insopportabili abusi che minacciavano anche continuamente la tranquillità pubblica. Nel 1677 il Re di Spagna si dichiarò pronto a rinunciare a tali pretesi diritti, qualora anche gli altri facessero altrettanto. Intanto fu comandato che si togliessero le insegne; estendendo tale ordine anche ai cardinali che avevano incominciato ad imitare i diplomatici. Venezia cedette nel 1679; la Spagna nel 1682. Alla morte dell'ambasciatore duca d'Este (1687) il Papa dichiarò che non ne avrebbe accettato il successore se prima non si fosse rinunciato al quartiere. Luigi XIV invece nominò senz'altro il marchese di Lavardin. Questi il 16 nov. 1687 entrò in R. con grande seguito contro il volere del Papa che non volle riceverlo e lo trattò come scomunicato. E poiché nel Natale si presentò alle sacre funzioni nella chiesa di S. Luigi dei Francesi, lanciò l'interdetto su quella chiesa. Il Lavardin continuò nel suo contegno autoritario sostituito anche dal favore di Cristina di Svezia, ospite a R. Ne seguirono minacce d'intervento armato da parte di Luigi XIV e tentativi di mediazione, finché il Lavardin dovette essere richiamato (14 apr. 1689); la vertenza fu appianata sotto Alessandro VIII con la rinuncia al quartiere.
Non mancarono altri episodi a dimostrare quanto pesasse nella vita interna della città l'ingerenza di rappresentanti, anche ecclesiastici, di potenze estere a danno dell'effettiva sovranità del Papa. Uno dei più clamorosi si ebbe sotto Clemente XII, quando da parte spagnola, sprezzando ogni divieto, si osò procedere ad arruolamenti di truppe creando quasi una coscrizione forzosa. Gli arruolatori, aiutati dai peggiori elementi locali, si appostavano e, con inganni d'ogni sorte, forzavano i giovani romani al servizio militare; altri venivano persone assaliti di notte e portati ad imbarcare a Ripa Grande. Ciò sollevò una grande eccitazione a R., tenuta viva anche dalla parte avversa agli Spagnoli, per cui il 23 marzo 1738 Trastevere si sollevò; liberò i giovani sequestrati e minacciò la sede dell'ambasciata di Spagna dove erano tenuti alquanti di questi coscritti forzati. Si interpose il Papa e, nonostante le proteste del card. Acquaviva, furono amministrati i tumultuanti e liberati gli arruolatori con la proibizione di nuovi arruolamenti. Ma queste misure provocarono una controversia diplomatica che non poté subito essere risolta.
Del resto la vita pubblica in R. si svolse in relativa tranquillità, nonostante private clamorose vendette e contrasti di precedenze. Non la turbarono nel suo intimo le questioni teologiche talvolta molto accese nella classe sacerdotale, o quella sulla soppressione dei Gesuiti che accalorò i rappresentanti delle corti borboniche. Ne interruppero via via l'uniformità le solenni celebrazioni religiosi, come quelle per i Giubilei ogni 25 anni, le sanificazioni, le elezioni papali, le tornate accademiche allietate da musiche. Visitatori illustri di ogni paese si avvicendarono con artisti che cercavano inesausta ispirazione a R., mentre studiosi ricercatori si davano convegno per le loro investigazioni sul passato. Si avvicinavano però i tempi nuovi che nessuno avrebbe immaginato tanto funesti.
guiva con ansia il corso degli avvenimenti di Parigi dal 1789, sia dal lato religioso che da quello politico. Ben presto il card. Bernis (v.) rappresentante del Re, dovette lasciare il suo ufficio: mentre gli inviati del nuovo governo non celavano il loro proposito di provocare incidenti per legittimare un intervento. Il primo importante episodio fu quello Bassville (v.). Sopravvenuta l'invasione napoleonica nella Valle padana e la caduta della legazioni (v.) crebbero le improntitudini tenute accese da Giuseppe Bonaparte che voleva creare un pretesto di intervento, finché il 28 dic. 1797, in un conflitto fra filogiacobini romani e soldati pontifici, nei pressi dell'ambasciata francese alla Lungara in Trastevere, rimaneva ucciso il generale Duphot. Con ciò il pretesto fu trovato. Respinse ogni tentativo di mediazione, il generale Berthier si spingeva a R., senza incontrare resistenza, ed il 1c febbr. occupava Castel S. Angelo. Cinque giorni dopo, alcuni « patrioti », sotto la protezione dei soldati francesi proclamavano nel Foro Boario la Repubblica romana e la decadenza del potere temporale. Pio VI forzato a lasciare R. (20 febbr.), veniva tradotto in Toscana, ed il S. Collegio disperso.
La Repubblica ricevette una costituzione ricalcata, con qualche adattamento e sotto denominazioni classiche, su quella francese del 1795. A capo del potere esecutivo erano cinque consoli; due assemblee, tribunato e senato, detenevano il potere legislativo; lo Stato era diviso in otto dipartimenti: Cimino, Circeo, Clitunno, Metauro, Musone, Tevere, Trasimeno e Tronto. Praticamente però il governo e le assemblee stavano sotto il rigido controllo dei Francesi.
L'esodo sfruttamento delle risorse dello Stato, ad opera degli agenti del Direttorio, l'inflazione monetaria e le dilapidazioni peggiorarono la situazione economica, già grave negli ultimi anni del pontificato di Pio VI, e compromisero la vitalità dei nuovi ordinamenti, ai quali furono favorevoli alcuni elementi della borghesia, specialmente industriosa, pochi aristocratici e qualche ecclesiastico, mentre irriducibilmente contraria rimase la maggioranza della popolazione. La sorda resistenza, nella quale si manifestò questa opposizione popolare, esplose spesso in aperta insurrezione; la rivolta trasferiva del 25 febbr. 1798 poté essere facilmente domata, ma l'insurrezione, nonostante le sanguinose repressioni, si estese nei dipartimenti confinanti con la Toscana e con il Regno di Napoli (Trasimeno, Circeo, Tronto) e divenne generale dopo la prima invasione napoletana (dic. 1798), che non riuscì ad oltrepassare R. e fu in pochi giorni ricacciata, ma ebbe come risultato la trasformazione dello Stato in una nuova Vandea.
La difficoltà delle comunicazioni, l'abbandono delle coltivazioni, la chiusura del traffico marittimo per la guerra di corsa, provocarono una carestia che fu gravissima a R., rimasta in breve pressoché isolata. L'invase della Francia, il dissesto finanziario, i contrasti fra gli organi dello Stato e fra gli stessi fautori della Repubblica (ai giacobini radicali, irregolosi e dottrinari, si opponevano i moderati), l'impossibilità di risolvere il grave problema dei rapporti fra lo Stato e la Chiesa furono altri elementi a far sì che gli sforzi di creare una vita amministrativa e politica autonoma non avessero risultato. La nuova classe dirigente, sostituita alla Curia pontificia, dimostrò generosità ed entusiasmo, ma anche insufficienza al suo compito, e, in molti casi, corruzione. Ad un primo consolato provvisorio (Riganti, Pessuti, Angelucci, Costantini, Bassi, Bonelli) ne successe, con l'entrata in vigore della Costituzione, un secondo (Angelucci, Panazzi, Reppi, De Matthaeis, Ennio Quirino Visconti) che fu rovesciato dai Francesi (12-17 sett. 1798). L'ultimo consolato (Zaccaleoni, Brizzi, Rey, Pierelli, Callisti) vide sempre più ristretta la propria autorità, contrastata anche dalle assemblee legislative. I Francesi, dinanzi alla grave situazione militare creatasi con la seconda coalizione, sciolsero Parlamento e consolato, misero la Repubblica in stato d'assedio e governarono attraverso un Comitato provvisorio alle loro dirette dipendenze (luglio 1799).
Mentre la Repubblica si disfaceva all'interno, gli Austriaci premevano dal nord, e nel sud avanzava l'esercito napoletano. Il 30 sett. 1799 i Francesi capitolarono ed i Napoletani entrarono in R.; Ancona, assediata da terra e dal mare, resistette fino al 13 nov.
Vittorio F. Giuntella
VIII. DALLA FINE DEL SEC. XVIII AL 1849. Negli anni seguenti R. seguì senza particolari scosse gli eventi che Stato Pontificio (v.), alla venuta di Pio VII (1800), alla nuova abolizione dello Stato nel 1809 per opera di Napoleone, alla deportazione di Pio VII ed alla proclamazione di R. città imperiale. Per parte sua il Bonaparte nutrì grande amore per R. e si fece un vanto di restaurarla. Vi nominò prefetto il de Tournon, che l'amministrò con avvedutezza; e dal 1810 si aprì per la città una nuova era edilizia. S'ebbero, infatti, notevoli abbellimenti, come, p. es., la felice trasformazione iniziata del Monte Pincio (cf. I. Ranieri, Lavori a R. nell'epoca napoleonica. Il Palazzo di Venezia e il Pincio, in Civ. Catt., 1906, IV, pp. 129-49). Ma l'imperatore non riuscì a conquistarsi le simpatie del popolo; soltanto una parte della nobiltà romana si strinse intorno al nuovo regime e non sdegnò di brigare per avere cariche ed incarichi della corte imperiale (cf. L. Madelin, La Rome de Napoléon. La domination française a Rome de 1809 à 1814, Parigi 1906, pp. 255-63, 382-87). Rientrato trionfalmente a R. il 24 maggio 1814, Pio VII ebbe ancora una volta a temere per la sua sicurezza personale, quando, nell'occasione dei Cento giorni, Gioacchino Murat annunciò il suo arrivo nella città. Il Papa se ne partì il 22 marzo 1815; ma già vi ritornava il 7 giugno seguente, dopo la sconfitta delle truppe napoletane a Tolentino (3-4 maggio 1815) e poteva finalmente pensare a favorire l'incremento della città ed i restauri dei monumenti antichi. Gregorio XVI promosse gli scavi al Foro; e per sua iniziativa vennero aperti tre musei: l'Egizio, l'Etrusco e il Lateranense.
Ma restituire a R. uno splendore incomparabile sotto l'aspetto artistico e religioso non poteva costituire il compito essenziale. Infatti alcuni non larghi, ma attivi strati della popolazione, erano travagliati da uno spirito nuovo; miravano a riformare nella struttura dello Stato Pontificio, meglio intonate alle tendenze liberali che si affermavano in Europa, e si orientavano verso il regime rappresentativo. Gregorio XVI si limitò ad ampie riforme e provvidenze di carattere prettamente amministrativo. Il suo successore Pio IX capì che negare ritocchi anche di carattere costituzionale diventava pericoloso e avrebbe potuto compromettere l'esistenza del potere temporale. La pubblicazione del solito decreto di amnistia esteso anche agli esiliati politici suscitò sorprendente entusiasmo fra i Romani e nell'Italia intera (16 luglio 1846; cf. A. Mercati, In margine alla amnistia concessa da Pio IX, in Aevum, 24 (1950), pp. 103-32). Seguì (il 1° e 3 ott. 1847) la creazione di un Consiglio municipale con facoltà di eleggere nove magistrati, che avrebbero formato un Senato e curato gli interessi civici di R. (Atti del Sommo Pontifice Pio IX, parte 2°, vol. I, Roma 1857, pp. 1-47, 151-90). La promulgazione dello Statuto fondamentale
per il governo temporale degli Stati della Chiesa (14 marzo 1848), concesso purtroppo in parte per imposizioni della piazza, ebbe per la città conseguenze importanti, perché ormai doveva risiedervi un parlamento, i cui membri sarebbero stati eletti sulla base di circa un deputato per ogni 30.000 ab. e a suffragio ristretto (ibid., pp. 222-38). Il tentativo di un regime costituzionale molto mitigato e tardivamente attuato non contenuto né i retrivi, né gli estremisti. Fra questi ultimi molti degli esiliati politici, rientrati a R., presero a mantenervi, coscientemente o no, uno stato di agitazione pericolosa. Discutevano al Corso o sull'ingresso dei caffè, raccontando enfaticamente le sofferenze sopportate lontano dalla patria e indicando gli abusi, veri o falsi, che allignavano negli Stati Pontifici. La mano ferma del ministro Pellegrino Rossi, sostenuto dai moderati e dai neoguerli non fece che esasperare ed eccitare il furore dei fautori di disordini, nemici del Papa e della Chiesa e spingerli ad attentare alla sua vita. Ucciso il Rossi, la rivoluzione scoppiò e Pio IX, assediato nel Palazzo del Quirinale, fu costretto a cercare sicurezza e libertà a Mola di Gatta (Formia; 25 nov. 1848).
IX. DALLA REPUBBLICA ROMANA (1849) A R. CAPITALE D'ITALIA. - In seguito alla sollevazione popolare sboccata nell'assassinio di Pellegrino Rossi (15 nov.) e nell'imposizione del ministero democratico Muzzarelli-Galletti (16 nov.), Pio IX nella notte del 24 nov. lasciava R. per Gatta. Il 27 nov. nominava una Commissione di governo, presieduta dal card. Castracane ed il 7 dic. prorogava la sessione parlamentare; ma la Camera dei deputati, giudicando incostituzionali tali provvedimenti, affidava ad una Giunta provvisoria la direzione dello Stato (11 dic.).
Faliti i tentativi di prendere contatto con il Pontefice si scese a soluzioni radicali: la Giunta sciolse il Parlamento (26 dic.) ed indisse elezioni a suffragio diretto ed universale. Pio IX, che aveva protestato contro la nomina della Giunta di Stato (17 dic.), comminò la comunica maggiore contro chi avesse attentato all'integrità dello Stato della Chiesa e contro coloro che partecipassero alle elezioni (1° gen. 1849). L'Assemblea costituente, eletta il 21-22 gen., risultò in tal modo in maggioranza accesamente democratica; radunatasi a R. il 5 febbr., all'alba del 9 dichiarava decaduto il potere temporale (con la promessa di guarantie per l'indipendenza della potestà spirituale del Pontefice) e proclamava la repubblica.
Il nuovo Stato, retto da un Comitato esecutivo (Armellini, Montecchi, Saliceti), incamerò i beni ecclesiastici (in parte alienati per ridurre il debito pubblico ed in parte assegnati in ente e in ente), riformò l'ordinamento scolastico, fino allora sottoposto alla giustizia dei vescovi; aboli ogni privilegio di foro ed il tribunale del S. Uffizio; soppresse l'annona e la tassa del macinato e tolse la censura preventiva sulla stampa.
La mancata attuazione di più radicali riforme provocò malumori nel popolo minuto, mentre la crisi finanziaria e monetaria, rimasta grave anche dopo l'emissione di un prestito forzoso, causava, con l'inflazione, l'aumento dei prezzi e il ristagno delle attività produttive e di scambio. Ne conseguiti (anche per la situazione politica e militare presto determinata) la carestia dei generi di prima necessità e l'incremento della disoccupazione, che si aggravò con il licenziamento degli impiegati fedeli al Pontefice.
Il governo, stretto tra pressanti esigenze di difesa contro avversari potenti interni ed esterni e le agitazioni demagogiche di correnti estremi, dovette intervenire energeticamente per ricondurre l'ordine in Ancona ed in altre località, dove si erano verificate sanguinose violenze contro il clero ed i ceti più elevati, contrari, per lo più, al nuovo regime. Venuto meno, d'altra parte, anche per l'atteggiamento contrario dell'Assemblea costituente e della maggior parte degli stessi repubblicani, il proposito di una riforma religiosa, caldeggiata inizialmente dai mazziniani più accesi, si cercò di attuare verso le masse cattoliche una politica conciliativa.
Considerata dalle correnti politiche romane prevalentemente come soluzione di un problema locale, la Repubblica assunse con l'andata di Mazzini a R. (5 marzo) e con l'accorreri di volontari da ogni parte d'Italia, significato e funzione di primo nucleo dell'unità nazionale. L'influsso mazziniano divenne preponderante quando, dopo la sconfitta piemontese a Novara, un Triumvirato (Mazzini, Saffi, Armellini), dotato di più larghi poteri, sostituì il Comitato esecutivo (29 marzo).
Contro la proclamazione della Repubblica il card. Antonelli aveva protestato il 18 febbr. con una nota al corpo diplomatico, che aveva seguito Pio IX a Gaeta, nella quale era richiesto l'intervento armato dell'Austria, della Francia, della Spagna e delle Due Sicilie per salvaguardare la libertà di magistero ed i diritti del Pontefice. Prevaleva, così, sulla tesi piemontese (favorevole all'intervento delle sole potenze italiane) quella spagnola, che, affiancandosi al Trattato di Vienna del 1815, sosteneva il preminente interesse internazionale alla conservazione dello Stato pontificio. L'appello era accolto favorevolmente da Luigi Napoleone, desideroso dell'appoggio dei cattolici e deciso a contrastare l'influenza autricana in Italia. Un corpo di spedizione, comandato dal gen. Oudinot, sbarcò il 26 apr. a Civitavecchia, ma, sorpreso sotto le mura di R. dall'inattesa resistenza delle truppe volontarie e regolari, dovette ritirarsi (30 apr.). Il 9 maggio a Palestrina e il 9 a Velletri qualcosa di simile toccava ai Napoletani. Mentre i Francesi stipulavano un armistizio con la Repubblica e tentavano, con la missione di Ferdinando di Lesseps, una soluzione pacifica, l'Austria, liberata dal peso della guerra in Lombardia, invadeva le Romagne e le Marche e gli Spagnoli con poche forze si infiltravano dal sud nella Sabina.
La nuova situazione politica determinata in Francia alla metà di maggio per la vittoria elettorale dei conservatori fece prevalere l'intransigenza del principe presiedente e dei militari, per i quali la spedizione di R. era divenuta anche una questione di prestigio nazionale. Il giugno, non ancora scaduta la tregua, il gen. Oudinot attaccò di sorpresa Villa Pamphili, fulcro della difesa del Gianicolo, e riuscì ad impadronirsi anche di Villa Corsini, respingendo i disperati contrattacchi dei difensori. La lotta proseguì accanto per tutto giugno davanti alla Porta di S. Pancrazio, ma, nonostante l'eroismo dei difensori, i Francesi riuscirono il 21 giugno a conquistare un tratto delle mura ed a portare così l'offesa dei loro cannoni direttamente sulla città. Il 30, l'Assemblea, contro il parere di Mazzini, decideva di cessare la resistenza, ormai insostenibile. Un nuovo Triumvirato (Saliceti, Calandrelli, Mariani) sostituì quello mazziniano dimissionario. Il 3 luglio i Francesi, che avevano respinto le condizioni di resa offerte dalla municipalità romana, occupavano la città, mentre l'Assemblea, che aveva proclamato come suo ultimo atto la Costituzione, veniva dispersa.
Gli estremisti, però, non si diedero per vinti e colpirono proditoriamente a pugnalate alcuni moderati e parecchi soldati: mentre l'autorità militare venne meno ai segreti ordini ricevuti da Parigi volti ad instaurare un governo saggiamente liberale e ad mettere la S. Sede di fronte al fatto compiuto. Il governo dello Stato e della città fu così rimesso al legittimo sovrano (15 giugno) e confidato provvisoriamente ad una Commissione di cardinali, la quale rimosse tutto quanto al Papa era stato estorto ed imposto dai novatori più violenti. Tosto si diffuse tra questi di nuovo l'agitazione e l'inquietudine (cf. i dispacci di Oudinot in Mémoires posthumes d'Odilon Barrot, III, Parigi 1876, p. 410). Anche dopo il ritorno triomfalio di Pio IX a R. (12 apr. 1850), continuarono a verificarsi attentati politici e, quel che è peggio, nel 1853, alcuni fra i più sovversivi congiurarono persino contro la vita del Sommo Pontefice, che pure con sempre nuove e ben intese provvidenze amministrative e sociali, e con la introduzione dei telegrafi e delle ferrovie si sforzava di adeguare lo Stato pontificio e la città stessa alle esigenze dei tempi, anche a mezzo di ottimi lavori urbanistici e di abbellimento. Si ebbe quindi a R., sotto non sempre gradita protezione delle baionette francesi, una calma relativa; ma dopo la cessione all'Italia del Veneto (10 ag. - 3 sett. 1866) un discorso di Vittorio Emanuele II parve denso di minacce: «L'Italia è fatta, ma non compiuta», aveva detto il Re, e Pio IX comprese che si mirava senz'altro a R. (cf. R. De Cesare, R. le 10 Stato del Papa, II, Roma 1906, p. 300).
In luogo di intervenire direttamente, il governo italiano lasciò che truppe garibaldine attaccassero per oltre un mese il Lazio e R. mentre i fratelli Cairoli tentavano di condurre, scendendo il Tevere, un convoglio di armi per i rivoluzionari, che dovevano scatenare l'insurrezione nella città. Ma la rivoluzione progettata fu prontamente repressa e Garibaldi subì ad opera delle truppe pontificie francesi uno scacco sanguinoso (3-4 nov. 1867) Mentana (v.). La caduta dell'Impero francese facilitò l'invasione italiana. Il 20 sett. 1870, alcuni pezzi di artiglieria aprirono una breccia nelle mura di R. tra la Porta Salaria e la Porta Pia; dopo una accanita resistenza di oltre cinque ore lungo tutta la cinta aureliana, i pontifici, per ordine del Papa, cessarono il fuoco; alle 15 una capitolazione stipulò a Villa Albani, con gli onori delle armi alla guarnigione, l'occupazione della città e eccetto la parte limitata al sud dai bastioni di S. Spirito, che comprendeva il Vaticano e il Castel S. Angelo e costituiva la città Lemo-nina» (cf. Archives diplomatiques, II, Parigi 1874, p. 84). Ma il card. Antonelli «prego» il generale Cadorna (25 sett. 1870) di occupare anche il territorio escluso dalla capitolazione, a causa degli eccessi perpetrati da «malfattori» i dovuti al seguito delle truppe regolari (ibid., p. 107). Il 2 ott. ebbe così luogo l'annessione di R. al Regno d'Italia (ibid., pp. 110, 121, 123-31).
IX. R. CAPITALE D'ITALIA. — La storia di R. capitale d'Italia ha inizio con il plebiscito del 2 ott. 1870, che vide nelle urne soltanto 46 «no» perché i fautori del dominio temporale si astennero dalla votazione. I risultati ufficiali legalizzarono comunque la conquista militare del 20 sett. e nel 1871 il governo italiano si trasferì da Firenze a R. Com-minciavano intanto i lavori urbanistici — di cui è detto al-trove — intesi a trasformare la piccola «seconda R.» in una vasta metropoli: febbre edilizia, che ristagnò sul finire del secolo in una gravissima crisi. Ma quello che caratterizzò i primi decenni di R. capitale d'Italia fu l'asprezza delle passioni politiche tra «liberali» e «clericali», cul-minate nel tentativo di gettare a fiume la salma di Pio IX durante il trasporto da S. Pietro al Verano (1882) e nell'inaugurazione, a sfida contro il papato, del monumento a Giordano Bruno in Campo de' Fiori (1887). All'apparente trionfo del settimane — il massone Nathan fu sindaco della città per lunghi anni — rispose peraltro un rinvigorirsi delle forze cattoliche, le quali, oltre a prender parte per tempo e con molto merito all'amministrazione citta-dina, si contarono, trovandosi più numerose del previsto, in occasione del Giubileo del 1900. Si chiudeva così, insieme alla Porta Santa, l'ultimo trentennio dell'Ottocento che aveva veduto morire, a pochi giorni di distanza l'uno dall'altro, Vittorio Emanuele II e Pio IX, e succeder loro, rispettivamente, Leone XIII e Umberto I. Più popolare, forse, il nuovo re: onde R., pur percossa, come tutta l'Italia, dalla sventura di Adua (1896), salutò con entusiasmo le nozze del principe di Napoli con Elena di Montenegro.
Il nuovo secolo portò un'ulteriore distensione degli animi e il popolo romano amò di pari affetto il sovrano succeduto al padre dopo la tragedia di Monza (29 luglio 1900) e il b. Pio X, papa nel 1903. Senza cessare di essere cristiana, R. si veniva facendo sempre più italiana: sicché il monumento a Vittorio Emanuele II (1911), venne sempre più accomunandosi nel cuore dei Romani alla cupola vaticana. Di sincero patriottismo R. vibrò così per l'impresa libica (1911-12), come per la guerra del 1915-18, idealmente iniziatasi sul Campidoglio nelle giornate del cosiddetto «maggio radio» (F. Fra il com-mosso consenso dei Romani, Benedetto XV — divenuto pontefice nel 1914 — svolgeva dal Vaticano la sua mirabile azione pacificatrice e caritativa e le due regine trasfor-mavano i loro palazzi in ospedali militari. Nuovi fremiti di entusiasmo cittadino per il ritorno del sovrano dopo l'armistizio; per Vittorio Emanuele Orlando, rientrato da Versaglia, dopo il manifesto wilsoniano; per la tumulazione del Soldato ignoto (4 nov. 1921).
Il dopoguerra, segnato da lotte fratricide, si chiuse con la «marcia» fascista dell'ott. 1922. Gli avvenimenti non sorpresero i Romani, che sul principio di quello stesso anno avevano acclamato Pio XI benedicente alla folla dalla loggia esterna di S. Pietro, per la prima volta dopo il 1870. Occorre altresì riconoscere, per obbiettività storica, che il cauto consenso al fascismo si consolidò nel 1929, alla firma dei Patti Lateranensi. La conclu-sione del funesto dissidio tra Chiesa e Stato, specialmente sentito dai Romani che ne erano i più diretti testimoni, pervase R. di sincera soddisfazione. Nacque allora la Città del Vaticano, che, nel 1929, nessuno avrebbe creduto de-stinata dalla Provvidenza ad assicurare alcuni anni più tardi l'involumità stessa di R.
Stavano infatti per cominciare gli anni tristi. Le adunate «occaniche» di Piazza Venezia non riuscivano più a celare il crescente disagio di R. nei confronti di una dittatura che sopprimeva le libertà, che conduceva una politica imperialista, che offendeva la coscienza cristiana con le violenze contro l'Azione cattolica, con un'alleanza aliena dallo spirito pubblico, con l'inconsulta politica raz-ziale. E finalmente fu la guerra disastrosa, furono i tragici bombardamenti del luglio e dell'ag. 1943, che videro Pio XII piegarsi gemendo sui morti del Tiburtino e del Pre-
nesto, fu lo spettro della fame. Neppure la clamorosa caduta del fascismo (25 luglio 1943) riconduceva la tranquillità: ché anzi, dopo i «quarantacinque giorni» di Badoglio, sopravvenero l'incipitato armistizio, l'abbandono di R. da parte della corte e del governo, i combattimenti di Porta S. Paolo (10 sett.), preludio ai nove mesi dell'occupazione nazista. Nell'ora grave - la più grave forse della sua storia millenaria - R. si raccolse attorno al Papa, attendendo da lui la salvezza. Né la filiale attesa venne delusa, ché Pio XII riuscì ad infrenare la ferocia hitleriana, ad approvvigionare la città, ad evitare la deportazione degli uomini validi, pur dopo la duplice strage di Via Rasella e delle Fosse Ardeatine (marzo 1944), e finalmente ad impedire che divenisse campo di battaglia dopo il cedimento del fronte tedesco di Cassino e di Anzio. Come per miracolo, R. si trovò libera e salva il 4 giugno 1944 ed i Romani accorsero a S. Pietro a salutare nel Pontefice il «defensor civitatis», cui unicamente era dovuto l'avverarsi del prodigio. Tra un rinnovato influenza delle passioni politiche si instaurò il nuovo ordine di cose. Seguì il referendum del 2 giugno 1946 ed i Romani nelle successive elezioni politiche ed amministrative raccolsero costantemente i loro suffragi sui partiti sinceramente democratici, tutori della civiltà cristiana. Questi brevissimi cenni di ottant'anni di storia romana non possono meglio chiudersi che con il ricordo del Giubileo del 1950, che va annoverato tra i più fausti della serie, non meno per l'imponente afflusso di pellegrini che per il grande evento da cui fu suggellato: la definizione del dogma dell'Assunzione di Maria. Felice auspicio dell'affacciarsi di R. sulle soglie della seconda metà del secolo, il ritrovamento della tomba di S. Pietro: il fondamento incrollabile su cui poggia la grandezza dell'Urbe, centro della cristianità, sede del Vicario di Cristo.
BIDL: in attesa del vol. R. dalla Rivoluzione francese a Vittorio Veneto, in corso di elaborazione per la Storia di Roma dell'II. di Studi romani, manca tutt'oggi uno studio complessivo sugli avvenimenti qui riassunti. Per il primo periodo: cfr. U. Pesci, I primi anni di R. capitale (1870-78), Firenze 1907; P. Vito, Storia degli ultimi trent'anni del se. XIX, 6 voll., Milano 1908-13 che giungono peraltro solo fino al 1894. Per gli avvenimenti più recenti, dopo P. Monelli, R. 1943, 3° ed., Roma 1945, vi è tutta una serie di pubblicazioni, in merito specialmente al mutamento istituzionale del 1946, che qui non si citano per il loro contenuto politico e polemico più che storico, ma che saranno utilissime per lo storiografo di domani. Per tutto il periodo intermedio, dal 1894 al 1943, ad evitare lunghi elenchi di monografie isolate, si rimanda, come alla fonte più autorevole di ispirazione cattolica, alle cronache degli avvenimenti politici, contenute nelle annate relative della Civ. Catt. Renzo U. Montini
II. LETTERATURA LATINA CRISTIANA.
SOMMARIO: I. La latinità letteraria: origine, caratteri fondamentali fino al sec. VI. -
II. La letteratura latina classica, la letteratura greca cristiana e gli scrittori latini cristiani
III. Letteratura latina cristiana antica
IV. Medievale
V. MODERNISMO.I. LA LATINITÀ LETTERARIA: ORIGINI, CARATTERI FONDAMENTALI FINO AL VI SEC
latino cristiano (v.) si è già parlato, conviene ora vedere come e quando questo latino diventa letterario. «Primis fidei temporibus» il cristianesimo era del tutto o per dir meglio quasi scevro d'ogni preoccupazione letteraria. Dai pochi indizi che si possono raccogliere e dalle ipotesi che si possono avanzare non pare che ci sia stato il proposito di creare un latino nuovo in opposizione a quello comune; ma solo lo studio premuroso di rendere il latino efficace, chiara, fedele espressione del «nuovo», con tutti i mezzi legittimi e normali, alcuni dei quali erano in uso pure presso i pagani per creare quella latinità che, con un'espressione poco felice fu detta «argentea».Nell'uno e nell'altro lavoro par di scorgere quello spirito di conservazione, tutto romano, che è presente in tutte le crisi di questa lingua. Alla fine del sec. II e al principio del sec. III cominciano le vere e proprie preoccupazioni letterarie in seno al cristianesimo occidentale, e ne risente anche la lingua che, come lingua dell'uso, aveva avuto il suo completo svolgimento. Gli scrittori, figli della scuola, si trovarono nel bivio, tra il seguire gli exemplaria pagani, e soprattutto quelli additati come tali dalla scuola, e l'aprirsi nuove vie: la prima decisione appariva non scevra di gravi pericoli, la seconda era di difficoltà e dubbi. Qui non è il caso di accennare al problema della priorità di Minucio o di Tertulliano nella storia della letteratura latina cristiana. Da scartare assolutamente è solo il trasportare Minucio più oltre del principio del sec. III se non si vuol dare la prova della propria incapacità critica. Comunque, questi segni il primo partito, Tertulliano l'altro: per quanto riguarda la lingua e lo stile, quello vuole scolasticamente fare il classico, come Plinio il giovane; nella lingua di Tertulliano è mescolato molto latino parlato, molto latino biblico, con i suoi grecismi e i suoi ebraismi, molto latino scolastico. parecchia latinità argentea. È chiaro che né l'ideale del primo, né quello del secondo, entrambi concepiti nell'alba crepuscolare della letteratura latina del cristianesimo, erano attuabili. Ma intervenne la scuola, e per quel che riguarda la lingua, il latino di Tertulliano dopo ca. mezzo secolo si trasformò nel latino di Cipriano, dove i vari elementi sono fusi tra loro. Ma intervenne la scuola, la quale, dopo meno di un secolo e mezzo decenni, era apparso l'Ocavius, riprese con Lattanzio (principio sec. IV) l'ideale di Minucio con l'evidente consapevole sforzo, per la parte formale, di creare un latino di sapore ciceroniano, capace di esprimere, non solo «coesione et ornare», ma anche con precisione l'ideologia cristiana.
Lattanzio si accorse però che il suo tentativo non raggiungeva lo scopo e non lo raggiungeva perché era un'impresa insuperabile anche per chi fosse stato dotato di qualità di scrittore superiori alle sue; cambiò rotta e diede il latino del De mortibus persecutorum, del quale scritto qualcuno gli negò la paternità, specialmente per motivi linguistici (J. G. P. Borleffs, An scripserit Lac-tatus libellum qui est de mortibus persecutorum, in Mnemo-sve, 58 [1930], pp. 223-92).
Talvolta la scuola volle strafare, come dové accadere in quella aquitana, dalla quale, ricco di cultura, che poi accrebbe in Oriente, uscì Ilario di Poitiers. Questi, mezzo secolo dopo Lattanzio, credette che si potesse trattare di argomenti teologici (v. , p. es., il De Trinitate) in una lingua e in uno stile regolato dai precetti di Quintiliano, male intesi allora da più di un maestro, e fu quello scritto che Cirolamo scolpisce in una sua epistola (58, 10). Ma Cirolamo era uno scolario di Donato; e le scuole, come quella di Donato, diedero il latino di Ambrogio, di Prudenzio, dello stesso Cirolamo.
La scuola (quella di grammatica e di retorica in generale) risolveva il tono delle lettere latine nel sec. IV tra i pagani e tra i cristiani: tra questi in particolare la letteratura aveva germi più rigogliosi di vita. Per quanto riguardava la lingua, gli scrittori cristiani miravano a creare quella forma che si adeguasse al contenuto e gli desse la luce e lo splendore che gli scrittori pagani avevano saputo e sapevano dare ai loro scritti, ciò che era una cosa ben diversa dal travasare nella lingua di Cicerone. Di Sallustio, di Virgilio, e così via, il pensiero cristiano: e tale fu lo sforzo di Ambrogio, Prudenzio, Cirolamo, coronato dal successo.
Alla formazione del latino di siffatti scrittori avevano contribuito inconsapevolmente i maestri pagani, consapevolmente quelli cristiani; poi, per un complesso di cause, la scuola cominciò a decadere; l'opera di Donato si esaurì verso la fine del sec. IV, ma forse nei provvedimenti scolastici del brevissimo regno di Giuliano l'Apostata era entrato anche il pensiero dominante nella mente di questo Imperatore, che era anche uno studioso, di difendere le lettere classiche: in realtà tali provvedimenti turbavano la scuola in Oriente come in Occidente, per essi la scuola cristiana fu privata di maestri come Mario Vittorino. Era il tempo in cui il pensiero cristiano si innalzava verso le più alte vette dove lo portò l'altissima mente di Agostino, che, intorno al 400, delle scuole di grammatica africane, nelle quali era stato istruito, pensava quello che si legge nei capp. 16 e 17 del 1. Il delle Confessioni, e della lingua in cui doveva essere
ROMA - Il Campidoglio nella sistemazione di Michelangelo (1550 e completamento del sec. XVII).
espresso il pensiero cristiano concepì l'ideale che deliné nel ventennio seguente e in *Doctrina christiana* (IV, 1, 1; IV, 10) e nelle *Enarrationes in Psalmos* (Ps., 36.6; PL 36, 386; Ps., 138.20; PL 37, 1796); un ideale che non sonava, come in Tertulliano, rivolta contro R. pagana, ma apriva al latino le vie del futuro. È un giudizio superficiale quello di affermare che la latinità di Agostino si oppone a quella di Girolamo: Agostino conosce il latino classico, conosce il latino degli scrittori cristiani e dell'uno e dell'altro ritiene quanto gli sembra acconcio ad esprimere con chiarezza, precisione ed efficacia *quae intellecta sunt... ut intelligenter. ut libenter. ut obedienter au-diantur* (cf. *Doct. Christ.*, IV, 15). Allorché gli pare che un tal latino non basti, attinge dalla parlata viva, o, meglio, s'ispira alle S. Scritture, plasma il suo latino con nè-ditata libertà. E la lingua che ne nasce è veramente cattolica, ossia non ha limiti né di spazio né di tempo.
Allo stato attuale degli studi sulla lingua degli scrittori latini cristiani dei secc. V e VI - studi che non si può dire quando potranno completarsi, dato che per essi è indispensabile avere edizioni sicure dei singoli scrittori - è da ritenere che la dottrina agostiniana intorno alla lingua si diffuse presto e piuttosto largamente, se pure in misura varia secondo i vari paesi; largamente, p. es., nella Gallia, assai scarsamente nella Spagna; in nessuna delle terre dove giunse, essa fu compresa nella sua senza. I mediocri maestri del tempo, al massimo, del pensiero di Agostino al riguardo non riuscivano ad attuare che lo sforzo di svincolarsi dalla forma classica così lessico come nella grammatica, così nella prosodia come nella metrica; più di uno di essi rimase smarrito, qualche altro non seppe svincolarsi dalla «mera linguae Latinis proprietas». Così nella Gallia, di fronte a Salviano di Marsiglia (m. ca. nel 480), nel quale i riflessi agostiniani sono evidenti, si hanno gli smarrimenti linguistici di Apollinare Sidonio (ca. 430 - ca. 482) e i conati di Vito (secc. V-VI) per imitare, specie nella poesia, la forma classica. In Africa il latino di Vittore di Vita, di Draconzio, di Fulgenzio, a chi ben lo esamina, attesta le condizioni di quelle scuole (allorché Fulgenzio (n. nel 468 a Telepte nella Bizacena), abbandonò per la prima volta l'Africa aveva passato i 30 anni), nelle quali le dottrine letterarie di Agostino erano penetrate tumultuariamente. Assai interessante sarebbe uno studio comparativo del latino degli scrittori d'Italia dei secc. V e VI (Sedulio, Leone il Grande, Cassiodoro, Boezio, Aratore, Venanzio Fortunato) e degli latino mettendo insieme liberamente quello dei classici dei vari secoli. Più modestamente Venanzio Fortunato si preoccupò di scrivere un latino che, giungendo gradito agli orecchi dei barbari germanici, facesse penetrare nei loro cuori le dolcezze delle muse, e non indietreggiò di fronte ai barbarismi. Ma sul limitare del sec. VI Gregorio I (540-604) proclamò solennemente con Agostino: «indignum vehementer existimo ut verba caelestis oraculi restringam sub regulis Donati» (Ep., V, 53). Questo voleva dire che, divenendo l'Impero di R. un impero ideale con il cristianesimo, si richiedeva mezzi adeguati ad accogliere il palpito del cuore e il pensiero della mente di coloro che questo impero ideale formavano. Donato non bastava più.
II. LA LETTERATURA LATINA CLASSICA, LA LETTERATURA GRECA CRISTIANA E GLI SCRITTORI LATINI CRISTIANI
Il problema letterario si presentava agli scrittori cristiani molto più complesso di quello linguistico: la soluzione di esso implicava infatti necessariamente un assiduo e profondo studio dei classici, del quale essi dovevano temere i danni e i pericoli, specie per l'educazione dei giovani (Tertulliano, *De anima*, 39; Minucio, *Octavius*, 23, 1; sgg.: Basilio, *Ips. cox. vico vico*). Di fronte ad esso l'atteggiamento dei cristiani nel mondo greco fu diverso da quello dei Latini, ma nel mondo greco la letteratura cristiana nacque quando il genio greco, oramai stanco di nove secoli di lavoro fatto per creare quella pagana, non aveva la forza di tentare nuovi ardimenti, sicché la nuova letteratura fu immessa per la parte formale nel solco della tradizione con qualche raro e superficiale ritocco, e per il contenuto fu costretta dalle esigenze dei tempi ad essere prevalentemente teologica e filosofica.Lì dunque il problema dei rapporti che tale letteratura dovesse avere con quella classica non fu nei suoi termini precisi nemmeno affrontato e si cercarono solo giustificazioni per lo studio dei classici, giustificazioni spesso perfino puerili (cf. Socrate, *Hist. eccl.*, III, 16; PG 67, 417-24). Nel mondo latino invece la letteratura della «nuova parola» sorse quando esso con forze ancora integre era proteso verso il «nuovo», con un profondo travaglio spirituale: perciò prevalsero in essa intendimenti di arte, e si dica pure «retorici», se si dà a questo aggettivo il valore che allora aveva. Infatti nella letteratura latina cristiana è ben presto evidente il pensiero di rinnovare letterariamente l'antico, perfino più di una volta, con spirito rivoluzionario (cf. Tertulliano, Arnobio,

espresso il pensiero cristiano concepì l'ideale che delineò nel ventennio seguente e in Doctrina christiana (IV, 1, 1; IV, 10) e nelle Enarrationes in Psalmas (Ps., 36,6: PL 36, 386; Ps., 138,20: PL 37,
Commodiano). In Giustino è palese l’assoluta indifferenza letteraria, in Minucio c’è il tentativo di rinnovare l’arte ciceroniana; in Taziano è manifesta la trasandatezza, in Tertulliano il continuo affaticarsi per aprire nuove vie alle lettere. Ne seguì che gli scrittori latini cristiani affrontarono e risolsero, nell’unica maniera che si poteva risolverlo, il problema dei rapporti con gli scrittori pagani di tutti i secoli. E fu proclamato che lo studio dei classici serviva per trasformare, non alla luce dell’etica – salvo rare eccezioni – ma alla luce dell’arte, l’antico – nel «nuovo». Ecco spiegato come sul declinare del sec. IV Basilio, che pure era stato un famoso maestro di retorica a Cesarea, nel suo Discorso ai giovani nomini i grandi poeti greci senza aggiungere al nome loro nemmeno un aggettivo che esprima un giudizio estetico, laddove Girolamo, alcuni anni dopo, nella sua lettera Ad Magnum oratorem urbis Romae, trovava modo di far ciò citando Cipriano. Aristide, Minucio l’ecc., e sul principio del secolo seguente, Agostino poneva mano al suo De doctrina christiana (completato poi nel 426), ossia al più meditato trattato di retorica della letteratura cristiana: di questi due, il primo era il più autorevole rappresentante dell’indirizzo che nella letteratura cristiana voleva si rinnovasse quella classica, ma con una certa moderazione, l’altro additò e attuò il rinnovamento con la maggiore – ma ben meditata – libertà. E di fatto i Greci continuarono nella letteratura cristiana quasi tutti i generi di quella pagina – qualcuno di più di quelli coltivati dai Latini (p. es., il dramma: cf. Gregorio Nazianzeno, Χριστός, παῖς χρόνων) – e diedero una letteratura certo per molti riguardi interessante, ma che dal punto di vista artistico non mandò se non raggi di luce occidia. Laddove la letteratura latina cristiana, rinnovando quella pagina che a poco a poco si eclissava, mandò raggi di luce aurorale: si pensi all’eloquenza e alla poesia ambrosiana; ai commenti e all’epistolografia di Girolamo; alla poesia di Prudenzio, alla maggior parte degli scritti di Agostino. E se entrò in gara con i Greci li vinse: ciò è attestato tra l’altro dalle Omelia e dall’Hexameron di Ambrogio. E creò il soliloquio di Agostino. Allorché Giuliano, applicando i provvedimenti di cui si è parlato, lasciò andare via Vittorio dalla cattedra di Roma e si mostrò disposto a mantenere Proserio su quella dell’Ateneo di Atene, dimostrò di aver compreso che il pericolo per le lettere classiche, a lui care, era più grave in Occidente che in Oriente; ma non aveva compreso, e non poteva comprendere, che era la letteratura cristiana dell’Occidente che aveva fino allora assicurato e assicurava per l’avvenire quanto del pensiero, dell’arte letteraria, della lingua di R. era destinato a vivere nei secoli.
la sua attività si svolse a cavaliere delle due età, prima sotto Diocleziano, che lo chiamò a Nicomedia ad insegnare l'eloquenza latina, e poi sotto Costantino, che lo volle precettore del figlio Crispo a Treviri (ca. 317), ma anche perché in questo scrittore l'interesse polemico si combina, preludendo a uno degli aspetti caratteristici del periodo aureo, con l'intento di esposizione sistematica. Con Lattanzio, nell'Hoedoporicon, perduo, e nel De vero phoenice, di cui non sembra si possa negargli la paternità, fa la sua prima comparsa la poesia latina cristiana di sicura datazione. All'età Laudes Domini (v.), un garbato poemetto composto nella Gallia. Con qualche probabilità si collocano nella seconda metà del sec. III, o sul principio del seguente, altre composizioni poetiche, quali lo pseudo-tertulliane Carmen adversus Marcionem, le Instructiones Commodiano (v.), scritti didattici e polemici di carattere popolare nella lingua e nel metro, che interpreta secondo un libero criterio accentuativo il ritmo dell'esame metro classico.
Dei prossori, è degno di menzione ancora, per la sua opera eseguita, Vittorino di Pettau, martirizzato nel 304. Converrà anche ricordare la letteratura agiografica, che fa in questo periodo la sua prima apparizione (per parlare solo di scritti letterariamente elaborati) con la Passione delle ss. Perpetua e Felicita (202-203), forse dovuta a Tertulliano, e la Vita e passione di s. Cipriano, scritta poco dopo il martirio dal suo diacono Ponzio.
Il periodo: dal 326 al 430. — Furono composti verso il 330 gli Evangeliorum libri IV dell'ispano Giovenco, modesta parafrasi dei Vangeli, specialmente di quello di Matteo, in esempi di diligente fattura. Ma questa e altre figure sono eclissate da un gruppo di scrittori nei quali il cristianesimo d'Occidente si esprime con un vigore di pensiero e una perfezione di stile da formare il secolo d'oro della letteratura latina cristiana: ILARIANO (v.), Ambrogio (v.), GIROLAMO (v.), Agostino (v.), Prudenzio (v.), Nola (v.).
Dopo i grandi vanno nominati anche i minori: s. papa (v.), noto per gli epitafi metrici dei martiri, C. Mario Vittorino (v.), Firmico Materno (v.), Cagliari (v.), Fortunaziano (v.) CROMAZIO, SANTO (v.) d'Aquileia, Eusebio di Vercelli (v.), Brescia (v.), VERONICA (v.), MILETO (v.), Barcellona (v.), Gregorio di Elvira (v.), Bologna (v.), AMBROSIASTER (v.), Niceta di Remesiana (v.), SAN SEVERO (v.), biografo di s. Marmino e storico, Paolino di Milano, biografo di s. Ambrogio, Orosio (v.), storico e controversista, ARATORE (v.), l'eretico Pelagio (v.).
III periodo: dal 430 al 636. — Il vigoroso impulso creativo s'è attenuato. Nella poesia, nell'oratoria, nella controversia teologica, nella trattazione dogmatica e morale, s'è formata, per opera dei maggiori, una tradizione, sia in quella letteratura di carattere pragmatico in cui si documenta l'azione degli uomini di governo e dei teologi, sia nelle forme più propriamente d'arte, in primo luogo nella poesia. Mettendo insieme, per analogia nelle espressioni letterarie, anche qualche scrittore che operò sulla fine del periodo precedente, si rilevano le parafrasi metriche dei Vecchio e del Nuovo Testamento, dovute a Cipriano Gallo, C. Mario Vittore, Sedulio, Ilario, sulla fine del sec. V e nel seguente questo genere sarà ancora coltivato da Avito di Vienne e da Aratore. Un accento di sincera poesia è in alcuni carmi dell'africano Draconzio (m. nel 496); l'artificio retorico domina nelle composizioni in ENNODIO (v.), vescovo di Pavia dal 513 al 521. Facile vena, ma scarsa originalità di pensiero e sentimento superficiale mostra Venanzio Fortunato (530-607 ca.). Lirica, agiografia e didattica danno materia ai versi di Orizonio, Paolino di Pella, Paolino di Périgueux, Apollinare Sidonio. L'oratoria pastorale è rappresentata con dignità da s. Massimo di Torino (v.), Pietro Crisologo (v.), s. MAGOG (v.), di cui è caratteristico l'ampio periodare ritmato dalle clausole romana solennità, che appare anche nelle lettere dottrinali; da s. Cesario d'Arles (470-542; v.), autore anche di opere teologiche e ascetiche. Nelle omelie su Ezechiele e sui Vangeli s. MAGOG (v.), papa dal 590 al 604, riprende molti motivi agostiniani di pensiero e di forma, rielaborandoli con acuto senso pratico e con semplicità di eloquio non disgiunta da composto decoro.
La controversia e la speculazione teologica ebbero per oggetto in questo periodo particolarmente il dogma trinitario e l'incarnazione, in polemica contro l'arianesimo dei barbari, con gli africani Fulgenzio di Ruspe (v.), Vigilio di Tapso (v.), FERIANA (v.). Le tesi estreme della dottrina agostiniana della Grazia, risolutamente difese da s. AQUITANIA (v.), vivente il maestro e dopo la morte di lui, Giovanni Cassiano (v.), noto sopratutto come fortunato scrittore d'ascetica e fautore, dal suo cenobio di Marsiglia, della vita monastica, Lérins (v.), fondato da Eucherio di Lione e illustrato, fra gli altri, da s. VELA, VINCENZO (v.), Arnobio il Giovane (v.), Riez (v.), Salviano di Marsiglia (v.), nel quale gli interessi teologici e ascetici si allargarono ad un'appassionata meditazione della storia del tempo suo nel De gubernazione Dei. La storia, e specialmente la biografia, ebbero uno sviluppo considerevole: si citano Possidio di Calama, che fra il 432 e il 437 scrisse la vita di s. Agostino, il diacono Ferrando, biografo di Fulgenzio, Eugippio, autore della vita di s. Severino apostolo del Norico, Gennadio di Marsiglia continuatore del De civis illustribus di s. Gerolamo, Cipriano vescovo di Tolone, che, con altri discepoli, compose la vita di s. Cesario d'Arles, Gregorio di Tours (v.), lo storico dei Franchi che larga ormai lasciò anche nella letteratura agiografica.
Un posto a parte meritano Severino Boezio, Cussiodoro (v.) Siviglia (v.). Boezio (ca. 480-524; v.), che rappresentò e sostenne presso Teodorico la causa della romanità con una dignità che gli costò la vita, raccolse l'eredità della filosofia e della cultura antica che trasmise al medioevo in traduzioni, commenti e trattati, speculò sulla Trinità e sull'Incarnazione, e compose in carcere il De consolatione philosophiae, ove i problemi di pensiero vengono rivissuti, come in Platone e Agostino, in pienezza di umanità, e presentati, nell'avvicendarsi di prose e di versi, con una nobiltà degna della migliore tradizione classica. Cassiodoro (490-c. 583), ritirato nella piena maturità degli anni dall'attività pubblica, si diede ad una vita di moderato ascetismo nel monastero di Vivarium, in Calabria, che divenne, per suo impulso, un focolare d'intensa attività culturale. Un notevole interesse alla cultura antica dimostrò pure Martino vescovo di Braga (v. ca. 515-79) nei trattatelli morali desunti in gran parte dai filosofi e in altre opere più originali. Ma egli fu largamente superato da un altro ispano, Isidoro vescovo di Siviglia (v. 570 ca. - 636). Con questi uomini, che si sforzano di educare il nuovo mondo barbarico nella luce della classicità e del cristianesimo, s'affermano ormai chiaramente gli interessi, i metodi, lo spirito della cultura medievale, nella quale i semi gettati durante i primi secoli della letteratura cristiana avranno a loro tempo sviluppo rigoglioso.
rie della letter. Iat. in genere hanno un'importanza capitale anche per la letter. Iat. cristiana: M. Schanz-C. Hosius, Gesch. der röm. Lit., in Handb. der Altertumswissenschaft, la letter. crist., curata da G. Krüger, è nelle parti 3°, 63° ed., Monaco 1922 e 4°, 1° ed., 1914. Di modesta mole, ma notevole per la parte che fa agli scrittori cristiani, A. G. Amatucci, La lett. di Roma imperiale, Bologna 1947.
IV. MEDIEVALE
I. Dalla caduta dell'Impero alla rinascita carolingia
La caduta dell'Impero romano con Romolo Augustolo, i successivi Imperi ostrogoto e longobardico, le varie guerre con le conseguenti rovine che devastarono l'Italia, minacciavano di far tramontare la cultura cristiana con quanto essa era riuscita a salvare dell'antico patrimonio del mondo romano che aveva ampiamente assorbito in sé. In mezzo a tutte queste rovine fu di indiscutibile utilità che l'esempio di Cassiodoro non rimanesse solitario, ma trovasse terreno propizio nei Benedettini e specialmente in S. Gregorio Magno, poeta, monaco e papa, che riuscì a far rivivere la Chiesa in Italia e nella Gallia e a guadagnarsi i Visigoti di Spagna e gli Anglosassoni. Mezzo potente di unione fra tante nazioni fu allora l'unità della lingua della Chiesa, adoperata specialmente nella liturgia e nel culto e per conseguenza fatta adoperare anche negli scritti religiosi, nell'oratoria, nel diritto e nelle scienze. Già tra i primi compagni di S. Benedetto si trova il poeta Marco di Montecassino, che compose in distici la vita del fondatore; e S. Gregorio Magno, se non condivide per gli antichi scrittori l'entusiasmo di Boezio, non si dimostra però affatto mediocre nell'arte dello stile e compone bellissimi inni, che furono introdotti nella liturgia.Nell'Africa del nord, i Vandali distrussero ogni cosa; né la conquista bizantina riuscì a mettervi riparo. Tutta fiorino in quel tempo il grammatico Flavio Cresconio Corippo, autore di Johannidos seu de bellis lybicis libri VIII, ricca di belle narrazioni; Verecundo, vescovo di Bizance, autore di un poemetto De poenitentia, dalla metrica esatta, ma privo di vera poesia; Fulgenzio Ferrando di Cartagine con vari scritti canonicis. Con questo scompre dall'Africa la letteratura latina. Nella Spagna visigotica, invece, le lettere salirono a bella fioritura; persino parecchi re vi si esercitarono con poemetti, distici, iscrizioni: Siebut, Chintila, Recessvint, Wamba. E gran merito nell'istruzione classica dei Visigoti ebbero i grandi vescovi del tempo: Severo di Cartagena, Taio e Branilo di Saragozza, Ildefonso e Giuliano di Toledo, Fruttuoso di Braga, Eugenio II di Toledo, con il poemetto Hexaemeron, che padroneggiò da maestro varie sorta di versi; Siviglia (v.), Nella Gallia, in mezzo ai numerosi sconvolgimenti politici la Chiesa seppe tenere ferma l'unità e la cultura latina, in cui si distinsero Gregorio di Tours ([v.]: Historia Francorum); Venanzio Fortunato con i suoi ca. 250 poemi cristiani di contenuto, ma rivestiti degli abiti e delle forme dell'antica mitologia; i suoi inni sulla Croce furono introdotti nella liturgia.
Secondo ricetto trovò la letteratura latina nell'Irlanda per opera di S. PATRIZIO, SANTO (v.); ne cantò le imprese il discepolo Secondino in 23 strofe troccatriche. Dell'Irlanda è il monaco Columba, che fonda il monastero di Jona, centro di cultura e di irradiamento per tutta la Caledonia; l'abate Adamanno ne lasciò una vita in versi, dove si incontrano tratti di squisita poesia: cui aggiunse De situ Terrae Sanctae, ricavato dalle notizie di Arculfo, vescovo della Gallia, colà naufragato. Inglesi, invece, sono: Gilda il saggio ([v.]: De excidio Britanniae); Aldelmo (v.), della stirpe regale del Wessex, fondatore del monastero di Malmesbury, altro centro di irradiazione culturale, e autore di prose e poemetti, tra cui Symposius, raccolta di 100 enigmi per i primi ingenui rudimenta excitare, e De laudibus virginum, rassegna di uomini e donne, commendevoli per la loro verginità. Ugualmente centro di cul

tura fu l'abbazia di Warmouth, in Northumbria, dove fiorirono il fondatore, BISARCIO (v.), che l'arricchi di numerosi codici portati in 5 viaggi da Roma; Celfrid (v.), anch'egli ricercatore di codici, a cui si deve la celebre « Bibbia Amiatina »; Beda il Venerabile con le sue numerose opere, che abbracciano quasi tutti i campi dello scibile di allora. Nella prima metà del sec. VII l'Irlanda mandò missionari in Germania, che con la fede diffusero anche la cultura latina nei numerosi conventi ivi eretti; Colombano, autore di lettere e di poemetti, con il suo alunno S. Gallo, e soprattutto S. Bonifacio, autore di lettere, poemetti e di una squisita raccolta di enigmi, in cui di enigmatico c'è poco, ma descrivono con fine penetrazione le dieci virtù e i dieci vizi principali. Con lui corrispondevano con lettere in versi le monache Eadburga e Lioba.
14. Età carolingia
La si può chiamare a ragione un rinascimento letterario, perché le lettere presero magnifica fioritura non solo alla Corte di Carlomagno, ma anche nelle principali abbazie di Fulda, Reichenau, S. Gallo e molte altre. Carlomagno dimostrò una cura straordinaria per la cultura. Ad Aquisgrana, sua residenza, accorsero dall'Italia Paolino di Aquileia, il grammatico Pietro da Pisa, lo storico Paolo Diacono; dalla Spagna Teodolfo; dall'Irlanda e Scozia Dungal, ricercatore di codici, Giuseppe Scotto, celebre per le sue figure acrostiche; di Eginardo (v.), biografo dell'Imperatore; anima Alcuino (v.) di York. Ma Aquisgrana non riuscì ad essere, come si sognava, un centro ideale da paragonarsi a R., e già prima della morte di Carlo parecchi paladini si sparsero da varie parti e le lettere, dopo la promettente primavera, tornarono a raccogliersi nella cerchia dei monasteri, perché i laici non se ne curavano molto. A Fulda si distinse, tra altri, Rabano Mauro (v.), il « praeceptor Germaniae », per lo zelo rivolto alle scuole e all'istruzione. A Reichenau si segnalarono Walafrido Strabone che con De visionibus Wettini preluce alla Divina Commedia e con l'Hortulus diede un poema didascalico con tratti assai graziosi e colti sul vivo; Ermoldo Nigello, con il poema sulle imprese di Ludovico il Pio; Sedulio Scotto, Floro, Ratramno di Corbia, Gottescalco. A S. Gallo, dove si iniziarono i primi tentativi di una letteratura tedesca, con versioni interlinearie e vocabolario, si distinsero: Notkero il Baldo, di grandi doti musicali, che diede origine alle Sequenze, diffusesi rapidamente e da molti imitare; Tuttilo, che fece la stessa cosa per gli Introiti con i Tropi; Raptore e i cinque Eccardo, il primo dei quali ebbe l'ordine di trasportare in versi latini alcune saghe germaniche e diede così il poema eroico Waltherius manu fortis; purgato poi dai troppi barbarismi rimastivi (« Haec, quicumque legis stridenti ignosce cicada ») dall'ultimo Eccardo, il V. Attila e le sue più svariate avventure. Di poco posteriore è un altro poema di avventure, di autore ignoto,Il *Roudlieb*, storia del giovane cavaliere Ruod, che costretto a lasciare la patria, passa due anni in esilio in mezzo ad avventure di armi e di amori.
Un'epopea animale si presenta con l'Ecbasis *unius-dam captivi*, in 1175 esametri, di autore ignoto, ma per meato di Virgilio; si tratta di un monaco, il quale descrive sotto il vello di vari animali la sua apostasia, le sue peripezie e finalmente il ritorno all'ovile. Dello stesso genere, ma più breve (344 distici), è *Isengrinns* (l'autore, amantissimo di Ovidio, è ignoto e degli inizi del sec. XII) con le due avventure: la malattia di un leone e il pelle-grinaggio di un camoscio; a questo poema si può solle-gare il più ampio rimaneggiamento di Maestro Nivardo (a metà del sec. XII) *Reinhardus Wulpes*. ROTSVITA (v.) di Gardesheim, che, oltre a vari lavori poetici di argomento agiografico, si occupò di trasformare il teatro di Terenzio, sostituendo la materia scabrosa con altri amori più sani, trattati talora con ingenua disonvoltura.
3. *Verso il Rinascimento* (sec. IX-XIII). - In quest'epoca si andavano svolgendo tra i popoli nuovi di Europa le nuove proprie letterature, e i laici presero a coltivare con cura e anche con talento, mentre il latino continuò ad essere la lingua della Chiesa, del diritto, delle relazioni diplomatiche e anche delle Università e delle soprattutte una assai ricca produzione storica, ma di ineguale valore letterario. Non essendo possibile in tanta abbondanza un elenco particolareggiato (le opere stesse pubblicate in MGH, RIS, *Acta SS.*, PL e in altre raccolte simili sono assai lontane dal dimostrarsi esaurienti) converrà accennare ai vari generi letterari per sommi capi, tanto più che le migliori storie letterarie delle diverse nazioni, accanto alle opere scritte nella propria lingua, sogliono anche trattare di quelle scritte in latino.
Pertanto nel campo della produzione storica tengono un posto importante, in questo tempo, le *Vitae sanctorum*, massime di quelli che hanno riferimenti con chiese, monastri, santuari, mete di pellegrinaggi (Luitgero, Aelthried, Rimberto, Wandelberto di Prüm, ecc.), a cui aggiunsero presto gli annali e le cronache dei monasteri principali (Fulda, Herschfeld, Montecassino, ecc.), le storie delle diocesi (Verdun, Auxerre, di Agnello per Ravenna, ecc.) e le vicende dei popoli minori, dei loro sovrani, delle varie imprese di conquista (Echemero per i Longobardi a Benevento, Liutprando per la storia dei suoi tempi, Wiedkindo per i Sassoni, Ermanno Contatto, Maestro Adamo, Anastasio il Bibliotecario, Giorgio Sin- cello, Oderico Vitale, Flodoardo, Ottone di Frisinga, Guglielmo di Tiro, ecc.). Facile campo trovarono qui le storie miste a leggende, l'ingenua credulità di più agiografi, la smania di edificazione, per cui nelle varie raccolte di leggende di Giacomo di Varazzo, Tommaso di Chantimpré, Cesario di Heisterbach, ecc.) non è sempre molto facile sciogliere dagli ampi paludamenti delle esagerazioni e contaminazioni il nocciolo di verità che rivestono. Né vanno tralasciati i tentativi di dare anche veste epica all'ampia materia così offerta dalle leggende sia nel campo agiografico (ad es., i vari *De triumphi Christi* nei santi e martiri di Palestina, Antiochia e Arabia di Flodoardo di Reims, già citato; la *Vita et passio s. Christi* sopheris di Walter di Spira; *Passio s. Mauritii*, ecc., di Sigberto di Gembloux, ecc.) che nel campo storico (la *Vittoria dei Pisani sui Saraceni* [1088], le gesta dei Perugini, la conquista di Gerusalemme, il *Solymarinus* sulle imprese della prima Crociata, il *Ligurinus* su Federico II Barbarossa, l'Alessandrie di Walter di Châtillon, l' *Historia Mahumetis* del monaco Ildeberto, il *Carolinus* di Egidio di Parigi su Carlomagno, l'Aurora di Pietro di Riga sul Vecchio e Nuovo Testamento).
Intanto si nota una specie di connubio fra la cultura filosofica e quella umanistica (*Polycratius* ed *Enthetus* di Giovanni di Salisbury, ecc.); indi gli studi umanistici vengono considerati come primo grado agli studi filosofici (il *Labyrinthus* di Gerardo di Betun); si fa anzi evidente un forte influsso di Plauto e di Terenzio (ad es., la storia di *Paolino e Polla* di un certo giudice Riccardo, e Venusinae gentis alumnus). Le zone d'ombra del medievo vengono messe in vista da tutta una produzione satirica che tocca il suo culmine in quella comunemente chiamata poesia goliardica dei *clerici vagantes*, dove ora si domandano i soccorsi per poter studiare, ora si sciorino con ampia e talora troppo libertà di parole le più spassose materie, i piaceri del vino e dell'amore (Mihi est propositum in taberna mori), e ora si pungono spietatamente le debolezze del clero e i vizi di tutte le professioni. Alla mancanza di una vera arte e di una vera poesia drammatica suppliscano le rappresentazioni suore unite alla liturgia, specialmente della Pasqua e del Natale e di altri Misteri riferentisi ad esse, che però passarono a riprovevoli contaminazioni con la festa degli asini o dei matti. Rifiuti, invece, assai bene la lirica religiosa e l'innologia (*inni, sequenze, tropi*), non solo con merci classici, ma anche e soprattutto con merci ritmici (s. Pier Damiano, Ermanno Contatto, Pietro il Venerabile, Ildeberto di Tours, Abelardo, s. Bernardo, Adamo di S. Vittore, s. Tommaso d'Aquino) e ampia via ad un ulteriore sviluppo e studio della letteratura offrì specialmente l'opera enciclopedica di Vincenzo di Beauvais: *Speculum triplex, naturale, doctrinale, historiale*, con il ricco tesoro di citazioni e tratti derivati da una straordinaria quantità di autori del mondo pagano e cristiano.
V. Moderna
In questo periodo della massima fioritura dell'umanesimo, improntata ad un vigile studio degli autori antichi, accanto ad una produzione letteraria pagana o pagangeggiante, talora di una leggerezza e un'audacia deprecabili, non mancano opere di letteratura cristiana assai degne di menzione non solo per la perfetta forma stilistica, ma anche per l'elevatezza del pensiero e dei sentimenti. Per l'Italia vanno ricordati: Enea Silvio Piccolomini (Pio II), uno dei massimi fautori del Rinascimento, con *De viris illustribus*, *De puerorum educatione* e l'autobiografia *Commentarii rerum memoriamblum*; Pier Paolo Vergerio con *De ingenuis moribus de liberalibus studiis* adulescentiae; Maffeo Vegio con *De educatione liberorum*; Giacomo Sadoleto con i suoi poemetti e i suoi scritti filosofici e pedagogici; Girolamo Vida con *Ilymmi de rebus divinis* e la *Christiades*; Jacopo Sannazaro con il *De partu Virginis*; Gian Giorgio Trissino, Gerolamo Fracastoro. Fuori d'Italia si possono citare: Giov. Gerson, Willibald Pirkheimer, Trithemius, s. Tommaso Moro, s. Giovanni Fischer, Giov. Dantiscus, Germano di Bric. E. Stephanus, G. Lipsio, Ugo Grozio, il vescovo luterano d'Irlanda Brinjolfr Svensson con la sua bella raccolta di poesie mariane.Nei secc. XVII e XVIII è rimasto celebre il cosiddetto teatro dei Gesuiti, cioè la numerosa serie di drammi che gli insegnanti componevano e gli alunni eseguivano nei vari loro collegi. Il campo, per così dire, di azione era piuttosto limitato, sia per lo scopo prettamente pedagogico, sia per la non ancora pienamente sviluppata perizia artistica degli esecutori. Ciò nonostante ha esercitato un influsso assai notevole e il numero delle composizioni è assai elevato. Generalmente il tema era derivato dalla storia greca e romana, dalla Bibbia, dai fatti salienti della vita dei santi, da episodi di storia medievale e contemporanea, o da argomenti astratti e allegorici intorno a virtù e vizi. Di tra la schiera assai folta di coloro che vi si esercitarono, alcuni vi si distinsero: Giacomo Biedermann, Niccolò Avancini, Niccolò Poussin, Giov. Spinelli. Questo teatro scolastico, adottato in quasi tutte le scuole dei religiosi, trova un riscontro nella parallela letteratura protestante, già stimolata dallo stesso Lutero e che conta come antesignano l'olandese Guglielmo van de Volder-groft.
Nello stesso periodo la lirica, favorita da numerose occasioni di nascite, commemorazioni, matrimoni, vesti- zioni religiose, ebbe qualche cultore degno di nota: M. Sarbiewski, Giacomo Balde, Simone Rettenbacher; l'epica diede la *Sarcotis* di J. Masen, prototipo sotto alcuni aspetti del *Paradiso perduto* del Milton. L'*Urania victrix* del Balde, sopraccennato; il *Jesus puer* di Tommaso Ceva e la *Vita di Maria* del missionario ven. Giuseppe de Anchieta; la didascalica e satirica con Giovanni Lorenzo Lucchesini, Giulio Cesare Cordara.
Il movimento neoclassico moderno. - Nella seconda metà del sec. XIX si nota una valida ripresa della lettera-
tura latina, specialmente nel campo della poesia, la quale, disancorata dagli schemi umanistici e liberamente vagante negli aperti mari dell'epoca moderna, pare finalmente chiudere la parentesi dei secc. XVII e XVIII, in cui se molte furono le esercitazioni latine, poche in paragone furono le voci veramente degne. A questo neo Umanesimo cooperarono la fondazione olandese di Amsterdam, istituita da Giac. Enrico Hoeuff e varie altre che la seguirono (in Italia: il Concorso Ruspantini [Roma], il Concorso Triumviri [Gracae Marina]). Per rimanere entro il campo assegnato della letteratura latina cristiana, vanno citati: lo svizzero Pietro Esseiva, con i Poematiti biblici e le Elegie romane; Dicgo Vitrioli (Xiphias); Leone XIII con Odi, Epigrammi ed Elegie, aderenti alle vicende dei tempi; Giov. Pascoli (v.) con i suoi Poematiti cristiani; Herman Weller (Lucius, Fabius et Cornelia); A. Zappata (Mater Jesu, Mater Judae); Alfredo Bartoli (Sophronia); A. Casoli (Telemachus Lyricorum liber I et II); G. A. Rocco (Africa, Thriumphele melos); F. S. Alessio (Vitus); G. Morabito (Martyrres); Diego Verghetti (Gloriosus Ordo B.M.V. de Mercede); A. Monti (De arte volandi, Ad Polum versus); R. Currozzari (Caecilia); O. Cagnacci (Odae); A. Trazzi (Formicae magistrae, Pio Papae XI); V. Genovesi (Carmina, Carmina fidei); A. Bacci (Inscriptiones, Oratio nes, Epistolae). Da accogliere con simpatia il nuovo (1953) periodico latino trimestrale Latinitas, pubblicato sotto gli auspici della S. Sede, che tratterà, fra l'altro, anche degli sciuttori latini cristiani antichi e recenti.
III. Arte.
Sommaro:
I. L'età antica
II. L'arte del sec. IV alla seconda metà del sec. XVIII. - III. L'arte dalla seconda metà del '700 ai nostri giorni.I. L'età antica
Le testimonianze che hanno lasciate di sé gli uomini che vivevano in epoca preistorica sui colli ove poi sorse R. e quindi i più antichi abitatori della città sono strettamente connesse a quelle delle altre popolazioni che allora vivevano nel centro della penisola. Ma intorno al sec. VII sembrano prevalere elementi della cultura etrusca anche nel campo delle arti figurative e il nome dello scultore Vulca di Veio è legato alle più antiche immagini venerate nel tempio del Campidoglio ed alla splendida lupa bronzea, opera del sec. VI a. C., conservata nei Musei Capitolini, emblema essa stessa della città.Così sono in relazione con la cultura degli Etruschi le più antiche opere architettoniche di R., quali il Carceri Mamertino, il Tullianum, o la cloaca Massima che convogliava le acque del Foro verso il Tevere e che testimonia a quale alto grado di civiltà e perizia tecnica si fosse allora pervenuti nella regione. D'altro canto il cippo con una iscrizione in latino arcaico scoperto sotto la cosiddetta tomba di Romolo nel Foro, certo è anteriore all'anno 500 a. C. Frattanto nell'Italia meridionale e nella stessa Etruria a partire dal IV sec. a. C., giungevano con maggiore intensità influssi ellenici che presto si rifletterono anche sulle manifestazioni architettoniche plastiche e pittoriche dei Romani, come testimonianze non solo i tre templi del Foro Oltorio, che sono sotto la chiesa di S. Nicola in carcere o l'altro detto della Fortuna Virile, ma la monetazione romana, urne bronzee, cippi e sarcofagi marmorei dal IV sec. a. C. in poi e le più antiche memorie di una attività pittorica in R., quale il frammento dell'affresco rinvenuto sull'Esquilino, oggi nel Palazzo dei Conservatori sul Campidoglio, da assegnare pur esso al sec. III a. C.

più antiche memorie di una attività pittorica in R., quale il frammento dell'affresco rinvenuto sull'Esquilino, oggi nel Palazzo dei Conservatori sul Campidoglio, da assegnare pur esso al sec. III a. C.
Successivamente negli ultimi due secoli della repubblica l'arte si sviluppa con maggiore intensità. Gli elementi che vi concorrono sono in prevalenza l'etrusco e l'ellenico ma fusi con sempre maggiore indipendenza ed originalità. Si potrebbe anzi dire che la cultura architettonica e la grande perizia tecnica degli ingegneri etruschi, costruttori mirabili di archi e volte, allora fornissero la ossatura degli edifici, mentre i portali della cultura ellenica fossero tenuti d'occhio soprattutto per la loro decorazione e il loro rivestimento di marmi policromi.
Ma già da quei tempi le costruzioni di carattere ufficiale o celebrativo tendevano al grandioso, all'imponente, e non solo i primitivi templi di legno e terracotta cedevano gradualmente il posto a costruzioni di pietra, ma si adornavano di ampie scale d'accesso, come quello dedicato alla Magna Mater sul Palatino, che è del 1911 a. C., o avevano grandi porticati come i templi innalzati in Campo Marzio in onore di Giove e Giunone dall'architetto Hermodoros di Salamina per ordine di Metello, vincitore della guerra macedonica, l'anno 146 a. C. Contemporaneamente i Romani intraprendevano la costruzione delle loro prime basiliche, di grandi mercati, di porti, di acquedotti, di vie. E la costruzione di quest'ultime implicava quella dei ponti che ebbero arcate sempre più alte, robuste ed ardite, impostate, come negli acquedotti, su forti pilastri. Opere che già ebbero allora quell'accesso di potenza struttiva più tardi caratteristico delle maggiori costruzioni del periodo imperiale. Già s'afferma quindi in età repubblicana in opere di carattere utilitario - ed a lungo potrebbe dirsi dei valori architettonici delle opere di fortificazione - quella particolare into-
nazione di imponenza solenne e grandiosa che nella città rinnovata in epoca imperiale sarà caratteristica di R. Frattanto nelle ville sempre più ricche e nelle case si evolvavano forme strettamente connesse a quelle celle-niche ordini architettonici (v.) ormai tradizionali, cioè il dorico, lo ionico, il corinzio, il tuscanico e quindi i vari tipi di composito.
Ma giunti al I sec. a. C. mentre si ricostruiva con nuovo gusto il tempio di Giove sul Campidoglio, incen-diatosi nell'83 a. C. durante le lotte sfilate, nel 55 P. peo costruiva il primo grande teatro in pietra della città, mentre Cesare, innalzati i Saepta, cioè un gran portico a colonne che seguendo la Via Flaminia si spingeva dal Campo Marzio verso il Campidoglio, intraprendeva la costruzione del Foro, che da lui ebbe il nome, e della Basilica Giulia. Aveva in tal modo inizio quel radical trasformarsi del centro cittadino che successivamente, nello spazio di quattro secoli, doveva affollarsi di uno dei più importanti complessi di architetture, che sia stato visto in Occidente.
15. L'architettura
Dapprima si assiste ad un potenziamento, per così dire, delle forme etrusche ed ellenistiche caratterizzate da una maggiore imponenza degli edifici nei quali quelle forme appaiono. Segue una seconda fase, che ha inizio sul finire del sec. I dell'era cristiana. In essa gli elementi della antica tradizione classicista di derivazione ellenica s'accompaiono ad altri da essa indipendenti, o, seppure da essa stessa e da quella etrusca o da altre culture ancora derivati, evolutisi con indipendenza e novità d'orientamento. E infine una terza fase che occupa quasi tutto il III sec. e gli inizi del IV dell'era cristiana. Nella quale ultima le forme architettoniche dei Romani maturati nelle precedenti esperienze si evolvono con assoluta indipendenza ed acquistano originalità assoluta anche nelle mete da perseguire. Principale fra tutte quella di elevare strutture nelle quali le masse piastriche, chiaramente definite e contrapposte in una sante alternanza di luci e di ombre, rendano quasi concreto il senso dello spazio architettonico.Le opere principali della prima fase esistenti in R. sono oltre le già citate costruzioni del tempo di Silla, di Pompeo e di Cesare, quelle elevate al tempo degli imperatori del I sec. dell'era cristiana da Augusto a Traiano: la tomba di Augusto e quella di Cecilia Metella, la casa detta di Livia sul Palatino, il Palazzo imperiale di Tiberio e quello di Domiziano pure sul Palatino, l'arco di Tito, il teatro di Marcello, l'anfiteatro Flavio (il Colosseo), il Foro di Augusto e quello di Nerva. In tutti questi edifici, sebbene con inflessioni nuove e nuova forza di accettazione chiaroscurale, hanno ancora valore, nei rapporti fra le singole membrature, le leggi della precedente sintassi architettonica di tradizione ellenistica. E tale valore appare nelle singole parti del maggior complesso di edifici che dà inizio alla fase successiva, cioè nel compimento dei Fori imperiali, attuato da Traiano su progetto di Apollodoro di Damasco fra il 111 e il 114 e concepito con un mirabile senso di unità ed una grandiosità di intenti fino allora sconosciuta in Occidente. Conquistate ormai e perfettamente possedute nuove tecniche costruttive, quali l'uso del mattone in luogo del tufo e della pietra e quello della malta cementizia, nonché una straordinaria abilità nel girare volte a botte e a croce, e cupole, tali conquiste fanno la loro maggiore prova nella ricostruzione avvenuta fra il 115 e il 125, del Pantheon, già elevato da M. V. Agrippa ed incendiatori nel 110. Qui tuttavia la grande rotonda, coperta da una cupola emisferica che ha metri 43,50 di diametro, che è l'elemento in certo senso più originale dell'edificio, è accostato ma non fuso a quello di tradizione classicista costituito dal pronao. Una sorta di eclettismo di cui avremo un riflesso anche come accostamento di espressioni architettoniche di gusto diversissimo nei vari edifici della villa dell'imperatore Adriano che è sotto l'ivoli, nel mausoleo di quell'Imperatore e infine nelle architetture del tempo di Marco Aurelio e Settimio Severo quali l'arco nel Foro ed il palazzo di quest'ultimo Imperatore che è sul Palatino. Nei quali edifici è evidente una sempre maggiore fantasiosità nelle piante e nelle strutture ed un accentuarsi del gusto per il pittoresco e lo scenografico nel giuoco alterno delle colonne aggettate dei frontoni, delle nicchie, delle pareti variamente mosse e ondulate. Esso si risolve, negli imponenti simili edifici della terza fase della architettura dei Romani che ha inizio con la costruzione, avvenuta fra il 212 e il 216, delle terme dell'imperatore Caracalla, in espressioni di altissimo e nuovo valore estetico. Così nel mausoleo dei Gordiani (238-44) che ricorda il Pantheon, così nella sala termale o ninfeta detta tempo di Minerva Medica, così nelle terme di Diocleziano (284-305), così nella basilica iniziata da Massenzio e compiuta l'anno 312 da Costantino, così infine nell'arco di trionfo eretto nel 315 in onore di quest'Imperatore dal Senato e dal popolo romano. In questi edifici, e negli altri della stessa età riflettenti lo stesso gusto, le strutture limpide e schiette esprimono con assoluta chiarezza idee architettoniche che sono logiche ed armoniche insieme. Ciò è perseguito a mezzo del pieno possesso di una tecnica mirabile per cui i vari elementi delle costruzioni, pareti, pilastri, archi, vòlte, cupole s'atteggiano con assoluta apparente libertà, dominati come sono dalla mente di grandissimi architetti.
La gigantesca basilica di Massenzio compiuta da Costantino è, in tale senso, il capolavoro della architettura dei Romani. La perfetta rispondenza tra vuoti e pieni, l'alternanza delle masse plastiche che generano un senso di solenne armonia, il giusto equilibrio tra lo sforzo e la resistenza, i vigorosi rapporti di ombre e luci contribuiscono, oltre che a rendere concreto il senso dello spazio, ad esprimere a pieno il dominio della umana intelligenza sulla materia, per cui ne scaturisce dalla contemporazione un senso di fiducia nelle stesse capacità umane che dà un godimento pieno e completo.
Tuttavia nella stessa R., accanto a queste importanti stesse testimonianze di una attività architettonica di carattere ufficiale, continuava a vivere — e se ne hanno molteplici testimonianze che vanno dalla casa cosiddetta di Livia sul Palatino al portico degli dei Consenti ai piedi del Tabularium sotto il Campidoglio, un altro filone architettonico. Esso aveva una intonazione più semplice e quasi modesta, che si manifesta in edifici di minor mole, nelle case soprattutto ove attorno a peristili a colonne e a cortili si dispongono le stanze, coperte da soffitti protetti da tetti a spiovente e terrazze. Edifici codesti ove non vengono posti i gravi problemi delle coperture a vòlte e cupole impostate su pilastri, propri delle maggiori architetture sopra ricordate, ma tutto si risolve in forme semplici e serene senza oratoria; e il peso delle coperture, che hanno l'assatura in legname, grava in senso perpendicolare e diretto sulle pareti o sulle colonne e i pilastri architavati. È a questo secondo filone dell'architettura romana che nel sec. IV a R. vennero in massima parte attinte le forme usate per elevare le prime chiese (v. BASILICA; CHIESA; ITALIA, L').
16. La scultura
Già si è accennato alla attività di Vuca scultore etrusco di Veio, attivo agli inizi del sec. V a. C., autore di sculture per il tempio capitolino di Giove e forse della lupa bronzea del Museo dei Conservatori. Certo si è che, come nel campo della architettura, in quello della plastica la più antica attività romana si confonde con quella etrusca. Così è evidente nella vista di Coroni del Museo di Valle Giulia che è un'urna di bronzo ove sono raffigurate con meravigliosa finezza scene della storia degli Argonauti e v'è una iscrizione latina che la dice eseguita a R. da un Novios Plautios. Così hanno rapporti con il caratteristico accentuato verismo di tradizione etrusca i numerosi ritratti dell'età repubblicana. Tuttavia, quando si è al I sec. a. C., le forme più colte e raffinate collegate ai modi dell'ellenismo, seguendo in ciò un moto parallelo a quello notato nei campi dell'ar-chitettura, spesso si volgono a rappresentazioni ove le immagini vengono trasferite dal piano della realtà individuale a quello della genericità, fino ad assurgere alla dignità di tipi. Così nei frequenti ritratti di Cicerone, di Pompeo, di Cesare ed infine di Augusto, tra i quali bellissimo quello rinvenuto a Prima Porta, e successivamente nei ritratti degli altri imperatori e dei principalipersonaggi delle loro famiglie. Nella quale
serie, tuttavia, spesso incidono anche i modi
più accentuatamente realistici della antica
tradizione locale che per proprio conto si
afferma in una grande quantità di ritratti
di cittadini e privati.
Accanto alla serie dei ritratti, l'arte ro-
mana, che ha lasciato anche numerose copie
di sculture elleniche di varie età, eccelle
in un gruppo di splendidi rilievi di conte-
nuto storico e commemorativo che va da
quelli dell'Ara Pacis di Augusto (anno 9 a. C.),
a quelli dell'arco di Tito, agli altri della co-
lonna Traiana, ove si afferma una maggiore
indipendenza dalla cultura ellenica, agli altri
ancora che decoravano l'arco elevato in onore
di Adriano lungo la Via Flaminia, ove è un
ritorno a modi colti di quella tradizione, ai
successivi del tempo di Marco Aurelio e di
Settimo Severo, caratterizzati - come la
contemporanea architettura - da una chiara
ricerca di effetti pittorici. Poi nel sec. III nei
campi della plastica si assiste ad un duplice
movimento. Da un lato, come nel famoso
ritratto di Caracalla, è una accentuata ricerca
veristica a prevalere, e ne deriva un accen-
tuato tormento delle superfici alla ricerca di segni incisivi
e definiti, dall'altro, successivamente, come nei ritratti di
Gallieno, si assiste ad un graduale ammorbidimento e
disfacimento quasi pittorico delle superfici, ottenuto con
passaggi lievi di superfici sfumate.
Nella seconda metà del secolo i due modi coesistono
e talvolta appaiono nella stessa opera, fin quando, al tempo
di Costantino, vengono nuovamente distinti, sebbene in
due aspetti nuovi. Da un lato, nei rilievi dell'arco famoso,
gli intenti pittorici servono a dare vigore e carattere a
immagini collegate a modi popolareschi e provinciali -
che, come spesso avviene nei momenti che seguono il
trapasso da una civiltà ad un'altra, sono nuova fonte di
ispirazione - dall'altro le immagini superficiali racchiuse
entro schemi quasi architettonici appaiono statiche, iera-
tiche, astratte, fuori da ogni umana contingenza. Il na-
turalismo ellenistico, il delicato pittoricismo, i morbidi,
sapienti passaggi dei piani che segnano il digradare delle
superfici, in una parola gli antichi ideali della bellezza
classica gradualmente decadono, in quanto la nuova spi-
ritualità determinata con il trionfo del cristianesimo ora
ha bisogno di forme nuove d'espressione. Né conta che
talvolta durante il sec. IV e poi ancora nel V, le antiche
forme ancora si affermano in opere di alta bellezza; e
basta citare il sarcofago di Giunio Basso delle Grotte
Vaticane. Quanto successivamente apparirà quale forza
valida per il cammino dell'arte deriverà più da quei
marmi ove si affermano idealità antiaccademiche ed anti-
classiche che non dagli altri ove tali idealità, sebbene
con sempre minor vigore, vengono contrastate. Essi più
che la forza rappresentano il peso della tradizione.
17. La pittura
È relativamente scarso il numero delle pitture degli antichi Romani giunte fino a noi. Il fram- mento con scene di combattimento rinvenuto sull'Esqui- lino ed oggi nel Museo Capitolino è la testimonianza più antica (sec. III a. C.) di una attività pittorica a R. Essa era evidentemente collegata all'arte etrusca. Che tuttavia a R. i pittori abbiano svolto una intensissima attività ed abbiano attinto vette altissime nella espressione, può de- dursi dalle antiche testimonianze e da quanto ancora dell'opera loro rimane. I templi, i palazzi, le case, le tombe dei Romani erano tutte decorate con pitture nelle quali erano riflessi modi simili simili a quelli delle pitture di Pompei e di Ercolano, che per essere giunte in maggior numero fino a noi danno forse un quadro più organico della evoluzione e dei vari modi stilistici della pittura in Italia nel I sec. dell'era cristiana. Tuttavia le decora- zioni della Villa della Farnesina, quelle della casa di Livia sul Palatino e della Villa detta di Livia a Prima Porta nonché le altre provenienti da una casa dell'Esquilino, oggi nel Museo Vaticano, oltre le decorazioni dei palazzi imperiali e particolarmente della Domus Aurea neroniana,4.

documentano l'alto grado di cultura pittorica raggiunto a R. nel I sec. dell'impero.
L'urbanistica antica e medievale. - La città con-
tinuava ad essere, malgrado lo splendore di alcuni mo-
numenti, in massima parte costruita in legname, se l'in-
cendio sviluppato al tempo dell'imperatore Nerone il
18 giugno dell'anno 64 dell'era cristiana divampò irre-
fernabile per nove giorni consecutivi distruggendo com-
pletamente tre regioni e parzialmente altre sette. Nella
ricostruzione che seguì - narra Tacito - le fabbriche
vennero allineate con nuova regolarità, isolate le une dalle
altre e limitate, o almeno disciplinate, nell'altezza. Una
città ormai troppo grande e troppo ricca per non atti-
rare le cupidigie dei barbari che si facevano sempre più
minacciosi oltre e dentro gli stessi confini dell'impero.
Fu così che Aureliano l'anno 271 delle intizie alla costru-
zione della nuova splendida cinta di mura della città
ancora in massima parte esistente. Una cinta che ha un
perimetro di 19 km., ove si contavano 383 torri di di-
fesa, 14 porte maggiori, 5 minori e che per un secolo e
mezzo ca. preservò effettivamente R. dall'altra regio degli
invasori. Agli inizi del IV sec. dell'era cristiana R. era
veramente la più splendida e ricca città del mondo. Aveva
27 pubbliche biblioteche, 11 terme, 856 bagni, 1352 fon-
tane pubbliche, 8 campi di giuoco, 5 naumachie, 11
grandi Fori, 15 ninfei, 10 basiliche maggiori, 19 acque-
dotti, 36 archi trionfali, 8 ponti sul Tevere, 3 grandi
teatri. Poi Costantino trasferì la capitale dell'impero sulle
rive del Bosforo a Costantinopoli e per legge inelutta-
bile delle sorti umane R. cominciò a decadere.
La nuova società, educata alle idealità del cristia-
nesimo, perseguiva allora mete ben diverse che l'antica,
mentre le milizie imperiali e le mura d'Aureliano non
erano più baluardo sufficiente a contenere la furia bar-
barica. E nell'ag. 410 i Goti di Alarico, superati quei
baluardi, per due giorni saccheggiarono la città. Quaran-
tacunque anni più tardi, nel 455, furono i Vandali, gli
Arabi e i beduini a mettere a ferro e fuoco R. per quattro-
dici giorni. La città ormai andava in rovina, né valsero le provvidenze dell'intelligente re barbaro Teodorico ad arrestarne il declino. Egli restaurò il teatro di Pompeo, il Colosseo, alcuni acquedotti, le cloache. Ma era ben poco di fronte all'abbandono in cui ogni cosa decadevano. Abbandono che divenne quasi completo quando Vitige, cinta d'assedio la città per oltre un anno, dal febbr. del 537 al marzo del 538, tagliò gli acquedotti, donde affluiva la sua linfa vitale. Ormai anche il suburbio era tutto in sfacelo, le ville, gli orti, le vigne. La campagna fu invasa dai malfattori, e dagli acquitrini sempre più tremendo avanzò il flagello della malaria. Né valsero le provvidenze dei pontefici quali Adriano I (772-95), Leone III (795-816) o Pasquale I (817-24) che restaurarono antichi fichi o ne costruirono di nuovi. R. conservava solo nelle memorie e nelle immaginazioni degli uomini il suo antico splendore. Poi nell'XI, XII e XIII sec. col rifiorire generale delle coscienze e delle energie che caratterizzava il sorgere e lo svilupparsi dell'età romana, anche l'edilizia cittadina ebbe nuovo impulso, e R. l'anno 1300 le lebrandosi il Giubileo, poté apparire splendida anche di nuovi edifici a due milioni di pellegrini che v'accorsero da ogni parte d'Europa. Ma fu una breve rinascita, che le lotte intestine durante l'esilio avvignonese di nuovo la stremarono, né valsero le parole infuocate di Cola di Rienzo o le provvidenze del card. Albornoz ad arrestare il suo nuovo decadere. Il Trecento, che in tante e tante altre città di Italia ha segnato un periodo di vero splendore ed impreso nelle loro vie, nelle piazze, nei palazzi pubblici, in interni quartieri, un carattere di bellezza, di forza e d'eleganza che i secoli successivi non hanno cancellato, segnò un periodo di stasi per l'attività edilizia romana che avrà una nuova ripresa soltanto sul finire del primo quarto del sec. XV. Allora Martino V Colonna, rientrando il 30 sett. del 1420 nella sua città natale, la in stato di completo abbandono, pose ogni suo maggiore impegno nel restauro e nella ricostruzione del-gli antichi edifici. E volle inciso sulla medaglia comprimatoria del suo pontificato il motto: «Dirutas ac labentes Urbis restauravit ecclesias».
II. L'ARTE DAL SEC. IV ALLA SECONDA METÀ DEL SEC. XVIII. - I. L'architettura dal sec. IV all'XI. - Nessa delle basiliche elevate da Costantino e dai personaggi della famiglia imperiale o dalla sua corte è giunta intatta fino a noi. Anzi fra le architetture basilicali del sec. IV solo la chiesa di S. Pudenziana conserva nelle sue strutture molta parte del primitivo edificio. Per le altre, quali quelle di S. Pietro, di S. Paolo, di S. Croce, di S. Lorenzo e così via, quanto rimane della primitiva costruzione può essere solo utile ad una loro ideale ricostruzione grafica. Esse ad ogni modo si collegano a quel filone della tradizione architettonica romana, cui sopra s'accennava, di forme essenzialmente semplici e chiare. Mura e allineamenti paralleli di colonne sostenevano coperture (tetti a capriate) che gravavano in senso perpendicolare sugli elementi portanti. Sul lato minore della fabbrica, opposto a quello dell'ingresso, si incurvava una abside decorata, come le pareti, di pittura o musica. Il mausoleo di Costantina, detto chiesa di S. Costanza, come le parti più antiche del Battistero Lateranense lasciano invece intendere gli stretti legami che uniscono queste costruzioni a sistema centrale a tipi analoghi di edifici romani coperti con volte a cupola. Nei secoli successivi, fino al X-XI, questi due tipi di costruzione si trasformano secondo un processo di semplificazione e spesso di impoverimento degli aspetti primitivi. Al sec. V infatti appartengono la disposizione generale della basilica di S. Maria Maggiore, quella di S. Sabina sull'Aventino, quella di S. Pietro in Vincoli, tutte riflettenti lo schema basilicale costantiniano, nonché la chiesa circolare di S. Stefano Rotondo che può essere considerata, nel suo schema, una semplificazione di un precedente tipo di costruzioni a sistema centrale.
Nelle costruzioni romane del VI e VII sec. alcune delle quali tuttavia per vari aspetti simili a quelle del V (S. Pancrazio), appaiono elementi derivanti dall'Oriente bizantino. Così nella parte dovuta a papa Pelagio II della basilica di S. Lorenzo fuori le mura, così in quella di S. Agnese ricostruita da papa Simmaco (498-514) e decorata da Onorio I (625-38). Ad Onorio va anche ascritta la costruzione della primitiva chiesa del SS. Quattro Coronnati. Un edificio veramente grandioso e bellissimo. Ma al sec. VII appartiene anche la costruzione della chiesa di S. Giorgio in Velabro, che riflette un sentimento architettonico ben diverso: un senso di trascuratezza e di ostentata indifferenza per le vecchie formole, un'aria disattenta e svogliata. Così nelle parti più antiche (sec. VIII) di S. Maria in Cosmedin e di S. Giovanni a Porta Latina. Poi, agli inizi del sec. IX, c'è come una ripresa architettonica che si riflette nelle chiare armonie spaziali create dagli architetti di papa Pasquale I (817-34) in S. Prassede, S. Maria in Domnica, S. Cecilia, nella più tarda basilica di S. Marco e nelle parti che possono assegnarsi al sec. IX nella chiesa di S. Maria in Aracoli. Quanto rimane del sec. X non lascia intendere che quel movimento di rinascita abbia avuto seguito nei tempi immediatamente successivi.
2. La scultura dal sec. IV all'XI. - I due aspetti assunti dalla plastica agli inizi del sec. IV e chiaramente esemplificabili nei rilievi per l'arco di Costantino e in quelli del sarcofago di Giunio Basso, gli uni tendenti ad un pittoricismo espressionistico di gusto nettamente anticlassico, gli altri ancora riflettenti appunto le idealità che per secoli erano state proprie dell'arte classica, sono riflessi in numerosissimi marmi del IV, e vi sec. Così in alcune statue, quali, p.es., quelle costantiniane di S. Giovanni e del Campidoglio, come nei rilievi della porta di S. Sabina (422-32) o nei monogrammi di Giovanni II (532-35) della chiesa di S. Clemente. Allora in alcune decorazioni di elementi architettonici il gusto plastico fa anche pensare a decisi influssi orientali (capitelli a S. Agnese, S. Clemente, SS. Quattro). Poi fra il VII, l'VIII e il IX sec. anche a R. si diffonde il gusto per la decorazione plastica a basso rilievo di tipo genericamente detto barbarico (v. BARBARICA ARTE) ove frequentemente appare la treccia di vimini accanto a rappresentazioni del sole, della luna, delle palme, della croce, ecc. Ne abbiamo esempi a S. Sabina, a S. Maria in Trastevere, a S. Clemente, a S. Maria in Cosmedin, a S. Maria del Priorato, ecc. Ma nel sec. IX, negli elementi decorativi delle architetture del tempo di Pasquale I è già chiara l'aspirazione verso forme plastiche più vicine alla scultura antica, così nel portale della cappella di S. Zenone a S. Prassede.
3. La pittura fra il sec. IV e l'XI. - A R. meglio che in qualsiasi altro luogo del mondo è possibile seguire, riflessa nelle opere pittoriche, la evoluzione del gusto figurativo durante tutto il medioevo. Ma anche nel campo pittorico fino dal sec. IV si distinguono due nette correnti. Una ancora accademica legata ai modi tradizionali del classicismo, l'altra espressionistica ed antiacademica, e, almeno in parte, da collegare ai modi della pittura compendiaria diffusi non solo dalla pittura catacombale. I musei della volta anulare di S. Costanza, quelli dell'abbazia di S. Pudenziana, che sono dei primissimi anni del secolo, gli altri pure del sec. V della navata di S. Maria Maggiore e della parete di controfacciata della chiesa di S. Sabina; come quelli del sec. VI dell'abbazia della chiesa del SS. Cosma e Damiano possono collegarsi alle varie gradazioni dell'antico classicismo che va modificando anche a contatto con modi orientali, che nel sec. V già si riconoscono nel museo dell'arco trionfale della basilica di S. Paolo. Ma nel sec. V forme in rapporto con la pittura impressionistica sono evidenti nel museo dell'arco trionfale di S. Maria Maggiore. Tuttavia sul finire del sec. VI nei musei dell'arco trionfale dell'antico S. Lorenzo fuori le mura, e nel VII in quelli dell'abbazia di S. Agnese e quindi negli altri dell'oratorio di S. Venanzio presso il Battistero Lateranense prevalgono modi bizantini, che pure nel VII e poi nell'VIII e IX sec. in forme e accenti che diremmo dialettali, s'affermano ancora nelle pitture ad affresco che sono in S. Maria Antigua, in S. Saba, in S. Clemente, in S. Crisogono, in S. Maria in Via Lata, ecc. Ma nel sec. IX che un gruppo bellissimo di musei, a S. Prassede, S. Maria in Domnica, S. Marco, S. Cecilia, testimonia un sostanziale mu-
1197
tamento del gusto per cui vengono esaltati, anche in opere di carattere monumentale, quei valori di un cro-matismo acceso, violento addirittura, che già nel sec. v apparivano nel museico di S. Maria Maggiore, e che segna una risoluzione in senso anticlassico ed antiradi-zionale delle vicende della pittura romana del medioevo. Tuttavia, come per la contemporanea architettura e scul-tura, quel momento particolarmente felice dell'arte ro-mana non ebbe un seguito nei tempi immediatamente successivi, quando nel sec. x negli affreschi dell'abside di S. Stefano del Palatino, nell'altro del Cristo circondato da angeli in SS. Giovanni e Paolo, in altri ancora fram-mentari in S. Crisogono, ecc. appaiono forme stanche di vaga impronta bizantina. Ma nel sec. xi un capolavoro: la Madonna dipinta su tavola e venerata in S. Maria in Araceli annuncia tempi nuovi anche per la pittura romana.
18. L'eta romanica
Fu durante l'eta romanica che a R., con indipendenza ed originalità rispetto a quanto avveniva nelle altre città italiane, risorse le arti figurative, mentre con precedenza e più chiaramente che altrove fra le sue mura si definivano alcuni principi che dovevano rimanere alla base dello stesso Rinascimento italiano. Quello soprattutto di: antico, sinonimo di bello.In architettura ciò è manifesto in una complessa im-portante serie di costruzioni da assegnare appunto dal sec. xi al xiii: quali le chiese di S. Maria in Cappella, S. Maria in Trastevere, S. Crisogono, S. Lorenzo fuori le mura o come i portici di S. Cecilia, S. Giorgio in Velabro, S. Lorenzo in Lucina, SS. Giovanni e Paolo, ecc. In queste costruzioni le forme sembrano collegarsi direttamente a quelle delle fabbriche del tempo di Pasquale I, ma sono ancora più vicine a quelle di alcune grandi ar-chitetture del sec. v i cui rapporti sono stati sicuramente tenuti a modello dai nuovi costruttori. Malgrado ciò qual-che tipo nuovo, o parzialmente tale, appare anche nelle architetture romane dell'eta romanica. CAMPANILE (v.) quadrati, a dadi sovrapposti, che numerosissimi furono allora elevati a fiancheggiare le nuove e le anti-che chiese, mentre è cosa veramente nuova la loggetta alla lombardesca che coronò nel sec. xiii l'esterno del l'abside della chiesa dei SS. Giovanni e Paolo.
Tuttavia l'aspetto più caratteristico ed originale è dato in queste architetture dalla mirabile veste decora-tiva che ad essa hanno saputo apprestare i marmorati detti comunemente, dal nome di una loro famiglia, COSMATI (v.), e cosmatesca la loro maniera di decorare con marmi policromi e musica. Architetti essi stessi, questi marmorari hanno elevato quelli che per molti aspetti possiamo considerare i capolavori della architettura ro-mana di quel tempo: i due chiestri delle basiliche del Laterano e di S. Paolo, opere appunto dei componenti di una fra le più illustri famiglie di marmorari romani degli inizi del sec. xiii detta dei Vassalletto (v.). Negli elementi architettonici e decorativi dei due chiestri non sarà difficile riconoscere qualche portato del gusto gotico la cui maggiore se non unica testimonianza rimane a R., nel campo architettonico, la chiesa di S. Maria sopra Minerva elevata, si vuole, da quei frati Sisto e Ristoro che a Firenze costruirono S. Maria Novella.
La scultura dell'eta romanica presenta caratteri ana-loghi a quelli della architettura, anche perché essa in massima parte fu praticata da quei marmorari cui sopra s'accennava, che gradualmente, tenendo d'occhio mo-delli antichi ma anche orientali e nordici, riconquistarono il senso di una rigorosa plasticità che permise loro, sui finire del 1200, di intendere anche alcuni essenziali va-lori della Cambio (v.). Questi fu a R. nell'ultimo venticinquantuno del secolo la-sciandovi opere insigni quali i monumenti a Carlo d'An-giò in Campidoglio, i cibori di S. Paolo e S. Cecilia, la tomba del card. Annibaldi, frammentaria, nel chiostro di S. Giovanni in Laterano, le immagini del Presepe di S. Maria Maggiore.
Nella pittura le conquiste non furono, fra il sec. xi ed il xiii, certo minori, ove si consideri non solo la bel-lezza degli affreschi, appunto della fine del sec. xi, della basilica di S. Clemente, da collegarsi al filone della pit-tura narrativa e popolare che qui assurge ad altissima dignità di stile, quanto le grandi decorazioni museiche nelle absidi di S. Clemente, di S. Maria Nuova, di S. Maria in Trastevere, di S. Paolo fuori le mura, di S. Maria Maggiore e di S. Giovanni in Laterano, queste due ultime opere di Jacopo Torriti. Ed è anche a R. che allora s'afferma e domina la grande personalità di uno dei massimi geni pittorici del medioevo italiano: Pietro Cavallini (v.), mentre a R. lavora lo stesso Giotto.
Poi durante il sec. xiv, ai tempi dell'esilio avignonese e delle lotte intestine, le arti decadere del tutto e nella città abbandonata trovarono lavoro pochi artisti fore-stieri giuntivi dalla Toscana o dalla Campania. Ma nel terzo decennio del sec. xv, al tempo di Martino V Co-lonna, R. torna ad essere un centro vivissimo di operosità artistica. E mentre si ricostruiscono e restaurano basiliche, chiese e palazzi, a R. giungono da ogni parte d'Italia, chiamati da quel Pontefice, artisti illustri, e v'operano Masolino, Masaccio, Gentile da Fabriano ed il Pisanello pittori, e quindi Donatello scultore, mentre al tempo di Niccolò V è chiamato a R. per lavorare nella cappella dedicata ai SS. Stefano e Lorenzo in Vaticano anche il Beato Angelico e, chiamati da Paolo II giungono più tardi anche architetti famosi quali Bernardo Rossellino e Giuliano da Majano che lavorano successivamente e rispettivamente al restauro della basilica di S. Marco e nel palazzo che le sorge al lato. Ma ecco che Sisto IV della Rovere, eletto papa nel 1471, vuole preparare la città a celebrare degnamente il Giubileo del 1475. Le opere architettoniche allora promosse da quel Pontefice per mano di un vigoroso architetto, Pontelli (v.) sono numerosissime, ma su tutte tre eccellono: un nuovo ponte sul Tevere, che da Sisto prese e conserva il nome, un grandioso ospedale rinnovato, quello di S. Spirito in Sassia, la costruzione della Cappella Sistina. Quando nel 1484 Sisto IV moriva, da un anno circa erano stati ulti-mati gli affreschi della più antica decorazione di quel famosissimo ambiente. Avevano in essi lavorato, sotto la guida di Sandro Botticelli, alcuni fra i maggiori pittori del tempo, quali Luca Signorelli, il Perugino, il Pintu-ricchio, Domenico Ghirlandaio, Cosimo Rosselli, fra' Dia-mante, Bartolomeo della Gatta, mentre per volontà dello stesso Pontefice operavano ugualmente a R. Melozzo da Forlì e Piero della Francesca.
Allora i marmi delle cantorie e delle transenne della Sistina erano scolpiti nella bottega di un attivissimo mae-stro lombardo, Andrea Bregno, presso la quale lavora-vano quasi tutti gli altri maestri di scalpello attivi nella città, compresi lo stesso Mino da Fiesole e Giovanni Dalmata. Ma non Antonio del Pollaiolo che lasciava il segno della sua potenza nei monumenti funebri di Sisto IV e di Innocenzo VIII, il Papa che aveva chiamato a lavo-rare in Vaticano anche Andrea Mantegna. Il Bregno, personalità dominante nel campo della pratica edilizia romana è anche quegli cui si deve in massima parte una delle più caratteristiche espressioni architettoniche quat-trocentesche della città: la parte Cancelleria (v.), più tardi completato o risolto, come dice il Vasari, da Donato Bramante.
19. L'eta moderna
Si giunge così agli inizi del'500, e la città ove durante il sec. xv erano affluiti artisti da ogni dove senza riuscire ad imprimere un carattere uni-tario alla sua produzione, che solo il melozzesco Anto-niazzo degli Aquili detto Antoniazzo Romano fu tale anche di nascita, soprattutto per la forza del genio di alcuni sommi artisti che in R. presero stanza ed opera-rono, si trasformò nella vera capitale artistica, non solo d'Italia ma dell'Europa intera. Donato Bramante, Bal-dassarre Peruzzi, Antonio da Sangallo il giovane, Mi-cheangelo Buonarroti, Raffaello, Leonardo operano con-temporaneamente in R. durante i pontificati di Giulio II, di Leone X, di Clemente VII. Sono loro che imprimono un tono solenne, augurato e nuovo all'arte della Rinascenza. Non più la R. antica dei Cesari ma quella nuova dei Papi assume incontrastato prestigio, un vero dominio addirittura sull'arte di tutta Europa. Sono gli scolari, gli imitatori, i seguaci di quei grandissimi a diffondere ovun-que le belle forme da essi immaginate sulle rive del Te-vere; dell'arte antica quelle forme hanno la grandiosità.la potenza e la bellezza, ma dei nuovi tempi riflettono lo spirito infiammato e la fantasia. Ed anche quando l'arte di quei grandi da parte degli imitatori manierismo (v.) nelle architetture d'un Ammannati, di un Giacomo della Porta di un Guido Guidetti, di un Domenico Fontana, di un Carlo Maderno, il nuovo e insieme antico spirito della città trova solenne espressione, mentre nel suo limpido cielo, per opera loro, s'incarnano le più belle cupole che abbiano coronato chiese su questa terra. Allora mentre i Carracci col Domenichino creavano nella galleria del Palazzo Farnese il capolavoro dell'eclettismo derivante dall'accademia bolognese, il lombardo Michelangelo da Caravaggio che, ragazzo, a R. aveva fatto le sue prime esperienze presso la bottega del più gonfio e pomposo manierista nostrano, il Cavaliere d'Arpino, da R. indicava nuove strade alla pittura sulle quali dovevano incamminarsi lo stesso Rembrandt ed il Velasquez.
Una forza nuova, quella della luce che rivela ed esalta le masse plastiche ed insieme il colore, caratterizzata fin dai suoi inizi l'arte dell'età barocca. Ed a R. il gusto barocco trova il suo centro più vivo d'azione e di diffusione. Ciò anche nel suo duplice caratteristico aspetto di deliberata frattura con la tradizione, e di continui richiami e appigli ad essa, generati dalla nostalgia per le belle forme del classicismo.
In architettura ciò si manifesta seguendo la linea che da Francesco Borromini, quegli che con maggior chiarissima infrante la tradizione, Martino Longhi il giovane, Carlo Rainaldi, traverso Carlo Fontana, giunge a Francesco de Sanctis, Giuseppe Sardi, Gabriele Valvasori, Filippo Raguzzini, Domenico Gregorini che ancora nella seconda metà del '700 svolge temi borrominiani, o l'altra che proseguendo in certo senso la tradizione di Antonio da Sangallo e dei manieristi, ha il suo più autorevole rappresentante in Gian Lorenzo Bernini. Di questa seconda corrente, col Bernini, è esponente autorevolissimo il grande Pietro da Cortona e quindi Nicola Salvi, l'architetto del prospetto della fontana di Trevi, e ad essa si collega l'arte di Luigi Vanvitelli di Carlo Murena, di Ferdinando Fuga, di Alessandro Galilei, architetti questi ultimi che operando a R. con il loro neoconquestismo preludono aspetti del neoclassicismo nostrano.
Nella plastica il manierismo dell'ultimo ventennio del '500 non aveva testimoniato che l'incomprensione o l'impossibilità di ridurre alla misura dei tempi nuovi il disperato furore dell'arte di Michelangelo. Né Stefano Maderno, né Nicolò Cordier, né Pietro Bernini, sceltori tutti di qualche merito, erano riusciti ad imprimere un vero carattere alla plastica romana del tempo, cosa che invece erano riusciti a fare architetti e pittori, né, diremmo, a smuovere dal profondo le acque della montagna manieristica.
Tentarono invece ciò, tra la fine del '500 e il principio del '600, due scultori puri essi come gli altri venuti di fuori: Camillo Mariani vicentino e Francesco Mochi di Montevarchi. I due attuavano allora nuove ricerche prendendo lo spunto da un pittoricismo che si rifaceva al Vittoria e che nel Mochi s'era innestato ai modi della tradizione fiorentina. Agli inizi del '600 i due s'erano trovati a R. in posizione di preminenza così che all'arte del Mochi si lasciano collegare tanto Francesco Duquesnoy quanto Francesco Algardi. Scultore quest'ultimo sicuramente dotato ma di una austera compostezza e quasi cautela che sa d'accademia. Accanto a lui, invece, Gian Lorenzo Bernini subito ci appare temperamento di ben diversa levatura, ed uomo di mentalità decisamente attaccademica, malgrado la propria cultura lo rispongese di continuo appunto verso l'accademia e la tradizione. Ma Gian Lorenzo Bernini è un genio e nell'esercizio della plastica, ancor più che in quello della architettura, spesso egli operò abbandonandosi alla felice immaginazione, alla libera fantasia, all'estro, all'invenzione. Così che quanti vennero dopo di lui quasi mai riuscirono, anche quando vollero, a dimenticarlo. Lo tentò Domenico Guidetti che ebbe la pretesa di tener viva la tradizione dell'Algardi, lo tentò Ercole Ferrata che ebbe intorno numerosi seguaci e riscosse gran credito fino durante il '700, lo tentarono perfino Antonio Raggi e Andrea Bolgi e Francesco Baratta e Cosimo Fancelli e Pietro Le Gros e l'ancora più tardo Camillo Rusconi (1658-1728) che nelle sue statue di S. Giovanni in Laterano, scolpite nel secondo decennio del '700, ci appare, malgrado i continui richiami all'Algardi, uno «svagato berniniano» nei suoi complicatissimi panneggi.
Furono pochissimi invero anche nel '700 quelli che riuscirono a eludere la imitazione berniniana o non la ridussero a retorica maniera: quell'Antonio Montauti fiorentino andato a R. ad aiutare Alessandro Galilei nelle sue imprese architettoniche, Filippo della Valle e per molti aspetti Pietro Bracci. Ma non per questo essi riuscirono a creare qualcosa di veramente nuovo e grande prima dell'avvento del neoclassicismo e del Canova.
Al nome dei Carracci, del Caravaggio, quali esponenti di correnti pittoriche a R. sul finire del '500, si deve aggiungere quello di Federico Zuccari. Questi con il Cavaliere d'Arpino, accanto ai novatori — quali appunto apparivano i Carracci ed il Caravaggio — poteva anche essere considerato il depositario della tradizione che risaliva a Raffaello. Ma una tale maniera tradizionale presto confluì nei modi tenuti dai bolognesi. Così mentre è chiara la derivazione caravagesca nel gruppo dei tenebrosi quali il Valentin, il Manfredi, il Borgianni, il Saraceni, il Serodine, i due Gentileschi e quindi in Gherardo delle Notti e nello stesso Baburen come in altri fiamminghi che risolvono in contraffazioni veristiche l'illuminismo del maestro, ci appare abbastanza chiara la linea di derivazione che dai Carracci attraversò l'Albani e il Domenichino, con apporti di Guido Reni, giunge al Sacchi e quindi al Maratta, che sul finire del '600 e nei primi anni del '700 ci apparirà ancora il depositario maggiore della tradizione che vantava ascendenze fino a Raffaello.
Ma accanto a quelle due correnti principali ecco profilarse, fino dal terzo decennio del '600, una terza, quella che allora ebbe il suo esponente maggiore in Pietro Berettini da Cortona. Egli riprende il problema decorativo quale era stato impostato dai Carracci nella volta della Galleria di Palazzo Farnese e dagli altri grandi pittori della fine del '500. Lo riprende con la maggiore esperienza che a lui deriva dal progredire che in cinquant'anni aveva fatto la pittura. Così nel suo stile si trovano elementi disegnativi toscani, compositivi emiliani, compresi quali di un Lanfranco e di un Guercino, nonché esperienze che dai Carracci risalivano al Correggio, quindi elementi cromatici veneziani e quel tanto di venustà raffaellesca che a R. aveva sempre fortuna. Insomma la pittura fu come un tirar le somme delle esperienze più recenti da parte di un uomo di genio. La volta della sala maggiore di Palazzo Barberini è il suo capolavoro e l'opera ove Pietro da Cortona, grande architetto, qui in veste di decoratore, ci appare, fra quanti allora operavano in R., il più vicino, anche per forza d'ingegno e fantasia, al Bernini. Quasi un suo equivalente nei campi appunto della grande decorazione pittorica. Lo studio dei cortoneschi è folto; il migliore allora fu Pietro Testa, ma la grandiosità di concezione del maestro non fu ritrovata che dal genovese Gian Battista Gulli detto il Baciccia, che con estro ed autorità somma creò il proprio capolavoro nella volta della nave maggiore della chiesa del Gesù nel grande affresco rappresentante il Trionfo del suo nome. Più tardi fratello Andrea Pozzo con fantasia di scenografo svolse ancora nelle volte della chiesa di S. Ignazio qualche tema dell'arte del Berettini.
Intanto, mentre artisti forestieri, quali Paolo Brill, il Poussin, Claudio Lorenese e Gaspare Vanvitelli svolgevano, seguiti da pittori nostrani quali Salvator Rosa e il Locatelli, la pittura di paesaggio, a R. continuavano a giungere pittori da altre regioni d'Italia. Così varcate le soglie del '700 vi lavora con Corrado Giaquinto e Sebastiano Conca che venivano da Napoli, Gian Paolo Pannini piacentino, pittore di rovine e cerimonie, e v'acquistava predominio anche nel mondo della cultura archeologica l'incisore veneziano Gian Battista Piranesi.
Siamo ormai alla metà del secolo e mentre da un lato l'irrequieto Marco Benefial s'attarda talvolta in un
insistito verismo antiacademico quale si rivela nel quadro dell'Arcaceli con la Morte di s. Margherita, il Cades, il Corvi, il Cavallucci e lo stesso Pompeo Batoni lucchese, accanto al poiacco Raffaello Mengs, si rifanno ancora una volta a Raffaello e talvolta preannunciano forme neoclassiche. D'altro canto il neoclassicismo — questa è moda forestiera — in R., donde il Winckelmann ne aveva autorevolissimamente diffuso le teorie, aveva trovato il suo centro più accreditato, e nella storia della pittura moderna ha grande significato che la grande tela col Giuramento degli Orasi di Giacomo Luigi David sia stata dipinta a R. nel 1784. È un quadro, quello, che segna veramente l'inizio di una nuova stagione per l'arte.
20. L'urbanistica durante il Rinascimento e l'età barocca
Il lavoro di restauro e sistemazione degli antichi edifici e quello di costruzione di nuovi iniziato da Martino V., che caratterizza l'attività dei pontefici, dei cardinali e delle maggiori personalità romane durante il sec. XV, non fu svolto secondo un iniziale piano organico. Ciascuno si interessava della propria chiesa, del proprio palazzo o di un particolare gruppo di fabbriche. Solo Niccolò V. e Sisto IV della Rovere ebbero idee più vaste, e mentre il primo concepì un nuovo ordinamento delle costruzioni intorno a S. Pietro e ad esse dava inizio, il secondo, in occasione del Giubileo del 1475, ebbe una visione unitaria dei problemi edilizi e di viabilità cittadina. Quindi secondo un piano organico di cui si possono facilmente individuare le linee essenziali, restaurò o costruì dalle fondazioni nuove chiese ed altri edifici compreso il ponte sul Tevere che da lui ebbe nome, allargò strade e sistemò complessi edilizi, quale quello intorno all'attuale Campo dei Fiori, presto dominato dalla mole marmorea del palazzo del card. Riario, poi detto della Cancelleria.Tuttavia durante i primi anni del '500, malgrado ciò e malgrado le imponenti splendide fabbriche elevate allora in R., non si operò in generale dal punto di vista urbanistico, con idee più unitarie. Ma da allora, mentre Giulio II riprendeva l'idea di Niccolò V di rinnovare tutto il Vaticano, con il tracciato della Via Giulia e con quelli della Via Rippetta e della Via del Babuino (progettati dal Chiarini), divergenti rispetto all'asse del Corso, vennero definendosi alcuni temi fondamentali per gli ulteriori sviluppi della città. Anzi è da pensare, a proposito del Corso, dell'antica Via Rippetta e dell'altra del Babuino, che partendo con la loro organica disposizione a tridente dalla Piazza del Popolo si affondano dritte nel cuore della città, che siano state proprio loro a fornire lo spunto iniziale a quello che senz'altro possiamo definire un vero e proprio piano regolatore cittadino ideato da Domenico Fontana per Sisto V. S. Maria Maggiore alla Trinità dei Monti, a S. Giovanni in Laterano a S. Croce e a S. Lorenzo, al Foro Traiano e a S. Susanna. Gli obelischi delle Piazza di S. Pietro, di S. Giovanni, di S. Maria Maggiore e del Popolo, allora elevati da quel Pontefice ad opera sempre di Domenico Fontana, segnavano e segnano tuttora come delle mete o dei fulcri per lo sviluppo cittadino.
L'importanza della concezione urbanistica di Sisto V consiste anche nell'avere esortato i Romani, ancora tutti accalcati nella grande ansia del Tevere, a rioccupare le parti alte della città. A tal fine egli vi condusse acqua salubre a mezzo dell'acquedotto Felice, la cui mostra si vede ancora oggi a Piazza S. Bernardo. Del nuovo impulso dato allo sviluppo cittadino da Sisto V è anche un indice sicuro l'accresciuto numero degli abitanti di R. Infatti la popolazione romana, che durante l'alto medioevo era discesa a pochissime migliaia di abitanti, e che nel periodo più splendido della Rinascenza, ai tempi di Leone X, era salita a 125-130 mila, ma che negli anni successivi al sacco di R. (1527) era di nuovo discesa a 40.000 anime, durante il pontificato di Sisto V risalì a 100.000 persone.
Durante il '600, sul tessuto urbanistico di Sisto V si continuò ad operare, sviluppando temi, sebbene grandiosi, limitati a particolari ambientali. Basti pensare alla sistemazione della piazza presso il Palazzo dei Barberini,

Roma - Elefante che sostiene l'obelisco. Scultura su disegno di G. L. Bernini (1667) - Roma, Piazza della Minerva.
allora alla periferia della città e confinante con orti e vigne, a quella di Piazza Navona, a quella di Piazza S. Pietro, ed ai progetti non eseguiti di sistemazione dei Borghi, mentre di fronte ai nuovi palazzi ed alle antiche e nuove chiese s'aprivano piazze e s'allargavano strade. L'opera fu continuata durante il '700. Allora, con la costruzione della scalinata di Piazza di Spagna in prospettiva con la Via dei Condotti, e di Tor di Nona con la sistemazione della Piazza di S. Ignazio per mano del Raguzzini, e con quella dell'antico Porto di Rippetta, ricostruito per Clemente XI da Alessandro Specchi, la città veniva fornita di ambienti architettonici di carattere unitario secondo una nuova concezione scenografica.
III. L'ARTE DALLA SECONDA METÀ DEL '700 AL NOSTRI GIORNI
Sul finire del '700, agli occhi di molti, R. appariva ancora il centro artistico più importante del mondo ed a R. si recavano a studiare architetti, scultori, pittori di ogni paese. Tuttavia malgrado questo, l'architettura, la scultura, la pittura di gusto neoclassico che si produceva sulle rive del Tevere non appare oggi migliore o diversa da quella che veniva prodotta altrove. Chi allora si recava a studiare a R. vi si recava per trarre ispirazioni dai monumenti del periodo classico che vi si ammiravano, dalle opere d'arte dei musei e dalle raccolte pubbliche e private o soltanto per entusiasmarsi, immaginando che le aree che si respiravano sulle rive del Tevere fossero ancora quelle che avevano gonfiato il petto degli antichi eroi. Tuttavia è ancora a R. che con il Canova l'arte che fiorisce sulle rive del Tevere riesce a mantenere un tono di universalità e di dominio. Poi, dopo il Canova, come nel campo della pittura con i nazareni, i puristi ed i frescanti del tempo di Pio IX, e in quello della architettura con il Poletti, il Vespignani e Pietro Comparese, ecc., anche la scultura che si produce a R. può in certo modo differenziarsi, fino all'ultimo trentennio del secolo, da quella delle altre città d'Italia, per certa intonazione freddamente accademica che non muta neanche quando concede quel tanto che non era possibile negare alle novità portate dalla forte ventata romantica.Quando poi R., divenuta la capitale del Regno d'Italia, si trovò ad essere, anche per ragioni d'ordine pratico, il centro più attivo di produzione artistica di tutta la penisola, quella certa intonazione e la stessa imponenza delle splendide opere del passato, agirono quali un freno alle più ardite manifestazioni del gusto ormai internazionalizzati. Ciò, se da un lato evitò quelli che altrove, allora, apparivano eccessi più o meno deprecabili, dall'altro ritardò il libero cammino delle più schiette forme espressive. E dopo il gruppo dei puristi e degli accademici s'ebbe, chiaramente individuabile nei domini della architettura, quello degli eclettici. Il Palazzo di Giustizia opera del Calderini ed il monumento di Vittorio Emanuele opera del Sacconi – tutti e due incomincati prima del 1890 e tutti e due portati a compimento nel 1911 – di quell'eclettismo, non privo forse di bravura ma gonfio d'oratoria e di retorica, sono l'espressione più caratteristica. Esso ebbe allora i suoi riflessi anche nei campi dell'arte sacra (v. ARTE), la quale oggi, appunto a R., in alcune delle più recenti realizzazioni, ha dimostrato e dimostrato di non rifuggire dalle più moderne e ardite manifestazioni del gusto ove esse siano intimamente sorrette da uno spontaneo sincero bisogno di espressione.
Vicende urbanistiche ed edilizie della R. moderna. – Anche a R. gli ultimi decenni del '90 sono caratterizzati da una più diffusa coscienza dei problemi urbanistici e se non sono molte le nuove realizzazioni, sono invece molto interessanti le questioni che allora si potevano sul tappeto, riflesse, p. es., nei temi discussi dall'Accademia di S. Luca. La sistemazione dei Borghi, quella di Piazza del Popolo, quella della creazione di un grande giardino pubblico, ecc.
A molti di quei problemi volle dare una soluzione l'amministrazione francese fra il 1890 e il 1814, mentre alcune opere allora appena iniziate o solamente ideate avevano la loro realizzazione negli anni successivi durante i pontificati di Pio VII, Leone XII, Gregorio XVI e Pio IX. Fra le maggiori ricordiamo quella di Piazza del Popolo e della pubblica passeggiata detta del Pincio, opera massima del Valadier, la creazione del cimitero suburbano del Verano, la ricostruzione della Basilica Ostiense, la creazione di nuovi quartieri, quale il Mastro, la sistemazione della zona trasversa promossa al nuovo grande stabilimento per la lavorazione del tabacco, nonché la inclusione nel piano di sviluppo della città del tratto compreso fra S. Maria degli Angeli e le pendici del Quirinale, cioè dei terreni sui quali s'apri l'attuale Via Nazionale e le altre vie ad essa normali, lungo le quali sorsero tanti nuovi edifici che contribuirono a mantenere alla edilizia romana quel tono solenne, austero, definitivo, ma insieme familiare, che era proprio della vecchia R.
Durante i primi 24 anni del pontificato di Pio IX dal 1846 al 1870, la popolazione romana s'era quasi raddoppiata raggiungendo e superando i 200.000 ab. Dopo il 1870 tale moto d'accrescimento continuò e con ritmo accelerato, tanto che oggi possiamo dire che la popolazione romana sia decuplicata rispetto a quella di allora. Con tale veloce incremento è in diretto rapporto, ne è anzi la giustificazione, il veloce sviluppo della città e il modo con il quale tale sviluppo è avvenuto.
Infatti quando R. il 20 sett. del 1870 fu occupata dalle truppe del generale Cadorna apparve a chi ad essa giungeva da altre città della penisola quali Firenze, Torino e Milano, seppure splendida di antiche architetture, molto arretrata dal punto di vista della moderna edilizia. E fu quel generale medesimo a nominare il 30 dello stesso mese di sett. una commissione presieduta dall'architetto Pietro Camporese, perché studiasse l'ingrandimento e l'abbellimento di R. e specialmente il progetto di costruzione di nuovi quartieri in quella parte che maggiormente si prestasse alle nuove edificazioni. La commissione che lavorò eclesiasticamente, dopo quarantena giorni presentò le sue conclusioni in una relazione alla quale erano anche allegati progetti e propositi. Tale conclusione servì all'ingegnere Alessandro Viviani per tracciare un vero piano regolatore della città, pubblicato nel 1873, che, pur non essendo mai divenuto legge, esercitò un grande influsso sui successivi piani regolatori e quindi sull'ulteriore sviluppo di R. Il quale sviluppò è avvenuto in questi ultimi cinquant'anni, come suoi dirsi, a macchia d'olio. Ovvero è avvenuto come in quasi tutte le città che hanno una forte individualità, un antico cuore pulsante che non può non esercitare una forte attrazione. Fu così che l'antico centro cittadino della R. di 100-150-200.000 ab. è rimasto approssimativamente lo stesso della R. di 1.500.000, 2.000.000 d'ab., con quei danni e quegli inconvenienti che è facile immaginare.
Impedire il verificarsi di un tale fenomeno dovuto a leggi in certo senso biologiche, evidentemente non è agevole, anzi, pare, sia quasi impossibile. Ad ogni modo se riandiamo ora con la mente alla vecchia R. di Pio IX ancora tutta raccolta nell'ansia del Tevere, una città piena di contrasti, ricca d'opera d'arte, di belle architetture, ma ineguale, arruffata dal punto di vista dell'urbanistica, e la paragoniamo con l'attuale, dovremo convenire che le difficoltà che si dovettero affrontare per trasformare la vecchia R. in una città che rispondesse anche alle moderne esigenze senza distruggere completamente quell'antico mirabile insieme, erano enormi, e che non tutte le soluzioni adottate sono da condannare. Per quanto la distruzione dei grandi parchi delle ville principesche che coronavano di verde la vecchia R. abbia rappresentato un danno ed un errore senza pari, anche se le loro aree furono utilizzate per il sorgere di nuovi quartieri, quali quello dell'Esquilino, quello Boncompagni Ludovisi, il Salario; tuttavia pregi notevoli spesso ne ebbero allora le opere che servirono ad innestare senza troppo stridenti soluzioni di continuità le manifestazioni delle nuove esigenze al carattere e al tessuto della vecchia città. Così per il maestoso rettilineo di Via Nazionale, per il placido tracciato del Corso Vittorio Emanuele, per l'ariosa Via Arenula, per gli allargamenti di Via del Tritone, di Via due Macelli, del Corso e infine per le più moderne Vie dei Fori imperiali e del Mare che pure hanno comportato la distruzione di notevoli complessi d'architettura. Ciò è avvenuto anche per la demolizione della «spina» dei Borghi e l'apertura della Via della Conciliazione con cui si attuava un'antica idea che aveva tenuto perplessi per secoli e secoli, papi, architetti ed urbanisti.
IV. FOLKLORE.
Delle tradizioni popolari di R. manca tuttora una documentazione accurata, redatta con criteri scientifici e con intento propriamente folkloristico: le raccolte di Sabatini e Zanazzo, per quanto ampie e apprezzabili, non possono stare sullo stesso piano delle opere di un Pitré, Finamore, De Nino e altri. Numerose sono però le fonti letterarie e iconografiche (basterà qui ricordare i nomi di Goethe, Müller, Stendhal, Thomas, De Brosses, Bresciani, Belli e Pinelli) che, per la loro affermata e sostanziale fedeltà al vero, anche se non mancano di una naturale magia d'arte, permettono a noi di ricostruire criticamente la vita popolare della prima metà dell'Ottocento: epoca che segna, per le manifestazioni popolari di R., il momento del loro massimo rigoglio e nello stesso tempo
l'inizio del loro affievolimento. Completano il quadro del folklore romano alcune cerimonie, documentate storicamente (Gregorovius, Burckhardt, ecc.) e letterariamente (specie nelle commedie), della R. medievale e rinascimentale.
Dell'antico carnevale romano, noto per la singolare pompa dei suoi festeggiamenti, si rilevano soltanto gli elementi e i particolari che più interessano folkloristicamente. Notevole la personificazione del carnevale nell'orso, che veniva condotto con una catena al collo sul luogo della scena e fatto ballare a suon di musica, come ci rappresenta una stampa del Pinelli ambientata presso la fontana di Trevi. Oltre ai numerosi arlecchini, pagliacci e pulcinella, le maschere più caratteristiche erano i matti, ricoperti solo di camicia, che si rifacevano a personaggi delle scandalose feste dei pazzi (contro cui emergeva nel medioevo l'opposizione della Chiesa); e tra le macchine più tipiche, il Re dell'Acerra, cavalcante un asino e scortato da un gruppo di pulcinella; Don Pirrone, che procedeva in sedia gestatoria, tenendo in mano un paio di molle da fuoco con cui lanciava satirici madrigali alle donne, e l'indimenticabile generale Mannaggia La Rocca, che il pomeriggio di giovedì grasso sopra un macinato romano, con un grosso spadone di legno e con il suo imponente corteo di straccioni in alta uniforme, avanzava intrepido sul Corso, preso a bersaglio dalla folla con arance e carote. Antica nella tradizione del carnevale romano era la corsa dei barberi da piazza del Popolo a piazza Venezia. Il carnevale si chiudeva con la festa dei moccoletti, che consisteva nello spegnersi le candele vicendevolmente, mentre lungo il Corso appariva sopra un carro trionfale il Carnevale morente: «E Carnevale è morto e sospettato!» Li moccoli hanno chiusa la funzione» (Belli, n. 2221).
Durante la quaresima, tradizionale era a R. l'uso, ricordato nei seguenti versi popolari, di andare in S. Pietro e regalare il marito il carnevale: «Oggi ch'è' r' primo Venandi dè Marzo, l'è' va a San Pietro a pipia e marito?» Che ce lo pagherà' r' nostro regazzo». Solenni le celebrazioni del Sabato Santo: rappresentazioni sacre avevano luogo nel medioevo al Colosseo ad opera della Compagnia del Gonfalone (nei secc. XV-XVI) fu più volte rappresentata in tale occasione la Passione di G. Dati; oggi le cerimonie del Sabato Santo si svolgono con peculiare solennità nelle basiliche di S. Giovanni e di S. Pietro, dove la rituale benedizione del fonte battesimale si fa coincidere con un battesimo, di un adulto in S. Giovanni e di un bambino in S. Pietro. Quando si slegavano le campane era usanza d'una volta (chiamata di toszione de li bobotti) di ammassare lungo i muri pentole e vasi usati di terracotta, che poi si facevano volare in aria con castagnole. In tal giorno scendevano a R., per le pulizie dei muri, gli spazzacamini, con arnesi speciali detti «scacciaragni»: riti tutti di rinnovamento. Una cerimonia comico-carnevalesca, cornomania (v.), che dal sec. IX si mantenne sino all'epoca di Gregorio VII, si celebrava in Laterano ed era seguita dalla benedizione delle case: data ed elementi rivelano il carattere propiziatorio della festa.
Dai tempi di Salvatore Rosa, pare, fino al 1893, il 21 apr. d'ogni anno gli artisti facevano rivivere il carnevale, riunendosi presso le grotte di Cervara, sulla via Prenestina, rinnovando conviti, beffe, cortei e mascherate: una tavola del Pinelli rappresenta questo singolare carnevale romano degli artisti. Il Calendimaggio era ed è ancora festeggiato con l'albero della cuccagna, diffusissimo del resto in tutta Italia come ultimo avanzo della gare del «re del maggio», e fino a un secolo fa con «er ballo de li guitti», cioè degli spiantati: ogni giovane si sceglieva una sposa, e le varie coppie si presentavano in piazza S. Marco, davanti alla statua di Madama Lucrezia, per quell'occasione adorna di cipolle, agli, nastri multicolori e carote; si celebrava lo sposalizio, come se si fosse davanti al sindaco e al curato, e dopo si dava inizio al ballo che provocava risate... finisco a Madama Lucrezia!
Nella notte dell'Ascensione la tradizione popolare vuole che discendano Gesù a cambiare in latte l'umore acquoso delle spighe di grano, e la Madonna a benedire l'uovo fresco di giornata collocato dai devoti fuori dalle finestre in un piccolo cestino, che diventa poi efficace amuleto contro i fulmini e le malattie. Il 13 giugno, in onore di s. Antonio di Padova, si celebrava il trionfo delle fragole con una processione di fragolari che partiva da Campo dei Fiori: apriva il corteo un fragolato portando sul campo un grosso canestro, simbolo del trionfo, guarito tutt'intorno di canestrini di carta argentata pieni di fragole, e sopra una piccola statua di S. Antonio; seguitavano a passo di danza e al suono di tamburelli, gli altri fragolari, vestiti a festa, cantando ritornellini in onore del Santo e delle fragole. La sera di s. Giovanni ha luogo la sfilata dei carri, ed è tuttora viva l'usanza di andare a mangiare le lumache nelle osterie: la più frequentata un tempo era l'osteria delle Streghe, il cui nome si riporta alla credenza che in questa notte, nel tratto tra S. Giovanni e S. Croce in Gerusalemme, possono vedersi le streghe se si mette il mento dentro la forcella formata da rami di albero di alloro (Belli, n. 1905).
Uno dei cortei più caratteristici della R. medievale era la processione notturna del 15 ag., cui prendevano parte rappresentanti di ogni specie di lavoranti: l'imma-gine acheropita di Cristo veniva portata a spalla da 12 uomini dalla cappella di S. Lorenzo in Laterano a S. M. Maggiore, passando sotto archi di foglie e di fiori. A piazza Navona, il giorno di Ferragosto e tutti i sabati e le domeniche del mese, secondo una tradizione durata con qualche intervallo dal 1632 al 1865, si faceva il lago: animavano lo spettacolo il gettito delle monete, il passaggio delle carrozze fra schizzi e grida di allegria, la caduta dei cavalli, le musiche della banda dei pompieri e le voci dei cocomerari e curete pompieri, che viva a fiuoco».
Pittoresche le ottobre al Testaccio (le stampe del Pinelli che ce le rappresentano sono tra le più belle per la storia del costume popolare), allietate da gare, canti e danze: con gran frenesia al suono delle nacchere e dei tamburelli si ballava il saltarello, famosissima danza popolare di corteggiamento. Una delle tradizioni romane del ciclo natalizio è quella di assistere nella notte fra il 23-24 dic. al cosiddetto «cotto», cioè al mercato all'ingrosso del pesce che un tempo si faceva nella pescheria di S. Teodoro e oggi ai Mercati generali. Viva è pure la tradizione del presepio: celebre è quello di Araceli, il cui Bambino è una pregiata scultura in legno d'olivo tutta ricoperta di gemme. Particolarmente romana è la tradizione di gettare a capodanno dalla finestra le pentole e altri utensili usati di coccio come atto di espulsione del vecchio e di rinnovamento. Tradizionale e popolare la figurazione della Befana, come appare nelle tele del Pinelli e nei sonetti del Belli; ancora oggi la sera della vigilia ha luogo in piazza Navona l'affollatissima fiera dei giocattoli, che un tempo si teneva in piazza S. Eustachio. Il giorno di s. Antonio Abate (17 genn.) è dedicato alla benedizione degli animali: adorati di nastri e fiori, cavalli, asini, cani, gatti, galline sono portati davanti alla chiesa di S. Eusebio dove ricevono la benedizione del parroco: un tempo la cerimonia, descritta dal Goethe e dal Müller, si svolgeva davanti alla chiesa propria di S. Antonio presso piazza S. M. Maggiore. Si apre quindi il carnevale, tipica festa d'inizio d'anno.
Non meno ricco si presenta il patrimonio musicale-poetico del popolo di R., includendovi, naturalmente, accanto alle canzoni create in loco, quelle importate e adattate al gusto e al dialetto locale, che rivelano il lavoro di creazione-elaborazione proprio del popolo. Già intorno al 1787 il Goethe raccoglieva dalla viva voce del volgo di R. nel suo Viaggio in Italia alcuni canti che dovevano essere più di moda in quegli anni che non veramente tradizionali, ricordava la canzone di Marbrughe («Malborough»), e infine osservava che il canto più usuale per il popolino di R. era costituito dallo stornello. Lo stornello (chiamato dal volgo «arironello»), che non è però da scambiare con il ritornello, come ha creduto il Blessig) è infatti la forma di canto lirico-monostorfico più usata a R. e in tutto il Lazio. La poesia popolare amorosa si atteggia anche nella forma dello strambotto, chiamato sonetto (con il metro ora dell'ottava siciliana
Ma la vecchia R., con le sue feste, i suoi costumi, i suoi poeti e i suoi canti, va scomparendo sempre più: soltanto alcuni ioni, quali Trastevere e Monti, conservano un po' dell'antico colore (tra le più vive è sempre, ad es., la « festa de' noantri » a Trastevere, con danze e gare sportive), e in qualche angolo di R. (come a Villa Borghese) bimbi e grandi ancora si affollano attorno ai teatrini di burattini, sulle cui scene si è rifugiata gran parte del repertorio dei cantastorie: celebre tra i burattini d'una volta il Ghetanaccio con il suo personaggio Rugantino.
La tendenza del popolo romano alla satira mordace ebbe la sua più genuina espressione, dal tardo medioevo in poi, nelle « pasquinate », delle quali le più celebri dal '500 all'epoca napoleonica sono state raccolte da P. Fornari.
V. Topografia.
SOMMARIO:
I. Origini cristiane
II. S. Giovanni in Laterano e il Patriarcchium. -III. Le basiliche patriarcali
IV. I coniromi delle chiese medievali
V. Basiliche e chiese secondo l'epoca della loro fondazione
VI. Le chiese mariane
I. Santa Maria Maggiore
II. Le chiese mariane minori
VII. Le basiliche cimiteriali
VIII. Le abbazie
IX. Le regioni ecclesiastiche e i romi
X. Gli antichi cataloghi delle Chiese.I. ORIGINI CRISTIANE
I primi luoghi di riunione delle comunità cristiane furono in case private, come viene attestato negli Atti degli Apostoli (12, 12; 19, 9; 20, 6-9) e nelle lettere di s. Paolo (Rom. 16, 23; I Cor. 16, 19; Col. 4, 15; Phil. 1, 2) il quale dichiara che in R. i suoi collaboratori in Cristo, Aquila e Prisca hanno posto la loro casa a disposizione dei fedeli (Rom. 16, 3, 5). Ma non si può accettare la leggenda medievale che indica la casa di Prisca dove oggi sorge sull'Aventino la chiesa di S. Prisca, perché gli scavi hanno mostrato che essa è costruita al di sopra di un mitre della fine del secc. II d. C. e non c'è traccia di casa anteriore (A. Ferrara, Il mitre sotto la chiesa di S. Prisca, in Bull. della Commis. archeol. municip. di R., 68 [1940], pp. 59-96).L'origine della comunità cristiana di R. viene fatta risalire a quegli Israeliti, i quali venuti da R. a Gerusalemme per le feste della Pentecoste furono testimoni della discesa dello Spirito Santo e ascoltarono il discorso di Pietro. Pietro poi aveva convertito anche soldati romani, cioè a Cesarea il centurione Cornelio della coorte italica e il suo seguito. Il primo nucleo della comunità cristiana di R. sarebbe dunque del tempo di Tiberio, e poi sviluppato sotto i suoi successori Caligola e Claudio. Eusebio di Cesarea pone al secondo anno di Claudio (gen. 42-43 d. C.) la venuta di s. Pietro a R. sia nel canone dei tempi del suo Chronicon che nella sua Storia ecclesiastica (II, 17) anzi aggiunge che il filosofo Filone si sarebbe in R. posto in relazione con s. Pietro; ma quegli fu a R. nel 39-40 d. C. La stessa notizia si legge nella Historiae adversus paganos di P. Orosio, scritta in Africa tra gli aa. 417-418, dietro suggerimento del vescovo Agostino di Ippona (PL 31, 1072-73). Anche s. Girolamo fa venire s. Pietro a R. nel secondo anno di Claudio (De viris ill., 1), ma tale datazione non si può dimostrare. C. l'a. 49 però Claudio fu costretto a scacciare da R. « i Giudei che
erano in continue agitazioni a causa di Cresto» (Svetonio, Claudio, 25). Lo storico romano Tacito riferisce che il popolo li chiamava chrestianos («quos vulgus chrestianos appellabat»; Annales, XV, 44). Ancora alla fine del sec. II Tertulliano rimproverava i pagani di pronunziare «chrestiani» invece di «christiani» (Apologeticum, 3). Che le idee cristiane fossero penetrate già allora nell'ambiente romano è documentato da Tullo, in un frammento di Giulio Africano conservato dal cronista bizantino Giorgio Sincello (Fragmenta historicorum Graecorum, ed. C. Müller, III, Parigi 1850, p. 519). Ma si ha una conferma dell'espulsione di cristiani da R. sotto l'impero di Claudio anche in Act. 18, 2, dove è detto che i due coniugi cristiani Aquila e Priscilla furono costrettati abbandonare R. «perché Claudio aveva con un suo editto espulso da R. tutti gli Israeliti» e si erano così incontrati a Corinto con l'apostolo Paolo. Ma il decreto non dovette avere un'esecuzione molto rigorosa perché Cassio Dione mostra che l'applicazione si limitò alla proibizione di tenere riunioni; lo stesso storico poi osserva che gli Israeliti «quantunque siano stati oggetto di misure repressive, non hanno mai cessato di prosperare molto, tanto da finire per conquistare il libero esercizio dei loro riti» (XXXVII, 17). Un'altra prova che l'esilio degli Israeliti fu di breve durata è data dal fatto che verso il 58 Aquila e Prisca erano di nuovo a R. (Rom. 16, 3-5).
S. Paolo, scrivendo ca. il 58 ai Romani, dichiara di aver avuto desiderio di recarsi a trovare la comunità cristiana di R. «ex multis iam praecedentibus annis» (ibid. 15, 23); essa era già ben costituita e fiorente poiché Paolo dichiara ai fratelli romani «fides vestra annuntiatur in universo mundo» (ibid. 1, 9). Egli chiama i fratelli di R. «amati da Dio e santi» e si augura di venirli presto a trovare per consolarsi con essi «per la comune fede e vostra e mia e per ravvivare i ricordi». In detta lettera egli nomina ben 24 persone di questa comunità che aveva già conosciuto, o a Corinto o in Asia, come Aquila e Priscilla, Epeneto, Maria, Andronico e Giunia, Ampliato, Urbano, Stachi, Apelle, Eridione, Trifena, Trifosa, Perside, Rufo e sua madre, Asincrito, Flegonte, Ermete, Patroba, Erma, Filologo, Giulia, Nereo e sua sorella, e due gruppi l'uno presso Aristobolo, nipote di Erode, l'altro presso Narcisso, il famoso liberto di Claudio (ibid. 16, 3-16).
Si sa che quando s. Paolo venne a R. i fratelli di questa comunità gli erano andati incontro sulla Via Appia fino al Foro Appio e a Tres Tabernae (Act. 28, 15) tra Cisterna e Terracina (cf. A. Harnack - Th. Mommsen, in Sitzungsberichte der Berliner Akad. der Wissenschaften, 1895, pp. 491-503). Non si sa dove egli scelse il suo alloggio; è certo che, tre giorni dopo il suo arrivo, convocò i notabili della colonia giudaica ed ebbe con essi un lungo colloquio. Rimase poi per ben due anni in questa casa d'affitto dove accoglieva volentieri e istruiva quanti si presentavano a lui (Act. 28, 16-30). Scrivendo poi da R. ai cristiani di Filippi in Macedonia, Paolo invia loro i saluti dei fedeli di R., specialmente di quelli appartenenti alla casa imperiale (4, 22). Finalmente dalla seconda lettera a Timoteo si apprendono altri quattro nomi di appartenenti alla comunità cristiana di R., cioè Eubulo, Pudente, Lino, Claudia (4, 19-21). Da tutti questi nomi si ha un'idea della composizione etnica della prima comunità cristiana, dove, se sono in maggior parte nomi non di origine romana, non mancano pure quelli che tradiscono una provenienza piuttosto dalla «Ecclesia ex gentibus» che da quella «ex circumcisione».
Di grande importanza è la testimonianza di Tacito circa i protomartiri romani vittime della persecuzione neroniana. Egli parla di una «multitudine ingens». Nessun altro ricordo topografico è rimasto del loro olocausto se non quello dei giardini neroniani in Vaticano; nessuna tr

Roma. - Veduta aerea di Piazza Navona, soria sull'area dello Stadio di Domiziano, Roma.
accia di commemorazione liturgica, e quella dei 979 sull'Aurelia nel Martirologio geronimiano al 29 giugno resta una semplice ipotesi. Oltre ai fondatori della Chiesa romana Pietro e Paolo, vittime della stessa persecuzione, papa Clemente accenna ai molti altri e specialmente donne, che dettero un mirabile esempio della loro fede tra i più spietati supplizi (Ep. I ad Corinthios; PG 1, 37-21). S. Giustino, scrivendo a R. la sua Apologia nel 155, non specifica il luogo delle riunioni liturgiche che egli dice tenersi il giorno del sole (la domenica; cap. 67) aggiunge che i diaconi, dopo l'adunanza, portano le SS. Specie agli assenti (cap. 61).
Tra il 163-67, più probabilmente nel 165, lo stesso Giustino insieme con i discepoli Carite, Evalpisto, «servus Caesaris», Ierace, Peone e Liberiano furono condannati alla decapitazione dal prefetto di R. Giunio Rustico; questi domanda dove si riuniscono i cristiani e Giustino risponde in modo evasivo (Acta s. Justini et sociorum, II, 5-7; P. Franchi de Cavalieri, Note agiografiche [Studi testi, 8], Roma 1902, pp. 25-36).
Al principio del sec. III, ca. 1a. 205 una inondazione rovinò a Edessa il «tempio dei cristiani» (Chro-nicon Edessenum, ed. I. Guidi, in Corpus scriptorum Christian. orient. Chronica minora, 3a serie, IV. Parigi 1903). Dallo storico Lampridio si apprende che sotto Alessandro Severo (222-35) nacque in R. una vertenza per il possesso d'un terreno tra un gruppo di osti (popinarii) e la comunità cristiana; l'imperatore preferì che in quel luogo sorgesse un edificio religioso cristiano (Hist. Augusta, Alexander Severus, 49).
Ippolito ca. 1a. 204 nel suo Commentario in Daniele scrive che come i due vecchi penetrarono nel giardino di Susanna così i Giudei entrarono nella casa dove sono riuniti i fedeli per scovare i cristiani e trascinarli dinanzi ai tribunali (F. Dölger, Unserer Taube Haus. Die Lage des christlichen Kultbaus nach Tertullian, in Antike und Christentum, 2 [1930], pp. 41-56). Dura Eùropos (v.), in Mesopotamia, alla metà del sec. III una casa privata era trasformata in chiesa cristiana col suo battistero; nello stesso tempo, a Cartagine, s. Cipriano indicava che il giovane che aveva confessato la sua fede in R. era ben degno di salire sul pulpito, cioè dove si leggevano le SS. Scritture, in un luogo cioè che già Tertulliano aveva chiamato «casa della nostra colomba» (Contra Valentinianum, 3). A più forte ragione si deve supporre che alla metà del sec. III la comunità cristiana di R. organizzata sotto il periodo di pace vissuto dal 236 al 250 dal papa Fabiano, avesse i suoi luoghi di culto; a questo Papa infatti il Catalogo liberiano assegna la formazione delle sette regioni ecclesiastiche, affidate ciascuna ad uno dei sette diaconi, tanto che l'imperatore
1211
ROMA
(1st. Anderano)
ROMA - Allagamento estivo di Piazza Navona. Spettacolo istituito nel 1652, caduto in disuso dopo il 1863. Dipinto di ignoto del sec. XVIII - Roma, Galleria nazionale d'arte antica.
Decìo, a detta di Cipriano, avrebbe preferito un competente nell'Impero, piuttosto che il vescovo a R. (Ep. 55, 9). Ma, come non si conoscono i confini esatti di ciascuna delle quattordici regioni auguste, così è assai difficile determinare i confini delle sette circoscrizioni ecclesiastiche stabilite dal detto Papa. Il papa Cornelio (251-53) nella sua lettera al vescovo Fabio di Antiochia indica la composizione del clero romano ai suoi giorni; esso comprendeva 46 presbiteri, 7 diaconi e altrettanti diaconi, 42 accoliti, 52 tra esorcisti. I lettori e ostari, cioè complessivamente il clero che lo coadiuvava nel ministero raggiungeva il numero di 154 persone. Non si sa come fossero distribuiti i presbiteri.
L'imperatore Aureliano nel 272 stabilisce che la casa della chiesa, occupata in Antiochia da Paolo di Samosata, sia resa a coloro che saranno indicati dai vescovi d'Italia e della città di R. Lo stesso Imperatore, scrivendo ai senatori mostratisi non pronti ad aprire i libri sibillini, si meravigliò che avessero esitato tanto, come se fossero riuniti quasi «in christianorum ecclesia» e non in un tempio degli dèi (Hist. Augusta; Flavio Vopisco, Vita Aureliani, 20).
Sotto Diocleziano in Oriente, oltre Lattanzio testimone dell'incendio della chiesa cristiana di Nicomedia, Eusebio narra di aver veduto con i propri occhi le case di preghiera andar distrutte, le SS. Scritture bruciate nelle pubbliche piazze (Martyr. Palestin., 1). Ma nel 311 Galerio concesse che i cristiani potessero di nuovo costruire case per riunirsi, purché non facessero alcunché contro la disciplina: anzi essi dovevano pregare per l'Imperatore (Eusebio, op. cit., VIII, 17, 9-10).
A questo tempo sembra risalire la Basilica Apostolorum sull'Appia per le sue murature di tipo listato, dello stesso tipo di quelle dei vicini circo di Massenzio e mausoleo di suo figlio Romolo.
S. Agostino in una conferenza tenuta nel 411 a Cartagine, parlò di un antico documento in cui si leggeva che il papa Milziade (m. nel genn. 314) aveva inviato diaconi recanti le lettere dell'imperatore Massenzio e del prefetto del pretorio al prefetto di R., «ut ea recipiunt quae, tempore persecutionis ablata, memoratus imperator christianis iusserat reddì... Melchides Stratonem diaconum ad recipienda loca ecclesiastica cum aliis misit» (Breviculus collationis cum Donatistis, XVIII, 34-35; PL 43, 645-46). Nelle norme sancite da Costantino per quanto riguarda la restituzione dei beni ai cristiani viene specificamente dichiarato che si devono restituire subito tutti i luoghi nei quali essi «ante convenire consuerunt»; e tutti devono essere riconsegnati «corpori christianorum». E si aggiunge che i cristiani non avevano soltanto questi luoghi di riunione, ma anche altri spettanti «ad ius cor
poris eorum id est ecclesiarum non hominum singulorum»: anche questi dovranno essere restituiti senza alcuna ambiguità o indugio «eisdem christianis id est corpori et conventualis eorum» (Lattanzio, De mortibus persecutorum, 48; CSEL, 27, pp. 231-32; Eusebio, Hist. eccl., X: PG 20, 884).
Allo stesso tempo si deve lamentare la distruzione degli archivi della Chiesa di R. che non si sa dove fossero conservati; il papa Damaso costruì per essi un nuovo edificio nella regione IX (Circo Flaminio), presso il teatro di Pompeo e presso gli «stabuli factionis prasinae».
In età costantiniana Ottato di Milevi indica in R. «quadraginta et quod excurrit basilicas» (De schismate Donatistarum, 11, 4; PL 11, 954). Il latercolo di Polemio Silvio dell'a. 449 si limita a indicare «religiosa aedificia cum innumeris cellis martyrum consecratis» (MGH. Auctores antiquiss., IX; Chronica minora, I, p. 545). Ca. il 550 Zaccaria nella sua storia ecclesiastica di R. in sircao segnala in R. «ecclesiae Apostolorum beatorum, ecclesiae catholicae XXIV» che potrebbero essere i tituli (la versione latina è di I. Guidi, in Bull. della Commiss. archeol. com. di R., 12 [184], p. 228).
La frequenza dei titoli in alcune regioni dimostra che più numerosi erano i centri della comunità cristiana in quelle zone. Alla sommità del Quirinale presso l'Alta semita e poco distanti l'uno dall'altro erano situati il «titulus Gai», detto anche «ad duas domos iuxta Diocletianas» (Martyr. Hieronymianum, p. 434) e il titolo di Ciriaco indicato pure «iuxta Diocletianas» (ibid., p. 189). La zona doveva essere molto popolata; presso l'aggere servano c'era un negozio di frutti e una «prosecta» giudicata (C. Frey, Corpus inscript. Judaicarum, I, Città del Vaticano 1936, p. 391). Nella valle tra l'Esquilino e il Viminale era situato il titolo di Pudente (v.), poco lontano nell'Esquilino, presso il Macello di Livia, il titolo di Prassede, sull'Oppio il titolo di Equizio. Questi tre titoli erano anche al margine d'uno dei quartieri più popolati e densi della città: la Subura, dove numerosi furono gli Ebrei che vi costituirono la sinagoga dei «Suburenses» (C. Frey, op. cit., I, pp. LXXXIII-LXXXIV). Nella zona settentrionale del Cielo stavano i titoli di Clemente, presso la Zecca, di Nicomede (forse SS. Pietro e Marcellino), di Matteo, nella parte inferiore invece il titolo di Emiliana (SS. Quattro Coronati) e sul ciglio del Cielo il titolo di Bizante. Nel Trastevere il titolo più antico è quello di Callisto, il Papa che fu martirizzato nel 223; poi quelli di Cecilia, di cui non si ha data certa del martirio, e di Crisogono.
Circa lo sviluppo delle comunità cristiane nell'interno della città e dei suoi centri liturgici, un prezioso indizio è fornito dal numero dei cimiteri sulle varie vie consolari, corrispondenti ad altrettanti centri cristiani urbani; si ha sulla Flaminia, al tempo di papa Giulio (336-52), la basilica cimiteriale di S. Valentino; il cimitero annesso ha dato un'iscrizione del 318 e più tardi un'altra mostra che esso serviva per i fedeli del «titulus» di Lucina; sulla Salaria vetus il cimitero di Bassilia con i sepolcri della Martire omonima, di S. Ermete e dei SS. Proto e Giacinto; documenti posteriori sulla stessa via pongono un gruppo detto «ad S. Ioannem, ad septem palumbas» o «ad clivum cucumeris», non identificato, Panfilo (v.) che gli scavi hanno permesso far risalire alla 2a metà del sec. III. Sulla Salaria nova sono i quattro cimiteri di Massimo col martire Silano, di Trasone col martire Saturnino, dei Giordani e di Priscilla. Sulla Tiburtina si hanno tre cimiteri del sec. III: di Ippolito che sarà poi collegato coi titoli di Prassede e di Pudente; quello detto di Novaziano con iscrizioni del 266 e del 270; il grande cimitero di S. Lorenzo dove furono trovate epigrafi dei titoli di Clemente e di Nicomede; numerosa dunque doveva essere la popolazione cristiana nella zona dall'Esquilino alla Subura.
Nel cimitero «inter duas lauros» sulla Labicana, della
fine del sec. III, furono deposti fedeli appartenenti ai titoli di Eusebio e di Matteo, cioè della zona tra l'attuale Piazza Vittorio Emanuele e le Vic Giusti e Alfieri; si ha poi sulla Prenestina il cimitero di Castulo; sulla Via Latina i gruppi Gordiano, Epimaco, Tertullino, Aproniano; sull'Appia il gruppo di Pretestato per i fedeli del Celio intorno al Laterano, con epigrafi di un Quintus Lactearius qui fuit de domu Lateranis nobili, delle famiglie Annia, Instia, Postumia, ecc.; quello in catacumbas per i fedeli al servizio imperiale sul Palatino, che ebbero poi il titulus Bizantis sul Celio; quello di Callisto alle dirette dipendenze del diacono amministratore della comunità fin dall'inizio del sec. III; numerosi sull'Ardeatina: il cimitero detto di Domitilla per i fedeli della regione della piscina pubblica (Via Nova e Terme Antonianae) e dove sorse il titulus detto de fasciola; il cimitero di Balbina con il mausoleo del papa Marco; quello dove Damaso fece il sepolcro per la madre, la sorella e per se stesso; quello al sepolcro dei martiri Marco e Marcelliano; i fedeli dell'Aven-tino (titolo di Prisca e di Sabina) ebbero i cimiteri sull'Ostiense (Commodilla, S. Paolo, Tecla). Il Trastevere ebbe cimiteri sulla Portuense (Ponzano e ad ursum pileatum), tre nuclei sull'Aurelia (Pancrazio, Processo e Martiniano, Callisto, poi detto Calepodio) e sulla Cornelia al Vaticano.
II. SAN GIOVANNI IN LATERANO E IL PATRIARCHIUM
Costantiniana è la basilica del Salvatore del Laterano; l'indicazione nella biografia di Silvestro (Lib. Pont.). I p. 124) è stata confermata dalle fondazioni costantiniane rinvenute sotto la navata centrale dell'attuale Basilica durante la rinnovazione del pavimento (cf. E. Josi, Scoperte nella Basilica Costantiniana al Laterano, in Riv. arch. crist., 11 [1934], pp. 335-38; A. M. Colini - I. Gismondi, Storia e topografia del Celio nell'antichità in Atti della Pont. Accad. rom. di archeol., 3a serie, 7 [1944], pp. 364-380). Detta navata aveva trenta colonne munidiche che erano state tutte sostituite già al tempo di Martino V nel 1425, con pilastri in muratura, e solo quattro ne restavano quando Borromini fece l'accurate rilievo della Basilica, che oggi si conserva nella Biblioteca Albertina in Vienna, prima di accingersi alla radicale trasformazione sotto Innocenzo X. Le navate minori erano divise da 42 colonne di marmo verde, di cui alcune vennero impiegate nel sec. XVII per i nicchioni con gli Apostoli, altre furono portate da F. Borromini a S. Agnese al circo agonale, da lui rifatta sotto Innocenzo X. Gregorio Magno nel 591 chiamò la Basilica Costantiniana del Laterano e aurea (Registr., II, 1, ed. P. Ewald -
Roma - Convento dei Cappuccini sull'attuale Via Veneto. Incisione di G. Vasi (sec. xvili).

Roma - Piazza Montanara a Teatro di Marcello con le soprastrutture del Palazzo Savelli, poi Orsini. Incisione di G. B. Piranesi (sec. xvili) - Roma.
ROMA - Piazza Montanara e Teatro di Marcello con le soprastrutture del Palazzo Savelli, poi Orsini. Incisione di G. B. Piranesi (sec. XVIII) - Roma.
L. M. Hartmann, in MGH, Epistolae, I, p. 101). Essa infatti era rivestita oltre che nelle parti inferiori delle pareti anche nei sottarchi di lastre di marmo giallo numidico, di cui si sono trovate masse di frammenti e alcuni aderenti ancora all'imposto degli archi. Settimo Severo nel costruire i suoi castra nova equitum singularium, cioè la nuova caserma per la sua guardia del corpo, demolì un gruppo di abitazioni private, ne riempì i piani inferiori per ottenere la platea sulla quale erigere le nuove fondazioni. Gli scavi 1934-38 hanno messo in luce gli avanzi di tali abitazioni con pitture; ma altri resti erano stati scoperti nel 1877 nelle fondazioni per la nuova abside lateranense sotto Leone XIII (E. Stevenson, Scoperte di antichi edifizi al Laterano, in Annali dell'Istituto di corrispondenza archeol., 1877, p. 132 sgg.). Una delle stanze della caserma aveva ancora in situ una colonna con un capitello rovesciato in cui vennero incise due dediche, l'una per la salute degli imperatori del 19° gen. 197 d. C., e l'altra del 203 di ritorno da una spedizione. L'ambiente serviva da schola del Collegio degli Equiti singolari. Della caserma severiana erano già stati rinvenuti avanzi durante i lavori per la costruzione della cappella Corsini sotto il pontificato di Clemente XII (1730-40) e se ne sono rinvenuti avanzi anche a 66 m. a nord del perimetro della Basilica nel cortile del Palazzo Lateranense. Nel medioevo la piazza a nord del patriarchio continuava ad avere la denominazione in campo che passò anche alla chiesa di S. Gregorio. Da scavi eseguiti nel 1635 presso il battistero tornò in luce l'affresco rappresentante la dea Roma passato nella collezione Barberini (detto perciò Roma Barberini) e ora al Museo di Palazzo Venezia (Wilpert, Mosaiken, I, p. 130 sgg. e tav. 125). Gli scavi fatti eseguire sotto il pavimento della navata centrale dell'attuale Basilica dal papa Pio XI dal 1934 al 1938 hanno messo in evidenza le caratteristiche fondazioni costantiniane continue, con plinti di travertino equidistanti per sostenere le colonne e due pulvini in uno dei quali è rimasto ancora l'imposto di due archi che confermano in modo assoluto la descrizione fattata da Onofrio Panvino, quando ancora restavano in piedi sette delle trenta colonne di marmo numidico della navata. La descrizione del Panvino è riprodotta in Ph. Lauer, Le palais du Latran, Parigi 1911, p. 354 sgg. L'abside venne restaurata da Leone Magno dopo il terremoto del 443; essa aveva ricevuto pochi anni prima, tra il 429-30, decorazioni musive offerte dal console Flavio Felice e da sua moglie Padusia, come risulta dall'epigrafe conservata nella sil-
loge di Lorsch (G. B. De Rossi, Inscriptiones christianae Urbis Romae, II, 1, Roma 1888, pp. 149, 306-307). Il museo a b s i d a l e f u r i f a t t o s o t t o N i c c o l o 1 V (1291) d a d u e a r t i s t i f r a n c e s c a n i , f r a ' G i a c o m o T o r r i t i e f r a ' G i a c o m o d i C a m e r i n o . A t t u a l m e n t e n e l l ' a b s i d e s p i c a i n a l t o l a m a n o d i v i n a d e l ' E t e r n o s u l l ' i m m a g i n e d e l S a l v a t o r e , s o t t o l o S p i r i t o S a n t o i n f o r m a d i c o l o m b a i n v e s t e c o n i s u o i r a g g i l a c r o c e g e m m a t a s u l m o n t e d a c u i s g o r g a n o i q u a t t r o f u m i d o v e s i d i s s e t a n o c e r v i e a g n e l l i ; a d e s t r a d e l l a C r o c e l a M a d o n n a , s . P i e t r o , s . P a o l o ; a s i n i s t r a i s s . G i o v a n n i B a t t i s t a e d E v a n g e l i s t a , s . A n d r e a , d i e t r o t r a l a f i g u r a d e l l a M a d o n n a e d e l P r e - c u r s o r e i d u e a r t i s t i f r a n c e s c a n i c h e n e l 1291 r i f e c e r o i l m u s a i c o . f r a ' G i a c o m o T o r r i t i e f r a ' G i a c o m o d a C a m e r i n o . I c i c l i m u s i v i d e l V e c c h i o e N u o v o T e s t a m e n t o a d o r n a v a n o l a n a v a t a c e n t r a l e e v e n g o n o c i t a t i d a i l e g a t i d i A d r i a n o I n e l V I I C o n c i l i o e c u m e n i c o (787) a f a v o r e d e l c u l t o d e l l e i m m a g i n i . D i s t r u t t i i c i c l i d a l t e r r e m o t o d e l l ' 896, v e n n e r o r i f a t t i i n p i t t u r a s o t t o S e r g i o I I I (90-11); s o s t i t u i t i d a g l i a t t u a l i s t u c h i b a r o c c h i n e l r i f a c i m e n t o b o r r o m i n i a n o (1644-55). N e l 1595 F l a m i n i o V a c c a r i f i f r e c e t i l r a n s e t t o d e l l a B a s i l i c a p e r o r d i n e d i C l e m e n t e V I I I , m e t t e n d o i n l u c e u n a s e r i e d i n c i c h i a s s a i g r a n d i ' a p p a r t e n e n t i a i e c a s t r a n o v a S e v e r i a n a d e g l i e c u t i t e s s i n g u l a r e s . U n a s t r a d a r o m a n a c o n l a s t r i c a t o c o n a s s e e s t - o v e s t a p p a r v e n e l r e s t a u r o d e l l ' a l t a r e p a p a l e s o t t o P i o I X n e l 1855. D e l l a f a c c i a t a d e l l a B a s i l i c a C o s t a n i - n i a n a s i h a p u r e l a d e s c r i z i o n e i n P a n v i n i o . L ' i s c r i z i o n e m e d i e v a l e d e l l a f a c c i a t a d o g m a t e p a p a l i . . . v e n n e a d o - p e r a t a c o m e m a t e r i a l e n e l b a t t i s t e r o d o v e s i r i n v e n n e r o f r a m m e n t i n e l l e e s p l o r a z i o n i i v i c o m p i u t e d a l l a P o n t i f i c i a C o m m i s s i o n e d i a r c h e o l o g i a s a c r a n e l 1924. I l B a t t i s t e r o p r i m i t i v o v e n n e a d a t t a t o i n u n a m b i e n t e t e r m a l e e s e n e s o n o i d e n t i f i c a t i g l i a v a n z i s o t t o l ' a t t u a l e , o p e r a d i S i s t o I I I ; e d i t i p o o t t a g o n o c o n p r o n a o c o n o t t o c o l o n n e d i p o r f i d o s o r r e g g e n t i l a t r a b e a z i o n e i n c u i v e n n e i n c i s o q u e l c a r m e d i c o s l p r o f o n d a d o t t r i n a e d e l e v e t a z z a d i f o r m a c h e F . X . D ö l g e r h a r i t e n u t o e s s e r e s t a t o d e t t a t o d a l d i a c o n o L e o n e , p o i s u c c e s s o r e d i S i s t o I I I (Die Inschrift im Baptisterium S. Giovanni in Fonte an der Lateranischen Basilika aus der Zeit Xvstus III. (432-40) und die Symbolik des Taufbrunnens bei Leo dem Grossem, in Antike und Christentum, 2 (1930), pp. 25-57). L e s t r u t t u r e d e l b a t t i s t e r o d i S i s t o I I I e q u e l l e a n t e r i o r i e l e s u c c e s s i v e v i c e n d e v e n n e r o s t u d i a t e d a G . B . G i o - v e n a l e , I l B a t t i s t e r o l a t e r a n e n s e n e l l e r e c e n t i i n d a g i n i d e l l a P o n t i f i c i a C o m m i s s i o n e d i a r c h e o l o g i a s a c r a , R o m a 1929. I l p a p a l l a r o a i d u e l a t i o r i e n t a l e e o c c i d e n t a l e d e l B a t t i - s t e r o f e c e c o s t r u i r e d u e o r a t o r i , d e c o r a t i d i m a r m i p r e - z i o s i e m u s a i c i , c o n a l t a r i d ' a r g e n t o e c o n p o r t e i n b r o n z o ; l ' u n o e r a d e d i c a t o a s . G i o v a n n i E v a n g e l i s t a p r e s s o i l c u i s p e l c o r o e g l i s i e r a s a l v a t o a d E f e s o (n e l l ' i s c r i z i o n e s u l - l ' a r c h i t r a v e s i l e g g e : Liberatori suo beato Ioanni E v a n g e - l i s t a e , H i l a r u s e p i c o p u s F a m u l u s X P I ) ; l ' a l t r o o r a t o r i o e r a d i c a t o a s . G i o v a n n i B a t t i s t a (n e l l a p o r t a d i b r o z o s i l e g g e : i n h o n o r e m b e a t i I o a n n i s B a p t i s t a e H i l a r u s e p i c o p u s D e i f a m u l u s o f f e r t ) . L o s t e s s o P a p a e r e s s e a n o r d e v o s t d e l B a t t i s t e r o u n t e r z o o r a t o r i o s p l e n d i d a m e n t e a d o r n o d i a m a r m i p r e z i o s i , d i c o l o n n e e d i m u s a i c i i n o n e r d e l l a S . C r o c e (L i b . P o n t ., I , p . 243) ; e s s o f u d e - m o l i t o d a S i s t o V , m a s e n e h a n n o d i s e g n i d i F . G . M a r - t i n i , L a f r e r y , S a n s o v i n o , P e r u z z i , S a n g a l l o , C i a c o n i o , e l e d e s c r i z i o n i d i O . P a n v i n i o e d i P . U g o n i o . I l p a p a G i o v a n n i I V (640-42) c o s t r u i p r e s s o l ' o r a t o r i o d i S . G i o - v a n n i E v a n g e l i s t a i l p o r t i c o e l ' o r a t o r i o i n o n o r e d i s . V e - n a n z i o (L i b . P o n t ., I , p . 334) d o v e d e p o s e l e r e l i q u i e f a t t e p r e n d e r e d a l l ' a b . M a r t i n o i n D a l m a z i a . R e s t a n o t u t t o r a i m u s a i c i d e l l ' a b s i d e e d e l l a p a r e t e f r o n t a l e . N e l l a c o n c a d e l l ' a b s i d e n e l l a p a r t e s u p e r i o r e e i l S a l v a t o r e t r a d u e a n g e l i ; n e l l a z o n a i n f e r i o r e n e l c e n t r o e l a B . V e r - g i n e t r a g l i o n e l l a p o s t o l i P i e t r o e P a o l o , p o i i d u e s . G i o - v a n n i B a t t i s t a e d E v a n g e l i s t a ; s . V e n a n z i o , s . D o m n i o e G i o v a n n i I V . N e l l e d u e p a r e t i f r o n t a l i a f i a n c o d e l l ' a b - s i d e s o n o P a o l i n i a n o , T e l i o , A n t i o c h i a n o , G a i a n o , A n a - s t a s i o , A s t e r i o , S e t t i m o , M a u r o . A n c h e S t e f a n o I I I e r a s t a t o f i n d a g i o v a n e i n s e r v i z i o a l p a t r i a r c h i o (L i b . P o n t ., I , p . 471). A d r i a n o I a c c o l e C a r l o M a g n o a l L a t e r a n o (L i b . P o n t ., I , p . 498) d o v e o g n i g i o r n o s o t t o i l p o r t i c o
dì S. Pancrazio (Lib. Pont., I, p. 506). Sotto Leone III (795-816) si ha notizia di un monastero femminile presso l'acquedotto Claudio dedicato ai martiri Sergio e Bacco (ibid., II, p. 24). Pasquale I (817-24) vi sostituì monaci con l'obbligo della salmodia «notte diceque» nella basilica del Salvatore (ibid., II, p. 58; P. Fr. Kehr, op. cit., I, p. 34). Alessandro II vi chiamò i Canonici Regolari di S. Frediano di Lucca. La Basilica ebbe anche la sua schola cantorum dotata da s. Gregorio Magno. I pueri «bene spallentes» venivano scelti dalle varie schiole e nutriti nella Schola cantorum, donde divenivano poi cubiculari (R. Casimiri, Cantantibus organis, Roma 1924, p. 460 sgg.). Il card. Bernardo (m. nel 1176), già priore della Basilica e poi cardinale di Porto, compose un ordo officiorum Ecclesiae Lateranensis (L. Fischer, Bernardi cardinalis et Lateranensis ecclesiae prioris Ordo ecclesiae Lateranensis, Monaco di Baviera 1916) in cui si illustra il compito della schola insieme con quello dei Canonici Regolari Lateranensi incaricati dell'ufficiatura. Nell'Archivio lateranense si conserva il testo di una convenzione stipulata nel 1232 tra i Canonici Regolari Lateranensi e la schola cantorum per il servizio musicale liturgico. Giovanni Diacono attribuisce la istituzione della schola cantorum a Gregorio Magno (santi Gregorii Magni v'ta, II, 6: PL 75). Il Liber diurnus la chiama «orphanatrophium» (formola 97); in una lettera di Paolo del 761-67 è detta schola cantorum (MGH, Epistolae, III, p. 553); in un atto del 919 si legge schola cantorum qui appellatur orphanatrophium (L. Allodi-G. Levi, Resutum Sublacense, Roma 1885, p. 159, n. 112). Il suo oratorio fu S. Stephanus orphanatrophii, ricordato nel Catalogo di Parigi, mentre in quello di Torino tale chiesa risulta già distrutta (R. Valentini-G. Zucchetti, Codice topografico d. Città di Roma, III, Roma 1946, p. 310). I beni della schola cantorum, non più funzionante, dopo gli incendi della Basilica nel 1307 e nel 1361 furono da Urbano V, con bolla del 13 giugno 1370, concessi al Capitolo della cattedrale di Montefiascone (R. Casimiri, L'antica schola cantorum romana e la sua fine nel 1370, in Nel XVI centenario della dedicazione della Arcisalicia Lateranense del S. Mol Savatore, Roma 1924, pp. 56-59). Bonifacio VIII con bolla del 3 sett. 1299 rimosse i Canonici Regolari e istituì quindici canonici secolari. Eugenio IV con bolla del 6 febbr. 1439 vi chiamò i Canonici Regolari di S. Maria di Frigionia presso Lucca. Sisto IV con bolla del 16 apr. 1472 vi ripose i Canonici secolari. Presso la Basilica si costituì ben presto la residenza del vescovo di R. Fin dal 314 si ha notizia che il papa Milziade riunì il primo Concilio contro i Donatisti nella domus Faustae in Laterano. L'oratorio dedicato a s. Lorenzo ebbe più tardi il nome di Sancta Sanctorum; fu la Cappella privata del pontefice, dove solo il Papa poteva celebrare sull'altare che racchiudeva nell'arca di cipresso di Leone III le reliquie più insigni dei martiri romani, le teste degli apostoli Pietro e Paolo, di s. Lorenzo, di s. Agnese, di s. Pancrazio, di s. Prassede; inoltre reliquie della S. Croce, dei più celebri santuari della Palestina e l'immagine acherpita (v.). Il Patriarcho Lateranense fu devastato da Maurizio e da Isacio (640). Il papa Zaccaria restaurò il Patriarcho (Lib. Pont., I, pp. 432-38, n. 38); egli dette spesso vitto ai poveri (Lib. Pont., I, p. 435), Stefano II era stato elevato in venerabili cubiculo Lateranensi, dove poi fu eletto (Lib. Pont., I, p. 443). Sotto la minaccia dell'invasione longobarda, Stefano II portò processionalmente sulle proprie spalle l'immagine acherpita dal Laterano a S. Maria Maggiore. Zaccaria (741-52) fece il triclinio presso la basilica di papa Teodoro nel Patriarcho Lateranense da lui restaurato, dove decorò pure l'oratorio di S. Silvestro il protirò; ivi costruì presso il Tesoro una torre con triclinio superiore abbellito con le rappresentazioni di R. e dell'orro. Nel Patriarcho il biografo di papa Sergio I (687-701) ricorda l'oratorio di S. Silvestro e la basilica di papa Teodoro, tutte e due nell'area dell'attuale Palazzo Lateranense (Lib. Pont., I, pp. 333, 374-76).
I possessi dei papi al Laterano dopo Avignone. Dopo Avignone, i papi preferirono dimorare in Vaticano, limitandosi in genere a recarsi al Laterano per la solenne

Rosta - Refezione nel giardino di Villa Mattei durante la vasita delle Sette Chiese. Anonimo del sec. xivi - Roma, chiesa di S. Maria in Vallicella.
Roma - Scalinata della Trinità de' Monti. Su disegno di A. Specchi e F. de Sanctis (1721-25). In basso la fontana di Pietro Bernini (ca. 1620). In alto la chiesa omonima (1585).
cerimonia del possesso, subito dopo l'incoronazione e talvolta per la festa dell'Ascensione. Si ha notizia del di Martino V e dell'apertura del Giubileo del 1425. Eugenio IV (1431-47) vi esegui alcuni restauri e fece un breve soggiorno. Enea Silvio Piccolomini, scrisse il possesso di Niccolò V (1447-55) il quale vi il Giubileo il 24 dic. 1449; Callisto III venne per il possesso il 20 apr. 1455; Pio II il 3 sett. 1458; Paolo II il 16 sett. 1664; Sisto IV il 25 ag. 1471; Giulio II di morò durante il V Concilio Lateranense nel 1512; qualche giorno dopo il possesso vi restò Leone X nel 1513. Il sacco di Roma danneggiò anche il Patriarcho. Il papa Sisto V (1585) subito dopo il possesso iniziò i lavori di demolizione del cadente Patriarcho dalla parte dove si tenevano i Concilii (avviso di R. 5 giugno 1585 in cod. Vat. Urb. 1053, p. 243). Architetto del nuovo edificio fu Domenico Fontana; esso era già compiuto nel 1589; ma non occupò che parte dell'ambito del nuovo Patriarcho rimanendone avulso anche l'oratorio di S. Lorenzo detto Sancta Sanctorum. Ma lo stesso Sisto V soggiornò assai poco al Laterano e i suoi successori per ferirono il Vaticano e il Quirinale. Innocenzo IX (1591) dopo il possesso rinnovò nel salone Sistino l'antico rito del presbiterio, seguito da Clemente VIII nel 1592 e da Paolo V nel 1605, il quale dispose per la dimora nel Palazzo del cardinale arciprete e dei canonici. Urbano VIII trasformò il Palazzo parte in gran quartiere delle milizie, parte in granaio, parte in lazzaretto e in ospedale maschile. Innocenzo X (1644) vi accolse stori e infermi; Innocenzo XII vi compi nuovi restauri, trasformando in ospizio insieme con l'ospizio apostolico (bolla Ad exercitium pietatis del 1692). Benedetto XIII (1724-30) aveva divisato adibirlo a sede dei conclavi, ma poi vi istituì un opificio per zittelle, che rimase anche sotto Pio VI nel 1776. Pio VII vi esegui lavori per collocarvi i pubblici archivi, ma poi venne ridotto a caserma. Dopo il solenne possesso di Pio IX nel 1846, la cerimonia è stata ripresa dal papa Pio XII nel giorno dell'Ascensione nel 1939.
21. LE BASILICHE PATRIARCALI
Nel sec. XII le basiliche Lateranense, di S. Pietro, di S. Paolo, di S. Maria Maggiore e di S. Lorenzo costituivano ciascuna un patriarcatus e gli edifici annessi per abitazione venivano detti patriarchia; infatti O. Panvino scrive: «palatiume conspicua illis adiuncta patriarchia appellantur». Anzi per ricordare queste cinque Basiliche era formato il seguente discito: «Paulus, Virgo, Petrus, Laurentius atque Iohannes» hi Patriarchatus nomen in Urbe tenent». Nell'altare maggiore delle Basiliche patriarcali può celebrare solo il papa o chi riceve da lui uno speciale mandatum. I palazzi poi annessi alle singole Patriarcali, oltre quello del Laterano adibito ad abitazione del Pontefice e agli uffici dell'amministrazione e della Curia, servivano rispettivamente per i patriarchi di Costantinopoli, di Alessandria, di Antiochia e di Gerusalemme, in caso di loro presenza in R. Le quattro Basiliche patriarcali (v. BASILICA), dove vennero istituite le Porte Sante per lucrare le indulgenze durante il Giubileo, sono: S. Giovanni in Laterano, S. Pietro (v. VATICANO) S. Paolo (v.) e S. Maria Maggiore. Le sette chiese sono: S. Pietro, S. Paolo, S. Sebastiano, S. Giovanni, S. Croce, S. Lorenzo (v.) e S. Maria Maggiore nell'ordine topografico in cui si compie la pia visita delle medesime (G. Severano, Memorie sacre delle sette chiese di R., Roma 1630).IV. I COGNOMI DELLE CHIESE MEDIEVALI
Nel medioevo molte chiese assunsero cognomi desunti dalla loro ubicazione topografica: de flumine, come S. Lorenzo, S. Lucia, S. Maria (dalla loro prossimità al Tevere); o de iusula come S. Bartolomeo, S. Benedetto; trans Tiberim, come S. Abbaciro, S. Agata, S. Cecilia, SS. Cosma e Damiano; de Aventino, come S. Maria; in Caelio, come S. Stefano; in Capitolio, come S. Maria; de Ianiulo, come S. Angelo; de Palatio, come S. Cesareo; ad duas domos, come S. Susanna.Altre chiese ancora ricevevano l'appellativo dalle reliquie che contenevano, così S. Giovanni e S. Silvestro de capite; S. Lorenzo ad craticulam; S. Agapito, S. Maria, S. Pietro ad vincula.
Molte chiese appartenevano a scholae o nazioni: S. Maria schola Saxonum poi S. Maria in Saxia; S. Salvatore scholae Francorum, S. Michele schola Frisonum, S. Giustino schola Langobardorum (per le scholae, V. VATICANO); S. Stefano de Ungariis, S. Cesario, S. Gregorio de Graecis; S. Salvatore, S. ma Trinità Scottorum; S. Gregorio, S. Giacomo de Armenis; S. Andrea, S. Tommaso de Hispanis. Anche gli ospizi hanno dato origine al nome di alcune chiese come S. Lucia in xenodochio Aniciorum; S. Maria in xenodochio Firmis; S. Abbario in xenodochio Valeriorum; S. Stefano de orphanotrophio o de schola cantoris; S. Nicola de hospitali.
S. Sabina, fondata dal presbítero Pietro d'Illiria al tempo di CELESTINO I (422-32), come attestano l'iscrizione musiva nell'interno della parche d'ingresso e il Lib. Pont. (I, p. 235), che l'indica compiuta sotto Sisto III (432-40), è titolo nel Sinodo del 499; l'epitafio di un presbyter Basilius tituli Sabinae è in S. Paolo fuori le mura (A. Silvagni, Inscriptiones Christ., nuova serie, II. Roma 1935, n. 5154). Restaurata e abbellita da Leone III (795-816) Lib. Pont. II, p. 20), e da Eugenio II (824-27) ibid., p. 69). Onorio III la concesse all'Ordine dei Frati Predicatori. Fu modificata e danneggiata nel 1559 e 1585. Fu restaurata in pristino per iniziativa del p. M. Gillet quando nel 1936 decise di riportarvi la Curia generalizia del suo Ordine, affidando la direzione dei lavori al p. M. D. Darsy che ne ha dato una prima limpida relazione (DACL, XV, 1, coll. 218-38). Il papa SIMPLICIO (468-83) resse una basilica alla martire Bibiana, presso il palatium Licinianum (Lib. Pont., I, p. 240; V. anche E. Donckel, Studien über den Kultus der hl. Bibiana, in Röm. Quartalschr., 43 [1935]; id., Der Kultus der hl. Bibiana in Rom., in Riv. di arch. christ., 15 [1937]), ed anche S. Andrea in Catabarbara sull'Esquiline; un goto di nome Valia adattò a chiesa cristiana la basilica eretta dal console Giulio Busso nel sec. IV. Il museo abbasile rappresentava Gesù Cristo tra gli Apostoli (G. B. De Rossi; Inscr. chr., II, 1, Roma 1888, p. 436; Lib. Pont., I, p. 249; G. Lugli e T. Ashby, La basilica di Giulio Busso, in Riv. di arch. christ., 8 [1932], pp. 221-55; R. Krautheimer, Corpus, cit., pp. 64-65). Anche S. Stefano in Cuiello Monte fu fondata dal papa Simplicio (Lib. Pont., I, p. 249), decorata da Giovanni I (523-26) e da Felice IV (526-30) G. B. De Rossi, Inscr. christ., II, 1, p. 152, nn. 29, 32). Papa Teodoro (642-49) vi trasferì i corpi dei martiri Primo e Feliciano (Lib. Pont., I, p. 332). Rinnovata da Adriano I (772-95) ibid., p. 510), ebbe doni da Leone III (795-816) ibid., II, pp. 20-31), Gregorio IV (ibid., II, p. 76) e Leone IV (ibid., II, p. 119). Divenne titolo presbiterale dopoli 1000. Inno cenzò il la restaurò (ibid., II, p. 384). Gregorio XIII nel 1573 la concesse al Collegio ungarico (R. Krautheimer, S. Stefano rotondo a R. e la chiesa del S. Sepolcro a Gerusalemme, in Riv. di arch. christ., 12 [1935], pp. 51-102; P. F. Kehr, Italia Pontificia, I, Berlino 1906, p. 42; E. Mälle, La mosaica de S. Stefano Rotondo a Rome, in Scritti in onore di Bartolomeo Nogara, Città del Vaticano 1937, pp. 237-52). Simmaco (498-514) eresse l'oratorio dei S. Cosma e Damiano presso S. Maria, costruì dai fondamenti la basilica dei S.S. Silvestro e Martino ai Monti, fece una scalata dietro l'abside del S.S. Giovanni e Paolo (Lib. Pont., I, p. 262). Sotto Simmaco si ha il Sinodo del 499 in cui sottoscrivono i presbiteri dei vari titoli. L'elenco del 499 fa conoscere i seguenti titoli: di Bizante, di Pammachio, di Emiliana, di Clemente, degli Apostoli, di Equizio, di Prassede (iscriz. del 491 in Bull. arch. crist., 4° serie, 1 [1882], p. 65), di Eusebio, di Pudente, di Vestina, di Gaio, di Ciriaco, di Marcello, di Lucina, di Damaso o di S. Lorenzo, di Marco, di Anastasia, Fasciola, Crescenzi, Tigrida, Matteo, Romano, Sabina, Prisca, Giulio, Cecilia, Crisogono. Il titulus Aemiliae del 499 è stato identificato con quello dei SS. Quattro Coronati del Sinodo del 595 (A. Munoz, Il restauro della chiesa e del chiostro dei SS. Quattro Coronati, Roma 1914). Il titulus Anastasia figura nel 499. Nel primo stadio S. Anastasia ebbe nave unica con transepto e abside semicircolare decorata da Damaso (G. B. De Rossi, Inscr. Chr., II, 1, pp. 24 e 150); in un secondo tempo furono aggiunte le due navatelle; nel terzo appartiene il restauro di Leone III (795-816). La nuova facciata è del 1634-40, l'ultimo grande restauro del 1721-1722 (R. Krautheimer, S. Anastasia, in Corpus, cit., pp. 43-63). Il titulus Byzantis si è ritenuto lo stesso che quello di Pammachio, il che non è provato, e si è identificato con
quello dei SS. Giovanni e Paolo del 595 (J. P. Kirsch, Die römischen Titelkirchen, Paderborn 1918, pp. 20-33). Il titulus Callisti è stato identificato con il titulus Iulii et Callisti del 595, cioè con S. Maria in Trastevere (J. P. Kirsch, op. cit., p. 104 sgg.). Il titolo di Cecilia nel Trastevere diviene titulus S. Caeciliae nel Sinodo del 595 (bibl. in R. Krautheimer, Corpus, cit., pp. 95-112). S. Ciriaco in Themis fu eretto su terreno pubblico e certo non prima del sec. IV; esso stava verso il padiglione sud ovest del Ministero delle finanze (R. Krautheimer, Corpus, pp. 115-117). Il titulus Clementis era antico al tempo di S. Girolamo il quale scrive che non minime eius (Clementis) memoriam usque hodie Romae extructa ecclesia custodit (De viris ill., 15); sul « dominicum Clementis» V. G. B. De Rossi, in Bull. arch. crist., 1863, p. 25, e 1874, p. 159; per il resto R. Krautheimer, Corpus, cit., pp. 118-36.
Il titulus Crescentiana si è identificato con S. Sisto del 595 (J. P. Kirsch, cit., p. 111 sgg.). S. Ciriaco figura tra i « tituli » nel 499; è « titulus S. Chrisogoni » nel 595 (bibl. in R. Krautheimer, Corpus, cit., pp. 144-64).
Il Titulus Fascicola ha la sua più antica iscrizione in una epigrafe dell’a. 377 (G. B. De Rossi, Inscript. christ., I, Roma 1857-61, n. 262; Cinnamius, Opus lector de Fasciola; J. B. Kirsch, op. cit., pp. 90-94). Il titulus Gai diviene di S. Susanna nel Sinodo del 595; è detto « ad duas domos iuxta Diocletianas » nel Martirologio germaniano all’11 a.g. (autae s. Susanna). Nel Sinodo del 499 Benedetto e Severo firmarono come presbiteri del « titulus Gai ». È indicato « iuxta S. Quiriacum » nella biografia di Sergio I (687-701) che ne fu prete titolare. La restauro è l’arricchì (Lib. Pont., I, pp. 371, 375; G. B. De Rossi, in Bull. arch. crist., 2ª serie, I (1870), pp. 80-112; L. Duchesne, in Melanges d’arch. et d’hist., 36 (1916), p. 33 sgg.). Il titulus Luciana, con S. Lorenzo in Lucina (J. P. Kirsch, op. cit., pp. 80-84). Il titulus Marcelli, diventa « S. Marcelli » nel Sinodo del 595 (G. A. Barelli, Il titolo di S. Marcello in Via Lata e la scoperta di un antico battistero, in N. Bull. di arch. crist., 19 (1913), pp. 109-20; J. P. Kirsch, op. cit., pp. 77-80). Il titulus Marci diviene nel 595 « S. Marci » (J. P. Kirsch, op. cit., pp. 87-90; A. Ferrara, La basilica di S. Marco, in Circ. Catt., 1948, III, pp. 503-13). Il titulus Matthaei (Kl. Henze, S. Matteo in Merulana, in Miscellanea Ehrle, II [Studi e testi, 38], Roma 1924, pp. 404-14; pianta in S. Du Péréc-Lafrery, 1577; G. B. Nolli, 1748, tav. 15, n. 28), fu riconsacrata il 25 marzo 1110 da Pasquale II; l’altare fu restaurato dal presbitero Anastasio (P. Fr. Kehr, Italia Pont., cit., I, p. 39). Il titulus Nicomedis con i SS. Marcelino e Pietro in Via Merulana nel Sinodo del 595 (J. P. Kirsch, op. cit., pp. 54-58). Il titulus Priscae appare già in un epitafio del 491, la chiesa attuale è al di sopra di un mitreo (A. Ferrara, Il mitreo sotto la chiesa di S. Prisca, in Bull. arch. com. di Roma, 68 (1940), pp. 59-86). Il titulus Sabinae è certo anteriore al presbitero Pietro che costruì la Basilica (oggi S. Sabina) al tempo di papa Celestino (422-32) altrimenti egli sarebbe stato il « conditor tituli » e questo avrebbe preso il suo nome (v. Sabina, santa). Il titulus Tigridea del 499 è stato identificato con la S. Balbina del 595 (J. P. Kirsch, op. cit., pp. 94-96). Il titolo di S. Balbina appare per la prima volta nel Sinodo del 595 dove firmarono due presbiteri; un frammento epigrafico dello stesso secolo lo ricorda pure: TT. SCE Ba (G. B. De Rossi, Roma sotterr., III, Roma 1877, p. 515. Per la bibl. V. R. Krautheimer, Corpus, cit., p. 84 sgg.).
Felice IV (526-30) eresse la basilica dei SS. Cosma e Damiano presso il « templum urbis Romae » (bibl. in R. Krautheimer, Corpus, cit., pp. 137-43). Gregorio Magno (590-604) dedicò alla martire Agata la chiesa dei Goti situata nella Suburra eretta già da Ricimero tra il 459-470 (Lib. Pont., I, p. 312; Dialoghi, III, 30; Registr. epist., in MGH, Epist., I, Lipsia 1891, p. 253). A questo Papa si ricollega anche S. Saba: Giovanni diacono (Vita s. Gregori, I, 9; PL 75, 66) scrisse che s. Silvia, madre di s. Gregorio.

ROMA - Interno della chiesa di S. Luce Manno offerta al padre Pio XII dagli Uomini di Azione Cattolica Italiana (1952) - Roma.
ma volta nel 715-31 quando Gregorio II fondò lo «Sennodochium in platana» (ibid., pp. 440, 456, n. 5; R. Krautheimer, Corpus, cit., p. 216).
Gregorio III (731-41) pose nell'oratorio del Presepe in S. Maria Maggiore, da lui restaurata, un'immagine d'oro della Madonna con il Salvatore; restaurò e abbellì la chiesa di S. Crisogono, istituendovi il monastero di SS. Stefano, Lorenzo e Crisogono; restaurò i monasteri presso la Basilica Lateranense, la basilica di S. Maria ad martyres; trasformò in basilica l'oratorio di S. Maria in Aquiro; rinnovò la chiesa dei SS. Marcellino e Pietro presso il Laterano; restaurò le mura della città (Lib. Pont., I, pp. 418-20). Adriano I (772-95) restaurò S. Prisca, S. Clemente, S. Pudenziana; trasformò la «statio» nana in S. Maria in Cosmedin (ibid., p. 404 sgg.); ricostruì S. Giovanni ante Portam Latinam, chiesa durante anteriore edificata in onore dell'Evangelista che ivi avrebbe subito il martirio dell'olio bollente (ibid., p. 508); di nuovo ricostruì nel 1191 da Celestino III (P. G. S. La decorazione a fresco del XII sec. della chiesa di S. Giovanni ante Portam Latinam, in Studi romani, 2 [1914], pp. 260-328; R. Krautheimer, An Orientalia silica in Roma, in American journal of archaeology, 11 [1936], p. 485 sgg.). Pasquale I (817-24) ricostruì S. Cecilia, S. Prassede, S. Maria in Domnica.
l'Epifania, la Presentazione e s. Mattia. Alla fine del sec. XIII Filippo Rusuti decorò in musicao la facciata, oggi dietro quella di Benedetto XIV. In alto è il Salvatore tra quattro angeli e i simboli dei quattro Evangelisti, al di sotto la B. Vergine, s. Paolo, s. Giacomo, s. Girolamo, dall'altra s. Giovanni Battista, s. Pietro, s. Andrea, s. Mattia. Nella zona inferiore, il Gaddi raffigurò le visioni della Madonna al papa Liberio e al patrizio Giovanni, il patrizio che riferisce la visione al Papa; quindi il miracolo della neve e il papa Liberio col clero e il patrizio Giovanni mentre traccia nella neve la pianta della Basilica. Ca. il 1450 il card. G. d'Estouteville compie nuovi lavori nella Basilica (J. Marx, Quatre Documents relatifs à Guillaume d'Estouteville, in Mélanges d'arch. et d'hist., 35 [1915], p. 51 sgg.). I due papi Borgia, Callisto III (1455-58) e Alessandro VI (1492-1503), rinnovarono il soffitto, coprendo in parte i musei dell'arco trionfale. O. Panvino descrive lo stato della Basilica prima del 1568, in cui si distinguevano ancora i versi di Sisto III nell'interno sopra l'ingresso (Le sette chiese di R., Roma 1570, p. 300). Il card. D. Pinelli nel 1593 pose decorazioni in stucco tra i pilastri e restaurò i musei; Sisto V e Paolo V per la costruzione delle cappelle del S.mo Sacramento e della Madonna, tolsero colonne e distrussero specchi in musicao; Benedetto XIV nel 1750 compi riparazioni nel tetto, ripulì i musei e ridusse le colonne a dimensioni uguali; fece il nuovo baldacchino all'Alta maggiore, la facciata e la sistemazione dietro l'abside e rifece il Palazzo, che era stato costruito da Niccolò V. La Confessione aperta dinanzi all'Alta maggiore fu fatta eseguire dal papa Pio IX che davanti a rappresentato genuflesso (F. M. Fabi Montani, La confessione della Basilica Liberiana, Roma 1867). Nel 1931 il papa Pio XI, nel centenario del Concilio di Efeso, restituì all'antica forma l'arco trionfale e rimise in luce il transetto. Ulteriori restauri sono stati eseguiti a cura del regnante Pontefice. Nella Basilica furono sepolti i papi Onorio III (1216-27), Niccolò IV (1288-92), s. Pio V (1566-72); Sisto V (1585-90); Clemente VIII (1592-1605); Paolo V (1605-21); Clemente IX (1670-76). Sulla Grotta di Betlemme riprodotta nella Basilica, cf. G. Biasotti, La riproduzione della grotta di Betlemme nella Basilica di S.Maria Maggiore, in Dissertazioni della Pont. Accad. rom. diarch., 2a serie, 15 (1921), pp. 95-110; sulle reliquie dette della culla: G. Cozza Luzzi e G. Lais, Le memorie Liberiane dell'infanzia di N. S. Gesù Cristo, Roma 1894; H. Grisar, La culla del divin Bambino, in Civ. Catt., 1895, 1, p. 209 sgg. Intorno a S. Maria Maggiore furono i seguenti monasteri per il servizio della Basilica: l'oratorio dei SS. Cosma e Damiano detto ad S. Mariam Majorem o ad praespe, è ricordato la prima volta nella biografia di papa Simmaco ([498-514] Lib. Pont., 1); ivi fu il Ge- rocomium post absidam S. Genitricis ad praespeem, fondato sotto Gregorio II (715-31), convertito poi in monastero e arricchito di doni da Leone III (795-810); fu distrutto sotto Sisto V; S. Andrea in assai o in Exaolo, ricordato nel 998-99 nelle carte di S. Prassede, da una bolla di Benedetto VII dell'8 febbr. 1024; divenne filiale come attestano le bolle di Celestino III del 4 genn. 1192 e di Innocenzo IV del 19 marzo 1244; ivi si costruì l'ospedale de Piscina o piscinula rimasto fino al sec. XV. S. Adriano, ricordato come monastero nella biografia di Leone III fu distrutto sotto Niccolò V per la costruzione del Palazzo annesso alla Basilica. S. Andrea in massa Iuliana. Era alla sommità del clivus Suburanus presso S. Vito. È menzionato nella biografia di Leone III (795-816) e nelle carte di S. Prassede del 998-99 si parla di un archipre- sbiter di detto monastero, che ritorna più volte nel Re- gesto Sublacense (anni 1005, 1015, 1051). Sembra abban- donato dopo il sec. XIII e sostituito da S. Andrea de fractis, fondato nel 1270 dal card. Ottobono arciprete di S. Maria Maggiore. È menzionato in bolle di Nic- colò IV del 27 genn. 1290 e di Benedetto XI del 9 genn. 1304; Eugenio IV nel 1433 la unì a S. Paolo fuori le mura, mentre i beni andarono al Capitolo Liberiano (L. Duchesne, Les monastères desservants de Ste Marie Majeur en Mélanges d'arch. et d'hist., 27 [1897], pp. 479-91).

ROMA - Musaici nella cappella dei SS. Francesco e Caterina nella chiesa di S. Leone Magno, Cartoni di Adriana Venturini - Notte, esecuzione dei fratelli Cassio (1952) - Roma.
ursprüngliche Apisianlage, Città del Vaticano 1939; E. Lavagnino, S. Maria Maggiore, Roma s. d.
22. Le chiese mariane minori secondo i cataloghi antichi
R. ha anche il primato del maggior numero di chiese dedicate alla Madre di Dio, fino dai primi secoli del medioevo. Infatti si annoverano le seguenti chiese mariane fino al sec. XVI.S. Maria Degli Angeli, iniziata da Pio IV nel 1561 nelle Terme di Diocleziano. S. Maria de Anima: ricordata nel Catalogo del 1492, fu terminata sotto Alessandro VI; è oggi la chiesa nazionale dei Tedeschi (J. Schmidt, Geschichte der deutschen Nationalkirche S. Maria dell’Anima, Friburgo in Br. 1906). S. Maria Antiqua al Foro Romano: adattata in un precedente edificio romano, con affreschi della fine del sec. V e sgg., abbellita specie da Giovanni I (1705-1707) H. Grisar, S. Maria Antiqua, in Civ. Catt., 16a serie, 1896, VI, p. 458 sgg.; 1901, I, p. 228 sgg.; 1901, IV, p. 491 sgg.; G. Wilpert, S. Maria Antiqua, in L’Arte, 13 (1910), pp. 1-20; 81-107; id., Mosaiken, 11, passim, e IV, tavv. 133-135; 142-146; 151-163; 1-3; 167-168; 177-187; 192-201; 215, 2, 5; W. De Grinich, S. Maria Antiqua, Roma 1911; E. Tea, La basilica di S. Maria Antiqua, Milano 1937). S. Maria de Arte Aurea: chiesa ad oriente del Foro di Nerva (Ch. Hülsen, Le chiese di R. nel medioevo, Roma 1927, p. 312). S. Maria Antiqua del Collego Romano: certa di Vittoria della Tolfa, nipote di Paolo IV, aveva l’ingresso in via S. Ignazio; è ricordata nel Catalogo dello Spagnolo. Fu demolita tra il 1649-54 per la nuova chiesa di S. Ignazio. S. Maria Annunziata detta la Nunziatella: posta al terzo miglio della Via Ardeatina; un’iscrizione ivi esistente del tempo di Onorio III ed ha la data del 12 a. 1220. S. Maria de Aquaricians: è ricordata nell’elenco di Cencio Camerario, doveva essere presso Piazza Nuova (Ch. Hülsen, op. cit., p. 310). S. Maria in Aquino: tuttora esistente nella Piazza degli Orfani è ricordata per la prima volta nella biografia di Gregorio III come S. Maria a Cyro (Lib. Pont., I, pp. 419, 424, n. 24; P. Fr. Kehr, Italia Pontificia, I, Berlino 1906, p. 85). S. Maria de Archa Noe (L. Duchesne, S. Maria in Foro, S. Maria in Macello, in Mélanges d’arch. et d’hist., 35 [1905], p. 153). S. Maria de Armenis: ri-rodata in un documento dell’Archivio di S. Pietro del 13 apr. 1325 (Bullarium Vatic., II, p. 34). Il card. Ehrle la localizzò all’angolo sud orientale della Basilica Constantiniana (F. Ehrle, Ricerche su alcune antiche chiese del Borgo di S. Pietro, in Dissertaz. della Pont. Accad. rom. di arch., 2a serie, 11 [1907], p. 32). S. Maria de Arte Archea: è ricordata nella bolla di Giovanni XII dell’8 marzo 962. S. Maria de Astartis: denominazione derivata dalla famiglia Astalli; un documento del 9 maggio 1337 ricorda un suo presbitero, fu demolita per la costruzione della chiesa del Gesù (P. Tacchi Venturi, in Studi e documenti di storia e diritto, 21 [1989], p. 314). S. Maria de Aventino: oggi S. Maria del Priorato; vi fu annesso il monastero benedettino fondato da Alberico nel 980 che fu tra le venti abbazie romane (P. Fr. Kehr, Italia Pont., I, pp. 116-117). S. Maria de Cacabardi: dai cacabi o caldaie; la bolla di Urbano II del 1186 ricorda tra le filiali di S. Lorenzo in Damaso. S. Maria de Cacabardelli: ad occidente del Celio; è ricordata nel Catalogo di Torino e nella bolla di Onorio III del 25 febb. 1217 (Ch. Hülsen, Le Chiese, cit., p. 316). S. Maria de Cambiatoribus: nella zona tra Piazza delle Carrette, via S. Pietro in Vincoli e via del Colosseo. È ricordata come S. Maria in candidatore in una bolla di Adriano IV del 18 marzo 1116 (P. Fr. Kehr, Italia Pont., I, p. 14, n. 24; p. 48, n. 3). S. Maria de Cannela: al termine del 14 di Pasquale II (1099-1118) era alle dipendenze della chiesa di S. Marcello. Il nome deriva dai condotti dell’acqua Vergine; era nella strada tra il Corso e il Quirinale e fu demolita da Paolo V (P. Fr. Kehr, Italia Pont., I, p. 76; id., Römischen Analekten. S. Maria de cannella, in Quellen und Forschungen aus italienisch. Archiven und Bibliotheken, 14 [1911], pp. 27-32). S. Maria in Campi- telli: esisteva sulla Piazza omonima nel sec. XIII, ma con facciata verso la torre del Melangolo; è segnata nella pianta di L. Bufalini del 1551 e di S. Du Péric-Laffrey del 1577; l’attuale edificio è del 1661. È una diaconia.
(C. Cecchelli, S. Maria in Portico, Roma s. d.). S. Maria in Campo Carlei, detta più tardi «Spoglia Christi» o «in campo Carleo prope Forum Nervae», appare nel Liber anniversarium del Salvatore, e sotto il nome del Salvatore è segnata nella pianta di Roma di L. Bufalini del 1551; fu demolita nel 1684 (Ch. Hülsen, Le Chiese, cit., p. 319). S. Maria in Campo a Dono Gregori: è nel Catalogo di Cencio già senza clero; non si è identificata. S. Maria de Cannapara: ad occidente del Foro Romano; appare nei Catalogli dei secc. XII-XIV: è indicata nelle piante di Roma di L. Bufalini e anche in quelle di Noli del 1748. S. Maria in Capitolio: V. Aracocelli, in Enc. Catt., I, coll. 1751-53. S. Maria in Capella: appare nel Catalogo di Torino, una lapide attesta che fu dedicata nel 1090; nel 1540 fu data alla compagnia dei fabbricanti di «cuppelle» o bariletti (Ch. Hülsen, Le Chiese, cit., pp. 322-23). S. Maria in Caput Portici: ad ovest del portico di S. Pietro in Vaticano, è ricordata quale diaconia nelle biografie di Stefano II (1752-57) Lib. Pont., I, p. 456, n. 6) e di Adriano I (1722-95) ibid., p. 520, n. 80; P. Fr. Kehr, Italia Pont., I, p. 150). S. Maria de Castro S. Pauli: è ricordata nel Catalogo di Torino; si trovava dentro il «Castrum S. Pauli» creato dal papa Giovanni VIII (850-82); era abbandonata nel 1306. S. Maria in Caterina: è la chiesa oggi detta S. Caterina della Rota; è menzionata nei Mirabilia e nella bolla di Urbano III del 1186, dove è indicata tra le filiali di S. Lorenzo in Damaso (C. Cecchelli, Note su chiese e case romane specialmente del medioevo, in Bull. della Commissione archeol. mun. di R., 65 [1937], pp. 240-42). S. Maria «Cella Farfae» o «De Thermis»: si trovava dove è ora S. Luigi dei Francesi, apparteneva all’abbazia di Farfae; è ricordata per la prima volta nel Re- gesto Farfense in un documento del 998: «coclesia S. Mariae sita Romae regione nona in thermis Alexandrinis» (Ch. Hülsen, Le chiese, cit., pp. 326-27). S. Maria de Curte in Campiello: è ora nell’interno del monastero di Tor de Specchi; è ricordata fin dal tempo di Bonifacio VIII; fu parrocchia fino a tutto il sec. XV, venne poi incorporata nelle costruzioni delle monache di Tor de Specchi; è detta anche dell’Annunziata o di S. Francesca Romana (Ch. Hülsen, Le chiese, cit., p. 329). S. Maria «De Conceptione»: nel Catalogo di S. Pio V è indicata tra Monte Citorio e S. Biagio di Monte Citorio. S. Maria «De Curte Praefecti»: è citata nella bolla di Urbano III del 1186; non identificata. S. Maria «De Consolatione»: chiesa consacrata presso quella della Grazie il 3 nov. 1472; ricordata nel Catalogli del 1492 e dello Spagnolo. S. Maria in Cosmedin: diaconia eretta da Adriano I (1772-95) Lib. Pont., I, p. 507; G. B. Giovenale, La basilica di S. Maria in Cosmedin, Roma 1927). S. Maria «De Crypta Pincta»: era tra le filiali di S. Lorenzo in Damaso nella bolla di Urbano III del 1186; si trovava dove è oggi la Piazza omonima; il cognome deriva dei sotterranei delle costruzioni della cave del Teatro di Pompeo (Ch. Hülsen, Le Chiese, cit., pp. 328-29). S. Maria «In Curte Domine Micine»: tra la parte occidentale del Campidoglio e Piazza Montanara. Dorma Miccina appartiene ad una famiglia romana del sec. XI o XII: la chiesa è ricordata nell’Anonimo Magliabecchiano ed è scomparsa nel sec. XV. (R. Lanciani, in Bull. della Commissione archeol. mun. di R., 45 [1917], p. 186). S. Maria «De Episcopio»: sul versante occidentale dell’Aventino; chiesa ricordata nei Catalogli di Torino e di N. Signorili, il primo la indica già senza porte e senza servizio. Scomparsa dal sec. XV (Ch. Hülsen, Le chiese, cit., p. 322, n. 41). S. Maria «Dominae Bertae»: presso l’antica Via di Porta Leone; la chiesa è ricordata in un documento del 1238 (L. Schiaparelli, in Arch. Soc. rom. di st. patria, 25 [1902], p. 29); nella prima metà del sec. XVII ne restavano le vestigia. S. Maria «Dominae Rosae»: eretta tra le rovine del Circo Flaminio, vi fu annesso un monastero ricordato nella bolla di Celestino III del 4 ott. 1192. Fu una delle venti abbazie e detta S. Maria «in Castro aureo»; in suo luogo il card. D. Cesi eresse nel 1564 l’attuale S. Caterina dei Funari (G. Marchetti Longhi, in Memorie dei Lincei, 5ª serie, 16 [1923], p. 668 sgg.). S. Maria «In Dominica» o della Navicella (da un’antica nave votiva marmorea
ROMA - II pino centenario del Campidoglio, caduto nella notte del 30 apr. 1931.
nella piazza antistante). Diaconia ricordata già nella biografia di Leone III (795-816; Lib. Pont., II, pp. 9, 14, 16, 19). S. MARIA «DONO IOHANNIS BOVIS O BOBONIS».
S. MARIA «IN FALCONE»: forse sotto Monte Mario, presso Villa Madama; ricordata in un atto del 12 apr. 1483 (P. Fr. Kehr, Italia Pont., I, p. 168 n. 16; Ch. Hülsen, Le chiese, cit., pp. 332-333). S. MARIA «DE FERRARIIS»: chiesa presso il Colosseo, scomparsa nel sec. XV. Appare in un atto del 1205 e nella bolla di Innocenzo IV del 18 marzo 1254 (G. Gatti, in Bull. della Commissione archeol. com. di R., 23 [1895], p. 124 sgg.). S. MARIA «DE FLUMINE»: era presso Monte Cenci; la bolla di Urbano III del 1186 la pone tra le filiali di S. Lorenzo in Damaso. Fu dissacrata il 19 febbr. 1573 (Ch. Hülsen, Le chiese, cit., pp. 333-335). S. MARIA «IN FORMOSA»: scomparsa; fu pure tra le filiali di S. Lorenzo in Damaso (ibid., p. 335). S. MARIA «IN FORO»: dov'era il foro di Augusto (ibid.). S. MARIA «DE FOVEA»: oggi S. Giovanni Decollato; la chiesa fu data da Innocenzo VIII con bolla del 23 ag. 1490 alla compagnia della Misericordia dei Fiorentini (ibid., pp. 335-336). S. MARIA «DE GRADELLIS»: presso S. Maria in Cosmedin. Dal Catalogo del 1492 in poi è detta S. Maria Egiziana (ibid., pp. 336-338). S. MARIA «DE GUINIZO»: nel versante occidentale del Campidoglio. Ricordata già nel Catalogo di Torino (ibid., pp. 338-339). S. MARIA «DE INFERNO»: certa nel sec. XIV sopra S. Maria Antiqua. Demolita all'inizio del 1900 (ibid. pp. 339-400). S. MARIA «INTER DUO»: «DUAS»: tra due antiche strade romane presso il Colosseo (ibid., p. 340). S. MARIA «IN IULIA»: chiesa e monastero ricordata già nelle biografie di Leone III; filiale di S. Lorenzo in Damaso fu poi detta S. Anna de Funari o de Falegnami e demolita nel 1887 (ibid., pp. 240-41). S. MARIA LAURETANA: al Foro Traiano, oggi della Madonna di Loreto. Fondata dalla Compagnia dei Fornari nel 1507; è nei Cataloghi del 1555, di Pio IV e di S. Pio V. S. MARIA «DE LUTARA»: oratorio e monastero ricordato nella biografia di Leone III (Lib. Pont., II, p. 45, n. 103). Non identificato (Ch. Hülsen, Le chiese, cit., p. 341).
S. MARIA «DE MACELLO»: verso la piazza Montanara (ibid., pp. 341-42). S. MARIA ET S. BLASII: forse è la stessa di S. Benedetto in Thermis (ibid., p. 378). S. MARIA MAGGIORE: V. SORA. S. MARIA «IN MAURENTA»: presso Piazza Navona; per la prima volta appare nel Catalogo di Cennio Camerario, già senza clero; scomparsa nel sec. XVI (ibid., pp. 342-43). S. MARIA «DE MANU»: alle pendici del Palatino, verso il Circo Massimo. Appare in un atto del 20 dic. 1215, poi detta S. Maria dei Cerchi (ibid., pp. 343-44). S. MARIA «DE MAXIMA»: chiesa o monastero, oggi S. Ambrogio della Massima. Già nella biografia di Leone III (ibid., pp. 344-45). S. MARIA «AD MARTYRES»: ROTUNDA O S. MARIA DELLA ROTONDA: il Pantheon trasformato da Bonifacio IV (Lib. Pont., I, p. 363; P. Fr. Kehr, Italia Pontif., I, p. 99). S. MARIA «MEDIANAE»: oratorio ricordato nella biografia di Leone III (705-816; Lib. Pont., II, p. 42, n. 70) fu presso il portico della basilica di S. Pietro in Vaticano (Ch. Hülsen, Le chiese, cit., p. 345). S. MARIA «DE MERITRIO»: presso l'arco di Costantino, all'inizio della Sacra Via; la bolla di Alessandro IV del 9 apr. 1256 indica già esistente la chiesa di cui gli avanzi sono poco oltre la «meta sudante» verso l'altura del Palatino (ibid., pp. 345-46). S. MARIA «IN MINERVA»: «SUPRA MINERVAM»: è già nell'itinerario di Einsiedeln. Passata dal Senato e dal popolo romano ai Frati Predicatori confermata con bolla di Giovanni XXI del 3 nov. 1276 (I. Berthier, L'église de la Minerva à Rome, Roma 1910; R. Spinelli, S. Maria sopra Minerva, 1912). S. MARIA DEI MIRACOLI: presso il Tevere. Al principio del sec. XVI era una cappella dedicata alla Madonna negli archi delle Mura Aureliane presso Piazza del Popolo. L'Arcionfraternita di S. Giacomo degli Incurabili eresse nel 1525 un oratorio per collocarvi l'immagine che fu trasferita nella chiesa attuale nella Piazza del Popolo nel 1664. S. MARIA «IN MONASTERO»: è ricordata in un placito di Benedetto VII del 1014 (Regestum Farfense, III, p. 199, n. 492). Era davanti a S. Pietro in Vincoli; demolita nel sec. XVI (Ch. Hülsen, Le chiese, cit., pp. 347-48). S. MARIA «IN MONASTERO MICHAELIS»: è già nella biografia di Leone III; era presso i SS. Quattro Coronati (ibid., p. 348). S. MARIA «DE MONTERONE»: appare tra le filiali di S. Lorenzo in Damaso nella bolla di Urbano III del 1186; la denominazione proviene dalla famiglia Monteroni. senese, che la fondò come un ospizio pellegrini (ibid., pp. 348-49). S. MARIA «IN MONTICELLIS»: è della regione Arenula; fu consacrata da Pasquale II (1099-1118; Lib. Pont., II, p. 305), e poi da Innocenzo II il 6 maggio 1143 (P. Fr. Kehr, Italia Pont., I, p. 96; Ch. Hülsen, Le chiese, cit., pp. 350-51). S. MARIA «IN MONTICELLO»: «DE MONTE IOHANNIS RONZONIS»: appare nella bolla di Alessandro III del 21 febbr. 1178 poi in quella di Urbano III del 1186 tra le filiali di S. Lorenzo in Damaso. Fu detta anche «S. Maria de monte Giordano». Profanata all'inizio del sec. XX (Ch. Hülsen, Le chiese, cit., pp. 350-51). S. MARIA «MONTIS BALNEANAPOLIS»: sul versante occidentale del Quirinale. Ricordata nel Catalogo del 1555 presso la chiesa di S. Agata al Quirinale. Era sul posto dell'attuale SS. Domenico e Sisto (ibid., p. 351). S. MARIA «MONTIS SERRATI»: sorta nel sec. XVI sul luogo d'un ospedale catalano con cappella di S. Nicola. La chiesa appare nei Cataloghi dello Spagnolo del 1555 e di S. Pio V. S. MARIA NOVA: diaconia fondata da Leone IV tra le rovine del tempio di Venere e Roma. Rifiatta da Onorio III e nel 1615 (P. Lugano, S. Maria Nova, Roma s. d.; P. Fedele, Il «Tabularium S. Mariae Novae» in Arch. Soc. rom. st. patria, 23 [1900], p. 171 sgg.; A. Prandi, Vicende edilizie della basilica di S. Maria Nova, in Rendiconti della Pont. Accad. rom. di arch., 13 [1938], p. 197 sgg.)
S. MARIA «DE OBLATIONARIO»: cappella che appare in un privilegio di Pasquale II. Onorio II, Innocenzo II con adiacente cimitero per pellegrini tra la Porta Asinaria (S. Giovanni) e la basilica di S. Croce; forse più tardi detta «de Spazolaria» (P. Fr. Kehr, Italia Pont., I, p. 32; Ch. Hülsen, Le chiese, cit., p. 352). S. MARIA «DE OLIVA»: sembra fosse in Trastevere dove è ora S. Apollonia; vi era annesso un monastero femminile di S. Francesco; ricordata nel Catalogo di S. Pio V. S. MARIA DELL'ORTO: eretta nel 1488 in Trastevere presso S. Cecilia. Vi si istituì la Compagnia di S. Maria dell'Orto.

Roma - Il pino centenario del Campidoglio, caduto nella notte
l'8 sett. 1492. Si trova nei Cataloghi del 1555, di Pio IV e di s. Pio V. S. Maria della Pace: fondata sotto Sisto IV col titolo di S. Maria della Virtù dove era la chiesa di S. Andrea degli Acquari. S. Maria in Palazzo in quella costa del Gianicolo prospicente il Vaticano. Chiesa scomparsa nel sec. XV; appare soggetta a S. Pietro in Vaticano dal sec. XI (Ch. Hülsen, Le chiese, cit., pp. 352-353). S. Maria « in Palla a »: chiesa sul Palatino proprio, spicente l'arco di Costantino con monastero del sec. X. Appartiene al monastero di Montecassino. Denominazione dal Palladium. Contiene affreschi della fine del sec. X e della fine del sec. XII, editi da G. Wilpert, Mo- saiken, tavv. 224-25. È detta anche di S. Sebastiano; passò nel 1630 in patronato ai Barberini (P. Fedele, in Archivio Soc. rom. di st. patria, 26 [1903], pp. 343-36; Ch. Hülsen, Le chiese, cit., pp. 353-355). S. Maria in Parvi «: è ricordata in un'epigrafe del 1088. Sembra fosse ad ovest della Via Appia (ibid., pp. 355-56). S. Maria « in Peregrino », Fu presso S. Angelo in Pescheria. È nel Catalogo di Parigi e di N. Signorili. Scomparsa (ibid., p. 356). S. Maria « in Petrochio »: fu tra l'angolo della Via della Bocca della Verità e Via dei Cerchi. È nel Catalogo di Cencio Camerario. Nel 1614 fu concessa alla Compagnia degli Scarpinelli e dedicata a s. Aniano ibid., pp. 356-57). S. Maria « ad Pineam »: in Trastevere, V. Cappella. S. Maria della Pietà: con ospedale per poveri stranieri e per malati di mente: « xenodochium insanorum » lo chiama l'Anonimo Spagnolo. Nel sec. XVII fu concesso alla Compagnia dei Bergamaschi e di essere l'attuale chiesa in Piazza Colonna. S. Maria « de Populo »: è ricordata nel 1263 da una iscrizione. Rifiatta sotto Sisto IV (P. Fr. Kehr, Italia Pont., I, p. 86; Ch. Hülsen, Le chiese, cit., p. 358; E. Lavagnino, S. Maria del Popolo, Roma 1923). S. Maria « de Porto »: attestata nel Catalogo di Parigi e in quello di Torino che la pone nella zona Nomentana; ma già senza personale. Non appare più nel 1492 (Ch. Hülsen, Le chiese, cit., p. 359). S. Maria « de Porticu »: una tradizione attribuisce alla nobilissima figlia di Simmaco l'erezione di un santuario mariano nel proprio Palazzo. La denominazione « porticus » viene dal « porticus Gallatorum ». Nel 1650 il papa Alessandro VII fece trasportare l'immagine della Madonna ivi venerata in S. Maria in Campitelli, detta da allora S. Maria « in Porticu in Campitelli » (F. Ferraironi, S. Maria in Campitelli, Roma s. d.). Fu consacrata da Gregorio VII 18 luglio 1973 (G. B. De Rossi, Inseript. christ., II, 1, Roma 1888, p. 436; P. Fr. Kehr, Italia Pont., I, p. 110; L. Pasquali, S. Maria in Portico nella storia di R. dal sec. VI al XX, Roma 1902; Ch. Hülsen, Le chiese, cit., pp. 359-60). S. Maria « de Posterula »: quasi incontro all'albergo dell'Orso demolita alla fine del sec. XIX. Fu detta anche S. Maria « ad Flumen a ». Appare già nel Catalogo di Cencio Camerario (Ch. Hülsen, Le chiese, cit., pp. 360-61). S. Maria « de Publico »: presso S. Carlo a Catinari; annoverata nella bolla di Urbano III nel 1186 tra le filiali di S. Lorenzo in Damaso. È detta anche « de Publico o in Publicolis » (ibid., p. 361). S. Maria « Puritatis »: del Collegio dei cadaveri dei cardinali, fondata sotto Clemente VII nel Borgo Nuovo. È ricordata nel Catalogo di s. Pio V. S. Maria « de Puteo Proba »: « in Campo »: fra S. Vitale e S. Agata alla Suburra. Vi fu annesso un ospedale per gli Albanesi. Appare già nel Catalogo di Parigi; era già in rovina nel Catalogo di s. Pio V (ibid., p. 362). S. Maria « Regina Coeli »: fu in Piazza S. Pietro, ricordata nel Catalogo del 1492 e di Pio IV. S. Maria dello Rispo: sulla Via Aurelia. S. Maria Rotonda: V. S. Maria « ad Martyres ». S. Maria « in Saxia », oggi S. Spirito in Saxia. Fondata nel 727 dal re Ina; rifatta da Leone IV (Lib. Pont., II, p. 128). Con bolla di Noncenzio III del 13 marzo 1198 divenne filiale di S. Pietro in Vaticano (P. Fr. Kehr, Italia Pont., I, pp. 145-51; Ch. Hülsen, Le chiese, cit., pp. 363-64). S. Maria « de Scala »: con annesso monastero, oggi S. Maria della Scala, eretta nel 1592. S. Maria « Secundiceri »: è citata nel Catalogo di Cencio Camerario e nella biografia di Gelasio II (Lib. Pont., II, pp. 315 e 347). Era vicino al Ponte Rotto. S. Maria « ad S. Silvestri »: è ricordata in una bolla di Giovanni XII dell'8 marzo 962; era davanti all'ingresso del monastero di S. Silvestro in Capite. S. Maria « in Synodochio »: è lo Xenodochium di Belisario presso l'acqua Vergine (oggi S. Maria in Trivio) (Ch. Hülsen, Le chiese, cit., pp. 365-66). S. Maria « de Spatularia »: presso S. Croce in Gerusalemme, con annesso monastero, demolita da Sisto IV per erigervi la cappella detta S. Maria del Soccorso o del Buon Aiuto (ibid., pp. 366-67). S. Maria « in Tempulo »: « de Tempulo »: da Tempulus, monaco greco secondo la leggenda. Il monastero è nella biografia di Leone III. Era presso S. Sisto vecchio (ibid., pp. 367-68). S. Maria « in Tofelano »: « in Tofelano »: nel rione Ripa, era già in rovina sotto s. Pio V (ibid., pp. 368-70). S. Maria « in Traspadina »: « in Traspadina »: da Antonio I presso l'ingresso al mausoleo di Adriano, demolita da Pio IV nel 1564. L'attuale chiesa di S. Maria in Transpontina invece è del 1566 (P. Fr. Kehr, Italia Pont., I, p. 154; Ch. Hülsen, Le chiese, cit., pp. 370-71). S. Maria Transiberim: V. SORA. S. Maria « in Turre »: era in Trastevere presso il porto di Ripa Grande, denominata così da una torre di Leone IV (ibid., p. 372). S. Maria « in Turri »: « in Turri »: era tra i due campanili della Basilica di S. Vaticano (v.). S. Maria « in Vallicella »: si trova già al tempo di Eugenio III (1145-53). Nel 1575 S. Filippo Neri iniziò la costruzione della Chiesa Nuova (E. Strong, La Chiesa Nuova », Roma 1923). S. Maria « in Via »: appare in un atto, del 1042, di S. Maria in Via Lata; il nome deriva da una via che dalla Flaminia si dirigeva all'arco dell'acqua Vergine (C. Cecchini, S. Maria in Via, Roma s. d.). S. Maria « in Via Lata »: diaconia arricchita da Leone III nell'806. Eugenio IV con bolla del 19 marzo 1433 vi uni il monastero dei SS. Ciriaco e Niccolò (L. Cavazzi, La diaconia di S. Maria in Via Lata e il monastero di S. Ciriaco. Roma 1908; L. Hartmann - M. Merores, Ecclesiae S. Mariae in Via Lata Tabularium, Vienna 1896-1923). S. Maria « via Ponteficialis Regione Collegium »: ricordata nel Catalogo del 1555. S. Maria « de Virgariis »: chiesetta sulla Piazza S. Pietro circa il luogo dove ora sorge l'obelisco; è già in una bolla di Leone IX del 1053 (L. Schiaparelli, Le carte antiche dell'Archivio capitolare di S. Pietro, in Archivio Soc. rom. di st. patria, 24 [1901], p. 472). S. Maria « de Virgariis »: oratorio presso il vicolo al Colonnato e il Corridoio del Borgo, ricordato in un documento del 13 apr. 1345 dell'Archivio di S. Pietro, con annesso un monastero di canoniche. Scomparve nel sec. XV (Ch. Hülsen, Le chiese, cit., pp. 377-78). S. Maria « in Xenodochio Firmis »: oratorio ricordato nella biografia di Leone III presso quello di Belisario (Lib. Pont., II, p. 46, n. 108).
VII. Le basiliche cimiteriali
La prima notizia di basiliche erette sui sepolcri dei martiri romani si trova nella biografia di Silvestro, in cui vengono indicate come costruzioni costantiniane quelle sulle tombe di s. Pietro (v.), di s. Paolo (v.) di s. Lorenzo (v.) di s. AGNESE, SANTA (v.), dei ss. Marcellino e Pietro (v.). S. Silvestro fu deposto in Priscilla, sulla Salaria, il 31 dic. 335, come insegna la Deposito episcoporum e la sua biografia (Lib. Pont., I, p. 187). La sua tomba verrà in seguito indicata nella « ecclesia » o « basilica S. Silvestri »: eretta sul sepolcro dei martiri Felice e Filippo indicato nello stesso cimitero dalla Deposito martyrum (R. Valentini e G. Zucchetti, Codice topografico della città di R., Roma 1942, pp. 77, 144). Ma della basilica cimiteriale detta « Apostolorum » sull'Appia nella località « in catacumbas », pur non avendo alcuna documentazione scritta sulla sua fondazione, la antichità è dimostrata dalla struttura, dello stesso tipo di quella dei vicini circo di Massenzio e mausoleo. PAPA MARCO (336) eresse una basilica in « cymiterio Balbinae Via Ardetina » dove fu sepolto (Lib. Pont., I, p. 202). Giulio costruì tre basiliche cimiteriali, ricordate nel Catalogo Liberiano: la prima « in Via Portuense miliario III », che G. B. De Rossi identificò con la basilica di S. Felice; la seconda è la basilica « in Via Flaminia, miliario II quale appellatur Valentini »; la terza sulla Via Aurelia al terzo miglio presso il sepolcro del papa Callisto (MGH, Script. Antiquiss., I, Berlino 1892, p. 76):« in Via Aurelia miliario III ad Callistum », cioè dove egli fu scelto, come conferma la Deposito episcoporum : « Iuli in Via Aurelia, miliario III in Callisti » (ibid., p. 70; identica notizia è riportata pure in Lib. Pont., I, p. 206); Liberio (352-66) adornò con lastre marmoree il sepolcro di s. Agnese (Lib. Pont., I, p. 208). DAMASO (366-84) adornò con versi la lastra marmorea « in catacumbas » dove erano state deposte le reliquie degli apostoli Pietro e Paolo. Inoltre la sua biografia attesta che egli « multa corpora sanctorum martyrum requisivit et invenit, quorum etiam versibus declaravit » (ibid., p. 212). Infatti Damaso mise in culto e abbellì i sepolcri dei martiri Marcellino e Pietro, di cui il carnefice stesso gli aveva narrato, mentre era puer, i particolari del martirio (A. Ferrua, Epigrammata Damasiana, Città del Vaticano 1942, n. 28). Damaso adduì ai fedeli l'esempio dei due martiri militari Nerco e Achilleo (ibid., n. 8); commette al presbitero Vero di adornare il sepolcro dei martiri Felice e Adauto, in cui onore compone un epigramma (ibid., n. 7). Nell'area dell'antica Basilicamimiteriale sulla Portuense, G. B. De Rossi scoprì nel 1868 un frammento di un epistolio marmoreo dove in lettere filocaliane è la dedica in onore dei martiri « (Fau)-stino. Viatici », che lo stesso De Rossi integrò « sanctis martyribus Simplicio Faustino. Viatici et Rufo Damasus episcopus fecit » (ibid., n. 6). Damaso è il primo a far conoscere l'episodio del martirio del diacono o accolto Tarsicio protomartire dell'Eucaristia nell'epigramma posto sul suo sepolcro in Callisto (ibid., n. 15); per opera di Damaso « quaeritur, inventus colitur » il corpo del martire Eutichio di cui « expressit Damasus meritum venerare sepulchrum » (ibid., n. 21).
Frammenti di un carme scoperto in Pretestato, non trascritto dalle sillogi epigrafiche, ma composto da Damaso « Damasus episcopus fecit. Furius Dionysius Filocalus scribit » : ibid., n. 26) con espresso riferimento ai castra e in armis, si attribuisce al martire militare Quirino, che è ricordato in una posteriore iscrizione dedicata rinvenuta nello stesso cimitero (R. Kanzler, Relazione ufficiale degli scavi eseguiti dalla Pont. Comm. di archeol. sacra nelle catacombe romane [1907-19], in N. Bull. arch. crist., 15 [1909], p. 1210, tav. 1, 1) e che il Martirologio geronimiano attesta venerato in Pretestato, dove pure gli Acta ss. Alexandri Egenti et Theoduli, che lo qualificano « tribunus », pongono il suo sepolcro (BHL, n. 266).
Damaso pone un carme sul sepolcro del martire Tiburzio deposito sul cimitero « inter duas lauros » (A. Ferrua, op. cit., n. 31) effigiato insieme con gli altri martiri locali Marcellino, Pietro e Gorgonio in un affresco nello stesso cimitero (Wilpert, Pitture, tav. 252). Nulla si sa del tempo in cui fu costruita la basilichetta sul suo sepolcro, di cui restano i ruderi (O. Marucchi, La cripta storica dei ss. Pietro e Marcellino, in N. Bull. arch. crist., 4 [1898], pp. 181 e 183). Damaso abbellisse il sepolcro dei martiri Proto e Giacinto compiendo i lavori, come attesta il carme ivi posto (A. Ferrua, op. cit., pp. 190-93); lavori compie pure ai sepolcri del papa Cornelio sull'Appia (ibid., pp. 136-37) e del martire Gennaro in Pretestato dove pone una grande epigrafe dedicatoria in prosa (ibid., pp. 151-52). Pose un carme sul sepolcro del martire Saturnino di Cartagine deposito in Trasone (ibid., pp. 188-90) ma non si sa quando fu eretta la basilichetta in suo onore, bruciata e restaurata più tardi, i cui ruderi erano ancora visibili al tempo di A. Bosio e il nome si era corrotto in quello di S. Citronina. Damaso pose pure un'iscrizione dedicatoria in caratteri filocaliani sul sepolcro dei martiri Abdon e Sennen indicati, depositi sub divo, « ad Ursum pileatum » dalla Deposito martyrum. La basilica in loro onore, non si sa quando costruita, tornò in luce nel 1917 (F. Fornari, in Notisie degli scavi, 1917, p. 283).
Sotto il papa Siracino (385-98) viene costruita la ba-

quella di S. Agnese, restaurò quella di S. Felicita e il cimitero dei Giordani o la basilica eretta sui sepolcri dei martiri Vitale e Alessandro e Marziale (Lib. Pont., I, pp. 262-63).
Giovanni I (523-26) rifecce la basilica dei SS. Nereo e Achilleo, dei SS. Felice e Adauto e, probabilmente sopra il cimitero di Priscilla, la Basilica dove era sepolto s. Silvestro (ibid., p. 276). Sotto Felice IV (26-30) bruciò la basilica di S. Saturnino sopra ricordata che venne rifatta a cura del Papa (ibid., p. 279). Sotto Silvestro (536) si ha il grande scempio delle basiliche cimiteriali e dei sepolcri dei martiri: «ecclesias et corpora martyrum sanctorum exterminatae sunt a Gothis» (ibid., p. 291); il successore Vigilio (537-55) si prodigò per restaurarle come è attestato da un carme conservato dalle sillogi e da alcuni frammenti superstiti (G. B. De Rossi, Inserip. christ., II, 1, Roma 1888, pp. 84-87, 116, 135). Il papa Giovanni III (561-74) andò ad abitare presso il sanctuario alla sinistra della Via Appia dove erano stati depositi i martiri Tiburzio, Valeriano e Massimo e vi compì anche consacrazioni di vescovi (Lib. Pont., I, p. 360). Il papa Pelagio II (579-90) rivestì di lastre marmoree la confessione di S. Pietro (v.), fece la basilica sul sepolcro del martire Ermete (R. Krautheimer, in Corpus Basil. Christianarum, Città del Vaticano 1936, pp. 195-208), eresse la basilica a doppio ordine di colonne in S. Lorenzo (v.) al Verano (Lib. Pont., I, p. 309).
Gregorio Magno fece lavori nelle basiliche di S. Pietro (v.) e di S. Paolo (ibid., p. 312). Bonifacio V (619-25) completò e consacrò la chiesa cimiteriale di S. Nicomede sulla Nomentana (ibid., p. 325; Martyr. Hieronymus, p. 291). Il papa Onorio I (625-38) costruì la basilica sul sepolcro di s. Agnese sulla Nomentana, con il doppio ordine di colonne, come quella di S. Lorenzo, decorando l'abside con il musaico tuttora superstite; la chiesa di S. Apollinare detta «ad palma» presso S. Pietro in Vaticano; la chiesa sul sepolcro di S. Ciriaco al VII miglio della Portuense; restaurò il cimitero o la chiesa dei martiri Marcellino e Pietro sulla Balbicana; ricostruì la basilica di S. Pancrazio sulla Via Aurelia; ricoprì la basilica di S. Pietro in Vaticano con le tegole di bronzo del tempio di Roma (Lib. Pont., I, p. 323). Il papa S. Veniero (640) riparò il musaico dell'abside della basilica di S. Pietro (v.). Il papa Teodoro (642-49) è il primo, secondo il Liber Pontificalis, a eseguire traslazioni di corpi di martiri; egli trasportò in S. Stefano al Celio i corpi dei mariti Primo e Feliciano depositi «ad arcos Nomentanos» al XV miglio della Nomentana (ibid., p. 332). A lui è pure attribuito il restauro della basilica di S. Valentino sulla Flaminia che la Notitia ecclesiarum attribuisce ad Onorio (R. Valentini-G. Zucchetti, Cod. top., cit., II, p. 333). Il papa Teodoro costruì ed adornò un oratorio in onore del martire Eupio. Adeodato (672-76) restauro e dedicò la basilica di S. Pietro sita sulla Via Portuense presso il «pos» Meruli» e le cui vestigia furono distrutte nel 1858 per la costruzione della linea ferroviaria Roma-Pisa (A. Pellegrini, Cenni storici intorno ad una basilica di S. Pietro in Campo di Merlo, Roma 1860). Leon II (682-83) trasferì dal cimitero di Generosa le reliquie dei martiri Simplicio Faustino e Beatrice, deponendole in una chiesa che dedicò a S. Paolo situata presso S. Bibiana (Lib. Pont., I, p. 360). Benedetto II (648-85) restaurò la basilica di S. Pietro in Vaticano, ed eresse un cimiterio sull'altare della basilica di S. Valentino sulla Flaminia (ibid., p. 363).
Il papa Sergio I (687-701) restaurò la basilica di S. Pietro, specie il musaico della facciata, la basilica di S. Paolo e i suoi annessi (ibid., p. 376). Giovanni VI (701-705) fece l'ambone nell'oratorio di S. Andrea presso S. Pietro in Vaticano e donò stoffe per l'altare di S. Paolo (ibid., p. 383). Giovanni VII (705-707) restaurò la basilica di Eugenia sulla Via Latina, e sull'Ardeatina quella contenente i sepolcri dei martiri Marco e Marcelliano e l'altra con la tomba di papa Damaso (ibid., p. 385); eresse l'oratorio della B. Vergine nella basilica di S. Pietro in Vaticano (ibid., p. 385). Gregorio II (715-31) restaurò i tetti delle basiliche di S. Lorenzo e di S. Paolo di cui rinnovò i monasteri (ibid., p. 397). Gregorio III (731-41) abbelli la basilica di S. Pietro in Vaticano; restaurò le basiliche di S. Callisto e dei SS. Processo e Martiniano, il mausoleo del papa Marco; stabilì una stazione annua nella basilica di S. Petronilla; restaurò il tetto degli edifici nel cimitero di Pretestato (ibid., p. 419-20). Il papa Zaccaria (741-52) al quinto miglio della Via Tiburtina, dove costituì una «domuscula», ampliò e decorò l'oratorio di S. Cecilia e costruì un oratorio a S. Abba Ciro dove depose molte sacre reliquie (ibid., p. 434). Il papa Stefano II (752-57) costruì due ospizi presso S. Pietro ponendoli sotto le locali diaconie di S. Maria e di S. Silvestro (ibid., p. 441). In quel tempo Astolfo portò via dai cimiteri molti corpi di santi (ibid., p. 451) e restaurò l'edificio sepolcrale di S. Ostere. Il papa Paolo I (757-67) trasferì a R. dai cimiteri molti corpi di martiri e non pochi ne depose nel monastero dei SS. Stefano e Silvestro da lui fondato nella sua casa. Trasportò nel mausoleo adiacente all'oratorio di S. Andrea in Vaticano il corpo della martire Petronilla; pure presso S. Pietro eresse un oratorio alla Madonna presso quello di S. Leone (ibid., pp. 464-65).
Il papa Adriano I (772-95) è il restauratore di quasi tutti gli edifici cimiteriali a cominciare dalle basiliche di S. Pietro, di S. Paolo, di S. Lorenzo, di S. Pancrazio, di S. Valentino, di S. Tiburzio, dei SS. Pietro e Marcellino dove costruì anche la scala per discendere direttamente al loro sepolcro; di S. Gennaro presso la Porta di S. Lorenzo (Tiburtina), dei SS. Abdon e Sennen di S. Agapito e di S. Stefano presso S. Lorenzo, di S. Sebastiano, di S. Eugenia, dei SS. Gordiano ed Epimaco; dei SS. Tiburzio Valeriano e Massimo e di S. Zenone in Pretestato, di S. Felicita, di S. Saturnino, dei SS. Alessandro, Vitali e Marziale ai Giordani, di S. Silvestro sulla Salaria, di S. Agnese, di S. Emerenziana, di S. Ippolito; in molte di queste basiliche offrì suppellettile liturgica e stoffe preziose (Lib. Pont., I, pp. 499-500, 504-12). Leone III (795-816) continuò l'opera con ricchi donativi e stoffe preziose a quasi tutti gli edifici sacri di R., oratori, cappelle, monasteri. Sono ricordati i suoi restauri a S. Pietro in Vaticano, alla basilica di Felice e Adauto, di S. Menna, di S. Sisto, di S. Cornelio e di S. Zotico sulla Lubicana (Lib. Pont., II, pp. 1-33). Il papa Pasquale I (817-24) ricercò nei cimiteri molti corpi di santi e li trasferì nelle chiese urbane, specie in quelle da lui rifatte, come S. Cecilia e S. Prassede. Sono ricordate particolarmente le traslazioni dei corpi dei SS. Processo e Martiniano in S. Pietro, di S. Zenone in S. Prassede, dei SS. Cecilia, Valeriano, Tiburzio, Massimo e dei papi Urbano e Lucio le cui reliquie pose sotto l'altare del titolo di S. Cecilia (ibid., pp. 54-56). Gregorio IV (827-44) restaurò la basilica di S. Saturnino sulla Salaria; trasferì dentro la basilica di S. Pietro il corpo di S. Gregorio Magno in una cappella da lui eretta in cui depose le reliquie dei martiri Sebastiano, Gorgonio e Tiburzio (M. Andrieu, La chapelle de St Gregorie dans l'ancienne Basilique Vaticane, in Riv. di arch. crist., 13 [1936], pp. 61-99); offrì doni alle basiliche di S. Pietro, di S. Paolo, di S. Lorenzo, di S. Pancrazio, di S. Valentino (Lib. Pont., II, p. 74-89).
Sergio II (844-47) eresse una basilica in onore di S. Romano presso la Via Salaria, indicata solo nella sua biografia (ibid., p. 92). Il Papa trasportò molti corpi di martiri nel titolo dei SS. Silvestro e Martino da lui rinnovato (ibid., pp. 93-94). Sotto il suo pontificato le basiliche degli apostoli Pietro e Paolo «funditus depraedatae sunt» dai Saraceni (ibid., p. 106). Il Papa Leone IV (847-88) cercò di riparare a tanta sciagura con ricchi e continui donativi e con stoffe preziose. Istituì la celebrazione dell'ottava dell'Assunzione di Maria S. Maria nella basilica a lei dedicata presso S. Lorenzo al Verano, dove restaurò il monastero dei SS. Stefano e Cassiano, dove pose pure monaci greci per la «laus perennis»; fece doni alle basiliche di S. Lorenzo, di S. Pancrazio e di S. Agata; di S. Stefano sulla Latina, di S. Rufina e dei SS. Cosma e Damiano alla Silva Candida; nella basilica dei SS. Quattro Coronati al Celio, da lui restaurata, trasportò i corpi dei ss. Quattro Coronati e un gruppo notevole di altri corpi di martiri (ibid., pp. 109-16, 119-22, 125, 127-29, 130, 132-34). Benedetto III (855-58) adornò
\[\begin{align*}
& \text{for } \alpha \in \mathbb{R}, \quad \text{the function } \alpha \mapsto \alpha^2 \text{ is convex.} \\
& \text{for } \alpha \in \mathbb{R}, \quad \
LE XIII REGIONES
Regio I Maracum et Ebaretace
Regio II Tunii et Vae Lato
Regio III Calumniae et Sanctae Manice et Aquino
Regio IV Campi Maris
Regio V Pontes et Sancti Iohannis
Regio VI Paroecis et S. Laurentii in Domino
Regio VII Aemilia et Caracalla
Regio VIII S. Eustachii et Venesae Theodomiae
Regio IX Piscae et S. Marci
Regio X Campanili (et S. Hadrian)
Regio XI S. Angelis in Faro Piscum
Regio XII Eparce et Marinarotae
Regio XIII Tomisibus
LE XIII REGIONES (RIONI) DI ROMA DAL SEC. XI AL X
C i u s
UM
Thévenac
Diodétaine
C. Viminalis
M. Esquilinus
Amphi-
S. CUSMAF. ET DAMIANI
Amphi-
S. Cusmaf.
C. Caelius
Amphi-
S. Caelius
Scala. 1:40000
Km.
V con le tre Fraternitates nelle quali erano raggruppate le chiese dell'Urbe.
1. 2. 3. 4. 5. 6. 7. 8. 9. 10. 11. 12. 13. 14. 15. 16. 17. 18. 19. 20. 21. 22. 23. 24. 25. 26. 27. 28. 29. 30. 31. 32. 33. 34. 35. 36. 37. 38. 39. 40. 41. 42. 43. 44. 45. 46. 47. 48. 49. 50. 51. 52. 53. 54. 55. 56. 57. 58. 59. 60. 61. 62. 63. 64. 65. 66. 67. 68. 69. 70. 71. 72. 73. 74. 75. 76. 77. 78. 79. 80. 81. 82. 83. 84. 85. 86. 87. 88. 89. 90. 91. 92. 93. 94. 95. 96. 97. 98. 99. 100. 101. 102. 103. 104. 105. 106. 107. 108. 109. 110. 111. 112. 113. 114. 115. 116. 117. 118. 119. 120. 121. 122. 123. 124. 125. 126. 127. 128. 129. 130. 131. 132. 133. 134. 135. 136. 137. 138. 139. 140. 141. 142. 143. 144. 145. 146. 147. 148. 149. 150. 151. 152. 153. 154. 155. 156. 157. 158. 159. 160. 161. 162. 163. 164. 165. 166. 167. 168. 169. 170. 171. 172. 173. 174. 175. 176. 177. 178. 179. 180. 181. 182. 183. 184. 185. 186. 187. 188. 189. 190. 191. 192. 193. 194. 195. 196. 197. 198. 199. 200. 201. 202. 203. 204. 205. 206. 207. 208. 209. 210. 211. 212. 213. 214. 215. 216. 217. 218. 219. 220. 221. 222. 223. 224. 225. 226. 227. 228. 229. 230. 231. 232. 233. 234. 235. 236. 237. 238. 239. 240. 241. 242. 243. 244. 245. 246. 247. 248. 249. 250. 251. 252. 253. 254. 255. 256. 257. 258. 259. 260. 261. 262. 263. 264. 265. 266. 267. 268. 269. 270. 271. 272. 273. 274. 275. 276. 277. 278. 279. 280. 281. 282. 283. 284. 285. 286. 287. 288. 289. 290. 291. 292. 293. 294. 295. 296. 297. 298. 299. 300. 301. 302. 303. 304. 305. 306. 307. 308. 309. 310. 311. 312. 313. 314. 315. 316. 317. 318. 319. 320. 321. 322. 323. 324. 325. 326. 327. 328. 329. 330. 331. 332. 333. 334. 335. 336. 337. 338. 339. 340. 341. 342. 343. 344. 345. 346. 347. 348. 349. 350. 351. 352. 353. 354. 355. 356. 357. 358. 359. 360. 361. 362. 363. 364. 365. 366. 367. 368. 369. 370. 371. 372. 373. 374. 375. 376. 377. 378. 379. 380. 381. 382. 383. 384. 385. 386. 387. 388. 389. 390. 391. 392. 393. 394. 395. 396. 397. 398. 399. 400. 401. 402. 403. 404. 405. 406. 407. 408. 409. 410. 411. 412. 413. 414. 415. 416. 417. 418. 419. 420. 421. 422. 423. 424. 425. 426. 427. 428. 429. 430. 431. 432. 433. 434. 435. 436. 437. 438. 439. 440. 441. 442. 443. 444. 445. 446. 447. 448. 449. 450. 451. 452. 453. 454. 455. 456. 457. 458. 459. 460. 461. 462. 463. 464. 465. 466. 467. 468. 469. 470. 471. 472. 473. 474. 475. 476. 477. 478. 479. 480. 481. 482. 483. 484. 485. 486. 487. 488. 489. 490. 491. 492. 493. 494. 495. 496. 497. 498. 499. 500. 501. 502. 503. 504. 505. 506. 507. 508. 509. 510. 511. 512. 513. 514. 515. 516. 517. 518. 519. 520. 521. 522. 523. 524. 525. 526. 527. 528. 529. 530. 531. 532. 533. 534. 535. 536. 537. 538. 539. 540. 541. 542. 543. 544. 545. 546. 547. 548. 549. 550. 551. 552. 553. 554. 555. 556. 557. 558. 559. 560. 561. 562. 563. 564. 565. 566. 567. 568. 569. 570. 571. 572. 573. 574. 575. 576. 577. 578. 579. 580. 581. 582. 583. 584. 585. 586. 587. 588. 589. 590. 591. 592. 593. 594. 595. 596. 597. 598. 599. 600. 601. 602. 603. 604. 605. 606. 607. 608. 609. 610. 611. 612. 613. 614. 615. 616. 617. 618. 619. 620. 621. 622. 623. 624. 625. 626. 627. 628. 629. 630. 631. 632. 633. 634. 635. 636. 637. 638. 639. 640. 641. 642. 643. 644. 645. 646. 647. 648. 649. 650. 651. 652. 653. 654. 655. 656. 657. 658. 659. 660. 661. 662. 663. 664. 665. 666. 667. 668. 669. 670. 671. 672. 673. 674. 675. 676. 677. 678. 679. 680. 681. 682. 683. 684. 685. 686. 687. 688. 689. 690. 691. 692. 693. 694. 695. 696. 697. 698. 699. 700. 701. 702. 703. 704. 705. 706. 707. 708. 709. 710. 711. 712. 713. 714. 715. 716. 717. 718. 719. 720. 721. 722. 723. 724. 725. 726. 727. 728. 729. 730. 731. 732. 733. 734. 735. 736. 737. 738. 739. 740. 741. 742. 743. 744. 745. 746. 747. 748. 749. 750. 751. 752. 753. 754. 755. 756. 757. 758. 759. 760. 761. 762. 763. 764. 765. 766. 767. 768. 769. 770. 771. 772. 773. 774. 775. 776. 777. 778. 779. 780. 781. 782. 783. 784. 785. 786. 787. 788. 789. 790. 791. 792. 793. 794. 795. 796. 797. 798. 799. 800. 801. 802. 803. 804. 805. 806. 807. 808. 809. 810. 811. 812. 813. 814. 815. 816. 817. 818. 819. 820. 821. 822. 823. 824. 825. 826. 827. 828. 829. 830. 831. 832. 833. 834. 835. 836. 837. 838. 839. 840. 841. 842. 843. 844. 845. 846. 847. 848. 849. 850. 851. 852. 853. 854. 855. 856. 857. 858. 859. 860. 861. 862. 863. 864. 865. 866. 867. 868. 869. 870. 871. 872. 873. 874. 875. 876. 877. 878. 879. 880. 881. 882. 883. 884. 885. 886. 887. 888. 889. 890. 891. 892. 893. 894. 895. 896. 897. 898. 899. 900. 901. 902. 903. 904. 905. 906. 907. 908. 909. 910. 911. 912. 913. 914. 915. 916. 917. 918. 919. 920. 921. 922. 923. 924. 925. 926. 927. 928. 929. 930. 931. 932. 933. 934. 935. 936. 937. 938. 939. 940. 941. 942. 943. 944. 945. 946. 947. 948. 949. 950. 951. 952. 953. 954. 955. 956. 957. 958. 959. 960. 961. 962. 963. 964. 965. 966. 967. 968. 969. 970. 971. 972. 973. 974. 975. 976. 977. 978. 979. 980. 981. 982. 983. 984. 985. 986. 987. 988. 989. 990. 991. 992. 993. 994. 995. 996. 997. 998. 999. 1000. 1001. 1002. 1003. 1004. 1005. 1006. 1007. 1008. 1009. 1010. 1011. 1012. 1013. 1014. 1015. 1016. 1017. 1018. 1019. 1020. 1021. 1022. 1023. 1024. 1025. 1026. 1027. 1028. 1029. 1030. 1031. 1032. 1033. 1034. 1035. 1036. 1037. 1038. 1039. 1040. 1041. 1042. 1043. 1044. 1045. 1046. 1047. 1048. 1049. 1050. 1051. 1052. 1053. 1054. 1055. 1056. 1057. 1058. 1059. 1060. 1061. 1062. 1063. 1064. 1065. 1066. 1067. 1068. 1069. 1070. 1071. 1072. 1073. 1074. 1075. 1076. 1077. 1078. 1079. 1080. 1081. 1082. 1083. 1084. 1085. 1086. 1087. 1088. 1089. 1090. 1091. 1092. 1093. 1094. 1095. 1096. 1097. 1098. 1099. 1100. 1101. 1102. 1103. 1104. 1105. 1106. 1107. 1108. 1109. 1110. 1111. 1112. 1113. 1114. 1115. 1116. 1117. 1118. 1119. 1120. 1121. 1122. 1123. 1124. 1125. 1126. 1127. 1128. 1129. 1130. 1131. 1132. 1133. 1134. 1135. 1136. 1137. 1138. 1139. 1140. 1141. 1142. 1143. 1144. 1145. 1146. 1147. 1148. 1149. 1150. 1151. 1152. 1153. 1154. 1155. 1156. 1157. 1158. 1159. 1160. 1161. 1162. 1163. 1164. 1165. 1166. 1167. 1168. 1169. 1170. 1171. 1172. 1173. 1174. 1175. 1176. 1177. 1178. 1179. 1180. 1181. 1182. 1183. 1184. 1185. 1186. 1187. 1188. 1189. 1190. 1191. 1192. 1193. 1194. 1195. 1196. 1197. 1198. 1199. 1200. 1201. 1202. 1203. 1204. 1205. 1206. 1207. 1208. 1209. 1210. 1211. 1212. 1213. 1214. 1215. 1216. 1217. 1218. 1219. 1220. 1221. 1222. 1223. 1224. 1225. 1226. 1227. 1228. 1229. 1230. 1231. 1232. 1233. 1234. 1235. 1236. 1237. 1238. 1239. 1240. 1241. 1242. 1243. 1244. 1245. 1246. 1247. 1248. 1249. 1250. 1251. 1252. 1253. 1254. 1255. 1256. 1257. 1258. 1259. 1260. 1261. 1262. 1263. 1264. 1265. 1266. 1267. 1268. 1269. 1270. 1271. 1272. 1273. 1274. 1275. 1276. 1277. 1278. 1279. 1280. 1281. 1282. 1283. 1284. 1285. 1286. 1287. 1288. 1289. 1290. 1291. 1292. 1293. 1294. 1295. 1296. 1297. 1298. 1299. 1300. 1301. 1302. 1303. 1304. 1305. 1306. 1307. 1308. 1309. 1310. 1311. 1312. 1313. 1314. 1315. 1316. 1317. 1318. 1319. 1320. 1321. 1322. 1323. 1324. 1325. 1326. 1327. 1328. 1329. 1330. 1331. 1332. 1333. 1334. 1335. 1336. 1337. 1338. 1339. 1340. 1341. 1342. 1343. 1344. 1345. 1346. 1347. 1348. 1349. 1350. 1351. 1352. 1353. 1354. 1355. 1356. 1357. 1358. 1359. 1360. 1361. 1362. 1363. 1364. 1365. 1366. 1367. 1368. 1369. 1370. 1371. 1372. 1373. 1374. 1375. 1376. 1377. 1378. 1379. 1380. 1381. 1382. 1383. 1384. 1385. 1386. 1387. 1388. 1389. 1390. 1391. 1392. 1393. 1394. 1395. 1396. 1397. 1398. 1399. 1400. 1401. 1402. 1403. 1404. 1405. 1406. 1407. 1408. 1409. 1410. 1411. 1412. 1413. 1414. 1415. 1416. 1417. 1418. 1419. 1420. 1421. 1422. 1423. 1424. 1425. 1426. 1427. 1428. 1429. 1430. 1431. 1432. 1433. 1434. 1435. 1436. 1437. 1438. 1439. 1440. 1441. 1442. 1443. 1444. 1445. 1446. 1447. 1448. 1449. 1450. 1451. 1452. 1453. 1454. 1455. 1456. 1457. 1458. 1459. 1460. 1461. 1462. 1463. 1464. 1465. 1466. 1467. 1468. 1469. 1470. 1471. 1472. 1473. 1474. 1475. 1476. 1477. 1478. 1479. 1480. 1481. 1482. 1483. 1484. 1485. 1486. 1487. 1488. 1489. 1490. 1491. 1492. 1493. 1494. 1495. 1496. 1497. 1498. 1499. 1500. 1501. 1502. 1503. 1504. 1505. 1506. 1507. 1508. 1509. 1510. 1511. 1512. 1513. 1514. 1515. 1516. 1517. 1518. 1519. 1520. 1521. 1522. 1523. 1524. 1525. 1526. 1527. 1528. 1529. 1530. 1531. 1532. 1533. 1534. 1535. 1536. 1537. 1538. 1539. 1540. 1541. 1542. 1543. 1544. 1545. 1546. 1547. 1548. 1549. 1550. 1551. 1552. 1553. 1554. 1555. 1556. 1557. 1558. 1559. 1560. 1561. 1562. 1563. 1564. 1565. 1566. 1567. 1568. 1569. 1570. 1571. 1572. 1573. 1574. 1575. 1576. 1577. 1578. 1579. 1580. 1581. 1582. 1583. 1584. 1585. 1586. 1587. 1588. 1589. 1590. 1591. 1592. 1593. 1594. 1595. 1596. 1597. 1598. 1599. 1600. 1601. 1602. 1603. 1604. 1605. 1606. 1607. 1608. 1609. 1610. 1611. 1612. 1613. 1614. 1615. 1616. 1617. 1618. 1619. 1620. 1621. 1622. 1623. 1624. 1625. 1626. 1627. 1628. 1629. 1630. 1631. 1632. 1633. 1634. 1635. 1636. 1637. 1638. 1639. 1640. 1641. 1642. 1643. 1644. 1645. 1646. 1647. 1648. 1649. 1650. 1651. 1652. 1653. 1654. 1655. 1656. 1657. 1658. 1659. 1660. 1661. 1662. 1663. 1664. 1665. 1666. 1667. 1668. 1669. 1670. 1671. 1672. 1673. 1674. 1675. 1676. 1677. 1678. 1679. 1680. 1681. 1682. 1683. 1684. 1685. 1686. 1687. 1688. 1689. 1690. 1691. 1692. 1693. 1694. 1695. 1696. 1697. 1698. 1699. 1700. 1701. 1702. 1703. 1704. 1705. 1706. 1707. 1708. 1709. 1710. 1711. 1712. 1713. 1714. 1715. 1716. 1717. 1718. 1719. 1720. 1721. 1722. 1723. 1724. 1725. 1726. 1727. 1728. 1729. 1730. 1731. 1732. 1733. 1734. 1735. 1736. 1737. 1738. 1739. 1740. 1741. 1742. 1743. 1744. 1745. 1746. 1747. 1748. 1749. 1750. 1751. 1752. 1753. 1754. 1755. 1756. 1757. 1758. 1759. 1760. 1761. 1762. 1763. 1764. 1765. 1766. 1767. 1768. 1769. 1770. 1771. 1772. 1773. 1774. 1775. 1776. 1777. 1778. 1779. 1780. 1781. 1782. 1783. 1784. 1785. 1786. 1787. 1788. 1789. 1790. 1791. 1792. 1793. 1794. 1795. 1796. 1797. 1798. 1799. 1800. 1801. 1802. 1803. 1804. 1805. 1806. 1807. 1808. 1809. 1810. 1811. 1812. 1813. 1814. 1815. 1816. 1817. 1818. 1819. 1820. 1821. 1822. 1823. 1824. 1825. 1826. 1827. 1828. 1829. 1830. 1831. 1832. 1833. 1834. 1835. 1836. 1837. 1838. 1839. 1840. 1841. 1842. 1843. 1844. 1845. 1846. 1847. 1848. 1849. 1850. 1851. 1852. 1853. 1854. 1855. 1856. 1857. 1858. 1859. 1860. 1861. 1862. 1863. 1864. 1865. 1866. 1867. 1868. 1869. 1870. 1871. 1872. 1873. 1874. 1875. 1876. 1877. 1878. 1879. 1880. 1881. 1882. 1883. 1884. 1885. 1886. 1887. 1888. 1889. 1890. 1891. 1892. 1893. 1894. 1895. 1896. 1897. 1898. 1899. 1900. 1901. 1902. 1903. 1904. 1905. 1906. 1907. 1908. 1909. 1910. 1911. 1912. 1913. 1914. 1915. 1916. 1917. 1918. 1919. 1920. 1921. 1922. 1923. 1924. 1925. 1926. 1927. 1928. 1929. 1930. 1931. 1932. 1933. 1934. 1935. 1936. 1937. 1938. 1939. 1940. 1941. 1942. 1943. 1944. 1945. 1946. 1947. 1948. 1949. 1950. 1951. 1952. 1953. 1954. 1955. 1956. 1957. 1958. 1959. 1960. 1961. 1962. 1963. 1964. 1965. 1966. 1967. 1968. 1969. 1970. 1971. 1972. 1973. 1974. 1975. 1976. 1977. 1978. 1979. 1980. 1981. 1982. 1983. 1984. 1985. 1986. 1987. 1988. 1989. 1990. 1991. 1992. 1993. 1994. 1995. 1996. 1997. 1998. 1999. 2000. 2001. 2002. 2003. 2004. 2005. 2006. 2007. 2008. 2009. 2010. 2011. 2012. 2013. 2014. 2015. 2016. 2017. 2018. 2019. 2020. 2021. 2022. 2023. 2024. 2025. 2026. 2027. 2028. 2029. 2030. 2031. 2032. 2033. 2034. 2035. 2036. 2037. 2038. 2039. 2040. 2041. 2042. 2043. 2044. 2045. 2046. 2047. 2048. 2049. 2050. 2051. 2052. 2053. 2054. 2055. 2056. 2057. 2058. 2059. 2060. 2061. 2062. 2063. 2064. 2065. 2066. 2067. 2068. 2069. 2070. 2071.
le basiliche di S. Pietro, di S. Paolo, restaurò il mausoleo del papa Marco (ibid., p. 144-148). Il papa Niccolò I (858-67) fece ricchi doni alle basiliche di S. Pietro, di S. Paolo, di S. Lorenzo; rinnovò le basiliche di S. Felice e dei SS. Abdon e Sennen sulla Via Portuense, di S. Sebastiano restaurandovi il monastero (ibid., pp. 152-53, 161, 166). Stefano V (885-91) offrì doni alla basilica di S. Pietro (ibid., p. 194). Con questo Papa della fine del sec. IX terminano le indicazioni di lavori compiuti nelle basiliche cimiteriali.
VIII. Le abbazie
MANILIO (v.) fece un elenco di 20 abbazie, cioè S. Cesario e in palatio, S. Gregorio e in clivo Scauri, S. Maria e in Aventino, S. Alessio, S. Saba, detto «cella nova», S. Pancrazio, SS. Cosma e Damiano e in vico aureo, S. Silvestro e inter duos hortos, S. Maria e in Capitolo, S. Basilio e iuxta Palatium Trajani imperatoris, S. Agata e quae est Subure monte, S. Lorenzo e in Panisperna, S. Tommaso e iuxta formam Claudiam, S. Biagio e de captu secuta, SS. Trinità e Scotorum, S. Valentino e in Via Flaminea, S. Anastasio e in Via Ostensi, S. Maria e in Pallara, S. Maria e in monasterio iuxta S. Petrum ad vincula, S. Maria e in castro aureo (cod. Vat. lat. 3627, f. 22 V); Giovanni Diacono (v.) ne annoverò pure 20, omettendo però S. Anastasio e aggiungendo quella dei SS. Prisca e Aquila (cod. Vat. Reg. 712, f. 89).IX. Le regioni ecclesiastiche e i rioni
G. B. De Rossi dalle indicazioni epigrafiche e da documenti ritenne che la regione i ecclesiastici comprendesse la I, la XII e la XIII auguste; la II ecclesia: la II, VIII, X e XI aug.; la III ecclesia: la III e V aug.; la IV ecclesia: la IV e VI aug.; la V ecclesia: la VII e IX aug.; la VI ecclesia: la IX e parte della XIV aug.; la VII ecclesia: il resto della XIV aug. (Roma sotterr., III, Roma 1877).Nel Liber Pontificalis la I regione ecclesiastica è ricordata nelle biografie dei papi Simplicio (468-83), Silverio (536-37), dove si ricorda un «Johannis subdiaconus regionarius regionis primae» e Eugenio I (654-57) oriundo, «regionis primae Aventinensis».
La regione II ecclesiastica ricorre nella vita di papa Zaccaria (741-52), in cui si indica «regione secunda» la diaconia di S. Giorgio e ad Velum aureum.
Mentre le regioni auguste continuano ad essere menzionate nelle biografie di Anastasio II (496-98), che appartiene alla regione V «Caput Tauri», cioè dell’Esquilino e di Benedetto VI (973-74) indicato «de regione VIII sub Capitolio», cioè della zona Foro Romano, ecc. C. Re nel suo studio su Le Regioni di R. nel medioevo (v. art. cit. in bibl., p. 185 segg): ritiene che le regioni auguste continuassero ad indicarsi nei documenti fino al sec. XI, promiscuamente con le regioni ecclesiastiche. L. Duchesne sostenne che dalla metà del sec. VI, cioè dopo l’invasione gotica, abbia cessato l’uso della divisione regionale augustea, che fu sostituita dalla circoscrizione ecclesiastica in sette regioni; inoltre che le 12 regioni del medioevo da cui i «riori», rappresentano quel raggruppamento avvenuto sotto il periodo bizantino per la formazione dell’esercito romano e la ripartizione militare della popolazione romana. Inoltre il sistema delle sette regioni ecclesiastiche sarebbe rimasto in uso fino verso la fine del sec. XI, ma con qualche variante in quest’ultimo periodo; finalmente che le 12 regioni non hanno nulla da vedere dal punto di vista topografico né con le 14 auguste né con le 7 ecclesiastiche. Al tempo di Teodorico il diacono Romano Giovanni scriveva che «septem regionibus ecclesiastica apud nos militia continetur» (Johannis diaconi epistola ad Senarium: PL 59, 405). Il clero e il popolo era raggruppato nelle sette regioni ecclesiastiche, come indicano le sette Croci portate durante le processioni stazionali e le litanie, Croci conservate allora in S. Anastasia. Più tardi appaiono le insegne militari dei «milites draconarii» dette banda, poi bandora, donde l’attuale bandiera.
R

Roma - Pensilina e facciata della stazione di Termini. Su progetto dell'arch. Montuori (1950).
OMA - Pensilina e facciata della stazione di Termini. Su progetto dell’arch. Montuori (1950).
All’arrivo di Carlomagno a Roma si trovano i comandanti dell’esercito romano «cum bandora» (Lib. Pont., I, p. 497). Al momento dell’elezione di Gelasio II (1188) si parla di «regiones XII Romanae civitatis Transtiberi et Insulani» (ibid., p. 313).
L’Ordo di Benedetto Romano (ca. il 1140) nel solenne corteo papale indica i «milites draconarii portantes» XIII vevilla, quae bandora vocantur.
Le denominazioni dei rioni si trovano già nel sec. XI e nel sec. XII; nel XIV sec. sono: 1) Montium et Bibractice; 2) Trivii et Vie Late; 3) Columne et S. Marie in Aquiro; 4) Campi Martii et S. Laurentii in Lucina; 5) Pontis et Scorticariorum; 6) S. Eustachii et Vinea Thedermarii; 7) Arenule et Caccabariorum; 8) Parionis et S. Laurentii in Damaso; 9) Piene et S. Marci; 10) Angeli in Foro piscium; 11) Ripe et Marmorate; 12) Campitelli et S. Adriani.
Bibl. L. Duchesne, Les circonscriptions de Rome au moyen âge, in Revue des questions histor., 24 (1878), pp. 217-25; id., Les régions de Rome au moyen âge, in Mélanges d’archéol. et d’hist., 10 (1890), pp. 12-49; C. Re, Le regioni di R. nel medioevo, in Studia e documenti di storia e diritto, 7 (1886), p. 197 segg.
X. Gli antichi cataloghi delle chiese
Alla fine dell’itinerario de locis sanctorum martyrum «qui sunt foris civitatis Romae», si trova un paragrafo con l’indicazione «iste ecclesiae intus Romae habentur»; si tratta di 21 basiliche stazionali nell’interno della città nelle quali «per certa tempora publica statio geritur» (R. Valentini - G. Zucchetti, Codice topografico della città di R., II, Roma 1942, pp. 118-31). Leone III fece probabilmente nell’a. 806, una serie di donazioni alle chiese di R., di cui il biografo del Liber Pontificalis ha trasmesso l’elenco che fu preso in esame da Ch. Hülsen (in Rendiconti della Pont. accad. rom. di archeol., I [1923], p. 107 segg.). Il catalogo comincia con la Basilica Lateranense, seguono 11 chiese sacre a Maria S. ma, poi quelle dedicate agli Apostoli, a S. Giovanni B., ai martiri (nn. 13-27), quindi i «tulii» (n. 28-48), le diaconie (49-64), i monasteri (65-113), tre «xenodochia» (114-116) e un ospedale.L’itinerario detto di Einsiedeln della fine del sec. VIII contiene i nomi di 66 chiese (Ch. Hülsen, La pianta di R. dell’anonimo einsiedlense, in Dissertazioni della Pont. accad. rom. di arch., 2ª serie, 9 [1907], pp. 377-424; R. Valentini - G. Zucchetti, op. cit., II, pp. 155-207). Cencio Savelli, camerario della Chiesa romana, poi Onorio III (1216-27) Liber censuum (v.) due liste ufficiali di chiese di R.: la prima per il «presbiterium» concesso alle 315 chiese romane il lunedì in albis, la seconda in occasione della «litania maior» al 25 apr. elenca 62 chiese (Liber censuum, ed. P. Fabre-L. Duchense, I, Parigi 1889-1910, pp. 300-309; R. Valentini-G. Zucchetti, op. cit., II, pp. 224-70; sul carattere delle due
disposto secondo le tre parti della « Fraternitas », ma con varia disposizione (S. Tommaso e quindi per primo S. Giovanni in Laterano, poi SS. Apostoli e SS. Cosma e Damiano), seguito da una lista delle reliquie venerate nei principali santuari. Alcune chiese mancano in altri documenti. Buona è l'edizione di Ch. Hülsen, op. cit., pp. x-xii e 43-49. Una copia del catalogo di N. Signorili con note e aggiunte di P. Ugolino si trova nella Biblioteca Oliveriana di Pesaro. Indicazioni di chiese si trovano anche nei Libri anniversarium compilati dalle singole Compagnie e Confraternite dal sec. XV per la celebrazione delle Messe anniversarie nelle varie chiese della città, quali il Liber anniversarium del S.ma Salvatore « ad Sancta Sanctorum » del 1461 edito da P. Egidi, in Archivio della Soc. rom. di st. patria, 31 (1908), p. 169 sgg.; quello di S. Maria, « in Porticu » del 1470-1500, pure pubblicato da P. Egidi in Necrologio della provincia romana, I, Roma 1908, pp. 544-557; quello della Compagnia del Gonfalone (in due codici ora all'Archivio Vaticano, il primo del 1470, il secondo del 1490); quello di S. Maria in Araceli del 1489. In detti Libri sono ricordati più di 200 chiese elencate da Ch. Hülsen (Le chiese, cit., pp. xii-xiii, pp. 53-68, 546).
Una lista di chiese, cappelle e monasteri compilato sotto Sisto IV nel 1481 fu pubblicata incompleta da M. Armellini desunta dall'Archivio Vaticano (Cronicheta mensuale, 3ª serie, 2 [1883], pp. 173-76) e in parte da Ch. Hülsen (Le chiese, cit., pp. xiv e 546-48). Onofrio Panvino (v. trascrisse un catalogo di chiese redatto nel 1492 (cod. Vat. lat. 6780, pp. 14-18ª) edito da Ch. Hülsen (op. cit., pp. xiv-xv, pp. 69-79 e 548-49); detto elenco, diviso per le 13 regioni comprende 295 chiese e contiene riferimenti topografici e degli Ordini religiosi a cui era affidato il servizio in alcune chiese e ospedali al tempo del Panvino stesso.
Gli Epigrammata antiquae Urbis di I. Mazzocchi (1521) contengono iscrizioni trascritte da 203 chiese di R. (elenco pubblicato da Ch. Hülsen, op. cit., pp. 549-56). L'Hülsen ha pubblicato inoltre un catalogo del 1555 redatto su quello del Panvino con varianti di F. Martinelli, A. Massarelli. È in ordine alfabetico e comprende 231 chiese (op. cit., pp. xv-xvi, 879-87). Il papa Pio IV nel 1561 stabilì una « Tassa delle chiese e benefici di R. per la soventione delle povertà alla mendicanti ». La lista in ordine alfabetico enumera 269 tra chiese (246) e cappelle (23); Ch. Hülsen, op. cit., pp. xvi-xix, 879-95; il valore e la tassa imposta ad ogni chiesa è aggiunto a pp. 557-65. Lo stesso autore ha messo in rilievo come detto documento può servire di base per gli elenchi di chiese redatti per le tasse di Clemente VIII del 1594 e 1601; di Paolo V del 1620 e di Urbano VIII nel 1623 e ne ha dato le varianti (op. cit., pp. 565-78). Per la sacra visita generale delle chiese romane indetta nel 1566 dal papa S. Pio V fu redatto un catalogo delle « chiese di tutti i rioni di R. » con l'indicazione di 321 tra chiese e monasteri, sia maschili che femminili, e della loro condizione (Ch. Hülsen, op. cit., pp. xix, 95-106). Un anonimo spagnolo compilò la 1570 in R. un elenco di 287 chiese romane e una raccolta di iscrizioni in esse contenute conservato nel cod. Chigiano Vaticano (n. I, V, 167; edito da Ch. Hülsen, op. cit., pp. xx, 106-14). Francesco Dal Sodo, canonico di S. Maria in Cosmedin, redasse tra il 1575-83 un catalogo di 297 chiese romane (Cod. Vallicelli, G. 33) edito da Ch. Hülsen (op. cit., pp. xx-xxi-xxix-xxx, 114-23). Esistono inoltre, sparse nelle virgo biblioteche di Europa, moltissime guide manoscritte compilate per i pellegrini che visitarono i santuari romani nei secc. xiv-xv, in cui la prima parte è MIRABILIA URBIS (v.), mentre la seconda è la lista delle reliquie e delle indulgence. Ch. Hülsen ne ha esaminati non pochi esemplari (op. cit., pp. xxii-xxv, 137-56). Nelle redazioni di alcuni di questi del sec. xv, come nei primi libri a stampa il
Roma - La sala dell'Auditorium di Palazzo Pio, la più grande d'Italia (1952).
Il 1467, il secondo del 1490; quello di S. Maria in Araceli del 1489. In detti Libri sono ricordati più di 200 chiese elencate da Ch. Hülsen (Le chiese, cit., pp. xii-xiii, pp. 53-68, 546).
Una lista di chiese, cappelle e monasteri compilato sotto Sisto IV nel 1481 fu pubblicata incompleta da M. Armellini desunta dall'Archivio Vaticano (Cronicheta mensuale, 3ª serie, 2 [1883], pp. 173-76) e in parte da Ch. Hülsen (Le chiese, cit., pp. xiv e 546-48). Onofrio Panvino (v. trascrisse un catalogo di chiese redatto nel 1492 (cod. Vat. lat. 6780, pp. 14-18ª) edito da Ch. Hülsen (op. cit., pp. xiv-xv, pp. 69-79 e 548-49); detto elenco, diviso per le 13 regioni comprende 295 chiese e contiene riferimenti topografici e degli Ordini religiosi a cui era affidato il servizio in alcune chiese e ospedali al tempo del Panvino stesso.
Gli Epigrammata antiquae Urbis di I. Mazzocchi (1521) contengono iscrizioni trascritte da 203 chiese di R. (elenco pubblicato da Ch. Hülsen, op. cit., pp. 549-56). L'Hülsen ha pubblicato inoltre un catalogo del 1555 redatto su quello del Panvino con varianti di F. Martinelli, A. Massarelli. È in ordine alfabetico e comprende 231 chiese (op. cit., pp. xv-xvi, 879-87). Il papa Pio IV nel 1561 stabilì una « Tassa delle chiese e benefici di R. per la soventione delle povertà alla mendicanti ». La lista in ordine alfabetico enumera 269 tra chiese (246) e cappelle (23); Ch. Hülsen, op. cit., pp. xvi-xix, 879-95; il valore e la tassa imposta ad ogni chiesa è aggiunto a pp. 557-65). Lo stesso autore ha messo in rilievo come detto documento può servire di base per gli elenchi di chiese redatti per le tasse di Clemente VIII del 1594 e 1601; di Paolo V del 1620 e di Urbano VIII nel 1623 e ne ha dato le varianti (op. cit., pp. 565-78). Per la sacra visita generale delle chiese romane indetta nel 1566 dal papa S. Pio V fu redatto un catalogo delle « chiese di tutti i rioni di R. » con l'indicazione di 321 tra chiese e monasteri, sia maschili che femminili, e della loro condizione (Ch. Hülsen, op. cit., pp. xix, 95-106). Un anonimo spagnolo compilò la 1570 in R. un elenco di 287 chiese romane e una raccolta di iscrizioni in esse contenute conservato nel cod. Chigiano Vaticano (n. I, V, 167; edito da Ch. Hülsen, op. cit., pp. xx, 106-14). Francesco Dal Sodo, canonico di S. Maria in Cosmedin, redasse tra il 1575-83 un catalogo di 297 chiese romane (Cod. Vallicelli, G. 33) edito da Ch. Hülsen (op. cit., pp. xx-xxi-xxix-xxx, 114-23). Esistono inoltre, sparse nelle virgo biblioteche di Europa, moltissime guide manoscritte compilate per i pellegrini che visitarono i santuari romani nei secc. xiv-xv, in cui la prima parte è MIRABILIA URBIS (v.), mentre la seconda è la lista delle reliquie e delle indulgence. Ch. Hülsen ne ha esaminati non pochi esemplari (op. cit., pp. xxii-xxv, 137-56). Nelle redazioni di alcuni di questi del sec. xv, come nei primi libri a stampa il

liste V. L. Duchesne, in Mélanges d'arch. et d'hist., 25 [1905]. p. 153 sgg.). Il chierico inglese Giraldus Cambrensis fu a R. negli aa. 1199-1200 e 1202-1203 al tempo di Innocenzo III e di Cencio Camerario. Ca. il 1220 e
numero delle chiese è esagerato al punto che vi si legge: «Sunt Rome mille quinquenate quinque capelle que tamen pro magna parte et quasi pro maiore parte sunt destruit» (Per le edizioni a stampa di dette guide dalla fine del Quattrocento alle prime decadi del secolo seguente V. ancora Ch. Hülsen, *Mirabilia Romae. Ein römisches Pilgerbuch des 15. Jahrhunderts* (Berlino 1925). G. B. Pauliani nel suo *De Iobile et indulgentiis libri tres* (Roma 1550, pp. 220-51) dà un elenco di 102 chiese suddivise in 4 parti, cioè la Chiesa Lateranense, S. Pietro, S. Maria Maggiore, S. Paolo.
Dal sec. x alcune chiese vennero costituite quali filiali di altre maggiori, quali S. Giovanni in Laterano, che, con bolle di Leone IX del 1050, di Alessandro II (1061-73), Anastasio IV (1154), Onorio III (1216) e Gregorio IX (1228) ebbe 10 chiese filiali (P. Fr. Kehr, *Italia Pontificia*, I, Berlino 1906, p. 25 sgg.); S. Pietro in Vaticano con bolle di Leone IX (1053), Innocenzo II (1138), Adriano IV (1158) e Urbano III (1186) ebbe in tutto 11 filiali (P. Fr. Kehr, *op. cit.*, I, p. 139 sgg.).
Nel sec. XIII con la bolla di Innocenzo III del 1205 le filiali di S. Pietro in Vaticano salirono a 22 (Ch. Hülsen, *Le chiese, cit.*, pp. 581-82). Invece scesero a 17 nel sec. XIV (F. Ehrle, *Ricerche su alcune chiese del Borgo*, in *Dissertazioni della Pont. accad. rom. di arch.*, 2a serie, 10 [1910], p. 40 sgg.); S. Paolo fuori le mura con bolle di Gregorio VII (1073-85), di Anacleto II (1130) e di Onorio III (1218) ebbe 7 filiali (P. Fr. Kehr, *op. cit.*, I, pp. 166-68); S. Maria Maggiore con bolla di Celestino III (1192) ebbe 4 filiali (id., *op. cit.*, p. 56); S. Maria in Trastevere con bolla di Callisto II (1123) ebbe 9 filiali (id., *op. cit.*, p. 129); S. Marcello ebbe 19 filiali (O. Pancrioli, *Tesori nascosti dell'almac città di R., Roma 1625*, p. 362); SS. Apostoli ebbe 7 filiali (F. Martinelli, *R. ex ethnica sacra*, Roma 1603, p. 70; P. Fr. Kehr, *op. cit.*, I, p. 71); S. Anastasia ebbe 10 filiali (G. M. Crescimbeni, *Storia di S. Anastasia*, Roma 1722, p. 55); S. Lorenzo in Damaso con bolla di Urbano III (1186) ebbe 65 filiali (A. Fonseca, *De basilia S. Laurentii in Damaso*, Fano 1745, p. 249 sgg.; P. Fr. Kehr, *op. cit.*, I, p. 94); S. Crisogono con bolla di Callisto II (1121) ebbe 4 filiali (P. Fr. Kehr, *op. cit.*, I, p. 126); S. Silvestro in *capite* con bolle di Agapito II (955) e di Giovanni XII (962) ebbe 12 filiali (id., *op. cit.*, I, p. 83); S. Eustachio con bolla di Gregorio V (998) e di Alessandro III (1173) ebbe 6 filiali (id., *op. cit.*, I, pp. 96-97). L'elenco delle chiese filiali sopra ricordate è stato pubblicato da Ch. Hülsen (*Le chiese, cit.*, pp. 129-37 e 581-82).
VI. ISTITUTI DI CULTURA.
La storia dell'insegnamento superiore in R. nell'età cristiana ricorda in particolare le seguenti istituzioni culturali:
**SOMMARIO:**
I. La scuola di Giustino
II. La scuola pubblica
III. La scuola lateranense
IV. Lo Studium Curiae
V. Lo Studium Urbis
VI. Istituto univ. di Magistero Maria Assunta
VII. Istituti vari di cultura
VIII. Archivii
IX. Biblioteche
X. Musei e gallerie
XI. Istituto per l'arte sacra.I. La SCUOLA DI GIUSTINO
Convertitosi al cristianesimo (ca. 130) e stabilitosi in R., Giustino vi aprì una scuola avvalendosi del prestigio e dell'autorità che gli venivano dalla professione e dal «pallio di filosofo» (cf. Eusebio, *Hist. eccl.*, IV, 11, 8; s. Girolamo, *De vir. ill.*, 23). Fu il primo di «doxa» etivon cristiano di cui si abbia menzione nel sec. II (cf. cost. apost. *Deus scientiarum Dominus* di Pio XI: AAS, 23 [1931], p. 242). Ebbe, tra i discepoli, Taziano, e, tra i più accaniti avversari, il cinico Crescente, dalla cui rivalità ebbe molto a soffrire. La sede della scuola era nota, ed è indicata dagli *Atti* del suo martirio (cap. 3); ma il relativo testo, corretto, non permette una lezione sicura (P. Franchi de Cavalieri, *Note agiografiche* [*Studi e testi*, 8], Roma 1902, pp. 27-28 e p. 34, linn. 15-16; id., in *Nuovo bull. di arch. crist.*, 10 [1904], p. 6, nota). Si può pensare al quartiere T. Burtino (il frg. del *Digesto*, XXXII, 35, 3 chiarisce ma non risolve la questione) come, con più probabilità, alla Regione I (Porta Capena).
(da H. I. Marrou, in Mclanges d'arch. et d'hist. 3) [642], p. 161. Roma - Piante dei Fori di Traiano e Augusto: I) Tempio del dino Traiano; II) le Biblioteche; al centro la colonna Traiana; III) Basilica Ulpia; IV) Foro di Traiano propriamente detto: a b) Scholae Fori Traiani; V) Foro d'Augusta: c
---
come ministro alla Corte gotica e prefetto del pretorio aveva tanto favorito la scuola pubblica di R., elaborò anche con il papa s. Agapito (535-36) il disegno di un grande ateneo per le scienze teologiche sull'esempio di Alessandria e di Nisibi. Ma, caduto il progetto per la nequizia dei tempi, egli, pur lontano da R., scrisse le Institutiones divinarum [et humanarum] litterarum quasi a compenso della mancata università romana (cf. praef.: PL 70, 1105 sg.). Senza dubbio dall'opera di Cassiodoro le scuole di R., come tutte le scuole medievali, trassero grande vantaggio: furono però i tesori letterari dell'Urbe che contribuirono non poco alla formazione di quella famosa Biblioteca claustrale che egli raccolse nel suo ritiro vivariense.
Lo stesso s. Agapito, in vista sembra del progettato ateneo (cf. Marrou, Autour de la bibl. [V. BIBLICA.], p. 128), era riuscito a formare, nella casa paterna al clivus Scauri, una considerevole biblioteca, di cui rimane il testo dell'iscrizione dedicatoria (Lib. Pont., I, 288, n. 1). Quale suo erede, s. Gregorio Magno donò la Biblioteca al monastero di S. Andrea ad clivum Scauri (il Marrou pensa invece che l'abbia trasportata al Laterano) e realizzò in parte anche il suo disegno universitario organizzando, nel Patriarche Lateranense, la celebre Schola cantorum, che dotò di abbondanti rendite (praedia). Con essa provvide, per quanto allora possibile, ad alimentare nella Chiesa il culto delle lettere, e nulla soffrendo di barbaro nei suoi discepoli e nei suoi ministri, che attorno a sé voleva ogni cosa ispirata al genio latino, e che divenisse la sua corte il tempio della Sapienza, in cui le sette Arti Liberali, quasi colonne di prezioso marmo, formassero il nobilissimo atto della Sede Apostolica (Giovanni Diacono, Vita s. Greg., II, 6 e 13: PL 75, 90 e 92; cf. Alcuino, Gram.: PL 101, 853 C).
L'istituzione di s. Gregorio divenne pertanto una scuola letteraria e teologica (Giovanni Diacono, loc. cit.), tale da essere «la luce di R. e l'esempio dell'Occidente» (Ozanam). Venne così realizzato quel suo stesso luminoso principio che fu l'idea informatrice di tutte le scuole medievali: «Liberales artes discendae sunt ut per instructionem illarum divina cloquia subtilius intelligatur» (In I Reg. expos., lib. V, cap. 3, n. 30: PL 79, 355 D).

Come ministro alla Corte gotica e prefetto del pretorio aveva tanto favorito la scuola pubblica di R., elaborò anche con il papa s. Agapito (535-36) il disegno di un grande ateneo per le scienze teologiche sull'esempio di Alessandria e di Nisibi. Ma, caduto il progetto per la nequizia dei tempi, egli, pur lontano da R., scrisse le Institutiones divinarum [et humanarum] litterarum quasi a compenso della mancata università romana (cf. praef.: PL 70, 1105 sg.). Senza dubbio dall'opera di Cassiodoro le scuole di R., come tutte le scuole medievali, trassero grande vantaggio: furono però i tesori letterari dell'Urbe che contribuirono non poco alla formazione di quella famosa Biblioteca claustrale che egli raccolse nel suo ritiro vivariense.
Lo stesso s. Agapito, in vista sembra del progettato ateneo (cf. Marrou, Autour de la bibl. [V. BIBLICA.], p. 128), era riuscito a formare, nella casa paterna al clivus Scauri, una considerevole biblioteca, di cui rimane il testo dell'iscrizione dedicatoria (Lib. Pont., I, 288, n. 1). Quale suo erede, s. Gregorio Magno donò la Biblioteca al monastero di S. Andrea ad clivum Scauri (il Marrou pensa invece che l'abbia trasportata al Laterano) e realizzò in parte anche il suo disegno universitario organizzando, nel Patriarche Lateranense, la celebre Schola cantorum, che dotò di abbondanti rendite (praedia). Con essa provvide, per quanto allora possa essere, ad alimentare nella Chiesa il culto delle lettere, e nulla soffrendo di barbaro nei suoi discepoli e nei suoi ministri, che attorno a sé voleva ogni cosa ispirata al genio latino, e che divenisse la sua corte il tempio della Sapienza, in cui le sette Arti Liberali, quasi colonne di prezioso marmo, formassero il nobilissimo atto della Sede Apostolica (Giovanni Diacono, Vita s. Greg., II, 6 e 13: PL 75, 90 e 92; cf. Alcuino, Gram.: PL 101, 853 C).
L'istituzione di s. Gregorio divenne pertanto una scuola letteraria e teologica (Giovanni Diacono, loc. cit.), tale da essere «la luce di R. e l'esempio dell'Occidente» (Ozanam). Venne così realizzato quel suo stesso luminoso principio che fu l'idea informatrice di tutte le scuole medievali: «Liberales artes discendae sunt ut per instructionem illarum divina cloquia subtilius intelligatur» (In I Reg. expos., lib. V, cap. 3, n. 30: PL 79, 355 D).
Con il tramonto dell'Impero la scuola di R. non scomparve del tutto, ché Teodorico, CASSIANO (v.), tenne ferme le antiche istituzioni e continuò ad onorare R. come «città delle lettere», «madre dell'eloquenza e tempio di tutte le virtù» (Cassiodoro, Variae, V, 22 e IV, 6), esortando anche i forestieri a completarvi la loro formazione culturale (ibid., I, 39; IV, 6). Il nipote e successore Atalarico ordinò al Senato di R. di pagare «esattamente» gli onorari ai professori, essendo delitto scoraggiare gli educatori della gioventù (ibid., IX, 21). Altrettanto fece Giustiniano con la Pragmatica sanctio (cap. 22), promulgata il 14 ag. 554 su richiesta del papa Vigilio onde portare rimedio ai tanti mali della guerra gotica (Novellae, app. VII: ed. Schoell-Kroll, Berlino 1928, p. 799).
Con la Costituzione Omnem (16 dic. 533), premessa al Digesto, lo stesso Imperatore, riconoscendo nell'Impero tre sole scuole ufficiali di diritto (quelle delle due capitali [«regiae urbes»] e quella di Berito), aveva tracciato anche per R. il suo nuovo programma di studi giuridici, con 5 anni di corso obbligatori (v. Berito). Ma nel crepuscolo del mondo antico si dilegua anche lo splendore di queste scuole.
III. LA SCUOLA LATERANENSE
Cassiodoro, che giàCon la Schola cantorum si fuse la Schola lectorum (cf. G. B. De Rossi, in Bull. di arch. crist., 4a serie, 2 [1883], p. 19), e si formò in essa l'élite del clero romano, come per diversi Pontefici è detto esplicitamente nel Liber Pontificalis (cf., p. es., per Sergio I e Sergio II: Lib. Pont., I, 371; II, 86).
La Schola aveva anche una florente sezione presso la Basilica di S. Pietro (Giovanni Diacono, op. cit., II, 6 [V. Giovanni arricantore]), e per entrambe le sezioni unico sembra sia stato il superiore maggiore (primicerius o prior Scholae), CIPRIANO (v.), rifacimento dello stesso Giovanni Diacono (MGH, Poët., IV, 870). In questo tempo (sec. IX) la Scuola del Laterano era detta Orphanotrophium, il cui edificio, fatiscente, fu ricostruito da Sergio II (844-847), che restaurò l'Istituto Gregoriano dopo un periodo di decadimento (Lib. Pont., II, 92). I suoi alunni non solo prendevano parte alle funzioni liturgiche, ma anche a manifestazioni popolari di carattere burlesco (ludi romani communes [cf. Benedetto Can., Liber pol.]). Il Liber Hymnariorum, che si conserva manoscritto (codd. Vat. lat. 7172 e Paris. lat. 1092), pare sia una raccolta degli 'inni liturgici dovuti alla Schola. Dei suoi canti festivi (greci e latini) sono celebri le Landes Cornomaniae (v. cornomania), nonché alcuni ritmi studenteschi, editi nel 1900 da L. Traube e riportati da K. Strecker, in MGH, Poët., IV, pp. 657-59 [nn. 98-100]). Si eseguivano ludi per le candele di genn. e per il carnevale; landes per la quaresima e per il ritorno della primavera (cf. Benedetto Canonico, Liber Polit., in P. Fabre - L. Duchesne, Liber Centuum, II, pp. 171-74; cf. I, pp. 109-13).
Secondo F. Novati [V. BIBLICA.], dalla ratio studiorum della Schola non si può escludere il diritto romano: anzi, dal sec. VI in poi, la Scuola Lateranense avrebbe preso le veci della scuola pubblica, fino al momento in cui gli studi giuridici poterono risorgere, probabilmente a metà del sec. IX, per opera di Leone IV (847-855), restauratore della vita culturale in R. La corte pontificia divenne allora, anche per influsso della rinascita carolingia, centro di studi teologici, storici e letterari, come dimostrano pure i nomi di Anastasio Bibliotecario e Giovanni Inonide (diacono), principale storico di s. Gregorio Magno. Ma l'importanza singolare della Scuola è essenzialmente liturgica, avendo essa assolto, nei secoli, la specifica missione di conservare e diffondere in Europa il canto gregoriano. Giunta, dopo alterne vicende, al sec. XIV, la «cattività avignonese» ne segnò la fine. Gregorio XI restituì a R. la Sede Apostolica, ma la Schola del Patriarchio non risorse più. Si ebbe, in sua vece, con Sisto IV, la Cappella Sistina.
IV. Lo Studium Curiae
È la Scuola palatina fondata da Innocenzo IV (1243-54) nel secondo anno del suo pontificato.[C'è ancora chi la ritiene fondata, con il consiglio e l'opera di S. Domenico, da Onorio III (1210-1277), per la teologia: Innocenzo IV l'avrebbe solo restaurata, aggiungendovi la facoltà giuridica, con la bolla Cum de diversis partibus, da Bonifacio VIII inserita in Sexto Decretalium (V, 7, 2).
Sulle vere origini della Scuola hanno fatto luce il Denife e, con più ampi particolari, il p. Raimondo Creyten. Il primo infatti, esaminando il testo genuino della bolla, conservato integro nel cod. 72 di Grenoble (quello dato da Bonifacio VIII in Sexto è risultato abbreviato: cf. Friedberg, II, 1083), e la Vita del Pontefice scritta dal suo penitenziere Niccolò da Calvi (cf. L. Oliger, in Antonianum, 15 [1940], pp. 275-78), ha potuto stabilire che l'istituzione dello Studium Romanae Curiae è dovuta esclusivamente ad Innocenzo IV.
Per meglio comprendere i documenti del tempo e lo svolgimento dei fatti, occorre distinguere la Scuola palatina da quella cattedrale.
23. Scuola cattedrale
È la scuola per l'istruzione del clero, decretata dal duc. Concilio ecumenici Lateranense III (19 marzo 1179) e Lateranense IV (1215), i quali prescrivono la scuola di grammatica presso ogni chiesa cattedrale (vescovile), e il corso teologico in ogni provincia ecclesiastica, a cura e spese della chiesa metropoli- tana (cf. Decretali di Greg. IX, lib. V, tit. 5, cc. 1 e 4: Friedberg, II, pp. 768-70). Perciò, come ogni metropolita, così anche il Papa, in quanto vesco e metropolita di R., era tenuto, in virtù dei canoni conciliari, a fare impartire l'insegnamento umanistico (grammatica) e quello teologico (sacra pagina) sotto la responsabilità del Capitolo Lateranense. In questa scuola cattedrale del Laterano insegnarono, al tempo di Innocenzo III (1198-1216), teologi famosi, Giacomo di Vitry (v.) e, nel 1206, Stefano Langton. Può essere che, sotto Onorio III, vi abbia dato qualche insegnamento anche s. Domenico di Guzman.I professori e studenti di teologia che godevano di un beneficio erano obbligati alla residenza beneficiale: non potevano quindi frequentare i centri di studio. Onorio III rimosse questo ostacolo (bolla Super speculum del 16 nov. 1219: H. Denife-E. Chatelain, Cartul. Unvo. Paris., I, p. 90 sg.; cf. Decretali, V, 5, 5: Friedberg, II, p. 770); e la grande innovazione, destinata a dare un potente incremento a tutte le scuole universitarie medievali, giovò anche alla stessa R.
24. Scuola palatina
Nella cost. Cum de diversis partibus (H. Denife, op. cit., p. 302) Innocenzo IV dichiara di avere già istituito in via di fatto (providimus), presso la Sede Apostolica, una regolare scuola (studium litterarum) con duplice facoltà, di teologia e di diritto (in utroque iure, canonico et civili [roman]). Il motivo della costituzione era quello di estendere agli alunni della Scuola palatina gli stessi privilegi che «godevano gli alunni degli Studia generalia» (a Parigi, Bologna, ecc.) in virtù della bolla di Onorio III del 16 nov. 1219 (cf. Potthast, n. 15128). Fu emessa nel secondo anno del suo pontificato (cf. Niccolò da Calvi, Vita Inn. IV, cap. 16: RIS, 1a ed., III, 1, p. 592 8). La Leone, dove il Papa era giunto il 2 dic. 1244 per l'imminente Concilio ecumenico (prima quindi del 28 giugno 1245, inizio del III anno). Non conoscendosi altro documento precedente, detta costituzione è considerata la «carta di fondazione» dello Studium Romanae Curiae (come verrà chiamato in seguito): Studio del tutto indipendente dalla Scuola Cattedrale di R., in essenziale rapporto, invece, con la Corte Pontificia (penes Sedem Apostolicam). Studio, quindi, di Palazzo, senza fissa dimora, bensì mutevole con gli spostamenti, allora frequenti, della Corte medesima. Da Leone, infatti, sotto lo stesso Innocenzo IV, passò a Perugia, ad Assisi, a Napoli. Questo suo carattere migratorio gli conferiva un aspetto giuridico sui generis, che ricordava sì la Scuola Palatina della corte carolingia, ma era del tutto nuovo nella Chiesa. Lo Studio dipendeva direttamente dal Papa, non come vesco di R., ma come capo della Chiesa universale. Suoi studenti: i chierici di Curia e numerosi stranieri, che d'ogni parte confluivano «ad Sedem Apostolicam quasi matrem» (cost. Cum de div. part.). Tal, sue caratteristiche lo distinguevano da ogni altra scuola, e gli creavano esigenze particolari anche per l'assistenza agli studenti (onde l'ospedale di S. Antonio, «quod habetur in Curia Romana portatile»: epist. Immensa, 9 genn. 1253, da Perugia: E. Berger, Les Registes d'Innocent IV, n. 6257; cf. nn. 6916 e 7079).Le scuole potevano avere la loro sede nello stesso palazzo pontificio, come da principio; oppure in altri locali, come ad Avignone, ove i corsi si tenevano in uno stabile affittato a questo scopo. In origine lo Studio non aveva il valore di una università che conferisse la licentia ubique docendi. Pur essendo, come centro di studi, più importante delle ordinarie scuole cattedrali, tuttavia sembrava ad esse rassomigliare per la semplicità dell'organizzazione: il compito del maestro di Curia aveva molte analogie con quello dei «theologus» d'una chiesa metropolitana. Ma con la permanenza della Sede Apostolica ad Avignone lo Studio subisce un profondo rinnovamento che gli consente il grado di vera università (Studium generale in senso tecnico). Così negli atti del XV Concilio ecumenico di Vienne (1311-12) lo Studium Curiae figura tra le maggiori università dell'epoca. Come quindi per Parigi, Bologna, Salamanca ed Oxford, il Concilio decretò anche per esso le nuove cattedre di lingue orientali, per la migliore esegesi biblica e in vista
tefiore (prima del 1300, poi cardinale del titolo di S. Martino ai Monti), Guglielmo Gainsborough (intorno al 1300) e Reginaldo d'Assisi: lectores nei loro Conventus Curiae. Cronisti posteriori, non considerando il valore equivoco dell'espressione, hanno attribuito loro il titolo di maestri o lettori del S. Palazzo. Non è improbabile però che G. Pecham e M. d'Acquasparta, come qualche altro, siano stati anche veri titolari della cattedra pontificia (non si hanno notizie sicure in proposito).
Segue, con l'elezione di Clemente V, il trasferimento della Curia e dello Studio ad Avignone. Viene eletto «lettore», nel 1306, Guglielmo di Pietro Godin, domenicano, dopo il quale si afferma la tradizione «domenicana», per cui il lettore di teologia è quasi sempre scelto dall'Ordine dei Predicatori. Con lo sviluppo dello Studium il «lettore» diventa il vero reggente della Facoltà universitaria di teologia, e comincia a comparire tra gli officiales Curiae con il nome, dal 1343 in poi, di Magister Sacri Palatii, con sempre maggiori attribuzioni, fino a che, cessato l'insegnamento effettivo, egli rimane presso la Sede Apostolica solo come dignitario di Corte, teologo del Papa e membro della Famiglia Pontificia (v. MAESTRO DEL SACRO PALAZZO. PALAZZO).
La fine dello Studio. Le singole Facoltà erano indipendenti; fungeva però da cancelliere dell'Università della Curia il camerlengo del Papa. Stabilitasi la Corte Pontificia definitivamente a R. nel corso del sec. XV, la Scuola del S. Palazzo, quale centro di studi interno al Papa, perdeva la sua ragione di essere, poiché a R. esisteva già una Università fin dal tempo di Bonifacio VIII. Impoverito d'alunni e d'insegnanti, lo Studium Curiae si estinse, quasi gradatamente (non si hanno documenti al riguardo), al principio del sec. XVI, prima o all'inizio del pontificato di Leone X (1513-21).
V. LO «STUDIUM URBIS»
La scuola del Laterano aveva, per sé, carattere locale. Bonifacio VIII, in considerazione di R. quale «Urbs urbium», «communis patria» e «caput Orbis», decise di erigervi uno Studium generale. Fondò così il Romanum Studium, ove, «perpetuus futuris temporibus», si coltivasse il sapere in qualibet facultate, e, «ad universale profectum», si accogliessero alunni «de diversis mundi partibus» (bolla In supremae, emanata dal Laterano il 20 apr. 1303: Bull. Rom., IV, Torino 1859, pp. 166-68).Lo Studio ebbe sede nel rione di S. Eustachio. Arricchito di tutti i privilegi universitari, acquistò subito notevole importanza, specialmente per le scienze giuridiche. Il trasferimento della Sede Apostolica ad Avignone ebbe però sinistra ripercussione anche sul novello ateneo, il quale, funestato dalle agitazioni politiche, nel 1370 fu chiuso e il suo edificio venduto.
Dopo vari tentativi, tra cui un trasferimento della sede in Trastevere, con Eugenio IV (1431-47), considerato suo secondo fondatore, lo Studio riprende vita novella: riacquista l'antica sede e raggiunge una grande floridezza. Nel 1456-57 il card. Capranica (v.) fonda il Collegio universitario detto della «Sapienza Fermana» (Collegium pauperum scholarium Sapientiae Firmanae), con particolare riguardo alla formazione del clero. In pieno umanesimo, Leone X (1513-21) attua sapienti riforme. Su disegni, sembra, di Michelangelo, dà mano alla lenta costruzione del Palazzo che, portato a compimento da Giacomo della Porta sotto Sisto V, sarà chiamato «della Sapienza».
L'Ateneo, forse per distinguersi dallo Studium Curiae, prese ben presto il nome di Studium Urbis, degno dell'ampia visione del suo fondatore (esso rimane ancor oggi il nome proprio dell'Università di R.). Verso la metà del Cinquecento ebbe quello di Archigymnasium Urbis e di Sapientia: onde il motto biblico posto con il proprio stemma da Sisto V sulla facciata del Palazzo: Initium Sapientiae timor Domini.
In questo stesso secolo, date le vicende politiche, si alternano periodi di decadimento e di ripresa; il primato passa alle scienze sperimentali, e sale a grande rinomanza la Scuola di medicina.
Sisto V, già insegnante di teologia e protettore della Sapienza, nel riordinamento che fece della Curia Romana,

Roma - Cortile del Palazzo della Sapienza, già sede dell'Uni. versità di R. di Giacomo della Porta (sec. xv1), con la chiesa di Sant'Ivo, del Borromini (1660) - Roma.
istitui (origine dell'odierna S. Congr. dei Seminari e delle Università degli Studi) la Sacra Congregatio pro Universitate Studii Romani, con compiti di vigilanza anche sulle grandi università di Europa (cost. Immensa, 22 genn. 1588: Bull. Rom., VIII, Torino 1863, p. 992). Urbano VIII (1623-44) nominò architetto dello studio il Borromini, che tanta orma vi lasciò della sua arte geniale, specie con la chiesa di S. Ivo. Alessandro VII (1655-67) dotò l'Università di un orto botanico e della sua biblioteca, che continuamente accresciuta, è oggi una delle più importanti della città (Biblion. univ. Alessandrina). Ma dopo di lui, nonostante alcuni nomi illustri, l'Ateneo lentamente decade, tanto che alla fine del secolo si pensò di cedere il palazzo agli Scolopi per le scuole popolari gratuite. L'energico intervento del card. G. B. Spinola e le sue riforme in qualità di arricancelliere ne risollevarono le sorti. Benedetto XIV, già rettore deputato, ne accrebbe il prestigio e con la bolla Inter conspicuos (29 ag. 1744) ridiede dignità agli studi (Bull. Bened. XIV, I. Prato 1845, pp. 407-20).
Il turbine della Rivoluzione Francese scuote anche l'Ateneo romano che nel 1800 è praticamente soppresso. L'anno seguente fu però riaperto. Ma, dopo varie disposizioni, il governo francese ne fece un'accademia aggregata all'Università imperiale di Parigi. Passato il ricolore napoleonico e ristabilitosi il governo pontificio, l'Ateneo riceve nuovo assetto da Leone XII con la cost. Quod divina Sapientia (28 ag. 1824), una delle più complete e organiche leggi in materia di riforma universitaria (Bull. Rom. cont., VIII, Prato 1854, pp. 95-117). Pio IX ne rinnovo l'Osservatorio astronomico al Campidoglio (oggi a Monte Mario), dotandolo dei migliori strumenti di allora.
Con il 1870 incomincia il nuovo periodo storico dello Studium Urbis, divenuto ormai la R. Università degli Studi di R., pareggiata alle altre del Regno (legge 12 maggio 1872, n. 821). Le rinnovate provvidenze dello Stato italiano la resero sempre più adeguata alla dignità di R. capitale. Con R. D. 20 giugno 1935, n. 1071, le furono aggregati come facoltà gli Istituti superiori di ingegneria (fondato come Scuola superiore da Pio VII con il motu proprio 23 ott. 1817), di architettura (istituito col D. L. 31 ott. 1919, n. 2592), di scienze economiche (eretto nel 1906 dal Ministero dell'agricoltura e nel 1928 passato alle dipendenze del Ministero dell'educazione nazionale), e quello di magistero (istituito con R. D. 16 dic. 1878, insieme a quello di Firenze). Il 31 ott. 1935 venne inaugurata la Città Universitaria nel quartiere S. Lorenzo. Il papa Pio XII volle con munifico gesto donarle la grande Cappella, dedicata alla Eterna Sapienza (breve Romanorum Pontificum, 22 marzo 1950: AAS, 42 [1950], p. 387 sgg.; e Discorso agli universitari, 15 giugno 1952).
Numerosi gli uomini celebri che in ogni tempo hanno illustrato l'Ateneo Romano: maestri insigni che hanno dato efficace contributo alle lettere e alle scienze, quali Cino da Pistoia, Pomponio Leto, Lorenzo Valla, Niccolò Copernico, Andrea Cesalpino, Andrea Bacci, Bartolommeo Eustachio. Tommaso de Vio, Benedetto Castelli, G. M. Lancisi, M. Malpighi, L. Marracci, G. V. Gravina, A. Nibby, G. Baccelli, L. Pigorini, R. Lanciani, I. Alibrandi, e moltissimi altri.
Per vastità di organizzazione, ricchezza di Istituti scientifici, molteplicità d'insegnamenti, valore e numero dei professori (ca. un migliaio: ordinari, incaricati liberi docenti), nonché per la provenienza e l'affluenza degli alunni, anche stranieri, lo Studium Urbis è oggi giustamente considerato come l'Università nazionale d'Italia.
Per gli atenei ecclesiastici v.: Istituti di Studium Superiore.
DIVINA PROVIDENTIA
PAPÆ VIII,
INSTITVTIO
Archiuij generalis in Vrbe.
ROME,
Ex Typographia Recensendae Camerae Apostolicae,
M. D. XXVI.
(dn. L. Guanc, L'arch. St. Capito, Roma 1916, tav. 3.)
ROMA - Frontespizio del breve di Urbano VIII in data 16 novembre 1625, che istituisce l'Archivio generale notarile.
destituito d'ogni valore storico, derivando esso da una asserzione gratuita di Galvagno della Fiamma, scrittore domenicano minorenne tra il 1340 e il
1344. V
Hanno valore di fonti le classiche opere di J. Carafa, De Gymnasio Romano et de eius profesoris, Roma 1751, e di F. M. Renazzi, Storia dell'Università degli Studi di R., 4 voll., Roma 1803-1806. Inoltre: H. Denfield, op. cit. [V. n. IV], pp. 310-17 (fino al 1400); Monografie della Università e degli Istituti superiori, a cura del Ministero della pubblica istruzione, 1, Roma 1911, pp. 329-403; A. Pazzini, Storia dell'insegnamento medico in R., Bologna 1935; N. Spano, L'Università di Roma 1935 (particolarmente utile per il periodo moderno).VI. L'ISTITUTO UNIVERSITARIO DI MAGISTERO (MARIA S.M.A. ASSUNTA). - Facoltà di Magistero riservata alle religie. Promosso dal card. Giuseppe Pizzardo, l'Istituto fu fondato nel 1939 dal vicario di Roma, dalla S. Conte greg. dei Seminari e delle Università, e dalla S. Congr. dei Religiosi. Con il R. D. 26 ott. 1939, n. 1760, è stato giuridicamente riconosciuto e pareggiato alle Facoltà di Magistero dello Stato, con diritto di conferire le lauree in materie letterarie, in pedagogia, in lingue e letterature straniere e il diploma di vigilanza scolastica. Alle laureate il Vicariato rilascia il diploma per l'insegnamento della Religione.
Il governo dell'Istituto spetta al Consiglio di amministrazione, al direttore dell'Istituto, al Consiglio direttivo e al Consiglio dei professori (Statuto, art. 5). Il presidente del Consiglio di amministrazione, nominato dal Cardinale Vicario, ha la rappresentanza legale dell'Istituto; il direttore ne ha il governo didattico. L'ordine interno e i servizi di segreteria, economato e custodia sono affidati all'Università S. Caterina da Siena delle Missionarie della scuola.
Scopo dell'Istituto: facilitare alle religie il perfezionamento della loro cultura, offrendo ad esse la possibilità di compiere gli studi universitari in un ambiente particolarmente adatto al loro stato, sotto la sicura guida di un valoroso corpo insegnante. L'Istituto favorisce inoltre qualunque altra iniziativa tendente a promuovere la cultura, sacra e profana, delle suore, come corsi di conferenze e convegni di studio.
La popolazione scolastica è stata formata sino ad oggi da religiose appartenenti a oltre 150 congregazioni e a 10 diverse nazionalità. L'Istituto pubblica nell'Annuario le più significative tesi di laurea.
Annesso al Magistero è il Pontificio Istituto «SEDES SAPIENTIAE», eretto con decreto della S. Congreg. dei Seminari e delle Università l'8 giugno 1945, che si propone finalità analoghe. Funzionava già dal 1940 come «Corsi di cultura per religiose», alle quali è riservato. Accoglie suore di qualsiasi nazionalità per preparare agli studi universitari e adeguare la cultura agli impegni dell'apostolato. Ca. duecento congregazioni religiose hanno inviato all'Istituto «Sedes Sapientiae» numerose alunne, molte delle quali attualmente coprono uffici d'insegnamento, di educazione e di assistenza sociale, in Italia e in vari paesi dell'Europe, nonché degli altri continenti. Igino Cecchetti.
VII. ISTITUTI VARI DI CULTURA
Oltre l'Università e i Seminari, nonché quelli ricordati sotto altre voci (v. ACCADEMIE; ARCADIA; COLLEGIO DI SAN PIETRO IN MONTO RIO; COLLEGIUM CULTORUM MARTYRUM; ISTITUTI DI STUDI SUPÉ-RIORI), si segnalano i seguenti (tra parentesi si riporta l'anno di fondazione ed eventualmente qualche caratteristica essenziale; la sigla B. indica che l'istituto è dotato di biblioteca specializzata): a) ecclesiastici: oltre collegi ecclesiastici (v.) sono da ricordare i seguenti istituti: Pont. Istituto ecclesiastici (v. 1900); Pont. Istituto ecclesiastici (v. 1940); Istituto ecclesiastici (v. 1940); Istituto ecclesiastici (v. 1940); Istituto ecclesiastici di 1940; Istituto ecclesiastici di 1940; Istituto ecclesiastici di 1940; Istituto ecclesiastici di 1940. Istituto ecclesiastici di 1940; Istituto ecclesiastici di 1940; Istituto ecclesiastici di 1940.XXX. ISTITUTI UNIVERSITARI
Oltre l'Università e i Seminari, nonché quelli ricordati sotto altre voci (v. ACCADEMIE; ARCADIA; COLLEGIO DI SAN PIETRO IN MONTO RIO; COLLEGIUM CULTORUM MARTYRUM; ISTITUTI DI STUDI SUPÉ-RIORI), si segnalano i seguenti (tra parentesi si riporta l'anno di fondazione ed eventualmente qualche caratteristica essenziale; la sigla B. indica che(1924, ma risale a fondazione del 1893; B.); gli italiani: ACCADEMIA DI BELLE ARTI (1923: già Istituto superiore di belle arti [1874]; B.); CONSERVATORIO DI MUSICA DI S. CECELIA (distaccato nel 1911 dall'omonima accademia); ACCADEMIA FILARIONICA ROMANA (1821; B.); ACCADEMIA DI ARTE DRAMMATICA (1935; già Scuola di recitazione Eleonora Duse; B.); CONSIGLIO NAZIONALE DELLE RICERCHE (1923; B., ha annesso il Centro nazionale di documentazione scientifico-tecnica); ISTITUTO ITALIANO PER LA STORIA ANTICA (1935; B.); ISTITUTO ITALIANO DI ARCHEOLOGIA E STORIA DELL'ARTE (1922; B. ricchissima, con sede a Palazzo Venezia); ISTITUTO STORICO ITALIANO PER IL MEDIOEVO (1934; sorto, come il seguente, dalla scissione dell'Istituto storico italiano [1883]; cura le Fonti per la storia d'Italia; i Regesta chartarum Italiae e la nuova edizione dei RIS; pubblica un Bullettino che ha assorbito anche l'Archivio muratoriano; B.); ISTITUTO STORICO ITALIANO PER L'ETÀ MODERNA E CONTEMPORANEA (1934; B.); ISTITUTO PER LA STORIA DEL RISORGIMENTO ITALIANO (1935: deriva dalla Soc. naz. per la storia del risorgimento ital. [1906]; B.); ISTITUTO DI STUDI ROMANI (1925; promuove corsi annuali e congressi; pubblica una Storia di R. in più voll. e ha in corso un dizionario latino; B.); SOCIETÀ ROMANA DI STORIA PATRIA (1876; pubblica Miscellanee e un Archivio; B. collegata con la Vallicelliana); SOCIETÀ FILOSOFICA ITALIANA (1901; pubblica l'Archivio di filosofia); ASSOCIAZIONE NAZIONALE PER GLI STUDI PEDAGOGICI (1888; pubblica la Rivista pedagogica); CIRCOLO FILOSOFICO DI STUDI TOMISTICI (1928; ISTITUTO ITALIANO DI NUMISMATICA (1912); ASSOCIAZIONE ARCHEOLOGICA ROMANA (1902; B.); SOCIETÀ MAGNA GRECIA (1920); SOCIETÀ FILOLOGICA ROMANA (1901; con B. alla Chiesa Nuova); ISTITUTO ITALIANO DI STUDI GERMANICI (1932; comprende anche una sezione scandinava; B.); ISTITUTO PER L'ORIENTE (1921); ISTITUTO ITALIANO PER IL MEDIO ED ESTREMO ORIENTE (1933; B.); ISTITUTO ITALIANO DI DIRITTO INTERNAZIONALE (1923); ISTITUTO DI STUDI LEGISLATIVI (1925; promuove varie pubblicazioni); ISTITUTO ITALIANO DEGLI ATTUARI (1928; continua una fondazione del 1897); ISTITUTO CENTRALE DI STATISTICA (1926; B.); ISTITUTO NAZIONALE DI URBANISTICA (1930); SOCIETÀ GEOGRAFICA ITALIANA (1867; pubblica un Bollettino; B.); SOCIETÀ GEOLOGICA ITALIANA (1881; B.); SOCIETÀ ROMANA DI ANTROPOLOGIA (1893); OSSERVATORIO ASTRONOMICO E METEREOLOGICO (1827; nel 1924 incorporò l'Osservatorio del Collegio Romano); UFFICIO CENTRALE DI METEREOLOGIA E GEOPHISICA (1876; B.); SOCIETÀ SISMOLOGICA ITALIANA (1895); SOCIETÀ ITALIANA PER IL PROGRESSO DELLE SCIENZE (1907; B.); ACCADEMIA MEDICA (1875); SOCIETÀ NAZIONALE DANTE ALIGHIERI (1889); CASA DI DANTE (1914); ISTITUTO DELL'ENCICLOPEDIA ITALIANA (1925; B.); ISTITUTO DI PATOLOGIA DEL LIBRO (1938; B.); inoltre varie società di medicina, alcune fondazioni (tra cui notevole la «Marco Besso» [1918; B.]), ed altre minori.
VIII. ARCHIVI
Non è possibile dare in succinto un quadro complessivo degli archivi di R. con la consistenza dei loro fondi: per più ampie notizie cfr. la bibliografia sotto indicata, anch'essa, per altro, non sufficiente a ricostruire lo stato dei fondi archivistici romani. a) Ecclesiastici: ARCHIVIO DEL VICARIATO (1902; ad esso affluiscono anche gli archivi parrocchiali e di alcune opere di R.); ARCHIVIO CAPITOLARE DI S. GIOVANNI IN LATERANO; ARCHIVIO DEL COLLEGIO DEGLI ORFANI DI S. MARIA IN AQUILO; i vari archivi delle case e procure generalizie degli Ordini religiosi (fra cui notevoli quello dei Domenicani, dei Minori francescani, dei Canonici regolari lateranensi, ecc.). Gli archivi degli antichi monasteri sono passati per la maggior parte all'Archivio di Stato in seguito alla legge 19 giugno 1873; alcuni tut
ROMA - Biblioteca Cassalante. Salone dei primi del sec. XVIII con statua in marmo de, card. Casanate, di P. Legros (1666-1710) - Roma.
tavia, in tutto o in parte, sono rimasti in situ; tra i più notevoli dal punto di vista storico quelli di S. Francesca Romana, S. Prassede, S. Maria in Cosmedin, S. Lorenzo in Panisperna, S. Sabina, ecc. b) Laici: ARCHIVIO CEN-TRALE (già Archivio del Regno: 1871, comprende gli atti dei vari dicasteri governativi non più trattenuti presso la loro sede); ARCHIVIO DI STATO DI R. (1870: comprende moltissimi fondi, tra cui quelli dei monasteri soppressi, le carte dei vari uffici del governo pontificio, che nel 1870 non erano in Vaticano, ecc.); ARCHIVIO STORICO CAPITOLINO (comprende l'Archivio segreto, l'Archivio urbano, l'Archivio Orsini e l'Archivio del Proto-notario del Senatore); ARCHIVIO NOTARILE (conserva i rogiti notarili per un periodo posteriore alla cessazione dell'attività dei singoli notai da un minimo di cinquant'anni a un massimo di cento). Tra gli archivi privati sono degni di menzione quelli delle famiglie Borghese, Caetani, Chigi, ora alla Vaticana, Colonna, Doria e Sforza-Cesari.
IX. BIBLIOTECHE
Oltre quelle già ricordate nella voce BIBLIOTECA (III e IV), quelle delle abbazie di S. Paolo fuori le mura e di S. Girolamo de Urbe, collegi ecclesiastici (v.) e degli istituti di studi superiori (v.), sono degne di menzione le seguenti (la prima cifra tra parentesi indica la data di fondazione, la consistenza si intende approssimativa): BIBL. DEL CONSIGLIO DI STATO (1831 [Torino]; 50.000 voll.); BIBL. DELLA CORTE DEI CONTI (1862 [Torino]; 20.000 voll.); BIBL. DELL'AV-VOCATURA GENERALE DELLO STATO (1876; 15.000 voll.); BIBL. ROMANA (comunale; 30.000 voll.); BIBL. LANC-SIANA (1711; 341 manoscritti, 40.000 voll., 80 incunaboli); BIBL. CENCELLI (dell'Ospedale psichiatrico di S. Maria della Pietà; 1863; 6.000 voll.); BIBL. ROMANA SARTI (donata al Comune da A. Sarti nel 1877 e affidata all'Accademia di S. Luca; 18.000 voll.); BIBL. ROMANA (annessa all'Archivio storico capitolino; specializzata per le opere di argomento romano; 40.000 voll.); BIBL. HERTZIANA (1913; specializzata per la storia dell'arte e la cultura ger-manica; 40.000 voll. e 20.000 fotografie); BIBL. DELLA KEATS-SHELLEY MEMORIAL ASSOCIATION (1908; 7000 voll.); LIBRARY FOR AMERICAN STUDIES IN ITALY (1920; 20.000 voll.); BIBL. DEL BRITISH COUNCIL (1946; 8000 voll.); BIBL. BERTINI-FRASSONI (ha carattere araldico; 10.000 voll., 25.000 opuscoli); BIBL. G. FORTUNATO, di studi meridionali (1923; 15.000 voll.); BIBL. TEATRALE DELLA SOC. DEGLI AUTORI ED EDITORI (25.000 voll.); BIBL. MISCIATTELLI (alcuni manoscritti ed incunaboli; 20.000 voll.); BIBL. MILITARE CENTRALE (1891; 150.000 tra voll. e opuscoli).prende sculture, mobili, armi di provenienza varia); MUSEO NAPOLEONICO (1927; C). Giovedì pure ricordare il MUSEO DEI GESSI presso l'Istituto di archeologia e storia dell'arte antica dell'Università, l'ANTIQUARIUM del Foro romano, l'ANTIQUARIUM della tomba di Cecilia Metella, il MUSEO TASSIANO, la GALLERIA TENERANI, il MUSEO COLONIALE; il MUSEO DI STORIA DELLA MEDICINA; il MUSEO COPERNICANO; il MUSEO ARTISTICO INDUSTRIALE. Il MUSEO CENTRALE DEL RISORGIMENTO e i MUSEO STORICI di armi e corpi militari (Bersaglieri, Carabinieri, Granatieri, Genieri).
A complemento delle indicazioni bibliografiche particolari si vedano per tutto ciò che riguarda R. (antichità, storia, monumenti, costumi, tradizioni, istituzioni ecc.) i seguenti repertori: L. Cicognara, Catalogo ragionato dei libri d'arte e d'antichità posseduti dal conte Cicognara, II, Pisa 1821, pp. 166-226 (la Biblioteca Cicognara è passata nel 1824 alla Vaticana); G. Amati, Bibliografia romana, I, Roma 1880; Ceccarius [G. Ceccarelli], Saggio di bibliografia romana, I-VI, Roma 1940-52 (repertori annuali di opere su R., dal 21 apr. 1945 al 20 apr. 1951).
Alessandro Pratesi
XI. ISTITUTO DI STUDI PER L'ARTE SACRA (BEATO ANGELICO)
Sotto a R. verso la fine del 1932 per iniziativa dei Domenicani di S. Maria sopra Minerva e di alcune personalità del campo artistico, con lo scopo preciso di impartire agli artisti, ed a quanti del clero e del laicato s'interessano dell'arte cristiana, lezioni di materie sacre attinenti all'arte, di assisterli nella loro attività artistica e di prepararli alle varie mansioni che potranno avere nella commissioni diocesane per l'arte sacra, nei corsi da tenere nei seminari ed in ogni opera che si colleghi alla tutela ed all'incremento del patrimonio religioso artistico.I corsi sono biennali e comprendono: estetica, liturgia, iconografia, agiografia, storia della religione in ordine all'arte, storia dell'arte sacra, tecniche della pittura, della scultura, dell'architettura. I corsi hanno inizio di regola in nov. e terminano in maggio: le lezioni sono serali.
Conferenze varie, rendiconti inediti di studiosi italiani e stranieri, settimane di aggiornamento completano ogni anno il programma già così vasto. Sopraluoghi urbani ed estrurbani danno il contatto immediato con il mondo dell'arte. Alla fine del biennio si rilascia: un diploma, a chi superi gli esami in tutte le materie; un certificato, a chi superi la prova in una sola materia; un attestato di frequenza al semplice uditore che se ne sia mostrato degno. L'Istituto ha prestato la sua collaborazione ai congressi internazionali e nazionali di critica d'arte, di architettura, di arte sacra e pastorale liturgica (Parigi, Versailles, Firenze, Perugia, Vicenza); all'esposizioni internazionali di arte missionaria e arte sacra (1950). Dal Beato Angelico è sorto il nucleo primitivo dell'Unione cattolica artisti italiani. L'attività sociale tra gli artisti si svolge d'intesa con le istituzioni similari di
X. MUSEI E GALLERIE
Delle collezioni artistiche ed antiquarie di R. si ricordano le principali, riportando tra parentesi la data in cui si è costituita la raccolta e alcune caratteristiche essenziali (la sigla C indica che il museo dipende dall'amministrazione comunale): MUSEI CAPITOLINI (fine sec. XV; C: comprendono il Museo capitolino di scultura, con monumenti greco-romani; il Palazzo dei Conservatori, con sculture, epigrafi, bronzi, terrecotte; la Pinacoteca capitolina, con quadri italiani prevalentemente dei secc. XVI e XVII; il Museo d'arte antica, con sculture, iscrizioni, urne); MUSEO NAZIONALE ROMANO ALLE TERME DI DIOCLEZIANO (1889; comprendono monumenti d'arte greco-romana, paleocristiana e barbarica e un ricco medagliere); ANTIQUARIO COMUNALE (1894; C: raccoglie iscrizioni e materiale archeologico proveniente dagli scavi di R.); MUSEO BARRACCO (1905; C: comprende sculture egizie, assiro-babilonesi, greche, romane e cristiane); MUSEO NAZIONALE DI VILLA GIULIA (1889; contiene monumenti etruschi e delle antiche civilita italiche); MUSEO PREISTORICO-ETNOGRAFICO LUIGI POGORINI (1875, formato dal nucleo originario dell'antico Museo Kircheriano, di cui molti pezzi andarono divisi fra altre raccolte); MUSEO DELL'IMPERO ROMANO E MUSEO DI R. (1927; C: documentano il primo la civiltà di R. nelle province, il secondo la vita di R. dal medioevo ai tempi moderni); MUSEO E GALLERIA BORGHESE (sec. XVII; comprende alcuni monumenti d'arte antica, ma le soprattutto noto per le sculture e pitture d'età rinascimentale e post-rinascimentale); GALLERIA NAZIONALE D'ARTE ANTICA (sec. XVII donata allo Stato dai Corsini nel 1883; comprende pitture dal Rinascimento al sec. XVIII); GALLERIA NAZIONALE D'ARTE MODERNA (1883; comprende pitture dei secc. XIX-XX); GALLERIA DELL'ACCADEMIA DI S. LUCA (1874; comprende in prevalenza pitture del Rinascimento e dell'epoca barocca); MUSEO DI PALAZZO VENEZIA (1921; contiene pitture e oggetti d'arredo del medioevo e del Rinascimento); GALLERIA DORIA-PAMPILLI (metà sec. XVII; comprende quadri dei secc. XVI-XVII); GALLERIA COLONNA (1820; vi sono quadri dal sec. XV in poi, ma soprattutto dei secc. XVII-XVIII); GALLERIA PALLAVICINI (sec. XVII, comprende in prevalenza pitture del Rinascimento); GALLERIA BARBERINI (sec. XVII, riordinata nel 1892; i quadri migliori sono dei secc. XVI-XVII); GALLERIA SPADA (sec. XVII, venduta allo Stato nel 1926; ha notevoli pitture del sec. XVII); MUSEO DI VILLA ALBANI (sec. XVIII; contiene monumenti e pitture di varie epoche, ma è noto soprattutto per le sculture greco-romane); MUSEO TORLONIA (sec. XIX; conserva in prevalenza monumenti greco-romani e le pitture etrusche della tomba François); MUSEO DI CASTEL S. ANGELO (1900; com
Roma - Sala dei Cataloghi della Biblioteca dell'Istituto nazionale d'archeologia e storia dell'arte a Palazzo Venezia (1920).
R., Firenze, Milano (Messa degli artisti, Chiostro Nuovo, Angelicum, ecc.). L'Istituto ha una biblioteca specializzata di arte sacra (aperta il pomeriggio), in via di formazione, che offre agli studiosi serie possibilità di studio; ha pubblicato i corsi delle lezioni, in un primo tempo, in saggi (1933-40), successivamente in monografie: Astori, Petruzzelli, Cordovani, Ciappi, ecc. Nel 1949 ha iniziato un'azione cinematografica per la valorizzazione dei documentari d'arte. Periodicamente l'Istituto offre i suoi locali ad esposizioni di arte personali e collettive. Il Notiziario di arte, bollettino mensile di informazioni artistiche, portavoce dell'Istituto, raccoglie tutti i bandi di concorso, e passa in rassegna di attualità il movimento artistico italiano.
VII. ISTITUTI DI ASSISTENZA CARITATIVA.
I. OSPIZIO PONTIFICIO DEI CATECUMENI E NEOFITI
Un istituto per preparare gli infedeli d'ambo i sessi a divenire cristiani, e dove avrebbero potuto ricevere un'adeguata preparazione, fu ideato da S. Ignazio di Loyola e Paolo III lo approvò con la bolla Cupientes del 21 marzo 1542 (cf. Bullarium Romanum, VI, Torino 1860, pp. 336-337). Annesso alla distrutta chiesa di S. Venanzio de Camerinesi, l'Ospizio fu poi favorito da Giulio III, da Pio V e da altri pontefici e le conversioni ebbero un forte impulso. Per assicurare ai neofiti quanto loro spettava contro ogni soperchiera da parte dei genitori, perveniva nel paganesimo o nel giudaismo, sovente i papi provvidenza a far eseguire degli inventari legali; in seguito Urbano VIII, per offrire ai catecumeni ed ai neofiti ambienti più comodi e adatti allo scopo, fece costruire il grandioso Palazzo annesso alla chiesa di S. Maria dei Monti, ove tuttora ha sede l'Ospizio. Soppresso nel 1798, l'Istituto fu ben presto ristabilito e messo in piena attività, ma nel 1875 lo Stato italiano ne incamerò i beni, solo si ottenne che il prezzo fosse convertito in titoli statali. L'Ospizio fin dagli inizi stette sotto la protezione immediata del romano pontefici che faceva rappresentare da tre cardinali, in conformità alla bolla Vice eius del 19 sett. 1577 di Gregorio XIII (cf. Bullarium Romanum, VIII, Torino 1863, pp. 188-191). A detto Ospizio ancor oggi è preposta una visita apostolica di tre cardinali, nominati dal papa.II. OSPIZIO PONTIFICIO PER MONACI MARONITI ALEPPINI
Per incrementare le missioni orientali, Clemente XI cresce nel 1707 in R., presso i SS. Pietro e Marcellino, un Collegio-Ospizio per i Maroniti aleppini, accordando loro inoltre, con la cost. Supereminenti del 24 maggio 1718, un beneficio fondato nella chiesa suddetta (cf. Bullarium Maronitarum, Roma 1911, pp. 203-207). Le regole dell'Istituto, preparate dal card. Niccolò Spinola, protettore dei Maroniti, vennero approvate nel 1732 da Clemente XII con il breve In supremo del 14 luglio (op. cit., pp. 227-31) e successivamente modificata da Benedetto XIV, una prima volta nel 1744, con il breve Illustrium Nobis del 7 ott., quindi ancora nel 1745 con l'altro breve Apostolatus officium dell'8 nov. (op. cit., pp. 323-28). In esse si stabiliva che gli allievi, compiuto il loro corso di studi, dovevano tenersi pronti per quelle missioni cui li avrebbe destinati la S. Congregazione di Propaganda Fide. Nel 1753 l'Ospizio fu trasferito a S. Pietro in Vincoli, ove risiede tuttora.III. OSPIZIO PONTIFICIO POLACCO DI S. STANISLAO. - Fu fondato da Gregorio XIII allorché per intercessione del card. Stanislao Hosio donò alla nazione polacca, con una costituzione del 15 ott. 1578, la chiesa del S. mo Salvatore «al fine del culto cattolico e della beneficenza per i sudditi della Polonia viventi in R.». Nel 1748 il vescovo pro tempore di Cracovia fu eletto protettore della chiesa e dell'Ospizio, cui vennero dati dal vescovo Andrea Stanislao Kostka Zaluski i nuovi statuti. Dopo il 1795, quando la Polonia cessò di esistere come potenza europea, l'Ospizio di S. Stanislao si trovò in condizioni di non poter più funzionare, finché a rialzarne le sorti intervenne il canonico italiano Giovanni Battista Piva, il quale, per interessamento dell'ambasciatore russo conte Italinski, ottenne da Pio VII nel 1818 il riconoscimento dell'antica fondazione gregoriana. Solo nel 1920, tuttavia, in seguito alla prima guerra mondiale, la chiesa ed Ospizio di S. Stanislao ritornarono alla Polonia, ristabilita nazione indipendente. Oggi la chiesa rimane sempre in mano al clero polacco.
IV. PONTIFICIO ORFANOTROFIO E PATRONATO DI VIGNIA PIA
Con chirografo del 25 gen. 1855, Pio IX fondava, alla periferia di R., un istituto per il ricovero dei fanciulli orfani ed abbandonati perché vi fossero cristianamente educati ed esercitati ai lavori agricoli. Con altro chirografo del 30 dic. 1859 vi univa un analogo istituto per l'assistenza e la riforma dei minorenni dimessi dai reclusi. La nuova istituzione, che seguitò a denominarsi di Vigna Pia, dal nome di uno dei due fondi ad essa ceduti dal Pontefice, venne affidata alle cure dei religiosi della Congregazione di S. Croce. Ad essi subentrarono nel 1868 i Fratelli della Misericordia, che ne mantennero la direzione fino all'inizio della guerra 1914-18, allorché l'Istituto venne adibito ad ospedale militare. Nel 1921 Benedetto XV autorizzò la riapertura dell'Orfanotrofo, la cui direzione fu assunta dai religiosi della Congregazione della S. Famiglia. L'Istituto agricolo accoglie ca. un centinaio di ragazzi fino ai diciotto anni di età.V. PONTIFICIO OSPIZIO ECCLESIASTICO DETTO DEI CENTO PRETI
Già Collegio Sistino dei cento preti e venti chierici, fu ripristinato da Pio IX con il breve Christianae charitatis del 20 marzo 1855, per ospitarvi i sacerdoti vecchi ed inabili che avessero servito la diocesi di R. L'Ospizio è sottoposto all'immediata giurisdizione del cardinale vicario pro tempore, il quale ne affida l'amministrazione ad una commissione di dodici ecclesiastici. Scelti tra il clero secolare romano, di cui uno è il presidente dell'Ospizio.VI. OSPEDALE DI SANCTA SANCTORUM (S. Giovanni). - La prima origine dell'ospedale di S. Giovanni rimonta ad una specie di «ambulanza apostolica» che seguiva la Curia nelle sue peregrinazioni e ad un ospedale fisso, dedicato a S. Antonio «iuxita Lateranum», entrambi tenuti dagli Antoniani e le cui prime origini rimontano al 1209. Nel 1216 l'ospedale fu ampliato dal card. Giovanni Colonna. Tuttavia tali notizie sono più inerenti alla località che alla istituzione. Riferimento più diretto è quello che concerne la Compagnia del S. mo Salvatore dei Raccomandati, la quale fin dal 1330 possedeva, probabilmente, un ospedale, mentre la data 1348 appare più attendibile per il possesso che questa Compagnia avrebbe avuto di un ospedale dedicato a S. Angelo, la cui costruzione sarebbe iniziata nel 1303. Alla fine del secolo, a questo titolo si sovrappone quello della Compagnia, onde l'ospedale cominciò ad essere chiamato del S. mo Salvatore, titolo che nel 1450 comincia a mutarsi, a sua volta, in quello di S. Giovanni. Nuove costruzioni iniziano dal 1462, anno in cui fu costruita una «corsia nuova» dedicata al s. mo Salvatore, la quale si aggiungeva alla vecchia, edificata presso la chiesa di S. Andrea. Entrambe erano aggiunte al primitivo locale dell'ospedale di S. Angelo (catasto della Compagnia, 1462). Durante il pontificato di Urbano VIII i vecchi edifici furono demoliti ed eretti gli attuali con sopraelevazione di corsie nel 1686. Nel 1655 fu compiuto il lato settentrionale (architetto G. A. De Rossi) per il ricovero delle donne, cui venne aggiunta una succursale sovrastante. Pio IX nel 1865 istituiva una sezione di maternità riunendola alla clinica ostetrica e trasferendovi le ricoverate dell'ospedale di S. Rocco. Intorno al 1870 la media dei ricoverati si aggirava sugli 850, ed aveva, presso a poco, l'aspetto odierno.
VII. OSPEDALE DI S. SPIRITO. - Sorge in una località dedicata a costruzioni ospedaliere fin quasi dalle prime epoche del cristianesimo. Intorno al 498 il papa Simmaco vi aveva costruito un ospedale che, ingrandito dai pontefici seguenti, fu poi abbandonato. Il re dei Sassoni, Ina, abdicato al trono e ritiratosi in R. verso il 729, vi costituì una Schola per i suoi connazionali, che prese perciò l'appellativo «Saxonum», e con essa un ospedale. La prima
IX. OSPEDALE DI S. GIACOMO. — Ebbe l'attributo «in Augusta» per la vicinanza del mausoleo di Augusto, e, secondo una lapide ancora esistente, sarebbe stato fondato nel 1339 dagli esecutori testamentari del card. Pietro Colonna. Effettivamente, però, la prima notizia è del 1451 in una bolla di Niccolò V, la quale riferisce che esso era affidata alla confraternita di S. Maria del Popolo. Fu riservato agli «incurabili» ad opera di Ettore Vernazza (1515) e fu santificato dall'opera di s. Gaetano Thiene e di s. Camillo de Lellis. Ampliato in quel momento e poi nel 1580 ebbe definitiva sistemazione da Gregorio XVI. La nuova costruzione, che si estende da Via di Ripetta al Corso, fu opera dell'architetto Pietro Camporesi, mentre gli ambienti terreni furono sistemati da Gaetano Morichini, fratello del cardinale.
X. OSPEDALE DEI FATEBENEFRATELLI
Sorge nell'Isola Tiberina, densa di memorie mediche fin dall'età classica. L'ospedale dell'Ordine fu fondato dal p. Soriano a Piazza di Pietra nel 1581, e nel 1584 passò all'Isola Tiberina in uno stabile già occupato dalla Confraternita dei Bolognesi e riattato a cura dei nuovi possessori. In seguito esso subì modificazioni ed ampliamenti, in special modo nel sec. XVIII, con la costruzione di una nuova corsia. Incamerato dal demanio francese nel 1811, fu restituito all'Ordine tre anni dopo. Nel 1858 Francesco Amici lasciò il suo patrimonio affinché fossero aperte due nuove sale, opera affidata all'architetto Azzurri. I lavori del restauro attuale furono iniziati nel 1930, su disegno dell'architetto Bazzani.XI. POLICLINICO
Il primitivo progetto fu ideato nel 1874 da G. Baccelli, ma l'idea cominciò a concretarsi nel 1884, effettuandosi la posa della prima pietra però solo nel 1888. La costruzione poteva dirsi compiuta nel 1902 e comprendeva sette edifici per le cliniche, il Palazzo dell'amministratione, i fabbricati per i servizi generali, una parte dei reparti delle malattie infettive e dieci padiglioni ospedalieri. Il Policlinico sorge con l'idea della città universitaria ed accolse infatti le cliniche e gli istituti per l'insegnamento della medicina. Il primitivo progetto subì talune modificazioni che l'hanno condotto all'attuale sistemazione.XII. MANICOMIO
Il primo ospizio per i pazzi sorse in R. in una casa sita dove oggi è la sagrestia della chiesa di S. Bartolomeo in Piazza Colonna. In detta casa, appartiene ai fratelli Bruno, spagnoli, furono ospitati prima i pellegrini, ad opera dei proprietari e del sacerdote Ferdinando Ruiz, ed in seguito i pazzi. Ciò accadeva intorno al 1548. Nel 1564 fu approvata la Confraternita di S. Maria della Pietà dei poveri pazzi. Detto ospizio, chiamato del Piazzerelli, nel 1720 venne trasportato presso l'ospedale di S. Spirito, sulla Lungara, in un edificio ideato dall'architetto Azzurri, e che si estendeva subito dopo l'arco del Sangallo sulla detta via.L'edificio fu costruito con capitale proprio di Pio IX e fu sede della prima clinica delle malattie mentali, la quale fu trasferita al Policlinico nel 1920-21. Nel 1909 fu fondato il nuovo manicomio di S. Maria della Pietà a Monte Mario che fu inaugurato nel 1914. La chiusura definitiva dell'ospedale della Lungara fu deliberata dalla amministrazione provinciale nel 1924.
Adalberto Pazzini
XIII. OSPEDALE DEL BAMBINO GESÙ
Accoglie bambini infermi di malattie di cui la guarigione è ritenuta possibile, dalla nascita fino a 12 anni.La sua origine è quanto mai gentile e commovente: il 25 febbr. 1869 in occasione del compleanno della du

origine di quello moderno risale però ad Innocenzo III il quale edificò, nei primi anni d
1265
chiesa Arabella Salviati, i suoi bambini vollero comprare un lettino e un po' di biancheria per qualche bambino malato. La proposta fu subito accettata dal duca e il 19 marzo 1869 furono ricoverati quattro piccoli infermi in una modesta camera attigua all'orfanotrofio di Via delle Zoccolette. Ben presto il numero degli infermi cominciò ad aumentare, per cui fu necessario abbandonare l'antico fabbricato e mercé l'aiuto del Comune di R. e del Consiglio provinciale fu concesso gran parte dell'antico convento di S. Onofrio al Gianicolo, che a mano a mano fu trasformato in un vero e proprio ospedale. Dal 1922, con bolla di Pio XI, esso è divenuto possesso della S. Sede.
Attualmente l'ospedale è sotto la vigilanza del cardinale vicario, retto da un consiglio di amministrazione, nominato dalla S. Sede.
In complesso può ospitare ca. 540 bambini. Possiede una magnifica colonia a mare in S. Marinella e ca. 70 km. da R., donata a suo tempo dalla regina Elena, capace di accogliere 150 malati, provenienti tutti dall'ospedale. In essa si accolgono in gran parte i bambini affetti da lesioni osseose d'origine tubercolare, che molto si giovano del soggiorno al mare.
**VIII. Vicariato.**
È la Curia particolare per la diocesi di R.
Durante la sua assenza da R., o quando speciali circostanze lo esigevano, il Romano Pontefice affidava la cura spirituale della città di R. ad uno speciale incaricato. di solito un vescovo; altre volte, come sul principio del sec. XVI, affidava particolari incombenze ad un prelato di sua fiducia o ad una speciale commissione. Un poco alla volta questi provvedimenti occasionali; acquistarono maggiore stabilità e determinazione d'incombenze, anche a motivo della crescita popolazione e della necessità di costante riforma nel clero e nel popolo, tanto che il 18 nov. 1558 Paolo IV stabilì che il vicariato di R. fosse sempre affidato ad un cardinale. Questi ancor oggi assume l'ufficio di vicario generale per la diocesi con giurisdizione ordinaria che non cessa con la morte del Pontefice e che fu poi anche meglio determinata con particolari costituzioni pontificie, fino alla Etsi nos del b. Pio X del 19 gen. 1912. In forza di questa oggi il vicariato risulta composto di quattro uffici: I. Culto divino e visita apostolica: per la sorveglianza sulle chiese, cappelle, oratori, e tutto ciò che è adibito al culto divino: sacre funzioni, reliquie, immagini, adempimento dei legati più, costruzioni, restauri, ornamenti, ecc. per il decoro dei sacri templi.
All'ufficio primo sono annesse ancora: la Commissione per il culto divino, con un segretario; la Commissione catechistica, con un presidente (vicegerente), un vicepresidente, un segretario e quattordici consultori; la Commissione per l'archeologia sacra, istituita da Pio IX il 6 gen. 1862 e riordinata con motu proprio e regolamento di Pio XI l'11 dic. 1925, con un presidente, che è lo stesso cardinal vicario, un vicepresidente, un segretario, un ispettore (v. COMMISSIONI PONTIFICE).
Annesse all'ufficio primo sono anche le Commissioni per l'arte sacra e per la musica sacra, ciascuna con proprio segretario.
2. Disciplina del clero e del popolo cristiano: per la vigilanza sul clero, sugli istituti religiosi femminili, collegi, orfanotrofi, più sodalizi, sulle scuole e le opere sociali.
Di detto ufficio fanno anche parte:
a) gli esaminatori apostolici del clero; b) il delegato per gli ospedali, le cliniche e gli istituti di beneficenza;
c) il segretario per i monasteri e gli istituti religiosi femminili. L'ufficio primo e secondo è presieduto da un segretario.
3. L'ufficio terzo, presieduto dall'officiale, è composto di due sezioni: una per gli affari amministrativi, la cui competenza abbraccia tutto ciò che riguarda i battesimi, le cresime e la valida e lecita celebrazione dei matrimoni, l'altra per gli affari giudiziari.
La sezione atti giudiziali è, in pratica, il Tribunale ecclesiastico della diocesi di R.
In seguito al motu proprio Qua cura dell'8 dic. 1938 ed alla susseguente istruzione della S. Congreg. dei

Sacramenti, del 6 ag. 1940, il Tribunale del vicariato divenne tribunale di prima istanza per le cause di nullità di matrimonio di tutta la regione ecclesiastica laziale, e di seconda istanza per le medesime cause delle regioni ecclesiastiche campana e sarda.
L'ufficio terzo su compone dell'officiale, di quattro viceofficiali, tre promotori di giustizia e difensori del vincolo, un cancelliere, tre vicecancellieri, due notari, un sostituto per gli atti amministrativi ed altri impiegati minori. Da esso dipendono i giudici di regione.
4. Il quarto ufficio ha la responsabilità dell'amministrazione economica ed è presieduto dall'economo.
Dopo il riordinamento del b. Pio X continuò a sussistere l'ufficio del vicegerente che s'era venuto costituendo al vescovo suffraganeo, come comunemente si chiamava, che veniva deputato occasionalmente quale temporaneo coadiutore del cardinal vicario. Anch'egli acquistò una stabilità e continuità sempre meglio definita soprattutto nelle funzioni sacre per le quali è richiesto il carattere vescovile. Clemente XII con la cost. Apostolatus officium del 4 ott. 1732 affidò al vicegerente tutte le facoltà del cardinal vicario, quando questi venisse a mancare durante la sede vacante o fosse rinchiuso in conclave. Ora egli forma un solo tribunale con quello del vicario ed attende al regime della diocesi romana secondo le particolari incombenze che gli vengono affidate. Egli è insignito della dignità arcivescovile e del titolo di abate di S. Lorenzo fuori le mura.
Le tre basiliche patriarcali del Laterano, del Vaticano e dell'Esquilino, che sono governate dai rispettivi arci-preti cardinali, non sono sottratte, quanto alla disciplina del loro clero, alla sorveglianza del cardinal vicario. Così la giurisdizione che i cardinali titolari avevano sulle chiese ed il clero del loro titolo, ora è di fatto molto ridotta anche perché quelle chiese o sono parrocchiali o sono ufficiate da un clero molto ridotto.
La Città del Vaticano, pur facendo parte della diocesi di R., ha una propria amministrazione religiosa, alla quale provvede come vicario generale di S. Santità il sacrista pro tempore dei SS. Palazzi Apostolici, che è sempre un vescovo.
Per l'opera della Preservazione della fede e provvista di nuove Chiese in R., V. voce relativa.
QUESTIONS
ROMA - Affresco della Madonna del Divino Amore. Scuola romana del sec. XIV. La parte alta con il simbolo dello Spirito Santo è posteriore.
X. SANTUARIO DEL DIVINO AMORE.
Il santuario della Madonna del Divino Amore sorge sul sito del Castello medievale detto Castel di Leva (corruzione di Castrum Leonis), al XII km. della Via Ardeatina.
Il castello venne costruito dai Savelli ca. il 1285 su un fondo acquistato dalla chiesa di S. Sabina; nel 1400 cambiò più volte proprietario e la fortezza cadde in rovine. Nella seconda metà del 1500 il fondo circostante le rovine del Castello apparteneva a mons. Cosimo Giustini, che, morendo, lo lasciò in proprietà del Conservatorio di S. Caterina della Rosa ai Funari e alla Casa degli Orfani. Con strumento notarile del 1633 tutto il fondo rimase di proprietà del detto Conservatorio. Dell'antico Castello erano rimasti pochi ruderi della torre, su una di queste appunto era stato dipinto da un ignoto pittore di scuola romana del sec. XIV una Madonna assisa col Bambino e due angeli. Non si tratta di un'opera di particolare pregio artistico, se si eccettua il volto della Madonna molto espressivo. L'affresco rimase esposto alle intemperie sulla torre, venerato soltanto dai pochi pastori della zona malarica circostante fino al 1740, quando avvenne il fatto, che segnò la svolta fondamentale nella storia del Divino Amore. Un pellegrino, di cui non si conosce il nome, diretto a R., smarri la strada proprio presso Castel di Leva; assalito da un branco di cani da pastore inferociti, invocò l'aiuto della Madonna, di cui scorgeva l'immagine sulla diruta torre. Immediatamente i cani, rabboniti, lo lasciarono e il pellegrino rimase incolumato. Il fatto fece profonda impressione e fu l'inizio di una grande devozione degli abitanti di R. e del Lazio verso questa immagine della Madonna, devozione che è andata sempre aumentando fino ai nostri giorni. Nel 1745, staccata dal muro della torre, venne portata nella chiesetta costruita vicino, sulla sommità della collinetta, e consacrata dal card. Rezzonico, poi Clemente XIII. L'immagine venne incoronata il 13 maggio 1883 e di nuovo, essendo state asportate le corone, il 13 maggio 1933. Il 30 dic. 1930 i pochi edifici sorti sul luogo del Castel di Leva e il piccolo territorio circostante divennero proprietà del Vicariato di R., che vi inviò un sacerdote con incarico fisso di Rettore del Santuario, più tardi (8 dic. 1932) eretto a parrocchia della diocesi di R.
Singolare devozione verso il santuario romano della Madonna del Divino Amore nutre il santo padre Pio XII, il quale volle che a lei ricorresse il popolo romano nella primavera del 1944, quando la guerra si avvicinava alla Città eterna. Per l'ottenuta incolumità si promise allora la costruzione di un nuovo Santuario in luogo di quello settecentesco, ormai cadente e inadeguato alle esigenze del movimento dei pellegrini. Il progetto è stato definito nei suoi particolari e se ne attende ormai la imminente esecuzione. Pio XII ne ha benedetta la prima pietra, posta poi in loco dal card. vicario C. Micara.
La Madonna del Divino Amore prende il suo nome dallo Spirito Santo, l'amore sussistente del Padre e del Figlio, che ha fatto di Maria S. ma il capolavoro della Creazione. La festa titolare coincide con il giorno di Pentecoste; il periodo ufficiale dei pellegrinaggi va dal lunedì di Pasqua alla fine di ott.
Presso il Santuario è sorto un istituto religioso femminile: le Figlie della Madonna del Divino Amore; è stato aperto un orfanotrofio femminile, un pre-seminario per le vocazioni povere e altre opere di assistenza sociale e caritativa.
FOLKLORE. - Il giorno seguente alla Pentecoste ha luogo un pellegrinaggio alla Madonna del Divino Amore. Vi partecipano in prevalenza i fedeli dei ceti popolari e specialmente le donne. Nel secolo scorso il pellegrinaggio aveva un accentuato carattere folkloristico. Le comitive partivano da R. all'alba, da consueti luoghi di adunata, come Piazza Margana. Piazza Montanara o S. Maria in Trastevere. La gita si compiva in veicoli di ogni specie, anche su cocchi tirati fino da sei pariglie di cavalli. Giunte sul luogo, dopo aver ascoltato la S. Messa e assistito alle scene di devozione dei fedeli che avevano ottenuto dalla Madonna la grazia invocata, le Madonna e si spargevano per i prati circostanti a far colazione, tutte festosamente adorne di rose fresche o anche di tremolanti (fiori o rose artificiali, il cui gambo, di sottile filo d'acciaio tremolava al più piccolo moto). Le comitive rimontavano poi in vettura e si recavano al Albano, a fare la parata lungo il corso di quella cittadina laziale. Di lì ritornavano a R., non senza qualche sosta alle osterie lungo la Via Appia fino a Porta S. Giovanni dove si beveva il bicchiere della staffa. Tutta R. in festa moveva incontro alle Madonna. La festa, che aveva uno spiccato carattere primaverile e gaio, si scioglieva fra canti, stornelli, grida. Ora essa ha acquistato un carattere più strettamente religioso, pur non essendo mai diminuita la fervente partecipazione del popolo: anzi, in questi ultimi anni, per le particolari grazie che il popolo romano riconosce alla Madonna del Divino Amore come salvatrice della città dai pericoli della guerra, il culto popolare di questa Madonna si è rapidamente accresciuto con varie forme di devozione (omaggi di ceri e fiori davanti alla sue immagini, ex-voti lapidi ecc.). Sulla festa del Divino Amore fu pubblicato nel 1924 un poemetto in ottave, di tono popolareggiante, dovuto a un tal Luigi di Francesco, vergaro di casa Rospiglios
i. La festa ha anche ispirato un grazioso poemetto in sestine romanesche di Giggi Zanazzo
Vedi tav. LX-LXXIV.ROMAGNA - 1) Confine di regione; 2) confini di provincia; 3) confini di circoscrizione ecclesiastica; 4) ferrovie; 5) strade; 6) oratori; 7) oadie; 8) prievi.







