FULGENZIO di RUSPE, santo. - Vescovo africano del sec. v-VI. Fu una delle figure più eminenti fra i vescovi del suo tempo per l'attività pastorale e teologica, volta a difendere e illustrare, raccogliendo l'eredità di s. Agostino, la dottrina cattolica contro ariani e semipelagiani.
I. VITA
Si conosce la sua vita soprattutto dalla biografia che Ferrando (v.). N. ca. il 467 a Telepte nella provincia bizacena d'Africa. Dalla madre Mariana, rimasta presto vedova, ebbe una profonda educazione religiosa e un'accurata formazione culturale: parlava perfettamente il greco e sapeva a memoria tutto Omero.Giovane ancora fu nominato procuratore delle imposte. Dedito già allora a fervorosa vita cristiana, la lettura d'una predica di s. Agostino sul Salmo 36 lo decise alla vita monastica, che praticò esemplarmente, fra molte peripezie, in vari luoghi d'Africa, in Sicilia, e nuovamente in Africa. Nel 500 fu a Roma. Ritornato in Africa, fu ordinato presbitero e poi, vincendo la sua riluttanza, vescovo della cittadina di Ruspe, si crede nel 507. Continuò anche da vescovo l'austero tenor di vita. Poco dopo il re vandalo Trusamondo, fautore dell'arianesimo, lo esiliò con altri 60 vescovi in Sardegna. L'esilio non sminuì la sua attività: fondò un monastero a Cagliari, lavorò intensamente nella cura d'anime e divenne tosto il capo morale dei vescovi esiliati, a nome dei quali redigeva le lettere collettive. Come campione della fede fu da essi mandato, verso il 515, a Trusamondo, che aveva invitato a Cartagine il miglior difensore del cattolicesimo. Ivi riprese il suo ministero, confutò due scritti ariani mandattigli dal Re e altri d'un vescovo e d'un presbitero. Rimandato, dopo un paio d'anni, in esilio, ne ritornò nel 523, quando a Trusamondo succedette Ilderico, ben disposto verso i cattolici, accolto trionfalmente. M. il 2 genn. 532 a 533.
II. SCRITTI
L'attribuzione a F. di R. delle Mythologiae, che spiegano allegoricamente i miti, e di altre opere profane, dovute a un Fulgenzio pure africano, non sembra fondata. Gli scritti sicuramente suoi sono trattati polemico-dogmatici, lettere, prediche.In vari trattati combatte l'arianesimo: a) Contra Arianos liber unus, breve risposta a dieci obiezioni di Trasamundo sulla dottrina trinitaria; b) Ad Thrasamundum regem Vandalorum libri tres, risposta a nuove questioni, particolarmente sull'Incarnazione e la Redenzione; c) Contra sermonem fastidiosi Ariani ad Victorem liber unus, sulla Trinità e l'Incarnazione, scritto, in tono molto vivace, dopo il ritorno dall'esilio, contro un monaco e
prete cattolico passato all'arianesimo; d) Contra Fabianum libri decem, in cui rettifica una relazione menzognera d'una disputa avuta da lui con quell'ariano; ne restano 39 frammenti; e) De Trinitate ad Felicem notarium liber unus; f) De fide, seu de regula verae fidei ad Petrum liber unus, quasi un manuale della dottrina cattolica; g) De Incarnatione Filii Dei et villum animalium auctore ad Scarilum liber unus, su due argomenti disparati; h) Pushma abecedarius. Andarono perduti: Adversus Pintum (vescovo ariano) liber unus; De

Le prediche autentiche, una dozzina, comprendono omelle esegetiche, panegirici, discorsi morali. Compose anche prediche da recitarsi da altri. Anche nello stile oratorio F. ricalca le orme di Agostino, rimanendo molto al di sotto per la profondità del pensiero e la vivacità del tono, nell'uso continuo del parallelismo, particolarmente antitetico, con assonanza finale: caratteristica, del resto, della massima parte dell'oratoria cristiana di questi secoli. Lo Stiglmayr attribuisce a F. il Simbolo atanasiano.
III. DOTTRINA
Il significato storico di F. non è nel valore della sua speculazione, ma nella fedeltà con cui espone, difende e diffonde la dottrina agostiniana.1. S.ma Trinità. - Quanto alla Trinità, egli fu portato dalle necessità pratiche a confutare le obiezioni d'un arianesimo sopravvissuto, compito che avevano egregiamente assolto i grandi maestri del IV sec. Non segue Agostino nell'approfondimento speculativo, che non suscitava l'interesse degli oppositori. La cristologia è esposta con l'esattezza che vi avevano recato le dispute del V sec., e in stretto rapporto con la soteriologia. Nella dottrina della Grazia F. si mantiene
rigorosamente fedele al maestro, anche in quelle parti che non furono accolte nel dottrinale comune. Insegna dunque che vi è nella Trinità identità di natura e diversità di persone (C. Arianos, 1; C. serm. fastid., 7-9); gli attributi d'una persona sono propri anche delle altre, eccetto le proprietà relative ai termini di Padre, Figlio e Spirito Santo (Ep. 14, 2-14). La Chiesa invoca e offre il sacrificio a tutta la Trinità (C. Fab.,
frgg. 31, 34). Il Figlio è generato secondo la nascita eterna dal Padre, creato secondo la nascita temporale da un'ancella (C. Arianos, 3; De fide, 7-24; Ad Thrasam., II, 6), uguale al Padre (C. Arianos, 5, 6, 8; C. Fabrianum, frg. 36), non solo presso il Padre ma nel Padre, come la parola nella mente, come il consiglio nel cuore (Ad Monim., III), come il Padre immenso ed eterno (Ad Thrasam., II), diverso dallo Spirito Santo (C. Arianos, 7), che è Dio, uguale al Padre e al Figlio (ibid., 10; Ad Monim., II, 6-12; C. Fab., frgg. 25-27; Ep. 14, 35-38. In Gesù Cristo sono due nature in una persona (Ep. 8, 26; Ad Thrasam., I, 8-20; III, 2, 6-7 ecc. 16). Il Verbo s'è fatto carne non solo nella Vergine, ma dalla Vergine (Ep. 17, 5), che concepì e partorì lo stesso Verbo di Dio, in quanto da essa si fece carne (ibid. 9), con concezione e parto verginale (ibid. 12). Dio non s'è confuso con l'uomo, perciò la natura divina è rimasta impassibile (Ad Thrasam., III, 1-2; C. serm. fastid., 11-20). Si deve tuttavia dire che «una persona della Trinità ha sofferto» (Ep. 17); si può dire che la divinità di Cristo ha sofferto, sottintendendo «nella carne» (Ep. 14, 15-24). L'anima di Cristo ha piena conoscenza della sua divinità (ibid. 26-31), ed è perfettamente incorruttibile; il suo corpo è debole e soggetto alla morte (Ep. 18, 9). Solo il Figlio si è incarnato (De Incarn., 1-23). Dio predestina gli eletti alla gloria e alla giustizia, i reprobi alla pena ma non al peccato; la punizione divina colpisce le male opere del peccatore, che procedono dall'orgoglio; con ciò Dio non costringe la volontà umana (Ad Monim., I, 7, 13, 22-25). La predestinazione è puramente gratuita,
come mostra l'esempio dei bambini morti appena nati (De verit. praedest., I, 1-30), i quali passeranno anch'essi nel fuoco eterno, sebbene con pena molto minore che gli adulti (ibid., 31; De fide, 68). La predestinazione è immutabile ed eterna (De verit. praed., III, 1-7, 13-14), ma non esclude la preghiera e le opere buone (ibid., 9-12; De fide, 40-44). L'universale volontà salvifica di Dio va intesa solo nel senso che Dio trasse gli eletti da tutte le nazioni, le età, i ceti (De verit. praedest., III, Ep. 15, 15). La predestinazione mostra la misericordia di Dio verso gli eletti, senza che si possa accusarlo d'ingiustizia verso gli altri; a ogni modo, è mistero imperscrutabile (ibid., I, 28).