MINUCIO, FELICE. - Apologista del 11-III sec.
I. Vita
Le scarse notizie su M. F. perven- gono, oltre che dal suo unico scritto, l'Octavius, da Lattanzio (Inst., I, 11, 55; V, 1, 21-22) e da S. Girolamo (Vir. ill., 58; Epist., 49, 13; 60, 10; 70, 5; In Is., 8 praef.), che a loro volta sembrano desumerle quasi solo dall'Octavius.Di famiglia pagana, fu avvocato o magistrato (Oct., 2, 3; 3, 1); vari indizi lo mostrano oriundo dell'Africa, probabilmente di Cirta, donde venne a Roma. Sull'esempio dell'amico Ottavio si convertì al cristianesimo (1, 4; 5, 1), non è dato sapere se ancora in patria o a Roma.
Sull'età, un termine ante quem è dato dalle citate menzioni di Lattanzio, che scrivendo fra il 305 e il 310 lo suppone già alquanto lontano nel tempo. Se si ammette che l'opuscolo Quod idola di non sint appartenga a Cipriano, è che ivi sia largamente plagiato l'Octavius. M. non sarà posteriore a Cipriano. Un termine post quem, che può essere già il regno di Adriano (Cassio Dione, LXIX, 18, 3) è fornito dalla menzione di Frontone (9, 6; 31, 2). Entro tali termini, messi da parte alcuni riferimenti storici, che non sembrano probativi, l'unico elemento per datare l'opera di M. F. è il confronto con l'Ad nationes e specialmente con l'Apologeticum di Tertulliano, composti nel 197. Le testimonianze, nei luoghi citati, di Lattanzio e Girolamo, sembrano insinuare piuttosto la priorità di Tertulliano, la quale è confermata dal raffronto analitico dei passi somiglianti, e soprattutto dalle consuetudini e dal carattere dei due scrittori, poiché M. F. lavora abitualmente di mosaico, desumendo in abbondanza concetti ed espressioni specialmente da Cicerone e Seneca, mentre Tertulliano si distingue per vigorosa originalità. L'Octavius sarebbe pertanto da collocare nella prima metà del sec. III. Non pochi studiosi, tuttavia, vedono in M. F. la fonte di Tertulliano.
II. L'OPERA
Salvo uno scritto De fato o Contra mathematicos, promesso da M. F. (36, 2) e attestato da S. Girolamo, che tuttavia dubitava, per ragioni stilistiche, dell'autenticità, e in ogni caso perduto, si conosce del nostro solo l'Octavius. Trovandosi l'autore con due amici, Ottavio e Cecilio, sul lido di Ostia durante le ferie giudiziarie della vendemmia, un bacio mandato da Cecilio a una statua di Serapide provoca un rimprovero di Ottavio, cristiano, a M., di non aver saputo convertire alla vera religione l'amico, e la proposta da parte di Cecilio d'intavolare una discussione sulle rispettive credenze religiose. Cecilio difende il culto degli dèi, appellandosi alla tradizione, e attacca i costumi e le dottrine dei cristiani. Ne prende la difesa Ottavio, dimostrando l'esistenza e l'unità di Dio, l'assurdità del politeismo, la rettitudine dei suoi fratelli di fede, la ragionevolezza del loro culto e delle loro dottrine. Alla fine Cecilio si confessa vinto, e M. che era stato scelto come arbitro, dichiara la sua gioia, che è gioia di tutti.M. F. è uno stilista consumato, che compone, seguendo i precetti retorici, due orazioni abilmente introdotte e poi collegate fra loro, così da risultarne solo impropriamente un dialogo. Scarsamente originale, mostra nondimeno sicura padronanza dei mezzi espressivi, che sa piegare a rendere con efficacia gli sviluppi dialettici, alternando toni di pacato ragionamento e d'inventiva appassionata, di grazia descrittiva e di schietto sentimento.