MESSIA E MESSIANISMO

MESSIA e MESSIANISMO. - Dall'ebr. măsfal
= unto, capo inviato da Dio per reggere il suo popolo.
Il termine è applicato nel Vecchio Testamento ai sa-
cerdoti (Ex. 28, 41), i quali ricevevano il potere e la
missione speciale di guidare o governare Israele. Ogni
strumento di Dio era pertanto in tal senso un m. (Ps.
115, 15). Il termine, usato in Ps. 2,2 per indicare
il re e fondatore della nuova alleanza, promesso da
Jahweh, divenne più tardi, nella letteratura apocrifa
e rabbinica (Henoch, 48, 10; Ps. Sal., 17, 36; 18, 6 ecc.),
suo titolo esclusivo; l'uno per eccellenza, ham-
măsfal, rivendicato dallo stesso Redentore (Mt. 16, 15
sgg.; Mc. 15, 61), o «il Cristo», equivalente greco
del participio passivo ebraico.

Precisazione tardiva che non impedisce di raggrupa-
rare sullo stesso soggetto le differenti profezie nelle quali
l'elettore compiere la grande opera di Jahweh vien chia-
mato: «David mio servo» (Ez. 37, 25), «Jahweh nostra
giustizia» (Jer. 23, 6; 33, 16), «servo di Jahweh» (Is.
52, 13), «Pastore» (Ez. 33, 23; cf. Mi. 5, 3), «germe, pol-
lone» (Is. 4, 2; 11, 1; Jer. 23, 5) (M.-J. Lagrange, Le
judaisme... [V. BIBLICA.]), p. 365).

Il M. è inscindibile dal suo regno; le due realtà
sono accomunate sia nell'attesa (Vecchio Testamento)
sia nella realizzazione (Nuovo Testamento). Parola
e concetto sono esclusivi del giudaismo e del cristia-
nesimo; costituiscono il punto centrale d'incontro
(nella profezia) e di opposizione (nella realizzazione)
tra le due religioni (A. Vaccari, s. V. ENOCH. Ital.,
XXII, p. 953). Le linee essenziali del messianismo
o dottrina intorno al M. sono le seguenti:

a) il jahwismo, concretato nel patto del Sinai, è
l'unica vera religione, ma sfocera in una alleanza
più perfetta e definitiva, estesa a tutte le genti;
b) Israele ne sarà il veicolo conduttore; c) un di-
scedente di David ne sarà il realizzatore e, in
eterno, il re e sommo sacerdote (J. Touzard, Juif,
peuple, in DFC, II, col. 1614 sgg.).

La prima rivelazione messianica risale alle origini
stesse dell'umanità. Il tentativo di Satana di fare dell'uomo
un suo stabile gregario contro l'Eterno è rintuzzato da
Dio: il genere umano fin da quel momento gli è nemico
e infliggerà a Satana una sconfitta totale e definitiva (Gen.
3, 14 sgg.). Unanim, la tradizione giudaica (Targum di
Onkelos, Settanta, ecc.) e cristiana identificano giustamente
tale vittoria (della «stirpe della donna» = il genere umano,
ma eminentemente il Cristo) con l'opera redentrice di
Gesù, come preciseranno le rivelazioni successive e la rea-
lizzazione dimostra (A. Bea [V. BIBLICA.], pp. 198-204; L.
Dennefeld, Le messianisme [V. BIBLICA.], pp. 15-20; F. Ceup-
pens, De Proto-Evangeli, Roma 1932). È il «proteva-
gelo», il primo annunzio della lieta novella. Esso defi-
nisce la natura spirituale e universale del futuro trionfo.
Quindi seguono sempre più dettagliate e varie le preci-
sazioni. Dio si servirà, per tale vittoria, della discendenza
di Sem (Jahweh è detto «Dio di Sem»), dei cui beni
spirituali le genti (Iapheth) diverranno partecipi con lui
e per mezzo di lui: «Iapheth abiti nelle tende di Sem»
(Gen. 9, 25 sgg.; cf. Rom. 1, 16; 11, 13-27). Tra i Semiti
sceglie la stirpe di Abramo, che sarà «fonte di benedi-
zione per tutte le genti» (Gen. 12, 1-3; cf. 13, 14-17;
17, 1-9; 18, 18 sgg.; 22, 16 sgg.) e stringe con essa solenne
patto (ibid. 15, 8-21; 17), per la cui realizzazione impegna
la sua onnipotenza. Conferma l'universalità della salvezza
e la missione intermediaria del popolo discendente da
Abramo, per la linea di Isacco e Giacobbe (ibid. 26, 3 sgg.;
27, 28 sgg.; cf. A. Bea [V. BIBLICA.], pp. 203-206). Nella benedi-
zione di Giacobbe (Gen. 49, 8-12), il tutto è ristretto
alla tribù di Giuda. Essa riterrà la supremazia spirituale
(= scontro, bastone del comando: V. 10), fino a quando
il M., «cui spetta (felleh: Ez. 21, 32 [Volg. 27]) tale so-
vranità e al quale le genti obbediranno» (v. 10 b), avrà
fondato il nuovo regno. Il tempio di Gerusalemme, sede
del culto a Jahweh, era l'espressione sensibile della sud-

detta supremazia; la sua distruzione (70 d. C.) doveva
dimostrare ai Giudei che il M. era venuto e il suo regno
era già iniziato (A. Bea [V. BIBLICA.], pp. 206-12); i vv. 11 sgg.
appartengono all'elemento accessorio e caduco del messia-
nismo (Bea [V. BIBLICA.], p. 211 sgg.): la predizione di una felicità
e prosperità materiale straordinaria, che spesso è frutto
effettivo della benedizione di Jahweh per la nazione eletta
alla missione su indicata, quando le è fedele; ma ordinan-
riamente è simbolo dell'abbandanza dei beni spirituali
nel regno del M. Al Sinai sorge la nazione «porzione par-
ticolare di Jahweh», «la riserva regale»; e con il patto,
che riprende e precisa quello con Abramo, è sancita la
missione di Israele: popolo e cultore dell'unico vero Dio,
Jahweh (Ex. 19, 5 sgg.; 20, 1-17; cf. L. Cerfaux, Regale
sacerdotium, in Revue des sciences philosophiques, 28 [1939],
pp. 5-39). Il carattere temporaneo del patto è indicato
nella sanzione (Ex. 20, 5; cf. Lev. 26; Deut. 28; 34, 29 sgg.).

Gli altri libri del Pentateuco e i libri storici fino a
David non hanno riferimenti messianici, se si eccettu
Num. 24, 15-19 e Deut. 18, 15-19); narrano la realizza-
zione del patto del Sinai da parte di Jahweh (Esodo-
Giosuè), e l'alterna, difettosa rispondenza da parte d'Israele
(Giudici-I Samuele). Con la monarchia, più precisamente
con il patto di Jahweh con David, le speranze messianiche
vengono riprese e potenziate. Con il vaticinio di Nathan
(II Sam. 7), «Israele è stabilito per sempre popolo di
Dio», governato per sempre dalla dinastia di David.
Il pio David, riprendendo il filo delle antiche promesse,
comprende il disegno di Jahweh, e, divinamente ispirato,
celebra il misterioso liberatore che Dio si associa per la
realizzazione del suo regno: Ps. 2; 21 [22]; 71 [72];
109 [110]. Figlio (Ps. 2, 7; Hebr. 1, 5) ed eguale di Jah-
weh (Ps. 99 [100], 1; Jahweh lo invita a sedere alla sua
destra = Hebr. 1, 13; Mt. 22, 41-46), sovrano d'Israele
e delle genti (Ps. 2, 6; 71, 8-11); sacerdote in eterno (Ps.
109, 4 = Hebr. 5, 6; 7) = esemplare di giustizia (Ps. 71, 7),
egli realizzerà perfettamente il regno di Dio nella umanità.
Il sacerdozio del M., ben distinto da quello di Levi,
temporaneo come l'alleanza del Sinai, partecipa della
stabilità del regno di Dio, è eterno e definitivo. Il M.,
infine, come discendente di David (II Sam. 7, 16), è
un uomo; e David ne descrive le sofferenze (Ps. 21 [22])
e la Risurrezione (Ps. 15 [16]; cf. Act. 2, 25-32; 13, 35
sgg.; A. Vaccari, La Redenzione, Roma 1934, pp. 165-90).
Certo i contemporanei del gran Re e, talvolta, lo stesso
profeta (Sum. Theol., 2,2-2,2, q. 173, a. 4), oltre a non
percepire il modo come si sarebbero realizzati tali diversi
aspetti del futuro liberatore, non comprendevano il valore
pieno delle singole predizioni.

Dalla morte di Salomone ai profeti del sec. VIII corre
un triste periodo di sbandamento. Le tribù del nord escono
dal patto del Sinai e, distrutta Samaria (nonostante
l'ultimo richiamo della giustizia [Amos] e dell'amore
[Osea] di Jahweh), vengono assorbite dal mondo idolatra.
Il patto del Sinai si restringe effettivamente al solo regno
di Giuda (= patto con David). Né quest'ultimo comprese
la lezione del terribile crollo di Samaria (Ez. 16, 44-52;
23); peggiorò anzi nella via dell'idolatria, dell'ingiustizia
e dell'immoralità (Is. 1, 5 sgg.; Mi. 3; 7, 2-6; Jer.
2, 5, 19-31; Ez. 4-6, ecc.), riducendo le relazioni con Jah-
weh al solo culto esterno (come gli altri popoli con le
loro divinità) e trascurando affatto i precetti del patto:
monoteismo e legge morale (Os. 2; Mi. 6, 6 sgg.; Is. 1;
5, 1-7; Jer. 2, 7; 11; Ex. 15, 16; 20; 22; ecc.). I profeti
pertanto, combattendo tali deviazioni, illustrano l'essenza
del patto sinaiico, ne annunziano le conseguenze, né danno
l'ultima finalità: a) Giuda, per l'onore e per la giustizia
di Jahweh, deve essere distrutto (Ex. 7, 14, 12-21; 15;
16; ecc.; Jer. 8, 4-12; 11, 9-17; 16, 10-17; ecc.); b) per
realizzare i suoi disegni (Is. 48, 9 sgg.; Ex. 20, 22-44;
36, 21-32), Jahweh però non lo annienta; riserva un
«resto», che purificherà nel lungo esilio e ricondurrà
in Palestina per ricostituire il nuovo Israele; questi, a
suo tempo, sarà elevato e assorbito nel regno del M., fine
di tutta l'economia divina (Am. 4, 11; 9, 9; Mi. 4, 6 sgg.;
7, 19; Is. 1, 9; 7, 3; 10, 20 sgg.; 40-66; Jer. 3, 14; 16;
23, 3; 24, 6; 30-31; 33; Ex. 11, 13-20; 34; 37, 12; ecc.).
Perciò i profeti descrivono strettamente congiunti il ri-

torno dall'esilio, la restaurazione teocratica e la salvezza messianica, essendo la prima preludio e preparazione immediata di quest'ultima. Lo specifica espressamente Dan. 9. La restaurazione vaticinata da Jer. 25, 11 sg.; 29, 10 (cf. II Par. 36, 21) avrà inizio dopo 70 anni dal 605 a. C., ma avverrà lentamente. Precedono tre periodi: il primo termina con l'editto di Ciro (538 a. C.); il secondo, più lungo, vede la ricostruzione del Tempio e di Gerusalemme tra avversità di ogni genere, e si chiuderà con l'uccisione di Onia III (171 a. C.); il terzo vede la persecuzione di Antioco Epifane con la profanazione del santuario (abominatio desolationis), per tre anni e mezzo, e termina con la morte del persecutore e l'inizio del culto ristabilito da Giuda Maccabeo (Dan. 9, 25 sg.; cf. 2, 7-12). La restaurazione sarà completa soltanto con l'avvento del regno del M., allorché «ogni peccato sarà cancellato e regnerà una giustizia sempiterna» (ibid. 9, 24). Tale connessione rimane integra anche nell'esegesi che estende le 70 settimane alla morte del Cristo.

È la dimostrazione palese che il patto con David è solo in ordine al futuro M.; per questo Giuda non può perire (Is. 7, 7; A. Pohl, Historia populi Israel, Roma 1933, p. 133 sg.); ecco perché i profeti danno i più bei vaticini messianici immediatamente dopo l'annunzio delle devastazioni e della rovina del regno (Is. 4, 1 sg.; 7, 14 b dopo il V. 25; 8, 5-8; 8, 23-9, 1 [ebr.]; 11, 1; Ez. 17, 22 sg.; ecc.). È una connessione logica e nient'affatto temporale; così per l'altra, tra restaurazione e regno del M. Né si tratta di orientazione nuova nel messianismo dei profeti, ma solo di arricchimento e di formulazione più chiara.

Caratteristiche del M. saranno: a) è della stirpe di David: Is. 11, 1; Jer. 23, 5; 33, 15; Ez. 17, 22 (cf. Lc. 1, 32); b) nascerà a Betlemme: Mi. 5, 1 = Mt. 2, 6; c) da una Vergine: Is. 7, 14 b = Mt. 1, 23; cf. Mi. 5, 2 (perla delle profezie messianiche; il segno offerto ad Achaz è il figlio di Is. 7, 3. 16 [Sē'ār jāšūbī], come l'altro figlio in Is. 8, 4; «prima che esso raggiunga l'età della discrezione, cioè tra qualche mese, i paesi dei due re temuti saranno devastati»; i vv. 21 sg. annunziano la prosperità l'abbondanza [anche nei testi di Rās Šamrah: cf. R. Dussaud, Les découvertes de R. S..., Parigi 1937, p. 79 sg.] dei tempi messianici; d) sarà ripieno dello spirito di Jahweh: Is. 11, 1-5; 42, 1 (cf. 61, 1 sg. = Lc. 4, 18 sg.; forza divina accordata temporaneamente, che nel M. è dono permanente per l'alta sua missione: cf. P. van Imschoot, in Ephem. theol. Lovan., 16 [1939], pp. 357-67); e) sarà il «servo di Jahweh», cioè il suo culto per eccellenza: Is. 42, 1; 49, 3-5; 52, 13; cui darà piena gloria (ibid. 49, 3), compiendo fedelmente la missione spirituale (ibid. 42, 1; 6 sg.; 59, 3; 6, 50; 4, 53, 11) affidatagli, cioè: stabilire l'altezza definitiva con Israele (ibid. 42, 6 sg.; 49, 5; 53, 8), estesa a tutte le genti (ibid. 42, 1; 3, 49, 6 sg.; «È poco che tu mi sia servo per restaurare le tribù di Giacobbe e per ricondurre i preservati d'Israele; io voglio fare di te la luce delle nazioni, perché la mia salvezza si estenda fino alle estremità della terra»); annunziare la legge divina che ne è la norma (ibid. 42, 1, 3); redimere l'umanità offrendo se stesso a inaudite torture morali e fisiche (ibid. 49, 4; 7, 50; 6 sg.; 52, 14; 53, 2 sg. 5, 7 sg.), culminanti nel supplizio capitale (ibid. 53, 8 sg.). Le genti apprenderanno più tardi, con meraviglia (ibid. 53, 1), il sacrificio del «Servo di Jahweh», la sua espiazione vicaria e le mirabili conseguenze seguente; accorreranno all'elettro che Jahweh esalterà (ibid. 49, 7; 52, 13-53, 12). Il popolo giudaico espierà con un lutto nazionale la uccisione del M.: Zach. 12, 8-13, 1 (= Mt. 24, 30; Io. 19, 37). V. ABADDON.

Il M. avrà la natura divina: sarà chiamato (il nome esprime la natura) «consigliere mirabile, Dio forte, padre in eterno, principe di pace» (Is. 8, 8; 9, 5); avrà la conoscenza dei pensieri nascosti: «non giudicherà secondo quello che i suoi occhi vedranno e non darà sentenze secondo quello che i suoi orecchi sentiranno»; avrà la potenza divina: «colpirà il violento ('arīs') con la verga della sua bocca e con il soffio delle sue labbra darà morte all'empio» (ibid. 11, 3 sg.). Sarà re per sempre (Ez. 37, 25); cf. Mi. 5, 1, i cui termini sono talmente forti da lasciar facilmente concludere alla preesistenza del M., sebbene esprimano per sé soltanto un'origine molto remota; Dan. 7, 13 sg. lo dice di origine celeste.

Il suo regno sarà universale, definitivo e spirituale: Is. 11, 10; 42, 1-7; 49, 5 sg.; 61, 1 sg.; Jer. 31, 31-34 (=Hebr. 8, 8-12); Dan. 7, 14-27; 9, 24; avrà per centro di diffusione Sion (Os. 2, 19-24; Is. 2, 2 sg.; Mi. 4, 2 sg.; Jer. 31, 33; Ez. 16, 60 sg.; 17, 23; ecc.) sarà fonte di benedizioni per tutte le genti (Ez. 34, 26 = Gen. 12, 2). Caratteristiche del regno del M.: la remissione dei peccati e la santità: Is. 56, 6; 57, 13; Jer. 31, 23-34; Ez. 36, 25-28; ecc. (cf. Lc. 1, 77 sg.); la pace, ordine perfetto nelle relazioni di ciascuno con Dio e con il prossimo: Is. 9, 6 sg.; Mi. 5, 5; Ez. 34, 25 sg.; ecc.; l'abbandanza dei beni spirituali, espressa simbolicamente con le immagini più vive di una fertilità straordinaria: Is. 7, 21 sg.; 9, 3, 6; 32, 1-5.15-18; Ez. 47, 1-12; ecc. (cf. l'immagine della mensa apparecchiatà: Mt. 22, 4; Lc. 14, 15-24). Al rinato Israele, l'assistenza di Jahweh (Is. 40-60) assicura il trionfo sui nemici presenti (Ez. 35-36) e futuri (Ez. 38-39; Dan. 7-12) e ogni prosperità (Is. 31, 10-14; Ez. 34, 25-29; ecc.).

Tali meravigliose promesse conservarono negli esuli lo jahwismo e la speranza nell'avvenire glorioso della loro nazione. Sicuri di essere il «resto» o «germe santo» che Jahweh si era riservato (Esd. 2, 26; 9, 8, 13 sg.), quelli che intrapresero la lunga via del deserto per il ritorno in patria (537 a. C.) pensarono che esse si realizzassero in loro integralmente; le difficoltà incontrate (cf. Esdrasenai) scossero il loro entusiasmo (cf. Ps. 125 [126]; 84 [85]). Aggeo e Zaccaria riaccossero gli animi con la speranza messianica; e con Gioele e Malachia portarono a termine l'opera indefessamente condotta da Esdra e Neemia. È vero, i rimpatriati sono il «resto» vaticinato (Agge. 1, 12; Zach. 8, 6, 11; cf. 2, 9, 14 [Volg. 2, 5, 10]). L'Israele delle promesse (Zach. 1, 7-17; 2, 5-17 [Volg. 2, 1-13]; Mal. 1, 1-5; Ioel 2, 18 sg. 26 sg.), gli eredi del patto della Sinai o davidico (Agge. 2, 5; che ora ha la sua piena attuazione: Zach. 2, 16; 8, 8; Ioel 2, 17; 4, 2, 16 sg. [Volg. 3, 2, 16 sg.]), e sono benedetti da Jahweh (Agge. 2, 18 sg.; Zach. 8, 14 sg.), mentre Edom e quanti hanno gioito della rovina di Giuda stanno per essere puniti (Zach. 1, 7-17; Moal. 1, 1-5; Ioel 4, 4-8). Ma il presente è solo un'ombra della futura grandezza: la ricostituita teocrazia è preparata e preludio del regno del M. (Agge. 2, 6-9; Zach. 6; Moal. 1, 11; 3, 1; Ioel 4), perciò non può perire fino al compimento della sua missione, nonostante l'estremo tentativo delle forze pagane (Agge. 2, 20-23; Ioel 4, 9-18; che rispecchia-no Ez. 38-39). Le visioni di Zaccaria, le profezie di Gioele hanno come idea centrale tale perpetuità del rinato Israele.

Il cronista, nella sua storia della teocrazia, dimostra che Jahweh ha un disegno particolare nel divenire della umanità e dirige a tale scopo da sovrano assoluto le genti e Israele. Questo disegno divino incomincia a realizzarsi nell'alleanza con Abramo (I Par. 16, 15 sg.). Si sviluppa in quella del Sinai (I Par. 5, 10; 6, 11), per concretizzarsi e restringersi in quella con David, come re di Giuda (I Par. 17, 16-27; 28, 4-8). Quest'alleanza, attuata ora nella risorsa teocrazia, sfocia nel regno del M., oggetto unico e ultimo inteso da Jahweh (I Par. 17, 10-14). I profeti postesilici mettono in rilievo: a) il trionfo del M., re mansueto, che viene su un'asina, e dominerà pacificamente su tutta la terra: Zach. 9, 9 sg. = Mt. 21, 5; b) un unico sacrificio perfetto, immacolato, offerto a Jahweh in tutto il mondo prenderà il posto dei sacrifici mosaici: Mal. 1, 11; c) un precursore preparerà immediatamente il popolo all'opera del M. (Mal. 3, 1 sg.; cf. Is. 42, 6; 49, 8; Agge. 2, 9). Tale precursore, di cui Elia (v. tipo, «ricondurrà il cuore dei padri verso i figlioli» e viceversa (Mal. 4, 5 sg. = Lc. 1, 16 sg; Mt. 11, 10; 17, 10-13). Non mancano accenni alla speranza messianica in Eccli. 36, 6-22; 45, 22, ecc.; e in Sap. 18, 4; 14, 11-14.

Il periodo maccabico con la lotta contro i Seleucidi orienti i Giudei verso una interpretazione errata del M., che si afferma nella letteratura apocrifa e rabbinica. Il loro particolarismo mai spento, Giona (v.), trovò in quella situazione politica nuovo e decisivo impulso. La salvezza messianica fu rivolta tutta a solo beneficio di Israele, l'elettore; e fu intesa, quasi esclusivamente, quale predominio politico di questo suo tutto le genti. Furono trascurate le idee essenziali del messianismo per porre al loro posto l'elemento caduco e accessorio, con un'esegesi letterale, esagerata spesso fino al ridicolo (S. Szekely, Bibliotheca apocrypha, Friburgo in Br. 1913, pp. 69-74; V. APOCALITTICA). Le profezie di Daniele, pubblicate e divulgate in quel periodo (cf. Dan. 8, 26; 12, 4, 9), servirono probabilmente di base a siffatta trasformazione. Il regno del M. vi è descritto come un impero che si sostituisce a quelli precedenti. Da questa semplice successione cronologica si passò all'analogia circa la sua natura, assimilandolo quanto a genesi, forma e governo agli imperi delle nazioni (cf. Lc. 17, 20 seg.). Il M. pertanto fu considerato, in modo prevalente se non esclusivo, come un re guerriero e conquistatore (cf. Io. 6, 15; 18, 34 seg.). Furono ignorati affatto il perdono dei peccati (H. L. Strack-Billerbeck [V. BIBLICA.], I, p. 405), la redenzione, e recisamente negati i patimenti del M. (cf. Mt. 16, 21 seg.; Mc. 8, 31 seg.; 9, 31 seg.; Lc. 18, 34; 24, 21; Io. 12, 34).

Negli apocrifi il M. ha ancora caratteristiche soprannaturali e divine (Henoch 49, 1-4; 52, 5-9; 71-72; Ps. Sal. 17; Test. Patr., Levi, 18; ecc.; cf. J. Bonsirven [V. BIBLICA.], I, pp. 362, 370-74); i rabbini invece lo assimilano ad un puro uomo, anche se adorno dei doni dello Spirito di Jahweh (Is. 11, 1 seg.; Sanhedrin, 93 a b; midrâf a Ruth 3, 15; ecc.); non vedevano come salvare altrimenti il dogma del monoteismo (cf. Dial. c. Tryph., 49-50). Indiscussa la sua origine davidica (Ps. Sal. 17, 5; 23; IV Esd. 12, 32; Sanhedrin, 97 a, 98 a; cf. Mt. 22, 41-45); egli apparirà improvvisamente (cf. Io. 7, 27), scoperto e consacrato da Elia, il quale, tra l'altro, con la tromba del M. adunerà gli Israeliti sparsi per il mondo (Sanhedrin, 10, 3; ecc.; cf. Mt. 17, 10). L'avvento del M., tenuto imminente e ardentemente atteso, sarà preceduto da un periodo di gravi tribolazioni (da Dan. 12, 1 seg.; cf. Henoch 80, 7 seg.; 100; Apoc. Bar., 70, 2-8; ecc.; H. L. Strack-P. Billerbeck [V. BIBLICA.], IV, pp. 977-86). La Palestina e Gerusalemme, dopo il trionfo sulle genti, saranno fissamente trasformate; gli abitanti avranno ogni ricchezza, vita longeva, scevra da ogni male (Apoc. Bar., 29, 3 seg.; 73; Henoch 10, 16-19; Syb. 3, 371-80; 710-26; ecc.; H. L. Strack-P. Billerbeck, I, p. 593 seg.). Il regno del M., per gli apocrifi, sarà eterno (Ps.-Sal. 17, 4 seg.; ecc.; cf. Io. 12, 34); i rabbini ne stabilivano diversamente la durata, con cifre (da 40 a 365.000 anni) forse simboliche.

L'opposizione tra la Rivelazione attuata dal Cristo e la interpretazione giudaica dominante non poteva essere più stridente; essa fu fatale a Israele, che rimase fuori della salvezza (cf. Mt. 8, 11 seg.; ecc.).

Fonte del messianismo è la Rivelazione divina. Lo dimostra chiaramente l'impossibilità di darne altrimenti una spiegazione plausibile. Per la scuola di J. Wellhausen (K. Marti, B. Stade, e, a distanza, senza miglior criterio e fortuna, A. von Gall), sarebbe sorto dopo l'esilio, da tre coefficienti: il disastro nazionale, l'influsso del paradiismo nell'esilio, il ritorno e specialmente la vittoria dei Maccabei. Gli antichi profeti furono soltanto messaggeri di sventura; non potevano offrire al colpevole Israele le rosee promesse messianiche. I vaticini loro attribuiti sono inserzioni recenti. Ma l'arbitrario schema evoluzionista non resse al piccione dell'archeologia; idee e istituzioni del Vecchio Testamento, dal Wellhausen definito «recenti», risultarono conformi a quelle attestate nell'antico Oriente.

«Al principio del sec. XX la scuola comparativa (H. Gunkel, H. Gressmann) rovesciò i termini; l'idea di un M. salvatore è tra gli elementi più antichi del messaggio profetico; ha le sue radici nella mitologia delle origini cosmiche (Babilonia). Il mondo deve finire come è incominciato: con la vittoria di un dio creatore sulle op

poste forze demoniache; finirà con la vittoria di un dio salvatore sopra i malefici avversari per iniziare un mondo nuovo» (A. Vaccari). Gl'Irsaletti avrebbero preso (il millennio a. C.) tali idee mitologiche, purificandole, trasformandole, applicandole ai destini della loro nazione: lo sconvolgimento cosmico avrebbe rovinato i pagani, mentre avrebbe dato a Israele la felicità definitiva. «Questa teoria è una pura chimera» (L. Dennefeld, Le messianisme, p. 256): non esiste una escatologia babilonese; non c'è nulla in Babilonia e in Egitto (ibid., pp. 268-78), che possa in qualche modo avvicinarsi al messianismo biblico (redenzione spirituale della umanità, opera affatto particolare di Jahweh, realizzata dal suo «servo» il M.), dal quale esula ogni escatologia cosmica. Contro l'influenza del macedismo persiano (asserita da R. Reitzenstein), che sarebbe possibile soltanto dopo l'esilio, sta l'antichità del messianismo e delle fonti ebraiche.

«Un'origine indigena, pur con lontana dipendenza da Babilonia, asserì S. Mowinckel (G. Holscher, H. Schmidt). Nel tempio di Gerusalemme si sarebbe celebrata al primo giorno dell'anno civile la festa della regalità di Jahweh, a simiglianza di simile festa celebrata a Babel in onore di Marduk. Il regno di Jahweh, drammatizzato nella liturgia di quel giorno, non vedendosi realizzato al presente, fu proiettato nel futuro, e così sorse l'idea messianica ancora ai tempi della monarchia. Si suppongono (anche in questa brillante teoria) più cose senza solide basi. Nessuna traccia presso gli Ebrei di una festa di Jahweh-re; né a Babel la festa di capo d'anno aveva il senso datato qui: si onorava Marduk come distributore del destino per il nuovo anno» (A. Vaccari). Troppo artificiale per essere vera, infondata dal punto di vista storico ed egregio, essa è psicologicamente inverosimile: il culto suppone, non crea le idee religiose; le rende più intense, non le trasforma.

Il M. e il suo regno è l'ultimo scopo inteso da Dio nel «patto» del Sinai, che precisa e determina l'antico «patto» con Abramo, la «promessa» (ἐναγ-γελία: Rom. 4, 13-16; 9, 8; Gal. 3, 16-29; 4, 28) formulata per la sua posteri.ità. Il mirabile e vario sviluppo del messianismo, con gli arricchimenti e le precisazioni posteriori, avvenuti saltuariamente, e pur così armoniosamente convergenti in un unico quadro, senza contrasti e contraddizioni, nonostante i diversi aspetti su notati, rimane inspiegabile senza la Rivelazione di Jahweh. I profeti ne sono coscienti e convinti assertori. La rispondenza mirabile tra le predizioni dei profeti e la realizzazione è, infine, l'ultimo suggello dell'ispirazione divina (Is. 41, 22 seg.; 44, 7 seg.; 44, 26; 45, 21; 46, 10 seg.).

Bibl.: Oltre ai commenti ai vari luoghi citati delle collezioni bibliche: La sante bibl. sotto la durezza di L. Pirot e A. Clamer. Parigi 1946-51 e La sacra Bibbia, sotto la durezza di S. G. Heinrich, Teologia del V. T., Torino 1950, pp. 371-72 e in J. Bonsirven, Il giudaismo palestinese al tempo di G. C., ivi 1950, pp. 182-83. Studi: L. Dennefeld, Le messianisme, Parigi 1929 (all'Indice; decret. S. Uffizio, 16 luglio 1930); E. Sellin, Die israelit. jud. Heilandserwartung, Berlino 1909; id., Der altest. Prophetismus, Lipsia 1912; id., Einleitung in das Alt. Test., 6a ed., ivi 1933, p. 29 seg.; M.-J. Lagrange, Le messianisme chez les Juifs, Parigi 1909; id., Le judaïsme avant Jésus-Christ, ivi 1931, passim; H. L. Strack-P. Billerbeck, Kommentar zum N. T. aus Talmud und Midrasch, I. Monaco 1922, pp. 481-89, 495, 950 seg.; II. ivi 1924, pp. 273-299, 333; IV. ivi 1928, pp. 977-1013; IV. ivi 1928, pp. 779-798; A. Pohl, De ortu et evolutione spei messianica, in Verbum Domini, 6 (1926), pp. 284-87; F. Schlagenhaufen, Der geist. Charakter der jud. Reichs-Erwartung, in Zeitschr. für kathol. Theol., 51 (1927), pp. 370-93, 473-531; A. Charue, L'incrédulité des Juifs dans le Nouveau Test., Gembloux 1929; A. H. Silver, A hist. of messianic speculation in Israel, Nuova York 1929; L. Desnoyers, Hist. du peuple hébreu, III, Parigi 1930, pp. 296-328; W. Gronkowski, Le messianisme d'Eschiel, ivi 1930; A. Jeremia, Die biblische Erlösererwartung, Berlino 1931; A. Bea, De Pentateucho, Roma 1933, pp. 198-218; J.-B. Frey, Le conflit entre le messianisme de Jésus et le messianisme de son temps, in Biblica, 14 (1933), pp. 133-49, 269-93; J. Bonsirven, Le judaïsme palestinien, I, Parigi 1935, pp. 341-467; A. Meli, I beni temporali nelle profezie messianiche, in Biblica, 16 (1935), pp. 307-29.

MESSICO - 1) Confini di Stato; 2) confini di regione; 3) confini di circoscrizione ecclesiastica: 4) ferrovie.

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