APOCALITTICA, LETTERATURA. - Complesso di scritti pseudonimi giudaici, sorti tra il sec. II a. C. e il sec. II d. C., che da circa un secolo i critici hanno posto in categoria unica, denominandoli dall'argomento ἀποκάλυψις (« rivelazione »), nome che servì (dopo il 50-70 d. C.) di titolo a varie di tali opere. Queste « apocalissi » contengono la « rivelazione », che affermano ricevuta in visioni o in colloqui con angeli, dei segreti divini circa la missione e i destini di Israele e delle Genti.
SOMMARIO. - Degli scritti apocalittici, di cui ognuno ha trattazione distinta in quest'enciclopedia, sono esposti qui i punti comuni:
1. Origine
2. Tema e Dottrina
3. Genere letterario
4. Influsso.4. ORIGINE
Al tempo in cui l'ellenismo pagano trionfa e Israele è oppresso e il Tempio profanato (168-164 a. C.), risorge e si esaspera tra i Giudei fedeli al loro Dio e alla loro patria la speranza della riscossa. Dinanzi al successo dell'impuro straniero, da Antioco IV Epifane (175-164 a. C.) ai Romani di Pompeo (63 a. C.) e di Tito (70 d. C.), cresce il fermento tra quelli che si considerano « il resto d'Israele », angosciati anche per il rilassamento e il tradimento crescente in seno ad Israele, specie nella classe sacerdotale. L'a. nasce per sostenere la fede nella veracità delle promesse divine; vuol giustificare le vie della Provvidenza, risolvere la contraddizione sconcertante tra la felicità promessa dai Profeti e l'abezione politica e religiosa cui Israele è ridotto; si prefigge di alimentare la fierezza giudaica, scossa dalle prove, orientandola alle aurore future. Presunti « veggenti » si assumono ilcompito di mostrare ai loro connazionali avviliti che presto Dio visiterà e esalterà il suo popolo, che le profezie gloriose non si sono adempiute perché si avvereranno in un avvenire ormai prossimo: Israele sarà liberato e vendicato, e, guidato da Jahweh e dal suo Messia, si satellerà nella pace e nell'abbondanza; le 12 tribù ritorneranno, per imperare sulle Genti domate e calpestate.
L'a. deriva direttamente dai Profeti, che pretende continuare e completare. Da essi trae i materiali precipiti, disponendoli in costruzioni nuove. I critici cattolici includono nell'a. molte sezioni profetiche (Jr. 11; 24-27; 29, 1-8; 60; Ez. 26-32; 34-48; Dan. 2; 7-12; Zach. 9-14; tutto Ioel). Ma sono viceversa gli scritti a. che ripetono le origini da tali detti profetici. Ezechiele è considerato « padre dell'a. » (ma L. Dürer reagisce) perché nei capp. 38-39 agglomerata immagini e simboli dispersi negli altri Profeti, sulla lotta finale (come Zach. 14), e nei capp. 40-48 architetta la nuova Gerusalemme. I « critici », e parzialmente qualche cattolico (M.-J. Lagrange), pongono Dan. (che asseriscono composto sotto Antioco IV) in capo all'a. di cui sarebbe il primo prodotto e l'esempio tipico. Ma i cattolici ascrivono all'a. solo libri o frammenti apocrifi, pur riconoscendo che quei passi canonici contengono in embrione alcuni lineamenti essenziali della posteriore vegetazione a., e che l'Apoc. (v.) di Giovanni ha potuto trarre da questa spunti e schemi letterari (B. Allo, p. VIII).
apocrifi (v.) giudaici appartengono, in misura varia, all'a. A questa rimangono estranei molti apocrifi di origine alessandrina, la cui parenesi haggadica concerne il presente più che il futuro. L'a. si è sviluppata in terreno palestinese, tranne la letteratura sibillina e di Enoch slavo.
Gli scritti apocalittici pervenuti sono: 1) dei secc. II-1 a. C.: Libro di Enoch (etiopico), proemio e l. III degli Oracoli Sibillini, Testamento dei XII Patriarchi (il L. dei Giubilei è piuttosto un midraš [v.]; i Salmi di Salomone non sono « apocalissi » benché ricchi di escatologia); 2) dei secoli I-II d. C., a) anteriori al 70: Assunzione di Mosè, Enoch slavo (Segreti di Enoch), nucleo giudaico dell'Accesione di Daia; b) posteriori al 70: Apocalisse di Mosè (e Vita d'Adamo ed Eva), Apoc. (IV l.) di Esdra, Apoc. e Visione di Esdra, Apoc. di Sedrach, Apoc. di Barnch « siriaca », i libri IV e V Sibillini, Apocalisse d'Abramo, Apoc. di Sofonia, nucleo giudaico dell'Apoc. « greca » di Barnch e dell'Apoc. di Elia, Testamento d'Isacco. L'apocrifo di Ezechiel, il Testamento d'Abramo, il Testamento d'Adamo, sono piuttosto dei midhrāšim. Secondo A. Schweitzer, il IV Esdra e l'Apocalisse siriaca di Barnch, molto affini per concezione, rappresenterebbero il pensiero popolare tradizionale.
A torto H. Gunkel, W. Bousset, H. Gressmann e altri della « Religionageschichtliche Schule » rilevano nell'a. larghi influssi stranieri: miti astrali babilonesi, dualismo ed escatologia del parsimo. L'astrologia abbonda nelle « apocalissi », ma è di una rozza ingenuità, equidistante dalla mitologia accadica e dalla scienza ellenistica. Si può forse ammettere una certa dipendenza, per l'espressione, da compilazioni iraniche (Bahman Yasth, Bih Afrid, Ayāthār i Zāmāspik, ed. G. Messina, Roma 1939, gli « Oracoli d'Istaspe », ecc.), benché i testi parsi e pahlavi rimastici risalgano solo all'epoca sassanide (specie ai secc. III-IV d. C.). Né manca qualche contatto con antiche tradizioni esoteriche assai diffuse, come in particolare
l'orfismo (miti di Platone, Respublica, X) e l'ermetismo (Poimandres).
Essendo tutte le «apocalissi» rigorosamente anonime, non è possibile individuare la cerchia giudaica da cui sorsero. Si è voluto collocarle nell'uno o nell'altro dei cenacoli chiusi allora fiorenti, al che sembrerebbe dar credito il carattere esoterico di questi apocrifi. Dopo A. Hilgenfeld (Die jüdische Apokalyptik, Jena 1857) esseni (v.), oggi sostenuta da M.-J. Lagrange. Mentre molti, con E. Kautzsch e R. H. Charles, pensano ai farisei, prevale per ora la tendenza a rintracciare i «veggenti» tra gli assidei e i loro successori (i pii) appartati dalla politica ufficiale e dal legalismo farisaico (W. Baldensperger, W. Bousset, M. Friedländer, A. Causse). Ma si tratta d'ipotesi incerte, non essendovi ragioni solide per confinare tra qualche setta dissidente o settore appartato gli autori di «apocalissi»; malgrado l'esoterismo, l'ideologia che rispecchiano non diverge dalla comune mentalità giudaica.
5. TEMA E DOTTRINA
Il corredo teologico delle «apocalissi» si riduce a pochi punti, poiché il dogma e la morale vi hanno tenue rilievo. Le verità religiose, di scarso numero nel giudaismo, sono supposte di dominio comune. Specifica materia delle «apocalissi» ESCATOLOGIA (v.), i cui elementi comuni a tutte sono variamente espressi e combinati. Dopo i disastri del 70 d. C., l'ideologia apocalittica, pur rimanendo nel fondo omogenea, assume aspetti alquanto diversi da prima.Le «apocalissi» sono variazioni del classico tema profetico del «giorno di Jahweh», cioè della finale rivincita divina sulle forze del male oggi trionfanti; vendetta sulle Genti e restaurazione gloriosa di Israele. Le fantasie intrepide dei pretesi «veggenti» si costruiscono un rifugio nel futuro e lanciano in sordina ai Giudei pii, cioè nazionalisti, un messaggio d'ottimismo, gravido di minacce per le Genti e per i Giudei collaborazionisti. Aggrappandosi alla fede nell'imminente fine di questo mondo, puntano sulla catastrofe finale, orribile per le empie Genti, la quale introdurrà il regno di Jahweh e dei suoi fedeli. Descrivendo le fasi storiche che precedono e preparano la catastrofe universale donde uscirà la salvezza di Israele, le «apocalissi» convogliano tutto verso il futuro. Passato e presente sono generalmente considerati solo in funzione del futuro instaurarsi dell'auspicato ordine nuovo: il presente è gravido di segni precursori; il passato, e l'arcano ordine cosmico (mondo, cieli, abissi), dimostrano l'esecuzione dei sapienti piani divini, e sono garanzia della giusta e provvida restaurazione avvenire. I «veggenti» soddisfano la ansiosa curiosità di quanti aspettano la fine, «rivelando» il mondo invisibile e il mondo futuro, supplendo alle omissioni della Bibbia circa il passato (creazione della materia, degli angeli, dell'uomo, caduta degli angeli e dei protoparenti, diluvio, eventi vari dati per futuri) e il presente (cosmografia e astronomia, angelologia, demonologia, sede dei morti). Onde può distinguersi l'«apocalisse» storica da quella cosmica, benché in concreto siano per lo più mescolate.
In questa farraginosa escatologia l'interesse nazionale e individuale è teso verso l'agognata conclusione: piomba improvviso Dio nella lotta finale delle Genti contro Israele, ed ecco realizzarsi vittoria e dominio di questa nuova Gerusalemme, beni messianici, risurrezione e retribuzione, apocatastasi cosmica. I dati basilari provengono dai Profeti, ma sono rima-
rimaneggiati, ipertrofizzati e deformati; alla maestà grandiosa dell'escatologia profetica succede un miracolismo puerile, alla prospettiva larga e indefinita della Provvidenza storica un pedestre e impacciato cronologismo irto di calcoli minuti sui tempi, onde far conoscere l'ora finale del rivolgimento, l'ora di Dio. Perdendosi la serena visuale dell'economia dello spirito, si acuisce l'opposizione tra il «secolo presente» e il «secolo futuro». Non è più predetta la sublimazione di questo misero mondo, ma il rovesciamento e il ricreamento di esso con procedimenti fiabeschi, crolli e rinascite spettacolari. Il passaggio dal secolo presente al futuro vi è preceduto da «segni», manifestazioni dell'ira di Dio, con gli angeli per esecutori. Alle calamità già annunziate dai Profeti (guerra, pesti, carestie, siccità, terremoti, oscuramento e caduta degli astri) le «apocalissi» ne aggiungono nuove mirabolanti (sole di notte, stelle di giorno, pietre sudanti sangue, spade nel cielo, neonati con capelli bianchi, ecc.), e danno rilievo alla persecuzione dei giusti e alla loro fuga nel deserto.
Il «Regno di Dio» riveste generalmente l'aspetto nazionalistico-terreno: schiacciante rivincita di Israele, colmo per sempre di prosperità e di dominio. Assume talora veste oltremondana, ma in complesso è l'apoteosi del popolo d'Israele, esaltato fino all'eterno empireo, e solo in tal senso può parlarsi di soprannaturalismo nelle «apocalissi». La concezione si limita a ciò che poi, tra i cristiani, sarà il millenarismo. Il Regno sarà iniziato dalla risurrezione dei morti (ma l'incognita dell'immortalità personale è in genere elusa), oppure (in Salmi di Salomone, IV Esd., Apoc. Baruch) dalla felicità dei vivi superstiti in «quell'ora», che dopo l'universale risurrezione finale entreranno nella beatitudine eterna. L'impero della Legge sembra «in quel giorno» tramontare.
Il Regno, Messia (v.), sarà di questo mondo: lo caratterizzerà «nuova terra e nuovo cielo», la pace, il lume eterno, la gloria, le «vesti», il «banchetto». Il tema della «Gerusalemme celeste» è centrale: il popolo messianico, idealizzato, è trasportato in cielo. La grande crisi messianica segnerà un ricominciamento del mondo terrestre, definitiva palingenesi che ricondurrà l'Eden quaggiù. In tale concezione giudaica, la persona umana conta ben poco: Israele diventa realtà assoluta e trascendente, la redenzione è collettiva anziché individuale, anzi cosmica più che antropologica. È un sogno d'imperialismo che inserisce chimere cosmico-politiche nell'ordine nuovo religioso-morale predetto dai Profeti.
Il Messia è rappresentato come un re ed eroe militare (Enoch 1-37 e 72-90; Sib. III). È presente, ma nascosto, nel mondo, e si manifesterà alla fine dei tempi (Enoch 38, 7; 62, 7; IV Esd. 12, 15; 13, 52; cf. Io. 7, 27 e Giustino, C. Tryph., 8). Appare quindi come preesistente, con la missione di giudicare gli uomini sulle opere compiute (Enoch 37-69 e 91-104; Sib. IV); ma si noti che tutto è preesistente, e in primo luogo Israele. Mai il Messia è intravisto come redentore spirituale, espiatore dei peccati del mondo.
Nelle «apocalissi» posteriori (IV Esd., Apoc. Baruch, Apoc. Mosè, Apoc. Abramo) le tendenze terrena-nazionalista e trascendente-universalistica, richiamanti agli oracoli profetici, confluiscono MESSALIANI (v.) sincretista. Le interferenze fra le due visuali sono sensibili in tutte le «apocalissi», ma prevale sempre la prima; accumulandosi e confondendosi visuali antitetiche, ne emerge un inestricabile groviglio concettuale. Non ricorrono,
nell'escatologia apocalittica, lineamenti spirituali in contesti totalmente immuni da carattere nazionalistico. Nella mentalità giudaica lo spirituale non rifugge mai allo stato puro: il temporale e l'eterno, il terrestre e il celeste vi producono una stranissima emulsione.
Gli « apocalittici » non si possono chiamare « geni spirituali » (R. H. Charles), né le loro produzioni « un movimento mistico » (L. Cerfaux); dall'orrifico travaglio di montagne di simboli vien fuori un « ridiculus mus ». Pur estollendosi agli inaccessibili « cieli dei cieli », rimangono al piano terrestre, molto indietro alla religione dei Profeti intorno a Dio, al Messia, alla umanità. Il tema supremo, la manifestazione della gloria di Dio, appare in funzione esclusiva della glorificazione d'Israele. La religiosità dell'a. è, pertanto, povera: del rinnovamento interiore e delle virtù morali si occupa poco. I « giusti », i « santi », gli « eletti », spesso nominati, sono sempre Israele; la « fede » è l'impaziente attesa della bramata vendetta sugli « empi » che sono le Genti. L'aspirazione alla unione con Dio, l'amore di Dio e del prossimo, esulano da questi scritti, che, materializzando la profezia antica, fomentano la passione di rivincita e di dominio mondiale. Lo stesso dualismo morale si risolve in antagonismo politico-razziale. L'afflato spirituale dei Profeti svanisce nell'acredine nazionalistica.
Il concetto di retribuzione è in cima, ma si tratta di « vendetta » divina sugli « empi » ora prevalenti: la rabbia impotente si sfoga con le visioni di un futuro in cui la deprecata situazione presente sarà rovesciata. Verso le Genti gli apocalittici sono implacabili: ogni compassione per loro passerebbe per debolezza di fede o connivenza proditoria. Mentre i castighi descritti dai Profeti si limitano al presente o sono poetiche iperboli, i « veggenti » inferiscono, precisano i tormenti con voluttà feroce, estendendoli al futuro eterno e intensificandoli con odio insaziabile.
Le « apocalissi » assumono un posto deciso nella astiosa propaganda contro le Genti; sono ordigni di guerra. Ma i loro autori, nascosti nell'ombra, non sono combattenti, bensì cospiratori che a mente fredda infilzano speculazioni sui portenti degli effettivi di riserva e delle sorprese strategiche, segreti la cui comunicazione si autoproclama celeste « sapienza ».
Al contrario del Vangelo (Mt. 6, 34), la religione apocalittica ha un solo cruccio e ansia: l'avvenire. E per svelare il futuro, deriva lezioni e pronostici dal passato, trae presagi dal presente, delinea una teologia della storia campata sulle nubi della « grande sera ».
Indefinita revisione della storia del mondo, l'a. pretende spiegare i consigli divini sul succedersi degli Imperi e delle Genti che si annientano a vicenda finché il dominio universale non passerà ad Israele. Un punto regge e illumina tutto: la « fine » verso cui tutto incosciamente si affretta, in cui tutti i tempi si risolvono. Nessuna evoluzione organica e vitale: l'avvenire è già nel presente e nel passato. In funzione dell'avvenire, il passato e il presente sfumano sub specie aeternitatis. Lo schema prefissosi dal « veggente » lo costringe a tramutare la storia in predizione. Preso nel suo gioco, predice sempre, ritessendo le vicende passate in serie di predizioni (post eventum !), che prolunga poi, imperterrito, fino alla fine del mondo.
La storia umana è opera di Dio. Mettendo in esclusivo rilievo la causalità divina, il « veggente » cade in un inconscio determinismo, tanto più che le personalità singole scompaiono. Non nega mai la libertà individuale, anzi riversa responsabilità gravissime sui nemici, i cui castighi risultano sempre meritati; af-
ferma che la salvezza suppone la penitenza. Ma il futuro gli si presenta come una trama rigidamente fissa. Gli eventi non si fanno, ma sono fatti da agenti invisibili (angeli) e quasi impersonali; onde l'uso continuo di verbi passivi, caratteristico dello stile apocalittico. Il durevole e sostanziale è concepito come eterno: preesistente e futuro. Tutto il dramma è pronto dietro le quinte, con in cima il Messia e la nuova Gerusalemme. Il Messia anzi è già nel mondo, benché nascosto. La predestinazione è fortemente accentuata.
I tempi sfilano come quadri su un doppio piano: terrestre, ove lo svolgimento sembra in contrasto con la divina sapienza e giustizia, e celeste, ove tutto è preordinato e manovrato dall'Onnipotente. Molti eventi sono fortuiti o disordinati solo per gli osservatori ignari del Libro di Dio « in cui tutto è scritto ». In questo fatalismo trascendentale, individui e nazioni sono elementi d'un occasionalismo fideista, ottimista in senso giudaico. La storia, divisa in periodi (« ore », « giorni », « settimane », « anni ») simmetrici, a base di numeri, si schematizza fin quasi a meccanizzarsi: le sue parti sono ingranaggi di una immensa orologeria. L'esito finale è inesorabilmente certo: le Genti si avvicendano distruggendosi a beneficio d'Israele, ultimo sopravvivente, cui spetta l'eterno Regno.
Non vi è posto per un miglioramento psicologico-morale dell'umanità: quando i peccati e i disastri saranno giunti al colmo, l'intervento sfoglorante di Dio non risanerà il mondo, ma creerà un mondo nuovo. Trasportando il lettore alla fine dei tempi, sulla quale nessuno può influire, il « veggente » trascura l'intervallo: o non esiste, o durante esso non vi è nulla da fare. Fino alla « fine », i « giusti » debbono solo pazientare e aspettare, mentre Dio interviene solo per infliggere i castighi precursori della grande catastrofe, in cui perirà la gran maggioranza degli uomini (le Genti).
Caratteristica è la credenza apocalittica che il mondo attuale (δάλη, αἰών: l'universo coniugato alla durata) è retto dagli angeli (buoni e cattivi). Molto sviluppo ne trae l'angelologia e la teosofia del tempo (eternità, evi, epoche), che saranno una base dello gnosticismo (eoni).
Pur rimanendo, in sostanza, nella corrente ortodossa della fede tradizionale, l'escatologia delle « apocalissi » non segna un solo passo al di là del particolarismo giudaico, condannato dal Vangelo. Il più ambizioso nazionalismo vi rincara le sue pretese. Le Genti vi sono più disprezzate e odiate che mai: il fosso tra Israele ed esse si trasforma in abisso.
6. GENERE LETTERARIO
Come dal lato religioso, la distanza fra le « apocalissi » e le profezie canoniche è incommensurabile anche dal lato letterario. Allacciandosi al genere profetico e sfruttando AGGADA (v.), le « apocalissi » sminuzzano o romanzano le profezie con quella sottigliezza gretta ed ermetica che sfocerà nella speculazione cabalistica. L'« apocalisse » è alla profezia ciò che la Misnah è alla Torah « (A. Sabatier). Privi di ispirazione divina e di talento poetico, gli apocalittici formano un nuovo genere letterario, stravagante per le mentalità non giudaiche. La logica del genere impone alcune leggi essenziali, uniformi e inderogabili:a) La « visione ». Presentando i loro scritti come « rivelazione », proponendo passato e presente come svelamento del futuro fatto in tempi antichissimi, gli apocalittici creano un procedimento fittizio di « visione letteraria », maturata nello studio e senza addentellato aperto con l'ambiente in cui vivono. Questi epigoni dei Profeti insegnano sempre mediante « visioni »; le
spiegazioni che aggiungono sono di solito date da un angelo, cioè sono anche esse « visioni ».
Assumono l'atteggiamento di visione estatica, da cui procede un'esperienza chiusa in sé, un monologo, mentre la profezia, dotata d'efficacia sociale pratica e immediata, è un dialogo. La profezia, radicata nel presente, appartiene al genere oratorio, apostrofa uditori o lettori esortandoli all'azione voluta da Dio e alla riforma morale; l'«apocalisse» invece è uno scritto narrativo destinato a soddisfare la curiosità oziosa intorno ai tempi e destini futuri. Mentre la profezia connette tutto al presente, anche quando guarda al futuro, l'apocalisse opera il trasferimento d'interesse dal presente al futuro. Il Profeta partecipa agli eventi che narra, guerreggia a viso aperto, armato della parola tagliente come spada. Il finto veggente invece è un solitario sospeso fra cielo e terra; non è più attore, ma solo spettatore; è uomo di libro e di penna, che fulmina i nemici con cataclismi verbali. Visionario concentrato nelle sue astrazioni, non s'innalza alla contemplazione ideale, né rispecchia il reale concreto; ma compone un cositico e allucinante dramma metafisico intrecciato con scene spettrali. Al blocco informe conferisce unità soltanto la pretesa di svelare le vie di Dio nella storia integrale dell'umanità.
b) Pseudonimia. Prima esigenza formale del genere apocalittico è l'anonimato. I veri autori non potevano proclamarsi profeti, considerandosi già da tempo chiusa l'età profetica (I Mach. 4, 46; 9, 27); né potevano far credere che Dio affidasse i suoi segreti a oscuri meditativi.
Trasportandosi quindi a un punto dato del remoto passato, presentarono le loro « rivelazioni » come libri antichi che attribuivano a un eroe dell'evo primitivo quasi che signoreggiasse tutti i tempi, o ai santi personaggi più noti visati in dimestichezza con Dio. Solo coprendosi con l'autorità di nomi insigni, potevano ottenere credito ai loro sogni. Per non tacciar di bestemmia tale impostura, occorre ricordare che in quel tempo la finzione o frode letteraria era in largo uso (pseudo-orici, pseudo-pitagorici, ecc.), e che i sapienti giudei si reputavano tramiti della tradizione orale, rivelata al pari della Legge scritta, anzi più antica e commento autentico di questa.
c) Esoterismo. Per spiegare come mai scritti così venerandi fossero per tanti secoli rimasti ignorati e per legittimarne le novità di pensiero e di forma, si invoca la trasmissione esoterica. Questi libri hisōnlus (« interni »: esoterici) custoditi dagli angeli, dovevano restare, fino al giorno fissato, occulti (apocrifi: « nascosti »), privativa di cenacoli ristretti di iniziati (IV Esd. 12, 36-38). La « sapienza », di cui la scienza apocalittica pretende di essere un ramo, dimora nel cielo (Enoch 42; IV Esd. 8, 52-54), e si comunica agli uomini, attraverso la rivelazione divina, come un segreto (Enoch 82, 1; IV Esd. 14, 45-47). E come già Daniele (12, 4, 9), Enoch comanda il segreto (1, 2) per le sue « rivelazioni », riservate ai giusti e ai sapienti (4, 10-13). Il restauratore Esdra rinnova la consegna dei libri « riservati »: Dio stesso avrebbe ordinato a Mosè sul Sinai di nascondere la maggior parte dei suoi discorsi (IV Esd. 14, 5-8, 42-47).
d) Carattere compilatorio. Gli apocalittici non intendevano innovare, ma nemmeno volevano tralasciare nulla delle tradizioni ricevute. Non creano, ma costruiscono con pietre prete nel mucchio di tradizioni diverse, non più identificabili oggi, giustapponendo materiali disparati e di varia provenienza.
Sotto il comune stampo di « visioni » e « rivelazioni », accolgono in sincretismo vecchie leggende, ricordi popolari, esegesi allegoriche, parenesi orali, detti legali, perfino miti, senza fonderli o disporli organicamente. Gli elementi più eteroclitti sono di solito affastellati alla rinfusa, senza esigenze di gusto né di critica: vaticini escatologici, descrizioni cosmografiche, esortazioni morali, racconti edificanti. Il difetto d'unità è insito nel genere. È difficile armonizzare
i punti di vista e le ideologie allineate non solo in conglomerati di più autori (Enoch), ma anche in libri di un solo autore (IV Esd., Apoc. Baruch). È quindi pericoloso arguire dalla disparità di materia o di stile la pluralità di autori, in scritti che per sistema rinnegano ogni originalità.
e) Indeterminatezza stilistica. Lo stile apocalittico differisce nettamente da quello profetico in quanto, per esigenze esoteriche, è volutamente oscuro e sibillino. La « visione » dai contorni imprecisi deve produrre la sensazione dell'inafferrabile e ineffabile. Per far credere alla trascendenza delle sue « visioni », il « veggente » ostenta uno stile che si afferma impari alle abbaglianti e strabilianti realtà intraviste. Per la loro sublimità o lontananza nell'avvenire, le cose debbono apparire indistinte. Il « veggente » stesso deve essere assistito (da angeli) per poter comprendere il senso e i rapporti delle cose, e ammonisce che « non tutti possono intendere », che fa d'uopo d'interpretazione o di chiavi per percepirne significato e portata.
Sfilano quindi scene, quadri, tinte; ma sono mere parole senza evidenza plastica, che non evocano nulla nella mente o nella fantasia, che non sono né racconti, né pitture, né rappresentazioni, ma solo spari e razzi d'artificio. La fraseologia descrittiva è a base di paragoni esitanti (« sembrava come », « era simile »), « aveva l'apparenza di »; Enoch 14, 10-13; 46, 1-2; 71, 5; IV Esd. 11, 37). È lo sforzo di chi annaspa verso le sponde dell'avvenire, nel cui crepuscolo traveste anche il passato e il presente. Specialmente guardinghi nell'evitare accenni alla realtà attuale, per non tradire il trucco, gli apocalittici eludono ogni colore storico-locale. Tale timida e faticosa approssimazione vuol dare l'impressione della fedeltà con cui l'autore riproduce le forme esterne delle « visioni » senza pronunciarsi sulla loro natura; conferisce inoltre al dettato un tono misterioso che, stuzzicando la curiosità, incute riverenza per le arcane silezze svelate.
f) Simbolismo. Espediente comune per evitare la descrizione diretta è il simbolo, risorsa precipua delle « apocalissi ». Il simbolo vi si estende assai più della « visione », la quale consta di fantasiose azioni o scene simboliche; pervade anche i colloqui, le preghiere e le interpretazioni (cf. IV Esd.). Come i Profeti posteriori che imita, il « veggente » vuol esprimersi « sotto il velame delli versi strani », tanto più che deve mantenere un riserbo esoterico. L'arsenale simbolico-apocalittico è in parte preso da Ez., 30 e 39, Dan. 7-9 e Zach., 14. Ma nel « veggente », nel quale il pensiero manca e la fantasia è povera, il simbolo deriva da pigrizia astuta ed è piuttosto frutto di convenzione che non d'iniziativa poetica. Trasforma e scolora tutto il passato in tipo o simbolo sostanziale. Incurante della natura esteriore, lo scrittore imbevuto di reminiscenze riprende e dissecca le immagini bibliche, divenute « clichés » letterari.
Copre l'abisso del mistero ammucchiandovi sopra una folta efflorescenza posticcia d'enfatici luoghi comuni: astri, metalli e gemme, mostri compositi o stilizzati, piante gigantesche; ma siamo ben lungi dai « bestiari » e « erbari » del simbolismo cristiano medievale, più ingenuo e pur così suggestivo. Abituatosi a considerare uomini e eventi solo nella loro relazione trascendentale con l'eterno, dissolve i confini tra gli oggetti reali. Ritraendo sdegnoso lo sguardo dal mondo esterno, si fabbrica un mondo allegorico destituito di misura e di verosimiglianza. E le macchinose « visioni » simboliche non ottengono l'effetto di impressionare, scuotendo o commovendo. Sotto la ridda di immagini senza nesso con la natura e l'umanità reale, senza nesso fra loro, il lettore spesso soccombe: non riesce a trovar nulla, anche dopo aver molto sfrondato di quei simboli senza trasparenza, buoni a tutto significare; che le risorse di quelle aride menti sono poche, e applicando i simboli a realtà diverse, li svuotano. Il simbolismo, arruffato e incessante, diventa enigmatismo che rende affannosa e ardua la let-
tura, inintelligibile il testo (cf. Enoch 83-90). L'azione non conosce progressione drammatica; dall'inizio alla fine rutila il bagliore della catastrofe, sinistro insieme e trionfale. Nel dedalo si perde per primo lo scrittore; neppure lui sa, il più delle volte, l'oggetto di cui tratta: se reale o supposto, se attuato o sperato, se nuovo o identico al già detto.
Il frequente simbolismo numerico (specialmente 7 e 12: pienezza), non meno vacillante e oscuro, complica il groviglio. I periodi stessi che dovrebbero misurare il tempo, spesso intersecandosi si annullano, come in Apoc. Baruch 27, 13-15.
g) Artificio e convenzionalismo caratterizzano dunque il genere apocalittico, che è profezia tralignata. Mentre ogni libro profetico è un mondo a sé, grandioso e inconfondibile, le «apocalissi», prive di spontaneità, si somigliano tutte. Tre quarti almeno dei testi apocalittici sono formati dei medesimi luoghi comuni; ogni «veggente», ripetendo il tema obbligato, «predice» eventi trascorsi e proietta sullo schermo del futuro la tenace speranza d'Israele. Vuol essere sublime, poiché il tema l'esige, ma è solo enfatico e pedante, senza nemmeno l'asciutta densità gnomica che la sentenza rabbinica (madal) talora raggiunge (ad es. in Aboth, v.). Le continue «rivelazioni» in viaggi celesti o in confidenze angeliche emanano una falsa luce teatrale che talora abbaglia, ma non illumina né riscalda. La metafora e l'iperbole a getto continuo, che vorrebbero esprimere l'inesprimibile, accentuano l'atmosfera d'irrealtà in cui si ergono queste costruzioni fittizie.
Profezia sofisticata, finisce in caricatura della profezia. La gloria di Dio non è più la grandiosa epopea dell'universale salvezza; il Regno di Dio, rimpicciolito all'orizzonte giudaico, non è più presentato col lirismo profetico, ma con acrobazie trascendanti. Questi «veggenti», insensibili ai canoni estetici dell'ellenismo, non riescono a parlare di Dio e dei suoi disegni senza urtare e ferire la natura. Nei loro edifici senza architettura, tutto è fantasmagoria senza proporzioni, in cui l'orrido si sostituisce al tragico e il mostruoso al meraviglioso. Il bizzarro, che vorrebbe sovreccitare l'attenzione, impedisce la commozione. Ogni vero pathos è bandito dalla retorica, tutti alcuni capitoli, imitati da Dan., in cui l'angoscia e la passione patriottica fremono (in IV Esd., e altrove). Unica concretezza rimasta, e unico centro d'interesse, è infatti Israele. Lo stile apocalittico raggiunge sincerità di accenti solo quando esprime l'odio per le Genti, l'entusiasmo o la trepidazione per il popolo di Dio, l'adesione incollabile alla fede dei padri.
Queste opere macchinose e monotone, pesantemente aleggianti in aria irrespirabile come immani uccelli di epoche geologiche, lasciano l'impressione di uno sforzo nel vuoto, d'un volo d'incubo nel delirio d'un febbricitante. Unico loro pregio e giustificazione è che provengono da anime angosciate che fieramente e inflessibilmente affrontano l'oppressione aspettando e sperando, rivivendo l'adagio divenuto molla della loro fede: «in omnibus respice finem».
7. INFLUSSO
Benché M. Friedländer, W. Bousset, F. Perles, G. Hölscher, ritengano che le «apocalissi» ebbero larga diffusione e rispecchiano il corrente pensiero giudaico del tempo, non sembra abbiano avuto molta eco nelle masse giudaiche. Il giudaismo ufficiale del sec. 1 dovette essere loro sfavorevole. Non risulta però che tale letteratura sia stata allora proibita. I suoi fautori si limitavano, pare, a grame cerchie di «pii» (K. Kohler, B. M. Epstein, W. Baldensperger, M.-J. Lagrange, attribuiscono gran parte di questi scritti agli esseni); ma questi erano ferventi e rispettati. È quindi probabile che il titolo messianico «Figlio dell'uomo» (v.), adottato da Gesù e compresodal Sinedrio (Mt. 26, 64-66), fosse stato propagato dagli apocalittici, insieme ad altre formole e nozioni. La conoscenza delle «apocalissi» si andò estendendo, nel sec. 1, dai giudei ai cristiani.
Per lo più gli ebrei moderni (I. Elbogen, I. Abrahams, ecc.) seguiti da R. T. Herford e da G. F. Moore, negano ogni importanza, per la conoscenza dell'autentico giudaismo, alle «apocalissi»; ma J. Klausner le rivaluta asserendo che da esse dipende il «sogno» messianico di Gesù, qualificandole di «collegamento» tra il Vecchio Testamento e il Talmud. Oggi, peraltro, molti scattolici aggiudicano all'a. un influsso capitale sul cristianesimo: sarebbe stata la transizione e il legame tra l'ideale profetico e l'ideale cristiano, inteso come la risultante d'un lento processo evolutivo.
A. Sabatier, A. Loisy, A. Schweitzer, sostengono che il messianismo escatologico delle «apocalissi» dominava Gesù e gli apostoli; W. Baldensperger e S. Schechter, che preparò gli uomini alla religione interiore e al regno spirituale; R. H. Charles, che «fu il ponte tra il Vecchio e il Nuovo Testamento» e che s. Paolo e altri autori del Nuovo Testamento ne dipendono in punti fondamentali (dottrina morale, vita futura); A. Causse, che senza le «apocalissi» non si intendono le idee religiose del Vangelo. P. Batiffol chiama l'a. «specie di prolungamento e d'epilogo dei profeti canonici, e insieme prologo del Vangelo» (DB, I, col. 757); simile opinione ha A. Weiser (Einleitung in das Alte Test., Stoccarda 1939, p. 224).
Le idee del Nuovo Testamento che questi critici dicono attinte dalle apocalissi apocrife sarebbero: la distinzione delle due età (presente e futura), i dolori dell'epoca messianica, il giudizio finale (suono della tromba), il trionfo del Messia sulle potenze avverse, il pessimismo antropologico (infezione del genere umano in Adamo), la nozione del Cristo restauratore.
È certo invece che gli scritti del Nuovo Testamento non dipendono, né per le idee né per la forma, dall'a. giudaica; al contrario, certe affinità sono dovute a ritocchi cristiani (in Enoch, Testamenti dei XII Patr., Ascensione d'Isala, IV Esd., ecc.). Tolta la dipendenza letteraria di Ind. 14-15, non ricorre né nel Nuovo Testamento né presso antichi scrittori cristiani alcuna citazione o allusione dimostrata. B. Allo ammette, ma non senza esitazione, che l'Apocalisse di Giovanni suppone la conoscenza delle «apocalissi» anteriori.
Né può dirsi che l'a., tipicamente giudaica nella mentalità come nelle aspirazioni, abbia preparato le vie al Vangelo. Fiorisce nel giudaismo quando Gesù compare; molti, da B. H. Streeter a M. Dibelius (Johann der Täufer, in Rel. in Gesch. u. Gegenwart, 3 [1929], col. 317) e a J. Thomas, affermano che ad essa si riallaccia la predicazione del Battista. Ma l'a. ha piuttosto falsificato il Vecchio Testamento e, abbassando l'ideale messianico dei Profeti, ha ostruito le vie al Vangelo, ha predisposto i Giudei a respingere Gesù. Presentando un Messia che ridona ad Israele l'indipendenza politica e gli procura il dominio universale, l'a. accentuò il particolarismo nazionalistico e spinse Israele alla ribellione contro Cristo e contro Roma, quindi al disastro. Si possono, in «apocalissi» posteriori (IV Esd., Apoc. Baruch), ravvisare punte anticristiane. Perciò Gesù, che smaschera gli pseudoprofeti (Mt. 7, 15; 24, 11, 24), annunzia un «giudizio» di condanna e non di rivincita per Israele.
Già latente da secoli tra legalismo e profetismo, il conflitto era fatale tra rabbinismo e a., e portò alla scomparsa di questa. La diffidenza verso i sogni apocalittici aumenta dopo il 70, e, nonostante il ten-
tativo di riabilitazione di IV Esd. 14, il divieto diventa formale e reciso dopo il crollo nazionale del 135 (già Johanan ben Zakkai, in Genesi Rabbā', 44, poi Hağigāh, II, 1). Scomparso col Tempio l'ufficio sacerdotale, i dottori della legge, che avversano le nostalgie «profetiche», restano soli capi spirituali. Il giudaismo ortodosso era sulla via del talmudismo, con cui oggi si identifica.
Nonostante la proibizione della Miṣāḥ «di cercare di conoscere quattro cose: ciò che è in alto, ciò che è in basso, ciò che fu prima, ciò che sarà dopo» (Hağigāh, II, 1), alcuni giudei continuarono a indagare, in «rivelazioni» cosmicoseosofiche, il futuro e l'al di là. Ne provenne l'a. d'epoca tarda (sec. II-VI d. C.) a concezione rabbinica, ove la Legge e lo studio di essa è introdotta nell'empireo e diventa la beatitudine: Libro «ebreo» di Enoch, Rivelazioni di Giosuè ben Levi, Libro «ebreo» di Elia, Libro di Zorobabel, Guerre del Re Messia, Segreti di R. Simeon ben Johai, Preghiera di R. Simeon ben Johai, Midhrāš del dieci Re, Apocalisse persiana di Daniele. L'a. scorre anche in molti Midhrāšim, nei Targāmin dei Profeti e del Cant.; arricchendosi poi dei miti dello gnosticismo, Cabala (v.).
Innegabile è l'influsso dell'a. giudaica sugli scrittori cristiani di escatologia. Non l'«apocalisse» sinottica (Mt. 24; Mc. 13), millenarismo (v.) di Papia, Ippolito ed altri, ne dipende. Negli apocrifi cristiani e in Ippolito, Commodiano, Lattanzio (Divinae Iustitutiones, VII), abbondano i particolari escatologici, ritenuti certi, ma non contenuti nella Bibbia, e risalenti al più antico nucleo della tradizione apocalittica giudaica. Anche il genere ebbe imitatori cristiani fin dal sec. II, prescindendo dagli scritti del sincretismo gnostico (Pistis Sophia); ma l'a. cristiana (Pastore di Erma nelle «visioni» e «similitudini», Epistola Apostolorum, Apocalissi di Pietro, di Paolo, di Tommaso), consegue varietà di struttura, e, attraverso un simbolismo di solito trasparente, manifesta intendimenti didattici e preoccupazioni etico-parenetiche.
Lo schema apocalittico sopravvivere nel medioevo, spesso vivificato dalla fede e dall'arte: dalle tre Apocalissi di Giovanni e dalle due Apoc. della B. V. Maria, alla Navigatio sancti Brandani (sec. XI), che influì sulla trama della Divina Commedia, alle Mirabili Visioni di tante sante e santi, al Compendium Revelationum (1495) di G. Savonarola. Dante eccelle nel genere (p. es. Par. XXVII, 64-66; XXVIII, 16-139). Ma dopo El Purgatorio de s. Patricio e vari altri drammi teologici di Calderón (1600-81), il futuro e l'al di là si diluiscono nel «meraviglioso», semplice oggetto o pretesto d'arte. The Dream of Gerontius (1865), di J. H. Newman, è un capolavoro solitario.
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