ANTROPOMORFISMO BIBLICO

ANTROPOMORFISMO BIBLICO. - È la raffigurazione di Dio fatta nei libri sacri, specie del Vecchio Testamento, in «forma umana», o con organi del corpo o fenomeni della vita sensitiva (a. propriamente detto), o con attività, stati ed effetti della intelligenza e volontà umana (più propriamente «antropopatia»).

Le cause per cui si prestano a Dio sembianze o sentimenti umani, risalgono all'indole stessa della conoscenza, derivante dal concreto sensibile, e del relativo linguaggio umano, forzatamente analogico e figurato quando deve esprimere lo spirituale e il trascendente. Il genio particolare dei sentiti, poi, li porta ad esprimersi con vivida concretezza che talora rasenta la rozzezza; a tale carattere popolare è dovuta la preponderanza degli a. nel Pentateuco, che pur inculca il divieto di rappresentare Dio in forma materiale. Le teofanici, frequenti nei libri profetici, e lo stile poetico (Salmi), determinano ampio uso dello stile antropomorfico. Gli a., come risulta dal generale «contesto biblico», debbono intendersi come metafore o allegorie, e non in senso proprio materiale, quale propugnavano nel sec. IV gli antropomorfici o audiani.

È principio dell'ermeneutica cattolica che non indiscriminatamente la Scrittura attribuisce a Dio gli elementi della umana natura e le sue attività. Non viene mai attribuita a Dio, giusta l'inclinazione mitologica che si manifesta nei documenti religiosi degli altri popoli dell'antico Oriente, azione viziosa o malvagia passione. I sentimenti misti di perfezione e di imperfezione gli sono attribuiti solo per il lato positivo e secondo il concetto più formale ed eccellente: «Iddio ha solo senza invidia, s'irrita senza agitarsi, ha pietà senza sofferenza, si pente senza rammaricarsi d'alcun male, è paziente senza patire» (s. Agostino, De patientia, 1, 1; PL 40, 611). «Le ali di Dio significano dunque la sua protezione: le sue mani significano le sue operazioni, i suoi piedi la sua presenza, i suoi occhi la cura che ha di noi, il suo volto la cognizione che ci offre di sé medesimo: e tutto ciò che la S. Scrittura rammenta di analogo dev'essere inteso spiritualmente» (id., Epist. ad Fortunatianum, 148; PL 33, 628). Dante esprime bene le cause e la natura di tale procedimento letterario (cf. Paradiso, 4, 40-45).