ANTISEMITISMO. – Avversione al popolo giudaico, verificatasi nei tempi antichi e moderni, basata su motivi sociali più che religiosi. Il termine è molto improprio (dovrebbe dirsi «antiguidaismo»), anche perché gli ebrei sono tradizionalmente odiati dal maggior popolo semitico moderno, gli Arabi; coniato – pare – da W. Marr nel 1880 e diffusosi in Germania e in Austria sulla base di antitesi etnico-sociali, suole oggi significare l'ostilità agli ebrei, derivante da qualunque motivo. «La parola è nuova, ma la cosa è vecchia... Designa uno stato d'animo, una teoria socio-logica (conflitto di razze e lotta di classi), un partito politico, principalmente una legislazione» (S. Depolige, p. 6).
I. A. NEL MONDO ANTICO. – Il fenomeno dell'a. si è esteso dovunque i Giudei si sono stabiliti in comunità fra altri popoli. «L'ebraismo e l'odio degli ebrei hanno attraversato per secoli la storia come compagni inseparabili» (L. Pinsker, p. 29). Con la diaspora giudaica, dal sec. V a. C., comincia la «sempre presente questione» (D. Goldstein).
Il primo noto episodio di a. è narrato da Esther, sotto Assuero (Serse I). Alla fine dello stesso secolo un sollevamento popolare antigiudaico produsse il saccheggio, poi la distruzione del tempio d'Elefantina (dal 412 al 404 ca. a. C.), nell'alto Egitto, e l'uccisione della colonia ebraica col sommo sacerdote Jé-donia. Il mondo ellenistico avversò i Giudei, per il motivo già espresso in Esth. 3, 8, «quando vide che quella strana razza si estendeva su tutta la terra abi-tata, ma senza fondersi coi vari ambienti» (G. Ricciotti, p. 231). I testi degli scrittori greci e romani (raccolti da Th. Reinach) intorno ai Giudei manifestano un'antipatia in cui domina il disprezzo e la diffidenza dinanzi a un popolo che appare troppo diverso. «L'a. corrisponde all'esclusivismo ebraico» (E. Zolli, p. 32).
Dal sec. III al I a. C. gli scrittori ellenisti Manetone, Manesa di Patara, Posidonio d'Apamea, Apollonio Molone,
combattono i Giudei. Si rimprovera a questi l'esclusivo
smo (ἐμείξα), sia religioso (Ἐκατοῦ ἀ'Abdera, Strabone,
Varron, Dione Cassio, Petronio, Marziale; Plinio, Hist.
nat., XIII, 4, 46) gens contumelia numinum insignis;
Tacito, Hist., V, 4-8; Giovenale, Satira 6, 542-477, 14,
96-106), sia sociale e nazionale (Posidonio, Trogo Pompco,
Seneca, Persio, Tacito), per cui sono stimati contrae
teris mortalibus, inimici generis humani (Tacito), permi-
ciosa ceteris gens (Quintiliano, Inst. Orat., III, 7, 21).
Si formarono quindi leggende calunniose circa pratiche im-
morali e atroci dei Giudei; al tempo di Caligola gli assan-
drini Charemon, Apione (v.) le
diffondevano, e Filone doveva confutare queste accuse d'inu-
manità (ἐπανθρωπήσα). Già la rivalità economica si profila:
Trogo Pompeo denunzia le loro ricchezze. Contro le isole
chiuse e impenetrabili di questi orientali che urtavano il
senso classico e patriottico del mondo civile di allora, cresce-
va l'impopolarità; già per Cicerone (Pro Flacco, 28) «giudeo»
equivaleva a «turbolento», quasi a «sedizioso»; si ricor-
dava che nel 139 a. C. il pretore Hispalus aveva espulso
«Judaeos, qui Sabazii» (Sabath). Jovis cultu Romanos
inficere mores conati sunt (Valerio Massimo, I, 3, 2).
«I'orgoglio di razza ispirata ai Giudei sentimenti e at-
teggiamenti di odio, di disprezzo, di separazione, di cui
pagani risentivano vivamente l'ingiuria e a cui risponde-
vano con un antigiudiasmo abbastanza generale» (J. Bon-
sirven, Le Judaisme palestinien, I, Parigi 1934, p. 104).
Giulio Cesare fu amico dei Giudei, che alla sua
morte lo onorarono con lamenti funebri per più notti.
L'atteggiamento ufficiale, nell'Impero, fu loro general-
mente benevolo, anche perché molti ricchi Giudei
erano influenti alla corte. Ma il popolo li aborvia,
anche per i privilegi di cui godevano, tra cui l'escen-
zione dal servizio militare e da certi tributi, e per il
loro proselitismo tra gente altolocata.
Ad Alessandria furono spesso malmenati e ves-
sati, specie sotto il governatore d'Egitto A. Avillio
Flacco (32-37/38 d. C.; Filone, Contra Flaccum),
e Filone (Legatio ad Caium) diresse l'ambascieri
giudaica a Caligola (inverno 38/39). Claudio inviò
la lettera (rinvenuta nel 1924) agli Alessandrini
(a. 41) per ricondurli alla calma. A Roma furono
espulsi (400 deportati in Sardegna) sotto Tibrico
(19 d. C.), il cui ministro Seiano, che li odiava, lasciò
per dieci anni Ponzio Pilato a capo della Giudea.
Claudio, che ERODE AGRIPPA I (v.), era
loro favorevole, ma non seppe impedire una nuova
espulsione da Roma (Act. 18, 1-2) dei Giudei (che
erano ritornati sotto Caligola) «assidue tumultantes»
(Svetonio, Claud., 25, 4). Nerone li protesse; Vespa-
siano e Tito, dopo aver debellato la rivolta giudaica
(66-70), non incredulirono, bensì l'ultimo Flavio,
Domiziano, che, coi successori Traiano e Adriano,
rimase in esecrazione nei libri rabbinici come per-
secutore.
L'ostilità antigiudaica era dunque diffusa nel mon-
do molto prima della Crocifissione. I pagani rimasero
antigiudei, da Giustino e Plutarco (De superstitione) ad
Ammiano Marcellino e Rutilio Namaziano (sec. IV);
questi rimprovera a Pompeo e a Tito di aver conqui-
stato la Giudea, e conclude: «Latius excisae pestis
contagia serpunt-Victoresque suos nati victa premit»
(Itinerarium, V, 385 sg.).
2. A. NEL MONDO CRISTIANO. — I cristiani, memori
del precetto della carità, non ebbero a riguardo degli
ebrei alcun pregiudizio sociale di nazione o di razza;
opposero anzi l'universalismo evangelico-paolino al loro
particolarismo. Ma, dopo il Calvario, l'odio giudaico
contro i cristiani era molto attivo, come attestano,
oltre i libri sacri del Nuovo Testamento (I Thess.
2, 15-16; B. Allo, L'Apocalypse, Parigi 1921, p. IV:
«Les ennemis les plus actuels sont encore les Juifs»),
il Martyrium Polycarpi 12, 2; 13, 1; 17, 18; Ad
Diognetum 5, 17; Giustino, I Apol., 31, 36; C. Tryph.
16, 95. 110 (a nessun cristiano voi lasciate la vita).
133; onde Tertulliano, Scorpio, 10 (cf. Apol. 7),
chiama le sinagoghe giudaiche «fontes persecutionum».
Nel 32c. 11 (a giudaismo conservava l'antico atteggia-
mento d'inimicizia, mentre d'altra parte la sua dottrina
e le sue usanze penetravano qua e là nella cerchia
cristiana, rendendo necessaria un'attività di difesa e di
chiarificazione» (B. Altaner, Patrologia, trad. it., Torino
1940, p. 66). Perciò fin dal sec. I era messa in ri-
lievo la riprovazione divina d'Israele (Epist. Barnabae
4, 6-8; 14, 1-4; ecc.). Verso il 200 le Omelie Clementine
IV, 6: PG 2, 161, lodano Apione alessandrino per
aver difeso la cultura ellenica contro «l'empietà giu-
daica». La polmica antigiudaica dei Padri (bene
esposta da F. Vernet e da A. L. Williams) fu continua,
da s. Giustino al prete Evagrio in Gallia (430).
Origene, s. Efrem, s. Gregorio Nazianzeno, s. Giovanni
Crisostomo, s. Girolamo (In Isaiam 2, 8), si lamentano di
persecuzioni e oltraggi da parte dei Giudei. Al tempo di s.
Ambrogio «la ricchezza e il proselitismo degli ebrei pro-
vocavano, un po' dovunque, rappresenta antisemite» (A.
Paredi, S. Ambrogio, Milano 1940, p. 377); incendiata dal
popolo la sinagoga di Callinico sull'Eufrate, Teodosio I
ordinò al vescovo di Callinico di riedificarla; ma Am-
brogio (Epist. 40-41 a Teodosio, a Marcellina) costrinse
l'imperatore a concedere l'impunità a tutti. La sinagoga
di Roma fu incendiata verso il 395. Agostino li accusa
(Sermo 62, 17-18) di istigare pagani ed eretici contro i
cattolici, e parla spesso della diffidenza dei cristiani verso
i Giudei (ad es. Contra adversarios legis et prophet.: PL
42, 600 sgg.). Nel 415 il patriarca s. Cirillo non si oppose
alla loro espulsione da Alessandria. Teodosio II soppresse
le scuole rabbiniche palestinesi (425). Sotto i Goti si at-
tribuirono le atrocità degli ultimi anni di Teodorico ai
Giudei (A. Amelli, Cassioloro e la Volgata, Grottaferrata
1917, p. 14 sg.). Nel 521 si riaccresero in Roma le perse-
cuzioni contro i Giudei, che ricorsero ad Aligero, legato
di Teodorico.
Le leggi restrittive, emanate da Teodosio II (tra il
425 e il 439) e da Giustiniano (Novella n. 146 del 553;
Codice I, 8: De iudaeis et coeliciis), rimasero in vigore
nelle nazioni cristiane fino ai tempi moderni.
Nel medioevo, come sempre, la Chiesa, badando
solo ai principi morali e religiosi, proteggeva aperta-
mente gli ebrei contro le persecuzioni, ma proibiva
che esercitassero influsso nella società cristiana; «ha
impedito, per quanto ha potuto, che si usasse loro
violenza; ha impedito, per quanto ha potuto, che si
confidasse in essi» (M. Landrieux, p. 86). Il III Con-
cilio di Toledo (589) proibì loro ogni carica pubblica
e il possesso di schiavi cristiani, decretando la confisca
dei beni dei convertiti che tornassero al giudaismo; il
VI Concilio di Toledo (633) presieduto da s. Isidoro
di Siviglia, confermò ciò, ma biasimò il re Sisebut che
forzava i Giudei a farsi cristiani; il X (656) e il XVII
(694) aumentarono i rigori. Paolo Alvaro (m. nell'861)
resta in questa linea.
In Oriente s. Massimo il Confessore (580-662) e s. Giö-
vanni Damasceno (670-749), in Occidente s. Gregorio di
Tours (520-93) e Raterio di Verona (896-974) denunziavano
gravi pericoli provenienti dagli ebrei. I vescovi di Lione
Amulo (Contra Iudaeos ad Carolum regem: PL 116, 141-
184, nell'846, chiede a Carlo il Calvo di applicare le
leggi del Concilio di Meaux dell'846) e soprattutto il suo
predecessore Agobardo (m. nell'840) si opposero alla cre-
scente influenza ebraica; questi mandò all'imperatore Lu-
dovico il Pio quattro dotti scritti in questo senso (il De
Iudaticis superstitionibus fu redatto con altri vescovi) e a
Nebridio vescovo di Narbona il De cavendo convictu et
societate iudacia (PL 104, 9-353). Ma dopo vari gravi de-
litti a danno degli ebrei (nella prima crociata [1096], strati
di ebrei a Colonia, Spira e Magonza; nel 1147 il monaco Radulfo cecita il popolo di Magonza a massacrare gli ebrei, e questi sono uccisi dai crociati in partenza a Carrentan e altrove), s. Bernardo (Epist. 323 all'arcivescovo Enrico di Magonza, Epist. 363 ad clerum et populum Galliae orientalis) insorse condannando questi metodi feroci, raccomandando di convertire i Giudei, ma di non ucciderli.
Purtroppo le crudeltà continuarono, e Innocenzo IV pubblicò due bolle (all'arcivescovo di Vienna in Francia, 28 maggio 1247; agli arcivescovi e vescovi di Germania, 5 luglio 1247) per proibire che si infierisse contro gli ebrei non dei delitti personali. Intanto a Parigi (1244), a Tolosa (1248) e altrove si bruciavano i libri talmudici.
Il Diritto Canonico proibiva (Decretali di Gregorio IX, I, V, tit. vi, capp. 1-18), che gli ebrei esercitassero pubblici uffici, che tenessero servizi cristiani, che costruissero nuove sinagoghe; imponeva loro di portare un vestito o contrassegno speciale. Ma prescrivere altresi: «Principes saeculares excommunicari debent, qui Iudaeos baptizatos suis bonis spoliare praesumunt» (cap. 5) e: «Iudaei inviti non sunt baptizandi, nec ad hoc cogendi, vel in suis festivitatibus molestandi, nec ipsorum coemeteria violanda» (cap. 9).
Dal sec. XII si va progressivamente aggravando la legislazione anti-gudica. Gli ebrei sono, secondo il diritto pubblico civile, «perpetuae servituti addicti».
In Francia, s. Luigi IX (Ordonnance di Melun, dic. 1230, art. 2) sancì le disposizioni di Filippo Augusto e di Luigi VIII: gli ebrei erano considerati servi della gleba, e non potevano spostarsi. S. Tommaso, De requimine Iudaeorum ad comitissam Flandriae (o ad Duessam Brabantiae), verso il 1270, ammette queste leggi, ma le interpreta nel modo più benigno.
Le passioni e gli egoismi però prevalevano; Edoardo I espulse gli ebrei dall'Inghilterra (1290), ove potranno rientrare, ma a stento e isolatamente, solo sotto Cromwell (1653). Le cronache del tempo registrano uccisioni in massa di ebrei a Fulda, Magonza, Monaco, Oberwesel, Boppard, Coblenza e in Turingia (MGH, Scriptores, XV, 31; XVII, 77, 255; XVIII, 415; XXV, 717); simili stragi furono frequenti in Spagna dal 1390 al 1473. Tommaso di Caimpre, poi Pietro di Blois (Contra perfidos Iudaeos), Bertoldo da Ratisbona, s. Vincenzo Ferreri presentano al popolo i pericoli della convivenza giudaica. Il popolo si difendeva dalle sette da cui si sentiva minacciato (ad es. i catari) col linciaggio, considerandole un pericolo sociale tanto più grave quanto più erano chiuse in sé, segrete e inafferrabili; quest'uso barbaro (Lex Visigothorum, nov. tit. II) fu energicamente riprovato dalla Chiesa. Niccolò V (Bolla del 2 nov. 1447) condanna i moti antigiudicati di Spagna; Paolo III (Bolla del 12 maggio 1540) quelli di Ungheria, Boemia e Polonia.
Il papato fu un potere essenzialmente moderatore, come appare fin dalla Bolla d'Innocenzo III Licet perfidia iudaeorum (15 sett. 1109; Bullarium Romanum, III, Torino 1858, pp. 330-31), e da varie lettere in cui raccomanda di reprimere la loro «insolenza» ma proibisce di vessarsi solo perché ebrei (PL 214, 864 sg.; 215, 501 sg., 617 sg., 694 sg.). Ma la società laica diede il più miserando spettacolo d'intelligenza, d'incoerenza, d'umanità, fatte poche ed occasionali eccezioni... Mentre le masse brutali non sapevano che gettarsi sulle sinagoghe e sui ghetti mettendoli a fuoco e a sangue quando qualche più grave provocazione veniva da un centro israelitico o quando il disagio economico s'insapiva troppo, i poteri costituiti, grossi e piccoli, signoriali o comunalisti, ondeggiavano tra espulsioni in massa, con completa impreparazione dell'ambiente economico cui bruscamente si sottraeva il mercato finanziario ebraico, e le più imprevedenti transazioni col ghetto, più padrone che mai della situazione economica. C'è in tutto ciò l'imprevedenza e l'impulsività propria del barbaro» (U. Benigni, p. 108). «La politica ebraica del mondo medievale, tanto dei governi quanto delle masse, è qualche volta un delitto, è quasi sempre uno sbaglio colossale... nonostante le insistenze dell'autorità ecclesiastica per una politica tanto più avveduta quanto più umana» (id., p. 113).
La questione giudaica presentava, nel medioevo, un aspetto economico importantissimo, a causa della concentrazione del commercio del danaro nelle mani d'Israele» (S. Deploige, pp. 34-48). Tra ebrei e non ebrei fu una continua altalena di reciproche rappresaglie. Filippo II Bello e Luigi X aggravano la condizione degli ebrei in Francia, donde Carlo VI li espelle definitivamente il 17 sett. 1394. Il medioevo si chiude con l'espulsione dalla Spagna (1492) e dai territori dipendenti (Sardegna) dei Giudei, che debbono consegnare tutte le loro ricchezze. Giovanni II di Portogallo li accoglie nel suo regno, donde poi Ermunel I li caccia (1496). Nel 1510 sono espulsi dal regno di Napoli; ma il medico «mastro Leone» (v. ABRABANEL (ABRAVANEL)) ottiene dal viceré che fra Francesco de l'Angelina non più predicasse «contra zudei». Cosimo I Medici li espelle dalla Toscana (ott. 1541), s. Pio V dallo Stato Pontificio eccettuato Roma e Ancona (1569); verso il 1650 li espelle il Brasile.
I Papi difendono i cristiani contro lo strozzinaggio giudaico (Conc. Lateranense IV, cap. 67: «Brevi tempore christianorum exhauriant facultates») incoraggiando i Monti di pietà, promossi nel sec. XV dai francescani beato Bernardino da Feltre, s. Giacomo della Marca, Michele da Milano; raccomandano di evitare gli ebrei, ma proibiscono di maltrattarli; anzi vietano ai predicatori di occuparsi troppo di loro (Marlino V, Bolla del 3 febbr. 1429). Però quando Giov. Reuchlin loda i libri giudaici, il suo Augenspiegel (1511) è condannato da Leone X come «pericoloso, sospetto, pieno di parzialità per gli ebrei» (1520). Giulio III fra bruciare il Talmud (1554), e Paolo IV (Bolla del 14 luglio 1555) ne ordina l'annientamento: a Cremona l'ebreo convertito Sisto da Siena ne distrugge gran numero di esemplari, e così Salomone Romano dal 1552 al 1558) a Roma e nelle Marche. Misure di rigore adottò anche Clemente VIII (1593).
I Papi si lamentano degli ebrei, da Gregorio IX, deplorante che, «ingrati gratiac e benfeciorum obliti», si sono resi insopportabili (Bolla del 5 marzo 1233) ai vescovi tedeschi: Bull. Romanum, III, Torino 1858, p. 479), a s. Pio V (Bolla Hebraeorum gens 26 febbr. 1569): «Cognitum satis et exploratum habemus quam indigne Christi nomen haec perversa progenies ferat, quam infesta sit omnibus qui hoc nomine censetur» (Bull. Romanum, VII, Torino 1862, p. 740). I pericoli per i cristiani sono enumerati da J. Balmes, Il protestantesimo paragonato col Cattolicismo nelle sue relazioni con la civiltà europea, trad. II. A. Orioli, 2a ed., Napoli 1849, I, pp. 217-20; II, pp. 231-42, 301-10. Cf. G. Fabiani, Gli Ebrei e il Monte di pietà in Ascoli Piceno, Ascoli 1942.
Il ghetto obbligatorio, iniziato nel 1412, si diffuse; a Roma rimase fino al 1870 (L. Wirth, The Ghetto, Chicago 1928). Le leggi che vietavano agli ebrei intimi rapporti coi cristiani erano nell'interesse di ambo le parti. L'ebreo J. Darmesteter (Essais orientaux, Parigi 1883, pp. 262-70) osa tuttavia affermare: «L'odio del popolo contro il giudeo è opera della Chiesa», e prosegue: «Eppure solo la Chiesa nel medioevo proteggeva l'ebreo... Si è che essa ha, nello stesso tempo, bisogno dell'ebreo, e paura di lui», (cit. da U. Benigni, p. 102, n. 1). Questa tesi che la Chiesa è responsabile delle ingiustizie sofferte dagli ebrei è assai diffusa tra gli ebrei moderni (H. Graetz, Th. Reinach, I. Loeb, Bernard-Lazare, fino a A. Spire, Quelques Juifs et demi-Juifs, II, Parigi 1928, p. 183), e la massoneria denunzia l'a. come una «manovra cle-
ricale» (P. Nourrisson, *Le Club des Jacobins sous la 3me République*, Parigi 1900, p. 13). Eppure dovrebbero ricordare che l'odio antigiuadico esisteva prima della Chiesa ed esiste fuori della Chiesa (D. Goldstein, p. XII : «The anti-Semitic spirit has never been absent where Jews abide»). Roma papale fu sempre ospitale agli ebrei, e così Avignone papale, come ben dimostra C. F. Heman in *Reelence. für prot. Theol. u. Kirche*, IX (1901), pp. 500-502, mentre è ingiusto il severo giudizio di G. J. Hoogewerff, *Felix Roma*, Zutphen 1928.
3. A. NEL MONDO MODERNO. – L'emancipazione civile degli ebrei, iniziata con l'editto di tolleranza di Giuseppe II (1782), fu promulgata dalla Rivoluzione Francese. «T'concedo con la politica di tutto il medioevo cristiano, la Rivoluzione Francese ha risolto la questione giudaica con la libertà, cioè negandone, praticamente, l'esistenza» (S. Delpoige, p. 50). L'abbé Grégoire, il 27 sett. 1791, fece votare all'Assemblea Costituente la loro piena uguaglianza di diritti civili. Ma l'emancipazione non fece diminuire l'odio antigiuadico. Anzi, da H. Heine a I. Zangwill, a L. Pinsker e Th. Herzl, ebrei rappresentativi hanno deplorato il contrario. Causa di ciò fu l'aucursi del senso nazionale in molta parte d'Europa, e la reazione, fra cattolici e protestanti, contro il liberalismo e il materialismo. «L'emancipazione giudaica amplificò la propaganda delle teorie rivoluzionarie» (R. Lambelin, in DFC, IV [1920], col. 1015); il gran rabbino J. Weill proclamò: «Le Messie, c'est le triomphe de la Justice, le règne de la Liberté et de la Fraternité. Ce règne a commencé avec la Révolution Française» (cit. da P. Loevengard, *La splendeur catholique*, Parigi 1910, p. 99). «L'a., poi, è uno dei modi con cui si manifesta il principio di nazionalità» (Bernard-Lazare, *L'Antisémitisme*, II, p. 137). L'a. è anzi un prodotto del sec. XIX, in quanto sistema dottrinale tendente a giustificare scientificamente, all'infuori di considerazioni religiose (rimaste solo presso i popoli islamici e i russi «ortodossi»), l'avversione tradizionale. Sorse una «Weltanschauung» antisemitica nel mondo slavo e tedesco, dove i contatti con gli ebrei erano più larghi e le crisi sociali più frequenti. Leggi internazionali imponere l'uguaglianza civile tra ebrei e altri cittadini (Trattato di Berlino 1878, art. 44); ma, in pratica, Russia, Romania, Ungheria, Polonia, le applicarono solo in parte.
La Chiesa russa dissidente, al tempo degli zari, fomentava un a. teologico: il popolo giudaico incarnerebbe il male, le potenze sataniche, contro cui si scatenava il cieco e brutale *pogrom* (russo : «devastazione»), dal 1882 fino al più feroce del 1905. Il sorgere del panslavismo rafforzò tale a. con motivi politico-sociali, ritenendosi il giudaismo ispiratore di demonstrazione anarchica, e di capitalismo e d'industrialismo meccanico.
In Germania, col sorgere del nazionalismo tedesco in contrasto con l'ideologia rivoluzionaria, si basò l'a. sul concetto di razza, già con J. G. Fichte (cf. E. L. Schaub, *Fichte und Anti-Semitism*, in *The Philosophical Review*, 1940, pp. 37-52), con F. Rühs e J. F. Fries (Berlino 1816), poi con H. H. E. Paulus (1830), K. Streckfuss (1843), Br. Bauer (Die Judenfrage, Braunschweig 1843), H. Wagener (1857); soprattutto E. Renan (Histoire générale et système des langages sémitiques, Parigi 1855; *Le Judaïsme comme race et comme religion*, 1883) forni armi a questa «scienza» razzista. Negli anni di entusiasmo nazionalistico seguito alle vittorie del 1866-70, e nella grave crisi economica del 1873, l'a. si rafforzò (O. Glagau, H. von Scharff-Scharffenstein, M. Busch, principalmente Wilhelm Marr, H. von Treitschke, Paul de Lagarde, Ad. Wahrmund). Le teorie del conte de Gobineau, di H. St. Chamberlin, di O. Weininger, esaltanti la razza ariana, gli furono propizie. Anche in Austria (e Boemia) l'a. si diffuse molto tra il 1875 e il 1900.
Precorso da G. F. Daumer (m. nel 1875), si sviluppò l'a. dei «cristiani sociali»: in Germania col giornale cattolico *Germania* e col luterano Ad. Stöcker (Das moderne Judentum in Deutschland, besonders in Berlin, Berlino 1880; suo seguace E. Böhme, *Berliner Briefe*, Hagen 1902), predicatore di corte a Berlino; in Austria con i cattolici G. von Schönerer (col giornale *Deutsches Volksblatt*), K. Lueger borgomastro di Vienna principe Alois di Lichtenstein. L'escegata A. Rohling lo rafforzò con cruditi scrittati antirabbinici, *Der Talmudjude* (Münster 1871, 7a ed. 1924, trad. franc. accresciuta di M. de Lamarque, *Le Juif talmudiste*, Parigi 1888) e vari altri (ultimo *Das Judentum*, 1903), sostenendo polemiche per oltre 30 anni, anche contro Franz Delitzsch e H. L. Strack. Dopo la caduta di Bismarck (1890), l'a. crebbe ancora nonostante alcune proibizioni ufficiali (a Vienna, nel luglio 1896, sequestro degli opuscoli di Franz Deckert, *Pater Noster* e *Credo*). Il processo Biclis per omicidio rituale (1913-14) alimentò l'ostilità antigiuadica.
Si fece intanto strada un nefasto a. pagano con K. Eugen Dühring (da cui prese molto H. St. Chamberlain), *Judenfrage als Frage der Rassenhändlichkeit*, 1881; *Der Ersatz der Religion durch Vollkommenes und die Ausscheidung alles Judentums durch den modernen Völkergeist*, Karlsruhe 1883, 2a ed. 1906 (cf. A. M. Weiss, *Riforme della religione*, trad. ital., Firenze 1905, pp. 19-27).
Di questa corrente, mitigandone qualche lato blasfemo, divenne il grande teorico Th. Fritsch (*Antisemitischer Catechismus*, 1893; *Der falsche Gott*, 1911; *Die Rechtfertigung des Antisemitismus*, 2a ed. Monaco 1924; *Handbuch der Judenfrage*, 33a ed. 1933). I «Deutsche Christen» di tale tendenza giungono a vituperare, come un tempo Marcione e i manichei, i libri sacri del Vecchio Testamento (cf. H. Kaupe, *Die antisemitische Bekämpfung des A. T.*, 1932). Le stravaganze intorno alla nobiltà «ariana» diventavano, in mano di alcuni empi, armi contro la religione cristiana.
Dal 1919, per opera del partito *deutsch-völkisch* (populista) l'a. si estese in Germania, ove la disfatta e il caos furono attribuiti a fattori giudici (A. Hitler li accusa nel *Mein Kampf*, Monaco 1925, oltre 300 volte). Mentre anche la stampa cattolica del dopoguerra 1919-24 protestava contro l'operato di vari ebrei (*Reichspost*, *Das neue Reich*, *Schönerer Zukunft*), l'a. dava origine a forme sempre più assurde e funeste: un nuovo Dühring, A. Steiger (*Die neudeutsche Herde im Kampfe gegen Christen und Juden*, 1924) fondava il «neo-paganesimo» tedesco, e sorgevano altre sintesi di deliri razziali, come la religione occultista fondata (1924) dall'ex-cistercense Jörg Lanz von Liebenfels e da H. Reichstein («ariosophia»), poi la «religione del sangue» di E. Ludendorff e sua moglie Matilde.
Questa bellicosa coppia fondò a Monaco una casa editrice che combatteva la Bibbia. Cf. O. Eissfeldt, E. Kloßermann, F. K. Schumann, *Die Zuverlässigkeit der Bibel*, ein *Gutachten über die neuesten Angriffe über sie*, in *Theol. Studien u. Krit.*, 107 (1936), pp. 354-70; E. Aland, *Wer fälscht? Die Entstehung der Bibel*, Berlino 1936; H. von Soden, *Hat Ludendorff Recht?*, Marburg 1936; H. Straßmann, *Saladin-Ludendorff in Kampf gegen die Bibel*, Essen 1936; K. Pieper, *Ludendorff und die Hl. Schrift: Antwort*,
Monaco 1937. Pur non giungendo agli eccessi dei neo-pagan, alcuni cattolici ammiserò un a. che talora si concludeva in antigessitismo (J. A. Kofler, Katholische Kirche und Judentum, 1929).
Il nazionalsocialismo sancì l'a., introducendo nel suo programma, e volle giustificare l'odio antiguidato con due argomenti: 1) l'inferiorità della razza ebraica, formulata da F. K. Günther (Rassenkunde des jüdischen Volkes, Monaco 1919, 16a ed. 1933) come una mescolanza di razze secondo due tipi principali (giudismo orientale, mescolanza asiatico-mongolico-nordico-hamitico-negroide; e giudismo meridionale, mescolanza di simili elementi in ordine diverso); 2) il pericolo etico dell'organizzazione sociale capitalistica e della spinta anarchico-sovversiva, che deriverebbe dagli ebrei (su ciò insiste A. Rosenberg, Der Mythus des XX. Jahrhunderts, Monaco 1930, posto all'Indice nel 1934: allontanandosi dalla considerazione puramente biologica, considera il giudismo come un « tipo spirituale » disgregatore; meccanicistico-edonistico in morale, liberistico-comunistico in politica, razionalistico-atticistico in linea religiosa); a ciò aggiunge motivi social-economici e storico-nazionali. Due caratteristiche opere del genere sono: G. Feder, Die Juden, 4a ed., Monaco 1933; F. O. H. Schulz, Jude und Arbeiter. Ein Abschnitt aus der Tragödie des deutschen Volkes, Berlino 1934. Questa teoria assurda e iniqua fu chiaramente condannata dalla Chiesa (Pio XI e Pio XII in molti discorsi contro l'odio e la violenza, e sul rispetto dovuto alla personalità umana). Numerose stragi di ebrei innocenti e pacifici ne sono state il mostruoso effetto durante la guerra 1939-45.
Nell'Italia moderna l'a. non è mai esistito. Ma, mentre le contese internazionali favorivano gli eccessi ideologici, il governo fascista, nel 1938, pose, ad imitazione di quello nazionalsocialista, la questione di « razza » che diede luogo alle leggi restrittive sugli ebrei (R. D. L. 17 nov. 1938). Fra queste era il divieto di matrimonio (anche per ebrei convertiti) con « ariani », che Pio XI condannò come « vulnus » inferto al Concordato tra Chiesa e Stato del 1929. Le riviste La difesa della razza e La vita italiana, i quotidiani Regime Fascista e Tevere, ripeterono a sazietà luoghi comuni antiguidaci, ma non influirono sulla mentalità italiana, generalmente equilibrata. Durante la guerra 1940-45, le autorità italiane d'occupazione protegevano in Francia gli ebrei contro i rigori dei governi tedesco e francese di Vichy (L. Poliakov, La condition des Juifs en France sous l'occupation italienne, Parigi 1946).
Molto più acceso era stato l'a. francese tra il 1880 e il 1914. L'anticlericalismo del governo della Terza Repubblica, gli scandali del fallimento della banca « Union générale » (1882), della compagnia del Canale di Panama, indussero molti cattolici a denunciare gli ebrei come causa di tanti mali (E. A. Chabauty, Les Juifs, Parigi 1882; Gougenot des Mousseaux, Le Juif, le judaïsme et la judaïsation des peuples chrétiens, Parigi 1869, 2a ed. 1886; Léon Bloy, Le salut par les Juifs, ivi 1892); il più irruente fu Ed. Drumont (La France juive, 2 voll., Parigi 1885) nel giornale La libre parole, che fondò a Parigi nel 1893. L'affare Dreyfus (1897-1902) diede luogo a violente polemiche antiguidacie, cui partecipò La Croix di Parigi. Come suole avvenire, la ritorsione fu ai danni della cristianità: dalla grande crisi nazionale che fu l'a. affaire vennero fuori le leggi anticlericali 1903-1908 (J. Brugerette, Le prêtre français et la société contemporaine, II, Parigi 1935, pp. 415-524). La mentalità di diffidenza antiguidacie di molti cattolici « di destra », come P. Bourget, A. Monniot, A. Retté, G. Bernanos, Ph. Henriot, X. Vallat, si riscontra in Gabriel Malglaive, Juif ou Français, Vichy 1942, invocante « leggi di difesa » senza che gli ebrei siano perseguitati o umiliati. Gli ebrei accusano il governo di Vichy di averli crudelmente perseguitati (J. Weill, Contribution à l'histoire des camps d'internement dans l'Anti-France, Parigi 1946).
In Romania, già il massimo poeta nazionale Michel Eminescu dal 1877 combatteva gli ebrei; i proff. Tura e Iorga fondarono l'Alianța antisemitică universala (1895); C. Z. Codreanu organizò nel 1927 la « Legione dell'Arcangelo Michele » e A. C. Cuza (1922) la « Lega di difesa razionale cristiana »; anche del giornale Pomona Vremii e della « Guardia di ferro » di Codreanu l'a. era un fondamento; vi aderivano il principe Cantacuzeno e O. Goga, con gran parte del clero « ortodosso ». Le leggi restrittive del Maresciallo Antonescu (9 ag., 3 e 14 ott. 1940) furono salutate come un gesto di patriottismo.
Le stesse letterature europee furono avverse agli ebrei: l'inglese, in particolare, da Shakespeare (il cui Mercante di Venezia, con la satanica figura di Shylock, è stato tolto dai programmi in molte scuole pubbliche degli Stati Uniti per le proteste della Jewish Anti-Defamation League) fino a G. Byron e a C. Dickens (M. F. Modder, The Jew in the Literature of England. To the End of the 19th Century, Filadelfia 1939). Per la letteratura francese, cf. I. Schapira, Der Antisemitismus in der französischen Literatur, Berlino 1927, e J. Kaplan, Témoignages sur Israël dans la littérature française, Parigi 1938.
4. A. E MORALE CATTOLICA. — L'a., in quanto implicata odio e fomenta, o anche solo giustifica, la violenza, è contrario alla morale cristiana, e comporta gravi pericoli per la fede (errori dell'ineguaglianza di razze, disprezzo del Vecchio Testamento), che molte forme di esso rigettano. La Chiesa perciò condanna « odium illud quod vulgo « antisemitismi » nomine nunc significari solet" (Decretum S. Officii, 25 marzo 1928: AAS, 20 [1928], p. 104). Religione d'amore, il cristianesimo proibisce che si danneggi o si vilipendia qualunque uomo, anche a chi si ritenesse da esso leso o offeso. Tanto meno autorizza che si perseguiti in blocco un popolo o una stirpe, perché in tal modo si viola, oltre la carità, la giustizia dovuta a moltissimi innocenti; le masse, come tali, non possono mai giudicarsi responsabili. Il rispetto assoluto di ogni personalità umana, sacra ed inviolabile, è alla base della convivenza sociale e internazionale.
« La giustizia e la carità non escludono la prudente e moderata difesa » (Civ. Catt., [1945, 11], p. 274; cf. [1937, 11], pp. 418, 497; [1938, 11], p. 76; [1938, 11], p. 146; [1938, 11], p. 3). Non è a parlare di difetti o pericoli del giudiasmo (D. Goldstein, pp. 118-20). Chi ritiene che gli ebrei sono a capo della massoneria (Civ. Catt., 13a serie, 12 [1888, 11], pp. 320-32; H. Delassus, Il problema dell'ora presente, trad. ital., I, Roma 1907, pp. 630-59; La Massoneria [Civ. Catt.], Roma 1920, pp. 43-45; H. Belloc, trad. ital., p. 20; D. Goldstein, pp. 96-99; L. de Poncinis) e del bolscevismo (H. Belloc, pp. 28-39; L. Massoutié, Judaïsme et Mavisme, Parigi 1939; G. Manacorda, Il bolscevismo, 4a ed., Firenze 1942, p. 84 sq.) non può però, senza grave ingiustizia, accusare tutti. Chi condanna un sistema o un'organizzazione non può odiare le persone che vi aderiscono. Si può anche rilevare che « in linea di fatto gli ebrei hanno nel loro complesso oggi, nel mondo occupato dalla razza bianca, un potere del tutto eccessivo » (H. Belloc, p. 148; E. Eberlin, p. 31 sq.). Ma la risposta è ovvia: « Se un uomo non può tollerare il contrasto tra la razza ebrea e la nostra, ovvero considera questa razza in possesso di energie che invariabilmente lo sconfiggono nelle competizioni commerciali, allora si astenga dallo strin-
gere qualsiasi alleanza con ebrei. È il sistema più semplice. Ma l'immischiarsi nell'attività commerciale ebrea per poi
sdegnarsi dinanzi ai risultati è cosa indegna» (H. Belloc,
p. 107). Il cattolico però non può, per questione di sangue
o di razza, schivare gli ebrei rigenerati dal Battesimo, ma
li deve fraternamente abbracciare. È quanto agli altri, non
vi può essere difesa morale e religiosa se non sulla base di
comprensione e d'amore.
Solo su queste basi, escludendo ogni odio per le per-
sone, è lecito un a. nel campo delle idee volto alla vigile
tutela del patrimonio, religioso-morale e sociale, della cristia-
nità (G. Gundlach, s. V. in LThK, I, col. 504 sg.). Tale è
l'atteggiamento di s. Tommaso: «Nessuna ostilità, bensì
misure difensive; libertà per gli ebrei, ma protezione per
i cristiani» (S. Deploige, pp. 7, 14-23, 49-51). Quindi può
ritenersi giusta, p. es., la legge ungherese del 1926 che fissa
al massimo del 6,20/10 la quota di studenti ebrei presso le
università (P. Delattre, L'organisation cathol. des univers. en
Hougrie, in Messager du Cœur de Jésus, 69(1920), pp. 203-300).
La Chiesa Cattolica, pur imponendo il rispetto
degli ebrei, a prevenire pericoli e malintesi raccomandata
ai cristiani di non uscire dalla loro millenaria tradizione
di cautela; «sia nel dominio della fede sia nel dominio
della vita interiore, le differenze tra le due religioni
sono tali che non vi è posto per una compenetrazione
reciproca» (L. Escoula, p. 73; cf. J. Bonsivien, in
Etudes 209 [1931, iv], p. 69). Il S. Offizio condannò
quindi (25 marzo 1928) l'associazione degli «Amici
d'Israele» perchè questa «rationem agendi invisse
ac loquendi a sensu Ecclesiae, a mente ss. Patrum
et ab ipsa sacra Liturgia abhorrentem» (AAS,
20 [1928], p. 104). Gli ebrei più obiettivi giustificano
tale ritegno dei cattolici (L. Pinsker, Th. Herzl, B.
Lazare, E. Eberlin), che non ha nulla di comune con
lo sprezzante «a. di società», diffuso dalla Polonia agli
Stati Uniti, che tende ad escludere l'ebreo, convertito
o no, dalle scuole superiori, da certi clubs o ammini-
strazioni (A. Siegfried, Les Etats-Unis d'aujourd'hui,
Parigi 1927, p. 25 sg.).
È da augurarsi che l'odio antisemita scompaia; ma
è da temersi che rimarrà, latente o irruente, finché
non sarà composta la «questione ebraica» di cui stu-
diosi e politici, ebrei come cristiani, propongono in-
gegnose soluzioni, purtroppo discordanti (assimilazio-
ne, territorio nazionale o «sionismo», protezione in-
ternazionale delle minoranze). Intanto gli ebrei A. L.
Sacher (A History of Jews, 1930, p. 335) ed E. Ovazza
dichiarano che il sionismo nazionalista dà ragione agli
antisemiti. «L'a. sorto dopo l'emancipazione è defi-
nitivo», scriveva Th. Herzl al gran rabbino Güdemann.
La soluzione dovrà venire dal trionfo della fratellanza
cristiana nel mondo, per cui si eviti di perseguire
o di umiliare gli ebrei, in attesa della loro conversione
a Cristo (Rom. II, 20-32); ogni altro piano sembra
illusorio (L. Escoula, p. 75 sg.). Quanto al passato,
bisognerebbe dimenticare i mutui torti; «le reciproche
rampogne dovrebbero ormai cessare, perché sono que-
ste che rendono difficile la comprensione: sono l'olio
versato sul fuoco; bisogna che le mani s'incontrano e
che s'incontrino anche i cuori, perché il tempo delle
tribolazioni non è ancora finito» (Kalman Molnar agli
ebrei convertiti, in Magyar Kurir, ed. di Roma, 15
nov. 1947, p. 2).
I principi di violenza, comunque si tenti di giusti-
ficarli, sono anticristiani. Al cattolico deve premere che
gli ebrei si convertano e vivano. Esistono nel mondo
d'oggi molti problemi, non meno vitali, concernenti
popoli assai più numerosi; ma la «questione giudaica»
è forse la più grave, per l'importanza dei 17 milioni
di uomini che vi sono interessati; è di quelle che più
si prestano a confusioni ed abusi, essendo il giudismo
e nazione e religione. «Come nei tempi passati, l'eterno
problema che si chiama questione ebraica agita an-
che oggi gli uomini. Esso rimane insoluto come la
quadratura del cerchio, con la differenza che continua
ad esser tuttora il più ardente problema fra i problemi
del giorno» (L. Pinsker, p. 23). Volerlo «liquidare»
mediante l'arbitrio della forza è un disegno pazzesco,
oltre che un'impresa delittuosa.
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