ANTISCHIAVISTA, SOCIETÀ ITALIANA. -
La fondazione delle società antischiaviste in Europa si
collega con il movimento dell'antischiavismo e con
la parte che vi prese Leone XIII. Il Papa, ricevendo
nel 1888 un pellegrinaggio africano guidato dal card.
Lavigerie (v.), arcivescovo di Cartagine, affidava a lui il
compito di iniziare una campagna contro la tratta degli
schiavi. Subito il cardinale si metteva all'opera in
Francia, in Inghilterra, Belgio, Olanda, Germania,
Spagna, e promuoveva la costituzione di gruppi (desi-
gnati con nomi diversi) di azione antischiavista. Tali
gruppi erano cosa nuova, perché solo a Londra esisteva
una S. a. (fondata nel 1839). La propaganda del
Lavigerie si concluse in Italia, con conferenze a Pa-
lermo, a Napoli, a Milano e a Roma, nel dic. 1888.
Nel genn. 1889 si costituì a Roma, TOLOMEI (v.), un gruppo, che nell'apr. prese il nome di S. A. I., coordinando l'azione dei comitati già esistenti e fondandone altri nelle principali città italiane.
Le possibilità di azione delle s. a. vennero definite nel congresso libero antichiavista che il Lavigerie organizzò a Parigi (sett. 1890) ed al quale intervennero le delegazioni delle società di Austria, Belgio, Francia, Germania, Italia, Portogallo e Spagna, più quella della società inglese. Il congresso libero seguiva la conferenza antichiavista di Bruxelles (pure nel 1890), che il re dei Belgii, su invito dell'Inghilterra, aveva convocato e a cui parteciparono 19 Stati. Tale conferenza riconosceva alle missioni religiose, alle «associazioni nazionali e alle iniziative individuali» (art. 4), alle «fondazioni per il rifugio» per le donne e i fanciulli liberati (art. 88), la facoltà di coordinare l'attività dei governi. In base a tali disposizioni, le società fondate dal Lavigerie (organizzate e dirette da cattolici, ma aperte a tutti) fissarono un programma di azione e determinarono le zone di vigilanza secondo i possedimenti e le influenze degli Stati rispettivi; così alla S. i. toccò la vigilanza della Tripolitania, dell'Etiopia e di alcune vie del vicino Oriente. La S. fondò subito un comitato a Triplo e agenzie a Bengasi, Derna, Misurata, Zitten, Tobruk, Solonico, Smirne, Piro, La Canea. La conferenza di Bruxelles autorizzava la società a far visitare le navi sospette dai consoli delle nazioni firmatarie a trarne via gli schiavi che vi fossero nascosti e a farli dichiarare liberi.
Nei primi 25 anni di vita la S. a. poté liberare così oltre 2000 schiavi. Con la conquista italiana della Libia, essa fiancheggiò tanto l'azione del governo quanto quella dei missionari, specie favorendo l'apostolato del p. APOLLONIO (v.). Nel Benadir gli organi di vigilanza segnalarono gravissime accuse di schiavismo a carico di una impresa industriale e, mentre s'alternavano polemiche clamorose, la S. a. inviò un suo consocio, l'esploratore Luigi Rocchetti-Bricchetti, il quale mise in luce la verità in un libro documentario (1904), e il governo intervenne con energia. Fu pure sollecitata la costituzione di una prefettura apostolica, affidata ai Trinitari, eretta, in mezzo a difficoltà insuperabili, dal p. Leandro dell'Addolorata. Nella colonia Eritrea la S. a. accertò che gli arabi esercitavano la tratta nel Mar Rosso: in una razzia venivano rapiti 32 bambini i quali, liberati dalle armi italiane, vennero ricoverati, con il concorso della S., a Massaua, presso i Cappuccini e le Figlie di S. Anna.
Con la stampa, con i congressi nazionali (1905, 1907, 1921, 1926), con l'azione politica, la S. ha fatto sentire la sua voce alla Conferenza di Algesiras (1906), e dal 1920 ha seguito, anche con largo contributo di studi, le iniziative ginevrine della Società delle nazioni e dell'Ufficio internazionale del lavoro. La guerra del 1914 condusse alla violazione di non poche disposizioni antichiaviste della Conferenza di Berlino (1885) e di quella di Bruxelles; il Patto di Versailles e la Convenzione di St-Germain (1919) le ripristinarono, ma in misura insufficiente. La Società delle nazioni costituì pertanto una commissione per lo studio della schiavitù, che preparò la convenzione antichiavista di Ginevra (1926), con la quale si operava una revisione radicale della materia, affrontando lo studio del lavoro forzato, considerato come virtuale ritorno allo schiavismo. Nei congressi del 1921 e 1926 della S. a. tali problemi vennero studiati e le soluzioni prospettate accolte dal governo italiano.
La S. a., cui la S. Sede propone un cardinale protettore, ha sempre proceduto nel più stretto collegamento con le missioni cattoliche e, spesso, con l'Associazione nazionale per soccorrere i Missionari italiani. Specialmente prezioso fu il contributo dei missionari nella educazione degli schiavi liberati e, in genere, degli indigeni, al lavoro libero. A tal fine, la società ha promosso la fondazione di «villaggi di libertà» nel Sudan anglo-egiziano (con i Figli del S. Cuore) e in Etiopia (con i Missionari della Consolata): a parte la struttura, variabile, si tratta di stazioni o scuole di istruzione agricola e professionale, che hanno dato ottimi frutti. La collaborazione col governo italiano – che nei primi anni della S. a. fu resa difficile da diffidenze politiche – dopo il 1900 divenne continua e progredì con lo sviluppo delle colonie italiane.
La S. a. partecipò alle esposizioni ed ai congressi coloniali e geografici e pubblicò la rivista Antichiavismo e monografie varie. Essa non fu estranea alla missione pontificia, affidata ad un suo consocio, il p. Genocchi (v.), la quale aveva lo scopo di studiare le condizioni dei lavoratori indigeni nel Putumayo (1911): missione che dette origine alla enciclica Profondamente commosso (7 giugno 1912), nella quale Pio X denunciava orrori schiavistici sorpassanti «gli esempi più estremi della turpitudine pagana». Nelle stesse regioni, un altro consocio, l'esploratore di Giuseppe Capra, tornava nel 1937 e pubblicava una relazione. Nel 1935 la S. a. costituiva nel suo seno un Comitato di studi coloniali e missionari. La S. a. i. è la sola, tra quelle fondate dal Lavigerie, che ancora sussista; le altre scomparvero con la guerra del 1914.