GIUDA

GIUDA. - Quarto figlio di Giacobbe, nato da Lia, chiamato *fēhūdhāh* «lode, plauso» (Gen. 29, 35; 49, 8). Cercò con Ruben di salvare Giuseppe (Gen. 37, 26 sg). Da Thamar ebbe Phares (Gen. 38; cf. Revue biblique, 34 [1925], pp. 524-46), antenato di Gesù (Mt. 1, 3 sg.). Carattere forte e fedele; per la sua eloquenza, per la nobiltà dei suoi sentimenti, ha nella famiglia di Giacobbe un posto preminente (Gen. 43, 3-10; 44, 14-34; 46, 28), che passa anche alla tribù che ebbe origine da lui (Gen. 49, 8-12).

La tribù di G. è la più numerosa (Num. 1, 26 sg.; 26, 19-21); le sue famiglie principali sono elencate in Num. 26, 19-21; i Par. 2. Nel deserto ha il primo posto nella disposizione d'accampamento e di marcia (Num. 2, 3-9; 10, 14) e nell'offerta dei sacrifici (Num. 7, 12-17). Riceve il primo e più importante lotto nella divisione della Terra Promessa (Jos. 15; cf. 14, 6-15). Dopo la morte di Giosuè è eletta a dirigere l'attacco contro i Cananei (Inde. 1, 1-19) e contro Gaba-Beniamin (Inde. 20, 18).

Il territorio assegnato confinava a nord con Dan e Beniamin (Jos. 18, 15-19; 19, 40-46): una linea a curve irregolari che dalla foce del Giordano arriva a Mire-Rūbīn sul mare; il Mar Morto era il limite orientale, il Mediterraneo quello occidentale; a sud arrivava fino a Cadès-barne (Jos. 15, 1-12; F.-M. Abel, [V. BIBLICA.], II, pp. 46-50). Comprendeva 4 parti topografiche: il *neghebh* (= paese secco, bruciato dal sole), contrada meridionale dalle sorgenti del Wādi el-Hālil fino a Cades; il deserto di G., lungo tutto il Mar Morto; la montagna di G., zona palatina alla precedente, nella direttrice nord-sud di Ihebron; la *sfēhēlāh*, colline degradanti fino alla pianura lungo il Mediterraneo. Il *neghebh* fu ceduto a Simeone (Jos. 19, 2-7). Territorio fertile, celebre per le vigne (Num. 13, 13-25; Cant. 1, 13; II Par. 26, 10; cf. Gen. 49, 11 sg.), per gli estesi pascoli e le numerose greggi (I Sam. 25, 2; Am. 1, 1 sg.). La Bibbia nomina complessivamente 134 città di G. (Jos. 15, 21-62; con quelle di Simeone che le furono poi aggregate: Jos. 19, 1-7; F.-M. Abel, II, pp. 86-93).

Durante il periodo dei Giudici, G. rimase nell'ombra; per la sua adattabilità, è la tribù che accolse nel suo grembo il maggior numero di stranieri (cf. II Par. 2). Ma con Saul e soprattutto con David, ed in seguito, G. riempie di sé la storia del Vecchio Testamento. D'ora innanzi i progressi della sua influenza e le vicissitudini del suo dominio sono come il fondo della storia del popolo di Dio.

Allo scisma, dopo Salomone, G. restò sola con la tribù di Beniamin, che assorbì (I Reg. 12, 20). E solo risorse dopo l'esilio (Esdra-Neemia). Mentre le 10 tribù del nord, con la scissione, si avviarono alla scomparsa definitiva, l'importanza di G. aumentò.

La sua supremazia appare eminentemente religiosa: da G. deve nascere il Messia. Le parole di Giacobbe (Gen. 49, 10) ricevano infatti luce dall'insegnamento profetico (Isaia, Michea, Geremia, Ezechiele), dall'opera del Cronista (Paralipomeni, Esdra-Neemia), e dai profeti posteriori (Aggeo, Zaccaria, Gioele, Malachia).

Il patto del Sinai, accentrato nel Decalogo (Es. 19-20), essenza del jahwismo, faceva delle 12 tribù il popolo di Jahweh, erede delle promesse divine. Le tribù del nord, cadute nel più crudo sincretismo, non ne fecero più parte. Il patto del Sinai si precisò nel patto di Dio con David e la sua discendenza e si restrinse alla tribù di G., cui fu esclusivamente attribuito il nome «Israele», l'elettro (I-II Par.). G. non poteva sparire, perché dalla stirpe di David doveva nascere il Messia (cf. Is. 7-12). La sua infedeltà verrà severamente punita: distruzione di Gerusalemme e del Regno, ma un «resto» le sarà sempre lasciato. Da questo «resto» (gli esuli del 597: Jer. 24, 5; 29; Ez. 11, 14-20) risingerà il nuovo Israele, che attuerà finalmente le condizioni del patto del Sinai e che verrà elevato ed assorbito nel Regno del Messia (Is. 40-66; Jer. 30-31, 33; Es. 34, 40-48).

Gli esuli che rientrano dall'esilio, ricostruiscono il Tempio, riprendono il culto, rinnovano il patto, sono della tribù di G.; la nuova comunità da essi formata è l'elettro Israele, legittimo erede delle promesse divine, prologo e preparazione immediata al regno messianico (Agg. 2, 6-9, 20-23; Zach. 6, 12-15; 8, 6-8, 20-23; Mal. 1, 11; 3, 1). Tale supremazia spirituale si manifestava tangibilmente nel Tempio, unico luogo dove era permesso il culto esterno a Jahweh. La sua distruzione nel 70 d. C. fu il segno più palese che l'antica alleanza era ormai finita, ed il Messia era già arrivato (Gen. 49, 10). G. aveva perduto la sua supremazia; ormai non c'era più né giudico né gentile, ma solo i rinati nel Cristo (Gal. 3, 26-29; Col. 3, 10 sg.).

Bibl.: A. Legendre, *Juda*, in DB, III, coll. 1755-71; L. Desnoyers, *Histoire du peuple hébreu*, I, Parigi 1922, pp. 8, 15, 355; II, ivi 1930, pp. 146-48, 312-14; III, ivi 1930, pp. 296-328; A. Pohl, *Historia populi Israel*, Roma 1933, pp. 31-39, 133-35; R. De Vaux, *Le reste de l'israél d'après les prophètes*, in *Revue biblique*, 42 (1933), pp. 533-36; F.-M. Abel, *Géographie de la Palestine*, I, Parigi 1933, pp. 104-106, 171 sg.; II, ivi 1938, pp. 46-50, 86-93, 105 sg.; e Cartes, II; F. Ceuppens, *De prophetis messianicis*, in *Ant. Test.*, Roma 1935, pp. 61-84; A. Noordtzij, *Les intentions du Chroniste*, in *Revue biblique*, 49 (1940), pp. 161-68; S. Garofalo, *La nozione profetica del resto d'Israele*, Roma 1942; F. Spadafora, *Eseheile*, Torino 1948, pp. 7, 93-95, 179 sg., 254-61, 346 sg. Francesco Spadafora.