ANTROPOMORFISMO. - L'a. (dal gr. ἀνθρωπος «uomo», e μορφή «forma») in genere è la tendenza dell'uomo a proiettare se stesso sulle cose che lo circondano e a dare al mondo esterno i lineamenti del suo mondo interiore. Questa tendenza può influire anche sulla concezione del divino. Di qui il duplice aspetto dell'a.: uno filosofico, l'altro religioso.
L'a. filosofico, contenuto nei suoi limiti normali, trova la sua giustificazione nella verità, suffragata dalla tradizione e dalla scienza, che l'uomo, dal punto di vista materiale e fisiologico, è un microcosmo, in cui si comprendano gli elementi e le leggi dell'universo. Un altro fondamento di questo a. è la sintonia naturale tra soggetto conoscente e oggetto conoscibile, per cui, secondo la migliore filosofia, le leggi del pensiero sono un riflesso delle leggi dell'essere. Ma l'a. filosofico può esorbitare dai suoi legittimi confini, se si esagera l'ana-
logia tra l'uomo e il mondo e il loro rapporto d'interdipendenza. Un esempio caratteristico di a filosofico sono le audaci teorie del Telesio e del Campanella, che attribuiscono il senso e lo spirito a tutte le cose (sensismo cosmico e panpsichismo), preparando così la via a certe forme stravaganti di dinamismo moderno, in cui la forza è equiparata allo spirito.
L'a. religioso è quello che tocca la sfera soprannaturale. Esso si manifesta predominante nel politeismo pagano, che, ANIMISMO (v.) o attribuzione dello spirito alle cose, crea una turba di dèi come personificazioni di forze e fenomeni naturali, cui si attribuisce una psicologia realisticamente umana (Tylor). Qualche critico spregiudicato ha voluto riscontrare questo volgare a anche nella religione ebraica e quindi nel Vecchio Testamento. Nella S. Scrittura, infatti, specialmente nel Vecchio Testamento, ricorrono con frequenza espressioni antropomorfiche quando si parla di Dio. A Dio si attribuiscono non solo azioni proprie dello spirito umano, come il pensiero, la volontà, il sentimento, ma anche le forme della vita sensitiva interna ed esterna (ira, gaudio e altre passioni, vista, udito e altri sensi). Anzi, non raramente nella Bibbia si parla della bocca di Dio, delle sue mani e di altre membra, come se Dio avesse un corpo. Non è quindi del tutto da meravigliarsi se nel sec. IV un certo Audi osò proporre una interpretazione letterale di questi testi attribuendo a Dio una vera forma umana, non esclusa la materia. Questo errore grossolano trovò in Siria e in Egitto pochi ingenui seguaci, che furono oggetto di scherno perfino presso i Padri della Chiesa (s. Giovanni Crisostomo, s. Agostino). In realtà si tratta di passi che non si possono interpretare letteralmente per ricavarne il concetto d'un Dio materiale, tanto più che il Vecchio Testamento è pieno di mirabili affermazioni sulla perfetta spiritualità di Dio e sulla sua ineffabile trascendenza (v. A. BIBLICO).
Si può anche aggiungere una terza specie d'a. che si potrebbe dire teologico. Esso si riconnette all'importante problema del valore dei nostri concetti e del nostro linguaggio intorno a Dio e ai suoi attributi. (v. ANALOGIA). Qui basti ricordare che nel parlare di Dio noi dobbiamo necessariamente servirci di concetti e parole relative alla natura creata, per il semplice motivo che la nostra ragione non può elevarsi alla conoscenza di Dio direttamente e immediatamente, ma soltanto attraverso le creature, che portano l'impronta della sua potenza e hanno con lui un rapporto di causalità e quindi di somiglianza. Ma in quest'ascesa l'intelletto umano corre il rischio o di accentuare troppo la somiglianza fino all'unicità, o di esagerare la trascendenza di Dio e la sua diversità dalla creatura fino all'equivocità. Nel primo caso si ha l'a. o equiparazione di Dio all'uomo; AGNOSTICISMO (v.) o la sfiducia di attingere la divinità coi concetti umani. La teologia cristiana, forte della divina rivelazione, evita questi due scogli con la dottrina dell'analogia, per cui i nostri concetti intorno agli attributi divini sono veri, cioè corrispondono all'oggetto (divina natura), ma non adeguatamente.