ESSENI

ESSENI. - Associazione religiosa giudaica, che ebbe vita in Palestina dal 150 ca. a. C. al 70 d. C.

Ne parlano Plinio, Filone, Giuseppe Flavio (specialmente in Bell. Iud., II, 8, 2-13) che, a ragione, ha la preferenza dei critici. Nessun accenno nel Nuovo Testamento e nel Talmud; i Padri dipendono dai tre precedent

i. L'etimologia del nome è incerta; è interpretato «silenziosi» da M

J. Lagrange ed altri, ma comunemente «pli» (dall'aramaico ḥāsaijā donde le due forme greche 'Εωργοί [Plinio, Giuseppe] ed 'Εωαίος [Filone e 4 volte Giuseppe]).

Gli e. sono assidei che verso il 150 a. C. (cf. Antiq. Iud., XVIII, 1, 2; XIII, 11, 2), per realizzare il loro programma strettamente religioso, si staccarono dai farisei, ritirandosi in veri e propri cenobi. Loro caratteristiche principali erano: la vita comune (abitazione, beni, ogni guadagno, preghiere, mensa, vesti, ecc.); l'incondizionata obbedienza al superiore del cenobio, che tutto e tutti dirige ed è l'amministratore della comunità; il celibato («gens in qua nemo nascitur»: Plinio); il lavoro manuale, ogni giorno assegnato dal superiore: ordinariamente l'agricoltura, ma anche altri mestieri, per tutto l'occorrente alla comunità. Era proibito il commercio, in quanto fonte di cupidigia.

Gli ammalati e i vecchi erano sostenuti con cura dalla comunità. I membri potevano prelevare danaro dalla casa comune per sovvenire agli indigenti; ma se si trattava di parenti dovevano avere il permesso del superiore. Curavano la purità legale andando molto più in là dei farisei. Vestivano di bianco; il cibo parco e frugale veniva preparato da sacerdoti, i quali prima e dopo la mensa (consumata in silenzio) recitavano le preghiere e davano la benedizione. Ogni altro cibo era considerato impuro; come impuro era ritenuto ogni contatto non solo con estranei, ma financo con i novizi. Numerose erano pertanto le abluzioni, bagni fatti con una cintura ai lambi prima di prendere cibo e dopo contratta qualsiasi impurità. L'orrore dell'impurità potrebbe spiegare il loro celibato (cf. Lev. 16, 16-18), sebbene Giuseppe ne dia per motivo la disistoria della donna ritenuta sposa infedele (Bell. Iud., II, 8, 2, § 120 sg.). Davano speciali precauzioni nel soddisfare i loro bisogni corporali (Bell. Iud., II, 8, 9, § 148; cf. Deut. 23, 13-15); spingevano all'etageazione l'osservanza del sabato, in cui era proibito soddisfare i bisogni suddetti (ibid., § 147). Tutto ciò spiega perché i cenobi fossero sparsi lungo il Mar Morto e la valle del Giordano, lungi dagli abitati. In alcune città e nella stessa Gerusalemme (accanto alla porta detta degli e.), avevano case per ospitare i membri di passaggio.

Avevano una venerazione particolare per la Töräh e per Mosè. Studiosi delle antiche tradizioni, pare abbiano scritto molti tra i libri apocrifi. Da vari critici sono loro attribuiti il Libro di Henoch e l'Assunzione di Motè; altri aggiungono: il Testamento dei 12 patriarchi e l'Ascensione di Italia. Tra i manoscritti rinvenuti nel deserto di Giuda (1947), c'è un manuale di disciplina o rituale d'iniziazione di una setta giudaica che E. L. Sukenik identifica con gli e. (cf. Revue biblique, 56 [1949], pp. 201, 583-85, 593 sg., 609).

Nel sabato si dedicavano alla lettura e alla spiegazione dei libri sacri. Gente pratico, ponevano la morale al primo posto. «Gli e. si lasciano guidare dalle regole della pietà, della giustizia, del diritto privato e sociale... Si sottomettono a tre regole... l'amore di Dio, l'amore della virtù, l'amore degli uomini, nella benevolenza, nell'imparzialità, nella comunità dei beni» (Filone). Avevano fiducia assoluta nella divina Provvidenza, e piena sottomessione ai suoi disegni (Antiq. Iud., XIII, 5, 9). Coltivavano e sviluppavano l'angelologia (Bell. Iud., II, 8, 7).

Si era ammessi nell'organizzazione solo dopo un «noviziato» di tre anni; solo allora chi dava affidamento era ad essa incorporato, dopo solenne giuramento di essere fedele alle norme della comunità e di non svelare i segreti di essa, anche se minacciato di morte (Bell. Iud., II, 8, 7). Accoglievano fanciulli che educavano secondo l'ideale della setta (loc. cit.,

8, 2). Al tempo di Gesù erano ca. 4000. Caratteristiche invece contrarie ad ogni mentalità giudaica sono: l'esclusione del sacrificio cruento (forse per Is. 1, 11; Os. 6, 5); la proibizione di qualsiasi giuramento; il volgersi verso il sole nel pregare, invece che verso Gerusalemme (cf. Ex. 8, 16); la credenza alla preesistenza delle anime e, se giuste, al loro ritorno, appena lasciata la prigione del corpo, negli astri donde erano discese.

Non si può pertanto ravvisare l'origine dell'essenismo unicamente nel giudaismo post-esilico (E. Stapfer, Z. Frankel, H. Grütz, H. Derenbourg, A. Geiger, W. Clemens, ecc.); sembra evidente un influsso esterno. Lo si è cercato invano nel parisiamo (A. Hilgenfeld, J. Lightfoot; cf. L. de Grandmaison), e con ancor maggiore improbabilità nel lontano buddhismo; più comunemente, ed a ragione, nel mondo greco, e specificatamente nel pitagorismo (già Giuseppe, Bell. Ind., II, 8, 11; Antiq. Ind., XV, 10, 4; E. Schürer, E. Zeller, M.-J. Lagrange, L. Marchal). Combinazione dunque dell'elemento preponderante giudaico, con il pitagorismo: «nella cura della purità e santità corporale, e delle purificazioni; nella vita semplice, rude, libera da ogni piacere sensibile; nella grande stima (se non nella esigenza completa) del celibato; nell'uso della veste bianca; nel rigetto del giuramento e dei sacrifici cruenti; nell'orientamento dell'orante; nella precauzione a sottrarre allo sguardo ciò che è impuro; nella concezione dualista dei rapporti dell'anima e del corpo» (L. Marchal, col. 1127 sg.).

Indimostrabile è l'influsso degli e. sul giudaismo; ed ancor meno sul cristianesimo (cf. L. de Grandmaison, I, p. 253; L. Marchal, coll. 1128-31).

BIBL.: Fonti: Plinio, Natur. histor., V, 27; Filone, Quod omnis probus liber sit, §§ 75-88. e Apol. Ind., in Eusebio, Praep. evang., VIII, 11; Flavio Giuseppe, Vita, I, 10 seg.; id., Bell. Ind., II, 8, 2-13, §§ 119-161 (trad. G. Ricciotti, II, Torino 1937, pp. 240-50); id., Antiq. Ind., XVIII, 1, 5, ed accenni altrove.

Studi: H. Leclercq, Cénohitisme, III, Monachisme juif, in DACL, II, coll. 3058-75; W. Bauer, s. V. in Pauly-Wissowa, Suppl., IV, coll. 386-430; L. Marchal, s. V. in DBs, II, coll. 1109-32; E. Schürer, Geschichte des jüdischen Volkes, II, 3ª ed., Lipsia 1898, pp. 356-84; E. Zeller, Die Philosophie der Griechen, III, II, 4ª ed., Tubinga 1903, pp. 307-77; I. Lévy, La légende de Pythagore, de Grèce en Palestine, Parisi 1927, pp. 264-88; M.-J. Lagrange, La gnose mandéenne et la tradition évangélique, in Revue biblique, 34 (1927), pp. 321-49, 481-515; id., La Judaïsme avant Jésus-Christ, 2ª ed., Parigi 1931, pp. 307-30, 385, 425 sg.; J. de Grandmaison, Jésus-Christ, I, 6ª ed., ivi 1931, pp. 252-54; U. Holmeister, Historia oestatis Noel Testament, Roma 1932, pp. 211-25; J. Bonsirven, Le Judaïsme palestinien, I, 2ª ed., Parigi 1935, pp. 63-67. Francesco Spadafora

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“ESSENI.” Enciclopedia Cattolica, vol. V (1950), p. 385. Azione Romana digital edition, https://azioneromana.com/it/article/esseni.