APOCRIFI, LIBRI. - Scritti giudaici e cristiani che si presentano quali libri biblici, composti tra il sec. II a. C. e i secc. IV-VI d. C.
L'origine del vocabolo (ἀπόσφυρος) è controversa, facendolo alcuni derivare dal mondo pagano, altri da quello giudaico. Nelle sette pagane si usava chiamare a. un libro contenente dottrine che si volevano tenere occulte ai non iniziati. Così Clemente Alessandrino (Stromata, I, 15, 69; CB, ed. O. Stählin, II, p. 44) parla di libri « nascosti » o « apocrifi », riservati a coloro che intendessero conoscere la dottrina esoterica di Zarathustra. In tal caso il termine distingue un libro inaccessibile, « nascosto » ai profani, da uno scritto ordinario, pubblico (φανερός, κοι-
νός). Questo concetto sembra fosse diffuso anche nel mondo giudaico, poiché IV Eud. 14, 46-47 parla di libri, nei quali « est vena intellectus et sapientiae fons et scientiae flumen », destinati a rimanere segreti con l'obbligo di farli conoscere solo ai « sapienti del popolo ». Anche Flavio Giuseppe (Bell. Ind., II, 142), trattando degli Esseni, parla di libri da tener segreti, perché contenevano una dottrina esoterica. Ma non risulta che gli Ebrei chiamassero « a. » o « nascosti » questi libri. Con aggettivo equivalente designavano piuttosto quei rotoli sacri inservibili per l'uso liturgico, o perché deteriorati o perché giudicati per altri difetti inadatti alla lettura sinagogale; dato il loro originario carattere sacro, venivano « depositati » o « nascosti » (ᾔ-ᾶς) nel nascondiglio (ᾔ-ᾶς) annesso all'edificio del culto (Sabbath, IX, 6; Sanhedrin, X, 6).
Nel cristianesimo il termine a. assunse un significato particolare, designando quei libri, che dal titolo e dalla materia trattata e dall'intenzione del loro autore, in genere sconosciuto e celatosi sotto il nome di qualche antico patriarca o profeta, o apostolo, pretendevano di essere equipurati alla Bibbia, mentre la Chiesa negava loro ogni carattere divino. Il canone dei libri accettati come ispirati viene così anche a delimitare, per contrapposizione, i l. a. esclusi dalla lettura pubblica nelle chiese (« Ceteras vero Scripturas apocryphas nominarum [Patres], quas in ecclesiis legi noluerunt», Rufino, Expositio symboli Apostolorum: PL 21, 374). Era i Padri, solo s. Girolamo (Prologus galeatus: PL 28, 601) applica il termine a. anche a quel piccolo gruppo di libri, sulla cui canonicità non tutti convenivano, gli ἀντιλεγόμενα o « controversi » dei Greci, denominati oggi « deuterocanonici » (v. BIBBIA).
Però, nonostante questa affermazione categorica, Girolamo nelle sue opere esegetiche distingue nettamente fra questi libri « controversi », che non rare volte (particolarmente l'Ecclesiastico e la Sapienza) cita come qualsiasi altro libro biblico, e quegli scritti sul carattere extracanonico dei quali non vi erano seri dubbi. Questi ultimi sarebbero opere di persone deliranti (In Is. 64, 4: PL 24, 646; In Ez. 44, 29-30: PL 25, 443) o sognanti (In Mt. 23, 35: PL 26, 180).
I protestanti, seguendo in questo caso l'opinione di Girolamo del Prologus galeatus, usano la parola a. per designare i deuterocanonici, riservando il termine « pseudepigrafo » agli a. dei cattolici; ciò vale per il Vecchio Testamento, che per il Nuovo non vi è diversità nell'uso del termine.
Gli a. risalgono in gran parte ai primi tre secoli dell'era volgare. Qualcuno, almeno nella sua prima stesura, appartiene ai secc. I o II a. C.; ma spesso è difficile determinare la data di ciascuno a causa di recensioni o rimanipolazioni successive. La lingua originale di molti di essi fu la greca, che è quasi l'unica per gli a. del Nuovo Testamento. Non pochi di quelli del Vecchio Testamento dovettero essere scritti in semitico (ebraico e, più comunemente, aramaico). Ma eccettuati casi rarissimi, conosciamo di questi ultimi soltanto le traduzioni, particolarmente in etiopico, copto, sirisco, armeno o greco.
GLI A. DEI VECCHIO TESTAMENTO sono, generalmente, di origine giudaica; ma non pochi di essi hanno subito interpolazioni più o meno sensibili da mano cristiana.
Il desiderio di far risaltare le glorie del popolo eletto, il dolore per la sua sorte presente, le speranze per il futuro, determinarono la composizione di queste opere, letterariamente di scarso valore, sebbene non manchino pagine di bella poesia e di sincera religiosità. Così i due elementi fondamentali della letteratura rabbinica postbiblica affiorano, in proporzioni variabili, in questi scritti: ora predomina l'elemento giuridico

(Int. Alinari)
Poiché tutti questi a. hanno qui la loro trattazione particolare, basta ora elencarli, dividendoli secondo l'argomento predominante:
1. - A. STORICI: Libro dei Giubilei, III Esdra, III Maccabei, Vita di Adamo ed Eva (Apocalisse di Mosè, Testamento di Adamo, Scritti di Adamo armenici), Ascensione di Isaia, Storia dei Recobiti, Paralipomeni di Geremia (o delle parole di Baruch), Preghiera di Aseneth, Testamento di Giobbe, Testamento di Salomone.
2. - A. MORALI O DIDATTICI: Testamenti dei XII Patriarchi, Salmo idiografico di David, Salmi di Salomone, Odi di Salomone, Preghiera di Manasse, IV Maccabei.
3. - A. PROFETICI O APOCALISSI: Libro di Enoch (etio-pico), Libro di Enoch (slavo), Libro di Enoch (ebraico), Assunzione di Mosè, IV Esdra, Apoc. di Baruch (siriaca), Apoc. di Baruch (greca), Apoc. di Abramo, Apoc. di Elia (Apoc. di Sofonia), Apoc. di Ezechiele, Oracoli Sibillini.
GLI A. DEL NUOVO TESTAMENTO, come è naturale, sono tutti di origine cristiana. Rispecchiano il desiderio di completare le poche notizie tramandate dagli scritti canonici intorno alla vita di Gesù e degli Apostoli. Perciò il tema preferito è l'infanzia di Gesù, la storia di Maria Vergine e le azioni missionarie dei vari Apostoli. Né mancano rappresentazioni più o meno fantastiche degli avvenimenti escatologici.
La più curiosità dei fedeli, mista a grande venerazione per i protagonisti, spinse gli oscuri autori ad imbastire i loro racconti più o meno seri. Già Tertulliano (De Baptismo, 17) ci informa che gli Atti di Paolo furono composti da un prete dell'Asia, che, chiamato a risponderne, confessò di avere agito per amore verso Paolo.
Non pochi a., però, risentono di idee eretiche (encratismo, gnosticismo) proprie dei loro autori; anzi, secondo le dichiarazioni di molti Padri, alcuni di essi furono composti con l'intento preciso di avallare e diffondere opinioni ereticali.
Secondo il genere letterario, gli a. del Nuovo Testamento si dividono, come gli scritti canonici, in Vangeli, Atti, Lettere, Apocalissi.
1. VANGELI A.: Vangelo degli Ebrei, V. degli Egi-zianni, V. Ebioniti, V. Apostoli, V. Pietro, Protovangelo di Giacomo, V. BADIA, TOMMASO, V. dell'infanzia del Salvatore (arabo), V. dello pseudo Matteo, Storia di Giuseppe il falegname, V. di Nicodemo (comprendente: Atti di Pilato, La discesa all'inferno), Transito di Maria, V. ACCIA, BARTOLOMEO, V. FILIPPI, ecc.
2. ATTI A.: Atti di Pietro, Predicazione di Pietro, Atti di Paolo, Atti di Pietro e Paolo, Atti di Giovanni, Atti di Andrea, Atti di Tommaso, Atti di Filippo, Atti di Matteo, Atti di Barnaba.
3. LETTERE A.: Lettere di Gesù e di Abgar re di Edessa, Lettera degli Apostoli, Lettera di Paolo ai Laodiceni, agli Alessandrini, ai Corinti, Lettera dei Corinti a Paolo, Lettere di Paolo a Seneca e di Seneca a Paolo.
4. APOCALISSI A.: Apocalisse di Pietro, Apoc. di Paolo, Apoc. di Tommaso, Apoc. di Stefano, Apoc. di Giovanni, Apoc. della Vergine Maria, Apoc. di Bartolomeo, Apoc. di Zaccaria.
È difficile, però, fissare un elenco preciso degli a., particolarmente di quelli del Nuovo Testamento, data l'indeterminatezza dei criteri da seguire. Chi volesse registrare come a. tutti gli scritti ritenuti ispirati da qualche antico scrittore ecclesiastico, dovrebbe prolungare di parecchie unità l'elenco sopra presentato. Non raramente, ad es., si annoverano fra gli a. opere di Padri apostolici, come la lettera di Clemente, quella di Barnaba e il Pastore di Erma, che alcuni antichi ritenevano ispirati (per gli ultimi due cf. Origene, De principiis, III, 2ª ed. di P. Koetschau: CB, V,
p. 251 e PG 11, 309). Vari cataloghi degli a. si possono leggere in opere antiche: Costituzioni Apostoliche, VI, 16: PG 1, 949-56, Decretum Gelasianum: PL 59, 159-80, Synopsis Scripturae Sacrae dello Pseudo-Atanasio: PG 28, 432, indice sticometrico di Niceforo di Costantinopoli: PG 100, 1055-60.
Molti a. sono conosciuti solo per il titolo, altri sono giunti a noi frammentariamente o in traduzioni; mentre pochi si possono leggere ancora nel loro testo originale. Non pochi frammenti e i sono scoperti recentemente in papiri o in biblioteche di antichi monasteri orientali. È anche recente il ritrovamento del Vangelo apocrifo di Giovanni in un codice arabico dell'Ambrosiana (cf. Biblica, 24 [1943], pp. 194-95).
Letterariamente gli a. non meritano considerazione particolare: sono racconti popolari, in lingua disadorna. La mania del meraviglioso, il desiderio di precisare fin nei minimi particolari l'inverosimiglianza di molte narrazioni distanziano notevolmente queste opere dalla semplicità e freschezza che rendono tanto attraenti, anche dal lato letterario, i Vangeli e i libri canonici.
Come risulta dai soli titoli, gli a. del Vecchio Testamento, come quelli del Nuovo, mostrano la pretesa di far parte dei libri sacri, o giudaici o cristiani. Anzi per alcuni a. del Vecchio Testamento si è voluto sostenere che siano stati utilizzati come libri canonici, dagli autori neotestamentari. Ora ben pochi danno peso alla affermazione di Origene (Comm. series 117 in Mt., 27, 9, ed. Klostermann: CB, XI, p. 250) che Paolo citasse (I Cor. 2, 9) l'Apocalisse di Elia (in secretis Eliae) come scritto ispirato e che desumesse il particolare di Jamne e Mambre (II Tim. 3, 8) da un a. (Liber Jamnes et Mambres). Già s. Girolamo giudicava il passo della lettera ai Corinti una citazione libera da Is. e parlava con disprezzo dei «deliri degli a.» («apocryphorum deliramenta conticant, quae ex occasione huius testimonii ingeruntur ecclesiis Christi», In Is. 64, 4: PL 24, 646). Né appare certa una citazione dal Libro di Enoch in Iud. 9 e 14. Forse tali passi derivano dalla tradizione giudaica orale; ad ogni modo non legittimano la deduzione che i due Apostoli ritenessero per ispirati gli a. suddetti.
Alcuni Padri e alcune chiese particolari tributarono un onore indebito a scritti di questo genere, successivamente ripudiati in modo assoluto dalla Chiesa. Nelle opere dei Padri apostolici si rilevano, introdotte come citazioni bibliche, espressioni di cui si ignora la provenienza o che si riscontrano solo in scritti a. (ad es.: Clemente, Ad Cor. 17, 5; 23, 5; 46, 2; Barnaba 4, 3; 16, 5 [cf. Enoch 89, 56, 66]; 12, 1 [cf. IV Esd. 5, 5]. Il medesimo fatto si riscontra in altri scrittori, come Giustino, Ireneo, Origene. Più delicata è la questione per il III Esd. (v.) che faceva parte della Bibbia greca, almeno fino al sec. V.
Nell'edizione clementina della Bibbia si credette opportuno porre come appendice alcuni a. (Orazione di Manasse; III e IV Esd.), perché non scomparissero: «ne prorsus interirent, quippe qui a nonnullis sanctis Patribus interdum citantur, et in aliquibus Bibliis latinis tam manuscriptis quam impressis reperiuntur».
Tuttavia la Chiesa ufficiale, malgrado l'atteggiamento diverso di studiosi particolari, si mostrò giustamente sempre ostile a tali opere. Già nel Frammento Muratoriano si può notare uno sdegnoso ripudio, in cui si paragonano gli a. al fiele rispetto al miele dei libri canonici («Fel enim cum melle miscere non congruit»). Innocenzo I, scrivendo al vescovo Exuperio di Tolosa li qualificava non solo come da «rigettarsi», ma come «da condannarsi» («non solum repudianda,
verum etiam noveris esse damnanda», Euchir. Bibl. 17). Un giudizio identico si trova nel Decreto Gelasiano (v.) ed in altri documenti antichi.
Adesso volentieri si ricercano i testi degli a., se ne studia il contenuto per desumerne nozioni riguardanti l'ambiente in cui furono composti. Da essi, infatti, si può spesso rilevare quali fossero le idee religiose preferite in determinate cerchie, o le vicende di alcune istituzioni.
Più ardua, invece, si presenta la loro utilizzazione come documenti storici. Un naturale senso di scetticismo accompagna il lettore in questo labirinto di informazioni minute e di descrizioni apocalittiche. Si tenta oggi di rivalorizzare almeno il nucleo storico di alcuni a., ma l'impresa è quanto mai aleatoria. Mancando altri documenti, non ci si può fidare dei fantasiosi racconti scritti a scopo di edificazione, o di propaganda più o meno ereticale. Ancor più temerario è il tentativo di rintracciare, attraverso gli a., l'esistenza di un cristianesimo semplice, ben diverso da quello dottrinale e giuridico, quale si manifesta già nei primi scritti dei Padri. È innegabile però, per quanto forse minore di quanto si potrebbe attendere, l'utilità dello studio degli a. per la conoscenza della mentalità religiosa al tempo che precedette di poco o segui l'inizio dell'era volgare. Gli a. ci sono specialmente utili per conoscere il giudaismo palestinese di quegli anni. Così, ad es., per l'angelologia il Libro di Enoch è quanto mai prezioso; nel IV Esd. (8, 46-49) si legge una delle affermazioni più esplicite intorno al peccato originale. La storia del messianismo giudaico, infine, riceve dagli a. alcune testimonianze basilari, le quali spiegano il lento e graduale fraintendimento delle affermazioni profetiche.
Lo studio dei l. a. del Nuovo Testamento giova per conoscere, oltre alcune tendenze settarie, taluni aspetti dell'antica pietà cristiana, tanto più che a loro volta influirono su opere posteriori, sulla vita liturgica della Chiesa e particolarmente sull'arte.
Nella vita liturgica della Chiesa agì in di Giacomo (v.), da cui proviene l'istituzione di feste particolari, come la Presentazione di Maria al Tempio (21 nov.). Nei libri liturgici, infine, non mancano testi tolti letteralmente da a. La comunissima invocazione per i defunti Requiem aeternam è l'adattamento di un passo del IV Esd. (2, 34-35). Da IV Esd. 16, 53 è desunto il noto versetto liturgico per la Vigilia di Natale. Di provenienza analoga sono altre brevi preci del messale o del breviario romano.
Maggiore fu l'influsso degli a. nell'arte. Dalle semplici raffigurazioni della presentazione di Maria al Tempio o del bagno di Gesù Bambino, che si possono ammirare in antichissimi affreschi, fino ai dipinti dei migliori artisti moderni, i racconti particolareggiati degli a. e la loro coreografia movimentata hanno ispirato abbondantemente l'arte. Di modo che talune scene pittoriche non si possono comprendere appieno, se non si ricorre come a fonte ispiratrice, ai lontani a., inesauribili alimentatori delle leggende popolari.
Non minore influenza esercitarono questi scritti nella letteratura, particolarmente italiana. La Divina Commedia, ed ancor più le opere del tipo della Legenda aurea di Giacomo da Varazze, risentono non poco degli antichi racconti fantastici fissati negli a. Ciò si può rilevare in altre letterature, e non solo europee, ché vi sono sicure tracce di a. nel Corano, spiegabili con l'esistenza antichissima di traduzioni o rifacimenti arabi.
Trattazioni generali: M.-J. Lagrange, Le Messianisme chez les Juifs, Parys 1909; E. Schürer, Geschichte der jüdischen Völkes, III, 4ª ed., Lipsia 1909, pp. 268-468, 524-92; G. Felten, Storia dei tempi del Nuovo Testamento, trad. ital., II, Torino 1913, pp. 289-404; St. Székely, Bibliotheca apocrypha, I, Friburgo in Br. 1913; W. Ferrar, The uncanonical Jewish books: a short introduction to the Apocrypha, Londra 1918; J. B. Frey, Apocryphes de l'Ancien Testament, in DBs, I, coll. 354-460; id., De libris apocryphis, in Institutions biblicae, I, 5ª ed. Roma 1937, pp. 158-210; E. Amann, Apocryphes du Nouveau Testament, in DBs, I, coll. 460-535; P. Volz, Die Eschatologie der jüdischen Gemeinde im Westestamentlichen Zeitalter nach den Quellen der rabbinischen, apokalyptischen und apocryphen Literatur dargestellt, Tubinga 1934; R. H. Malden, The Apocrypha, Londra 1936; A. Oepke, Bibliae anaequo, in G. Kittel, Theologisches Wörterbuch zum N. T., III, Stoccarda 1938, pp. 987-99. Angelo Penna