ANTONIO ABATE, santo. - Definito da s. Atanasio come il fondatore dell'ascetismo, n. verso il 250 a Coma (oggi Qeman) sulla riva occidentale del Nilo, nel medio Egitto, da genitori cristiani di condizione assai agiata. Rimasto orfano a 18 anni con una sorella
più giovane, si sentì di lì a poco chiamato a una vita più perfetta, che volle seguire, dopo aver distribuito i suoi beni ai poveri e affidato la sorella ad una comunità di vergini. Allontanatosi dal villaggio nativo, fissò la sua dimora prima in una tomba egiziana antica, quindi in un castello abbandonato al di là del Nilo, presso Afroditopoli. Nella nuova dimora rimase chiuso vent'anni senza uscirne e durante questo periodo ebbe a soffrire terribili tentazioni dal demonio.
Il numero sempre crescente dei visitatori, specialmente di quelli che desideravano seguirne l'esempio, l'indusse ad aprire il suo ritiro, che nei dintorni si popolò di eremiti, dei quali A. divenne il padre e il maestro. Un tale movimento si riporta probabilmente al 305. Durante la persecuzione di Massimino (311), A. si recò ad Alessandria per soccorrere i cristiani e confortare i martiri. Ritornata la calma, riprese le sue austerità che rese ancor più dure, isolandosi del tutto presso il Mar Rosso a tre giorni di cammino dalla sua precedente dimora. Ad intervalli ritornava presso i suoi discepoli del Nilo; ma i visitatori, attratti dai suoi prodigi, seppero rintracciarne il nuovo domicilio.
Nel 335 ritornò ad Alessandria, dietro pressante invito di s. Atanasio per combattere gli ariani. L'entrata in città del famoso solitario portò i suoi frutti e numerosi furono gli eretici ricondotti alla fede. Presto però

ANTONIO ABATE, santo - Tentazione del Santo. Dipinto del Sassetta (1392-1450). New Haven, Coll. Jarves.
La vita di A. fu un tessuto di prodigi e di lotte col demonio, che lo resero uno dei santi più popolari dell'antichità. Prese viva parte alle vicende della Chiesa in Egitto e fu in rapporti con s. Atanasio e Costantino il Grande. Ma l'importanza di A. è ancor maggiore nei riguardi della vita eremitica, che sotto il suo influsso assunse un nuovo indirizzo, quello cioè della costituzione delle comunità eremitiche nelle quali si viveva isolatamente o in gruppi di 2-10, con un genere di vita simile e pratiche comuni, senza però una regola determinata. La sua fama di santità varcò presto i confini dell'Egitto; la Chiesa greca incominciò a venerarlo dal sec. v; ma fu in Occidente che il culto di A. prese un grande sviluppo nel medioevo. Egli divenne il santo del popolo, al quale si faceva ricorso nelle epidemie, specialmente contro il cosiddetto « fuoco di s. Antonio », contro la peste ed altri morbi contagiosi.
Le numerose confraternite sorte in suo onore (principale quella fondata in Francia sul posto delle sue reliquie, che è all'origine dell'Ordine degli Antoniani),
i ritiri di mendicità e gli ospedali a lui dedicati, oltre che la ricchissima iconografia antoniana, stanno a dimostrare la popolarità straordinaria goduta in Occidente dal santo eremita.
La tradizione manoscritta ha conservato sotto il nome di A. due piccole raccolte di lettere: la prima di 7, la seconda di 20, nella quale sono comprese le precedenti (PG 40, 978-99; 999-1066). Non è chiaro il rapporto di dipendenza tra le due, come si è al buio sulla fonte manoscritta della piccola raccolta. Oggi si tende ad identificarla con le sette lettere di A. scritte in copto e tradotte in greco, delle quali parla s. Girolamo (De Vir. ill., 88).
La vita di A. fu scritta da s. Atanasio nel 357 secondo alcuni, nel 365-73 secondo altri, e tradotta in latino da Evagrio di Antiochia nel 388 (entrambi i testi in PG 26, 835-976). Le obbiezioni sollevate dal Weingarten (Der Ursprung des Mönchtums, in Zeitsch. für Kirchengeschichte, 1 [1877]) contro il documento atanasiano, furono confutate da A. Eichhorn (Athanasii de vita ascetica testimonia collecta, Halle 1888), e J. Mayer (in Der Katholik, 1 e 2 [1888]), e più recentemente da Loop, Reitzenstein, Schwartz ed altri. L'autenticità della Vita Antonii oggi è comunemente ammessa dalla critica come un fatto fuori discussione.
tribuée à s. Antoine, ibid., 55 (1942), pp. 97-123; P. Nooderloos, La translation de s. Antoine en Dauphiné, in Annlecta Bolland, 60 (1942), pp. 68-81; P. B. Lavaud, Antoine le Grand père des moines, Lione 1943. Mario Scaduto
ICONOGRAFIA. — A. è sempre rappresentato in aspetto senile, con lunga barba ed ampio saio con o senza cappuccio. Attributi principali: il bastone dell'eremita, spesso a forma di T, il campanello ed il porco che ricordano certi privilegi dell'Ordine degli Antoniani, fondato nel 1095; la fiaccola o le fiamme che accennano a s. A. come protettore contro la malattia detta « fuoco di s. A. », nonché contro l'eresipela del bestiame. Il maggior numero di rappresentazioni di A. è fornito dalla pittura, scultura e silografia del tardo gotico tedesco; in Italia, ricorre anche assai spesso nelle arti figurative e specialmente nelle opere di tono popolare. I modelli più significativi, dallo scorcio del Trecento in poi, sono costituiti dalle opere di Bartolo di Fredi, del Pisanello, di Filippo Lippi, di Alvise Vivarini, di Gregorio Schiavone, del Moretto, ecc.
Fra gli episodi più rappresentati della sua vita è quello delle molteplici tentazioni: cui bene rispondeva l'esuberante fantasia degli artisti nordici; si vedano, come massimi esempi, la stampa dello Schongauer, i quadri del Bosch, del Brueghel e del Teniers. Per l'Italia si possono citare l'affresco di scuola di A. Gaddi nella cappella Castellani in S. Croce a Firenze e le due tavole di Bernardo Parentino nella collezione Doria Pamphili. La più alta glorificazione s. A. trovò nell'altare d'Isenheim che unisce le notissime pitture del
Grünewald (Le tentazioni; La visita presso s. Paolo eremita; l'immagine del Santo) con la monumentale statua di Niccolò da Hagenau. Talvolta, con chiara allusione al santuario di Compostella, è rappresentato con s. Giacomo, cui s. A. affida un pellegrino.
TRADIZIONI POPOLARI. — Il culto popolare di s. A. abate è uno dei più largamente e intensamente diffusi e dei più ricchi di manifestazioni. Gli è attribuita la protezione del porco e degli animali domestici in genere. Pertanto nel giorno della sua festa ha lungo la benedizione degli animali. Asini, muli, cavalli, pecore, capre, gatti, scimmie, pappagalli, ecc. vengono recati alla chiesa dai loro proprietari per essere benedetti. A Roma da secoli la cerimonia si compie nella chiesa di S. Eusebio all'Esquilino: anticamente si svolgeva una sfilata di pariglie o mute di cavalli (fino a 24) attaccate ad un solo cocchio; anche il Pontefice vi mandava i cavalli dei palazzi apostolici tutti messi a festa « con pennoncelli in capo, con le rose alla grippiera, con le redini di seta » (p. Bresciani). A Pinerolo, dopo la benedizione si celebra tuttora la galoppata, una specie di corsa dei barberi, avanzo di un uso, di cui si hanno tracce anche in altre regioni, ad es. in Abruzzo. A Torino la cerimonia si compiva nella chiesa di

(fot. Alinari)