BIBBIA

BIBBIA. - Collezione di libri ritenuti sacri in numero differente dagli Ebrei e dai cristiani.

SOMMARIO: I. Nomi e divisioni. - II. Carattere sacro. - III. Canone. - IV. Testi originali. - V. Versioni antiche. - VI. Versioni moderne. - VII. B. poliglotte. - VIII. Interpretazione della B. - IX. Lettura della B. - X. La B. nella letteratura. - XI. La B. nell'Ufficio divino. - XII. La B. nell'arte.

I. NOMI E DIVISIONI

Il termine è la trascrizione del greco βιβλία (plurale di βιβλία) «libri», significando i libri per eccellenza, i libri sacri che formano la suddetta collezione. Nel latino volgare, come in casi analoghi, divenne un singolare femminile, biblia, da cui è ulteriormente passato nelle varie lingue moderne: italiano biblia, francese bible, spagnolo biblia, inglese bible, ecc. La stessa collezione, per analogo procedimento, è chiamata anche la Scrittura per eccellenza, ovvero Sacra Scrittura. Questo termine corrisponde a quello greco di ἡ γεραχή (αἱ γερασί, αἱ ἱεραί γερασί, ecc.), che fu impiegato già nell'antichità ed è tuttora in uso presso i Greci.

Questa collezione di libri è differente per quantità presso gli Ebrei e presso i cristiani, e tra i cristiani è differente presso i cattolici e presso i non cattolici. I cristiani, indistintamente, dividono la collezione in Vecchio (o Antico) Testamento, che è di origine ebraica, e Nuovo Testamento, che è di origine cristiana; per questa sua origine gli Ebrei respingono il Nuovo Testamento. A loro volta i protestanti convengono con gli Ebrei nel numero e quantità di libri che costituiscono il Vecchio Testamento, dissentendo dai cattolici.

Gli Ebrei antichi dividevano i libri della B. (Vecchio Testamento) in tre gruppi: la Tōrāh «legge», ossia il Pentateuco; i Nēbhī'm «profeti», ossia i loro scritti, e i Kēthābhīm, «scritti (sacri)», ossia agiografi. Questo raggruppamento è antichissimo, e risulta già nel sec. II a. C. dal prologo premesso al libro dell'Ecclesiastico dal suo traduttore greco; è il più impiegato dagli Israeliti odierni per designare la B., meno frequentemente da essi designata con i termini complessivi di sēphārīm, «libri (sacri)», kithbhē haq-qōdeš, «scritti santi», e simili.

Riferendosi al contenuto, i libri del Vecchio Testamento si possono raggruppare in libri legali, o storico-legali, che contengono specialmente la legislazione sacra del popolo ebraico, in libri storici, che narrano la storia di quel popolo, in libri profetici, contenenti scritti composti dai profeti ebrei, in libri sapienzali o didattici, i quali impartiscono specialmente norme pratiche per comportarsi onestamente e sapientemente.

Quanto alla forma letteraria, i libri del Vecchio Testamento sono prosaici o poetici: alcuni, specialmente i libri legali, usano soltanto la prosa; altri, come

il libro dei Salmi, soltanto la poesia; altri mescolano a tratti l'una con l'altra, dando di solito una prevalenza più o meno grande alla poesia, come Giobbe e i libri profetici.

Il Nuovo Testamento, sotto l'aspetto del contenuto, consta di scritti storici, quali i Vangeli e gli Atti degli Apostoli; di scritti didattici, quali le varie Epistole o Lettere; e di uno scritto profetico, che è l'Apocalisse.

Il termine Testamento, con cui i cristiani designano le due parti dell'intera B., ha un significato storico-teologico, poiché allude ai due grandi periodi in cui si è attuata la Rivelazione divina. Il termine corrisponde all'ebraico bērīth, e al greco διαθήκη, indicanti un «patto» o un'«alleanza» conclusa fra più persone, e più recentemente il «testamento» fatto da una persona morente riguardo ai propri beni. Quindi, come Vecchio Testamento (cf. Hebr. 8, 13) fu designato l'antico periodo della Rivelazione in cui Dio aveva fatto un «patto» o «alleanza» con la sola nazione d'Israele; come Nuovo Testamento (cf. Mt. 26, 28; II Cor. 3, 6), invece, fu designato il secondo ed ultimo periodo, in cui l'antico «patto» fu sostituito dal nuovo e tutte le nazioni furono chiamate indistintamente a partecipare ai frutti della redenzione di Gesù Cristo. E poiché tale redenzione è effetto della morte di Gesù Cristo, il nuovo «patto» è insieme il «testamento» di lui (cf. Hebr. 9, 15-17).

Oggi tutti i libri dell'intera B. sono divisi in capitoli, e ogni capitolo è diviso in brevi tratti chiamati «versetti»; capitoli e versetti sono numerati in ordine progressivo, e secondo tale numerazione essi vengono citati: p. es., Gen. 3, 15, indica il versetto 15 del cap. 3° del Genesi. Questa divisione in capitoli fu introdotta sul principio del sec. XII dal cardinale inglese Stefano Langton nel testo della B. latina volgata, donde in seguito fu riportata nei testi ebraico e greco; i manoscritti latini e greci anteriori all'epoca del Langton seguono altri criteri di divisione in capitoli, mentre il testo ebraico è diviso in relazione alla lettura pubblica da farsi nelle sinagoghe e secondo le norme delle scuole rabbiniche dei primi secoli del cristianesimo. Anche la divisione in versetti ha per il testo ebraico la stessa origine; per il Nuovo Testamento furono tentate lungo i secoli varie divisioni in versetti, finché prevalse a mezzo il sec. XVI quella introdotta da Roberto Stefano (Estienne) nella B. latina. Spesso né la divisione in capitoli né quella in versetti corrispondono logicamente ai concetti del testo, e sarebbe facile migliorarle in molti punti: ma esse hanno oggi un valore esclusivamente pratico, per citazioni e confronti.

Ecco pertanto la lista dei libri che costituiscono la B. cattolica (l'asterisco indica i deuterocanonici, l'asterisco fra parentesi [] i libri che hanno tratti deuterocanonici):

VECCHIO TESTAMENTO: A) Pentateuco (Libri storico-legali): Genesi; Esodo; Levitico; Numeri; Deuteronomio. B) Libri storici: Giosuè; Giudici; Rut; I e II Samuele (o I e II Re); I e II Re (o III e IV Re); I e II Paralipomeni (o Cronache); I e II Esdra (o Esdra e Neemia); Tobia; Giuditta; () Ester; I e II Maccabei; C) Libri sapienziali o didattici: Giobbe; Salmi; Proverbi; Ecclesiastico; Cantico dei Cantici; Sapienza; Ecclesiastico. D) Libri profetici: Isuia; Geremia; Lamentazioni; Baruc (con la Lettera di Geremia); Ezechiele; () Daniele; 12 Profeti minori (Osea, Isele, Amos, Abdia, Giona, Michea, Nahum, Abacus, Sofonia, Aggeo, Zaccaria, Malachia).

NUOVO TESTAMENTO: A) Libri storici. Vangeli: Matteo; Marco; Luca; Giovanni; Atti degli Apostoli. B)

Scritti didattici. Lettere di Paolo: Romani; I Corinti; II Corinti; Galati; Efesini; Filippesi; Colossesi; I Tessalonicesi; II Tessalonicesi; I Timoteo; II Timoteo; Tito; Filemone; Ebrei. Lettere cattoliche: Giacomo; I Pietro; II Pietro; I Giovanni; II Giovanni; III Giovanni; Giuda. C) Libro profetico: Apocalisse.

Questa è la serie secondo cui, eccetto I-II Mach., sono disposti i libri della B. nelle odierne edizioni della versione latina volgata. Ma, per il Vecchio Testamento, tale serie non corrisponde a quella tenuta nella B. ebraica e, in minor misura, nella versione greca dei Settanta, dalle quali dipende la latina volgata. Costante è la serie dei primi cinque libri (dal Genesi al Deuteronomio), che costituiscono nella B. ebraica il primo gruppo, detto Tōrāh («legge»); il secondo gruppo, detto Nēbhi'īm («profeti»), si divide nella B. ebraica in «anteriori» e «posteriori»: i primi contengono i libri da Giosuè fino a tutti i Re, i secondi contengono i 12 Profeti minori, Isaia, Geremia ed Ezechiele; infine il terzo gruppo, detto Kēthābhīm («scritti», o agiografi), contiene per ordine Salmi, Proverbi, Giobbe, Cantico dei Cantici, Rut, Lamentazioni, Ecclesiaste, Ester, Daniele, Esdra e Neemia, Cronache. I cinque libri, dal Cantico dei Cantici fino ad Ester incluso, costituiscono una collezioncina a sé chiamata dei Cinque Volumi (o Rotoli: ebr. Mēgillāth).

I libri del Vecchio Testamento contenuti nella B. ebraica sono dunque 24; a questi la B. latina volgata, conforme alla versione greca dei Settanta, aggiunge i 7 libri «deuterocanonici» (8, se si stacca la Lettera di Geremia da Baruc).

II. CARATTERE SACRO

A questo punto si presenta spontanea una questione fondamentale: perché soltanto i libri testé elencati, e non anche altri, sono entrati a far parte della collezione chiamata B.? Quale è stato il criterio secondo cui essi soli, a differenza di altri, sono stati scelti, o per quale qualità sono stati accolti nella collezione chiamata B.?

Il criterio generico della loro scelta fu che l'antica tradizione, prima giudaica e poi cristiana, li riconobbe come libri «sacri», a differenza di altri libri che non furono riconosciuti tali; la base poi di questo riconoscimento, ossia la qualità intrinseca per cui un libro venne riconosciuto come «sacro», fu l'«ispirazione» del libro stesso, per cui questo non è un libro umano, bensì divino, e ha Dio come autore principale e l'uomo come autore secondario o istrumentale. Ma questa qualità dei libri della B. è così importante, dal punto di vista sia storico sia teologico, che va studiata a parte (v. ISPIRAZIONE).

III. CANONE

La parola greca «canone» (κανών), che significa «regola», «norma» è impiegata fin dal sec. IV per designare la collezione dei libri sacri della B. Da allora si parla di libri canonici in contrapposizione ai non-canonici, a seconda che facciano o no parte della suddetta collezione o canone. I termini protocanonici e deuterocanonici sono, invece, di formazione recente: risalgono a Sisto da Siena (sec. XVI), il quale in questo modo volle distinguere, fra i libri che compongono il canone del Vecchio Testamento, quelli che concordemente furono riconosciuti da tutti come facenti parte della collezione, da quelli sul cui carattere ispirato era sorto qualche dubbio lungo i secoli. Tale distinzione è in uso quasi esclusivamente presso i cattolici, giacché i protestanti e gli Ebrei chiamano i libri deuterocanonici apocrifi, escludendoli dal canone biblico. Tali libri, come è detto sopra, sono: Tobia, Giuditta, Sapienza, Ecclesiastico, Baruc, i due libri

dei Maccabei, e taluni passi di Daniele (3, 24-90; 13; 14) e di Ester (10, 4-16, 24).

Trattandosi di un carattere soprannaturale, solo la Chiesa, depositaria della dottrina di Gesù Cristo, ha la facoltà di dichiarare infallibilmente quale libro sia dotato del carattere dell'ispirazione, e sia perciò da inserirsi nel canone biblico. Quindi il criterio sicuro per conoscere se un libro debba far parte di questa collezione è la tradizione, che risalga fino all'età apostolica. In pratica a tale criterio si riduce per diversi aspetti anche quello, propugnato da alcuni cattolici, dell'origine profetica o apostolica dei libri componenti la B.

1. Canone del Vecchio Testamento. — È innegabile che tale tradizione, anche quando se ne possa dimostrare con sicurezza l'origine apostolica, non fu sempre scevra di ogni dubbio, specialmente riguardo al canone del Vecchio Testamento. Presso i Giudei nel sec. I d. C. troviamo una divergenza notevole, che forse risale ad un periodo anche più antico.

Lo storico giudeo Flavio Giuseppe (Contro Apionem, I, 8-9) tramanda, senza nominare esplicitamente i singoli titoli, un canone che escludeva i libri deuterocanonici; c'altra parte la versione greca detta dei Settanta, fatta da Giudei alessandrini qualche secolo prima di Cristo, contiene anche i libri deuterocanonici, il che dimostra che tali libri venivano letti nelle adunanze sinagogali e considerati ispirati. La divergenza sembra dovuta ad un rigorismo degli scribi e rabbini palestinesi, che non tollerarono alcun libro scritto originariamente in greco, e che anche verso libri composti originariamente in ebraico od umanico si mostrarono sospettosi quando non si presentassero come dovuti a un autore insignito del carisma profetico (cf. I Mach. 4, 46; 14, 41); cosicché i requisiti indispensabili di un libro sacro furono quasi fissati nella lingua ebraica, nella qualità profetica dell'autore supposto anteriore ad Esdra, e nella origine palestinese del libro. Tale rigorismo non era condiviso dai Giudei ellenizzati della diaspora, che leggevano generalmente la B. nella versione greca. Del resto non mancano indizi per supporre che anche presso i Giudei palestinesi in un primo tempo questi libri, specialmente i più antichi, fossero ammessi. Basti ricordare che i Giudei della diaspora dovettero ricevere in origine il loro canone dai correligionari della Palestina, centro di tutto l'ebraismo, e quindi ricevettero da qua anche i libri deuterocanonici. Quando però, più tardi, il rigorismo degli scribi palestinesi ridusse il canone ai soli protocanonici, anche gli alessandrini accolsero tale sentenza, rigudiando l'antica versione dei Settanta. Riguardo a Gesù Cristo e gli Apostoli, per quanto non abbiano lasciato un catalogo ufficiale dei libri ispirati e canonici, dalle loro allusioni conservate nel Nuovo Testamento e dall'uso frequente della versione dei Settanta, risulta in pratica che ritenevano per ispirati anche i deuterocanonici. Tale è la norma anche dei più antichi Padri, i quali citano o usano indifferentemente le due serie di libri (Clemente Romano, Ippolito, Ireneo, Tertulliano, Clemente Alessandrino, Cipriano). Di modo che per i primi due secoli non risulta alcuna incertezza circa l'ispirazione e l'autorità dei libri deuterocanonici. Solo verso la fine del sec. II, le controversie frequenti con i Giudei, che ormai concordemente rigettavano i libri deuterocanonici, condussero gli apologisti a non desumere i loro argomenti da questi scritti non ammessi dagli avversari. Si trattava di una norma pratica da seguire, più che di un principio teorico; tuttavia presto sorsero, anche presso taluni cristiani, veri dubbi. Ne riscontriamo i sintomi in Melitone di Sardi (ca. 160-80), che in un passo conservatoci da Eusebio di Cesarea (Hist. eccl., IV, 26) riferisce come canone autentico quello palestinese, affermando esplicitamente di riportare informazioni avute in un suo viaggio in Palestina. Il medesimo canone è riferito da Origene, che tuttavia usa i deuterocanonici come libri ispirati. In tempi successivi tale opinione si diffuse più sensibilmente nella Chiesa greca; ad essa si attennero

Atanasio, Cirillo di Gerusalemme, Epifanio, Gregorio di Nazianzo, e alcuni altri, nel compilare l'elenco dei libri sacri, sebbene anch'essi in pratica non si mantenessero aderenti a quella opinione, giacché non è difficile ritrovare nelle loro opere citazioni di deuterocanonici come di libri ispirati.

Allora cominciò a circolare presso i Greci una triplice distinzione di libri della B.: si parlò di libri certi od ammessi da tutti (ἀναλογοῦμεν), di controversi (ἀντιλεγόμεναι), e di spuri o apocrifi. Con il secondo termine si comprendevano i nostri deuterocanonici. Ma quanto poco fosse radicato il rifiuto di tali libri è confermato dall'accettazione incondizionata di essi da parte di numerosi altri dottori della Chiesa e dalla decisione del Concilio di Costantinopoli del 692, detto Trullano, che sebbene in una forma non del tutto perspicua riferì il canone integrale, mantenuto sempre incontrastato nella Chiesa greca, almeno fino al sorgere del protestantesimo.

Nella Chiesa latina i primi ad attenersi al canone giudaico furono Ilario di Poitiers, Rufino di Aquileia e Girolamo. I primi due furono indotti dall'esempio di Origene, di cui si professavano discepoli: il terzo, che prima di recarsi in Oriente sembra che ritenesse il canone completo, con la sua autorità ingenerò dubbi in autori posteriori. Tuttavia la grande maggioranza degli scrittori mantenne categoricamente l'ispirazione e la canonicità dei libri controversi. Rappresentante di questo opinione fu Agostino, che con l'opera personale e con proclamazioni conciliari da lui promosse, conservò la genuina tradizione della Chiesa. La Sede Romana già con Innocenzo I (405) si pronunciò in modo reciso in favore di tali libri; alcuni anni più tardi il Decreto, erroneamente detto Gelasiano, segnò la norma costante di fede per i secoli successivi, finché i Concili ecumenici Fiorentino (1441) e Tridentino (1546) la sancirono solennemente. Tuttavia l'autorità di Girolamo, che aveva fatto esitare e fuorviare taluni nel medioevo (Ugo di S. Vittore, Niccolò Lirano e qualche altro), si risente ancora in s. Antonino, arcivescovo di Firenze (m. nel 1459), e nel card. Gaetano (1532), che negavano ai libri deuterocanonici un'autorità impegnativa in materia di fede.

Lutero, pur rigettando la tradizione ecclesiastica, manifestò una certa esitazione nel ripudiare i deuterocanonici, e si accontentò di relegarli in fondo alla sua tradizione. Però già Andrea Carlotadio si mostrò più risoluto: nel suo libro De canonicis Scripturis (1520) egli adottò il canone giudaico, divenuto presto universale presso i protestanti, i quali così esclusero i libri controversi delle loro edizioni della B., qualificandoli apocrifi. L'atteggiamento dei protestanti fu rinnegato anche dalla Chiesa greca scismatica, che condannò alcuni suoi seguaci propensi all'opinione dei riformatori (Cirillo Lucaris e Metrofane Critopulos); tuttavia nel sec. XVII l'ostilità ai deuterocanonici si diffuse in Russia, nei paesi slavi, ed anche in Grecia, ove annovera molti rappresentanti, essendo la questione del canone dichiarata questione libera e non dogmatica dall'autorità ecclesiastica.

Presso la critica razionalistica, che rinnega l'ispirazione, tale questione riveste un carattere secondario poiché tutti

i libri della Scrittura sono trattati come qualunque libro profano.

2. Canone del Nuovo Testamento

Meglio documentata è la formazione del canone del Nuovo Testamento. Qui, sovente, gli autori stessi ispirati indicano l'occasione e altre circostanze che causarono la composizione dello scritto; troviamo anche chiari accenni alla formazione di collezioni più o meno ampie, contenenti almeno una parte degli scritti apostolici. S. Pietro parla delle lettere di s. Paolo come se godesero uguale autorità dei libri del Vecchio Testamento (II Pt. 3, 15-16). I Padri apostolici non tramandarono un catalogo completo dei libri componenti il Nuovo Testamento; spesso anche nelle loro citazioni, fatte più a senso che letteralmente, è difficile stabilire con esattezza il libro a cui si riferiscono; tuttavia il numero

sempre più esteso di tali citazioni, più o meno dirette, negli scritti di Clemente Romano, Policarpo e Ignazio, ci permette di ritenere che tali autori, specialmente l'ultimo, possedessero un corpus completo almeno degli scritti di s. Paolo. Altri autori testimoniano l'esistenza di altri libri, come Papia di Gerapoli per i Vangeli, dai

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Ha Codex Sinaiticus, rd. da II. V. Lake, Oxford 1911 BIBLIA - Testo greco. Codice Sinaitico (8), sec. IV. II Io. 7b-13; III Io.; Ind. 1-6.
quali Taziano verso la fine del sec. II compose il suo Diatessaron. Una prova che presso i primi cristiani già fosse in uso un canone dei libri del Nuovo Testamento Marcione (v.), quando volle redigerne un altro secondo principi suoi personali ed eterodossi. Dalle repliche di Ireneo, Tertulliano ed Ippolito, appare chiaro che Marcione non fu il primo a fissare una collezione di scritti ispirati, come vorrebbe A. Harnack, ma solo in riformatore del canone comune secondo le sue idee particolari. Può darsi, tuttavia, che la sua audacia inducesse la Chiesa a manifestare in modo più preciso il proprio pensiero tradizionale; è infatti di quel tempo (ca. 170-80) un documento nella Chiesa romana importantissimo per la storia del canone del Nuovo Testamento, cioè il Frammento o Canone Muratoriano, scoperto da L. A. Muratori nel 1740: esso testimonia ch'erano riconosciuti ispirati 4 Vangeli (non risulta il primo, e del secondo è superstite un solo accenno, essendo il documento mutilo all'inizio), 13 lettere di s. Paolo (non parla di quella agli Ebrei), gli Atti, due o tre lettere di Giovanni, la lettera di Giuda, l'Apocalisse, e forse due lettere di Pietro, di cui una sarebbe stata controversa.

Da questo documento, quasi ufficiale, appare già il formarsi e il persistere di un leggero dubbio: alcuni libri non sono nominati affatto, qualche altro si può leggere come indicato solo se si accetta una felice correzione del testo, come vogliono alcuni dotti riguardo alle lettere di Pietro. Attestazioni più esplicite di autori successivi confermano una reale perplessità presso alcune Chiese nell'ammettere alcuni libri. Erano contrastati in modo particolare la lettera agli Ebrei e l'Apocalisse, per le quali il dubbio era quasi suddiviso fra la Chiesa occidentale e l'orientale: la prima mostrava riluttanza ad incorporare la lettera

paolina, mentre l'altra per considerazioni specialmente letterarie nutriva una certa diffidenza per l'Apocalisse giovannea.

Se si aggiungono i dubbi ed i dissensi, manifestatisi qua e là, verso alcune lettere cattoliche, ossia Giacomo, Giuda, II Pietro, II e III Giovanni, si possono computare anche per il Nuovo Testamento 7 libri controversi (ἀντιλεγόμενα). Ma tale disaccordo, dovuto ad altre ragioni ma in parte anche alla difficoltà di far giungere in origine a tutte le Chiese i singoli brevi scritti ispirati, era meno profondo di quello avvenuto per il canone del Vecchio Testamento.

A poco a poco le divergenze si appianarono, i dubbi diminuirono; specialmente in Occidente svanirono le diffidenze verso la lettera agli Ebrei, in seguito all'insegnamento dei grandi dottori che si pronunziarono in favore delle opere controverse. Girolamo e Agostino, i Concili di Ippona (393) e di Cartagine (397 e 419) sostennero in modo reciso la loro ammissione; nel medesimo senso si esprime il papa Innocenzo I (405; Denz-U, nn. 92, 96). In Oriente, invece, i dubbi persistettero più a lungo; specialmente nella Chiesa di Antiochia, e presso i Siri che da quella ricevevano l'indirizzo, si stento a riconoscere la canonicità dell'Apocalisse e di alcune lettere cattoliche (II Pietro, II e III Giovanni, Giuda). All'epoca di Giustiniano ogni disaccordo nell'impero bizantino era svanito. Presso i Siri il riconoscimento andò più a rilento, giacché nella loro versione mancavano da principio i libri contesi; i nestoriani non ammisero mai l'Apocalisse, II Pietro, II e III Giovanni, Giuda, come ci testificano Išō'dād di Merv (850) e Ebediesu (1318).

Lutero da principio avversò in modo particolare la lettera di Giacomo, chiamandola la lettera « di paglia », perché contraria al suo caposaldo teologico della salvezza per la sola fede. In pratica, all'inizio della Riforma vi fu gran dissenso su questo punto fra i più autorevoli protestanti; in seguito, a poco a poco, si tornò ad ammettere i libri discussi, di modo che dal sec. XVII in poi non vi fu nessuna differenza per il canone del Nuovo Testamento fra cattolici e protestanti.

Per gli scritti non ammessi nel canone biblico V. APOCRIFI.

IV. TESTI ORIGINALI

Presupposto essenziale nello studio di qualunque scritto antico è la fedeltà ed esattezza dei documenti che ce lo hanno conservato. Sotto questo aspetto nessuno scritto profano ha avuto tanti indagatori nella storia della sua trasmissione quanti ne può vantare la B., specialmente il Nuovo Testamento. L'indagine, naturalmente, si estende tanto sui testi originali quanto sulle più importanti versioni antiche.

1. Vecchio Testamento. — Esso fu scritto nella sua maggior parte in ebraico (con alcuni brevi tratti in aramaico), e solo alcuni suoi libri, quali II Maccabei e Sapienza, furono composti originariamente in greco; parimente solo in quest'ultima lingua possediamo gli altri libri deuterocanonici, scritti originariamente in ebraico o aramaico.

La storia del testo ebraico del Vecchio Testamento è assai semplice se scendiamo già dai primi secoli cristiani, allorché detto testo prese una forma precisa tramandata in seguito quasi perfettamente inalterata. Ben poco, invece, sappiamo del periodo anteriore, quando il testo subì modificazioni rilevanti, che noi oggi possiamo solo vagamente valutare. Si annunziamo (1948) rotoli biblici del sec. II a. C. rinvenuti tra i monti di Giuda. Molti codici ebraici, sebbene poco antichi, giacché nessuno risale oltre il sec. X d. C., furono pazientemente collazionati da eruditi, fra i quali eccelle, ca. 1800, Gian Bernardo De Rossi (v.); ma così vasto lavoro ci ha fruttato un testo ebraico omogeneo, giacché le rare varianti sono del tutto secondarie e non intaccano mai profondamente il senso:

cosicché quest'esame minuzioso ci testifica un testo ch'era già uniforme al tempo della stesura dei nostri più antichi codici ebraici. Tuttavia tale sicurezza non si riferisce ai mille e più anni che separano i nostri codici dagli scritti originali. Ricorrendo però al confronto delle antiche versioni e seguendo le testimonianze degli antichi scrittori giudei e cristiani, si può ancora risalire fino ai primi secoli dell'era cristiana; e anche per questo periodo le indagini più scrupolose non fanno che confermare la fedele trasmissione del testo, protetto dalla meticolosa «siepe della Tōrāh», come fu MASSORETTI (v.).

Ma risalendo al periodo precristiano, le divergenze testuali appaiono tanto evidenti quanto importanti. Per questo periodo noi possediamo il Pentateuco Samaritano, la versione dei Settanta che è la più importante e fu condotta su una redazione del testo ebraico anteriore alla masoretica, il brevissimo papiro Nash e gli scritti di Flavio Giuseppe; oltre a ciò, anche il testo ebraico della B. offre la prova palese che nei tempi antichi la trasmissione del testo biblico non fu accurata e precisa. Troviamo infatti passi ripetuti più volte, anche in uno stesso libro (come nei Salmi), che testimoniano spesso diversità di testo difficilmente attribuibili soltanto a sviste di copisti; inoltre la maggiore abbondanza di varianti nei libri che formano le due ultime collezioni della B. ebraica (ossia i « Profeti » e gli « Agiografi ») dimostra che tali collezioni sorsero in un'epoca in cui l'attività degli scribi, iniziatasi nel periodo persiano, era ancora poco efficace. Tuttavia tali divergenze di testo, per quanto gravi in singoli libri come Samuele, Ezechiele, Greemia, Proverbi, non toccano la sostanza complessiva delle singole opere. Le modificazioni, quando non sono dovute a incuria di amanuensi o a libertà di redattori, dipendono talvolta da incomprensione del testo, la quale era spesso provocata dalle imperfezioni della scrittura ebraica che difettava delle vocali. L'introduzione, infatti, dei segni particolari (ca. sec. VI d. C.) per indicare le vocali ebraiche contribuì molto, insieme con tutto il lavoro dei Masoreti, a conservare fedelmente il testo fissato; è il testo che, come abbiamo detto, si trasmise con singolare precisione fino all'invenzione della stampa.

Nel 1525 uscì la prima B. ebraica intera a Venezia, per cura di Jacob ben Chajjim (B. rabbinica); da quella fino alle edizioni critiche di C. D. Ginsburg (Londra 1908-26) e di R. Kittel (Lipsia 1906; 3ª ed. di P. Kahle, completamente riveduta sui codici più antichi, Stoccarda 1929) le stampe si sono moltiplicate, sempre con massima fedeltà. Perciò possiamo dire di avere oggi fra mano il testo ebraico quale era letto nel secc. I-II d. C., ossia una copia sostanzialmente, ma non letteralmente, sicura degli autografi originali perduti. Il confronto con le antiche versioni, particolarmente con quella dei Settanta, spesso può suggerire giuste correzioni; altre volte una prudente e fondata congettura può restituire la lezione primitiva.

2. Nuovo Testamento. — Se per il Vecchio Testamento abbiamo una larga interruzione nella storia della trasmissione manoscritta, per il Nuovo Testamento siamo più fortunati. Nessun antico testo, neppure dei più celebrati autori classici, può vantare codici tanto numerosi e di così alta antichità come la può vantare il Nuovo Testamento, i cui codici sommano a oltre 4000; alcuni di essi risalgono al sec. IV, mentre papiri più o meno frammentari (di Chester-Beatty, Egerton, ecc.) ci riportano perfino al sec. II. La moltitudine dei codici ci presenta, è vero, un numero straordinario di varianti, forse superiore a quello delle parole, ma tale disaccordo è molto più apparente che reale. E infatti la maggior parte delle varianti o sono palesi sviste di amanuensi, o sono alterazioni insignificanti dovute a particolari grafie, nel greco della Koiné dominato dal « iotacismo ».

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(da British Museum, The Codex Alexandrinus, Londra 1948) BIBBIA - Testo greco. Codice Alessandrino (A), sec. V. Mt. 28, 19-20 e serie dei capp. di Mc.
Secondo il computo di esperti intenditori (Westcott-Hort), la parte del testo neo-testamentario che mostri una qualsiasi divergenza nei codici è soltanto un'ottava, di fronte a sette parti letteralmente identiche; ma le divergenze di questa ottava parte sono in massima parte tali da non alterare il senso, p. es. inversioni nella serie delle parole, congiungioni in più o in meno, e simili. Le divergenze, poi, che riguardano veramente il senso del testo, sono ca. la millesima parte di tutto il Nuovo Testamento.

Questa singolare abbondanza di codici ha reso da oltre due secoli il testo del Nuovo Testamento oggetto di lunghi e dotti studi. Dopo che Erasmo di Rotterdam pubblicò nel 1516 la prima edizione greca, basata su codici, di scarso valore, si continuò per molto tempo a ristampare quel medesimo testo, ampollosamente chiamato textus receptus; ma da quando si cominciò ad indagare e collazionare i codici migliori e più antichi, tale testo fu sempre più screditato dai critici, fino a che fu definitivamente abbandonato e sostituito con altri ottenuti mediante i suddetti studi. Riguardo a questi nuovi testi proposti dai critici è sintomatico l'accordo quasi perfetto a noi i vari studiosi sono pervenuti, nonostante i diversi criteri adottati.

Uno dei problemi fondamentali che i critici han dovuto risolvere è stato quello di determinare la storia della trasmissione del testo, e a tale scopo si sono catalogati in diverse famiglie tutti i codici e gli altri documenti. In questo campo lavorò in modo particolare H. von Soden, e i suoi risultati, per quanto non definitivi né immuni da dubbiezze, fecero progredire molto la critica testuale.

Fra i primi critici, che tentarono di restituire un testo migliore del receptus, qui bastì ricordare J. J. Wettstein (1751), al quale risale la catalogazione dei codici secondo un sistema in parte ancora in uso, ossia l'indicazione dei codici unciali per mezzo delle lettere maiuscole. Fra gli ultimi critici eccellono B. F. Westcott, F. J. A. Hort, C. von Tischendorf ed il nominato von Soden. I primi due offrirono un testo basato su codici chiamati da loro «neutrali» (B e compagni); al Tischendorf si deve la scoperta e l'impiego dell'importante Codice sinaitico (s, o S, oppure o1), che naturalmente è il più rappresentato nel testo offerto dalla sua monumentale edizione Octava maior. Il von Soden, infine, escogitò un nuovo sistema per contraddi-

stinguere i singoli codici (sistema, invero, abbastanza complicato e che perciò si è affermato poco) nell'eruditissima opera Die Schriften des N. T. (4 voll., Berlino-Cottima 1902-12). Tuttavia tanto lavoro non soddisface appieno i dotti; perciò una commissione, con a capo E. von Dobschütz, si propose di offrire una nuova edizione critica del Nuovo Testamento.

Numerose edizioni manuali hanno contribuito a diffondere il testo criticamente vagliato: tali l'edizione minore di von Soden (1913), quella divulgatissima di E. Nestle, basata sul confronto delle tre maggiori (Tischendorf, Westcott-Hort, B. Weiss), quelle dei cattolici M. Hetzenauer (1892-1900), E. Bodin (2ª ed. 1918), H. I. Volges (2ª ed. 1922) e A. Merk (1933, 6ª ed. 1948).

Tenendo conto dei lavori del von Soden e di altri critici, si propende oggi a raggruppare i codici in tre o quattro classi secondo i vari libri, contraddittime da caratteristiche peculiari. La prima di queste classi, che il von Soden designò con la sigla H (= Hesychius), è considerata la migliore, perché scevra di contaminazioni dovute ad influssi di passi paralleli e meno ritoccata dai puristi: principali codici rappresentanti di questa classe sono il Vaticano (B) con il Sinaitico (s). La seconda classe, contrassegnata dal von Soden con la sigla I (= Jerusalem) e rappresentata dal Cod. D (Beza), ha varie particolarità di amplificazioni, parafrasi, omissioni, ecc. che caratterizzano il cosiddetto testo occidentale. La terza famiglia, contrassegnata con la sigla K (= Koiné, «comune»), ha caratteristiche proprie alla scuola antiochena, dovute in modo particolare all'influsso di Luciano: questa famiglia si distingue per castigatezza di lingua e per la tendenza ad aggiunte, e ne è rappresentante principale il Cod. A (Alessandrino). Infine molti codici, secondo diversi dotti, dipendono dalla scuola di Cesarea di Palestina, quali il gruppo Lake e Ferrar, con note particolari. Questa classificazione, propria dei Vangeli, subisce lievi variazioni quando viene applicata agli altri libri del Nuovo Testamento. Spesso un codice, secondo i diversi libri, è da catalogarsi in varie famiglie e classi. Di tutte le classi la migliore è la prima, propria dell'Egitto, sulla quale principalmente si fondano le edizioni critiche (v. CRITICA D'ARTE).

V. VERSIONI ANTICHE

La B. è oggi il libro più diffuso in tutto il mondo; ma questa diffusione è stata raggiunta lungo i secoli in minima parte dai suoi testi originali ebraico e greco, e per la massima parte dalle numerose versioni nelle varie lingue antiche e moderne. Dei testi originali, infatti, quello ebraico poteva esser letto e compreso soltanto da un esiguo numero di persone, essendo la lingua ebraica compresa da pochi fra gli Ebrei stanziati fuori di Palestina, e anche da non molti di quelli di Palestina già qualche secolo prima dell'era cristiana; i testi greci, invece, e fra essi tutto il Nuovo Testamento, erano accessibili a una cerchia di persone assai più vasta, essendo il greco negli ultimi secoli a. C. la lingua internazionale dell'Impero romano, anche per gli Ebrei della diaspora. Tuttavia, diffondendosi il cristianesimo anche in regioni ove la lingua popolare non era la greca, e più tardi sorgendo nuovi idiomi in regioni già raggiunte dal cristianesimo, la B. fu tradotta man mano in altre lingue perché durante la liturgia il popolo comprendesse il contenuto dei libri sacri: infatti il motivo comune per cui si prepararono le varie traduzioni antiche, dapprima presso gli Ebrei e poi presso i cristiani, fu quello di comprendere la B. nella lettura liturgica pubblica e secondariamente in quella privata.

La lunga serie delle versioni comprende versioni in lingue antiche e moderne. Mentre talune versioni antiche già cominciarono a sorgere quando il canone del Vecchio Testamento non era ancora fissato e chiuso, le versioni moderne continuano ancora oggi e continueranno anche in futuro. Le versioni antiche godono

di particolare importanza come documenti per l'accertamento o la ricostruzione critica del testo biblico primitivo, e la loro importanza è di solito tanto maggiore quanto è più alta l'antichità della versione. Le versioni moderne, nel loro periodo più antico, sono insigni monumenti delle rispettive lingue, giacché la traduzione intera o parziale della B. in volgare è quasi sempre uno dei primi prodotti delle varie letterature europee; nel loro periodo più recente, le versioni moderne possono avere un valore esegetico, come saggi d'interpretazione del senso biblico.

Poiché le versioni antiche saranno tutte trattate singolarmente a parte, ne diamo qui una presentazione sommaria collettiva, rinviando per ciascuna alla rispettiva voce.

Le prime traduzioni del Vecchio Testamento furono in lingua greca. La più antica, l'unica conservatasi per intero, SETTIMANA SANTA (v.), i cui inizi risalgono al sec. III a. C. Col sorgere del cristianesimo questa versione fu adottata dai cristiani, i quali da essa traevano le citazioni bibliche nelle loro polemiche contro i Giudei. Questa fu la principale ragione per cui, lungo il sec. II d. C., i Giudei ripudiarono come infedele la versione dei Settanta (sebbene in precedenza l'avessero circondata di particolare venerazione) e la sostituirono con altre versioni greche, totali o parziali, fatte da Giudei e giunte a noi soltanto frammentarie (v. GRECIA, VERSIONI, della B).

Quasi contemporaneamente alla traduzione dei Settanta, egualmente presso i Giudei, si andavano formando traduzioni in aramaico, che, dopo l'epoca cristiana, cominciarono ad esser messe per iscritto, dando così origine a quel complesso di versioni chiamate genericamente Targumim, ossia « traduzioni » (v. TARGUMI).

Frattanto in Occidente, col diffondersi ivi del cristianesimo, s'intese la necessità di avere la B. tradotta in latino, e particolarmente nel latino popolare. A tale necessità si cominciò a provvedere già nel sec. II d. C. con una, o forse più d'una, versione latina, fatta però non dal testo ebraico ma da quello greco dei Settanta. Complicatissime e fino ad oggi poco esplorate sono le vicende di queste iniziali versioni latine, chiamate talvolta complessivamente col termine inesatto di Italia; esse più tardi furono in parte soppiantate e in parte incorporate nella nuova versione fatta sul testo ebraico da s. Girolamo, e chiamata oggi Volgata (v. LATINE VERSIONI DELLA BIBBIA).

Già nel sec. III cominciarono, ad uso dei cristiani di Egitto, le versioni in copto, ossia in quella lingua formata da una mescolanza di antico egiziano e di greco ch'era parlata colà dai bassi ceti. Si hanno versioni copte nel dialetto meridionale, o sahidico, nei dialetti del medio Egitto, ossia fajjūmico e ahmimico, e nel dialetto settentrionale, o boheirico, condotte sul testo greco dei Settanta, e a noi sono giunte solo in parte (v. COFTE, VERSIONI, della B).

In siriano, il Vecchio Testamento fu cominciato a tradurre fra i sec. II e III d. C. direttamente dal testo ebraico; fu fatta poi la traduzione dei libri deuterocanonici dal greco dei Settanta, e la serie così completa fu chiamata la versione Pēšitā, « semplice ». Il Nuovo Testamento fu tradotto più volte e con criteri vari: la traduzione più antica è quella del Diatessaron Taziano (v.), che in questa sua opera fuse insieme i quattro Vangeli, chiamati perciò « mescolati »; poco più tardi, ma già nel sec. II, furono tradotti i Vangeli ognuno a sé, chiamati perciò « separati », di cui abbiamo due differenti recensioni, la Curetoniana (dal suo scopritore W. Cureton [v.]) e la Sinaitica (dal monte Sinai, ove fu ritrovata). Nel sec. v apparve una nuova versione, o radicale revisione, del Nuovo Testamento attribuita a Rabbūlā di Edessa, che fu unita con la Pēšitā del Vecchio Testamento; al testo di Rabbūlā mancavano i deuterocanonici del Nuovo Testamento, che furono aggiunti più tardi. Versioni siriache posteriori sono: la Filoszeniana (sec. VI), dal testo dei Settanta secondo la recensione

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(da Codice Bega - photographic representation, Cambridge 1591) BIBBIA - Testo greco-latino, Codice Bega (D), sec. VI. Testo latino di Mc. 1. 38-2. 5.
di Luciano; la Sira-esaplare (sec. VII), dal testo dei Settanta secondo la recensione delle Esape di Origene; e qualche altra minore (v. SIRIACHE, VERSIONI, della B).

La versione Etiopica o abissina fu cominciata nel sec. V: condotta sul testo greco dei Settanta, fu in seguito sottoposta ad alcune recensioni. La versione Armena (v. MESROP), del sec. V, fu condotta sul testo greco dei Settanta. La versione Gotica fu compiuta nel sec. IV, sul testo greco dei Settanta, da Ulfilia vescovo ariano dei Goti. La versione Georgiana sembra risalire al sec. V; fu condotta sul testo greco dei Settanta, ma rìenti anche dell'influenza dell'antica versione armena. La versione Slama antica (paleoslava) fu iniziata nel sec. IX dai ss. Cirillo e Metodio; ma in seguito subì numerose integrazioni e modificazioni. Le versioni Arabe, di vario tipo, non risalgono oltre il sec. IX, e dipendono dai testi ebraico o greco a seconda dei vari autori.

VI. VERSIONI MODERNE

Italiane. - I primi tentativi di traduzione della B. in volgare risalgono in Italia a prima di Dante. Più che vere traduzioni, sono di solito parafrasi ampliative ed esplicative, fatte a scopo devozionale, ed estese a singoli libri o a soli estratti, specialmente dei Vangeli. Il volgare impiegato è di solito il toscano, talvolta il veneto. Il testo da cui si traduce è normalmente il latino della Volgata, in qualche caso rappresentata da una delle recensioni anteriori a quella fissata all'Università di Parigi agli inizi del sec. XIII, che si diffuse subito anche in Italia: il che indurrebbe a concludere che alcuni di questi volgarizzamenti risalgono ai principi del Duecento; eccezionalmente si traduceva anche da versioni francesi. Questi primi saggi, quasi tutti inediti, non sono ancora stati sufficientemente esplorati e studiati.

Col Trecento cominciano ad apparire le prime B. intere in volgare, sorte dalla unione di precedenti

traduzioni parziali, in massima parte anonime; cosicché, a seconda della scelta fatta dai diversi raccoglitori, le copie intere potevano risultare diverse nei diversi libri tradotti. Queste B., trasmesse ancora manoscritte, sono oggi assai rare e quasi sempre, o per incompiutezza della collezione originaria, o per ingiuria del tempo, mancano di qualche libro. Talvolta singoli libri recano in testa il nome del traduttore: fra i vari nominati il più degno di menzione è fra Domenico Cavalca, a cui è attribuita la traduzione degli Atti; tale attribuzione si ritrova anche in copie solitarie di detto libro, ma può rimanere sempre il dubbio che il Cavalca sia stato non il traduttore ma solo l'autorevole recensore di una precedente traduzione degli Atti, come sembra risultare dal confronto dei testi contenuti nelle varie copie. Altri celebri nomi messi avanti a proposito della B. volgare trecentesca, quali Iacopo da Varagine e Iacopo Passavanti, non hanno alcuna giustificazione nella tradizione manoscritta. Un celebre esemplare di queste B. intere è quello già appartenuto a Francesco Redi (oggi conservato solo dal Genesi fino a parte dei Salmi: Firenze, Laurenziana Ashburnham 1102, dell'anno 1466); di esso si servì il Redi per le annotazioni al suo Ditirambo e l'Accademia della Crusca per il suo Vocabolario.

Con l'invenzione della stampa, la B. volgare completa venne ben presto in prima linea con due edizioni nel 1471, ambedue a Venezia. La prima apparve il 1 ag. («B. d'ag.») per i torchi del tipografo tedesco Vendelino da Spira col titolo B. dignamente vulgarizzata per il clarissimo religioso duon Nicolao Malermi Veneziano..., 2 voll. in-fol., su 2 coll.; la secon-

da apparve il 1 ott. («B. d'ott.») col titolo La B. sacra del Testamento Vecchio e Nuovo in lingua volgare tradotta, 3 voll. in-fol., in 2 tomi, senza nome di luogo e di stampatore, ma uscita certamente dai torchi del tipografo francese Niccolò Jenson (altri l'attribui ad Adamo di Ammergau). Il monaco camaldolese Malermi (o Malherbi, Manermi) a cui è attribuita la «B. d'ag.» fu, piuttosto che traduttore, un semplice compilatore; egli impiegò varie traduzioni parziali del Trecento, fra cui quella degli Atti attribuita al Cavalca, e le ritoccò qua e là conforme al testo latino della Volgata, non senza sostituire vocaboli e modi di dire toscani con corrispondenti veneziani.

La B. completa così ottenuta mostrò certamente una fedeltà e uniformità che le singole traduzioni parziali non potevano avere, ma guastò anche parecchio la loro lingua trecentesca diminuendo perciò notevolmente il loro quasi unico pregio. Grande tuttavia fu il favore incontrato dalla B. del Malermi, che ebbe 11 edizioni nel periodo degli incunaboli e quasi 20 lungo il Cinquecento; l'edizione apparsa a Venezia nel 1773, sebbene rechi ancora il nome del Malermi, è in realtà un rifacimento del padovano Alvise Guerra, di tendenze gianseniste, che in gran parte sostituì l'antica traduzione con traduzioni sue o di altri. La «B. d'ott.», ossia quella jensoniana, impiegò manoscritti dal Trecento senza alterarli — a quanto pare — ma forse integrandoli là dov'erano lacunosi con tratti tolti dalla «B. d'ag.»: certo è che le due B. concordano quasi alla lettera nel Nuovo Testamento e anche nei Salmi, mentre sono ben differenti nel Vecchio Testamento. Perché così grezza e di origine varia, la B. jensoniana non incontrò alcun favore e non fu più ristampata, sì da diventare di una rarità estrema. Fu invece edita nuovamente lungo il sec. XIX, per il riacceso amore dei testi in volgare del «buon secolo» della lingua: ma un primo tentativo fatto dalla Società Veneta dei Bibliofili s'arrestò al primo volume (B. volgare, testo di lingua secondo l'edizione del 1471 di Nicolò Jenson, Venezia 1846) per difficoltà sorte con l'autorità ecclesiastica e col tipografo, e tutte le copie finirono distrutte in tipografia o disperse; riuscì invece ad apprestarne l'edizione intera Carlo Negroni (La B. Volgare secondo la rara edizione del 1 ott. MCCCCLXVI, 10 voll., Bologna 1883-87). Il testo della jensoniana ha valore non già per la critica biblica, ma solo per la storia della lingua italiana, sebbene anche su questo punto si sia alquanto esagtrato.

Molte poi sono le edizioni di versioni trecentesche, soprattutto dei Salmi, stampate lungo il sec. XIX per amore dei testi di lingua: le quali perciò interessano i filologi.

Ai tempi del protestantesimo cominciano anche in Italia versioni bibliche di nuova indole. Quasi contemporaneamente alla B. tedesca di Lutero, uscì in Italia la versione del fiorentino Antonio Brucioli, dapprima limitata al Nuovo Testamento (Il Nuovo Testamento di Cristo Jesu Signore e Salvator nostro, di greco nuovamente tradotto in lingua toscana, Venezia, Lucantonio Giunti, 1530, riprodotto più volte in seguito) e poco dopo estesa a tutta la B. (La B., quale contiene i sacri libri del Vecchio Testamento tradotti nuovamente da la hebraica verità... Coi divini libri del Nuovo Testamento, in-fol., Venezia, Lucantonio Giunti, 1532).

Il Brucioli era di spiccate tendenze protestanti, sebbene ufficialmente non si staccasse dalla Chiesa, e la sua versione, divenuta ben presto comune per i protestanti italiani esuli, fu messa all'Indice già nel 1559; quanto alla sua indole letteraria, è versione rozza e incolta, e la sua asserita derivazione dai testi originali fu ottenuta in realtà con assiduo impiego della versione latina di Sante Pagnini per il testo ebraico e di quella di Erasmo per il Nuovo Testamento. Fu ristampata più volte, anche con commenti del Brucioli in cui più chiaramente appaiono le sue tendenze protestanti; una nuova edizione con ampie modificazioni fu preparata ad uso dei protestanti di Ginevra (ivi, presso Francesco Durono, 1562) da Filippo Rustici.

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BIBBIA - Testo ebraico. Codice Petropolitano (anno 1009), II. 20, 1-21, 6. Contiene, oltre al testo ebraico, la masora marginale. I segni vocalici sono quelli del sistema babilonese, precedente al tiberiente, oggi in uso.
(da Codice Bublonicus Petropolitanus, ed. da H. Struck, Pietroburgo 1856)
Da parte cattolica, poco dopo la versione del Brucioli, apparve quella del domenicano del convento fiorentino di S. Marco, Sante Marmochino (La B. nuovamente tradotta dalla Hebraica verità in lingua Thoscana per Maestro Santi Marmochino, in-fol., Venezia, Lucantonio Giunti, 1538).

Questa versione, che l'autore dice compiuta in ventidue mesi, è stata condotta in realtà, più che sul testo ebraico, sulla relativa versione di Sante Pagnini, con frequenti riavvicinamenti alla Volgata; per il Nuovo Testamento essa impiega la versione fatta poco prima da fra Zaccaria dello stesso convento di S. Marco, condotta sul testo greco (Il nuovo Testamento tradotto in lingua toscana dal V. p. fra Zaccheria, Venezia, Lucantonio Giunti, 1536). La versione del Marmochino incontrò poco favore, e fu ristampata solo nel 1546.

Durante lo stesso sec. XVI numerose furono le versioni parziali, specialmente del Nuovo Testamento, talune pubblicate anche fuori d'Italia, moltissime in versi. Quasi tutte sono prive d'ogni valore scientifico, e quelle in versi mancano anche di valore letterario: alcune tradiscono tendenze protestanti. Ma quanto fossero diffuse in Italia le versioni volgari della B., anche prima che sorgesse il protestantesimo, risulta dalla prefazione che il canonico regolare Isaia o « Esaya da Este Patavino » premise alla sua Esposizione sopra la cantica di Salomone stampata nel 1504 a Venezia, « per Bartolameo de Zanni da Portese »; ivi egli, giustificandosi di avere scritto detta Esposizione biblica non in latino ma in volgare, afferma che essa era « etiandio necessaria : impero che per la commodità del stampar li libri : tutta la sacratissima bibbia a questa bassezza era reducta : E da le donnezule fra le roche e fusi : fra il mulinelli da filar la lana: ne le compagne (compagnie, cracchi) de le vicine si se cantava, Ne la quale etiandio la cantica se contene ». È possibile che l'autore parlando di « tutta la sacratissima bibbia » alluda alle due edizioni veneziane del 1471, le sole complete che esistessero al suo tempo, ma certamente intende insieme riferirsi ad altre edizioni parziali apparse qua e là dopo di quelle, e che messe insieme costituivano quasi altrettante B. complete: assai importante è poi il fatto che coteste versioni erano divulgatissime fra il popolino, tanto che si cantavano « da le donnezule fra le roche e fusi ».

Curiosa è poi la notizia offerta da una biografia di Sisto V (conservata in un manoscritto inedito, consultato dall'autore del presente articolo), secondo cui detto Papa poco prima della sua morte (1590) « volle che si stampasse la Bibia in lingua Italiana nella quale lingua fosse notorio a tutti e che la potessero leggere, e questa sua volontà fu osservata nella stamperia di S. Santità »: ma poiché tale traduzione in volgare sembrò inopportuna a vari cardinali e a Filippo II re di Spagna, costui inviò il proprio ambasciatore di Roma a far rimostranze al Papa, il quale però respinse l'ambasciatore in maniera violenta. Senonché di questa edizione romana non esiste traccia alcuna (cf. in proposito il J. Le Long, Bibliotheca Sacra, I, Parigi 1723, pp. 357-58).

Segue un lungo periodo in cui in Italia i cattolici cessarono di produrre nuove traduzioni o edizioni, a causa della norma stabilita nel 1559 e ribadita nel 1564 dall'Indice per arrestare la diffusione del protestantesimo, norma che esigeva uno speciale permesso scritto per leggere la B. in volgare. In questo periodo comparve la più importante versione protestante, Diodati (v.) pubblicata con note nel 1607 a Ginevra.

A questa epoca le B. volgari in Italia erano rappresentate praticamente solo da testi protestanti, di questo si preoccupò Benedetto XIV, che con decreto dell'Indice del 13 giugno 1757 modificò la regola precedente, permettendo

la lettura delle versioni in volgare approvate dalla Santa Sede o pubblicate sotto la sorveglianza dei vescovi; inoltre lo stesso Papa, privatamente, raccomandò la preparazione di una nuova versione italiana condotta conforme a tali norme. Questa maggiore libertà produsse subito i suoi effetti, e in pochi anni furono pubblicate tre nuove versioni italiane. La prima fu quella apparsa nel 1773 come ristampa del Malermi, mentre in realtà era opera quasi tutta nuova di Alvise Guerra di cui si è parlato sopra. La seconda dipende dalla B. francese detta di Port-Royal, dovuta a Isaac Louis Le Maistre de Sacy, e apparsa sotto il titolo Sacra Scrittura giusta la Volgata in lingua latina e volgare colla spiegazione del senso letterale e del senso spirituale tratta dai Santi Padri e dagli autori ecclesiastici dal Sign. Le Maistre de Sacy (Venezia 1775-85) : tuttavia nell'edizione italiana, mentre le note sono quelle del Le Maistre de Sacy, il testo è tradotto non dal francese ma con molta fedeltà dal latino della Volgata.

La terza fu la B. MARTINO V, PAPA (v.), il quale fece opera del tutto nuova e per i suoi tempi degnissima. Di essa apparve dapprima il Nuovo Testamento (6 voll., Torino 1769-71), dedicato al re Carlo Emanuele III e presto ristampato, quindi il Vecchio Testamento (16 voll., ivi 1776-81). Accolta dai più con lode, da taluni con ostilità così accanita che si cercò perfino di farla proibire dalla Chiesa, la versione del Martini fu elogiata da un breve di Pio VI, indirizzato all'autore il 17 marzo 1778; cercarono però d'impadronirsene i giansenisti toscani iniziandone una edizione contraffatta, la quale tuttavia si limitò al Nuovo Testamento e a minima parte del Vecchio (11 voll., Firenze 1779-83). Le moltissime edizioni, totali o

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(per cortesia del dott. N. Plan)
BIBBIA - Pagina della B. di quarantadue linee, detta comunemente B. di Gutenberg, ornata dopo la stampa dalla rubricazione e da miniature. Quest'opera, completata non dopo il 1456, viene attribuita al Gutenberg, che l'avrebbe intrapresa, e ai suoi soci Fust e Schoeffler, che avrebbero condotto a termine il lavoro. Esempare della biblioteca Vaticana.

me amassio: e rendidilio quia
ego a bro ruii «Sui a pè v uè
ni mùdi: veru rìnuquo mù-
dù: e uado ad pènu. Dùunt ri
bìgupnì rùu «Sè nùr palom
lùgnè: e purbù nùlù bìdo-
lùr tùm² qà tío onlìa: e nò
quos èl dii ut èe e iùrogr-
la bor eròim²: qà a bro rìsì-
fùpùdi: rìo lùrùsò. Ilò do re-
bùsò: Sèe uòni bòra: e rìi uòf-
u bìgupnìnìi omòquìsì: in
propùa: iùr folù rìsìquano-
Sè nò fùm folùsò: qà pàre me-
ni èl «Sè: lorune fùm uòbìo:
ut in me pàr habetào. In mù-
to pìlùrì habetào: sò nòfòlì-
rego uìa mùdù.

«Sè: lorune èl tùsùsò: e rì-
lùsò

cunt. Nùnt cognouent: quì
a omnia quì bròchì mùdù abo
sè fùm «Sè: uòrò quì bròchì
mùdù tòlì: e rìpì anpènt
vognouent: uèe qà a rìuò:
e rebòtè: quìa nùr mùdù-
sò: pro rìo rogo. Nò pro mù-
to rogo: sò pro bìro qà bròchì
mùdù: qà a fùm «Sè: mùdù
nù fùm: e nùr mùdù: e rìsì
rìsìbùsò fùm in rìsì «Sè: nò fù
in mùdù: e rìpì in mùdù fùm: e
rìo a bè rìnò. Dùre fùmè:
sè: nòsì nòsì: e rìo qòsò brò-
bìchì mùdù: e fùm: e nòsì fùm: e
nòsì «Sè: nòsì: e rìo qòsò brò-
bìchì mùdù: e rìsì: e nòsì fùm: e
nòsì «Sè: nòsì: e rìo qòsò brò-
bìchì mùdù: e rìsì: e nòsì fùm: e
nòsì «Sè: nòsì: e rìo qòsò brò-
bìchì mùdù: e rìsì: e nòsì fùm: e
nòsì «Sè: nòsì: e rìo qòsò brò-
bìchì mùdù: e rìsì: e nòsì fùm: e
nòsì «Sè: nòsì: e rìo qòsò brò-
bìchì mùdù: e rìsì: e nòsì fùm: e
nòsì «Sè: nòsì: e rìo qòsò brò-
bìchì mùdù: e rìsì: e nòsì fùm: e
nòsì «Sè: nòsì: e rìo qòsò brò-
bìchì mùdù: e rìsì: e nòsì fùm: e
nòsì «Sè: nòsì: e rìo qòsò brò-
bìchì mùdù: e rìsì: e nòsì fùm: e
nòsì «Sè: nòsì: e rìo qòsò brò-
bìchì mùdù: e rìsì: e nòsì fùm: e
nòsì «Sè: nòsì: e rìo qòsò brò-
bìchì mùdù: e rìsì: e nòsì fùm: e
nòsì «Sè: nòsì: e rìo qòsò brò-
bìchì mùdù: e rìsì: e nòsì fùm: e
nòsì «Sè: nòsì: e rìo qòsò brò-
bìchì mùdù: e rìsì: e nòsì fùm: e
nòsì «Sè: nòsì: e rìo qòsò brò-
bìchì mùdù: e rìsì: e nòsì fùm: e
nòsì «Sè: nòsì: e rìo qòsò brò-
bìchì mùdù: e rìsì: e nòsì fùm: e
nòsì «Sè: nòsì: e rìo qòsò brò-
bìchì mùdù: e rìsì: e nòsì fùm: e
nòsì «Sè: nòsì: e rìo qòsò brò-
bìchì mùdù: e rìsì: e nòsì fùm: e
nòsì «Sè: nòsì: e rìo qòsò brò-
bìchì mùdù: e rìsì: e nòsì fùm: e

(per carisma del dott. X. Vian)

BIBBIA - Pagina della rarissima B. di trentasei linee, senza
rubriche e miniature, come uscì dal torchio. L'opera viene attri-
buita al Guenber, che l'avrebbe stampata intorno al 1460.
Esemplare della biblioteca Vaticana.

parziali, che la versione del Martini ebbe in seguito,
dipendono per solito da quella che egli, divenuto nel
1781 arcivescovo di Firenze, curò ivi per il Vecchio
Testamento (17 voll., 1782-87) e per il Nuovo (6 voll.,
1788-92); se ne hanno anche edizioni curate dalla
Società Biblica di Londra. Fu dichiarata «testo di
lingua» dall'Accademia della Crusca il 28 luglio 1885.

Un'eccellente versione scientifica della B. avrebbe
potuto apprestare Gian Bernardo De Rossi grazie alla
sua singolare perizia nella lingua e letteratura ebraica;
ma egli si limitò a pubblicare in Parma le versioni dei
Salmi (1808), dell'Ecclesiaste (1809), di Giobbe (1812),
dei Proverbi (1815) e dei Treni o Lamentazioni (1823),
accompagnando con poche note filologiche la tradu-
zione fatta dal testo ebraico con rara penetrazione.

Sembrò che l'impresa non assunta dal De Rossi
dovesse venir attuata dal sacerdote G. Ugdulena (v.),
professore d'ebraico a Palermo; ma di essa, sotto il
titolo La Sacra Scrittura in volgare riscontrata nuova-
mente cogli originali ed illustrata con breve commento,
uscirono soltanto due volumi (Palermo 1859-62), con-
tenenti i libri dal Genesi fino ai Re. Questa parte
pubblicata è chiara e fedele nella traduzione, nutri-
tissima di scienza filologica e storica nel commento
che mira al senso letterale, ed è aggiornata per gli
studi più recenti del suo tempo. Lodatissimo da A.
Manzoni e incoraggiato da Pio IX, l'Ugdulena si lasciò
invece distrarre dalla politica e abbandonò la sua impresa.

Traduzioni dall'ebraico del Vecchio Testamento fu-
rono fatte anche da giudei italiani fin dal sec. XV, rimaste
però soltanto manoscritte. Nel 1571 uscì a Venezia una tra-

duzione dell'Ecclesiaste fatta da David de' Pomis, e ivi
stesso nel 1617 una dei Proverbi fatta da Ezechia da Rieti.
A Vienna nel 1821 Isacco Samuele Reggio, rabbino a Go-
rizia, pubblicò un Pentateuco ebraico-italiano, e nel 1831
una versione poetica di Isaia. Il celebre ebraista Samuele
David Luzzatto si propose una nuova versione di tutto
il Vecchio Testamento, ma ne pubblicò soltanto Giobbe
(Trieste 1853), Isaia (Padova 1855), Ester (Trieste 1860)
e il Pentateuco (ivi 1861); colto dalla morte nel 1865,
lasciò varie altre parti dell'opera incompiute. Alcuni suoi
discepoli, impiegando queste parti, portarono a termine
l'opera, che comparve sotto il titolo La Sacra B. volga-
rizzata da S. D. Luzzatto e continuatori (4 voll., 1872-74).
La traduzione è fedele, ma dura e servile, tanto più che
mancano note esplicative; cosicché l'opera si diffuse, e
scassamente, solo in ambienti giudaici. Fra altre versioni
giudaiche di minore importanza, quali quella dei Salmi
di Lelio della Torre (Vienna 1845), di Giobbe, Treni e
Salmi di Beniamino Consolo (Firenze 1874, 1875, 1885),
ecc., emergono per bontà di lingua ed apparato filologico
quelle di David Castelli riguardanti l'Ecclesiaste (Pisa 1866),
il Cantico dei Cantici (Firenze 1892) e Giobbe (ivi 1897;
2ª ed., Lanciano 1916).

Nel campo cattolico C. M. Curci (v.) pubblicò
Il Nuovo Testamento volgarizzato ed esposto in note
esegetiche e morali (3 voll., Napoli 1879-80), e Il Sal-
terio volgarizzato dall'ebreo ed esposto in note esegetiche
e morali (Roma 1883), opere che a loro tempo incon-
trarono molta diffusione, ma presto furono dimenticate.
Valore scientifico hanno invece i Cento Salmi
tradotti letteralmente e commentati (Roma 1875) del
p. F. S. Patrizi. Non va dimenticata la versione dei
Vangeli fatta, con piccolo commento, da N. Tomma-
seo (Milano 1869).

Dagli ultimi anni del sec. XIX in poi cominciarono
a comparire in Italia versioni dai testi originali, che
mirano ad illustrare il testo, tradotto criticamente, coi
sussidi della filologia, archeologia e geografia storica.
Ne ricordiamo qui le principali.

Salvatore Minocchi, I Salmi (Roma 1895; 2ª ed. to-
talmente diversa, ivi 1905); Le Lamentazioni di Geremia
(ivi 1897); Il Cantico dei Cantici (ivi 1898; 2ª ed. total-
mente diversa con l'Ecclesiaste, ne Le perle della B.,
Bari 1924); I Vangeli (Firenze 1900); Le profezie di Isaia
(Bologna 1907). Giuseppe Ricciotti, Dalla B., antologia lette-
rarica con introduzione e note (Bologna 1921); nuova ed. col
titolo: La B. dei letterati (Roma 1947); Il libro di Geremia
(Torino 1923); Le Lamentazioni di Geremia (ivi 1924);
Il libro di Giobbe (ivi 1924); Il Cantico dei Cantici (ivi
1928); Le lettere di s. Paolo, Roma 1949. Luigi Co-
stantini, Le lettere di s. Paolo, le lettere cattoliche e
l'apocalisse, testo greco e versione italiana con note
(Roma 1928). Leone Tondelli, Le profezie di Ezechiele
(Reggio Emilia 1930). Giovanni Re, Il Santo Vangelo
di Gesù Cristo (3ª ed., Torino 1946); S. Paolo, Le let-
tere (3ª ed., ivi 1946). Primo Vannutelli, Gli Evan-
geli in sinossi (2ª ed., Roma 1938); Tutto S. Giovanni,
testo greco latino e italiano con note (ivi 1937).

Di versioni totali della B. due di parte cat-
tolica si stanno ultimando: una iniziata da Marco
Sales, La Sacra B. commentata (Torino 1911 sgg.,
finora 7 voll., dal Genesi fino a Isaia, e il Nuovo
Testamento), che impiega la versione del Martini ri-
toccata, con ampie introduzioni e note; l'altra pro-
mossa dal Pontificio Istituto Biblico, tradotta dai
testi originali con brevi note, di cui sono usciti finora
il Pentateuco, i libri storici (Milano 1923; nuova ed.,
Firenze 1943; II e III, ivi 1945 e 1948) e i Libri
poetici (opera di Alberto Vaccari, Roma 1925). Di ca-
rattere popolare è La Sacra B. (5 voll., Firenze 1939-
1940) tradotta dalla Volgata ad opera di vari, con
introduzioni e note di G. Ricciotti. La più recente
traduzione italiana con commentario della B. è quella

avviata sotto la direzione di S. Garofalo, di cui sono apparsi finora Daniele (Torino 1947), Epistole cattoliche (ivi 1947), Ezechiele (ivi 1948), Introduzione generale (ivi 1948).

Da parte protestante esistono le varie traduzioni parziali (Nuovo Testamento, Salmi, Giobbe) di Giovanni Luzzi, confluite poi nella sua traduzione totale La Sacra B. tradotta dai testi originali e annotata (12 voll., Firenze 1927-30), che segue in gran parte le teorie di Lucien Gautier.

Francesi. - Testimonianze di traduzioni parziali della B. in «lingua d'oli» risalgono al sec. XII: verso il 1100 un monaco di Normandia tradusse i Salmi, superstiti in due recensioni diverse, e poco più tardi furono tradotti l'Apocalisse e i quattro libri dei Re; verso il 1250 il re Luigi IX fece preparare per suo uso una traduzione dell'intera B. che fu riprodotta in molte copie. Nuove versioni, ad imitazione di quella ordinata da Luigi IX, furono fatte dal de Sy (ca. 1350), da Raoul de Presles (1380) per ordine di Carlo V, e parzialmente da altri. Traduzioni in «lingua d'oc», o provenzale, sono conservate per il Nuovo Testamento in manoscritti del sec. XIII; più antiche, ed estese pure ai Salmi, erano alcune versioni sorte fra i primi valdesi del distretto di Metz (scorcio del sec. XII), che non si sono conservate.

La prima B. francese stampata è la Bible historiale, lavoro di Guyart des Moulins che, sullo scorcio del sec. XIII, aveva compilato una specie di Storia Sacra, prendendo come base la Historia scholastica di Pietro Comestore, inserendovi i libri storici della B., e pubblicando tale compilazione come Livres de la Bible historiale. I libri biblici mancanti a quest'opera, ossia i libri non d'argomento storico (Salmi, Profeti, Epistole, Apocalisse), vi furono uniti in seguito desunti dalla traduzione di Luigi IX già al principio del sec. XIV; questa eterogenea versione trovò gran diffusione, e con l'invenzione della stampa ebbe 12 edizioni dal 1478 al 1542. La prima, contenente solo il Nuovo Testamento, apparve a Lione, forse nel 1478; la prima edizione completa uscì a Parigi nel 1487 (2 voll. in-fol.) per ordine di Carlo VIII e per le cure del suo confessore Jean de Rely.

Una traduzione anonima del Nuovo Testamento fu stampata a Parigi nel 1523; integrata successivamente con gli altri libri, apparve tutta la B. ad Anversa nel 1530. Ne era autore l'umanista Jacques Le Fèvre d'Étaples (Faber Stapoulensis), che tradusse dalla Volgata, raramente dal greco del Nuovo Testamento, pur avendo presente la Bible historiale. Messa all'Indice nel 1546 per tracce di protestantesimo, ricevette un'edizione cattolica purgata (Leovano 1550), che divenne l'usuale dei cattolici francesi fino al sec. XVII.

In Svizzera a Sarrières, presso Neuchâtel, nel 1535 fu pubblicata la prima B. protestante in francese, opera di Pietro Olivétan, che si era servito in gran parte delle versioni di Sante Pagnini, di Erasmo, e anche di quella del Le Fèvre. La traduzione dell'Olivétan ebbe varie edizioni, rivedute dal Beza (1551), dal Bertrand (1588) e altri, e finalmente da J. F. Ostervald: quest'ultima divenne, con altri ritocchi, il testo usuale dei protestanti francesi. Altre versioni protestanti furono quelle di Sebastiano Châtillon (Castello), rozza e scorretta (Basilea 1555), Le Clerc (Amsterdam 1703), Le Cène (ivi 1741), e qualche altra di minore importanza. Parecchie furono lungo il sec. XVII le versioni cattoliche del Nuovo Testamento.

La più diffusa delle traduzioni francesi uscì da ambiente giansenista ed è la B. di Port-Royal, nota comunemente come «B. di Sacy» dal nome del suo principale autore (Sacy è l'anagramma di Isaac Louis Le Maistre). Nel lavoro di traduzione Isacco Luigi fu coadiuvato dal fratello Antonio e da Antonio Arnauld, mentre altri giansenisti aggiunsero la massima parte delle note. Apparve dapprima il Nuovo Testamento nel 1667 ad Amsterdam, nascosto sotto il nome di Mons (donde l'appellativo di «B. di Mons»), e in seguito il Vecchio Testamento (Parigi 1672-95). Fedele e chiara, questa versione trovò gran favore anche fra i cattolici, e fu molte volte ristampata pure senza note. Nel testo stesso di questa versione il p.

Louis de Carrière inserì una specie di parafrasi esplicativa (Commentaire littéral, Parigi 1701-16): siffatto testo fu poi corredato di un prolisso commento, tratto da autori diversi, e costituì la cosiddetta «B. di Vence» (Avignone 1767-73).

La traduzione di A. Godeau (Parigi 1668) è fatta sulla Volgata in maniera di parafrasi; quella di N. Legros, apparsa dapprima anonima (Colonia 1739), ebbe una nuova edizione (1753) molto migliorata. Dalla Volgata tradussero E. de Genoude (Parigi 1820-24), che pecca d'inesattezza; J. J. Bourassé e P. Janvier (Tours 1865), edizione illustrata dal Doré; J. B. Glaire (Parigi 1871-73), che ebbe larga diffusione; A. Arnaud (ivi 1881); J. Verduinov (Digione 1927-30). Ancor oggi diffuse quelle dell'editore P. Lethielleux (D. P. Drach, Trochon e altri) in 27 voll. e di L. C. Fillion (8 voll., Parigi 1903-1904). Su tutte prevalse, presso i cattolici, la traduzione fatta sui testi originali con brevi note da A. Crampon, La S.te Bible (7 voll., Tournni 1894-1904), ristampata in seguito anche in un sol volume (ed. riveduta, Parigi 1939). Ha carattere rigorosamente scientifico la collezione Études Bibliques (ivi 1903 segg.), ove sono apparsi, tradotti e muniti di ampie introduzioni e commenti, alcuni libri del Vecchio Testamento e quasi tutti quelli del Nuovo; così pure la serie diretta da L. Pirot (m. nel 1939) e A. Tricot, La S.te Bible (ivi 1935 segg.) in corso di pubblicazione.

Da parte israelita vanno menzionate le traduzioni di S. Cahen (18 voll., Parigi 1831-39), che reca il testo ebraico a fronte e note critiche, e quella curata dal rabbinato francese sotto la direzione di Zadoc Kahn (2 voll., ivi 1899-1906), molto esatta nella traduzione e fedele all'esegesi tradizionale giuobica.

Nel campo protestante la traduzione di E. Reuss (18 voll., Parigi 1874-81) volle essere un tentativo d'introdurre nella pratica i risultati della scuola critica tedesca, cosicché sconvolse la serie tradizionale dei libri biblici conforme alla presunta cronologia di quella scuola; non ebbe diffusione. Incontrò invece buona accoglienza la traduzione di L. Segond (Ginevra 1874, Losanna 1888, e ristampe). Ha carattere divulgativo la Version synodale (Parigi 1914 segg.), pubblicata a cura della Société Biblique de France; di carattere scientifico è la Bible du centenaire (ivi 1916 segg.) a cura della Société Biblique de Paris.

Spagnole. - La Spagna ebbe assai di buon'ora traduzioni almeno parziali della B. in castigliano: un decreto del re Giacomo I d'Aragona, del 1233, proibisce l'uso delle S. Scritture in volgare per opporsi alla propaganda degli albigesi. Sotto Alfonso X il Savio (1252-86) apparvero altre versioni condotte in parte sulla Volgata e in parte sul testo ebraico, conservate in codici dell'Eucorial; la Spagna infatti fu per i Giudei nel medioevo un insigne centro culturale, e la cognizione della lingua ebraica vi era diffusa. Fu tradotta dall'ebraico ad opera del rabbino Mosè Arragel di Guadalajara (1430) la B., conservata nel celebre manoscritto della Casa d'Alba, edita recentemente (2 voll., Madrid 1920-22). Fu pure tradotta dall'ebraico ad opera di Jom Tob Athias e altri Giudei esuli, la B. detta «Ferrariense», perché stampata a Ferrara nel 1533.

Al tempo del protestantesimo le severe restrizioni poste dall'Inquisizione spagnola fecero sì che nel campo cattolico si preparassero solo traduzioni parziali, per solito dei Vangeli e dei Salmi, che inoltre furono edite solo più tardi. Invece nel campo protestante apparvero fuori di Spagna il Nuovo Testamento di Francisco de Enzinas (alias Dryander o Duchesne, Anversa 1543), il Nuovo Testamento con i Salmi di Juan Pérez de Pineda (Venezia, in realtà Ginevra 1557), e finalmente l'intera B. di Casiodoro de Reina, tradotta dai testi originali ma conforme alla versione di Sante Pagnini, stampata a Basilea nel 1569 e chiamata dallo stemma iniziale La biblia del Oso. Questa traduzione, ritoccata da Cipriano de Valera che la pubblicò sotto il suo nome (Amsterdam 1602), diventò l'usuale dei protestanti spagnoli.

In tempi più recenti i cattolici pubblicarono, oltre a qualche traduzione parziale, la B. completa tradotta dalla Volgata ad opera di Felipe Scio de S. Miguel (Valencia 1790-93), più volte ristampata, e l'altra anche migliore ad opera di Felix Torres y Amat (Madrid 1823-25), ri-

stampata anche recentemente (1928). Due traduzioni condotte sui testi originali sono apparse recentemente a Madrid: Nácar-Colunga (1945), J. M. Bover-F. Cantera (1947).

Catalone. - Traduzioni della B. nella lingua della Catalogna dovettero circolare fin dal sec. XIII, ritoccate o parzialmente rinnovate nei secoli successivi, ma rimasero inedite. La prima edizione a stampa fu quella di tutta la B. tradotta da Bonifacio Ferrer, fratello di S. Vincenzo, pubblicata con ritocchi da Jacme Borrel (Valencia 1477), di cui rimane un solo esemplare frammentario. Dopo questa, non vi furono che rare edizioni parziali.

Nel sec. XX sono state iniziate traduzioni scientifiche dai testi originali, tuttora in corso di pubblicazione.

Cite this article

“BIBBIA.” Enciclopedia Cattolica, vol. II (1949), p. 895. Azione Romana digital edition, https://azioneromana.com/it/article/bibbia.