maṇa al Sāmaveda il Pañcaviṇṇa- e il Jaiminīya-brāhmaṇa; allo Yajurveda nero il Taittirīya-brāhmaṇa e allo Yajurveda bianco il Satapatha-brāhmaṇa, che è di tutti il più importante tanto per il contenuto che per la mole: 100 capitoli, divisi in 10 libri. L'Atharvaveda era in origine privo di trattato liturgico, ma sul finire dell'età vedica, gli fu attribuito il tardo Gopatha-brāhmaṇa perché anche il quarto Veda avesse il suo rituale.
BRAHMANESIMO. - B. deriva da brahmano, come da cristiano cristianesimo, ma mentre è cristiano chi professa la religione di Cristo, si chiama brahmano chi è in possesso del brahman, la formula sacro-magica la quale ha il potere di assoggettare gli dèi ai voleri degli uomini. La parola « brahmano » non ha quindi niente a che fare col culto del dio Brahmā (v.), tarda personificazione mascolina dell'idea astratta del brahman, nata dalla tendenza realistica a rivestire di forme empiriche i concetti metafisici, per renderli suscettibili di venerazione e di culto. Nell'età gvedica la facoltà di disporre del brahman appartiene già a un limitato numero di brahmaṇṭas, suscitatori del brahman, che sono gli antesignani della casta brahmanica o sacerdotale, di cui fa nel Rgveda esplicita menzione soltanto l'inno all'Uomo cosmico, probabilmente coevo dei primi Brāhmaṇa (v.). Inoltre la parola b. designa non solo una forma di culto e un complesso di dottrine filosofico-religiose, ma anche una serie di ordinamenti politici e sociali, la cui elaborazione risale alla casta sacerdotale. Mutarono, nel corso dei secoli, le concezioni religiose, ma le caste e le istituzioni civili sopravvissero fino ai giorni nostri. Certi riti che consacrano gli atti più importanti della vita, i saṃskāra o sacramenti, si celebrano ancora col cerimoniale vedico e l'assistenza di un brahmano. DEISMO (v.), la religione degli Ari insediati nella « regione dei cinque fiumi » (Punjab) e b. (ca. 1000 a. C.-500 d. C.), che in altra sede, la valle del Gange, sostituisce all'onnipotenza degli dèi quella delle cerimonie sacrificali, e al politeismo vedico il monismo panteistico; introduce l'ordinamento casale e inizia quella speculazione filosofica, che approderà alla formazione dei sei sistemi ortodossi. Ma cotesta distinzione è solo in parte giustificata. I germi del b. sono già nel Rgveda mentre il « veda delle formole sacrificali » (Yajurveda) costituisce il collegamento fra le due età. La parola « veda », sacra scienza, designa in senso stretto le quattro « collezioni » (saṃhitā) d'inni e formole, che costituiscono il più antico monumento letterario dell'India, considerato rivelazione (śruti). Ma son dottrine rivelate, e però Veda in senso lato, anche i Brāhmaṇa, gli Āraṇyaka e le Upaniṣad (v.). I Vedāṅga, « parti accessorie del veda », che consistono in regole di contenuto sacro e profano, specialmente liturgico, sono opera delle scuole sacerdotali. La nostra trattazione concerne il b. propriamente detto, diviso in due periodi, l'età dei Brāhmaṇa (1000-800 a. C.) e quella delle Upaniṣad (800-500 a. C.), che corrispondono a due diversi modi di raggiungere la suprema salvezza: « la via delle opere rituali » (karma-marga) e la « via della conoscenza » (jñāna-marga). Una terza via, quella dell'amore, della devozione verso Dio (bhakti-marga) si aprì quando al brahman, concepito come Supremo Principio, creatore degli stessi dèi, sottentrò la concezione teistica dell'Īśvara, il « Signore » che ha creato e governa il mondo. La fede nell'Īśvara appartiene
già allo Yoga, antichissima dottrina ascetica, che risale al sec. VIII a. C. La teoria degli avatāra, « discese » o incarnazioni di una divinità sulla terra, offerse poi alle folle, avide di amor divino, il modo di divinizzare i loro eroi, e ai brahmani l'opportunità di assimilare culti non ari. La tolleranza brahmanica era infatti illimitata purché fosse rispettato il dogma che il veda non era opera umana, ma rivelazione. Credenza negli avatāra e devozione, sono le caratteristiche dell'induismo, la fase moderna delle religioni indiane, detta anche nebrahmanesimo perché nel sincretismo religioso, da cui ebbe origine, riuscì sempre a prevalere l'elemento brahmanico.
KARMA-MARGA. - Già nello Yajurveda nero si trovano, miste con preci e formule, quelle « spiegazioni rituali » (brāhmaṇa) che furono poi raccolte negli omonimi trattati liturgici, il più importante dei quali è il Brāhmaṇa detto, dai suoi cento capitoli, « dalle cento vie » (Satapatha-brāhmaṇa). La religione brahmanica s'impernia sul sacrificio (yajña), che non è più inteso a propiziare gli dèi perché concedono agli uomini prosperità in terra e beatitudine nel cielo. Questi beni sono prodotti dal sacrificio stesso, dalla sua misteriosa potenza, che è di natura magica. Gli dèi son chiamati a contribuire al rito sacrificale soltanto come strumenti; essi pure si servirono del sacrificio per ottenere l'immortalità (Sat. Br., X, 4, 3, 3, 8). Lo yajña somiglia ad un congegno, di cui gli dèi, i sacerdoti officianti con i loro utensili, i fuochi sacri, le offerte, gli atti e le parole rituali, rappresentano le parti costitutive. Se coteste parti adempiono esattamente la loro funzione, si produce il brahman, la potenza mistica che il mago-sacerdote sa mettere a profitto del ricco patrono, a spese del quale la cerimonia si compie. Nel Rgveda, III, 53, 12, la famiglia sacerdotale dei Viśvāmitra si vanta di proteggere con il suo brahman i Bhārata. Il sacrificio esiste ad aeterno, ed è un'emanazione del Padre delle creature (Prajāpati), l'Ente supremo della speculazione sacerdotale. I teologi più ortodossi dell'età vedica, i Mīmāṃsāka, sostengono che l'unico scopo della rivelazione fu quello d'insegnare la dottrina del sacrificio.
JÑĀNA-MARGA. - Ma a cotesta fonte di benessere in questa e nell'altra vita, potevano attingere solo i privilegiati per nascita e censo. Agli altri era aperta la via della conoscenza, la quale non esigeva altro sacrificio che quello di se stesso per desiderio dei Supremi Veri. Il muni, « l'estasiato », che già compare nel Rgveda, X, 136, era di solito un novatore, un rivale dei brahmani, che, noncurante del rito sacrificale, cercava in se stesso la forza capace di operar prodigi e conferire la chiaroveggenza. Questa forza è il tapas, l'ardore ascetico, suscitato con metodi, fra i quali primeggiano la castità, il digiuno e la regolazione del respiro. E poiché la condotta morale era condizione indispensabile del successo negli esercizi ascetici, nacquero, con l'ascetismo, i primi precetti etici. L'atteggiamento conciliativo dei brahmani verso gli asceti è dimostrato dal fatto che anche gli Āraṇyaka o « trattati anacoretici », opera di eremiti, entrarono a far parte della rivelazione. Sostituivano al culto esteriore delle cerimonie sacrificali, impossibili a compiere da chi vive in solitudine, quello interiore della meditazione sul significato simbolico dei riti e sui rapporti che intercedono fra le forze psichiche e le forze cosmiche, cercando per questa via di afferrare il principio, da cui tutte procedono. Da queste meditazioni liturgiche, il pensiero si innalzava poi a speculazioni d'indole metafisica, le quali costituiscono la « dottrina arcana », l'upaniṣad. I testi ana-

(fot. Enc. Cati.)
DOTTRINE ESCATOLOGICHE. - Un tempo si credeva che i buoni salissero, morendo, al cielo per banchettare, in compagnia di Yama, sotto alberi fronzuti, e i malvagi fossero immersi nelle tenebre di profondi abissi. Nessun ritorno era previsto dall'altro a questo mondo. Ma il Brāhmaṇa dalle cento vie, parla di una « nuova morte » oltretomba quando sia esaurito il merito religioso acquistato in vita. E cerca lo scampo al rimorire o in cerimonie di straordinaria potenza, capaci di rendere inesauribili sacrifici e buone opere, o in varie nozioni atte a preservare dalla seconda morte. La credenza nella morte ultraterrena e nella dipendenza della sorte del trapassato dalle opere compiute in vita, costituirono le premesse della dottrina panindiana della trasmigrazione delle anime, che appare già formata nelle più antiche Upaniṣad. La vita non è più pensata come un breve viaggio dalla nascita alla morte, ma come un trascorrere (saṃsāra) di esistenza in esistenza per infinite nascite e morti, fino alla liberazione (mokṣa) dal lungo travaglio. Con la morte la psiche si dissolve, ma la forza trascendente del merito
e del demerito ne ricollega gli elementi in un nuovo organismo psichico, atto a ricevere, in un'altra esistenza, umana o ferina, la retribuzione delle opere sotto forma di gioia o dolore. Dopo un periodo d'incertezza riguardo al modo di conseguire la liberazione dalla rinascita, gli autori delle Upaniṣad finirono col ravvisare cotesto mezzo nell'unione dell'ātman con il brahman, il principio cosmico. Se in cotesta teocrasia l'individualità del liberato continui a sussistere o si perda, è questione che fu risolta soltanto più tardi dai filosofi del Vedānta. Nel primo senso da Rāmānuja (sec. XI-XII), che sembra professare l'opinione più antica, nel secondo da Śaṅkara (sec. IX).
RITI. - L'India antica non ebbe, come l'antica Roma, culto pubblico. I sacerdoti prestavano la loro opera a ricchi privati, principi e re, celebrando complicate cerimonie dette śrauta, cioè fondate sulla rivelazione, periodiche o straordinarie. Annuale e primaverile era il sacrificio del Soma, che implicava la preparazione della bevanda sacra ed esigeva l'impiego di tre fuochi sacrificali e la presenza di sedici sacerdoti. Fra le cerimonie straordinarie si annoverano la consacrazione di un re e il sacrificio del cavallo. I sacerdoti officianti nei maggiori sacrifici sono: il Hotar o invocatore, che all'inizio della cerimonia recita i versi lodativi del Rgveda; l'Udgātar, il cantore, che accompagna i riti con il canto; l'Adhvaryu o esecutore del sacrificio, che mormora esorcismi e preghiere atte a assicurare la riuscita dell'opera, e il Brahman, l'ispettore del sacrificio, a cui spetta di rimediare a eventuali errori con appropriate espiazioni. Al compimento dei sacrifici familiari, eseguiti dal padre di famiglia, è sufficiente un solo fuoco, quello domestico, che riceve offerte obbligatorie di latte, mattutine e vespertine, e a mezzogiorno, offerte di cibo per i Mani e tutti gli dèi. I principali sacramenti o saṃskāra, che consacrano il passaggio da una condizione di vita ad un'altra, sono una diecina, ma basterà ricordare, senza descriverli, i più importanti a partire dai riti della nascita, l'ultimo dei quali è l'imposizione del nome. Riveste particolare solennità l'upanayana o iniziazione alla vita spirituale, conferita alle caste arie fra gli otto e i dodici anni, dopo la quale l'iniziato porta il cingolo sacro e prende il nome di dvija, « nato due volte ». Incomincia il periodo dell'alunnato, particolarmente duro per i futuri sacerdoti, che devono imparare a memoria il veda, dedicando a tale studio nove e più anni. Dall'upanayana sono escluse le donne e le caste non arie. Finito l'alunnato, il giovane passa, con il matrimonio, allo stato di padre di famiglia, e ne assume i gravosi doveri. All'età senile si addice la vita contemplativa, e però la teoria brahmanica degli āśrama o « stadi » della vita perfetta, sancita dal codice di Manu (v. DHARMA-SĀSTRA), prescrive l'abbandono della famiglia e della casa, e il ritiro nella foresta, una volta veduti i figli dei figli. È il terzo stadio dopo l'alunnato e il matrimonio. Il quarto è quello della « rinunzia a ogni cosa » per darsi alla vita raminga e viver di elemosina per ottenere l'unione con il brahman. Questa teoria, non si sa fino a che punto praticata, fu un evidente compromesso tra l'osservanza della religione vedica, fondata sui riti sacrificali, e la vita dell'ascetta.
MITOLOGIA. - Gli dèi del Rgveda sono personificazioni dei fenomeni naturali o delle forze misteriose che li determinano. Il dio del sole si chiama Sūrya, sole, e il vate vedico celebra il suo splendore e la sua potenza; l'aurora arrossa il cielo fugando le tenebre, ed è invocata come Uṣas, la dea « aurora ». Ma nei Brā-