BOSSUET, JACQUES-BÉNIGNE

BOSSUET, JACQUES-BÉNIGNE. - Vescovo, oratore.

I. L'UOMO

B. n. a Digione il 27 sett. 1627 da una famiglia di magistrati, m. a Parigi il 12 apr. 1704. Studiò nel collegio dei Godrans, tenuto dai Gesuiti. All'età di 8 anni ricevette la tonsura e a 13 anni fu fatto canonico di Metz. Andò a Parigi al Collegio di Navarra per lo studio della filosofia e della teologia. Fu ordinato sacerdote il 16 marzo 1651 e conseguì il dottorato in teologia il 16 maggio dell'anno seguente. Compiuti gli studi, si recò a Metz per soddisfare ai doveri del suo canonicato. Vi rimase, studiando e predicando, fino al 1659, quando dai suoi colleghi fu mandato a Parigi. Nella capitale si iniziò allora, e durò 10 anni, il periodo più brillante della sua predicazione. Nel sett. 1669 fu eletto vescovo di Condom e l'anno seguente fu nominato precettore del delfino; in seguito a questa nomina rinunziò ben presto al vescovado e nel sett. 1671 si diede interamente alla formazione del suo regole alunno, per cui compose opere letterarie, filosofiche e il Discours sur l'histoire universelle. Fu detto che il frutto del suo precettorato fu assai scarso, ma questo giudizio non sembra giusto, poiché il principe, di natura un po' indolente, non si dimostrò inferiore ai compiti che gli furono affidati, e poi morì prima di regnare e di poter mostrare di che sarebbe stato capace. Durante il suo soggiorno alla corte, B. fu eletto membro dell'Accademia francese l'8 giugno 1671. Il suo contegno alla corte fu degno di un vescovo; egli seppe ammonire Luigi XIV, ottenne da lui più di una vittoria sulle sue passioni, contribuì alla conversione della La Vallière e alla partenza della Montespan.

Il 2 maggio 1681 fu eletto vescovo di Meaux, sede non molto importante, ma vicina a Parigi, dove gli affari della Chiesa di Francia richiamavano spesso il grande vescovo. Nella sua diocesi, egli si prodigò per le anime a lui affidate. Predicava spesso, dirigeva molte elette religiose, aiutava i poveri, curava le pubblicazioni di catechismi per tutti. Ma la sua attività si estendeva al di là dei limiti della sua giurisdizione. Come s. Agostino, che egli tanto ammirò, dalla sua sede vescovile diffondeva la luce della sua dottrina nella Chiesa intera e lavorava per la posterità. Il suo elogio funebre fu recitato a Meaux dal p. de La Rue.

Ammiratore di s. Vincenzo di Paoli ed amico intimo dell'abate de Rancé, il restauratore del monachismo cistercense, egli visse sempre da sacerdote esemplare, tutto dedicato ai suoi doveri e agli interessi della Chiesa.

II. L'ORATORE

Si è d'accordo oggi nel riconoscere in B. il più perfetto ed il più eloquente degli oratori francesi. Dotato di una memoria straordinaria, lettore entusiasta della Bibbia e di s. Agostino, familiare con altri Padri, come Tertulliano e s. Giovanni Crisostomo, lavoratore indefesso, ed insieme ornato dei doni del poeta e del pensatore, egli divulga di continuo i più sublimi pensieri nella forma più naturale e più espressiva. Le sue orazioni funebri sono altrettanti capolavori: particolarmente quelle per Condé e per Enrichetta d'Inghilterra. Si

suol dividere la sua attività di predicatore in tre periodi. Nel primo, detto di Metz, fino al 1658, la materia è presa dalla più intima sostanza dei dogmi; il panggitico di s. Bernardo però annuncia una maniera più larga. Nel secondo periodo di Parigi (dal 1659 al 1681) le preoccupazioni filosofiche e morali prendono un posto più ampio: sulla Provvidenza, sulla morte, sull'ambizione. Nel terzo periodo, quello di Meaux, predomina il genere omiletico. Abbiamo 230 sermoni (allocuzioni) di B., non tutti però scritti interamente.

III. IL CONTROVERSISTA

I) Il lavoro per l'unione dei protestanti con la Chiesa cattolica s'iniziò a Metz, dove B. si trovò a contatto con i protestanti e scrisse prima una Réfutation du catéchisme du sieur Paul Ferry, ministre de la religion prétendue réformée (Metz 1655) e poi una Exposition de la doctrine de l'Église catholique (ivi 1671), che Leibniz diceva « tutto oro », che ebbe una grande diffusione e serì molto alla conversione di Turenne. Nel 1682 pubblicò la Conférence avec M. Claude: resoconto di un dibattito sull'autorità della Chiesa con un ministro protestante. Ma la grande opera di B. contro la Riforma fu la Histoire des variations des Églises protestantes (2 voll., Parigi 1688), dove mostra un segno di errore del protestantesimo nel fatto che esso ha di continuo cambiato le sue dottrine; e siccome il ministro Juriu aveva risposto dicendo che il cambiamento c'era sempre stato nel cristianesimo, il vescovo di Meaux pubblicò nel 1692 una lunga replica intitolata Six avertissements aux protestants, per dimostrare l'immutabilità delle dottrine attraverso i secoli. Dal 1692 al 1701 egli si occupò con il teologo luterano Molanus e con il filosofo Leibniz dell'unione dei protestanti con la Chiesa cattolica. Sembra che l'ostacolo principale all'unione sia stato il Concilio di Trento, che Leibniz si rifiutò sempre di accettare. Le lettere di B. a Leibniz sono state pubblicate nelle opere dell'uno e dell'altro corrispondente. Per il papa Clemente XI, B. scrisse una relazione sul problema dell'unione: De professoriens confessionis Augustanae ad repetendum unitatem catholicam disponendis.

2) Una controversia più breve, ma più appassionata fu quella che B. ebbe con il vescovo di Cambrai, Fénelon, negli anni 1697-99 sull'affare del quietismo. Già nel 1694, B. era stato uno dei partecipanti alle conferenze d'Issy, tenute per esaminare le idee mistiche della signora Guyon, e al termine delle quali furono redatti e firmati anche da Fénelon 34 articoli sugli stati di orazione. Per esporre la dottrina B. scrisse una Instruction sur les états d'oraison e ne comunicò il manoscritto a Fénelon. Questi, vedendo che vi si impugnava la dottrina della Guyon, compose un libro per difenderla, Explicitation des maximes des Saints, che fu pubblicato sul principio del 1697, un po' prima dell'opera di B. Mentre il vescovo di Cambrai sottometteva il suo scritto al giudizio di Roma, si scatenò tra lui e l'aquila di Meaux una controversia tempestosa. B. pubblicò la famosa Relation sur le quiétisme, in cui con una eloquenza mordace narrava i fatti e bollava le persone. Fénelon rispose sullo stesso tono. Scritti e lettere si scambiarono con furia. Il 12 marzo 1699, Innocenzo XII condannò il libro delle Maximes di Fénelon. B. aveva vinto. È però difficile lo scusarlo in quest'affare da ogni eccesso, sia nella polemica contro un vescovo già suo amico, sia nella dottrina stessa, nella quale egli restringe troppo il campo dell'amore puro di Dio.

3) Sulla posizione di B. riguardo al giansenismo, un punto è certo; che condannò le cinque proposizioni e sostenne sempre che esse sono l'anima dell'Augustinus di Giansenio. Già nel 1665, egli cercò, sebbene invano, di vincere l'ostinazione delle religiose di Port-Royal; e nei suoi ultimi anni egli intervenne nell'affare del celebre « caso di coscienza » per mantenere la necessità di un'adesione interna alla verità del fatto dogmatico, cioè che le cinque proposizioni sono di Giansenio. D'altra parte, egli si sforzò di trovare ortodosse le Réflexions morales di Quesnel; ma è da notare che lo fece prima della condanna del libro, nella intenzione di difendere il cardinale di Noaille, il quale aveva approvato il libro di Quesnel, e che in fine egli domandava un buon numero di correzioni. All'opposto

di suo nipote, il futuro vescovo di Troyes, egli non fu dunque giansenista, malgrado che dimostrasse una certa rigidità di dottrina nelle questioni della distribuzione della grazia e una severità alquanto eccessiva in alcuni punti di morale, come appare, per esempio, nel suo Traité de la concupiscence.

4) Invece nella questione del gallicanismo, egli non seppe dominare il suo ambiente ed il suo tempo. Vero è che il suo gallicanismo è assai moderato; nell'assemblea del 1682, egli stese i quattro famosi articoli per impedire atteggiamenti più radicali, e per di più, sia nella prima redazione, che l'assemblea modificò, sia nelle spiegazioni che ne dava, egli riduceva a ben poco i poteri dei concili sopra le decisioni papali. Partì magnificamente all'apertura dell'assemblea sull'unità della Chiesa; però non ammise mai l'infallibilità pura e semplice, cioè personale, del Pontefice Romano.

5) Quando Riccardo Simon pubblicò, nel 1693, la sua Storia critica dei principali commentatori del Nuovo Testamento, B. vi trovò poca deferenza per i SS. Padri e specie per s. Agostino, e prese la penna per confutare quest'opera. Lascio però incompleto il lavoro, che fu poi pubblicato solo nel 1763, dal Leroy; anzi l'ultimo capitolo, il tredicesimo, non è stato dato alle stampe che nel 1862, per opera del Lachat. Il libro, intitolato Défense de la tradition et des saints Pères, è pieno di ottima teologia e sempre utile a consultarsi, specialmente per l'intelligenza di s. Agostino. Forse l'autore è stato qua e là troppo severo per la critica, di cui limita troppo i diritti; ma i modernisti hanno molto esagerato questo difetto, e contro B. hanno esaltato il Simon quasi il padre della critica biblica, come se Maldonato, Arias Montano, Sisto di Siena avessero mancato di senso critico.

IV. L'APOLOGISTA

B. sentì vivamente la necessità di difendere la fede, non soltanto contro gli eretici, ma già contro gli increduli. Nei suoi sermoni questa preoccupazione è spesso vivissima; egli si sforza specialmente di far risaltare l'opera della Divina Provvidenza, come se prevedesse il deismo del secolo seguente. La stessa idea appare nelle opere filosofiche scritte durante il suo precettorato: De la connaissance de Dieu et de soi-même, Traité du libre arbitre, nelle quali egli segue principalmente s. Agostino. Nel suo Discours sur l'histoire universelle, l'opera che egli scrisse anche per il delfino e che preferiva a tutte le sue, la seconda parte è una apologetica contro Spinoza e contro i negatori della Rivelazione; la terza è una filosofia della storia, alla luce dell'idea della Provvidenza. Ancora per il suo regale alunno, egli compose un'opera politica, Politique sirée d'après les propres paroles de l'Écriture Sainte, dove espone i doveri dei principi, ed insieme le grandezze della loro missione come strumenti della Provvidenza; insiste sulla distinzione del potere temporale e del potere spirituale e si pronunzia in favore della monarchia assoluta.

V. L'AUTORE SPIRITUALE

Dalle sue riflessioni sui testi sacri risultarono (sebbene pubblicate solo dopo la sua morte) le belle opere intitolate: Méditations sur l'Évangile, Élévations sur les mystères. B. scrisse molte lettere di direzione, delle quali un buon numero ci furono conservate. Quattro splendide lettere su Gesù Cristo e la Chiesa furono indirizzate nel 1659 ad Alix Clerginet e sono intitolate nelle edizioni: Lettres à une demoiselle de Metz; tra i suoi opuscoli citiamo il Discours sur l'acte d'abandon, L'oraison de simplicité, La vie cachée en Dieu, De la meilleure manière de faire oraison. Egli propone una dottrina solida, moderata, tradizionale, veramente ispirata dalla lettura della Sacre Scritture.
BIBL.: Opere: edizioni delle opere complete: ed. Deforis, 18 voll., in 4°, Parigi 1772-88; ed. Lebel, 43 voll., Versailles 1812-19; ed. Lachat, 31 voll., Parigi 1862-66. Predicazione: Oeuvres oratoires publiées selon l'ordre chronologique, dell'abate J. Lebarq, 6 voll., Lilla-Parigi 1800-96; la stessa edizione rivista e completata, da Ch. Urbain e E. Levesque, 7 voll., Parigi 1914-1926. Correspondance de B., ed. Grands écrivains, 15 voll., ivi 1909-25. — Studi: C. De Bausset, Histoire de J.-B. B., 4 voll., Parigi 1814; G. Lanson, B., ivi 1891; A. Rebelliau, B., ivi 1899; L. Dimier, B., ivi 1916; G. Bauman, B., ivi 1929; V. Giraud, B., ivi 1930; A. Largent, s. V. in DThC, II, coll. 1049-89; E. Levesque, s. V. in DHG, IX, coll. 1339-91; R. de la Broise, B. et la Bible, Parigi 1891; F. Brunetière, La philosophie de B.,

in Etudes critiques de l'histoire de la litt. franç., 5ª serie, Parigi 1903, pp. 41-109; V. Verlaque, Bibliographie raisonnée des œuvres de B., ivi 1908; A. Rebelliau, B. historien du protestantisme, 5ª ed., ivi 1909; Ph. Bertault, B. intime, ivi 1927; P. Pourrat, La spiritualité chrétienne, IV, ivi 1930, pp. 305-18.

Carlo Boyer

BOSSUET, JACQUES-BÉNIGNE. - Teologo francese, nipore del grande vescovo di Meaux, n. a Digione il 15 dic. 1664, m. a Parigi il 12 luglio 1743. Il 7 marzo 1716 fu nominato vescovo di Troyes. Nella sua diocesi apportò non poche innovazioni in senso gianzenistico, poiché era un ardente seguace delle dottrine di Port-Royal: così pubblicò un Messale (1726), che suscitò forti polemiche, e un decreto (1729) contro l'ufficiatura di s. Gregorio VII inserita nel Breviario Romano da Benedetto XIII (25 sett. 1728).

Pubblicò inoltre alcune opere inedite dello zio, che dettero luogo ad aspri dibattiti. Fra queste ricordiamo: Defensio declarationis clevi gallicani, la cui edizione completa (2 voll. in-4) venne fuori solo nel 1745, e cioè dopo la morte del B.; Elevation à Dieu sur les mystères de la vie chrétienne (2 voll., Parigi 1727); Méditations sur l'Évangile (4 voll., ivi 1730-31). Rinunciò al vescovato di Troyes nel 1742 e si ritirò a Parigi. - Vedi Tav. CXVI.

BIBL.: J. Carreyre, s. V. in DHG, IX, coll. 1391-95; A. Gazier, Histoire générale du mouvement jenséniste depuis ses origines jusqu'à nos jours, I, Parigi 1922, p. 335; II, ivi pp. 1, 13-14, 140. Settimio Cipriani
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“BOSSUET, JACQUES-BÉNIGNE.” Enciclopedia Cattolica, vol. II (1949), p. 1118. Azione Romana digital edition, https://azioneromana.com/it/article/bossuet-jacques-benigne.