BRAHMAN. - La parola ricorre nel Veda, con diverso genere e accento, in due significati diversi. Brahman, neutro, è prima la «preghiera», dotata di potenza magica, la quale, in unione con il rito, costringe gli dèi ad appagare i desideri degli uomini. Diviene poi la sostanza del sacrificio (yajña), la forza misteriosa che ne emana, finché si libera, nelle Upaniṣad, dalla parte esterna e materiale del rito, e sciolto dal sacrificio, assorge al grado di Assoluto. È allora l'Essere in sé (sat), eterno, infinito, inconoscibile, principio e fine di tutte le cose. In questo significato, poi, il B. è il tema fondamentale della filosofia del Vedānta. Brahmān, mascolino, è dapprima colui che possiede il brāhman, il sacerdote, il brahmano. Solo in pochi passi del Rgveda il brahmān compare investito di una particolare funzione, accanto al hotar, all'udgātar e all'adhvaryu. Nell'Atharvaveda e nei Brahmana (v.) gli viene assegnato il compito di «medico del sacrificio». Sorveglia silenzioso la cerimonia, e se gli officianti cadono in errore di atti o di parole, vi pone riparo con adattate espiazioni. È tenuto a conoscere tutti i Veda, ma il suo testo particolare è l'Atharvaveda, il breviario dell'esorcista (v. BRAHMĀ).
BRAHMAN. - Quest'aggettivo, derivato da Brahman (v.), significa «concerne il culto o il sacerdozio», ma usato sostantivamente, prende diverso significato secondo il genere e (nei testi vedici) anche l'accentuazione della parola. Mascolino e ossitono, significa «sacerdote, teologo, brahmano»; neutro e proparossitono, vuol dire «spiegazione rituale, norma relativa alla fede e al culto» e, collettivamente, «l'insieme di tali spiegazioni e norme», il trattato teologico-liturgico. I brahmani, considerati dèi in terra, appartenevano alla prima delle tre caste arie, e il Rgveda (X, 90, 12) li dice nati dalla bocca dell'uomo cosmico, con evidente allusione alla potenza della parola, di cui essi disponevano. I tre primi Veda, e conseguentemente i tre maggiori sacerdozi, avevano ciascuno i loro B., appartenenti a diverse scuole sacerdotali, che li tramandarono a memoria per secoli prima d'affidarli alla scrittura. Molti si perdettero, e ne restano soltanto le citazioni nei trattati superstiti. Quelli pervenuti fino a noi, hanno tutti la stessa impronta, e differiscono soltanto nella maggiore importanza data a quella parte del rituale, che corrisponde alla loro destinazione. I B. del Rgveda danno maggior rilievo a ciò che riguarda l'ufficio del hotar, così come quelli del Sāmaveda e dello Yajurveda, mettono rispettivamente in rilievo le incombenze dell'udgātar e dell'adhvaryu (v. BRAHMANESIMO). Al Rgveda appartengono l'Aitareya e il Kauṣitaki-brāh-
maṇa al Sāmaveda il Pañcaviṇṇa- e il Jaiminīya-brāhmaṇa; allo Yajurveda nero il Taittirīya-brāhmaṇa e allo Yajurveda bianco il Satapatha-brāhmaṇa, che è di tutti il più importante tanto per il contenuto che per la mole: 100 capitoli, divisi in 10 libri. L'Atharvaveda era in origine privo di trattato liturgico, ma sul finire dell'età vedica, gli fu attribuito il tardo Gopatha-brāhmaṇa perché anche il quarto Veda avesse il suo rituale.