SETTIMANA SANTA

SETTIMANA SANTA - Adorazione della Croce durante l’azione liturgica del Venerdì Santo. Il celebrante e i ministri qui riportano sotto sconto canonici della basilica di S. Pietro.

Il Prefazio, si consacra l’olio dei catecumeni con una semplice orazione, previo esorcismo. In questa Messa del Giovedì Santo si consacra un’altra Ostia (in alcune regioni della Germania ancora una terza per il «sepolcro santo») per la «Messa dei Presentatrici» del Venerdì Santo. Quest’Ostia consacrata vien recata dopo la Messa con un cerimoniale più ricco a partire dal sec. XI in una cappellina appositamente preparata; questa cappella diviene la rappresentazione del sepolcro di Cristo, in specie dal Venerdì Santo fino all’alba di Pasqua.

Recitato il Vespro (composto nel sec. XI), si procede con la recita del salmo 21 alla denudazione degli altari, cerimonia assai antica, perché è un resto dell’uso primitivo di togliere ogni giorno la tovaglia dall’altare. Nel medioevo si aggiungeva la lavanda dell’altare, che si affaccia con le mani della Basilica Vaticana e nei monasteri. L’ultima funzione del Giovedì Santo è la Lavanda dei piedi della Madonna durante la prima antinoma (Io. 13, 34): atto di carità sull’esempio di Cristo (Io. 13, 1-15), comune nella Chiesa (s. Agostino, Ep., 55, 18-33); dal Concilio di Toledo del 694 resa obbligatoria per tutti i vescovi e sacerdoti verso i loro dipendenti. La lavanda si trova menzionata negli Ord. Rom. X, 12, e XII, 25, 27. Oggi dopo la lettura del Vangelo (Io. 13, 1-15), si lavano i piedi di 12 poveri; mentre si cantano alcune antifone relative al fatto evangelico e in specie l’inno Ubi caritas... (di provenienza veronese del sec. IX, ricca di una melodia assai semplice, ma molto antica e preziosa).

Una particolarità di questi tre giorni è il silenzio delle campane dopo il canto del Gloria del Giovedì Santo fino al Gloria della vigilia di Pasqua, già accennato da Amalario. In luogo delle campane e dei campanelli si danno i segni per le sacre funzioni con una tabula, crepita cumulum o crotalum, di legno proveniente dall’uso monastico sino dai tempi di Cassiano (De instit. caenob., I, 2, 17; IV, 12), nel medioevo dai Cluniacensi (v. CREPITACOLO; CRISTALLO).

Il Venerdì Santo (per s. Agostino e s. Leone) era ancora il primo giorno del triduo sacro pasquale (s. Agost., Ep., 55, 14: «sacratissimum triduum crucifixi, sepulti, suscitati»); è detto «parasceve» cioè «preparazione» dal greco (παρασκευή). Era giorno alturigico in Occidente e nell’Oriente; nella Spagna, nel sec. VII si tenevano chiuse le chiese. Altro uso di questo giorno era la recita di tutto il Salterio, come faceva Onorio III (1216-27) «primo diluculo una cum suis cappellani totum psalterium ex integro»; nello stesso secolo lo facevano i monaci di Monte Cassino a piedi nudi. A Roma le funzioni si fanno nella basilica di S. Croce in Gerusalemme; anticamente (come nel «Gelasiano»), alle ore 9 del giorno o verso la sera.

Servizio ecologico. – Questa prima parte delle funzioni attuali è un bel saggio di antica adunanza alturigica. Come al tempo in cui non si cantava ancora l’Introito, i ministri si prostrano sul pavimento pregando in silenzio; nel frattempo si prepara l’altare. Poi s’iniziano subito le letture; la prima di Osea (Os. 1-6 di provenienza gallicana), con salmo-responsorio di Abacus (Hab. 3, 1-3); il versetto in medio duorum animalium è riferito a Cristo crocifisso fra due ladroni; la seconda dell’Esodo (Ex. 12, 1-11) accenna al simbolo e alla figura del sacrificio di Cristo nell’agnello pasquale degli Ebrei. Segue la terza lettura: nella chiesa di s. Agostino si leggeva la Passio di Matteo; quella di s. Giovanni è attestata dai tempi di s. Gregorio Magno. Come di regola, l’adunanza alturigica si conclude con le Orationes sollemnes, per tutto il popolo e per ogni singola classe di esso; uso comune nella s. Messa fino al sec. VI (nel sec. VIII ancora al Mercoledì Santo, V. SORA). Nell’Orazione per i Giudei si omette la genuflessione solita dopo l’invito dell’Oremus dopo il sec. IX per motivi simbolici, (cf. Ord. Rom. XII, 29). Seguiva la predica del vescovo officiante (di s. Agostino ci sono conservate 4 omelia pronunciate il Venerdì Santo).

L’adorazione della s. Croce. – Proviene da Gerusalemme, dove, secondo Etera, si faceva alla reliquia della vera Croce, ed era un rito semplice e senza un preciso carattere liturgico: il vescovo teneva la reliquia, baciando la cappiandola sulla fronte e sugli occhi; nessun canto, nessuna preghiera; tutto si svolgeva in silenzio. Questo rito s’introdusse a Roma (l’Ord. XVI, 33-34 non lo ha) forse nella prima metà del sec. VII. Secondo la descrizione dell’Ordo di Einsiedeln (Ord. Rom. XXIII, 9-22) il papa dal Laterano si recava a S. Croce in Gerusalemme; dietro di lui veniva portata la s. Croce (A. Baumstark, Lit., cit. in bibl., p. 153) da un diacono in una cassetta e posta sull’altare; il Papa scopre la s. Croce, si prostra ad adorarla; seguono i fedeli; ma alle donne, per non farle avvicinare all’altare, la sacra reliquia viene portata. Dopo la venerazione si continua con le letture del servizio ecologico e si aggiungono le funzioni dei presentati; il Papa stesso e i suoi diaconi non si comunicano.

Nelle altre chiese si faceva un doppio rito, di mattina quello ecologico, di sera la venerazione della s. Croce insieme con il rito dei presentati (Ord. Rom. XXIII, 29-38 [Andrieu]): la Croce si metteva davanti all’altare portata da due accolti; poi era venerata dal Papa e dal popolo; frattanto si cantava l’antifona Ecce lignum, con il salmo 118; seguiva la Messa dei presentati (cf. Ord. Rom. XXVII, 41-50). Il rito attuale dell’adorazione della Croce si è formato fra il IX e l’XI sec. in Spagna e nella Gallia: lo scoprimento e l’estensione della Croce, la triplice prostrazione, gli Improperi, il trisagio bizantino (in greco e latino), l’antifona (di origine greca) di trionfo Crucem tuam, i due inni di Venanzio Fortunato Pange lingua e Vexilla Regis; tutto si trova nel Pontificale romano del sec. XII (M. Andrieu, Le Pontifical romain au moyen âge, I, Città del Vaticano 1934, p. 236, nn. 8, 9).

La Messa dei Presentatrici. – È un semplice rito di comunione, fatto con le Sacre Specie «presentificate» cioè precedentemente consacrate, usato nei giorni all’urgici, come facevano i Greci nella Quaresima ecc., il Sabato e la Domenica; a Roma soltanto nel Venerdì Santo. Sembra che dapprima la Chiesa romana (come il rito ambrosiano anche oggi) non avesse ufficialmente l’uso dei Presentatrici, il quale entrò nella liturgia papale fra il sec. VII e il sec. VIII (Duchesne). Il rito primitivo contenva solo il Pater noster con l’embolismo, seguito dalla frazione e immissione recitata a voce alta; poi si aggiungevano le preghiere offertoriali, l’incensazione delle of

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ferte e dell'altare, la lavanda delle mani (Ord. Rom., XIV, 83; l'elevazione dell'Ostia (Ord. Rom., XV, 77) alle parole siut in caelo et in terra (oggi dopo l'embolismo); uso francese del sec. XIV, introdotto forse ad Avignone.

4. Deposizione (sepoltura) della Croce e dell'Ostia

Rito diretto a commemorare in maniera più espressiva il seppellimento del Signore, proveniente dal sec. X (cf. la biografia di S. Ulrico di Augusta [m. nel 973]), in uso quasi in tutte le Chiese, tranne quella di Roma; si continua in Germania e in Austria.

La Croce o un'Ostia consacrata o tutt'e due insieme vengono portate in una specie di sepolcro, ivi incensate e asperse con acqua benedetta, finalmente il sepolcro viene chiuso e sigillato, per essere venerato dalla pietà dei fedeli. All'alba della Domenica di Pasqua vengono tratte solennemente fuori per figurare la Resurrezione.

Sabato Santo. - Nei primi sei secoli, sia in Oriente che in Occidente, era giorno completamente aliturgico. Le funzioni che si svolsero, durante più di un millennio, il Sabato Santo, si celebravano in origine nella notte successiva. Al tempo di S. Ambrogio (397) a Milano e di S. Agostino (430) ad Ippona si celebrava lungo tutta la notte la veglia pasquale; S. Girolamo invece (419-20) accenna una funzione che occupava soltanto la prima parte della Notte Santa (ante noctis dimidium dimittere non liceat). La veglia della prima parte della Notte Santa diviene la regola sotto Leone I (m. nel 461) a Roma, sotto Lupo di Troyes (m. nel 479) in Gallia, nello stesso tempo nel Testamentum Domini per la Siria. Da Giovanni diacono nel 523-26 la fine della solennità sembra già celebrata alla sera del Sabato Santo; lo stesso risulta da un racconto meno edificante di S. Gregorio (m. nel 604) nella Spagna (sacratissimo paschali Sabato post ieiunium), e inoltre una seconda Messa in Notte Santa si diceva alla prima luce del giorno di Pasqua. Il Gelasiano più antico (Bibl. Vat., Reg. 316) in una rubrica dopo le Orationes per singulas lectiones in Sabato Sancto determina l'ora della Messa in nocte: et ingrediuntur ad missas in vigilia ut stella in caelo apparuerit e contiene una seconda Messa nel Dominicum Paschae. Anche i Sacramentari del tipo gregoriano hanno una Messa in Sabato Sancto in nocte e un'altra in dominio sancto; la domenica seguente si considera fuori dell'ottava diei dominiac post albas (scil. depositas; V. Pasqua, 11, 3).

Bibl.: P. de Puniet. Du rite des processions à la consécration des saintes Huiles, in Rass. Greg., 2 (1909), p. 216 sqq.; A. Baumstark. Der Orient und die Gesänge der Adoratio Crucis, in Jahrb. f. Liturgiewissenschaft, 2 (1922), p. 4 sqq.; L. Duchesne. Origines du Culte chrétien, Paris, 1925, pp. 260-71; A. Wilmart. L'Hymne de la Charité pour le Jeudi saint, in Auteurs spirituels et textes dévots du moyen âge, 1912, pp. 26-36; E. Eisenhofer. Handb. der kath. Liturgie, I. Friburgo, 1932, pp. 511-50; A. Baumstark. Liturgie comparée, Chevetogne (1929), pp. 149-55; 183-84; M. Righi. Man di stor. liturg., II. Milano, 1946, pp. 140-82; A. Chavasse. Le carême romain et les scrutins prébaptismaux avant le IXe siècle, in R. de sc. rel., 35 (1948), pp. 325-87; A. Chavasse. La préparation de la Pâque à Rome, avant le Ve siècle. Jeûne et organisation liturgique, in Bibliothèque de la Fac. cath. de théol. de Lyon, Mémorial I. Chaine, 5 (1950), pp. 61-80; A. Stuiber. Von der Pascha-Nachtwache zum Karsamstaggottesdienst, in Katechet. Blätter, 75 (1950), pp. 48-107; M. Andrieu. Les Ordines Romani du haut moyen âge, III, Lovainio, 1951; J. A. Jungmann. Die Vorverlegung der Ostervigil seit dem christl. Altertum, in Lit. Jahrbuch, 1 (1951), pp. 48-54; H. Vorgrimler. War die altchristl. Ostervigil eine ununterbrochene Feier?, in Zeitschrift. Jahrb. Theol., 74 (1952), pp. 464-72.

FOLKLORE. - Il ciclo folkloristico della S. S. Palme (v.) al lunedì in albis. Più che descrivere cronologicamente, giorno per giorno, i riti della S. S., conviene classificare successivamente i diversi elementi folklorici, tanto più che questi si concentrano di preferenza nei giorni di Giovedì, Venerdì, Sabato e Domenica di Risurrezione. Il ciclo così presenta cerimonie liturgiche alle quali il popolo ha dato propri colori e forme, senza alterare il carattere; cerimonie rituali propizionarie che si ripetono ad ogni inizio annuale o stagionale, e in particolare per la Pasqua indicano l'inizio della primavera, tanto che il periodo è detto anche «del principio di primavera o di Pasqua»; e infine credenze e pratiche superstiziose varie, il cui singolo significato ci

s'fugge, ma che si riportano in complesso al valore sacrale- eccezionale di quei giorni.

Nel primo gruppo si comprendono le processioni drammatiche, le sacre rappresentazioni e altre reliquie viventi del dramma religioso medievale e rinascimentale, nonché alcune prescrizioni ecclesiastiche in cui l'elemento folklorico si è aggiunto a quello liturgico. Un posto di primo piano è stato riconosciuto alla processione in tutte le sopravvivenze del dramma sacro, osservandosi che «il ritmico procedere di masse d'uomini, specie se il ritmo viene potenziato e scandito da divisioni in compagnie o gruppi vestiti con uniformi speciali, nonché da canti e da suoni, crea come un'atmosfera di raccordo, di coesione, di intesa fra le masse e ne prepara gli spiriti a sentire pienamente ciò che costituirà l'acme della manifestazione o del rito» (Toschi). Le processioni pasquali sono caratterizzate dalle scene della Passione, dette «misteri», ricostruite per mezzo di statue in legno o cartaseta e talora di gruppi di persone viventi: primeggiano, per la loro fastosità, la processione di Siviglia in Spagna, con i gruppi (pasos) formati in parte da statue, in parte da persone viventi, e con i colori delle vesti sempre uguali azzurro e bianco per la Vergine, verde per s. Giovanni e giallo per Giuda); in Italia quella di Trapani, dove i 18 misteri scolpiti in legno, a grandezza naturale, vengono portati a spalla dai rappresentanti delle diverse corporazioni (cuochi, camerieri, falegnami, ecc.) e visitano tutte le chiese entrando dalla porta centrale e uscendo dalla laterale; quella di Caltanissetta, dove i misteri sono 15 gruppi modellati in cartapesta che il popolo chiama le vare e designa secondo il ceto cui appartengono «vara delle li sulfatara», zolfatari; «dilivuceri», macellai; «dili vinarioli», vinai, ecc.); e ancora quelle di Sezze nel Lazio, di Grassina in Toscana, di Romagnano in Piemonte e di Verona in Val Seriana. A Bari la processione pasquale assume un carattere penitenziale: i confratelli si chiamano perdune e procedono a due a due, a piedi nudi, vestiti di una ampia tunica bianca, il viso coperto, una corona di spine sul capo e un lungo bastone in mano; la tròcola (detta altrove raganella, scarabattola, ecc.), strumento di legno con piccole piastrine metalliche che fa strepito e supplice al suono delle campane, vien posta all'incanto il giorno prima, e ottenerla (si giunge a pagarla qualche migliaio di lire) è considerato una penitenza fatta da chi ha peccato; il troccolaro guida la processione, regolandone il percorso, le fermate e l'andamento che è più o meno lento secondo il peccato da scontare. In alcuni paesi del Mezzogiorno, specie in Sicilia, il canto della lamentanza, l'italiana in dialetto mista talvolta a latino, accompagna il procedere cadenzato della folla. Tra le rappresentazioni sacre della Passione di Cristo la più celebre è quella che ogni anno si Oberammergau (v.). La confezione dei sepolcri, in uso nelle parrocchie di rito romano, mostra l'elemento folklorico nella varietà di decorazione, che è in rapporto con la tendenza del luogo: carichi di statue, pitture e scene evocatrici della Passione sono, p. es., in Spagna; in alcune regioni della Francia, quali il Roussillon e la Cerdagne, per la ricchezza di ornamenti, si chiamano monuments; in Italia si segnalano quelli allestiti in Sicilia, p. es., nella chiesa di S. Anna dei Lombardi a Monteoliveto; a Napoli nella chiesa dei Girolomini con antichissimi drappi ricamati in oro e nella chiesa di S. Francesco di Paola con l'urna trecentesca di bronzo dorato. Una folklorizzazione completa ha raggiunto il costume a Nantes, dove i sepolcri vengono installati lungo le strade.

Tra i riti propiziatori classificati nel secondo gruppo va segnalato soprattutto il costume delle canzoni e queste di uova. L'uovo ha un valore simbolico di fecondazione, in rapporto anche alla stagione primaverile: ma storica- mente l'uso di donare uova non risale in Europa più in là del sec. xvi (il documento più antico è alessiano); nel Settecento fu di regola che l'uovo più grosso fetato nel Regno di Francia durante la S. S. spettasse al re. A Parigi, anticamente, studenti e chierichetti facevano la questura delle uova al suono di campanelli e tamburi. I pastori del Jura girano a Pasqua per le case conducendo una giovinetta ornata di fiori e nastri, detta regina di

maggio: con lo stesso cerimoniare si festeggia il calendimaggio in Provenza e altrove. Il Sabato Santo, le montanine della Val Brembana superiore offrono uova, avvolte in fazzoletti ricamati, agli innamorati, i quali recano un ramo d'olivo unito a qualche oggetto: lo spirito arboreo, presente in questi riti, è simbolo della primavera. E le stesse scampagnate del lunedì in albis, così tradizionali per una vastissima area, hanno sempre aspetto e significato di riti primaverili. Folklorica è la colorazione delle uova, riguardo alla tecnica (nell'Anjou, p. es., il rosso cardinale si ottiene con spicchi di cipolla, cotta con l'aceto), e alla interpretazione (il rosso ritenuto quasi dovunque, efficace contro ogni influsso malefico). Con le uova si compiono anche svariati giochi, dei quali i più specificamente pasquali e i più diffusi in Europa sono due: l'uno consiste nel far cozzare due uova; il giocatore il cui uovo non si rompe è vincitore e s'impossessa dell'uovo dell'avversario (coccotta nelle Marche, scozza in Romagna, toquette in Francia, Eierspecken e Eierpicken in Germania, croquer nella Svizzera franc. Tupfen e Tütschen in quella tedi.); l'altro consiste nel far rotolare l'uovo lungo la china di un prato, vincendo chi riesce a mandarlo più lontano; a questo gioco, chiamato cutdello nelle Marche, che risulta diffuso in Francia (roulée), in Scozia, in Germania (Eierrollen e Eierschieben e in tutto l'Oriente europeo, alcuni studiosi hanno creduto di dare una spiegazione ritualistica. Certo è dell'uno e dell'altro gioco il carattere propiziatorio per l'apertura di un nuovo ciclo: la roulée, p. es., a Nansous-Thil si giocava anche a Natale con noci, in Borgogna nei giorni di carnevale e la vincitrice era proclamata regina di Jaudiau. Altri trasferimenti a Pasqua di riti carnevaleschi sono documentati dal Fehle nella Germania, dove il vincitore di certe corse a cavallo era chiamato re; analogamente è da riconoscere un'ultima traccia del «re di carnevale» nell'uso romagnolo descritto dal Placucci: il Sabato Santo «si rinviene un uomo il più goffo, ed il meno accorto della villa; gli si pone addosso una cassa piena di sassi, e gli si commette di portarla alla parrocchia dicendogli che sono le chiavi del l'alleluia»; dalla chiesa si fa girare qua e là, finché si accorge della burla. Propiziatorio è anche l'uso, documento in Romagna, di osservare, il Sabato Santo, ad un'ora prima dell'Ave Maria «per vedere il campioni, che sono venti dominatori per l'anno venturo; onde predire libero, ed il male, che può accadere in detto anno ai prodotti della campagna»: è un rito tipico d'ogni inizio annuale o stagionale.

Innumerevoli sono infine le credenze e pratiche superstiziose, non legate propriamente al ciclo pasquale come tale ma riferentisi a esso solo in quanto periodo eccezionale. Comune alla festa di s. Giovanni è l'uso di bagnarsi, all'alba, con la rugiada, ritenuta benedetta. In genere, l'acqua della notte di Pasqua preserva dai mali e rende belle le donne: in Sicilia persone e animali ammalati s'immergono nel mare; in Romagna, al momento in cui si slegano le campane, i contadini sogliono bagnarsi gli occhi per preservarsi la vista; nella Sassonia e nella Slesia i giovani nascosti presso le rive dei fiumi e le fontane, spruzzano acqua addosso alle ragazze che vengono ad attingerla. Forme di comparativo sono i cosiddetti riti di fraternizzazione che si compiono in Ucraina con l'abbraccio e presso gli Slavi meridionali con la fusione del sangue, nel giorno successivo alla Pasqua o anche in altro giorno solenne o di fiera, detto druzicola, giorno dell'amicizia. In relazione con il silenzio delle campane sono molti altri usi: i romagnoli, p. es., al legarsi delle campane, il Giovedì Santo, legano gli alberi per renderli fruttiferi, altri li legano il Sabato Santo perché la nebbia non li danneggia; in molti comuni d'Abruzzo e di Romagna, dal legarsi delle campane al loro scioglier si osserva il digiuno (trapassata). Tra i vari tabù della S. S. il più universalmente diffuso è la sospensione di ogni lavoro come nel corso di ogni festa: in alcune regioni d'Italia e di Francia, in particolare, le donne non devono fare il bucato, specie il Venerdì Santo che è giorno di lutto.

BIBL.: P. Toschi, La poesia popolare religiosa in Italia, Firenze 1935, p. 74 sgg.; id., Dal dramma liturgico alla rappresentazione sacra, ivi 1940; G. C. Pola Falletti-Villafalletto, Asso-

appunto il compito di provvedere alle opere di propaganda e di cultura.

A differenza però delle Semaines francesi, quelle italiane (chiamate in un primo tempo Congressi di studi sociali) ebbero il carattere di Relazioni su temi diversi, orientati verso un'idea centrale: seguivano discussioni libere, spesso molto animate, dopo le quali il relatore riassumeva, replicava e concludeva. Come risultato finale si aveva dichiarazioni solenni (ordini del giorno, voti, mozioni, ecc.), nelle quali venivano condensate e ordinate le opinioni prevalse tra i settimanali sui vari argomenti discussi. In seguito le s. s. si andarono accostando al tipo francese, dopo la riforma dell'Azione Cattolica, voluta da Pio XI.
Iniziate in Italia nel 1907, ne vennero tenute diciotto fino al 1935: organizzate le prime dieci dall'Unione popolare, e le altre dalla Giunta centrale dell'Azione Cattolica. Fu l'epoca d'oro del cattolicesimo sociale, nella quale brillarono gli ingegni e palpitarono i cuori di maestri come Giuseppe Torino, Vico Necchi, Filippo Crispolti, Angelo Mauri, Nicolò Rezzara, Giuseppe Dalla Torre, Mario Chiri, mons. Pottier, mons. F. Olgiati, p. Gemelli, p. Cordovani, p. Brucculeri, p. Oddone, e tanti altri. La 1a s. s. in Italia, tenutasi a Pistoia (1907), fu presieduta dal card. Maffi e si aggirò su argomenti vari: cooperazione, leghe del lavoro, organizzazione professionale, emigrazione, legislazione sociale, ecc.; la 2a seggiu a Brescia (1908) e, presieduta da Giorgio Montini e dal Rezzara, trattò della genesi storica dei contratti agrari, delle abitazioni operaie, l'azione sociale del clero, la libertà di insegnamento e i problemi tecnici della scuola, la donna cattolica e i suoi compiti; la 3a ebbe luogo a Palermo (1909), presieduta da Antonio Boggiano, sui problemi siciliani, malattie del lavoro, la religione nel popolo, Stato e Chiesa, Società e Stato; la 4a (1910) a Firenze, presieduta da Gennaro De Simone, pure con vari temi, dal contratto di mezzadria al lavoro femminile a domicilio, e dal problema della moralità in Italia alla mutualità scolastica e alla stampa popolare.

Si andò poi accentuando l'unità di tema a partire dalla 5a, presieduta da Luigi Caisotti di Chiusano (Napoli 1911): La famiglia e la questione operaia; cui seguirono la 6a ad Assisi, presidente Boggiano, su L'organizzazione professionale; la 7a a Venezia, pres. Filippo Sassoli, sul Problema della scuola; l'8a a Milano, pres. Paolo Pericoli, nel 1913, su Le libertà civili dei cattolici, a celebrazione del XIV centenario costantiniano. La 9a e la 10a passarono quasi inosservate a causa della prima guerra mondiale.

Dopo un periodo di sospensione, le s. s. furono riprese, presidente Minoretti, l'11a Torino nel 1924: sul tema Auto-rità sociale. Seguirono: la 12a a Napoli (1925) sui Problemi sociali, economici e scolastici; la 13a a Genova (1926), pres. Minoretti, sulla Famiglia cristiana; la 14a a Firenze (1927), pres. G. Dalla Torre, su L'educazione; la 15a a Milano, pres. G. Dalla Torre (1928) su L'unità della Chiesa; la 16a a Roma (1929), pres. G. Dalla Torre, per illustrare L'opera di Pio X; la 17a s. s. riprese a Roma, pres. Adriano Bernareggi, nel 1933, sull'argomento La carità; seguendo poi la 18a a Padova (1934) con il tema: La professione; ma quella indetta per il 1935 su: Il valore etico del lavoro fu dovuta ancora una volta sospendere per la guerra etiopica. Dopo l'interruzione di un decennio, dovuta a cause politiche e poi alla seconda guerra mondiale, le settimane ripresero con la 19a a Firenze, nel 1945, pres. A. Bernareggi, con tema Costituzione e Costituente (1945); la 20a a Venezia, sotto la presidenza dello stesso A. Bernareggi, con tema Il lavoro (1946); la 21a a Napoli, pres. Antonio Lanza, con tema I problemi della vita rurale (1947); la 22a a Milano, pres. A. Bernareggi, sul tema: La comunità internazionale (1948); la 23a a Bologna, pres. A. Bernareggi, sul tema Sicurezza sociale (1949); la 24a a Genova, sul tema L'organizzazione professionale (1951).

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SETTIMO SEVERO - Arco trionfale di S. S. - Roma, Foro romano.

pres. A. Siri; la 25a a Torino, pres. mons. Giuseppe Siri, sul tema: L'impresa nell'economia contemporanea (1952).

Numerosissime le edizioni ridotte delle s. s.: provinciali, regionali, o addirittura diocesane (tipo prevalente la cosiddetta «tre giorni»), che riuniscono con notevole profitto studiosi, dirigenti e militanti di Azione Cattolica, giovanissimi, e anche indifferenti. Dalla ormai lunga esperienza è stata una cultura sociale cattolica abbastanza unitaria e continuamente aggiornata che, seppure ancora affetta da un dottrinarismo, peraltro consapevole e accettato, va permeando in profondità gli strati attivi e il fondo inerte della società cristiana. I risultati potranno essere ancora migliori, quando le s. s. riusciranno a proporsi scopi e atteggiamenti di più evidente concretezza, battendo vie originali, e chiamando a insegnare, a lato degli eletti nomi della vita organizzativa, universitaria, politica e sindacale dei cattolici, anche gli esperti della realtà economica, imprenditoriale e del lavoro. Il successo pieno e fecondo non può che seguire, come sempre, la felice integrazione della cultura accademica con la scienza applicata e la via esperienza.

Scopo dichiarato attuale delle s. s. non è quello di incidere direttamente sulle istituzioni, ma sulla interiorità degli spiriti per delinearvi obbiettivi, suscitare o consolidare persuasioni, far nascere propositi in ordine ai problemi sociali di maggiore attualità e di più vasta portata. Presentemente le s. s. in Italia vengono disposte da un apposito Comitato permanente in Roma, presieduto dal card. Giuseppe Siri, arcivescovo di Genova e del quale è segretario mons. Pietro Pavan.

III. LE S. S. ALL'ESTERO. - All'estero l'iniziativa si svolse e tuttora si svolge con grande successo e risonanza nel mondo culturale, specie in Belgio e Canadà, dove però le s. s. non seguono iniziative, regole e periodicità precise come in Francia e in Italia.

BIBL.: G. Dalla Torre. Storia delle s. s. in Italia, in L'Osserv. romano, 31 ag. 1935; P. Pavan. Le s. s., Roma 1936; E. Duthoit. Le s. s. francesi, in L'Osserv. romano, 14 apr. 1937. Mario Baroni