PALME, DOMENICA DELLE

PALME, DOMENICA delle. - La domenica che precede la Pasqua si chiama dal tempo d'Isidoro di Siviglia (m. nel 636) D. delle p. (dies palmarum). Prima dai Padri latini era detta de passione Domini; altri nomi erano Capitilavium (dall'uso in Spagna dei catecumeni di lavarsi il capo e tutto il corpo in preparazione al Battesimo), Pascha competentium (dall'uso della Chiesa gallicana di dare in questo giorno ai competenti o candidati al Battesimo la traditio symboli) o dominica indulgentia (dalla riconciliazione dei penitenti; Lezionario di Würzburg e Sacramentario di Praga, di Isen). Oggi essa presenta tre particolarità: a) la benedizione delle p.; b) la processione con le stesse; c) la commemorazione della Passione di Cristo nella S. Messa.

I. LA BENEDIZIONE DELLE P

Si fa prima della Messa principale; si benedicono rami di p. o d'olivo, nei paesi settentrionali (fino dal sec. IX) anche d'altri alberi, come salice, bosso, tasso ed anche fiori (dies florum, Pascha floridum; V. Alcuino), tanto in ordine alla processione seguente, quanto per l'uso dei rami benedetti come sacramentali. Prima la benedizione non si dava ai rami, ma a chi li portava.

La benedizione delle p. occorre per la prima volta nel sec. VIII nei Sacramentari gallicani e mozambici (p. es., Bobbio, n. 558), nel sec. IX nei Sacramentari di Baviera (p. es., di Isen o Cod. di Praga, n. 85; di Salisburgo, ed. Dold, p. 79). Le formole si moltiplicano nei secoli seguenti. Si distinguono due usanze (Hallinger): nelle regioni romano-franche (p. es. Pseudo Alcuino, Cluny) si usavano, nella chiesa principale stessa, formole composte di sole orazioni, mentre nelle regioni germaniche, in una chiesa distinta dalla principale, si svolgeva un rito più ricco, composto di lezioni ed orazioni, in forma simile a quella di un Ordo Missae, Canone escluso. Questo rito però non è il resto di una Messa distinta o detta nella chiesa, donde la processione usciva, ma, come scrive il Callevaert, una costruzione artificiale per disporre le cerimonie, cioè le lezioni ed orazioni, in un ordine logico. Difatti la benedizione s'inizia dopo il Vangelo con una prefazione, come quella della benedizione del fonte bat-

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PALME, DOMENICA delle - Processione delle P. - Basilica di S. Pietro.
(fot. Felici)
tesimale. Questo rito solenne occorre già in un Sacramentario del sec. IX (Monaco 3005), si diffonde con il Pontificale germanico del sec. X-XI e fu accettato da Roma nel sec. XI-XII (v. Vetus Missale Romanum, ed. Azevedo, Roma 1752; Ordo Off. Eccl. Lat. [del 1145], ed. L. Fischer, Monaco 1914).

Il rito romano di oggi è formato da una Missa catechumenorum, cioè da una antifona dell'Introito (Mt. 21,9; senza salmo), dall'orazione « Deus, quem diligere », dalla lezione di Ex. 15, 27 e 16, 1-7, dal responsorio Collegium (Jo. 11, 47; 49. 50,53) o In monte Oliveti (Mt. 26, 39 e 41), dal Vangelo Cum appropinquasset (ibid. 21, 1-9; anticamente anche Mc. 11, 1 sg. o Jo. 12, 12 sg.). Poi segue la benedizione solenne con tante reminiscenze delle orazioni del rito greco. Il Prefazio, preso da una Messa gallicana per gli apostoli o martiri, adattato al rito romano non prima del sec. XV, è seguito dal Sanctus, perché contiene l'Osanna ed il Benedictus di questo giorno. Le p., benedette con acqua santa ed incenso, vengono distribuite al canto delle antifone Pueri Hebraeorum. Dopo una orazione segue la processione.

II. LA PROCESSIONE

È più antica della benedizione delle p. e si fa sull'esempio di quella di Gerusalemme, descritta da Eteria nel sec. IV, ad imitazione dell'ingresso trionfale di Cristo. Prima si ha nella Spagna ed in Gallia; Amalario l'accenna già come uso generale. Da una chiesa fuori della città (in un luogo elevato per rappresentare Bethania o il Monte Oliveto), ove si benedicevano i rami, la processione muoveva verso la città. La persona del Signore era rappresentata dal libro dei SS. Vangeli o da un grande Crocifisso scoperto e inghirlandato; in Inghilterra era portata in processione anche la S.ma Eucaristia; in Germania era in uso il cosiddetto « asino della p. »: un asino di legno fornito di carrucola, con la figura del Salvatore. Alla porta della città, si faceva il solenne omaggio al Redentore: la schola, distese a terra le cappe e le vesti sacre, depositi i rami innanzi alla Croce, la adorava in ginocchio (al canto dell'inno di Teodulfo « Gloria, laus et honor »); veniva il popolo a piccoli gruppi e deponeva innanzi alla Croce i suoi fiori; seguivano poi il vescovo con il clero. Alla parola dell'antifona Percutiam pastorem, un chierico con la mano o con la p. percuoteva leu ictu il vescovo sulle spalle. Poi la processione entrava nella città. Giunti alla Cattedrale, si intonava il Benedictus ed il vescovo concludeva la processione con una orazione. Questo antico rito, descritto da Pseudo Alcutino ed in un Ordo di Besançon, si ritiene anche oggi nelle varie diocesi della Germania. Nel rito romano attuale, la processione deve lasciare la chiesa. Nel ritorno trova la porta chiusa. Si canta, alternativamente con cantori rimasti dentro, l'inno di Teodulfo, alla cui fine il suddiacono crocifero percuote la porta con

la punta della croce astile. Tutti rientrano al canto del responsorio Ingrediente. La cerimonia della percussione della porta, già contenuta nel Pontificale Romano del sec. XII, fu introdotta nel Messale Romano nel 1604, sotto Clemente VIII.
III. LA S. MESSA. - È consacrata alla memoria della Passione di Cristo (v. Tratto); l'Epistola tratta della umiliazione. Già al tempo di papa Leone I (Serm. de Pass. D., I, 5) si leggeva la Passione scritta da s. Matteo. Verso il 1000, nelle chiese del nord s'introduesse l'uso di fare eseguire il Pasto da tre cantori; in Italia, fino dal sec. XV, il canto delle parole del popolo (turba) è affidato ad un coro di cantori, talvolta eseguito in musica figurata. I segni speciali nella Passio (T = tacite, o trahe o tene; C = cito, celeriter; S = iursum o sonoriter), che servivano per indicare la melodia, designano oggi le persone che eseguono o cantano: il T, o (dal medioevo) la croce, la parte di Cristo, C la parte di cronista, S la parte delle varie persone. Alle parole emisii spiritum s'interrompe il racconto, ci s'inginocchia e si medita per qualche tempo: uso di

alcuni monasteri benedettini già al tempo di s. Luigi, re di Francia (m. nel 1270), che l'introdusse nella sua cappella privata, accettato a Roma alla fine del sec. XIV.

BIBL.: A. Franz, Die kirchl. Benediktiner im Mittelalter, I, Friburgo in Br. 1909, p. 470 sgg.; A. Baumstark, Orientalisches in den Texten der abendländ. Palmfeier, in Jahrb. für Liturgiewissenschaft, 7 (1927), p. 148 sgg.; id., La solennità dei palmes dans l'ancienne et la nouvelle Rome, in Trenikon, 12 (1936), pp. 1-24; L. Eisenhofer, Handbuch der hat. Liturgik, I, Friburgo in Br. 1932, p. 504 sgg.; C. Callevaert, De Palmsviding en de Palmprocessie, in Sacris Erudiri, Steenbrugge 1940, pp. 701-11; M. Righetti, Manuale di storia liturgica, II, Milano 1946, p. 122 sgg.; K. Hallinger, Ort der Palmveiche, Ritus der Palmveiche, in Gorze-Kluny, Roma 1950, pp. 619-21. Per il Prefazio della D. delle P. V. Jahrb. für Liturgiewissenschaft, 2 (1922), p. 107 sgg.; 3 (1923), p. 120 sgg.; 4 (1924), p. 183 sgg. Pietro Saffrin

IV. FOLKLORE

La D. delle P. apre il ciclo delle usanze tradizionali della Settimana Santa, che si chiude il lunedì di Pasqua. È detta anche Pasqua fiorita, per l'uso che vi si fa, nelle varie cerimonie, di fiori o di rami fioriti.

Il culto popolare segue fedelmente la liturgia ufficiale, solo ravvivandola con espressioni di innato gusto artistico e d'intensa fede. Il fulcro è costituito dalle p. benedette, che vengono distribuite in chiesa durante le funzioni e che ciascun fedele porta seco e conserva perché ad esse vengono attribuite virtù miracolose specialmente contro i temporali. Nelle case le p. vengono poste, di regola, sopra il letto, accanto a qualche immagine sacra. Frequentemente esse sono adorne con nastri o dorate con porporina e intrecciate in modo da assumere forme originali e gustose. Particolare importanza per tutto il mondo cattolico ha la distribuzione delle p. che si fa in S. Pietro a Roma. Per concessione di papa Sisto V, la prerogativa di fornirle spetta ai discendenti della famiglia Bresca di S. Remo. Trecento delle più belle p. della Riviera vengono scelte a tale scopo, e di esse si formano e fasci di 60 rami ciascuno, che vengono poi dal banderaro del Vaticano prese in consegna e abilmente intrecciate: dalle fronde staccate si fanno tante croci, che si attaccano ai rami di olivo. Altre 300 p. vengono inviate ai Capitoli e ai monasteri. Ma la grande p. offerta al papa viene lavorata dalle monache camaldolesi, per privilegio concesso loro da Leone XII nel 1829. Essa ha forma di trofeo: poggia su piccola base di legno, è adorna di fiori e reca in cima un'immagine sacra su cartoncino circondato da p. Intensa è anche la distribuzione in Piazza S. Pietro, e non solo di rami d'ulivo, ma di vera p., da parte di donne e ragazzi che li cedono dietro un piccolo obolo. A seconda del clima dei diversi paesi e della rispettiva flora, queste p.

assumono numerose varietà. In Francia si adoperano specialmente i rami di alloro; nel cantone di Argovia (Svizzera) la p. è costituita da un piccolo albero di pino decorato con nastri, frutta e uova. Si fabbricano anche p. artificiali di cartone dorato, spesso adorne con dolci di circostanza. In alcune regioni della Francia si usa avvolgere di p. benedette la Croce principale del cimitero. Anche il modo della distribuzione assume varietà e originalità di aspetti. Così a Sciacca (Sicilia) era uso che tutti i rami di p. o d'olivo venivano prima disposti in modo da coprire una grande Croce e poi, a un dato segnale, gettati al popolo che se li contendeva animatamente. Sempre in Sicilia, la scena dell'ingresso di Cristo in Gerusalemme viene rievocata in forma drammatica: a Siracusa la rappresentazione, che è muta, salvo il canto del coro, si svolge nella chiesa del Carmine: al momento culminante, la porta del tempio si spalanca e Gesù, in groppa a un asinello e circondato dagli Apostoli, entra benedicendo. La questua delle uova, che di regola si fa durante la settimana, ha luogo, in alcuni paesi, la D. delle P.: così ad Alatri gruppi di ragazzi vanno in giro offrendo un ramo d'olivo e cantando questo distico: «Ecco la p. a chi vo' fa' la pace - noi ce ne andiamo e voi restate in pace». In Abruzzo si traggono in questo giorno i presagi come per Capodanno e tra i cibi di rito si mangia la quajjato (latte quagliato) con significato di purificazione.

Alcuni studiosi hanno voluto vedere nella cerimonia delle p. una reviviscenza, in clima cristiano, delle feste che presso i Greci si chiamavano Thargelia e Pyanepsia, durante le quali si recavano al tempio di Elios e poi di Apollo dei rami di ulivo decorati con lana intrecciata: ma un esame più approfondito ha rivelato l'inconsistenza di questa ipotesi (v. BIBLICA).

BIBL.: J. Amigues, Les fêtes romaines illustrées, Parigi 1867, pp. 5-8; G. Pitrè, Spettacoli e feste, Palermo 1881, p. 210 sgg.; F. Finamore, Credenze, usi e costumi abruzzesi, ivi 1890, pp. 114-117; G. Signorelli, La D. delle P. a Siracusa, in Illustrazi, 30 marzo 1890, pp. 195-98; Laisnel de la Salle, Souvenirs du vieux temps: le Berry, I, Parigi 1902, pp. 84-85; J. E. Harrison, Prolegomena to the study of greek religion, Cambridge 1922, pp. 78-82; A. van Gemnep, Manuel de folklore français contemporain, I, 1, Parigi 1947, pp. 1158-1206 (fondamentale, con carte folkloristiche); A. Lancellotti, Feste tradizionali, I, Milano 1951, pp. 461-74.
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“PALME, DOMENICA DELLE.” Enciclopedia Cattolica, vol. IX (1952), p. 411. Azione Romana digital edition, https://azioneromana.com/it/article/palme-domenica-delle.