POESIA POPOLARE. - L'interesse per la p. p. si rivelò in Inghilterra fin dai primi decenni del sec. XVIII e l'opera più significativa di questo primo orientarsi del gusto verso le forme elementari e tradizionali della poesia può considerarsi la raccolta del Percy, Reliques of ancient English Poetry (1765). Ma si deve al romanticismo tedesco, e specialmente a J. G. Herder, al Goethe al Bürger, a J. Grimm se la p. p. assurse ai più alti valori estetici, politici e morali.
La raccolta del Herder Volkslieder o Stimmen der Volkser in Liedern («Voci dei popoli nei canti», 1ª ed., 1778) offerti esempi di poesia dei diversi popoli dell'Europa. In opposizione al classicismo e alla letteratura, ligia ai mo-
delli e ai canoni della retorica, la p. p. fu esaltata come la sola poesia capace di esprimere con immediatezza e spontaneità i moti dell'animo e la visione del mondo e della vita: essa fu anche riconosciuta come genuina interpretazione del carattere e dell'anima nazionale. Nacque il mito romantico della p. p. la cui origine veniva pensata come collettiva e misteriosa. Tali concezioni si rispecchiano ancora nella Geschichte der altdeutschen Poesie (1830) dell'Ulland. In Italia, il richiamo alla p. p. e ai suoi valori si ha già nella lettera semiseria di Giosodoro (1816) del Berchet, il quale contribuì anche alla conoscenza della p. p. con la traduzione delle Vecchie romane spagnole (1835). Da noi però il nebuloso mito della trazione collettiva non fece mai presa e si ebbe sempre chiara l'idea di un singolo poeta come autore della p. p. Comunque, la corrente romantica fu feconda in quanto portò alla raccolta e allo studio dei canti popolari delle diverse nazioni europee, e in particolare di quelle che non possedevano un'antica tradizione di poesia d'arte. Questa fase romantica in Italia è rappresentata specialmente dal Tommaseo, con la sua grande raccolta di Canti popolari toscani, corsi, illirici, greci, 4 voll., Venezia 1841-42.
Il perfezionarsi della filologia nel corso dell'Ottocento giovò a portare lo studio della p. p. su basi solide, specialmente per quel che riguarda l'edizione critica dei canti, attuata perché l'apporto di numerose e varie lezioni di uno stesso canto per stabilire la fortuna e l'area di diffusione. Si citano, ad es., la raccolta di F. J. Child, The English and Schottish popular ballads in 10 voll. (Boston 1882-98) e, da noi, i Canti popolari piemontesi di Costanzio Nigra (Torino 1888). Ma verso la fine del secolo scorso e nei primi decenni del Novecento il concetto di p. p. fu sottoposto a una revisione critica che arrivò a conclusioni nettamente negative. Come rappresentante di questa corrente antirromantica si può citare il Bédier, che ebbe ad esprimersi così (1925): «La poésie populaire est un mythe: le peuple n'a jamais rien créé». Insomma, quella che noi chiamiamo p. p. non è altro, dice il Bédier, che poesia colta decaduta, discesa tra gli stati umili e da essi più o meno rozzamente assimilata. A conclusioni analoghe giungevano gli studi di John Mejer sul canto popolare tedesco. Intensissimo è stato il lavoro critico svoltosi in questi ultimi trent'anni per approfondire e precisare il concetto di p. p. e ad esso hanno partecipato insigni filologi, filosofi dell'arte, storici della letteratura e folkloristi. Le principali conclusioni e le più recenti vedute si possono così brevemente riassumere. La discesa della poesia colta fra il popolo non vien negata, ma la sua assimilazione non è concepita come una mera passività, né come unica fonte. Si riconosce anche un processo inverso, un moto ascendente di forme e di creazioni poetico-musicali che le classi colte hanno, in certi periodi, attinto dalle classi popolari.
Comunque, come p. p. si riconosce quella che è venuta patrimonio espressivo di una collettività. Considerata poi nel suo carattere estetico la p. p. è quella che, secondo la definizione del Croce, «esprime sentimenti semplici in corrispondenti semplici forme». È questa semplicità che ne favorisce la scelta e l'assimilazione da parte del popolo e ne caratterizza le successive innumerevoli modificazioni. Tratti distintivi della p. p. sono anche la sua abituale congiunzione con la musica (e spesso anche con la danza) e la sua costante funzione pratica, in quanto essa è sempre legata ai vari momenti e aspetti della vita delle classi umili.
È da ricordare anche il notevole progresso che in questi ultimi decenni ha compiuto lo studio della p. p. per quel che riguarda il metodo di ricerca e di pubblicazione, con i perfezionati criteri filologici, dei canti popolari. Un esempio insigne è offerto dalla «Raccolta Barbi» conservata presso la Scuola Normale Superiore di Pisa, e di cui è apparso già un saggio, dovuto a Vittorio Santini, col titolo Cinque canti dalla Raccolta Barbi (in An-nuali della Scuola Nor. Sup. di Pisa, Sez. Lettere, Storia e Filosofia, 2a serie, fasc. II-III, 1938).
La p. p. assume nei diversi paesi differenti forme che tuttavia possono ricondursi ad alcuni principali tipi. Si ricordano, tra i più importanti: 1) il canto lirico-mono-strofico, che serve specialmente per esprimere l'amore o il sentimento opposto e anche lo scherzo e la satira. In Italia le forme sono lo strambotto e lo stornello, in Spagna la colpa e il villancio, nei paesi germanici lo Schnaderhuf, in Norvegia gli ster, in Romania le doine, negli Stati baltici le dainos, ecc.; 2) la canzone epico-lirica, che svolge, a rapide battute, episodi d'avventura, di guerra, d'amore, spesso con carattere passionale e tragico. In molti paesi d'Europa, la canzone epico-lirica è conosciuta con il nome di ballata, evidentemente perché, almeno all'origine, era unita alla danza. La sua antichità, la sua larga diffusione, la sua funzione esaltatrice del valore guerresco e dell'amor patrio, i suoi complessi rapporti con la letteratura d'arte ne fanno una delle manifestazioni più importanti della p. p. Trascurando altre forme di canti (come le canzoni iterative, la poesia dell'amor familiare, dalle ninne-nanne ai pianti-funebri ecc.) giova soffermarsi sopra quella parte di p. p. che per i suoi altissimi valori spirituali ed estetici occupa un posto di primo piano, anche nei confronti della poesia d'arte: la p. p. religiosa. Da osservare anzitutto che essa è sempre strettamente congiunta con la vita del popolo, sia nel corso della giornata (con apposite brevi preghiere per il mattino, il mezzogiorno e la sera) sia nel corso dell'anno, in occasione delle principali feste, da Natale a Pasqua a S. Giovanni, e poi nei pellegrinaggi e nelle feste patronali. In molte regioni le principali opere dei campi, come la mietitura, la battitura del grano, la raccolta delle olive, o delle nocciole, non si compiono senza particolari canti religiosi.
Si può raccogliere tutta la p. p. religiosa in due grandi gruppi: 1) canti narrativi che si ispirano ai Vangeli o alle leggende agiografiche o morfologianti; 2) canti lirici, che comprendono preghiere e invocazioni. Di gran lunga il più importante è il primo gruppo, in cui le figure di Cristo, della Madonna e di tutti i santi più cari al popolo vengono evocate in un'atmosfera di schietta poesia e di intensa fede. Per quanto riguarda l'Italia, i canti popolari religiosi narrativi possono a loro volta suddivisori in tre gruppi secondo la loro diversa origine, metrica e stile.
1) Le orazioni, brevi poemetti in endecasillabi di carattere epico, rimasti o assonanti in modo particolare; si trovano più intensamente diffuse nell'Italia centrale, che è stata forse il loro centro d'origine, ma occupano una vasta area che va dalle Alpi alla Sicilia: le più antiche, come una bellissima sulla Passione, e altre su s. Antonio Abate, S. Giuliano, S. Gregorio, S. Lorenzo, risalgono con certezza ai primi secoli della nostra letteratura e si ricollegano con la poesia giulianesca; 2) le storie siciliane in ottave, che svolgono prevalentemente i motivi di miracoli e altri episodi a scopo moraleggiante; non sono molto antiche (dal sec. XVI a noi) e sono foggiate sui modelli offerti dai cantori toscani del Trecento (v. CAN-TARI); 3) canzoni epico-liriche di soggetto sacro, non in grande numero e diffuse solo nell'Italia settentrionale e in altri territori romanzi. Tra le forme minori sono notevoli, per il loro valore poetico, le «canzoni» lirico-narrative ispirate quasi sempre a episodi della vita di Gesù Bambino e della Madonna. Ampia è anche la produzione della p. p. religiosa nel mondo romanzo, e specialmente nella Spagna, dove le leggende sacre assumono spesso la metrica tipica della canzone epico-lirica spagnola (romance).
Un genere che nei territori di lingua francese ha avuto molto fortuna è costituito dai noëls, canzoni natalizie di cui si conosce una ricca produzione che discende spesso da un clima culturale abbastanza elevato.
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popolare); G. Cocchiara, Storia degli studi delle tradiz. popolari in Italia, Palermo 1947; P. Toschi, Fenomenologia del ranto popolare, Roma 1948-50; id., Nuovi orientamenti nello studio della p. p., in Lares, 16 (1950), pp. 1-18. B) Per gli studi sulla p. p. delle varie nazioni e relative raccolte: E. Rubieri, Stor. della p. p. ital., Firenze 1887; A. D'Ancona, La p. p. ital. Studi, 2a ed., Livorno 1966; P. Toschi, La p. religiosa del popolo ital., Firenze 1922 (antologia con prefazione); id., La p. religiosa in Italia, 1935 (studio storico-critico); E. Levi, Fiorita di canti tradizionali del popolo ital., 2a ed., 1936; M. Berbi, P. p. ital.; studi e proposte, 1939; V. Santoli, I canti popolari ital., 1940; J. Tiersot, Hist. de la chanson populaire en France, Parigi 1889; A. Rossat, La chanson populaire dans la Suisse romande, 3 voll., Basilea 1917-31; J. Meier, Deutsche Volkslieder mit ihren Melodien, Berlino 1936 (in continuazione); S. Baldi, Ballate popolari d'Inghilterra e di Scozia, Firenze 1946 (testi, traduzione, studio introduttivo); W. Danckert, Das Europäische Volkslied, Berlino 1939 (quadro generale comprendente anche il mondo baltico e slavo, esclusa la Russia, con numerose melodie). Paolo Toschi