POESIA EBRAICA. - Tra i libri protocanonici del Vecchio Testamento sono interamente redatti in forma poetica Giobbe (eccetto 1-2 e 42, 7-16), Salmi, Proverbi, Ecclesiastica, Canticodi Cantici, Lamentazioni; tra i deuterocanonici: Sapienza, Ecclesiastico. Poetiche sono anche molte parti dei Profeti; composizioni poetiche sono inserite pure nei libri storici. Qualche raro frammento (Gen. 4, 23 sq.; Num. 21, 27 sqq.; I Sam. 1, 18-27) testimonia che non era ignota agli Ebrei la poesia di argomento profano.
Carattere fondamentale della p. e. (e semitica in genere) è la ripetizione di un'idea in due o tre incisi o stichi, che formano un verso (però taluno ritiene che già ogni stico costituisce di per sé un verso). Il fenomeno, messo in evidenza da A. S. Mazzocchi, fu poco dopo da R. Lowth chiamato «paralelismo».
Se ne hanno tre specie: a) sinonimo: la stessa idea è ripetuta con termini equivalenti, ricevendone per lo più maggior chiarezza o ampiezza («Beato l'uomo che non segue il consiglio degli empi/e non sta sulla via dei peccatori/e non siede nel consesso dei derisori» [Ps. 1, 1]; notevole l'esempio se ne ha in Ps. 113 [114, 1-8]; b) antitetico: il 2° membro oppone al 1° l'idea contraria dandogli così maggior risalto; è efficace nel genere didattico («Il figlio saggio rallegra il padre/e il figlio stolto è l'afflizione di sua madre. A nulla varranno i tesori della malvagità/mala giustizia libererà dalla morte» [Prov. 10, 1-2]); c) sintetico: il 2° membro completa e svolge il 1° («Chi onora suo padre sarà rallegrato dai figli/e nel giorno della sua preghiera sarà esaudito. Chi onora suo padre vivrà una vita più lunga/chi obbedisce al padre darà consolazione alla madre [Eccli. 3, 6-7]). Naturalmente, spesso le tre forme si trovano unite e fuse dando più varietà al dettato.
S. Girolamo parla della metrica ebraica con termini propri di quella classica: nomina esametri, pentametri, trimetri, giambi, spondei, metri saffici ed alcaici; e cita a suo favore Filone, Flavio Giuseppe, Origene ed Eusebio di Cesarea (Introd. in Job). Alcuni, con G. Bickell, paragonarono la metrica ebraica con quella siriaca (versi sillabici troccati o giambici). Altri ricostruirono in vario modo una metrica basata sugli accenti. Forse anche l'opinione di s. Girolamo va interpretata non in senso stretto, ma calcolando solo le arsi (o accenti), senza tener conto della varia lunghezza delle tesi (una o più sillabe). Così, p. es., nei Salmi sembrano dominare i ritmi di 3+3, 3+4, 4+3, 4+4 arsi. Nel genere qinah (elegiaco) domina il ritmo di 3+2 arsi. Questi ritmi sono molto costanti, sicché, ove s'incontrino straordinarie anomalie di ritmo, è lecito dubitare dell'integrità del testo.
Chi considera gli stichi come versi, considera anche i distici e i tristici come strofe. A parte questo, si nota spesso nella p. e. una struttura stofica, fondata principalmente sul senso, ma indicata spesso da certi segni: ritornello, come in Ps. 42-43 (Volg. 41-42) e in Is. 9, 7-10, 4; selah (voce d'interpretazione incerta, intercalata tra strofe e strofa); idee o termini ripetuti in modo diverso, che D. H. Müller chiamò responsio (se la ripetizione si trova allo stesso posto in più strofe, come in Ez. 14, 13-20), concatenato (se la finale d'una strofa è ripresa all'inizio della successiva), inclusio (se la ripetizione riguarda l'inizio e la fine di una stessa strofa). In base alla struttura strofica si hanno alcune composizioni corali, come Ps. 117 (118).
Oltre le assonanze, assai frequenti, artificio caro ai poeti ebrei è l'arcostico alfabetico, che talora, come in Ps. 9-10 e 119, può aiutare a determinare la struttura strofica. Nella poesia mesopotamica vi corrisponde il verso acrostico, in cui la sillaba iniziale di ogni verso si compone in un titolo o frase di senso compiuto.
Gli Ebrei conobbero solo due generi di poesia: il lirico e il didattico (cui si riduce il genere profetico, aggiunto da qualcuno). Al primo appartengono varie specie, e si è voluto vederne un indizio nei vari nomi preposti ai Salmi (šir, mismör, maskil, mikhām, šiggājōn) di interpretazione incerta. Fuori dei Salmi si trova il nome qinah per indicare «lamentazione» o elegia. Il nome generale dato alle composizioni didattiche è māšal, similitudine, proverbio. Talora la dottrina è proposta in forma oscura ed enigmatica (ḥidāh «enigma», o mēlīṣāh «problema»).
La lingua dei poeti ebrei è naturalmente più elevata e ricercata che quella dei prosatori. Sono frequenti le forme insolite, le voci inusitate; abbondano le sinonime, le assonanze e soprattutto i modi e le locuzioni figurate. Le figure sono tratte dalla natura: animali, piante, pietre, metalli, ecc.; dalla vita quotidiana: agricoltura, commercio, pastorizia, navigazione, vita militare, e soprattutto dalla storia politica e religiosa d'Israele. Quest'ultimo carattere è quello che più distacca la p. e. da quella dei popoli limitrofi. Se nel parallelismo, nell'uso di certe forme e schemi comuni è lecito vedere l'influsso di altre letterature (specie: babilonese, fenicia di Rās Šamrah, egiziana, ecc.), l'altissimo contenuto religioso e morale, la venustà e varietà dell'espressione e dei sentimenti, e la fattura, veramente squisita, conferiscono alla p. e. un primato e un'originalità innegabile.