PIETRO D'ALFONSO. - Medico ebreo (Mosè Sephardi), n. a Huesca (Aragona) nel 1062, convertitosi a 44 anni, m. ca. il 1110. Profondò conoscitore della Bibbia e dei pensatori arabi, fu battezzato da Stefano, vescovo di Huesca, il 29 giugno 1106 e prese il « cognome » da Alfonso VI re di Castiglia e di León che gli fu padrino e lo tenne per suo medico (P. lo chiama suo « padre spirituale »).
Per rivendicare i fondamenti biblici della sua conversione contro le calunnie dei suoi antichi correligionari, ne espose le circostanze (nel Prologue) e le ragioni nei 18 dialoghi Petri cognomento Alphonso ex iudaeo christiani et Moysi iudaei (l'autore prima della conversione): « Mosè » propone le difficoltà e « Alfonso » le risolve. L'opera, in stile attraente, è erudita, metodica, interessantissima per la conoscenza delle concezioni anticristiane (specie i primi 4 dialoghi) e del formalismo degli israeliti del sec. XII; ebbe parte cospicua nell'apologetica del tempo. La lodano R. Martini (Pugio fidei, III, 3,4), Vincenzo di Beauvais (Spec. hist., XXV, 118), Matteo Palmieri (Cronaca, a. 1068). Forse gli scritti anticristiani di R. Jacob ben Ruben (Milbamoth 'Adhānā), 1170) e di R. Shēmōbh ben Jishāq di Tudela ('Ebben bōhen) vollero rispondere a P. Fu stampata a Colonia (1536), poi in PL 157, 335-672. P. compose anche l'opera didascalico-morale Disciplina clericalis, in un prologo e 30 favole, tradotte da autori arabi, inserite in un dialogo tra un arabo morente e il figlio; vari novellieri del '300 ne dipendono; fu pubblicata (2 voll., Parigi 1824) da J. Labouderie, vicario generale d'Avignone, che vi aggiunse due antichi volgarizzamenti francesi, uno in prosa (sec. XV), l'altro, più antico, in versi; il testo di P. è riprodotto in PL 157, 671-706.