PURIFICAZIONE (CANDELORA), FESTA della. - Solennità mariana, celebrata il 2 febbr. come doppio di 2ª classe cui si aggiunge la benedizione delle candele con la successiva solenne processione. Però in caso di occorrenza con una delle domeniche della Prequaresima, la festa della P. passa al 3 febbr. mentre la benedizione della candele e la processione restano al giorno due.
1. Origine della festa
Come le altre grandi feste mariane anche questa è di origine orientale, e precisamente gerosolimitana. Il suo fondamento si trova nellanarrazione biblica (Lc. 2, 22 sgg.), che Maria S.ma portò Gesù 40 giorni dopo la sua nascita al Tempio di Gerusalemme, per riscattarlo secondo la Legge (Lev. 12, 2 sgg., e Num. 18, 15 sgg.), incontrandosi in questa occasione con il vecchio Simeone il quale predisse la gloria del Figlio e i dolori della Madre. Questo racconto dette origine, come altri episodi biblici, ad una memoria liturgica prima nella città santa. Questa è descritta da Egeria (fine sec. IV), ed aveva luogo il 14 febbr., per cui era chiamata « quadragesimae de Epiphania », solennizzandosi il Natale nella festa dell'Epifania, il 6 genn.; dopo le solite solenni processioni seguivano la predica
sull'episodio evangelico di Luca e la grande Messa. La festa era celebrata « cum summa laetitia ac si per Pascha » (ed. Gamurrini, cap. 28, p. 84). Il sermone « De occursu Domini » di s. Gregorio Nisseno (m. nel 394) attesta che la festa si celebrava anche fuori della Palestina (PG 46, 1151-82). Poco dopo anche s. Cirillo d'Alessandria tenne un sermone festivo per la P. (Hom., 12: PG 77, 1039-50); seguirono poi gli oratori orientali sacri dei secoli seguenti.
A Costantinopoli la festa diventò ufficiale o obbliga-
toria nel 534 sotto Giustiniano I (Theophanes, Chronographia, ad ann. mundi 6034 ann. Chr. 434: PG 108, 487-88; e Niccolò Callisto, Ecclesiastica historia, XVII, 28: PG 147, 289): dopo una epidemia, apparsa nell'ott. 533, l'Imperatore stabilì la celebrazione, sin dal febbr. 534, « in toto orbe terrarum » della « Ypapante, sive Occursus Domini ». La festa divenne universale in tutto l'Oriente. L'oggetto principale, in piena conformità col sacro testo, è la ὑπαπάντη vale a dire l'incontro del Salvatore con Simeone ma evidentemente non disgiunto dalla Madre di Gesù. Questo carattere della festa è riconoscibile anche nella liturgia romana.
2. La festa della P. in Occidente. - Fra le varie scene musive dell'arco trionfale della basilica di S. Maria Maggiore in Roma v'è anche quella della presentazione di Gesù al Tempio. Ma in Occidente ancora non esisteva una celebrazione liturgica. Nelle fonti liturgiche ed extraliturgiche dei tempi di s. Gregorio Magno non vi è traccia alcuna delle feste mariane della P., Annunciazione (v.), Assunzione (v.) Natività di Maria (v.). Cento anni dopo, invece, papa Sergio I (681-701) stabilì che la celebrazione di queste quattro feste mariane fosse resa più solenne con una particolare processione. Queste feste dunque furono importate dall'Oriente durante il sec. VII e, come tutto porta a credere, per opera di monaci orientali, che affluirono numerosi nell'Urbe, portandovi anche non poche altre celebrazioni liturgiche (v. LIBIA. Pont., I, 376). Infatti i libri liturgici romani che contengono per primi la festa della P., come i Sacramentari di tipo gregoriano, i Capitolari delle epistole e dei Vangeli di tipo romano, recano il nome greco della festa: « Ypapante »; nelle aggiunte al Martirologio geronimiano (poiché nell'archetipo la festa manca) essa appare spesso come « S. Symeonis »; nei Sacramentari posteriori, del tipo gelasiano, e in varie correzioni e aggiunte ai libri liturgici anteriori invece si ha il nome latino che poi ebbe il sopravvento: « Purificatio s. Mariae », di provenienza piuttosto gallicana.

(fot. Alinari)
Sergio I, come fu detto, aggiunse alla celebrazione delle quattro feste mariane una processione; quella per l'Assunta si mantenne a Roma fino all'età avignonese, quella della P. invece entrò nell'uso della Chiesa universale. Secondo il rito attuale una serie di cinque orazioni prepara la benedizione delle candele che si compie con l'aspersione e l'incensazione; queste poi si distribuiscono al clero e al popolo da parte del celebrante, mentre si canta l'antifona « Lumen ad revelationem gentium » intercalata ai versetti del « Nunc dimittis ». Finita la distribuzione, segue l'oremus « Exaudi », preceduto, dopo la Settuagesima, dal « Flectamus genua ». Durante la processione, aperta col solito « Procedamus in pace », si cantano tre antifone di origine greca. Si chiude con la Messa solenne. Il colore dei paramenti è violaceo fino alla Messa, nella quale invece si usa il bianco. Il nucleo primitivo di tutto il rito è la « litania », cioè la processione penitenziale che a Roma muoveva da S. Adriano, al Foro romano, l'antica Curia. La descrizione più antica si ha nel cosiddetto Ordo di St-Amand (ed. Duchesne, Origines, 499-500, secondo la nuova distribuzione dell'Andrieu, Ordo XX: Les Ordines Romani du haut moyen âge, III, Lovanio 1951, pp. 231-36), che risale alla fine del sec. VIII. I paramenti furono di color nero, il Papa distribuiva ceri non accesi e non benedetti, recitava poi la Colletta (l'attuale « Exaudi »), e eseguiva la processione fino a S. Maria Maggiore, cantando delle antifone, e, nei pressi della Basilica, la « litania », ripetendola tra volte; nella Messa fu omesso il Gloria in excelsis. Vi corrisponde perfettamente, come tempo e come forma, il testo del Sacramentario adrianeo (gregoriano del tempo di Adriano I, fine
del sec. VIII) dove si trova anche il testo della collecta « Exaudi », spesso con una variante all'inizio « Erude ». Amalario (m. nell'850 ca.) parla largamente della processione, facendo suo un passo di s. Beda, nel quale si riporta questa litania a papa Gelasio (v. sotto), citazione divenuta poi usuale a tutti i liturgisti medioevali. Ma anche Amalario non conosce alcuna benedizione delle candele (cf. Liber officialis, III, cap. 43, ed. Hanssens, II, Città del Vaticano 1949, p. 380).
Un rito completo della benedizione lo si trova invece nel cosiddetto Pontificale del sec. XII (M. Andrieu, Le Pontifical Romain au moyen âge, I, Città del Vaticano 1938 [*Studi e testi, 86], pp. 206-209), con orazioni in parte uguali alle attuali, o in numero maggiore. Il canto dell'antifona « Lumen » esiste già, come pure le antifone finali, durante la processione. La benedizione delle candele, come quella delle ceneri e delle palme, è invenzione franco-germanica dei secc. IX-X. E. Martène (De antiquis Ecclesiae ritibus, III, cap. 15), riporta sette diversi Ordines, con una quantità di oremus e particolarità che furono disciplinate soltanto col Messale di s. Pio V, nel 1570. Tutta la grandiosità della « litania » romana della P. si rivela dagli Ordines Romani XI, XII, XIV e XV (ed. Mabillon) che vanno dal 1140 al 1400 ca. A Roma la « litania » era rimasta la cosa essenziale; la benedizione delle candele, già accennata nell'Ordo XI, era impartita in antecedenza, senza solennità, da un cardinale diacono, poi (Ordo XII e sgg.) dai due cardinali diaconi più giovani. Il Papa, seduto davanti alla chiesa di S. Adriano, distribuiva le candele al clero e al popolo; nella processione egli precedeva, con tutti gli altri, scalzo, in paramenti neri. Nell'Ordo XIV si dichiara per la prima volta che, in occorrenza con la Settuagesima o la Sessuagesima, la « litania » doveva restare alla data del due, prescrizione rimasta definitiva nelle rubriche di s. Pio V. Nell'Ordo XV, dopo il periodo avignonese, la processione litanica e penitenziale scompare; la distribuzione delle candele si fa senz'altro in S. Maria Maggiore. Giova notare che fuori di Roma la processione delle candele non aveva esplicito carattere penitenziale e molto meno con lo sviluppo della solenne benedizione. La « litania », secondo s. Beda il Venerabile (De temporum ratione [PL 90, 351-52]), sarebbe stata introdotta da Gelasio I (492-96) in sostituzione delle processioni lustra del febbr., delle lupercalia o di altri amburbalia come affermeranno poi tutti i liturgisti medioevali, il Baronio (Annales, ad ann. 544) e qualche moderno (G. Wissowa nella rielaborazione del III vol. di J. Marquardt, Röm. Stnotsrecht, Lipsia 1878, p. 446). Ma secondo gli autori più accreditati una tale derivazione non regge. Ai tempi di Gelasio le accennate processioni pagane non si facevano più e la loro data non corrisponde al 2 febbr.; ma soprattutto la notizia del Liber Pontificalis circa l'istituzione delle quattro processioni mariane sotto Sergio I è chiara: si tratta di una cosa ex novo. Che poi quella della P. si mantenesse viva e prendesse tali sviluppi e trasformazioni, ha il suo fondamento nei testi biblici del « Lumen ad revelationem gentium » (cf. H. Grisar, Roma alla fine del mondo antico, vers. ital., II, Roma 1930, p. 911, o D. De Bruyne, L'origine des processions de la Chandeleur et les Rogations, in Revue bénédictine*, 30 [1922], p. 15 sgg.). A Roma, dopo il periodo avignonese, la « litania » della P. non fu più ripresa; anzi, la benedizione delle candele e la processione, da parte del Sommo Pontefice, si svolse in una delle cappelle interne del Palazzo e dal 1839 fino al 1870 nella Basilica Vaticana; in seguito fu del tutto tralasciata. Si era introdotto l'uso che il papa in persona, dopo la processione, buttasse le candele benedette dalla finestra del Palazzo fra la folla, ma causa i vari inconvenienti che ne derivavano, Gregorio XIII nel 1573 lo abolì. Invece, in data imprecisata, ma già nel sec. XVIII (v. il « Chracas »), si introdusse l'uso che dopo le cerimonie liturgiche, tornato il papa nelle sue stanze, gli si presentassero artistiche candele da parte dei personaggi della Corte pontificia, rappresentanti dei Capitoli e del clero romano, del governo e della città. A questa cerimonia in seguito presero parte deputazioni di Ordini religiosi residenti a Roma, e così continua ancora.
Oggi la presentazione dei ceri si fa nella sala del Concistoro. Il papa invia qualche cero artistico a personaggi illustri, sovrani, nobili ecc. distribuendo gli altri a chiese povere.
4. Notizie teorie intorno alla festa della P. - La mattina del 2 febbr. 1703 un violentissimo terremoto devastò gran parte degli Stati pontifici, ma a Roma i danni risultarono relativamente lievi. Papa Clemente XI pertanto intonò dopo la solenne Messa della P. il Te Deum, prassi che continuò fino al 1870. Inoltre promise, a nome dell'Urbe, come voto, di tenere per cento anni il 1° febbr. quale vigilia con digiuno e astinenza, voto rinnovato nel 1802 da Pio VII per altri 100 anni e eternato in una lapide al Campidoglio.
Dai secondi Vespri del 2 febbr., che vi fosse celebrata o no la P., si recita l'antifona finale dell'Ufficio « Ave, regina caelorum » che continua poi fino alla Settimana Santa. L'Ufficio della festa della P., come salmodia ed inni, è mariano; le antifone dei primi Vespri sono della Circoncisione (1° genn.); il resto è tutta la Messa rivelano chiaramente che la festa in origine fu una festa di Cristo.
FOLKLOSE. - Strettamente unita alle forme e alle norme della liturgia è la partecipazione del popolo alla benedizione e distribuzione delle candele per la festa della P. di Maria. Riflessi del gusto popolare sono da vedersi nei vari modi adottati nelle diverse regioni per adornare i ceri benedetti, con fregi multicolori, con nastri o con i suggelli della parrocchia, e così via. Nei tempi andati la cerimonia si svolgeva con maggiore ricchezza di espressioni festose e pittoresche. A Roma, fin sotto il pontificato di Gregorio XVI, aveva luogo una processione intorno alla basilica di S. Pietro. Dopo il cerimoniale d'uso per tutte le funzioni cui presiede il Pontefice, sulla mensa dell'altare venivano poste alcune candele con fiocco di seta rosso e argento e stemma papale. Tre di esse erano scelte dal cerimoniere e la più piccola data al Papa, le altre due al diacono e suddiacono officianti. Benedetti i ceri, il Papa donava al cerimoniere la propria candela, insieme con il paramano di seta bianca ricamato in oro che gli era servito per proteggere le dita dalla scolatura, e passava alla benedizione dei ceri, mentre i prelati intonavano il « Lumen ad revelationem gentium ». Alla cerimonia partecipavano alti personaggi di corte, ambasciatori ecc. A Napoli si faceva sfoggio di torce, ceri, fiaccole ornate a colori con insegne della chiesa e dei signori che le inviavano in omaggio a persone onorevoli od amiche, sì che un poeta cinquecentesco, G. B. Del Tufo, poteva scrivere: « ...Questa è per ogni via, per ogni strada - dove di andar vi accada - donne mie, da veder cosa gentile - come in un sacro e glorioso aprile ». A Trapani, fino ai primi dell'Ottocento, l'episodio della P. di Maria veniva rievocato drammaticamente in una specie di sacra rappresentazione popolare i cui personaggi erano la Madonna con il Figlio, s. Giuseppe e s. Simeone. Qualche cosa di simile avveniva anche a Vicari (Palermo); mentre a Chiaromonte le contadine, alla vigilia della festa, sollevano salire processionalmente su una montagna che sovrasta il paese, e li purificarsi mercé l'abluzione con la rugiada: esse cantavano in coro una lauda allusiva al rito purificatorio che stavano compiendo.
Attualmente l'espressione più viva del culto popolare consiste nel fatto che i ceri benedetti, specie nelle campagne, ma anche fra il popolino della città, vengono custoditi gelosamente, spesso assai bene in vista nelle camere da letto, perché ad essi si attribuiscono particolari poteri

(per cortesia di mons. A. P. Frutasi)
Nel calendario tradizionale la Candelora segna la fine dell'inverno: onde una quantità di proverbi meteorologici, di credenze e di pronostici, che traggono lo spunto dal tempo che fa in tale giorno. Nella maggioranza dei casi si ritiene che la Candelora indichi il termine della stagione invernale (« per la Candelora - dall'inverno siamo fòra »), ma se in quel giorno fa bel tempo, l'inverno continuerà ancora per un mese o più. Interessante a questo proposito è la credenza, largamente diffusa in Europa, che in tal giorno l'orso uscisse per vedere che tempo faceva: se era nuvolo, con tre salti annunziava che l'inverno era finito, se era sereno, si ritirava dimostrando che si sarebbero avuti ancora 40 giorni di freddo. Forse in relazione a questa credenza è da porre l'usanza, ancora diffusa in alcune vallate piemontesi, secondo la quale i giovani, la sera della vigilia, con qualche gherminella, cercano di far uscire di casa qualche persona autorevole o forestiera, e, appena fuori, la circondano facendole intorno gazzarra e gridando di esser riusciti a far venir fuori l'orso. Qualcosa di simile avviene anche in Valtellina. L'uso, certamente assai antico e da porsi in rapporto con antichi riti agrari di fine d'anno, viene da alcuni etnografi considerato come probabile avanzo di un preistorico culto dell'orso (o dell'orsa) come divinità. In molte regioni, ad es., della Francia e dell'Italia, l'orso è sostituito dal lupo, o anche dal leone. In Calabria si indica con il termine perifrastico « u lanutu » (il lanuto) un vecchio che, vestito con la pelle di un lupo, va in giro, facendo finta di voler afferrare con le sue
lunghe braccia i bambini per ingoiarli. Egli viene dovunque accolto con il grido: « Fora, fora, lu viernu fora »; cui egli risponde: « O fora o non fora, quaranta journi ci hadi ancora ». Sempre come indice di fine di una stagione e di inizio di un nuovo anno, la Candelora presenta alcune vecchie usanze di carattere agreste, che trovano riscontro con analoghe cerimonie e feste di Capodanno. Nello Schleswig-Holstein si fa un grande falò, si mettono lumi alle finestre e si portano fanciulli in processione per scacciare insetti nocivi, topi, serpenti. Altrove in Germania si mettono lumi alle piante ed i bambini li portano in processione oppure ballano all'aperto attorno ad un fuoco. In Fiandra e in alcune regioni della Francia i contadini usano agitare torce di paglia (brandones) intorno agli alberi da frutto, costume che con ben più larga diffusione appartiene al ciclo delle cerimonie agresti carnevalesche, a scopo purificatorio e propiziatorio per l'inizio della nuova stagione. Sempre in Francia si usava nelle famiglie preparare paste dolci speciali dette mariottes o marionettes, che si riteneva rappresentassero le fate apparse un tempo, secondo la leggenda, alle lavandaie della fontana di Douix. Con questi dolci a figura umana (cinque fagioli, o fave o piselli ficcati nella testa servivano a rappresentare il diadema, il naso e gli occhi) giovani e vecchi si recavano alla fontana, decapitavano le mariottes e le gettavano nell'acqua, che poi agitavano con mestoli e bacchette; se le fate erano favorevoli, giovani e ragazze trovavano da sposarsi entro l'anno. A questo fondo di antichi riti propiziatori vengono ricondotti i motivi della Novella della Candelora del Perrault. E, come per il Capodanno, in molte regioni le ragazze traggono pronostici di matrimonio alla vigilia della Candelora.
In rapporto con la festa della P. è da porsi l'uso che hanno le nuove madri di recarsi in chiesa nel quarantesimo giorno dopo la nascita di un figlio. L'uso presenta una vastissima area di diffusione e notevoli varietà locali, con maggiori o minore ricchezza ai particolari nell'esecuzione della cerimonia. Valga un solo esempio. Nella Venezia Giulia la puerpera deve stare quaranta giorni chiusa in casa e la prima volta che esce dev'essere accompagnata dalla levatrice. Ella si reca innanzitutto in chiesa per purificarsi, e ringraziare Iddio, s. Anna e il santo patrono del paese per il parto felicemente superato. Durante il tragitto dalla casa alla chiesa essa non parla con nessuno, non risponde neanche ai saluti della gente: a questo pensa la levatrice. La madre porta con sé del pane, simbolo della « provvidenza » perché influssi malefici non le portino via il latte, l'alimento della sua creatura. Giunta alla chiesa, s'inginocchia sulla porta, tenendo in mano una candela accesa. Il sacerdote allora le va incontro e la toglie da quella posizione aspergendola con l'acqua santa e mettendole sul braccio la sua bianca stola. La donna rimane raccolta in preghiera per qualche tempo e talvolta assiste alla S. Messa. Dopo questa cerimonia, la madre può riprendere le sue relazioni con il mondo, anzi, prima di ritornare a casa, deve visitare parenti e amici. - Vedi tav. X.
Trad. Pop., 5 (1924), pp. 225-45; G. C. Pola Falletti di Villa Falletto, Associazioni giovanili e feste antiche. Loro origini, III, Torino 1942 (con molte note bibliografiche); P. Toschi, La Candelora, in Ecclesia, 5 (1946), pp. 97-99. Paolo Toschi