CREPITACOLO. - Dal latino crepitaculum, crepitaculum: giocattolo di legno che agitato produce rumore. È detto anche bàttola, tabella o raganella. I tipi più comuni sono: a cilindro dentato e a martello di legno. Il c. si usa nella liturgia dal Giovedì al Sabato Santo in sostituzione delle campane. Il Messale romano prescrive che per il Mandatum si dia il «signum cum tabula» e il Messale ambrosiano che al Venerdì Santo si dia «signum Vesperarum cum crotalo seu tabula lignea». Il Memoriale ritualum prescrive di tener pronto un crotalum (v. CROTAL) per convocare il popolo e per dare il segno dell'Angelus (tit. IV, 1, n. 9; V, 1, n. 5; VI, 1, n. 12). A questo scopo si trovano spesso grandi c. sulle torri campanarie; nelle chiese e nelle case religiose si usano c. portatili per dare negli ultimi giorni delle Settimana Santa i segni durante le cerimonie e per gli esercizi di comunità.
NOTIZIE STORICHE. - Due pezzi di legno battuti l'uno contro l'altro costituiscono uno degli strumenti più primitivi per dare segnali. Dall'Oriente antico tali strumenti passarono direttamente all'uso cristiano. La Regola di s. Pacomio, p. es., come parla di una «tuba» per convocare i monaci (cap. 2), così fa menzione altrove di c. e di martelli lignei (Regula s. Pachomii, capp. 16, 35, 72: PL 49, 277, 281, 285, 290; cf. anche De vitis patrum, III: ibid., 73, 977; Palladio, Historia lausica, 104: ibid., 1102). Nella Regola di s. Benedetto è più volte parola di un signum senza che si possa determinare se si trattasse, allora, di c. di legno ovvero di un campanello. Certo è però che, secondo diversi libri consuetudinarie medievali, perdurava l'uso dei c. nei monasteri benedettini, come la sveglia mediante il malleo, la convocazione dei monaci al settimanale pedilavium,
ecc. (cf. E. Martène, De antiquis Ecclesiae ritibus, IV: De antiquis monachorum ritibus, Anversa 1744, passim; Br. Albers, Consuetudines monasticae, II, Montecassino 1905, passim). Dai monasteri l'uso dei c. passò alle basiliche e chiese. L'Ordro romanus, I (secondo il Mabillon, XII, secondo l'Andrieu) prescrive che non si suonino le campane dal Mattutino della feria V fino al Mattutino del Sabato Santo (n. 29: PL 78, 951); ora Annalario, profondo conoscitore degli usi romani, attesta che durante questi giorni si convocava il popolo con segnalazioni mediante strumenti di legno (Liber officialis, II, ed. a cura di I. M. Hanssens, Città del Vaticano 1949, p. 470). Dal detto di Amalario risulta che tali segnalazioni erano un uso romano antico, rimasto vivo, unitamente a tante altre consuetudini, nel Triduo Sacro; anche la «Romainior» (Costantinopoli) usava i c. «propter vetustatem» (Amalario, loc. cit.). Le chiese orientali introdussero le campane assai tardi, conservando invece l'uso antico del «legni sacri» (ἀγιαννῆρα). Si legge, p. es., negli Atti del II Concilio di Nicea (787): «cum appropinquasset sanctae civitati almuin cadaver [del martire Anastasio], notum factum universae civitati, et letitia magna repetit sunt omnes. Et surgentes, sacraque ligna percutientes (τὰ ἐπὶ λεξὰ ξύλοι σχημάντωντες) congregaverunt semetipsos in venerabilissimo templo Dei Genitricis» (Mansi, XIII, p. 22). Nei monasteri del monte Athos i semantri non sono venuti mai in disuso.
Sul simbolismo dei c. e del loro suono si diffondono ampiamente i liturgisti medievali: Onorio d'Autun (Genma animae, III, 88: PL 172, 666), il Beleth (Divinorum officiorum explicatio, 100: ibid., 202, 105), Sicardo di Cremona (Mitrale, VI, 11: ibid., 213, 297) e sopratutto Durando nel suo Rationale divinorum officiorum (VI, 72).
L'uso delle varie specie di battole e raganelle ben presto divenne, specialmente nelle mani dei ragazzi, una caratteristica Settimana Santa (v.).