SETTIMANA SANTA (*MAJOR HEBDOMADA, HEBDOMADA SANCTA, HEBDOMADA AUTHENTICA*)

SETTIMANA SANTA (*Major hebdomada, Hebdomada sancta, Hebdomada authentica*). - È la settimana antecedente la Pasqua, detta anche «maggiore» o «autentica», perché commemorata la Passione, Morte, sepoltura e Risurrezione di Cristo. Oggi i tre ultimi giorni (*Giovedì*, Venerdì e Sabato) sono detti il triduo sacro e hanno Uffici propri.

In origine nei giorni feriali della S. S. non si celebrava la s. Eucaristia. Ancora s. Leone I papa (440-61) distingue bene tra i primi giorni, incluso Giovedì, detti Quaresima, e gli altri tre considerati come un'unità. I giorni del Venerdì Santo e del Sabato Santo erano giorni di digiuno severo (*Ippolito*, Innocenzo I); insieme con la Domenica seguente di Pasqua furono detti: «sacramentum paschale», «festivitas paschalis» (s. Leone, *Serm.* 47 e 48). Dapprima soltanto al Venerdì si faceva una adunanza con sole letture e preghiere; poi si aggiunse anche il Mercoledì precedente, nel quale s. Leone continuava le sue prediche sulla Passione, iniziata alla Domenica di Passione, come si chiamava allora la Domenica detta oggi delle Palme. In questa Domenica si leggeva la Passione di s. Matteo, nel Mercoledì quella di s. Luca e nel Venerdì quella di s. Giovanni; tutta la settimana venne detta perciò della Passione (cf. nel cod. Vat. lat. 316: «domenica» in palmis), «de Passione Domini»), dapprima senza digiuno. A questi due giorni all'urgia si aggiunse il Giovedì liturgico. Al tempo di s. Agostino (m. nel 430) in Ippona avevano luogo, al Giovedì Santo, due adunanze liturgiche in onore dell'istituzione della s. Eucaristia, l'una al mattino per quelli che non digiunavano, l'altra per i digiunanti («mane offertur propter prandentes, quia ieiunia simul et lavacrum tolerare non possunt, ad vesperam vero propter ieiunantes», *Ep.* 54, 9). Anche a Roma nel sec. v si faceva almeno una adunanza eucaristica, perché in questo giorno erano fissate la riconciliazione dei penitenti e la benedizione del s. Crisma. Il Lunedì Santo ebbe la sua liturgia quando la ebbero i tre giorni di lunedì, mercoledì e venerdì di ogni settimana quaresimale, cioè all'epoca di s. Leone o poco prima (A. Chavasse, *Le carême*, pp. 331-34). Nell'anno 546 e 550 (Cod. Epist. di Fulda di Vittore di Capua e *Capitulare evangeliorum Neapolit.*) anche il Martedì Santo era provvisto di una liturgia o di letture. Il Venerdì e il Sabato (la Pasqua cristiana primitiva) non ebbero mai, a Roma, o altrove, la celebrazione eucaristica.

Il *Lunedì Santo*: aveva la lettura di *Io.* 12, 1-36 «Ante sex dies...», oggi ridotta a 1-9.

Il Martedì Santo: la lettura del Vangelo era da prima quella di Io. 13, 1-32 (lavanda dei piedi e denuncia del traditore); si leggeva ancora al sec. VIII (Come di Würzburg), sostituita poi (sec. IX) dal Passio di s. Marco. Il Vangelo, ridotto a Io. 13, 1-13 (invece di 1-32) si legge oggi al Giovedì Santo (il Capitolare di Würzburg non segna alcun Vangelo per questo giorno). Al tempo di Eteria, il Passio di s. Marco era letto al Venerdì Santo (sec. XII, anche a Monte Cassino) insieme con quella di s. Giovanni; a Roma alla domenica stessa di Pasqua (Baumstark, Liturgie comp., cit. in bibl., pp. 183-84).

Il Mercoledì Santo: si leggeva a Gerusalemme (al tempo di Eteria) il passo evangelico del tradimento di Giuda. A Roma, dapprima giorno aliturgico, ebbe poi due servizi: uno al mattino nella Basilica Lateranense in cui con le letture consuete si recitavano anche le Orationes sollemnes (oggi in uso esclusivamente al Venerdì Santo). Erano di regola nelle sinassi aliturgiche tre letture: quella del Passio di Luca, attestata nei Capitolari alla fine del sec. VII, forse in uso già al tempo di s. Leone; o si continuava a leggere quella di s. Matteo secondo le parole di s. Leone lecito dominicae passionis iterabitur? Anche oggi al Mercoledì Santo sono tre letture (un segno dell'antichità in contrapposto al Lunedì o Martedì con due). L'adunanza aliturgica del mattino è la più antica. Un'altra aveva luogo la sera nella Basilica Liberiana con la celebrazione eucaristica; s'iniziava con l'Offertorio, poi seguivano le letture del mattino. All'adunanza del mattino erano lasciate solo le Orationes sollemnes; cf. Ord. Rom. XXVI, 1-7 (Andrieu).

L'Ufficio delle Tenebre durante il Triduo sacro, detto nel sec. XII tenebrae o mattutina tenebrarum perché finisce a lumi spenti, dal sec. XIII-XIV venne anticipato alla sera (Ord. Rom. XIV, 82) precedente. L'Ufficio di questi tre giorni, così differente dal solito, in realtà riproduce l'Ufficio romano primitivo, come altre parti del Triduo sacro conservano il rito dei tempi antichi. Si omettono le formole introduttorie ammesse da s. Gregorio I, gli inni (nell'Ufficio romano non si hanno prima del sec. XII) e il Gloria Patri alla fine dei Salmi (era una antichissima consuetudine romana di non aggiungere il Gloria, contro l'uso monastico proveniente dalla Gallia); si finisce, come nell'antichità, con la sola recita del Pater noster. Il salmo Miserere con la colletta Respie (dal Messale Gotico) è di origine privata dopo il sec. XII, recitata in alcune chiese sub silentio (Durando). Le letture, secondo l'antica regola, sono prese dal Vecchio Testamento, dai commenti dei Padri e dal Nuovo Testamento. I Responsori non ben scelti e composti; quelli storici, i più antichi, derivano dal Passio di s. Matteo; gli altri, più recenti, sono tratti dalla Sapienza o sono di origine extracristituale. Le Lodi, come le Ore minori e i Vespri si chiudono, senza Capitolo, senza versetti e senza saluto, col Pater noster finale. I salmi del Mattutino del Giovedì sono quelli stessi (68-76) della feria V dell'Ufficio romano ordinario, mentre i salmi del Venerdì e del Santo Santo sono più appropriati ai misteri. Dapprima (sec. VII-VIII) non c'erano i Vespri; gli attuali si ebbero soltanto con il sec. XI, quando già la Messa o le funzioni si facevano al mattino. C'è da notare il candeliere trionfale, reggente 15 candele di cera, ognuna delle quali alla fine di ciascun salmo viene spenta, eccetto l'ultima che si nasconde dietro o sotto l'altare, ma alla fine delle Lodi serve a rischiarare l'adunanza. Amalario, nella sua visita a Roma (81), trovò in uso questa progressiva estinzione dei lumi al Venerdì e al Sabato, non al Giovedì. L'origine e il significato di questo uso non è chiaro. L'uso di spegnere le sei candele dell'altare durante il canto del Benedictus, non ancora accennato da Durando, è recente. Lo strepito alla fine non era in origine che il segnale di congedo dato dal Superiore o presidente del coro.

Il Giovedì Santo ricorda l'istituzione dell'Eucaristia. Si dice Feria quinta in Coena Domini in Africa e in Italia dal principio del sec. V; anche Natalis calicis (con la data del 24 marzo) nella Gallia meridionale nel sec. VI e VII; natalis sacramenti si legge in un Prefazio del Leoniano (XXVIII, 4). Nei Sacramentari romani, ma di origine gallicana, si trovano tre Messe per il Giovedì S

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(per cortesia di mens. A. P. Frutaz)
Settimana Santa - Candelabro triangolare con 12 candele che si spengono successivamente al termine di ogni salmo del Mattutino e delle Lodi dell'Ufficio delle Tenebre. Il candelabro qui riprodotto è quello della basilica di S. Pietro.

anto, la prima, detta della riconciliazione dei penitenti, la seconda, detta chrismalis, della consacrazione degli Oli santi, la terza ad vesperam dell'istituzione eucaristica. Della riconciliazione dei penitenti al Giovedì Santo si trova menzione nella lettera di Innocenzo I del 416 a Decennio. La consacrazione degli Oli santi, funzione romana del «Gregoriano», con spiccato carattere festivo, si faceva seguendo il cerimoniale delle grandi festività. Poiché la precedenza la riconciliazione dei penitenti, si ometteva la Messa detta Catechumenorum (Ord. Rom. XIV, 31: Andrieu, pp. 136-37; i Capitolari più antichi non hanno un Vangelo proprio del giorno) e s'iniziava con le offerte dei fedeli. La Messa odierna, composta per le chiese non cattedrali e dove non si faceva la riconciliazione dei penitenti, non ha testi originali delle letture e del canto, ma tratti derivati dalle Messe vicine. Oggi, in ogni chiesa, si permette una Messa sola, nella quale dal celebrante, come da Cristo stesso, tutti ricevono la s. Co-munione; a Roma la stazione è nella Basilica Lateranense. La consacrazione degli Oli Santi, che al tempo di Ippolito aveva luogo nella Messa pontificale prima di conferire il Battesimo, a Roma si faceva già nel sec. V nel Giovedì Santo; nella Gallia invece il Sabato Santo (Aries, sec. VI) o la domenica in palmis (ps-Germano, sec. VII). La Messa è celebrata dal vescovo con grande solennità in presenza di 12 sacerdoti, 7 diaconi e 7 suddiaconi, tutti portanti le vesti bianche (bianco il velo della croce dell'altare); il Gloria si canta fra il suono prolungato delle campane. Alla fine del Canone, prima del Per quem, si esorcizza e benedice l'olio degli infermi. Tutte le benedizioni o consacrazioni si fanno dinanzi ad una tavola speciale presso l'altare. Dopo la Comunione, in una processione solenne vengono portati gli oli del cristianum e dei catecumeni. Il vescovo benedice prima il balsamo, poi lo mescola con un poco di crisma, quindi alla fina forma di croce sul s. crisma, seguito in ciò dai sacerdoti, e lo consacra con un solenne Prefazio; dopo la miscela tutti i sacerdoti salutano tre volte Ave, sanctum Crisma e lo baciano (il saluto è di origine romana, il bacio è una novità gallicana). Similmente, ma senza

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