Portoghesi. - Le prime versioni portoghesi di cui si hanno notizie sono piuttosto parafrasi e riassunti storici. Le Epistole e i Vangeli di tutto l'anno liturgico furono tradotti da Gonzalo García de S. María (Saragozza 1485) e gli Atti e le Lettere cattoliche da Bernardo de Brivega (Lisbona 1505). Di traduzioni totali apparvero una protestante iniziata da Giovanni Ferreira de Almeida e compiuta da altri (Nuovo Testamento, Amsterdam 1681; Vecchio Testamento, Tranquebar 1710-53), e una cattolica ad opera di Antonio Pereira de Figueiredo (Lisbona 1778-90), la quale ultima fu recentemente edita con nuovo commento da Santos Parinha (1902-1904). Altre versioni moderne sono parafrastiche o limitate al Nuovo Testamento; traduzioni nuove di tutta la B. sono iniziate sia in Portogallo che nel Brasile.
Inglesi. - Già nel sec. VIII nelle isole britanniche sorgevano versioni parziali della B. in anglosassone, delle quali però quasi tutto è andato perduto. Col sec. XIV si riprendono le versioni nel nuovo idioma inglese, di cui sono primi saggi i Salmi tradotti da Guglielmo di Shoreham e quelli di Riccardo di Hanpole; verso il 1380 J. Wyclif tradusse il Nuovo Testamento e subito dopo, concluvato da Nicola di Hereford, anche il Vecchio: questa traduzione, ritoccata da Giovanni Purvey (1388), ebbe larga diffusione.
La prima traduzione stampata fu quella del Nuovo Testamento di William Tyndale (Colonia-Worms 1525), seguita dal Pentateuco dello stesso (Starburg 1531). Poco dopo (1535) apparve la B. intera, tradotta da Miles Coverdale sulla versione tedesca di Lutero e sul latino della Volgata e di Sante Pagnini. Fusione delle traduzioni del Tyndale e del Coverdale è la Matthew's Bible edita da John Rogers (Anversa 1537); la quale, con vari ritocchi, dette origine alla edizione curata da Riccardo Taverner,
e all'altra che dal suo grande formato fu chiamata The Great Bible (ambedue a Londra 1539). La B. di Ginevra (Genevan Bible), apparsa ivi nel 1557-60, incontrò gran successo, superiore anche a quello della B. dei vescovi (Bishop's Bible), pubblicata a Londra (1568) a cura di una dozzina di vescovi anglicani, e quindi d'autorità ufficiosa. Tutte però furono superate dalla B. del re Giacomo, detta Authorized Version (Londra 1611); essa fu preparata in 7 anni da varie commissioni complessivamente di 50 membri, i quali lavorarono sul testo della B. dei
vescovi confrontandolo con i testi originali ed emendandolo con gran cura sotto l'aspetto linguistico; per questi suoi pregi concettuali e letterari la Authorized Version acquistò e mantenne fino ai nostri giorni un credito insuperato, ed esercitò profonda influenza sulla letteratura inglese.
Emendazioni e miglioramenti, richiesti dai tempi e dal progresso degli studi, furono proposti a più riprese alla Authorized Version; finché, nominata nel 1870 una doppia commissione anglo-americana, questa pubblicò il risultato dei suoi lavori per il Nuovo Testamento nel 1881, per il Vecchio nel 1885, e per i deuterocanonici nel 1895. Questa nuova recensione fu chiamata la Revised Version.
Di fronte a tutte queste versioni anglicane, i cattolici inglesi produssero l'antica traduzione preparata dagli esuli in Francia e condotta sulla Volgata, di cui apparve il Nuovo Testamento a Reims (1582) e il Vecchio a Douai (1609-10):

Delle versioni in inglese da parte israelitica la più recente e importante è la The Holy Scriptures according to the Masonic Text (Filadelfia 1917), curata da una commissione di dotti israeliti soprattutto in vista del culto sinagogale.
Moltissime altre, poi, sono le traduzioni inglesi, quasi tutte protestanti, preparate a scopo o divulgativo o scientifico; queste ultime, accompagnate da commenti più o meno ampi, formano serie speciali.
Tedesche. - Frammenti di versione nell'antico idioma germanico, o theotico, risalgono al sec. IX e provengono da versioni parziali. Col sec. XIV i saggi si estendono e moltiplicano: così si formano numerose traduzioni dell'intera B., dovute ad autori diversi e condotte con metodi differenti e in dialetti vari, ma sempre dal latino della Volgata. La prima edizione a stampa, curata da G. Mentel (Strasburgo 1466), riproduesse una di siffatte traduzioni
totali e fu ristampata molte volte nel periodo degli incunaboli; varie edizioni ebbero anche un'altra B. intera in diverso dialetto, e altre traduzioni parziali.
Al sorgere del protestantesimo, di cui fu potente veicolo la B. di Lutero, i cattolici tedeschi s'affrettarono a pubblicare anch'essi traduzioni in volgare, condotte sulla Volgata ma ispirandosi alla traduzione di Lutero e avendo anche d'occhio le precedenti traduzioni; così apparvero il Nuovo Testamento di J. Beringer (Spira 1526) e quello di G. Emser (Dresda 1527), la B. intera di J. Dietenberg (Magonza 1534), quella di J. Eck (Ingolstadt 1537), e più tardi quella di C. Ulenberg (Colonia 1630), che ebbe varie ristampe con modificazioni. Altre nuove traduzioni cattoliche furono pubblicate dallo scorcio del sec. XVIII, fra cui incontrò molto favore quella del benedettino H. Braun (Augusta 1788-97) successivamente ritoccata da M. Feder (1803), da J. Fr. Allioli (1830-39) e da H. Arndt (1899-1901); notevole diffusione raggiunse anche quella di V. Loeh e W. K. Reischl (Ratisbona 1851-66), ristampata anche recentemente (1914-15). Molte sono le traduzioni cattoliche compiute nel sec. XX dai testi originali: quella di N. Schlögl (Vienna 1920-22) fu messa all'Indice; inoltre P. Riessler e R. Storr (Magonza 1924-34), E. Henne e C. Rösch (1934-40), e le serie di commenti scientifici al Vecchio Testamento (Nikel-Schultz, a Münster) o al Nuovo (Fr. Tillmann) o ad ambedue (Feldmann-Herkene, a Bonn).
Delle traduzioni protestanti quella di Lutero ebbe importanza capitale sotto ogni aspetto. Fin dal 1521 Lutero mise mano al Nuovo Testamento, e lo pubblicò nel 1522; da allora, per dodici anni, seguì tenacemente a lavorare al resto della B., che pubblicò in prima edizione completa dal Lufft a Wittenberg nel 1534: Biblia, d. i. de gantze heilige Schrift, Deutsch. Luth. (Wittenberg, MDXXXIV). Ma anche dopo questa edizione Lutero continuò a lavorare attorno alla sua traduzione, migliorandola per 9 edizioni successive, fino all'ultima del 1545 che rimase tipica.
Il successo fu enorme: dalla sola stamperia del Lotther a Wittenberg negli anni 1534-84 uscirono non meno di 100.000 copie della B. di Lutero, non calcolando quelle di altre stamperie. Per i seguaci della Riforma la B. tedesca del 1534 fu «il più grande dono» fatto da Lutero al popolo tedesco. E in realtà i meriti di questa traduzione furono singolarissimi sotto l'aspetto linguistico e letterario, giacché con essa Lutero creò d'in mezzo a una gran varietà di dialetti locali l'idioma unico che fu poi quello della nazione tedesca. Ben differente, invece, è il giudizio che bisogna dare sul valore scientifico e teologico dell'opera: Lutero tradusse dai testi originali, coadiuvato da Melantone, MANSER, GALLUS (v.) ed altri, avendo sott'occhio i Settanta, la Volgata, specialmente la traduzione di Sante Pagnini e le Postillae di Niccolò di Lira (tanto che fu detto Nisi Lyra lyrasset, Lutherus non saltasset); ma la sua cognizione dell'ebraico, della quale egli tanto si vantava, non era molto grande, e lo costrinse più volte a ricercare il parere dei rabbini. Inoltre col suo lavoro mirava soprattutto a diffondere le sue idee teologiche, e ciò l'indusse ad essere tendenzioso in taluni punti per attribuire al testo biblico quelle sue idee: è noto il caso di Rom. 3, 28, ove traduce che l'uomo «è giustificato mediante la sola fede», mentre il testo originale non ha «sola». Pur essendo divenuta il libro classico del protestantesimo e della nazione tedesca, la traduzione di Lutero apparve col passar del tempo sempre più bisognosa di emendamenti; i quali di fatto furono praticati nelle innumerevoli edizioni che seguirono, con l'inconveniente però che il testo luterano era modificato ad arbitrio dei singoli: un'edizione d'autorità semiufficiale apparve nel 1883, ma sebbene avesse emendato in molti punti il testo luterano, apparve inadeguata a dotti protestanti, i quali perciò redassero liste di altri passi che meritavano emendamenti.
Grande importanza ebbe, fuori di Germania, la «B. di Zurigo» (1530), preparata dai protestanti svizzeri e sottoposta col tempo a varie emendazioni e aggiornamenti: è tuttora popolare. Sono invece scomparse dall'uso nume-
nose altre traduzioni preparate dalle varie frazioni del protestantesimo antico (antitrinitari, 1527; calvinisti, 1579; sociniani, 1630) o dalle successive correnti filosofeggianti (pietisti, 1726-42; «razionalisti», 1735). Nel sec. XIX si iniziarono e trovarono buone accoglienze le grandi serie di commenti a carattere filologico-critico: fra le recentissime ricordiamo per il Vecchio Testamento quella di W. Nowack (Handkommentar, Gottinga 1803 sgg.), quella di E. Sellin (Kommentar, Lipsia 1913 sgg.), e quella di O. Eissfeldt; per il Nuovo quelle di Th. Zahn (Kommentar, ivi 1903 sgg.) e di H. Lietzmann (Handbuch, Tubinga 1911).
Olandesi-fiamminghe. — Le regioni di lingua fiamminga ebbero varie parafrasi o dei Vangeli o della storia del Vecchio Testamento, che conservano un valore soltanto filologico. Cattolica è la traduzione fatta sulla Volgata da Nicola van Winghe (Lovanio 1548) e riveduta dal Moerentorf (Moretus; Anversa 1599). La traduzione cominciata da Th. Beelen (Lovanio 1859) e da lui lasciata incompiuta, fu portata a termine da vari continuatori e pubblicata a Bruges (1894-96) a cura dell'episcopato belga. Una nuova traduzione cattolica ad opera di vari collaboratori cominciò nel 1894; un'altra è del 1935 sgg.
Molte furono le traduzioni protestanti, di cui la prima, limitata al Nuovo Testamento, apparve ad Anversa nel 1522. La prima B. intera fu pubblicata nel 1526 dall'editore Liesveld («B. di Liesveld»), molte volte ristampata con miglioramenti. Nel 1558 apparve quella chiamata, dal luogo di pubblicazione, la «B. di Emden». Tutte furono superate dalla Storzenbijbel, così chiamata perché la sua preparazione, ordinata dal Sinodo di Dort del 1619, fu approvata dagli Stati Generali nel 1637; apparve in questo anno a Leida, e fu ristampata spessissimo. Altre versioni totali apparvero al principio del sec. XIX; la versione detta «sinodale», perché ordinata dal Sinodo del 1848, ebbe fra i vari collaboratori il critico radicale A. Kuenen. Esiste anche una traduzione preparata da israeliti (1826 sgg.).
Altre versioni. — Delle versioni in altre lingue basterà un rapido cenno.
In russo le più antiche versioni sono in paleoslave: si hanno edizioni di libri isolati al principio del sec. XVI e l'edizione totale di Ostrog dell'anno 1581; in seguito altre versioni si avvicinano sempre più al russo parlato; col sec. XIX appaiono nuove traduzioni complete favorite dalla Società Biblica russa e dalla Società Biblica di Londra.
In polacco i primi saggi di versioni sono contenuti in codici dei secc. XIV-XV; la prima versione totale è quella di Giovanni da Leopoli (Cracovia 1561), a cui tenne dietro quella migliore di Jakob Wujek (ivi 1593-99), molte volte ristampata anche con modificazioni; i protestanti ebbero la «B. di Danzica» (ivi 1632), di autori vari e spesso ristampata.
In ungherese i primi saggi risalgono al sec. XIV; con l'introduzione della stampa cominciarono le edizioni di parti del Nuovo Testamento; la versione totale di Gaspare Karolyi (Visoly 1590, ritoccata nel 1608) è usata dai protestanti, quella di Giorgio Káldi (Vienna 1625 ritoccata nel 1862 e spesso ristampata) dai cattolici.
In boemo (cleo) esistevano numerose versioni parziali nei secc. XIV-XV, da cui sorse la prima edizione completa (Praga 1488); di singolare importanza linguistica è la «B. di Kralice» (ivi 1579-93), opera dei «Fratelli boemi» usata dai protestanti, da cui in parte dipendono le cattoliche «B. di s. Venceslao» (Praga 1677-1715), e di Prochaska (1778-80).
In vvedese circolavano versioni già ai tempi di s. Brigida di Svezia; la prima traduzione intera è la «B. di Gustavo Vasa», preparata da Laurentius e Olaus Petri sulla tedesca di Lutero; la «B. di Carlo XII», preparata conforme allo stesso modello, fu il testo ufficiale fino al 1917, allorché fu sostituita da una nuova traduzione preparata da varie commissioni di dotti.
In danese la prima traduzione completa è la «B. di Cristiano III» del 1550, che in seguito ricevette varie revisioni.
In norvegese si ebbero versioni parziali già nel sec. XIII; in seguito, in Norvegia furono usate le traduzioni danesi
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(per la dipendenza politica dalla Danimarca), cosicché solo nel sec. XIX si pubblicarono traduzioni norvegesi.
In irlandese dovettero circolare nel medioevo vari tipi di versioni parafrastiche giunte a noi frammentarie; anglicana è la versione del Nuovo Testamento di W. O' Donnell (Dublino 1630); il Vecchio Testamento fu tradotto dal Bedell (Londra 1686), e parzialmente dal cattolico Mac Hale (Tuam 1861).
VII. B. POLIGLOTTE. - La quantità dei testi biblici, sia nelle lingue originali sia nelle versioni antiche, fece sentire di buon'ora l'opportunità di avere questi vari testi disposti per ciascun tratto in una sola pagina, in modo tale che ad un semplice sguardo se ne percepissero i punti concordi e quelli discordi. Andò incontro Origene (v.) Esaple (v.). Altri tentativi ben più modesti furono fatti nel tardo medioevo, da cui ci è pervenuto qualche manoscritto dei Salmi ove il testo è disposto in varie colonne affiancate corrispondenti ciascuna ad una lingua diversa. A stampa uscì per la prima volta il Psalterium octaplum (Genova 1516) del domenicano Agostino Giustiniani, contenente in otto colonne il testo ebraico e sua versione, la Volgata, i Settanta, l'arabo, il Targum e sua versione, le annotazioni. Dopo questo tentativo parziale, cominciano le grandi edizioni poliglotte di tutta la B.
La prima è quella finanziata dal card. Ximenes de Cisneros e stampata nel 1514-17 in Spagna ad Alcalá de Henares (lat. Complutum), detta « Complutense »: la curò Andrea di Creta, assistito da altri dotti. È in 6 volumi, contiene il Vecchio Testamento in ebraico (a sinistra), nella Volgata (al centro) e nei Settanta con traduzione latina (a destra); al Pentateuco aggiunge il Targum di Onkelos con traduzione latina. Per il Nuovo Testamento offre il greco e la Volgata. Il vol. VI contiene un vocabolario ebraico (e aramaico)-latino, una grammatica ebraica e indici. Ne furono stampati solo 600 esemplari, al prezzo di 50.000 scudi.
La seconda è la Poliglotta stampata da Cristoforo Plantino ad Anversa nel 1569-72, detta anche Regia perché patrocinata da Filippo II; fu curata da Arias Montano, in 8 volumi. Per il Vecchio Testamento offre i testi della Complutense, aggiungendovi il Targum anche per i libri successivi al Pentateuco. Per il Nuovo Testamento offre i testi greco, latino e siriano. Il vol. VI contiene anche la traduzione della B. intera di Sante Pagnini; i voll. VII-VIII contengono vocabolari, grammatiche e trattati vari.
La terza poliglotta, più sontuosa di tutte, uscì a Parigi negli anni 1629-45, finanziata dal Le Jay (Jaius) e curata dai maroniti Gabriele Sionita e Abramo Ecchelense, da Jean Morin e qualche altro. È in 10 volumi; ai testi della poliglotta di Anversa aggiunge il Pentateuco e la parafrasi samaritani, e le versioni siriano ed araba (con traduzioni latine) dei protocanonici del Vecchio Testamento. Nonostante la sua magnificenza tipografica, la poliglotta parigina, pur avendo i suoi meriti, è la meno utile a scopi scientifici.
La quarta poliglotta, di valore scientifico superiore a tutte le precedenti, è quella di Londra, apparsa nel 1654-57, curata dal vescovo anglicano B. Walton assistito da altri dotti. È in 6 volumi. Ai testi della parigina aggiunge il Pentateuco e i Vangeli in persiano, e i Salmi, il Cantico e il Nuovo Testamento in etiopico. Il vol. I contiene utili prolegomeni del Walton, e il vol. VI l'apparato critico. A questa edizione va congiunto il Lexicon heptaglottum di E. Castellus, insigne monumento di scienza e perizia che conserva ancora oggi valore.
Successive poliglotte di ampiezza minore sono: quella di S. Bagster, comprendente anche versioni in lingue mo-
derne (2 voll., Londra 1831; 2ª ed., ivi 1874); quella di R. Stier e W. Theile (4 voll., Bielefeld 1847-55; 5ª ed., 1900); quella di Ed. de Levante (Londra 1890); tutte protestanti. È cattolica quella di F. Vigouroux, La Sainte Bible polyglotte (8 voll., Parigi 1898-1909), che offre i testi ebraico, dei Settanta, della Volgata e francese, con introduzioni e note.
VIII. INTERPRETAZIONE DELLA B
La B. è un complesso di libri ispirati, cioè che hanno Dio per autore principale, e che sono destinati all'uomo: perciò taluni Padri chiamarono la B. una « lettera di Dio all'uomo ». L'uomo dunque è il destinatario di questa lettera, che egli deve leggere e comprendere. Ma intendere questa lettera non è facile per molte ragioni, le quali provengono sia dal suo elemento divino (sublimità delle verità rivelate) sia dall'elemento umano (i vari autori con particolari mentalità, usi ecc.; vicende della trasmissione del testo, ecc.). La B., come scritto ispirato, fa parte della Rivelazione divina, e in essa Dio ha rivelato misteri, ha incluso profezie, ha impartito norme di fede e di morale; inoltre, essa fu scritta in lingue e in epoche diverse, presso popoli di costumi ben differenti dagli odierni, in circostanze varie da libro a libro, allude a fatti e situazioni storiche di cui spesso oggi non si hanno chiare notizie, e sovente i singoli libri o dipendono da scritti più antichi oggi scomparsi o hanno ricevuto nel corso dei secoli modificazioni di vario genere. Tutti questi fatti sono da tener presenti nella lettura della B. per evitare il pericolo di attribuire ad essa significati che in realtà non ha, ossia di far dire a Dio ciò che non ha mai detto.Il complesso delle regole d'interpretazione, sia teologiche sia filologico-storiche, costituiscono una disciplina a parte, ermeneutica (v.) ossia « (arte) interpretativa ». esegesi (v.) della B. ha avuto molti insigni cultori, alcuni dei quali diedero origine a indirizzi e a « scuole » di notevole importanza.
IX. LETTURA DELLA B
L'uso di leggere i singoli libri della B., anche prima che fossero riuniti insieme, è antichissimo sia nel giudaismo sia nel cristianesimo. Presso i Giudei le versioni greche ed aramatiche sorsero appunto per rendere intelligibile il testo della B. ebraica (vedi sopra: Versioni antiche). La lettura sinagogale portò ad una divisione del testo biblico in tante parti, ognuna delle quali doveva esser letta in un sabato o giorno festivo: da principio il Pentateuco, oggetto principale della lettura, fu diviso in 167 ordini (sēdhārīm), corrispondente alle letture di un triennio; più tardi fu diviso in 54 sezioni (pārālōth), corrispondenti alla lettura d'un solo anno. Successivamente al passo del Pentateuco si cominciò poi a leggere un passo (haphṭārāh) dei « Profeti »; più tardi ancora si riservarono a determinate feste la lettura dei Cinque Volumi o Mēghillōth, ossia il Cantico dei Cantici a Pasqua, Rut a Pentecoste, le Lamentazioni all'anniversario della distruzione di Gerusalemme (ag.), l'Ecclesiaste ai Tabernacoli, e Ester alla festa dei Pūrīm. Dall'uso delle sinagoghe si trasmise alle prime adunanze cristiane la lettura di passi del Vecchio Testamento, i quali erano scelti specialmente dai libri profetici, come quelli che più chiaramente avevano preannunciato il futuro Messia; ben presto, a tali passi profetici, si aggiunse la lettura di passi dei Vangeli e delle Lettere. Ma una norma stabile e uniforme per la qualità e quantità dei passi biblici da leggersi nelle adunanze cristiane non ci fu, dipendendo ciò dalle costumanze regionali oltreché dal criterio dei singolivescovi che presiedevano a quelle adunanze; tuttavia, in seguito, specialmente dal sec. vi, si delinearono consuetudini e leggi il cui ulteriore sviluppo e fissazione si confondono con la storia delle varie liturgie cristiane orientali e occidentali.
Anche la lettura privata della B. fu assai diffusa, sia nel giudaismo sia nel cristianesimo. I rabbini, le
cui sentenze sono conservate nella Mišnāh, nel Talmud e negli altri scritti giudaici, concentravano l'operosità loro e delle loro scuole nello studio della Tōrāh (Legge), intendendo con questo termine specialmente la tradizione orale, riconnessa però con la legge scritta, in primo luogo il Pentateuco; fra altre, una norma rabbinica insegna che «l'uomo non deve ritirarsi dalla casa di studio (della Legge) e allontanarsi dalla parola della Tōrāh neppure all'ora della morte» (Šabbāth, 83 b), perché «maggiore è lo studio della Tōrāh che la costruzione del Tempio» (Mēghillāh, 16 b). Vi furono tuttavia, nel giudaismo dell'era volgare, talune restrizioni prudenziali, le quali furono provocate o da abusi che si andavano diffondendo o da particolari difficoltà esegetiche che s'incontravano nella lettura di certi libri; così sappiamo
che il Cantico dei Cantici, e alcuni passi del Genesi e di Ezechiele non si potevano leggere da un giudeo che non avesse raggiunto l'età sacerdotale, ossia i 30 anni (Girolamo, Praef. libr. I in Ezech.: PL 25, 17), anzi che neppure la lettura pubblica del Cantico dei Cantici era permessa ancora ai principi del sec. v (Teodoro di Mopsuestia, in Mansi, IX, 227; cf. Origene: PG 13, 63).
Anche presso i cristiani la lettura privata della B., molto raccomandata e assai diffusa, divenne campo di abusi. Egualmente ai principi del sec. v Giovanni Crisostomo raccomandava ai suoi fedeli di non limitarsi ad ascoltare la lettura dei libri santi fatta in chiesa, ma di rileggerli a casa propria per tornare a meditare su ciò che fugacemente si era ascoltato, e approfondirne il senso (PG 51, 90); d'altra parte Gi-
rolamo si lamenta del carattere irriverente e plebeo che hanno preso al suo tempo le discussioni sulla S. Scrittura, la quale «è ciò che la nonnetta chiacchierona, il vecchio rimbambito, il cavillatore parolaio, e in genere tutti quanti, si arrogano, lacerano, insegnano, prima d'averla imparata» (Ep. 53, Ad Paulin.). Ma, nonostante siffatti abusi, non vi sono tracce di

20. Testo ebraico e Volgata, in basso testo del Targum
Roma, esemplare del Pont. Ist. Biblico.
(Ist. Enc. Cutt.)
Senonché, la rivoluzione religiosa del protestantesimo provocò per reazione misure restrittive alla lettura della B. presso i cattolici. Dopo prescrizioni locali emanate in Inghilterra, Paesi Bassi, Francia e altrove, la Sede romana intervenne per la prima volta nel 1559, allorché l'Indice di Paolo IV proibi di stampare e detenere le B. in vol-
gare senza il permesso del S. Ufficio; la commissione di questo permesso fu poi demandata ai vescovi locali dall'Indice di Pio IV del 1564 (regole 3 e 4), ma in seguito fu ancora revocata alla S. Sede. Sembra tuttavia che il permesso fosse concesso con notevoli larghezei. Diventuto poi remoto il pericolo del protestantismo, la Congregazione dell'Indice nel 1757 permetteva le versioni in volgare della B. approvate dalla Sede romana o pubblicate sotto la sorveglianza
dei vescovi con annotazioni estratte da autori cattolici; e la sostanza di questa disposizione è quella ancora vigente, passata nel Codex Iuris Can., can. 1391. Il decreto del 30 apr. 1934 della Pontificia Commissione Biblica prescrive che le versioni in volgare delle Epistole e dei Vangeli da leggersi nelle chiese per il popolo siano fatte, non sui testi originali ebraici e greci, ma sui testi approvati per la liturgia della Chiesa; quindi, per il rito romano, sulla Volgata latina.
Il frequente uso della B. fece sorgere costumanze varie, spesso encomiabili, talvolta strane, non di rado riprovevoli. Per lo stesso volume materiale della S. Scrittura Giudei e cristiani ebbero sempre particolare venerazione: come nelle sinagoghe il volume della Legge era ed è conservato in un'area apposita, così nella liturgia cristiana è adibito con onori speciali: nel rito bizantino gli onori tributati al libro dei Vangeli sono pari a quelli per l'Eucaristia.
Eguamente per rispetto i volumi biblici consunti dall'uso non erano distrutti dai Giudei, bensì depositi in un luogo sotterraneo vicino alla sinagoga, la cosiddetta gēniẓāh, ove restavano inoperosi per secoli. Nei concili cristiani già dal sec. v si usò porre al centro, come su seggio d'onore, il volume della B.; altrettanto si faceva nei tribunali, specialmente col volume dei Vangeli. Uso devozionale presso i Giudei fu quello delle «fiumerie» (v.) con alcuni passi della B. (Ex. 13, 1-16; Deut. 6, 4-9), applicate durante la preghiera sulla fronte e sul braccio sinistro (cf. Deut. 6, 8); altre pergamene analoghe erano sotterrate sotto le soglie delle case giudaiche (māzūcōth).
Presso i cristiani si usò portare al collo un rotoletto in cui erano scritti passi dei Vangeli: tale costumanza è già attestata nel sec. iv, e trova la sua corrispondenza presso i musulmani nei passi del Corano portati in dos-
so eguamente per devozione. Si usò anche porre il volume dei Vangeli presso il capezzale dei malati, oppure recitare presso di loro lo. 1, 1-14; questo prologo era anche recitato in circostanze importanti della vita, o in gravi pericoli: ad esempio, si narra che Cristoforo Colombo lo recitasse quando in navigazione era colto da gravi tempeste. Altri passi della B., e specialmente dei Salmi, erano ritenuti appropriati a varie circostanze ilete o dolorose
della vita. Si consultava la B. anche per prendere qualche importante decisione, per conoscere l'avvenire, scoprire cose segrete, e scopi simili: per praticare queste sortee dicinatoriae si formò a poco a poco tutto un formulario riguardante il modo di aprire il volume biblico, di leggerlo, di trarne le conclusioni, ecc. Oltre a questi abusi per superstizione non mancarono quelli per irriverenza: presso gli antichi Giudei è attestato l'abuso di canterellare il Cantico dei Cantici nei simposi, come una canzonetta profana (Tāsephthī, Sanhedhṛin, XII, 10); presso i cristiani, specialmente all'età del Rinascimento, si diffuse molto la costumanza di servirsi di passi della B. per comporre barzellette, parodie, pasquinate e simili cose, sempre irriverenti e spesso invercende: contro cui si oppose il Concilio di Trento (Sess. IV, De edit. et usu ss. librorum). Ma, anche più tardi, stramberie non meno incongrueni potevano ancora udirsi da taluni predicatori, che contorcavano parole e sentenze della B. per applicare a loro fantastico arbitrio: come si racconta di
so eguamente per devozione. Si usò anche porre il volume dei Vangeli presso il capezzale dei malati, oppure recitare presso di loro lo. 1, 1-14; questo prologo era anche recitato in circostanze importanti della vita, o in gravi pericoli: ad esempio, si narra che Cristoforo Colombo lo recitasse quando in navigazione era colto da gravi tempeste. Altri passi della B., e specialmente dei Salmi, erano ritenuti appropriati a varie circostanze ilete o dolorose della vita. Si consultava la B. anche per prendere qualche importante decisione, per conoscere l'avvenire, scoprire cose segrete, e scopi simili: per praticare queste sortee dicinatoriae si formò a poco a poco tutto un formulario riguardante il modo di aprire il volume biblico, di leggerlo, di trarne le conclusioni, ecc. Oltre a questi abusi per superstizione non mancarono quelli per irriverenza: presso gli antichi Giudei è attestato l'abuso di canterellare il Cantico dei Cantici nei simposi, come una canzonetta profana (Tāsephthī, Sanhedhṛin, XII, 10); presso i cristiani, specialmente all'età del Rinascimento, si diffuse molto la costumanza di servirsi di passi della B. per comporre barzellette, parodie, pasquinate e simili cose, sempre irriverenti e spesso invercende: contro cui si oppose il Concilio di Trento (Sess. IV, De edit. et usu ss. librorum). Ma, anche più tardi, stramberie non meno incongrueni potevano ancora udirsi da taluni predicatori, che contorcavano parole e sentenze della B. per applicare a loro fantastico arbitrio: come si racconta di
quel predicatore contemporaneo del Galilei che, volendo impugnare le ricerche astronomiche di costui, gli applicò il passo Viri Galilei, quid statis aspicientes in caelum? (Act. 1, 11).
X. LA B. NELLA LETTERATURA. - L'influenza esercitata dalla B. sulle varie letterature e sulle arti figurative è superiore all'influenza di qualunque altro libro. Presso i Giudei, in realtà, questa influenza fu assai limitata per ragioni particolari: nel campo letterario, infatti, la produzione giudaica posteriore al cristianesimo e fino al medioevo fu in massima parte giuridico-tradizionale, e sotto tale aspetto essa potrà forse appaire come tutto un ampio lavoro di esegesi biblica secondo le norme del fariseismo, ma non offre alcuno di quegli elementi inventivi che costituiscono la letteratura d'arte; nel campo poi delle arti figurative, gravissimo ostacolo per i Giudei fu sempre

I primi cristiani, provenienti in massima parte dal paganesimo, mentre non avevano tale pregiudiziale contro le raffigurazioni artistiche, ricorsero spontaneamente alla B. anche come fonte d'ispirazione per composizioni letterarie. Ma la letteratura cristiana pervenuta a noi dai primi tre secoli, sebbene materiata di temi biblici, ha carattere esegetico od omiletico: rare le composizioni poetiche, di cui talune gnostiche. Col sec. IV fiorisce in pieno la lirica cristiana: in Occidente trintano argomenti biblici Giovenco, Prudenzio, Paolino, Sedulio, Mario Vittore e qualche altro; in Oriente degno di menzione fra i Greci è il solo Gregorio di Nazianzo, mentre fra i Siri poeta d'altissima levatura è Efrem Siro (v.). Ampia sintesi delle vicende del genere umano dal punto di vista biblico e apologetico è il De civitate Dei di s. Agostino (v.). Di qualche importanza saranno in seguito alcuni poeti latini (Aratore, Venanzio Fortunato), mentre fra i Greci eccelleranno Romano il Melode, Giorgio il Piside ed altri.
Col sorgere e formarsi delle varie letterature volgari in Europa, più o meno dipendenti dalle forme classiche e dalla tradizione cristiana, la B. appare subito quale loro principale animatrice: ispirati direttamente dalla B. sono il poeta anglosassone Caedmon (sec. VIII) nelle sue produzioni, l'Heliand e altre composizioni della primitiva poesia tedesca (sec. IX) e francese (sec. X). Argomenti biblici trattavano spessissimo quei «minteri» e rappresentazioni sacre, da cui trae le sue prime origini il teatro moderno nelle varie nazioni. Viene poi, in Italia, Dante, la cui Commedia dipende per concetti e per espressioni dalla B. molto più di quanto i moderni commentatori siano soliti di fare apparire. Col Rinascimento la B. esercita tuttora ampia influenza, sebbene le sue derivazioni siano spesso travisate, rivestite d'estranee espressioni classiche o appaiate con concetti paganeggianti. Il protestantesimo, in forza dei suoi principi, riporta a un'adesione totale alla B. anche nei componimenti poetici, che sembrano tanto più fedeli alla nuova dottrina quanto più appaiono materiali di B. e nel pensiero e nella parola: le poesie religiose di Lutero e il Paradise Lost del Milton sono tipiche produzioni di questa tendenza, fra molti altri scritti tedeschi, inglesi e francesi. La Controriforma cattolica contrasta al protestantesimo anche su questo campo, ma in maniera spicciola ed occasionale, togliendo alla B. forme e concetti (impiegati specialmente nell'epica contemporanea), ma senza produrre opere rappresentative di particolare rilievo. I poemi latini cattolici De parta virginis (1526) del Sannazzaro e la Cristiade (1535) di M. G. Vida, fanno parte a sé. Biblica è più tardi la migliore produzione del Klopstock, non solo per la Messia (1772) ma anche per i suoi drammi; a lui contemporaneo è in Italia Alfonso Varano, le cui bibliche Visioni furono molto apprezzate ai suoi tempi, specialmente dal Monti. Il quale, a proposito della B. come opera letteraria, esprimeva questo giudizio: «Io amo dunque David più che gli altri poeti, e nessuno vorrà, credo, condannare questa mia parzialità. Omero, Pindaro, Virgilio sono grandi e maestosi: ma David (senza parlare dei Profeti, specialmente di Isaia) David è qualche cosa di più. Chi non si accorge della differenza che passa tra questo e quelli, tanto peggio per lui. Questo è un affare di sentimento, e chi mal si convince da se medesimo, è inutile che cerchi le altrui ragioni». Il Romanticismo, per il suo stesso spirito, attinse a piene mani dalla B., in Italia e fuori; biblici d'ispirazione, e in parte anche di espressione, sono gli Inni sacri del Manzoni, che, a giudizio del Carducci, segnano il livello più alto della lirica italiana dell'Ottocento.
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