ORIGENE e ORIGENISMO. - Scrittore ecclesiastico, n. ca. il 185 in Egitto, probabilmente ad Alessandria, m. il 253-54 a Tiro.
I. VITA
Nato da famiglia cristiana (o che lo diventò poco dopo la sua nascita), perdette il padre Leonida, martire nella persecuzione di Settimio Severo (202). Per aiutare la famiglia diede lezioni di grammatica e poco dopo, a 18 anni, fu incaricato dal vescovo Demetrio dell'istruzione dei catecumeni. Allora si dette tutto allo studio della Scrittura, all'ufficio di catecheta, di visitatore e consolatore dei martiri, dedicandosi in pari tempo alla vita di perfezione ed alla pratica dei consigli evangelici con tale ardore, da infliggersi la volontaria mutilazione, prendendo troppo alla lettera la parola del Signore (Mt. 19, 12). Verso il 212 fu a Roma, «per vedere l'antichissima Chiesa dei Romani» (cf. Eusebio, Hist. eccl., VI, 14, 10), e vi conobbe il presbitero Ippolito.Verso il 215 lasciò al discepolo Erala l'insegnamento dei principianti e organizzò per i più provetti un disciolio privato, dove il consueto programma di studi profani (grammatica, dialettica, retorica, musica, astronomia, aritmetica, fisica) culminanti nella filosofia, era concepito come preparazione alla scienza del cristianesimo imperniata sullo studio delle Scritture. Per rispondere alle esigenze dei suoi nuovi uditori, tra i quali gnostici e filosofi, O. seguì per un Ammonio (v.) Sacca (Eusebio, ibid., VI, 19, 6) e studiò assiduamente le dottrine degli gnostici (id., ibid., VI, 19, 12), le opere di Platone, Numonio, Cronio, Apollofane, Longino, Moderato, Nicostrato e dei celebri pitagorici e stoici (id., ibid., VI, 19, 8). Nel 230, senza il permesso del vescovo Demetrio e sebbene irregolare in occasione di un viaggio in Palestina, venne ordinato sacerdote dai vescovi Alessandro di Gerusalemme e Teocrito di Cesarea, suoi amici. Demetrio in due sinodi lo dichiarò deposto e lo espulse dalla comunità di Alessandria.
A Cesarea di Palestina fondò una scuola sul modello di quella di Alessandria e vi ebbe discepolo tra gli altri Gregorio il Taumaturgo. Continuò l'opera scientifica avvicendandola con una intensa predicazione popolare sulle Scritture; fu in corrispondenza con l'imperatore Filippo l'Arba e sua moglie Marcia Otacilia Severa, con Giulio Africano, con il papa Fabiano. Verso il 232 Giulia Mammea, madre di Settimio Severo, lo voleva ad Antiochia per ascoltarlo; verso il 244, in Arabia, ricondusse a più sane idee il vescovo Berillo di Bosra di tendenze patrippassiane: in altri convegni del genere O. disputò con vescovi su questioni dottrinali.
Durante la persecuzione di Decio, a partire del 247, O., imprigionato, confessò eroicamente la fede (Eusebio, ibid., VI, 39, 5). Morì poco dopo ed ebbe il soprannome di Adamanzio: uomo d'acciaio.
II. OPERE
La fecondità letteraria di O. fu straordinaria. È noto che il suo discepolo Ambrogio (da lui convertito dallo gnosticismo), aveva messo a sua disposizione più di sette stenografi, che scrivevano sotto sua dettatura e si alternavano a ora fissa, altrettanti copisti e alcune calligrafie (Eusebio, ibid., VI, 23, 2). Perciò l'opera di O. è prolissa nello stile e abbondante di ripetizioni. Eusebio, a testimonianza di S. Girolamo (Adv. Rufinum, II, 22), in un elenco non conservato, enumerò più di mille opere di O.; S. Girolamo a sua volta ne ha dato un elenco, incom347 ORIGENE E ORIGENISMO 348
pleto, di più di ottocento numeri (Ep., 33, ed. Hilberg, in CSEL, 54, pp. 255-59) e sebbene non si tratti, talora, che di semplici prediche o conferenze occasionali, la produzione di O. rimane tuttavia sbalorditiva. Ma non ne rimane che una minima parte e solo parzialmente in greco, il resto è di traduzioni latine di diversi autori e valore.
1. L’Esapia
Immensa opera di critica testuale intesa a stabilire il testo dei Settanta. Ne rimangono frammenti.2. Opere esegematiche
Si estendono a quasi tutti i libri della Scrittura e, per lo più, in tre forme letterarie diverse: a) Scolii, ossia brevi annotazioni a parole o passi difficili. b) Omelie o prediche al popolo. c) Commentari o spiegazioni ampie e scientifiche. Ne rimane solo una piccola parte.3. De Principiis (Περὶ Ἀρχῶν)
Il primo grande saggio di sintesi teologica generale. O. lo compose ancor giovane (220-30) e lo concepì probabilmente come una raccolta di appunti di dogmatica da usare nell’insegnamento di didascalie. È conservato solo nella traduzione di Rufino.4. De oratione (Περὶ Εὐχῆς)
Parla della preghiera in genere e spiega il Pater noster.5. L’estrazione al martirio (Εἰς μαρτυρίου προπαντοῦς) fu indirizzata (ca. il 235) all’amico Ambrogio e al prete Protocet, che già soffriva per la persecuzione di Massimino il Tracé.
6. Contra Celsum (Κατὰ Κέλσου)
È la più poderosa apologia prenicena, scritta (ca. il 248) per confutare l’opera Ἀλγῆνος λόγος composta ca. il 170-85 dal filosofo platonico eccletico Celso. O. ne segue passo al testo.7. Nei papiri sono stati ritrovati recentemente alcuni scritti di O. (v. E. Klostermann, in Theol. Literaturzeitung, 1948, p. 47-50 e J. Scherer, Dialektos, Cairo 1949).
8. Lettere
Una a Gregorio Taumaturgo, la seconda a Giulio Africano; sono tutto quel che rimane dell’enorme corrispondenza di O. (v. EUGENIO, Hist. eccl., VI, 36, 3 sg; S. Girolamo, Ep., 33, ed. Hilberg, p. 258 sg).III. POSIZIONE DOTTRINALE
Secondo alcuni, anche antichi, il pensiero di O. è quello d’un filosofo ellenista del suo tempo, vestito solo superficialmente dell’abito cristiano (ultimi: E. de Faye, H. Koch); ma trovarono non meno decisi contradittori (ultimi: Voelker, A. Lieske, Daniélou, de Lubac). Per risolvere la questione si deve insistere, più di quanto si è fatto finora, sulle dichiarazioni programmatiche di O.Egli fa una distinzione fondamentale tra fede e ulteriori ricerche personali intorno alla fede (exercitium, exercitatio, γυμνασμός). Per O. il lavoro teologico consta dell’uno e dell’altro momento; in modo che il primo rimane sempre la base e la regola di assoluta certezza, mentre il secondo ha una parte solo e ancillare, penetrativa, illustrativa e completiva, che egli propone come ipotesi per arrivare a una visione del mondo completa sulla base della fede e di un certo uso umano prolungamento, organizzati ambedue in un corpo di dottrine sistematico generale (cf. De princ., tutta la prefazione). La fede di O. è quella che esigeva dai fedeli la Chiesa del suo tempo. Egli ha fortemente insistito sul punto che la suprema regola della fede è l’insegnamento della Chiesa, il quale non fa altro che trasmettere inalterato l’insegnamento delle Scritture e degli Apostoli (De princ., praef. 2; IV, 2; 2; In Mt. Comm. ser., 39; 46; In Io. Comm., 13, 16). Il contenuto di questa fede è esplicitamente e chiaramente proponuto dalla Chiesa (quale per praedicationem apostolicam manifeste traduntur: definitum in ecclesiastica predicazione: [De princ., praef., 5]). L’idea fondamentale è il dogma cristiano: la storia del Vecchio Testamento è una preparazione e come un primo abbozzo dell’economia del Nuovo Testamento incentrata su Cristo e la Chiesa, economia che sfocia a sua volta nella vita divina di ogni mondo e che ha il suo ultimo compimento nella vita futura.
O. conclude: al di là del senso letterale della Scrittura (non mai negato, ma sempre presupposto; quando in qualche caso [De princ., IV, 3, 5] sembra negarlo, egli nega in realtà solo il cosiddetto senso letterale proprio di alcuni testi), bisogna ricercare il senso più profondo (spirituale, mistico, anagogico, allegorico: terminologia varia) che si riferisce alle realtà superiori spirituali, spesso invisibili: Cristo, la Chiesa, la vita spirituale di ogni anima, le misteriose realtà della vita futura. Cogliere questo senso è proprio dei più perfetti tra i cristiani, di quelli che hanno la gioia, mentre i più semplici stanno alla nuda lettera. O. insiste specialmente nella ricerca delle realtà della vita spirituale di ogni anima, con la manifesta tendenza a passare rapidamente sul senso letterale o addirittura a supporlo o anche a deprezzarlo. L’abuso di questo atteggiamento in cui O. da figlio del suo tempo, è frequentemente caduto, comincia quando nei singoli particolari della lettera, per una vaga analogia di parole o di cose egli vuole ritrovare i singoli particolari della realtà. È così che O. ritrova nella Scrittura tutto il suo sistema.
Altro strumento essenziale nelle ricerche di O. sulla fede sono le idee filosofiche attinte a quella tendenza medio platonica (Antiocho d’Ascalona, Plutarco, Numenio, Massimo di Tiro, Albino) iniziatasi con Posidonio di Apamea che stava per sfociare, al tempo stesso di O., nel neoplatonismo di Ammonio Sacca e di Plotino. A questo ambiente, O. oltre al suo accennato intellettualismo di tradizione spiccatamente greca, deve anzitutto la sua problematica filosofica: la questione essenziale che lo preoccupa è quella del divenire degli esseri, della provvidenza e della libertà; poi un certo numero di teorie specifiche: forte accanto sulla trascendenza di Dio, teoria del secondo e terzo dio, eternità della creazione, i mondi successivi, necessità degli intermediari tra Dio e il mondo, idee sui demoni (angeli), natura puramente medicinale del castigo e altre idee minori. Si nota da ultimo l’enorme importanza, non solo negativa ma anche positiva, che ha in O. la polemica antigonistica.
Il sistema a cui O. arrivò nella sua ricerche personali intorno alla fede riguarda essenzialmente la questione dell’inizio e della fine delle creature e la Trinità. In questo schema generale, in cui supplisce mediante le sue _exercitationes_ a quello che la fede di allora non proponeva esplicitamente intorno all’origine e alla fine delle cose, O. inserisce anche, e si sforza di spiegare, tutti i punti della sua fede cristiana. Si noti in particolare come vi fa entrare la S.ma Trinità: Dio essendo assolutamente trascendente (C. Celsum, VII, 38), non crea direttamente gli spiriti, ma per mezzo di un intermediario: il Logos, eternamente generato (De princ., IV, 4, 1) perché eternamente prodotto come primo χρυσός (ibid., I, 2, 2), per mezzo del quale crea tutte le altre cose, prima tra tutte lo Spirito (In Io. Comm., II, 10). Il Logos è bensì Dio e realmente distinto dal Padre, come esige la fede (Dialektos, ed. Scherer, p. 129), ma, per evitare il pericolo del modellismo e l’errore che consiste a negare la divinità del Figlio, l’exercitio spiega che egli non è lo _Θεός_ e _αὐτόθεντος_ come il Padre, bensì solo _ὁς_, e secondo Dio, Dio per partecipazione (In Io. Comm., II, 2; Contra Cels., V, 39; De princ., I, 2, 13), non assolutamente semplice come il Padre, ma avente già una certa molteplicità (In Io. Comm., I, 20). Il subordinazionismo, che presenta le tre persone della Trinità in gerarchia di natura discendente, è certo nelle _exercitationes_ di O. (In Io. Comm., XIII, 25; De princ., I, 3, 5; In Mt. Comm., XV, 10). L’unità fisica di natura tra il Padre e il Figlio, che la fede obbliga O. a ritenere, egli la spiega come derivante della contemplazione continua che il Figlio ha del Padre (C. Celsum, VIII, 12; In Io. Comm., II, 2).
Gli altri punti della fede cristiana come era proposta dalla Chiesa del sec. III vengono solo incidentalmente toccati dalle _exercitationes_ di O. Per la preesistenza delle anime e la restaurazione finale V. APOCATASTASI; REINCARNAZIONE.
Nel suo sforzo sintetico, O. fece un gran numero di scoperte definitive o di progressi essenziali decisivi per tutta la susseguente teologia. Anzitutto l’idea stessa di sistema generale, concepito come visione generale del mondo sotto la luce della fede e nel suo prolungamento; quindi l’uso sistematico, a questo scopo, di una filosofia tecnica generale e il trattamento dei concetti della fede anche sotto la luce filosofica; poi il senso dell’unità del
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lavoro teologico, che ha il suo compimento naturale nella vita spirituale delle anime: fanno di O. il primo grande trattatista della dottrina spirituale propriamente detta, che egli non concepì naturalmente come distaccata dalla dogmatica; anche il monachismo susseguente gli deve molto. L'influsso di O. sulla teologia posteriore è stato decisivo a tal punto che la teologia greca fino ai secc. v-vi e quella latina fino a s. Agostino, sfruttarono la sua eredità, correggendo e sviluppando. Egli è in vario modo il maestro della teologia alessandrina (Dionigi Alessandro, Atanasio, Didimo), di Eusebio di Cesarea; dei tre cappadoci: s. Basilio, il Nazianzeno, il Nisseno (antropologia e mistica); e all'origine del criticismo biblico antico; è maestro di Evagrio Pontico (mistica); di s. Ilario di Poitiers, di s. Ambrogio di Milano, di Rufino, di s. Girolamo, che spesso lo copia, anche dopo il suo volta faccia del 395.
Non è men certo però che O., nel suo sforzo di sintesi generale, ha spesso proposto teorie che la teologia posteriore dimostrò errate. Infatti fu dal sec. IV si sparsa la leggenda di un O. condannato ancor vivente dalla Chiesa, anzi apostata dalla fede; di fatto diverse delle predette sue dottrine furono poi condannate da sinodi particolari e, nel V Concilio ecumenico (553), il suo nome fu messo nel catalogo degli eretici (Denz-U, 223).
III. ORIGENISMO
Comprende le dottrine teologiche difese dai partigiani di O. nelle liti che si svolsero intorno alla sua dottrina, specialmente dal 375 ca. al 553.Prima del 375 i suoi Metodio di Olimpo (v.), Pietro d'Alessandria, Eustazio di Antiochia (v.) e il vescovo di Arsinoe, Nepote (Refutatio allegoristarum). Gli si rimproveravano errori in materia trinitaria e cristologica, ma specialmente le dottrine dell'eternità della creazione, della preesistenza, dell'apocatastasi, il suo modo di spiegare: la risurrezione, i mille anni dell'Apocalisse, la storia della pitonessa di Endor. Ma gli ammiratori, sebbene spesso con importanti riserve a proposito della Trinità, specialmente dopo la crisi ariana, furono numerosi e grandi, tra i quali: i martire Panfilo (Apologia di O.), Eusebio di Cesarea, gli alessandrini: Teognosto, Pierio, s. Dionigi il Grande, s. Atanasio, Didimo; i cappadoci: s. Basilio e s. Gregorio Nazianzeno (Philocalia), s. Gregorio Nisseno, Evagrio Pontico; i latini: s. Ilario, s. Ambrogio, s. Girolamo.
S. Epifanio di Salamina (Panarion, Haer., 64, nel 375-77 ca.) fu l'intemperante e, nonostante le sue rette intenzioni, antiorigenista che nel 395 trasse dalla sua
s. Girolamo (v.) e accese una incresciosa lite tra lui (lettere; Contra Ioannem Jerosolymitanum: PL 23, 371 sgg.; Adv. Rufinum: ibid., 415 sgg.), Giovanni di Gerusalemme e Rufino (Apol. in Hieronymum: PL 21, 541 sgg.). Già ammiratore di O., anche Teofilo di Alessandro, nel 400, per combattere, come pare, più effi-ciamente certi monaci, suoi nemici e seguaci di O., non cessò con sinodi e lettere di additare e condannare errori e eresie nell'opera dell'Alessandrino. Una lettera sindica di Teofilo in questo senso fu anche approvata dal papa Anastasio I (PL 20, 74 sgg.). Ma rimangono incerte le vere opinioni di questi originisti.
Invece sul principio del sec. VI si ha un gruppo di monaci originisti, dalle opinioni assai precise, nella Nuova Laura in Palestina. Contro di essi, ad istanza di Efrem, vesco di Antiochia, e di Pietro, vescovo di Gerusalemme, l'imperatore Giustiniano nel 543 fece condannare da un Sinodo (Mansi, IX, 488-533) le dottrine degli originisti ed O. stesso in 10 anatemi (Denz-U, 203 sgg.) approvati poi anche da papa Vigilio (cf. Mansi, IX, 272 D.; Liberato, Breviarum, 23: PL 68, 1046; Cassiodoro, Institutiones: ibid., 70, 1111). Nel 553, ma non nel Concilio ecumenico, l'originismo fu nuovamente condannato in 15 anatemi (Mansi, IX, 305 sgg., meglio Didemap 90 sgg.), cui, pare, il papa Vigilio, presente a Costantinopoli, sottoscrisse nuovamente. Finalmente il V Concilio stesso annoverò O. tra gli eretici (Denz-U, 223). Poco dopo l'originismo nella Chiesa cessò d'essere dottrina d'interesse attuale. È certo che la base dottrinale degli originisti del sec. VI furono opinioni chiaramente espresse da O. (preesistenza, caduta degli spiriti, apokatastasi, astri esseri animati). Altre dottrine, condannate dagli stessi sinodi e ammesse dagli originisti del sec. VI, pare siano state solo, più o meno chiaramente, insinuate da O. (Cristo che si fa successivamente simile ad ogni ordine celeste; il Corpo di Cristo formato prima della sua unione con l'anima; Cristo in un altro mondo sarà crocifisso per i de-moni; Dio ha creato tutto quello che poteva creare).
Una terza categoria di dottrine originiste del sec. VI o non si trovano affatto in O., o non possono richiamarsi a lui che come una più o meno lontana conseguenza di certe sue affermazioni da lui né prevista né voluta (i corpi risusciteranno in forma di sfera; la Monade sarà sola alla fine come lo era al principio; non il Logos ma il Nous di Cristo si è incarnato; Dio verbo è chiamato Cristo abusivamente; tutta la creazione materiale e i corpi alla fine saranno annichilati; tutti gli spiriti alla fine saranno uniti a Dio come l'anima di Cristo e allora il Regno di Cristo avrà fine).