METODIO DI OLIMPO, SANTO

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METODIO di OLIMPO, santo. - Della sua persona e della sua vita si può dire soltanto con sicurezza che è vissuto nella Licia e che è morto vescovo e martire ad extremum novissima persecutionis, cioè verso il 312 (s. Girolamo, De viris ill., 83; la falsità dell'altra notizia sive ut alii affirmant sub Decio et Valeriano si può dimostrare con certezza). Come sede vescovile si nomina comunemente Olimpo sull'autorità di Girolamo (Olympi Lyciae... episcopus) e di Socrate (Hist. eccl., VI, 3). Ma s. Girolamo aggiunge l'oscura notizia: et postea Tyri episcopi e il vescovo Giovanni di Antiochia dice ca. il 435: in Hellade vero et Illyrico Methodius (cf. F. Diekamp, Über den Bischofsitz des hl. Methodius, in Theol. Quartalschrift, 109 [1928], pp. 285-308). Il Martirologio Romano lo ricorda il 18 sett. (Martyr. Roman., p. 404).

Opere e dottrina: anche il destino delle opere di s. M. è pieno di oscurità. S. Girolamo ne dà un elenco sommario, ma Eusebio nella Hist. eccl. non ne

dice parola, scbbene abbia conosciuto l'autore, come è provato da un luogo della sua Apologia Origenis citato da S. Girolamo, Contra Ruf., I, 11 (PL 23, 423): quomodo ausus est Methodius nunc contra Origenem scribere, qui haec de Origenis locutus est dogmatibus. Queste parole possono spiegare il suo silenzio: egli odia l'avversario di Origene. Ma c'è ancora un'altra difficoltà. Eusebio citat nel De praeparatione evang., VII, 22, un passo preso dal libro di M., De auteuxousio e nomina come autore un certo Maximus, che la sua Hist. eccl. mette in vicinanza (temporale) di Irenco. Il problema si complica ancor più: lo stesso passo molto ampliato si trova nel dialogo anonimo: De recta in Deum fide, chiamato anche, secondo il protagonista, Dialogus Adamantii; per questa ragione il dialogo venne attribuito molto presto ad Origene. La Philocalia di Gregorio Nazianzeno e di Basilio ripete la citazione di Eusebio e giudica che l'autore sia Origene. Vaillant nella sua introduzione della edizione del De auteuxousio (PO 22, 5, 684 sgg.) cerca di spiegare questa strana situazione anche con l'ipotesi di una scuola cristiana intorno a S. M., dove i temi potevano essere fino a un certo grado anonimi e promiscui. Se questo è vero, la forma dialogistica di tutte le opere di S. M. non sarebbe soltanto imitazione letteraria di Platone.

1) L'unica opera conservatasi integralmente nell'originale greco ha il titolo: Convivium vel de castitate. Dieci giovinette radunate nel giardino di Arette sotto l'albero «Agnos» (agnocasto) lodano la verginità in dieci discorsi. Per introdurre un po' nel contenuto di questa opera che è la prima, su tale tema, nella letteratura cristiana si analizzano qui brevemente i tre primi discorsi. Il primo parla dello sviluppo della idea della verginità dall'inizio fino a Cristo, che non è soltanto archilirius, archippolita archangelos ma anche archipatrhenos (14). Per la verginità portataci da Cristo l'uomo viene dalla semplice «imago dei» alla «similitudo», che è «ὁράξις ἀποφυγή». Il secondo discorso difende il matrimonio (Gen. 1, 28), sebbene la verginità lo superi come la luna le stelle. La verginità anticipa già qui l'errunt sicut angelii di Mt. 22,30 (II, 7). Il terzo discorso dà una esegesi allegorica di Gen. 2, 23/4 basandosi su Ephes. 5, 32 e svolge la relazione tipica fra Adamo e Cristo che diventa quasi una identificazione (III, 3/4). In tale passo Cristo viene chiamato: περὶσβάτατος τῶν ἀλόνων καὶ πρότοις τῶν ἀρχαγγέλων. Cristo lasciò il padre suo per aderire alla sua sposa, la Chiesa, e generare nei fedeli la virtù (III, 8). L'esegesi spiritualistica di S. Paolo rende impossibile una giustificazione della libidine con le parole della Genesi. Viene poi ulteriormente spiegata la posizione di S. Paolo verso il matrimonio e la verginità. L'opera finisce con un grandioso inno su Cristo, nato dalla Vergine, e la sua sposa, la Chiesa, dove M. mostra la sua vasta erudizione letteraria. 2) De auteuxousio (frammenti greci e versione paleoslava). A questo titolo, citato da S. Girolamo, la versione slava premette un De Deo et materia. Un dialogo più filosofico che religioso fra un ortodosso e due eretici di indistinto colore sul tema della materia e dell'origine del male. L'avversario vede nell'esistenza del male un argomento contro la creazione ex nihilo e una prova dell'eternità della materia. M. lo combatte mostrando che il male proviene dal libero arbitrio. La polemica è oggettiva e anonima, diretta in generale contro la filosofia (neoplatonica) e soltanto secondariamente anche contro Origene (creazione ab aeterno, cf. A. Vaillant, 650 sgg.). 3) L'attacco contro Origene diventa manifesto e spietato nel dialogo: Aglaophon vel de resurrectione. Aglaophon comincia, interpretando la veste pellicea di Gen. 3, 21 data all'uomo dopo il peccato col corpo e provando la resurrezione senza corpo con Mt. 22, 23. Viene citato allora Origene secondo il quale nei corpi spirituali degli eredi del Regno di Dio rimase soltanto la forma del corpo terrestre. Contro questo M. espone la sua dottrina: l'uomo è stato creato immortale di corpo e di anima. Il vero uomo non è né l'anima senza il corpo né il corpo senza l'anima ma l'unione di ambedue. La veste pellicea non è il corpo ma la mortalità, che il peccato ha fatta necessaria per poter esser distrutto. Perché anche nei battezzati rimangono le radici del peccato di dove crescono i loro peccati. Soltanto la morte le distrugge e l'uomo risorgerà nell'integrità originale. Il secondo libro svolge il tema anche filosoficamente ed il terzo riprende la polemica contro Origene. 4) Altre piccole opere, conservatesi soltanto nella collezione slava, sono: De vita (di contenuto morale), De cibi, De lepra, De sanguisuga, con esegesi allegorica di luoghi del Vecchio Testamento.

Il grande merito di S. M., che l'Harnack (Dogmen geschichte, p. 163 sgg.) chiama un nuovo Ireneo, è senza dubbio di aver difeso il realismo cristiano contro la pericolosa tendenza dell'originismo verso una filosofia astratta. M. era preparato per tale lotta, possedendo una conoscenza approfondita della filosofia contemporanea; sincretistica piuttosto che platonica (Vaillant, loc. cit. 654 contro A. Jahn, Methodius platonizans, Halle 1865. Vaillant dà esempi dove M. combatte idee platoniche con distinzioni aristoteliche). Nella sua teologia M. rappresenta lo stadio dello sviluppo della ortodossia alla vigilia del Concilio di Nicea. Di certi tratti speciali, qui nella esposizione delle opere accennati, non si è finora cercato di determinare la provenienza, la cui natura generale sembra essere giudeo-semitica.

Bibl.: N. Bonwetsch, Methodius (G.C.S. 27), Lipsia 1917 (per la critica del testo di Bonwetsch, V. P. Heseler, in Byz. Neugr. Jahrbücher, 10 (1932-34), pp. 325-40); A. Vaillant, Le Dantes, l'autocausio... Version slave et Texte grec (PO 22, 5, Parigi 1930. Traduzioni: A. Biamonti, M. d'O., Lanciano 1924 (trad. di passi scelti specie dal Simposio, con introd.); J. Farges, Meth. De Libere Arbitri, Parigi 1929. Articoli e trattazioni: N. Bonwetsch, Theologie des Methodius, Gottinga 1901; E. Buonaiuti, Ethics und Eschatology of M. d'O., in Riv. trimestr. di studi filosof. e rel. 3 (1922), pp. 272-98; Aimé Puech, Histoire de la littérature, gr. chrétienne, II, Parigi 1928, p. 311 sgg.; J. Farges, Les idées morales et religieuses de M. d'O., Parigi 1929; I. Martin, Symposion, Die Geschichte einer literarischen Form, Paderborn 1931, p. 285 sgg. Edmund Beck