METODISMO

METODISMO. - Una delle più importanti ramificazioni del protestantesimo, che trae origine dalla predicazione dei fratelli Wesley: John, n. a Epworth (Lincolnshire) il 17 giugno 1703, m. a Londra il 2 marzo 1781; e Charles, n. a Epworth il 18 dic. 1707, m. a Londra il 29 marzo 1788.

SOMMARIO: I. Origine del m. - II. Vicende storiche del m. - III. Dottrina del m.

I. ORIGINE DEL M

John Wesley, nel secondo anno di studi ad Oxford (1729), incominciò a partecipare settimanalmente alla «Comunione e ad attenersi strettamente ai metodi di studio prescritti dall'Università». Poco dopo lo raggiunse John, già ministro anglicano, ma soltanto allora, sotto l'influsso di letture edificanti (J. Taylor-W. Law, L'Imitazione di Cristo), animato da un sentimento religioso più concreto e profondo. Si raccolse così attorno a loro un gruppo pettorale di giovani, che la lettura dei classici alternavano con quella del Nuovo Testamento in greco, e insieme praticavano esercizi regolari di pietà e di ascetismo (digiuni, opere di carità). Essi aspiravano in qualche modo, al di là della semplice «giustificazione in virtù della fede» (secondo la concezione protestantica), a una certa santificazione personale; furono perciò chiamati, per derisione, Holy Club («il Club santo»), o Bible bigots e anche, per la regolarità della vita e degli studi, «metodisti»; essi accettarono questo nomignolo.

A Oxford si unì a loro George Whitefield, n. a Gloucester il 16 dic. 1714, m. a Newburyport (Massachusetts) il 30 sett. 1770, ma in quello stesso anno (1735) i Wesley accettarono l'invito del colonnello J. E. Oglethorpe, fondatore e governatore di quella colonia, a recarsi nella Georgia. Qui lo zelo di John piacque poco; gli riuscì tuttavia di riunire a Savannah (1736) un piccolo gruppo, e soprattutto venne a conoscere alcuni Fratelli Boemi emigrati colà, e ne risentì l'influsso. Questa tendenza si fece più forte allorché, di ritorno in Inghilterra, conob

bero un altro di quella comunità, Peter Böhler, e in una
adunanza, il 24 maggio 1738, John Wesley credette di
avvertire la testimonianza interna della conseguita sal-
vezza: esperienza decisiva della sua vita.

Una visita a Herrnhut gliene procurò la conferma
ed egli iniziò con il fratello e con il Whitefield la sua
predicazione tra il popolo, mirante a «diffondere la san-
tità scritturale attraverso il paese». Sorsero così i primi
gruppi regolari, a Londra e a Bristol il 1739, che può
considerarsi come quello in cui il m. nacque veramente,
con le riunioni in locali ormai appartenenti alle due «so-
cietà».

I Wesley, e anche il Whitefield, non intendevano
però minimamente fondare una nuova seta e il loro fu
in origine e nelle intenzioni un movimento di «risveglio»
religioso, che aveva precedenti e paralleli e in Inghil-
terra e nel Galles e in certo modo nel «pietismo» te-
desco, un tentativo insomma di dar calore e vigore reli-
gioso all'anglicanismo anchilosato dal razionalismo e
dalla soggezione al potere politico. Ma fu il clero angli-
cano che si oppose alla nuova predicazione; non ammessa
più ai pulpiti, si svolse in case e scuole e dal 1739, con il
Whitefield prima e il Wesley poco dopo, anche all'aperto.
Cominciò così un periodo di crisi decisiva, con l'allon-
tanamento progressivo di J. Wesley dei Fratelli Boemi,
il cui «quietismo» non lo soddisfaceva più, e con la
rottura definitiva (1740), al ritorno di un suo viaggio in
America, con lo stesso G. Whitefield, rimasto stretta-
mente attaccato alla dottrina calvinistica della predesti-
nazione. Si ebbe così, proprio agli inizi, la prima di una
lunga serie di scissioni. Il Whitefield si unì al movi-
mento di risveglio iniziato nel Galles con la predica-
zione di Griffith Jones (1684-1761), Howell Harris (1714-
1773), Daniel Rowland (1713-90) e dell'innografo W. Vil-
liams (1719-91); ebbe pure l'appoggio della contesa
di Huntingdon; i gruppi «metodisti calvinisti» si orga-
nizzarono fin dal 1742-43, ma si staccarono lentamente
dalla Chiesa anglicana; nel 1823 adottarono la calvini-
stica «Professione di fede» di Westminster (del 1647),
formarono la Chiesa metodista calvinista del Galles, che
poi, federatasi con la Chiesa libera unita di Scozia e la
Chiesa presbiteriana d'Inghilterra e Irlanda, è divenuta
la Chiesa presbiteriana del Galles.

I gruppi metodisti crescevano di numero; il Wesley,
non potendo contare su un numero sufficiente di ministri
anglicani, si vide sempre più costretto a fare affidamento
nei laici, tra cui si segnalò John Nelson, il muratore
divenuto predicatore efficacissimo, ch'egli conobbe nel
1742; l'anno dopo dettò le regole per l'organizzazione
delle «Società unite», con la caratteristica suddivisiva
in «classi» di 12 membri, sotto un «capolasse» o «guida»
(class leader), specie di pastore e insieme fiduciario di
John medesimo, che attraverso costoro esercitava la sua
vigilanza, anche sulla condotta morale, e la sua dire-
zione spirituale. E venne estendendo sempre la sua
azione: nel settentrione, a Newcastle-on-Tyne, nella
Cornovaglia, per mezzo di Charles, fecondissimo e popo-
lare scrittore di inni, che poi doveva tirarsi in disparte;
in Irlanda, ove si recò 42 volte dopo il 1747; in Scozia,
ove nel 1751 compì il primo di 22 viaggi. E fin dal 1744
aveva riunito i suoi pastori nella prima Conferenza an-
nuale: quello che doveva diventare l'organo sovrano e
la chiave di volta di tutta l'organizzazione. Cionono-
stante, non si veniva ancora a rottura completa con l'an-
gliocanesimo e per molti anni le cose rimasero a questo
punto, anche per la particolare riluttanza di Charles
Wesley. La separazione fu il risultato del nuovo stato
di cose determinati in America. Qui era andato, dopo
i Wesley, il Whitefield, che vi ritornò poi spesso e ivi
morì; ma vi erano immigrati altri metodisti e nel 1766
cominciò a predicare in Nuova York l'irlandese Philip
Embury, cui si aggiunse un ufficiale dell'esercito, Thomas
Webb e, circa lo stesso tempo, nel Maryland, un altro
irlandese, Robert Strawbridge. A sua volta, il Wesley
v' inviò nel 1769 R. Boardman e J. Pilmoor, e nel 1771
R. Wright e Francis Asbury (m. nel 1816). Questi, scopo-
piatà la rivoluzione, rimase in America; anzi proprio
nel 1773 si riunì in Filadelfia la prima Conferenza an-

nuale americana. Riconosciuta l'indipendenza degli Stati
Uniti, nel dic. 1783 una conferenza, riunita in Baltimora,
si rivolse a Wesley per avere da lui una costituzione,
che rendesse il m. americano autonomo da quello della
madre patria. Il rifiuto del vescovo di Londra, di ordi-
nare chicchessia per una comunità dissidente, indusse
il Wesley a imporre le mani a Thomas Coke, ministro
anglicano, autorizzandolo a fare lo stesso con l'Asbury
(1734); e preparò inoltre 25 articoli di fede e un Rituale.
Coke e Asbury furono così i capi della comunità meto-
dista madre negli Stati Uniti, la Chiesa metodista epi-
scopale. In Inghilterra, compiuto quel passo decisivo,
Wesley, giunto all'estrema vecchiaia, si preparò a fare lo
stesso. Nel 1734 organizzò stabilmente l'Assemblea so-
vrana di 100 predicatori, designati da lui stesso, e nel 1788
ordinò A. Mather, e l'anno dopo H. Moore.

Il Vicende storiche del M. - Lo sviluppo succes-
sivo del m. seguì linee differenti nella Gran Bretagna
e in America, benché con certe somiglianze. In entrambi
i paesi, infatti, si osserva il fenomeno consueto alle deno-
minazioni protestanti, delle continue scissioni, benché
a tale tendenza si sia contrapposta quella dell'unione,
rafforzata specialmente allo svolgersi dell'«ecume-
nismo» (v.) e in relazione con esso. Si nota pure il pro-
gressivo incremento delle funzioni e dell'autorità del
laicato secondo una tendenza detta democratica. Ma,
mentre nel Regno Unito i motivi prevalenti delle scis-
sioni furono d'ordine teologico ed ecclesiologico e la
tendenza democratica incontrò forti resistenze, queste
negli Stati Uniti furono invece assai minori, mentre gran-
dissimo peso ebbero le questioni che turbarono la vita
dell'intera nazione: il problema dei negri e della schia-
vità e quello, collegato con il precedente, dell'autonomia
o sovranità dei singoli Stati nella Confederazione.

In Inghilterra la Conferenza del 1791 e quelle suc-
cessive si trovarono di fronte al problema fondamentale
se rimanere nella comunione anglicana o uscirne. Nel 1791
si decise di estendere a tutti i predicatori i diritti con-
feriti dal Wesley ai primi 100, che però fino al 1932
rimasero i dirigenti ufficiali (le vacanze si dovevano
riempire per cooptazione). La questione, se fosse lecito
amministrare la Cena ai ministri non ordinati nella Co-
munione anglicana, dopo lunghe discussioni, fu lasciata
dal Plan of pacification del 1795 alle singole chiese locali.
L'ammissione dei laici alla Conferenza sollevò pure osta-
coli e venne risolta gradualmente, ma in maniera piena
solo nel 1878. Pure vivaci dissensi suscitò il problema
dei rapporti tra le chiese locali e la Conferenza. In so-
stanza, si disputavano il campo i tre principi, episco-
paliano, presbiteriano e congregazionalista.

Intanto si era venuta staccando, appunto perché
voleva un'organizzazione più democratica, la Methodist
New Connection (1796-97), diretta da Alex Kilham. Suc-
cessivamente, non ammettendo che i ministri fossero
stipendiati, si staccarono gli Independent Methodists (1885-
1886), quindi per una ripresa della predicazione all'aperto,
i due movimenti di «risveglio», di Hugh Bourne e Wil-
liam Clowes, nello Staffordshire (Primitive Methodists,
1811-12) e di Will. O'Bryan (poi Bryant) nel Devonshire
(Bible Christians, 1815). Una protesta contro il potere
della Conferenza provocò il distacco dei Protestant Me-
thodists (1827-28), mentre gli oppositori alla fondazione
di una scuola teologica formarono la Wesleyan Methodist
Association (1835) e altre scissioni gravi si ebbero nel 1849.
Ma nel 1857 la Wesleyan Association (1836), assorbendo
parecchi dei Protestant Methodists e i Wesleyan Reformers,
(1849) si unirono per formare le United Methodist Free
Churches, le quali a loro volta nel 1907 si fusero con
la New Connexion e con i Bible Christians nella nuova
United Methodist Church. A loro volta, questa, i Primi-
tive Methodists e la chiesa metodista wesleyana si amal-
gammarono nel 1932, per costituire la Methodist Church
of Great Britain. Questa, insieme con la Chiesa metodista
australasiana (risultato a sua volta di varie unioni) forma
la «sezione orientale» della Conferenza metodista ecume-
nica che si riunisce, dal 1881, ogni 10 anni (quella del
1941 ebbe luogo però a Springfield [Massachussetts], nel
1947; quella del 1951 a Oxford).

Occorre segnalare qui la cospicua attività dei metodi inglesi nelle missioni: quella delle Indie Occidentali cominciò già vivente il Wesley; poi esse accompagnarono l'espansione economica e politica della Gran Bretagna: a Ceylon (1813), in India, in Australia, nell'Africa meridionale e occidentale, in Cina (1851) e in Birmania (1887).

Negli Stati Uniti, invece, a parte qualche caso di dissenso per ragioni disciplinari, o di organizzazione (Union American Methodist Episcopal Church, 1813; Methodist Protestant Church, 1828-30; Congregational Methodist, 1852; Free Methodist Church, in nome di un più stretto rigorismo morale, 1860), la Chiesa metodista fu in complesso veramente «episcopale», come fu chiamata, ma si ebbero presto commisurati separati di negri (African Methodist Episcopal Church, 1816; African Union Methodist Episcopal Church, pure 1816; African Methodist Episcopal Zion Church, a Nuova York dal 1796, con questo nome dal 1820) e la questione della schiavitù fu sentita come implicante i più fondamentali principi dell'etica cristiana. Fin dal 1842-43 si staccò un gruppo di abolitizionisti che formò la Wesleyan Methodist Connection (poi Church of America) e quando i metodisti degli Stati settentrionali trovarono scandalo e inammissibile che un vescovo metodista, J. O. Andrew, fosse divenuto un proprietario di schiavi, quelli del Sud si separarono formando la Methodist Episcopal Church South; e per la stessa ragione si scissero la Methodist Protestant Church e qualche altro gruppo minore (erano penetrati in America anche le sette inglesi). Per di più continuò anche dopo la guerra civile la politica di tenere i negri separati dai bianchi, sicché i primi vollero rendersi indipendenti (Colored Methodist Episcopal Church South, 1870). I Protestant Methodists tornarono a unirsi nel 1877; ma la Chiesa sudista si mantenne separata, e conobbe altre scissioni, per ragioni organizzative (Congregational Methodist Church, 1872; da questa, la New Congregational Methodist Church, 1881).

Ma se la rivalità tra le Chiese metodiste episcopali del nord e del sud continuò a farsi sentire e si ebbe anzi il curioso fenomeno dell'espansione della Chiesa sudista in Stati settentrionali, specie nella California e nella zona degli Stati gravitanti sul Pacifico, e invernamente, della Chiesa settentrionale in Stati del sud, i dissensi, con il tempo, si vennero attenuando e si sentì sempre più il bisogno dell'unità. D'altra parte la «democratizzazione» aveva fatto grandi progressi tanto che, avviate trattative tra le due principali Chiese metodiste episcopali, chiesero di parteciparvi anche i protestanti. Si venne così, dopo vari anni di trattative alla fusione dei 3 gruppi: metodista episcopale, metodista episcopale del sud e metodista protestante, approvata in massima nel 1937 e perfezionata nella Conferenza di Kansas City nel 1939. La nuova Methodist Church è organizzata sulla base di sei grandi suddivisioni, 5 a base territoriale e una, detta «centrale», comprendente l'intero territorio degli Stati Uniti e includente tutti i negri già membri delle tre comunità preesistenti. Le Chiese nord-americane, con la canadese e la giapponese, costituiscono la «sezione occidentale» della Conferenza ecumenica.

Nel Canadà il m. fu introdotto da predicatori inglesi (Laurence Loghian mandato da J. Wesley 1765) e americani (lo stesso Asbury vi si recò nel 1811) e si ebbero così varie ramificazioni. Il processo di riunione fu rapido: i metodisti episcopali, resisi autonomi nel 1928, si fusero con i Wesleyani, d'origine inglese, nel 1833; altri gruppi si unirono ad essi, formando, tra il 1877 e il 1883, la Chiesa metodista nel Canadà, federatasi nel 1925 con presbiteriani e congregazionalisti, nella United Church of Canada. Dal Canadà e dagli Stati Uniti il m. fu propagato nel Giappone (Methodist Church of Japan, 1907).

L'organizzazione metodista è ancora fondata sulle direttive stabilite dal Wesley. Le diverse chiese sono rette dai leaders e, per quanto riguarda l'amministrazione temporale, da stewards («servi», cioè "costi come in luogo di «vescovi», bishops, si parla di «soprintendenti», "riconosci»); le diverse chiese locali sono raggruppate in «circondari» (circuits), sotto la presidenza di un soprintendente, considerato in sostanza come primus inter pares. Ma già in Inghilterra dal 1791, morto il Wesley, e per continuare l'opera sua, diversi «circuiti» furono a loro volta riuniti in «distretti», con «sinodi» i quali si riuniscono due volte l'anno e mandano i loro rappresentanti alla «conferenza».

Questa organizzazione è introdotta a un dipresso nelle altre chiese; vi sono inoltre vaste «aree missionarie» (anche per l'Europa) e conferenze centrali; e al vertice la già menzionata Conferenza ecumenica.

L'incremento del m., già notevole durante la vita del Wesley, è stato rapido nel sec. XIX e, specialmente in Inghilterra e ad opera di alcune sette minori, esso è penetrato in misura notevole tra le classi lavoratrici. Nel 1791 si contavano in Gran Bretagna ed Irlanda 71.668 membri, con 294 predicatori; nel 1945, 783.152 membri, con 4750 ministri. Nelle missioni d'Oltremare (Impero britannico) ca. 250.000; negli Stati Uniti, ca. 10 milioni. Complessivamente, si valutavano i membri effettivi delle diverse comunità a ca. 12 milioni nel 1932, in più ca. 10 milioni per persone frequentavano le «scuole domenicali», con ca. 1 milione di insegnanti e dirigenti.

In Italia, la prima riunione di culto metodista si ebbe a Modena nel 1873; dal 1881 la «conferenza» italiana cessò di essere considerata come missionaria. Ma, nonostante notevoli sforzi, compiuti soprattutto nei primi anni dopo la prima guerra mondiale, non risulta che il m. abbia fatto progressi notevoli.

III. Dottrina del M

Dal punto di vista dottrinale il Wesley non volle né credette di innovare. «Il m., egli affermò, è la religione antica, la religione della Bibbia, la religione della Chiesa primitiva, la religione della Chiesa d'Inghilterra». Egli partì dal presupposto comune a tutti i protestanti, dell'assoluta e totale depravazione dell'uomo dopo il peccato originale, trasse dal contatto con i mistici e dalla propria esperienza personale l'altro concetto, della testimonianza interiore dello Spirito. Ma sentì anche, e con lui il fratello Charles, che lo espresse in vari dei suoi inni, l'universalità della Redenzione; contro il calvinista Whitefield, i Wesley ribadiscono il principio che il Salvatore è morto per tutti. D'altra parte, essi e i loro primi compagni avevano cercato la propria «santificazione» personale attraverso lo scrupoloso adempimento dei propri doveri, religiosi e morali. Pertanto, la giustificazione è per il metodo stata opera bensì della fede, ma non soltanto mediante una applicazione tutta esterna dei meriti di Gesù Cristo al credente, senza collaborazione da parte di lui; la fede che giustifica è per essi una «fede operante attraverso l'amore», prodotta dall'amore e che a sua volta dà frutti di opere buone. La condizione unica per essere ammessi nella comunità è un desiderio di fuggire l'ira venuta e di essere immuni dal peccato: quindi il rimorso e il pentimento per i peccati commessi, e la ferma volontà di non ricadere: «la disposizione a condurre una vita onorata, pacifica, modesta, con l'astenersi da tutto ciò che non ridonda a gloria di Dio». Perciò dai teologi protestanti si suole qualificare il m. come «arminiano», in quanto esso accetta una certa libertà del volere. L'uomo, però, secondo questa dottrina, desidera e ottiene da Dio la capacità di adempiere ai precetti dell'amore di Dio e del prossimo. La testimonianza interna dello Spirito dà al cristiano la certezza del suo pentimento e della sua fede in Cristo, la sicurezza della sua redenzione e di essere divenuto figlio di Dio; egli quindi cerca spontaneamente di liberarsi del tutto dal male e di adempiere così ai precetti divini; nello sforzo di ubbidire alla legge dell'amore ravvisa la prova della sua reale, effettiva appartenenza alla Chiesa. La perfezione cristiana raggiungibile in questa vita non è tuttavia considerata assoluta, tale da rendere l'uomo impec