MELANTONE, FILIPPO - Collaboratore ed amico di Lutero, n. a Bretton (Palatinato) il 16 febb. 1497, m. a Wittenberg il 16 apr. 1560.
Di agiata famiglia, parente dell'umanista Reuchlin, che lo persuase a gricizzare il nome Schwarzerde in Melanchthon, ebbe una formazione intensamente umanistica a Heidelberg e Tubinga. Si applicò ben presto, oltreché all'edizione di classici latini (Terenzio, 1516), allo studio dei Padri e del testo greco del Nuovo Testamento; nella controversia tra il Reuchlin ed i professori di Colonia, prese le parti del Reuchlin. Nel 1518, a soli 21 anni, ottenne la cattedra di greco nella recente Università di Wittenberg, e iniziò l'insegnamento con un discorso programmatico De corrigendis adolescentiae studiis che toccava anche la teologia. Qui subì l'influsso di Lutero, a fianco del quale si pose polemizzando decisamente con l'Eck e formulando, ancor prima di Lutero, la tesi della Bibbia quale suprema autorità dottrinale. Nel 1519 divenne baccelliere in teologia; non volle però mai accettare il dottorato in teologia, ritenendosi fondamentalmente filologo e grammatico.
Tuttavia a M. toccò di essere l'autore del primo trattato di teologia luterana con i suoi Loci communes rerum theologicarum seu hypotiposes theologica (1520-21) che trattano del peccato, della Grazia, del libero arbitrio, della legge, del Vangelo, della fede, della giustificazione e della rigenerazione, e che in successive edizioni furono grandemente ampliati (cf. nel vol. XXI del Corpus Ref., la 2a ed. [Halle 1535], e la 3a [ivi 1543]).
M. dovette nel 1522 affrontare a Wittenberg il radicalismo iconoclasta degli anabattisti, provenienti da Zwickau, e di Carlostadio che tendeva a spingere la riforma fino all'eversione del culto tradizionale; fu M. a richiamare Lutero dal suo rifugio della Wartburg perché intervenisse con la sua autorità e con la sua energia. In questa occasione si rivelò la tendenza conservatrice di M., la sua preoccupazione di mantenere al possibile le istituzioni ecclesiastiche, soprattutto il culto e l'organizzazione, sulla linea della tradizione. Questa tendenza conservatrice si avverte in modo assai significativo pure nella Confessio augustana (1530), firmata dai principi protestanti ma da lui redatta per incarico dell'elettore di Sassonia, nella quale i punti dottrinali di divergenza dal cattolicesimo vengono o sottaciuti o dissimulati, e la riforma è presentata essenzialmente come di natura pratica, quale eliminazione di abusi, che si sarebbero insinuati con la terminologia scolastica e con il diritto canonico. Questo carattere conservatore del documento, e quindi del pensiero di M., emerge in piena evidenza se lo si confronta con il tono di intransigenza e violenza degli Articoli smalcaldici redatti da Lutero (1537). Vero è che nell'Apologia della Confessione augustana (risposta alla Confutatio catholica), pure redatta da M. e pubblicata con il suo nome, la nota polemica è accentuata, come pure nel De potestate Papae del 1537, da lui scritto e diffuso in vista del Concilio convocato a Vicenza per quell'anno. La tendenza conciliativa di M. riaffiora nei colloqui di religione del 1540-41, in cui egli, in rappresentanza dei novatori, cercò di fiancheggiare la politica di mediazione di Carlo V e, ad es., sui punti degli effetti del peccato originale, sull'uomo e sulla natura della giustificazione accettò le formole proposte dal Pigghe e dal Contarini. Pure dopo il 1548, durante l'interim di Augusta, nella vivace controversia circa gli adiabolari, assecondò una politica cattolicezzante, sostenendo che dovevano ritenersi «indifferenti», e non impegnative per la coscienza e per la convinzione luterana, le pratiche di culto reimposte da Carlo V nella Sassonia dopo la sconfitta subita a Mühlberg dalla Lega smalcaldica.
M. fu soprattutto un organizzatore e un umanista. Come organizzatore diede la sua struttura alla Chiesa della Sassonia elettorale nelle Istruzioni ai visitatori dei parroci (1528), a cui scrisse la prefazione Lutero. In questo, come in altri scritti analoghi, M. si preoccupò di ristabilire disciplina, ordine, uniformità nell'insegnamento e nella pratica del culto, raccomandò il rispetto all'autorità costituita nella Chiesa, diede norme per evitare le conseguenze lassistiche del principio della salvezza mediante la sola fede, insistendo sulla pratica delle buone opere in quanto comandate da Dio, anche se da ritenersi prive di valore meritorio.
Come umanista e filologo, collaborò con Lutero nella sua traduzione in tedesco della Bibbia, sostenne vivacemente la decisiva preminenza del senso letterale della medesima contro i quattro sensi considerati dall'esegesi scolastica tradizionale, curò l'edizione di molti autori antichi, scrisse manuali per lo studio del latino, del greco, nonché commenti a opere di retorica, dialettica, fisica, etica, politica, manuali scolastici per queste discipline, e non poche dispute accademiche al riguardo. Un avviamento alla storia universale comprensiva della storia ecclesiastica è il Chronicon Curionis. Egli promosse la creazione e la riorganizzazione di molte scuole di latino, dettandone in molti casi l'ordinamento, come, ad es., nel riordino delle chiese e scuole di Wittenberg (1533). Il concetto direttivo di questo ordinamento degli studi, che è significativo anche per la sua concezione dello studio della teologia, è che filosofia e scienze debbono costituire le basi dello studio teologico propriamente detto. Esso affiora chiaramente nella riorganizzazione delle università, dove M. lasciò più profonda la sua impronta. Le facoltà delle arti divennero schiettamente umanistiche: la logica, che allora predominava nell'insegnamento, dovette lasciare il passo alle lingue, e precisamente oltre al latino classico, al greco ed all'ebraico, ai quali venne riconosciuta addirittura una preminenza per il fatto che sono le lingue in cui è redatto il testo originario della Bibbia. I classici soppiantavano i grammatici medievali nello studio del

Melantone, Filippo - Ritratto. Dipinto di L. Cranach (1543). Firenze, Uffizi.
latino; la filosofia, abbracciante i diversi rami dello sci-
bile, fu insegnata sulla base di Aristotele, ma anche di
Cicerone e degli altri scrittori antichi. La teologia man-
tenne la preminenza anche nello studio delle «bonae
litterae». Essa però fu innanzi tutto esegesi della S. Scrit-
tura, secondo il principio affermato da Lutero; gli stessi
principi dogmatici dovevano venir sviluppati e difesi
in sede egesetico-scritturale. Solo in un secondo tempo
potevano aggiungersi esposizioni sistematiche del dogma.
Le vecchie università a cui si applicò la riforma melan-
toniana furono Francoforte, Lipsia, Rostock, Heidel-
berg; le nuove, create con ordinamenti da lui ispirati,
Marburg (1527), Königsberg (1544). Jena. È per questa
vasta opera pedagogica che M. fu detto «Praecceptor
Germaniae». In questa direttiva degli studi M. si mani-
festa un propagatore dell’umanesimo cristiano, cioè della
subordinazione dei metodi e dei risultati della filosofia
alle esigenze della teologia, intesa come esegesi della
S. Scrittura ed elaborazione concettuale della Rivelazione
biblica in essa contenuta.
In questo senso la nota preminente della personalità
di M. finisce per essere quella del teologo: e questo non
solo perché l’attività teologica quantitativamente (opere
controversistiche, commenti ai libri del Vecchio Testa-
mento e del Nuovo Testamento, soprattutto alle Lettere
di S. Paolo, lettere con riferimento a problemi teologici)
prevale nell’opera sua letteraria, ma perché proprio nella
teologia dei novatori M. ha inserito motivi che le hanno
conferito un’impronta peculiare, in parte in antitesi alle
intenzioni di Lutero. La sua concezione teologica si può
riconoscere nell’edizione del 1535 dei Loci, che appunto
mostrano il suo distanziamento da talune posizioni del
maestro e l’influsso delle esigenze umanistiche su M.
Così si presenta mitigato il radicale determinismo divino
circa la salvezza; è affermata una certa capacità del-
l’umano libero arbitrio di fare il bene, ponendo in tal
modo i presupposti della posizione «sinergistica» circa i
rapporti Grazia-libero arbitrio; Dio non è causa del
peccato e l’uomo è responsabile dei suoi atti. La salvezza
dell’uomo esige la sua cooperazione per quanto non si
possa parlare di meriti da parte sua. Similmente M. ha
sottolineato, anche in sede teologica, la necessità delle
buone opere, sia pure facendo riferimento soprattutto
al punto di vista etico-sociale ed ecclesiastico; esse sono
necessarie per la vita eterna, in quanto debbono tener
dietro alla riconciliazione del peccatore, o, in altre parole,
in quanto nel cristiano deve presentarsi una nuova vita
spirituale.
In tre punti la concezione di M. si distacca più net-
tamente da quella di Lutero, determinando nei discepoli
(detti «filippisti», mentre i fedeli di Lutero, al seguito
di Flacio, si definirono «gnesio-luterani» e contesta-
rono a M. le modifiche da lui introdotte nella Confes-
sione augustana [ed. variata del 1541]), una vivace e
lunga controversia, che in qualche momento sembrò
addirittura mettere in pericolo l’unità delle nuove Chiese.
Innanzi tutto circa la concezione delle conseguenze del
peccato originale sulle forze naturali dell’uomo: per essa
infatti M. respinge, come s’è già accennato, il pessimismo
radicale di Lutero e il punto di vista di M. riuscì a
trionfare nella Formola di concordia del 1578. Secondaria-
mente circa il modo di intendere la giustificazione, che
M. ritiene merita imputazione dei meriti di Cristo, pura-
mente estrinseca, «fornese»; quindi per nulla santifi-
cazione, distinguendo nettamente da essa, come un se-
condo momento, la giustificazione positiva, la immis-
sione dello Spirito Santo, la rigenerazione interiore; an-
che questa concezione si impose nella Formola di con-
cordia. In terzo luogo nella dottrina della Cena, nella
quale M. inclinò verso l’idea di una presenza meramente
spirituale del Cristo nei fedeli, quindi verso il simbolismo
calvinista, provocando da parte dei luterani a lui e ai
suoi discepoli la persistente e grave accusa di «cripto-
calvinismo». Le formule di fede luterane su questo punto
mantennero esplicitamente il principio della presenza reale
del Corpo di Cristo negli elementi eucaristici.
L’influsso di M., per quanto contrastato, si accentuò
dopo la morte di Lutero (1546), con i motivi particolari
della sua teologia, ma ancor più per il suo concetto della
funzione della teologia, come retto pensare intorno alla
parola di Dio, nella vita dei fedeli e in quella della Chiesa:
«È che pone le basi della ortodossia luterana come un’esis-
genza della Chiesa, con riferimento alle professioni di
fede, da considerarsi quale genuina formulazione del pen-
siero della S. Scrittura, norma e limite dell’insegnamento.
M. impose così nel quadro della riforma luterana la sua
personalità come quella del sistematico, accanto alla fi-
gura di Lutero, che vi rappresenta quella del risvegliatore.