MASSIMO il CONFESSORE, santo. - N. a Costantinopoli nel 580, m. in esilio il 13 ag. 662. È chiamato anche M. di Crisopoli, dalla località ove si fece monaco. L'appellativo di Confessore significa che sopportò delle torture per la fede, senza tuttavia morirne immediatamente.
I. VITA
Fece studi molto profondi (in particolare Aristotele); verso il 610 fu chiamato alla corte di Eraclio in qualità di primo segretario, ma abbandonò presto tale funzione (613-14) per farsi monaco a Crisopoli (Scutari) sulla costa asiatica, in faccia a Costantinopoli. Costretto a fuggire di fronte all'invasione persiana del 626, non riuscì probabilmente più a ritornare nel suo monastero. Dal 626 al 646 visse nell'Africa proconsolare. Nel 646 era a Roma, donde fu strappato dalla polizia imperiale, come papa Martino I, con il pretesto di aver tradito interessi dell'Impero, in realtà per ottenere da lui con la forza che tradisse l'ortodossia romana e sottoscrivesse alle dottrine monotelite. Dopo un primo interrogatorio, M. fu condannato il 14 sett. all'esilio e alla detenzione a Perbera. Ricondotto nella capitale nel 662, poiché restava fermo nella sua fede, gli furono tagliate la lingua e la mano destra, e fu poi condannato all'esilio perpetuo. Morì lo stesso anno, prigioniero nel castello di Schemari, nel paese dei Lazi (ora regione di Batum nella Transcaucasia). Festa il 13 ag.II. SCRITTI
La lista delle sue opere (ca. 60) non comprende alcun trattato sintetico. Se ha avuto l'intenzione di scriverne uno (cf. PG 90, 252 C) non l'ha però realizzata. Quasi tutto è controversia, commentario o esegesi ascetica. 1) Controversia contro il monofisismo, prima della disputa monotelita: undici opuscoli o lettere (v. i titoli in DThC, X, 1, col. 451); contro il monotelismo, una ventina di opuscoli (cf. ibid.) il più importante dei quali è la Disputatio cum Pyrrho (PG 91, 287-354). 2) Commentari: a) Questiones ad Thalassium in locus Sacrae Scripturae difficile (ibid., 90, 234-786): è la sua opera più importante insieme a b) gli Ambigua in Gregorium Nazianzenum (ibid., 1061-1418); c) Scholia in beati Dionysii libros, stampati insieme alle opere dello pseudo Dionisio (ibid., 4, 14-576); la maggior parte di questi scoli, del resto, specialmente per il contenuto, appartengono a Giovanni di Scitopoli (H. U. von Balthasar, Das Scolienwerk des J. von S., in Scholastik, 15 [1940], p. 17 sg.); d) La Mystagogia, spiegazione simbolica della liturgia (PG 91, 657-718); e) Orationis Dominicae brevis expositio (ibid., 90, 871-910); f) Centuries (ibid., 959-1426): quattro centurie De charitate, l'opera di Massimo copiata più spesso, e perfino tradotta in arabo (G. Graf, Geschichte der christlichen arabischen Literatur, I, p. 372); due centurie sulla Trinità e sull'Incarnazione, alle quali s'aggiunge una centuria pubblicata da Epifanović (v. BIBLICA); quanto alle cinque centurie dei Diversa capita ad theologiam etoeconomiam spectantia, deque virtute et vitio, esse sono state estratte da uno sconosciuto (forse Antonio Melissa?), nel sec. XI, dalle opere autentiche di M., con altri elementi presi altrove (Th. M. Disdier, in Echos d'Orient, 30 [1931], pp. 168-78), gli Alía capita ex Vaticano che seguono sono di Elia Ecdico e si ritrovano sotto il nome di questi in PG 127, 1129-76 (Th. M. Disdier, in Echos d'Orient, 31 [1932], pp. 17-43), i Loci communes (PG 91, 721-1017) non son più considerati autentici (cf. V. EHRHARD, ALBERT, Zu den « Sacra Parallele » des J. Damascenus u. den « Florilegium » des Maximus, in Byz. Zeitschrift, 10 [1901], pp. 394-415). Si aggiunga il Liber asceticus (PG 90, 911-56): dialogo tra un giovane monaco e il suo padre spirituale; e la Brevis enarratio Christiani Paschatis, o Computo ecclesiastico (ibid., 19, 1217-80).
III. DOTTRINA
Malgrado questa dispersione della sua opera letteraria, c'è nel pensiero di M. il Confessore una unità o almeno un centro, attorno al quale tutto si raggruppa: e cioè la cristologia, non solo perché la maggior parte dei suoi scritti si riferisce alla controversia monofisita o monotelita, ma perché queste stesse dispute gli hanno fornito l'occasione di precisare (spesso ricorrendo ad Aristotele), nozioni e principi metafisici e teologici che utilizzerà poi in altri campi.Tirando poi le ultime conclusioni dalla dottrina di Calcedonia, egli stabilì che la vera unione non dissolve i componenti in una superiore essenza « confusa », bensì il perfezione nella loro propria entità. In tal modo si salvano la trascendenza di Dio e la sua immanenza, ciò che esclude il panteismo; l'unità ipotetica di Cristo e le sue due nature; ed è la negazione del monofisismo; il dualismo della volontà e dell'azione del Verbo incarnato nell'armonia morale assoluta della φύσις e della γνώμη; ciò che refuta il monotelismo; e poiché la vita spirituale del cristiano è una imitazione di quella di Cristo, questi stessi principi permettono di sviluppare una dottrina della deificazione sino a « l'identità mediante la Grazia » senza cadere nell'isocristismo di taluni origenisti. In tutto ciò M. si dimostra al tempo stesso e profondo filosofo, sottile dialettico, teologo dotato di un acuto senso dell'ortodossia, e, per la lucidità stessa delle sue distinzioni, genio eminentemente conciliatore. Quest'ultimo tratto appare specialmente nella questione della processione dello Spirito Santo, in cui M., precursore del Concilio di Firenze, afferma l'identità di significato della formula greca ex Patre per Filium e della latina ex Patre et Filio (PG 91, 133 segg.). Infine, il bizantino più geniale è anche un convinto difensore del primato del Papa.